6 spunti per superare la paura di sbagliare

paura di sbagliare 3

Se esiste una paura che davvero accomuna la maggior parte di noi,
è la paura di sbagliare.

Abbiamo paura di fallire, di avere insoddisfazioni, delusioni nella vita, di non essere buoni, di non essere capaci,
ci lambicchiamo per ore il cervello per convincerci di smetterla con le seghe mentali,
che non c’è ragione di porsi certi problemi,
che non è poi la fine del mondo se sbagliamo, eppure …

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siamo così convinti della gravità del nostro sbaglio,
che ci assale subito l’ansia,
al solo pensiero di poter fare ancora una volta un passo falso.

La paura di sbagliare ancora ci blocca, ci fa indietreggiare ai primi ostacoli, ci paralizza all’azione e ci obbliga a gettare subito la spugna.

Demordere a prescindere.
Rinunciare per paura di fallire …
ecco il fallimento più amaro!

Ricordiamoci che le persone di più successo non sono quelle di maggior talento ma
quelle che non mollano mai,
anche se inciampano nei loro errori,
si rialzano e proseguono.

1. Non ricercare la perfezione

“Devo essere perfetto”
“Non devo sbagliare”
“Non mi posso permettere errori”

Quando vogliamo essere perfetti, efficienti e sempre “all’altezza”,
ci carichiamo sulle spalle carichi emotivi molto pesanti …
l’errore è un mostro angosciante da evitare ad ogni costo e …
anneghiamo in ansia da prestazione o da fantasie che gli altri ci stanno giudicando male.

Se vuoi sconfiggere la paura di sbagliare non devi puntare alla perfezione ma al migliore risultato possibile.
Devi essere consapevole di aver dato o fatto il massimo con le risorse a tua disposizione, considerando tutte le variabili,
impedimenti e intoppi che sono fuori dal tuo controllo e la tua volontà.

2. Considera gli errori un’opportunità

Che succede se ci si fermiamo ai primi ostacoli ed errori?

Cosa accade se non ci mettiamo in gioco per paura del fallimento o di essere giudicati male dalle altre persone?
Potremo forse un giorno suonare la batteria, imparare l’inglese o aprire un agriturismo biologico?

Solo attraverso ripetuti sbagli ed errori possiamo migliorare e perfezionarci.
Nessuno, neanche un genio,
ci riesce senza sbagliare e commettere continui grossolani errori.

Ogni errore è una lezione per il futuro,
che ci indicherà qual è la strada giusta da percorrere.

Affrontando la paura di sbagliare e di fallire ne uscirai comunque rafforzato,
più disposto,
pronto ad affrontare nuove sfide e crescere dal punto di vista personale.

3. Non boicottarti per la paura di sbagliare

“Tanto sbaglio sicuramente ”
“Lo sapevo che sbagliavo”
“Prima o poi … sbaglio di sicuro“

La profezia che si auto-avvera non è una stregoneria.
Funziona.
Davvero!

Se sei convinto di sbagliare o credi di fallire, per il solo fatto di crederlo ti comporti in un modo tale che …
la tua aspettativa si avvera.
È solo una questione di tempo e poi … spash!
Il tuffo nell’acqua gelata arriva di sicuro.

Se ti aspetti di sbagliare vuol dire che non hai fiducia nelle tue capacità,
l’errore fatto diventa una conferma delle tue incapacità e una ragione in più per desistere e mollare tutto.

Se invece,
accetti l’errore come un insegnamento, il passo falso appena compiuto t’indicherà quale mossa dovrai evitare nella tua scalata al successo.
È proprio vero: sbagliando s’impara!

4. Separa “ho sbagliato” da “sono sbagliato”

Siamo abituati ad associare l’errore alla persona.
Aver sbagliato, ci autorizza inoltre a considerarci delle persone sbagliate.

Come se fossimo ancora a scuola,
ci diamo sempre un voto, una valutazione, un giudizio, una sentenza inappellabile e spietata:
se “ io ho sbagliato” vorrà dire che “io sono sbagliato”.

Dobbiamo ristrutturare le nostre convinzioni e smussare gli angoli dell’autocritica più tagliente e imparare a pensare: “io non sono l’errore” ma “ho commesso un errore”.

La differenza è evidente.

5. Accetta di aver paura di sbagliare

Viviamo in tempi complessi e incerti.
Per quanto tu possa organizzare e pianificare le tue scelte, ci saranno sempre imprevisti, calcoli sbagliati, ritardi o cambi di programma.

La verità è che la paura di sbagliare ci accompagnerà sempre.

paura di sbagliare

 

Avremo sempre timore di sbagliare,
di non conoscere a priori quale sia la scelta sbagliata e quale quella giusta.
Dobbiamo accettare che non ci sono certezze e non esiste la garanzia di successo quando siamo di fronte ad una scelta.

Quando accettiamo la paura come parte  integrante del nostro percorso personale,
non significa che siamo diventati paurosi, rassegnati o irresponsabili.
Vuol dire che scegliamo di essere saggi e concreti, prendiamo coscienza di un dato di fatto.

Senza cadere nel vittimismo o cercare di accampare scuse per i nostri errori,
cerchiamo di accettare i nostri limiti ed essere più comprensivi con noi stessi.

 

 6. Usa l’autoironia

L’autoironia è la capacità di sdrammatizzare,
il saper ridere della nostra insicurezza e del nostro errore,
vuol dire avere coscienza dei nostri limiti e della nostra fragilità.

Sembra facile, ma in realtà usare l’ironia in certi frangenti è più facile a dirsi che a farsi.
Richiede molta umiltà e altrettanto coraggio.

In conclusione la frustrazione, che accompagna ogni nostro errore, non ci dice di rinunciare ma c’invita a provare una nuova strada;
infatti solo alla fine,
dopo tanti sbagli,
arriviamo per esclusione al modo giusto.

Per vincere dobbiamo, per prima cosa,
 imparare a sbagliare.

E tu come la vedi?
Hai già provato a pensare come sarebbe la tua vita senza la paura di sbagliare o di fallire?

10 competenze che ogni store manager eccellente dovrebbe potenziare (parte 2)

store manager vincente

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6. Risolvi i conflitti in modo produttivo

Perché è importante nel tuo lavoro di store manager dedicare molta attenzione ai rapporti, contrasti e conflitti nel tuo punto vendita?

I conflitti possono rovinare i rapporti personali, creare un ambiente negativo, ostacolare la produttività, distruggere il lavoro di squadra e causare un calo di fatturato. Il conflitto sul lavoro è naturale e inevitabile ma ci sono tecniche e abilità che possiamo imparare per trasformare conflitti distruttivi in accordi costruttivi.

Ricorda che le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso della tua carriera di store manager e del tuo punto vendita.

7. Dai obiettivi specifici

Motiva al massimo il tuo team dando obiettivi specifici e quantificabili a ogni singolo collaboratore.

Diventa un supporto attivo e concreto per ognuno di loro. Chiedi di cosa hanno bisogno per raggiungere i loro obiettivi. Aiutali a elaborare un piano d’azione e rimuovere i possibili ostacoli che possono trovare sul cammino verso i loro obiettivi.

Sostienili e incoraggiali costantemente.

8. Crea rapporti di fiducia e di alleanza

Condividi con il tuo team le responsabilità, i compiti e le informazioni e … il successo.

Condividere è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente per i tuoi collaboratori. La maggior parte di loro desidera fare un buon lavoro, avere degli obiettivi, condividere le responsabilità e partecipare al successo del punto vendita.

Prendi a cuore gli interessi del tuo staff, i loro problemi personali, aiutali a bilanciare lavoro e vita privata. Anche le piccole attenzioni significano molto per i tuoi collaboratori o dipendenti: i loro compleanni, i nomi dei figli, dire ‘Ciao, come va? ”

Vedrai come la loro motivazione può salire alle stelle!

9. Delega con efficacia

Lo store manager vincente sa allentare un po’ il controllo e delegare con efficacia.

Non disperdere energie preziose. Troppo spesso, quando vuoi seguire ogni dettaglio della gestione del tuo punto vendita, in breve tempo, ti ritrovi stressato e oberato di lavoro, perché stai tentando di fare tutto da solo.

Il risultato è che i dipendenti non si assumono mai responsabilità, si sentono disimpegnati e si demoralizzano. Delegare ti permette di focalizzarti sulle priorità e sulle azioni importanti e di essere sempre dinamico, lucido e propositivo.

Solo perché un tuo collaboratore o dipendente non ha le competenze per portare a termine un compito difficile, non significa che non possa imparare. Rivedi tuoi giudizi per determinare quali sono le competenze necessarie per la formazione del tuo personale e inizia da oggi.

10. Ascolta di più

Imparare ad ascoltare è il segreto per avere una comunicazione davvero efficace. Non dare per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire ciò che l’altro sta dicendo. Ascoltare va oltre il semplice “sentire”: è empatia, è capire il messaggio nel suo giusto contesto.

Il tuo collaboratore desidera essere ascoltato con attenzione, vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia. Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti, più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te.

Ascolta i bisogni dei tuoi collaboratori, le loro perplessità, i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare e puoi agisci di conseguenza.

Se sai ascoltare i tuoi collaboratori vuol dire che sei una persona sicura di te, non ritieni di aver la soluzione per tutto e per tutti e non hai paura del confronto.

Un vero leader!

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In definitiva, se vuoi diventare uno store manager vincente, è necessario saper creare entusiasmo nel tuo punto vendita, coinvolgere e motivare i tuoi collaboratori o dipendenti a fare del loro meglio per raggiungere, insieme, grandi obiettivi.

E tu come la pensi?
Quanto spesso festeggi, con tutto il tuo staff, il raggiungimento di un obiettivo importante?

10 competenze che ogni store manager eccellente dovrebbe potenziare (parte 1)

store manager eccellente

La pressione della competitività ti spinge a muoverti più velocemente, produrre maggiori risultati in meno tempo e migliorare la produttività con meno personale.

Le persone e le cose si muovono veloci. I problemi non si possono rinviare, gli errori hanno conseguenze e costi importanti. Sei il manager del tuo punto vendita e sei direttamente coinvolto. Sei in prima linea, sul campo, tra il management (o la proprietà) e il tuo team di vendita, lì nel mezzo, dove la pressione si fa sentire!

Per superare queste sfide dobbiamo sviluppare le nostre doti personali, saper motivare e ispirare i nostri collaboratori a fare del loro meglio per raggiungere grandi obiettivi.

Lo store manager eccellente ha, prima di tutto, grandi competenze con le persone.

1. Crea entusiasmo

Sei allegro? Sai creare entusiasmo nel tuo punto vendita?
Ti senti un modello per il tuo team?
In altre parole, hai una personalità dinamica che ispira gli altri?

L’entusiasmo è vera passione per il tuo lavoro e sincero interesse per le persone che lavorano con te. I grandi store manager non perdono mai l’occasione di essere gentili e motivanti nel comportamento e nelle parole.

Partiamo appassionati ed entusiasti già da prima mattina!

Saluta ogni componente del tuo staff con un bel “Buongiorno!” radioso e positivo, dai pacche sulle spalle, fai sentire la tua partecipazione e il tuo sostegno. Fai in modo che sappiano che li consideri la chiave del tuo successo.

Può sembrarti strano ma i tuoi collaboratori, di solito, impostano, la loro intera giornata dal “come li approcci” la mattina. Qualcosa del tipo “Il buongiorno si crea (vede) dal mattino”.

2. Coinvolgi il tuo team

Per diventare uno store manager eccellente, è necessario coinvolgere i tuoi collaboratori o dipendenti nel processo decisionale, incoraggiandoli a suggerire modi nuovi o alternativi di fare meglio le cose.

Piuttosto che decidere tutto da solo, promuovi un lavoro di squadra.Fai domande stimolanti tipo: “Questo è il nostro problema, tu come lo risolveresti?” oppure “Non stiamo andando bene in quel settore, tu cosa faresti?”

Incoraggia le persone del tuo team al dialogo, ascolta quello che hanno da dire e poi valuta i loro suggerimenti, mantenendo sempre la tua autonomia di pensiero e di azione.

I collaboratori che contribuiscono con nuove idee si sentono ancora più coinvolti e motivati per il successo del punto vendita.

3. Gratifica i tuoi collaboratori

Le persone vogliono essere tenute nella giusta considerazione. L’autostima è un bisogno umano e si alimenta di riconoscimento e fiducia in se stessi. La gratificazione è il motore che ci spinge a dare il massimo per ottenere risultati sempre migliori.

Riconoscere ai propri collaboratori il lavoro fatto, i rischi che hanno preso e i risultati che hanno ottenuto crea un ambiente di lavoro positivo, motivato e molto produttivo.

Celebra e festeggia con il tuo team.

Siamo talmente focalizzati sul futuro che raramente ci concediamo una pausa per apprezzare e celebrare i successi nel nostro lavoro. Celebrare ti permette di condividere sensazioni positive e di creare coesione e alleanza con il tuo team.

Ogni occasione (una buona vendita, il raggiungimento del target etc.) deve essere l’opportunità per celebrare con il tuo team.

4. Reggi l’imprevedibilità del mercato

Vendite “saltate” all’ultimo istante, appuntamenti costantemente rimandati, un continuo e frustrante adattarsi a clienti sempre più imprevedibili “Compro o non compro? Si… anzi no…. ci penso su e poi ripasso… le farò sapere…Lo rendo, non mi piace più…”.

Viviamo in tempi complessi e incerti. Per quanto tu possa organizzare e pianificare, ci saranno sempre imprevisti, appuntamenti cancellati, ritardi, emergenze e cambi di programma.

Non sprecare la tua energia e le tue capacità su cose e fatti che non dipendono da te. Non lamentarti o demoralizzarti, accetta la realtà e focalizzati solo sulle prossime azioni da compiere.

Diventa più flessibile! Organizzati la giornata e pianifica con metodo ma non farlo in modo maniacale e dettagliato! Lascia uno spazio per l’imprevisto.

5. Comunica in modo chiaro le priorità

Tu sai quello che vuoi dai tuoi collaboratori. Ma loro lo sanno?
Di solito, il personale di vendita non sa esattamente che cosa è fondamentale per i loro dirigenti.I dipendenti non possono svolgere bene le loro mansioni se non conoscono le priorità. Quali sono le tue?

La precisione e la pulizia? La soddisfazione del cliente? La vendita a ogni costo? Un servizio a 5 stelle? Essere gentile con i clienti? Qualunque siano le tue priorità, comunicale in modo chiaro e semplice.

Evita di utilizzare un linguaggio dispersivo (pieno di”…un po’…quindi…stavo pensando”…) che potrebbe indebolire il tuo messaggio. Esercitati a trasmettere messaggi sintetici e a utilizzare un linguaggio più incisivo, stimolante e orientato all’azione.

Se un collaboratore non ha soddisfatto il tuo standard, concentrati di più su cosa deve essere fatto per migliorare piuttosto su ciò che non ha funzionato.

leggi anche la parte 2 small ...

13 motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non decollano (parte 2)

rapporti personali sul lavoro

7. Sei sempre poco disponibile

“Questo non è il mio lavoro”
“Questo non mi compete”
“Mi spiace, non è il mio settore”
“Non lo so”
“Non posso”

Fai solo il tuo compitino, nel tuo orticello. Niente di più.

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Tutte le volte che te ne esci con frasi simili dai una pessima immagine del tuo modo di lavorare o del tuo approccio verso il compito ricevuto.

Queste frasi-taglia-gambe, se utilizzate spesso, indicano poca voglia di fare e pigrizia mentale. Non portano a niente, non risolvono il problema, sono segno di scarico di responsabilità e di poca disponibilità verso i tuoi colleghi.

8. Trasmetti poca empatia nei tuoi rapporti personali sul lavoro

Hai notato quanto desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto? Vogliamo essere compresi e capiti ma poi quando tocca a noi, cosa facciamo?

Un collega ci chiede un favore, gli promettiamo di aiutarlo e di andarli incontro. Ma poi non facciamo niente. Un collaboratore ci comunica un suo problema personale e noi pensiamo di essergli utili con semplici e spicciole frasi di circostanza.

La verità è che siamo distratti, poco interessati agli altri, concentrati su noi stessi, prevenuti, sempre pronti a giudicare e criticare.

Per trasmettere più empatia sul lavoro (e non solo) occorre uno sforzo d’interesse, di concentrazione e d’attenzione. Occorrono disponibilità, sano e sincero interesse verso gli altri. Fallo e diventerai, per i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori un punto di riferimento importante e irrinunciabile.

9. Sei molto permaloso

Ehi! Come siamo messi con le critiche? Ti avveleni la giornata anche per una semplice osservazione? Sei permaloso, non sopporti di essere criticato anche se sai di aver fatto un errore?

Ogni giorno ci può capitare di ricevere delle critiche e in genere non ci fa mai molto piacere. Come reagisci quando qualcuno ti dice la sua su di te o sul tuo comportamento? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

La reazione più frequente è quella di porsi sulla difensiva o, ancora più spesso, di contrattaccare in modo impulsivo.

È molto difficile essere oggettivi su noi stessi; ecco perché il punto di vista degli altri può fornirci indicazioni di come agire sulle nostre aree di miglioramento. Sono parte importante nello sviluppo della nostra autostima. Allora cerca di non chiuderti, non respingere le opinioni degli altri, anzi accoglile come un bene prezioso.

10. Non distingui amicizia e professionalità

L’amicizia sul lavoro è uno dei temi più delicati da affrontare. È naturale sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre. Avere amici sul posto di lavoro ci dà più carica e motivazione e una spalla cui poggiarsi in caso di difficoltà.

Prima di giudicare e fidarsi, però è meglio prendere del tempo per conoscere meglio chi hai davanti, per evitare valutazioni sbagliate e arrivare a voltare la faccia all’amica-collega.

Infatti, spesso, quello che appare come una relazione di amicizia, si rivela un rapporto fondato sull’interesse. La cosa migliore è mantenere un atteggiamento professionale e un comportamento equilibrato con tutti.

11. Sei negativo e lamentoso

Se apriamo la bocca solo per dire che “che lavoro noioso, ma com’è freddo oggi, se poi gli stipendi non sono puntuali …-“

oppure

se parliamo solo di problemi e mai di soluzioni, rischiamo di essere pericolosamente etichettati come il “collega negativo e lamentoso” da evitare a ogni costo.

Conosci qualcosa di più irritante e noioso, ascoltare qualcuno che si lamenta sempre, è sempre negativo e mai costruttivo?

Evitiamo le lamentele e le frasi del tipo “È impossibile” o “Non si può fare”. Sono molto negative, indicano scarsa voglia e che non ci si vuole nemmeno provare. Se le cose non vanno bene, anziché lamentarci, perché non proviamo a cambiarle?
Il mondo non può fare nulla per renderci felici. Noi sì.

12. Sei troppo aggressivo

Sei convinto che il mondo del lavoro è una giungla, una lotta continua, dove “la miglior difesa è l’attacco”; così se qualcuno ti fa un’osservazione, parti subito al contrattacco.

Lasci poco spazio, incalzi e tendi a importi in continuazione. Non ammetti quasi mai di avere torto. Usi il sarcasmo e le battute per svalutare gli altri. Sei critico e ogni occasione è buona per mettere in difficoltà i colleghi.

Non è che stai scambiando arroganza e prepotenza per grinta e carattere? Siamo in tanti a essere cascati in questo equivoco!

Spesso se siamo aggressivi, prepotenti o arroganti è in genere un tentativo, peraltro vano, di nascondere un profondo complesso d’inferiorità. La fiducia in se stessi si può manifestare in molti altri modi. Essere sicuri e avere fiducia in se stessi è sentirsi a proprio agio nei propri panni. La fiducia più profonda è quella che si manifesta in modo tranquillo, calmo e contenuto.

rapporti personali sul lavoro

13. Sei troppo passivo

Ti metti sempre poco in discussione?

Eviti il confronto e il conflitto pur di mantenere la pace e la tranquillità? Quando sei chiamato a decidere ti adegui al volere del gruppo o del capo, anche se non sei d’accordo?

Questo comportamento se da un lato ci permette il quieto vivere lavorativo, dall’altro può generare numerose incomprensioni che ci fanno accumulare rabbia e rancore. Quindi, nessuna lite o divergenza ma come la mettiamo con i bruciori di stomaco?

Leggi la parte 1 perchè i tuoi rapporti personali sul lavoro non decollano.

In conclusione, lavorando sul nostro approccio possiamo valorizzare e sfruttare veramente le nostre potenzialità, anche sul lavoro.
Possiamo lavorare meglio con i colleghi o con il team, evitando inutili conflitti nei nostri rapporti personali sul lavoro.

Per sopravvivere nella giungla dei rapporti personali sul lavoro, la cosa migliore è mantenere un atteggiamento professionale e un comportamento equilibrato con tutti, tanto con i colleghi che frequentiamo anche fuori dal lavoro che quelli che ci piacciono meno.

E tu, cosa ne pensi?
Basterà per mettersi al riparo da pettegolezzi, invidie e “vendette”?


13 motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non decollano (parte 1)

rapporti interpersonali al lavoro

Poco importa quale sia la tua professione, il tuo ruolo e quanto tu debba stare in contatto con le persone durante la tua attività lavorativa … una cosa è certa …

i rapporti interpersonali al lavoro sono complessi.

Colleghi pettegoli, responsabili pesanti, dipendenti indisponenti, clienti noiosi …
gestire i rapporti interpersonali al lavoro è tutt’altro che semplice e lo sai bene anche tu, visto che ogni giorno ti trovi a convivere con questi comportamenti che provocano contrasti e tensioni.

Ognuno ha il suo stile, il suo carattere e le sue manie.

C’è chi è troppo passivo e chi, al contrario, è troppo aggressivo. Chi è maleducato, chi è troppo permaloso, pettegolo o poco disponibile verso gli altri.

E tu, come ti relazioni con i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori? Sei socievole, chiuso o diffidente? Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni, i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

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Vediamo insieme 13 possibili motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non funzionano come vorresti, senza la presunzione di offrirti una lista esaustiva, visto la complessità e la vastità dell’argomento.

1. Hai sempre una scusa pronta

“Non è colpa mia”
“Ero di libero”
“Non ne so niente”
“Boh! Non lo so, chiedete a Luigi …”

Non ti assumi mai le responsabilità. Te ne tiri sempre fuori. Non eri lì, e se c’eri, eri occupato a fare altro…ne hai sempre pronta una!

Possibile che sono sempre gli altri gli incompetenti, quelli che non capiscono niente, quelli che sbagliano? Riversare la colpa sugli altri è un atteggiamento frequente soprattutto quando ci sentiamo insicuri o abbiamo paura di fallire.

Assumersi le responsabilità è un mezzo potente per creare rispetto e fiducia nei tuoi colleghi o collaboratori e, allo stesso tempo, incoraggi gli altri a fare lo stesso.

2. Le spari sempre troppo grosse

Sei diventato così bravo che riesci a cogliere ogni occasione per agganciarti al discorso e iniziare a parlare di te, delle cose che hai fatto, di quello che ti successo e allora …

… avanti con viaggi mai fatti, sport mai praticati, hobby mai coltivati o conoscenze importanti mai frequentate, solo per apparire più interessante o attraente agli occhi di colleghi o collaboratori.

Spesso non sono totali invenzioni ma solo “piccole” forzatura della realtà. Niente di grave, per carità, ma pensi davvero che, così facendo, riuscirai a impressionare gli altri e sembrare più interessante o intrigante?

Una cosa è certa, alla lunga diventi sicuramente scontato, pesante e spingi gli altri a evitarti.

3. Sminuisci gli altri per metterti in luce

Molte persone sono predisposte a mettere in cattiva luce gli altri, per apparire migliori di quello che sono.

Ogni occasione è favorevole, per mettersi in buona luce, sminuire gli altri, utilizzando bugie che feriscono in maniera mirata una determinata persona davanti al capo o ai colleghi.
Queste persone prima individuano i bersagli, che sono ritenuti da ostacolo per la propria carriera lavorativa, poi cercano di demolirli con menzogne anche raffinate, alterando dati, fatti e situazioni, solo per eliminare la concorrenza.

Le scorciatoie, anche se invitanti, non portano a nulla! La verità, alla fine, viene fuori, e i benefici immediati a lungo termine non premiano.

Imposta la tua carriera sul talento, la volontà e la competenza! Anziché svalorizzare gli altri, cerca di dimostrare sul campo il tuo valore, porta pazienza e vedrai che la tua costanza sarà premiata.

4. Dipendi dalle opinioni degli altri

Cambi la tua personalità e i tuoi modi di fare secondo la persona che hai di fronte? Vuoi sentirti dire continuamente dagli altri che sei competente e indispensabile?

Se abbiamo bisogno continuamente del giudizio positivo degli altri, è un chiaro segno che dobbiamo lavorare sulla nostra autostima. Alla base abbiamo paura di essere rifiutati o emarginati dal resto del gruppo. È uno schema mentale che ci porta spesso a fare di tutto per compiacere i nostri colleghi o i nostri collaboratori, pur di ottenere la loro stima.

Se dobbiamo continuamente soddisfare le aspettative degli altri, diventiamo dei burattini sotto il comando delle persone. Nessuno apprezza realmente chi asseconda sempre gli altri, come un cagnolino.

Non diamo troppo peso a quel che dice la gente: oggi ci osannano, domani ci condanneranno. “Alleniamoci” invece a convivere con la disapprovazione.

5. Cedi alla maleducazione

Educazione al lavoro è sinonimo di professionalità e quando non lo sei ti esponi ad attacchi, dai quali non è possibile, o difficile, difendersi.

Puoi avere un pessimo carattere, essere stressato o sotto pressione ma l’educazione è imprescindibile per riuscire a gestire in modo positivo i tuoi rapporti interpersonali al lavoro.

6. Ti piace gossippare

C’è chi dice che, sul lavoro, non bisognerebbe parlare d’altro… ma sen’altro esagera e poi per 8 o 9 ore rimanere al di fuori dei pettegolezzi, da pausa caffè, non è cosa facile.

Spettegolare un po’ con i colleghi più stretti può essere salutare perchè stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero. Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo. I pettegolezzi e il gossip al lavoro diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati, con un’escalation dei toni e della forma, o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Evita di farti coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i tuoi rapporti interpersonali al lavoro o di trovarti in situazioni spiacevoli.

rapporti interpersonali al lavoro

7 suggerimenti per lavorare meglio con un capo più giovane

capo più giovane

Il lavoro ci pone ogni giorno sempre di fronte a nuove sfide.
Non si finisce mai di imparare.
I tempi sono cambiati.

Nelle aziende sono sempre di più i giovani che, con competenze specializzate, ricoprono ruoli di team leader e manager, e può essere facile trovarsi, di punto in bianco, a ricevere compiti o direttive da un capo più giovane di noi.

All’inizio può essere un colpo basso per il nostro ego.
Questo giovane competente e brillante (speriamo) ci fa sentire il peso del tempo che passa, delle opportunità svanite, di una carriera che forse non ci ha dato le soddisfazioni che sognavamo o meritavamo.

E poi c’è il nuovo che avanza e il cambiamento che è lì, proprio dietro l’angolo, con tutte le sue insicurezze e le sue paure.
Per molto tempo ci siamo abituati a certe regole e certi ritmi lavorativi,
ora le cose sembrano dover cambiare.

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Anche noi dobbiamo cambiare e prendere atto che il nostro capo, anche se giovane,
probabilmente ha molto da insegnarci, nostro malgrado.

Come lavorare con un capo più giovane:

1. Non auto commiserarti

Non sentirti da meno rispetto ai giovani superiori. Non sprecare energia in sentimenti d’insicurezza o di risentimento verso il tuo capo.

Lascia stare pettegolezzi o allusioni sulla sua età.
È il momento di concentrarsi sul cosa fare per tenere il passo del cambiamento.

2. Hai sempre qualcosa da offrire

Esperienza, competenza, maturità, una rete di contatti personali e professionali.
Lo chiami poco?

I tuoi anni di esperienza devono essere la spinta per diventare un punto di riferimento per tutti, anche per il tuo capo, nel caso ne avesse bisogno.
Concentrati sui tuoi punti di forza;
la tua azienda ha bisogno d’innovazione e novità ma anche di esperienza e solidità.

Parla delle tue abilità.
Mostra al tuo capo/a le competenze che hai e in quali settori sono applicabili.
Senza vantarti o osannarti troppo spiega i progetti, le attività e le vendite che hai fatto e come potresti aiutarlo nelle attività future.

3. Pensa agli aspetti positivi di un capo giovane

Un capo più giovane (probabilmente) porterà una ventata di freschezza e novità, nuova energia e nuove prospettive;
che è sicuramente un bene in un momento in cui, nel mondo del lavoro e non solo,
l’entusiasmo è sparito e le idee mancano.

4. Adatta la tua comunicazione

I più giovani sono abituati a risposte più immediate e veloci, a tenere la maggior parte delle relazioni online,
quindi dimentica lunghe riunioni e incontri faccia a faccia.

Confrontati con il capo e chiedi quale modalità preferisce per comunicare; devi adattarti tu, magari aiutandoti con le nuove tecnologie.
Frequenta corsi in grado di migliorare le tue abilità e conoscenze in modo di reggere il passo con le nuove tendenze del mercato e della tecnologia.

5. Tratta la persona come qualsiasi altro capo

Nel pieno rispetto delle regole.
Ha ottenuto quella posizione perché ha le competenze giusto o ha colpito positivamente chi l’ha scelto
(Ehi! immagino cosa stai pensando, a volte non è così ma questa è un’altra storia!).

il capo/a, pur giovane, apprezza i collaboratori che rispettano le scadenze, che sono puntuali,
che riconoscono i propri errori e lavorano sul miglioramento.

6. Rimani aperto e disponibile al dialogo

Invita il tuo capo, di tanto in tanto, a prendere un drink o una cena per conoscersi meglio.
Rimani disponibile al dialogo, alla collaborazione, a scambiare le tue idee o opinioni.
È fondamentale se si vuoi vivere in armonia, avere una buona intesa lavorativa e non avere conflitti con il tuo capo.

Se avverti un fastidio a causa della differenza d’età, chiedi un incontro privato e parlane con tatto e con rispetto.
Potresti essere sorpreso nello scoprire che anche lui/lei ha gli stessi problemi sull’età oppure risolverà la questione in maniera soddisfacente per entrambi.

Come puoi saperlo fino a quando non chiedi?

7. Diventa un supporto esperto e concreto

Non fissarti sulla differenza d’età e sull’idea che un giovane non abbia nulla da insegnarti.
Non pretendere considerazione solo per ragioni d’anagrafe!
La stima degli altri non aumenta automaticamente con il passare degli anni,
la fiducia va conquistata.

Vuoi che il capo giovane si appoggi molto di più a te, come simbolo di solidità e sicurezza?
Bene. Dimostralo!
Non dare nulla per scontato, parti da zero, dimostra sul campo chi sei e cosa sai fare,
a prescindere.

Non comportarti come un genitore, che “insegna”, dà consigli e suggerimenti fuori luogo o paternalistici.
Ci vuole poco a diventare saputello, compiacente o invadente.
Non dimenticare che è sempre il tuo capo/a!

Se non è richiesto il tuo punto di vista, è meglio non dire nulla e non atteggiarsi a mentore o guida.
Solo così guadagnerai la considerazione e la fiducia del tuo giovane superiore.

Lavorare con un capo più giovane è allo stesso tempo una sfida e un’opportunità di crescita.
Se la prendi nel modo sbagliato, ti aspettano tempi duri; considerala invece un’occasione di rinnovamento e di lavorare con qualcuno che ha probabilmente molto talento.

Cosa ne pensi? Prendere ordini da un capo più giovane di te, ti dà fastidio?
Secondo te quanto conta la differenza d’età?

Frasi da evitare nella vendita: “Non si preoccupi “

frasi da evitare nella vendita

Dovremmo parlare molto meno.
Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Quando vendiamo, siamo appassionati ma anche un pò nervosi, vogliamo spiegare, convincere, parlando più del dovuto. Se parliamo troppo, rischiamo di non capire davvero le vere esigenze del cliente oppure di usare espressioni che ci fanno apparire offensivi, incompetenti o poco corretti.

Ci sono frasi da evitare nella vendita?

 

Certo!. Dobbiamo prestare molta attenzione a tutte quelle espressioni, frasi o parole che possono, a livello inconscio, essere interpretate negativamente dal Cliente.

Se poi, utilizziamo queste frasi nei momenti più delicati e cruciali della trattativa, quando siamo anche più emozionati o nervosi, il rischio che salti la vendita è molto alto.

Un bel pasticcio vero? Era quasi fatta e poi la vendita ha fatto … pluff!

Garanzie di nessun valore

”Non si preoccupi”
“Glielo garantisco io”
“Stia tranquillo”

Sono espressioni riempitive che indeboliscono la nostra comunicazione, sono classiche frasi da evitare nella vendita. Sono entrate talmente in uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più quando e come le diciamo.

“Non si preoccupi … queste pieghe poi vanno via”
“È impermeabile questo giaccone?” “Si, certo… Glielo garantisco io”
“Stia tranquillo..questo maglione è caldo e resistente”

Se con queste frasi pensiamo di essere rassicuranti e trasmettere tranquillità al nostro cliente ci stiamo sbagliando di grosso perché, in realtà, comunichiamo leggerezza, incompetenza e aumentiamo dubbi e perplessità.

Perché?

Non rispondiamo alla domanda, non diciamo nulla di concreto e non dimostriamo niente. Sono risposte banali, superficiali che lasciano insoddisfatto il cliente.

Infatti, non abbiamo spiegato perché il giaccone è ideale per la pioggia, perché il maglione è caldo e resistente e le pieghe vanno sicuramente via. Non possiamo più pensare di “mettere via il cliente” con un bel sorriso e un cordiale “Glielo garantisco io”.

Il cliente oggi è molto più informato e competente, analizza i vari prodotti e confronta prezzi. Legge articoli, approfondimenti, analizza, si confronta su community e social network.

Non mettiamo in gioco la nostra professionalità

Il cliente di oggi esige garanzie solide e sicure sul prodotto che gli stiamo offrendo.

Spesso risposte del genere sono indice di scarsa conoscenza del prodotto che vendiamo. Non sappiamo cosa dire e allora ci rifugiamo dietro queste espressioni fumose che ci danno solo l’illusione di trasmettere rassicurazione e tranquillità.

Non mettiamo in gioco la nostra professionalità! Se operiamo oggi, nella vendita non possiamo più improvvisare né affidarci soltanto alla buona volontà e all`intuito.

Nei miei corsi di vendita chiedo sempre di rispondere con onestà; siamo davvero capaci di spiegare al cliente, in modo professionale e competente, perchè non si deve preoccupare e può stare tranquillo? Perché, per continuare l’esempio di prima, il giaccone è impermeabile e il tessuto è caldo e resistente?

Al cliente di oggi servono prove concrete

Trasmetti precisione, praticità e competenza. Informati sulle caratteristiche dei prodotti e dei tessuti. Preparati le risposte.

Nell’esempio di prima al posto del famoso “Non si preoccupi” puoi rispondere “Certo. Le spiego… il giaccone è impermeabile e traspirante grazie alla membrana che, impiegata nella lavorazione laminata, garantisce l`impermeabilità anche delle tasche esterne, come può vedere … “.

Per sradicare l’abitudine del “Non si preoccupi” ci vuole molta pratica. Non sarà così facile. Hai “sempre detto così” e ti diventa difficile cambiare, migliorare. Da domani, presta attenzione a cosa dici al cliente, conta quante volte usi “Non si preoccupi” e comincia a invertire la tendenza. Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturalezza.

Noterai che qualcosa di grande cambia.

Come dire no ai collaboratori con più efficacia e meno stress (parte 2)

come dire no

leggi anche la parte 1 small ...

Come Dire “NO”:

1. Parla in modo deciso e diretto

Usa il “NO” a inizio frase, scuoti la testa per sottolineare il tuo rifiuto.
Guarda negli occhi il tuo interlocutore e sostieni il suo sguardo.
Usa un tono della voce deciso, senza tentennamenti.

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Non dare l’impressione che tu ci possa ripensare altrimenti,
continueranno a insistere.

La tentazione di rispondere nel modo più cortese possibile ti potrebbe far perdere incisività.
Puoi rispondere con un semplice NO in modo diretto ed essere comunque cortese:

  • “Mi dispiace. In questo momento non è possibile”
  • “Preferirei di NO”
  • “NO, ti ringrazio. Grazie per avermelo chiesto”

2. Non dilungarti in scuse o giustificazioni

Così dai l’impressione di sentirti in colpa o di essere insicuro! Dai una spiegazione breve e concisa.
Evita giri di parole e vai direttamente al punto.
La ragione del tuo rifiuto, può anche essere importante ma al tuo collaboratore interessa poco.

Vuole solo sapere se la sua richiesta è accettata o no.
Se parli troppo, potresti anche finire, alla lunga, col dire di sì …
facendo autogol!

3. Fornisci la giusta spiegazione

E’ più facile convincere gli altri quando gli spieghi il perché del tuo rifiuto.

Un buon espediente è menzionare le priorità del momento per fa capire le tue motivazioni.
Se vuoi essere ancora più convincente, condividi le informazioni con il tuo collaboratore in modo che veda anche lui le precedenze e le priorità.

  • “NO, mi spiace. In questo momento siamo sotto di personale. Guarda tu stesso il piano”
  • “NO, non posso, devo concentrarmi su …”
  • “NO, in questo momento, come saprai, abbiamo la priorità di … “

4. Cerca un’alternativa o una soluzione

Puoi dire “NO” ma proponendo un’alternativa (anche se più modesta oppure più in là nel tempo) dimostri interesse per l’altro e di aver capito l’importanza della sua richiesta.

  • “NO, Sandra non può, è già impegnata. Che ne dici di Roberta? Prova a chiederlo a lei …”
  • “No, ma forse possiamo …”
  • “No, mi spiace! Che ne dici di un paio d’ore settimana prossima?”

A volte ti potrebbe capitare …

… di trovarti davanti ad un collaboratore insistente,
ripeti la risposta e motiva nuovamente il perché del tuo rifiuto, se continua,
spiega esplicitamente che non ne vuoi parlare di nuovo,
non sei obbligato a spiegare ulteriormente le tue ragioni.

Oppure … di ricevere una richiesta da un tuo collaboratore in un momento in cui sei occupato, stressato,
stanco
e non sai dire sì o no immediatamente.

In questo caso, se possibile, chiedi del tempo per riflettere (possono bastare anche pochi minuti!),
in modo da focalizzarti ed evitare pericolosi dietro front (vedi i prossimi esempi) che offuscano la tua immagine di leader.

Come dire no: 5 errori che dovresti assolutamente evitare

1. Cerchi di convincere del perché del tuo rifiuto

come dire no

 

Non mettere la discussione sul piano delle lamentele personali (ti senti stressato, stanco, oberato di lavoro, etc.).
Non devi convincere nessuno; così facendo diventi solo “patetico” e i tuoi collaboratori non ti prenderanno sul serio.

2. Sei troppo disponibile o troppo “molle”

Non parlare con voce sommessa ed esitante,
non riempire le tue motivazioni di “ehm…ehm…” che indeboliscono il tuo messaggio.

3. Interrompi l’altro mentre sta ancora parlando

Dici “NO” troppo velocemente senza aver capito cosa ti è chiesto.
Non aspetti che il tuo collaboratore finisca di parlare perché immagini (forse anche a ragione) dove sta andando a parare e lo blocchi subito.

Questo è un metodo semplice per far sentire gli altri frustrati e non ascoltati.
Impara ad ascoltare i tuoi collaboratori:
è il segreto per avere una comunicazione davvero efficace.

La comunicazione è il primo passo verso il tuo successo di leader.

4. Prima dici “NO”, poi ci ripensi e dici SI

Se torni indietro facilmente sulle tue decisioni, comunichi ai tuoi collaboratori che non sono tenuti a rispettare le tue decisioni,
perché se insistono un pò, avranno la meglio.

 

Evita questi pericolosi dietro-front perché le persone potrebbero pensare che sei poco risoluto e le tue risposte siano “trattabili”.
Cambiare idea è naturale e indice di una buona flessibilità mentale.
Le ragioni della tua retromarcia però non devono essere dettate dalla paura del giudizio o dal bisogno di accettazione.

5. Dici “SI”, sapendo già, che poi dirai “NO”

Accetti subito la richiesta, per timore o indecisione, sapendo già che tanto poi gli farai sapere (non di persona ma via mail o tramite qualche collega “messaggero”) che non se ne fa più niente!

Così facendo, dimostri di essere debole,
pauroso e subdolo (uno che non ci mette la faccia) e che sei lontano dall’immagine di quel leader forte e coerente che meritano i tuoi collaboratori.

Se ti stimola l’argomento (come dire no) scopri come posso aiutarti a gestire con più efficacia i rapporti, contrasti e conflitti con i tuoi collaboratori o i tuoi colleghi.

Ti è già successo di ricevere, da parte del tuo capo o della tua azienda, un clamoroso dietro front che ti ha letteralmente spiazzato?
Come è stato giustificato? E tu come hai reagito?
Hai appreso come dire no?

Come dire NO ai collaboratori con più efficacia e meno stress (parte 1)

dire no

Faccio sempre un’incredibile fatica a dire “NO” a un mio collaboratore, ho sempre l’impressione di deluderlo o che mi porterà rancore per questo. Non so dire di “NO”, alla fine sono oberata d’impegni e faccio il lavoro anche dei miei collaboratori.
Dico di sì a tutto, penso sia il mio modo di comprarmi l’affetto da parte delle persone e del mio team.

Tania T. – team leader settore telecomunicazioni

La mia difficoltà a dire no mi porta a sganciare la bomba del “NO” secco e scappare via.
Dico NO in modo brusco e senza dare spiegazioni o un’alternativa mi dileguo nel mio ufficio.
Mi rendo conto che è un brutto gesto.
Mi piacerebbe essere diverso, più disponibile e aperto verso i miei collaboratori ma non ci riesco
.”
Sergio S. – junior export manager settore arredamento

Perché devi imparare a dire NO

Iniziamo cosi, subito decisi e diretti al punto.

Se vuoi dirigere i tuoi collaboratori (e anche te stesso) verso l’eccellenza, come leader del tuo team,
non ti puoi permettere di essere troppo tollerante, accondiscendente o “molle”.

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Se eviti di dire “NO” per amicizia, timore o per mantenere pace e tranquillità, rischi di perdere la fiducia e la stima del tuo personale,
dai un`immagine di leader debole e demotivi tutti i tuoi collaboratori.
Anche se dire “NO” non è facile e mai piacevole, dire “SI”,
senza essere convinto, è molto peggio.

Se non metti dei paletti o dei limiti da rispettare, le persone capiranno che possono facilmente metterti i piedi in testa e approfittare della tua disponibilità (e credimi, lo faranno). A lungo andare diventa frustrante, castrante e perdi autostima e motivazione … con tanti saluti ai buoni risultati!

Questo per spiegarti che dire “NO” è una delle abilità più importanti se vuoi avere il pieno controllo della tua vita professionale.
Comincia già da oggi, allenati a dire “NO”,
sarai sorpreso come le persone la prendono meglio di quanto tu creda!

Perché è difficile dire NO

Non importa quale sia la ragione per cui hai difficoltà a dire “NO” ai tuoi collaboratori …
alla base c’è una preoccupazione comune: la paura delle conseguenze di fronte ad un rifiuto.

È normale preoccuparsi delle conseguenze dei tuoi “NO” ma la tua apprensione non dovrebbe mai impedirti di agire al meglio per gli interessi di tutto il team, della tuo lavoro e anche per te stesso.

dire no

 

Paura del conflitto

Abbiamo paura che il nostro rifiuto diventi una discussione che potrebbe sfociare in uno scontro o un litigio,
con conseguenze negative sul nostro rapporto lavorativo futuro.

Il tuo collaboratore sarà ancora con te? Ti giudicherà un tiranno o un montato?
Magari ti “rende pane per focaccia” alla prima occasione oppure è uno che risponde a tono e bisogna tirar fuori le unghie.
Meglio dire SI e queste problematiche spariscono di colpo.

Senso di colpa.

Ci sentiamo in colpa, in debito, verso le persone.
Dire di SI sembra il modo migliore per “pagare il nostro debito”.
Abbiamo paura di essere scortesi.
Siamo delle brave persone e vogliamo essere cortesi e disponibili con gli altri.

 

Dicendo di “NO” abbiamo paura di offendere l’altra persona;
ci potrebbe restare male e portarci rancore in futuro.

Paura del giudizio

Se abbiamo bisogno del giudizio positivo dei nostri collaboratori (alla base c’è la paura del rifiuto e di essere emarginati) dobbiamo soddisfare le loro aspettative;
aspettative che rischiano di diventare via via sempre più impegnative.

Paura di essere esclusi

Abbiamo paura che dicendo spesso di “NO”, il nostro team non ci darà più il suo rispetto,
il suo supporto o il suo affetto…e ci escluderanno dal gruppo.

Dire NO nel modo giusto

Anche se non hai problemi a dire “NO”, puoi sempre apprendere come utilizzarlo con più efficacia.
Un “NO” troppo brusco, polemico, aggressivo senza spiegazioni o alternative può compromettere un rapporto o raffreddare il tuo ambiente professionale.

In fondo, ti basta un pò di strategia e un pizzico di diplomazia in più.

leggi anche la parte 2 small ...

Come trattare con efficacia il cliente aggressivo

cliente aggressivo

Come si comporta il cliente aggressivo

Il cliente aggressivo ha il suo motto “la miglior difesa è l’attacco”; così cerca di metterti in difficoltà con richieste di dettagli e di particolari. Ti lascia poco spazio, t’incalza, t’interrompe frequentemente e tende a imporsi in continuazione.

Se apprezza qualcosa, non te lo fa vedere. Per lui sei un nemico, anche se sei disponibile, cortese e stai facendo di tutto per assecondarlo e andare incontro alle sue esigenze.

Quando ha un reclamo da fare, dà il meglio di se.

Se lo contraddici, non ammette quasi mai di avere torto. Spesso usa un tono di voce alto e aspro, usa il sarcasmo, fa battute o cerca di svalutarti. È critico e coglie ogni occasione per metterti in difficoltà. Quando se ne va, ti butteresti a peso morto su un letto. Ti ha prosciugato tutte le energie.

 

Ti suona familiare?
Che cosa fai quando ne incontri uno così? La prima reazione ti porta, di solito, a chiuderti in difesa, a provare risentimento e aggressività, partire al contrattacco e finire … nella litigata che il cliente tanto desiderava.

Non cadere in questa trappola.

Questo impulso, anche se naturale e comprensibile, può portare a un inasprimento dei toni e a un’escalation dalle conseguenze imprevedibili per te e il tuo lavoro.

Cosa non fare

• Evita di insistere per fargli cambiare idea su di te o sul tuo prodotto perché tanto non ti ascolta e non gli interessa.

• Non cercare di giustificarti, non sentirti in dovere di spiegare e di chiarire troppo. L’hai detto, l’hai ripetuto con garbo e cortesia … bene, basta cosi!

• Non rispondere alle sue provocazioni con altri attacchi.

• Mentre parla non anticiparlo, non andargli sopra. Ascoltalo con pazienza fino alla fine senza interromperlo.

Cosa fare

• Ascoltalo con pazienza. Ascolta attentamente per capire il problema o per cercare di creare un buon clima relazionale. Ricorda: pazienza e ancora pazienza o tornerai a casa con il bruciore di stomaco.

• Cerca di disperdere la sua aggressività. Non fare resistenza. Fai defluire la sua onda d’urto. A volte, può essere sufficiente che il cliente dia libero sfogo alla propria aggressività per poi riprendere il controllo.

• Cerca di trovare o vedere aspetti della discussione dell’altra persona con cui puoi concordare.

• Chiarisci qualsiasi divergenza: il comportamento aggressivo spesso deriva da malintesi

• Proponi una soluzione o un’alternativa.

• Rimani calmo, sempre cortese e rassicurante, e non lasciarti coinvolgere.

• Tieni sotto controllo la situazione. Non essere a tua volta minaccioso, fai credere di essere innocuo e gestibile a suo piacimento. Mi raccomando fallo solo credere. Sei tu che devi tenere la situazione sotto controllo.

L’errore TOP che devi evitare

Non comportarti allo stesso modo. Il cliente aggressivo, si aspetta qualcosa da te: un’arrabbiatura, un attacco o un insulto.

Non rispondere alle provocazioni con altri attacchi altrimenti l’unico effetto sarà quello di esasperare il conflitto e non di arginarlo.

Non perdere la calma, non lasciarti coinvolgere emotivamente e rispondi con cortesia. E non cedere: in breve non saprà più cosa fare e capirà che con te “non attacca”.

Che dire? Una bella sfida vero?
E tu come ti comporti? Lo ascolti con pazienza oppure tiri fuori le unghie e gli rispondi per le rime?

Come creare un rapporto e conquistare la fiducia del cliente

la fiducia del cliente

Una store manager di un grande punto vendita di abbigliamento mi dice:
“Come conquistare la fiducia del cliente? Sempre più difficile! Spesso non riusciamo a fare neanche il primo passo verso la cliente. Molti anticipano anche le nostre intenzioni “Sto solo dando solo un’occhiata, grazie!”…Questo ci blocca e mi rende insicura…vado o non vado?…Ci sembra tutte le volte di disturbare… “

Ma quanto è sospettoso e guardingo il cliente di oggi?
Sempre a debita distanza.
Se li vai incontro, si ritrae. Se insisti, si dilegua.
Se cerchi un contatto, ti blocchi davanti ad un muro di sfiducia e perplessità.

Quando entra nel punto vendita, vuole essere libero di guardarsi attorno,
senza occhi che lo scrutano avidi per capirne le intenzioni “Che fa? Compra o non compra?”.

Il prezzo della vendita aggressiva

Anni e anni di corsi di vendita che esaltavano la figura del venditore aggressivo (ovvero costi quel che costi si doveva sempre vendere qualcosa) ci lasciano in eredità un cliente sempre più guardingo e diffidente.

 

Come venditori,
abbiamo imparato (in alcuni casi anche molto bene!) a convincere, persuadere, gestire obiezioni o a superare resistenze.

Siamo partiti con le migliori intenzioni ma siamo diventati con il tempo delle macchine, più o meno efficienti, che cercano di plasmare, rubare la fiducia (facendo finta di avere un interesse in comune o attraverso una “simpatia” costruita) e convincere il cliente ad acquistare il nostro servizio o prodotto.

Questo approccio di vendita è oramai superato

Il problema, te ne sarai accorto anche tu, è che adesso questo processo di vendita funziona molto meno, e in molti casi, non funziona più del tutto.
Anzi, diventa penalizzante.

Questa visione è superata perché è un approccio che tende a manipolare il compratore. I clienti non vogliono sentirsi più manipolati, non accettano più che la vendita passi attraverso una fase in cui debbano farsi convincere ad acquistare un certo servizio o prodotto.

I tempi stanno cambiando!

Il compratore è diventato più informato, analizza i vari prodotti e confronta prezzi da solo. Non si fa più metter via da una frase ad effetto e un sorriso di circostanza!

Ti risponde a tono e con precisione.
Prima di acquistare un articolo o un prodotto si domanda di cosa si tratta, quali vantaggi avrà, se soddisfa le sue aspettative, se li serve veramente, chi lo vende e com’è la marca.

Se reputa di aver subito un torto o di aver ricevuto un articolo che non soddisfa la sua esigenza, si lamenta apertamente con tutti. Non torna più, va da altri, ci molla dimenticando quello di buono che abbiamo fatto per lui.

Pensiamo davvero di creare la fiducia del cliente grazie ad una tecnica, una sequenza di movimenti, un susseguirsi di pose convincenti o frasi persuasive?
Oppure seguendo con precisione uno schema stabilito (fai prima questo…poi dici quello …) e incorniciando il tutto con un bel sorriso di circostanza?

La fiducia è empatia, interesse reale, è un tasto emotivo molto sensibile per ognuno di noi. La fiducia è una cosa seria: difficile da conquistare, facile da perdere e impossibile da riconquistare quando è stata tradita.

Come conquistare la fiducia del cliente?

Siamo sinceri, appassionati del nostro lavoro, ascoltiamoli con attenzione, siamo attenti ai loro bisogni, cerchiamo di aiutare e non pensiamo (solo) a vendere …a quel punto, tutte le astuzie, tecniche e tattiche non serviranno più!

Mettiamo i nostri clienti al centro del processo di vendita, aiutiamoli, con una consulenza o servizio competente, a risolvere i loro problemi e soddisfare i loro desideri.

Teniamo pronte risposte, spiegazioni e soluzioni

Risolviamo tutti i loro dubbi. Non sorvoliamo o nascondiamo argomenti delicati e spinosi per il cliente. Con una comunicazione semplice, trasparente e onesta, offriamo sempre la massima chiarezza su prezzo, garanzia, reso, qualità, supplementi, firme, contratto, postille etc …

Aiutiamo la nostra clientela a districarsi dal sovraccarico d’informazioni che la irrita e la rende insicura.
Se vogliamo la fiducia del cliente, diventiamo per loro, un punto di riferimento concreto e fidato.

Ci ripagheranno con la loro fedeltà e tutta la loro fiducia.
Sta a noi poi, maneggiare la loro fiducia con estrema cura, e contraccambiare la loro disponibilità.

Cosa ne pensi?
Come venditore, saresti disposto ad abbandonare la vendita (o indicare un tuo concorrente) se la tua offerta non permette al cliente di soddisfare i propri obiettivi?

Preferenze e simpatie: ecco come perdi punti con il tuo team

gestione dei collaboratori

“Con noi sbotta subito … con lei solo smancerie e sviolinate”
“Figuriamoci! Arriva sempre in ritardo … e nessuno dice niente!”
“Noi part time, qui dentro, siamo l’ultima ruota del carro …”

Avrai certamente notato come i tuoi collaboratori ti osservano costantemente,
sono attentissimi al tuo comportamento e sensibilissimi a come interagisci con ognuno di loro
.

Favoritismi, preferenze e simpatie, emergono tuo malgrado,
e all’interno del team creano sfiducia e demotivazione.

Gestione dei collaboratori? È necessario essere imparziali

Puoi essere un capo esigente, uno con “la critica facile”, pignolo e pesante … l’importante, è che quest’approccio sia comune a tutti i tuoi collaboratori,
e ogni membro del team sia trattato in modo equo e coerente.

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Hai fatto caso,
che la prima cosa che, ogni sindaco si precipita a dire,
appena eletto, è “Sarò il sindaco di tutti!?”.

Proprio per rimarcare con forza la volontà di non creare favoritismi o disparità nei suoi cittadini
(poi la realtà, a volte, è diversa ma questa è un’altra storia!).

I grandi leader hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perdono mai l’occasione di essere amichevoli,
con tutti, nel comportamento e nei gesti.

Prova a trasformare te stesso e il tuo team. Prendi a cuore gli interessi di tutto il tuo staff, i loro problemi personali, aiutali a bilanciare lavoro e vita privata ed evita disparità e differenze tra i tuoi collaboratori.

Vediamo assieme 6 comportamenti da evitare per scongiurare il pericolo di preferenze e favoritismi nel tuo team e avere una gestione dei collaboratori efficace:

1. Non fai rispettare le regole

Evita di sorvolare o non dire niente per amicizia o simpatia.

Capisco che richiamare o rimproverare una persona con la quale hai un certo feeling,
non è piacevole e può compromettere il rapporto ma così facendo rischi di perdere la faccia e la stima del resto del personale,
dando un`immagine di leader debole.

In questo modo penalizzi tutti i collaboratori che lavorano con dedizione e rispetto delle regole,
persone che non vogliono sentire scuse o giustificazioni ma desiderano solo che sia rimarcato un concetto molto semplice e basilare:
se le regole esistono, tutti devono rispettarle.

2. Non coinvolgi tutto il team

Discuti, ti confronti o coinvolgi sempre e solo la stessa persona o il solito gruppetto, a te gradito!

Per gli altri,
solo comportamenti di circostanza e direttive di routine.

Ovviamente ci sono collaboratori che sono e devono essere più coinvolti rispetto ad altri,
ma devi cercare di coinvolgere (con le dovute differenze) ogni membro del tuo team.

Anche le persone con compiti “secondari” desiderano fare un buon lavoro,
avere degli obiettivi da raggiungere e partecipare al successo dell’azienda per la quale lavorano.

Rendi partecipi tutti i tuoi collaboratori di ogni iniziativa e attività.
Grazie ad una comunicazione semplice e trasparente.
Si sentiranno importanti.
Migliorerà la loro autostima e aumenteranno l’impegno e la produttività.

3. Dividi il tuo team in categorie

La divisione del team in categorie, anche solo mentale o per tua comodità,
ti porta inevitabilmente, anche senza volerlo, a creare differenze:
nuove assunte vs vecchia guardia, tempo pieno vs part time, venditori vs magazzinieri, etc.

Nel tuo team non ci devono essere “panchinari”.
Fai come gli allenatori di calcio, la loro più grande sfida è di fare gruppo, evitare di creare gap tra i vari giocatori …
“La mia squadra è composta di 22 giocatori …” è la loro frase preferita.

Usa sempre il “NOI”;
racchiudi idealmente tutti i membri del tuo staff
(dalla tua assistente, che è sempre al tuo fianco, alla part time che incroci si-e-no una volte la settimana).

4. Manifesti simpatie e preferenze personali

Ridi, scherzi, vai a pranzo o a pausa caffè sempre e solo con la stessa persona o il solito gruppetto
(si, esatto lo stesso di prima).

È naturale e normale,
sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre, soprattutto in momenti di pausa ma prova a pranzare o fare pausa caffè, a rotazione, con ogni singolo componente del tuo staff.

È un ottimo modo per coinvolgere tutti e migliorare le relazioni nel tuo team.
Ecco cosa vuol dire … gestione dei collaboratori!

Non tutti i giorni, se preferisci.
Stabilisci almeno un solo giorno alla settimana in cui “cambi partner”.

Le prime volte sarai un po’ ingessato ma sono sicuro che, un po’ alla volta,
scoprirai alcune sfaccettature dei tuoi colleghi che ti sorprenderanno in positivo.

Come…non sai di cosa parlare?
Per quello ti ho detto che sarai un po’ ingessato all’inizio… Dai, non farne un problema più grande di quello che è …smollati un pò e non parlare troppo di lavoro … almeno le prime volte!

5. Non offri le stesse opportunità di crescita

Essere sempre esclusi da corsi, training, meeting o sentirseli raccontare dai colleghi,
magari con toni entusiastici,
non aiuta certamente la motivazione e la produttività delle persone.
Diventa difficile la gestione dei collaboratori.

Nel limite del possibile, delle tue possibilità decisionali,
offri a ogni membro del tuo staff le stesse opportunità di formazione e di crescita professionale.

6. Non segui una linea per permessi o vacanze

Quando non c’è una linea guida che regola i permessi, le vacanze, le eccezioni, etc,
è facile che si creino confusione o malintesi che favoriscono l’idea che questi permessi vengono gestiti sulla base di favori e preferenze.

Molto meglio stabilire subito una linea guida chiara,
cristallina e flessibile nella gestione dei collaboratori.

In caso eccezionale comunica in modo chiaro a tutti le motivazioni,
specificando che si tratta di un caso particolare, urgente o importante.

Più comunichi il perché e il per come di una certa decisione,
più i tuoi collaboratori non coglieranno incoerenza o malafede nelle tue scelte.

E tu che pensi?
Ti sei mai chiesto se il tuo team sia mai stato “conquistato” dalla tua figura di capo imparziale e coerente?
Quanto spesso coinvolgi tutti i tuoi collaboratori in pause caffè o pause pranzo?

Foto: vivisorg

gestione dei collaboratori

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nascondere l'insicurezza

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9. Il capo sempre aggiornatissimo

Certo perché fà propri i lavori degli altri. Non menziona i collaboratori quando presenta i loro lavori. È tutto farina del suo sacco. Vive sotto stress per paura di non essere all’altezza, di non essere riconosciuto dai propri superiori.

10. Il capo che non sbaglia mai

Temere l’errore. Piuttosto non fa. O più sovente manda avanti i collaboratori senza adeguata copertura. Difficile che si esponga su cose importanti. Ma è in prima linea sulle minutaglie manageriali. Può nascondere problemi di fiducia in sé e lacune professionali.

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11. Il capo stimato dai suoi

Ma la credibilità dura poco se promette e non mantiene. Usa la lusinga e la larvata promessa di un premio (promozione o aumento) per ottenere dal collaboratore un grande impegno. Peccato che la promozione non l’abbia già nel cassetto e che debba ancora seguire tutto l’iter interno di approvazione.

Alla fine purtroppo dice al collaboratore che “Per quest’anno il numero di promozioni è già stato saturato… ma l’anno prossimo, sicuro!“. Mai prometter ciò che non si può mantenere. È manipolazione e mancanza di rispetto. Può nascondere anche una scarsa capacità di ottenere ciò che vuole. Problemi evidenti di comunicazione e motivazione, oltre che di rispetto per gli altri.

12. Il capo che sa comandare

Può esigere che se un collaboratore è in una riunione, anche con esterni, questo pianti tutto per rispondere a una sua chiamata e si precipiti nel suo ufficio. Anche per una cosa che poteva aspettare la fine della riunione.

Fa perdere al collaboratore credibilità e autorevolezza di fronte agli altri partecipanti alla riunione con i quali è costretto a giustificarsi malamente come un bimbo “Scusate… ma mi vuole il capo, sapete com’è!”.

È un capo con bassa stima del lavoro degli altri, del loro tempo, della loro reputazione. Il suo problema personale è che c’è qualcun altro che lo comanda a bacchetta, al lavoro o a casa, a cui non riesce a opporsi per pusillanimità.

13. Il capo gran politico

Creando continue tensioni fra i collaboratori e mettendoli in conflitto applica la regola del “divide et impera”. Poi si propone come sommo piacere. Mantiene così il suo ruolo. Ottiene scarsi risultati in quanto i manager passano più tempo a farsi le scarpe l’un l’altro che a lavorare insieme efficacemente. Ad alti livelli è ancora diffuso. Ma l’azienda ne risente in qualità e tempestività di reazione. Nasconde la paura del confronto.

14. Il capo che stimola il cambiamento

Peccato che sottolinei sempre ciò che non va in un lavoro. È ipercritico. Non sa valorizzare le doti dei collaboratori. Non si intende di skills mix. Non dà potere (empowerment) ai collaboratori, men che meno margini di delega. Viene dalla scuola che insegna bastone e carota, ma la carota l’ha in freezer. Insicuro di sé. Deve continuamente affermarsi.

15. Il capo completamento dedito al lavoro

Non stacca mai. È sotto stress perennemente. Non sa far crescere i collaboratori. “Faccio prima se lo faccio io”. Intanto è oberato di lavoro. Il valore aggiunto è scarso. Diventa un burocrate. I collaboratori sono di scarso livello o poco incentivati a impegnarsi.

Gioisce quando gli sottopongono anche la più banale decisione, “Se non ci fossi io” si dice dentro di sé. Completa incapacità di dirigere. Probabilmente ha difficoltà di comunicazione anche in ambito extra–lavorativo.

16. Il capo decisionista

Si impegna al massimo nel management di manutenzione. Ma diventa Mr. Tentenna quando si tratta di prendere decisioni importanti su progetti, sistemi e persone. Allora rimanda, temporeggia, chiede pareri, fa un‘altra cosa. Sotto stress facilmente. Ansia elevata. Sfiduciato. Insicuro.

17. il capo che sa incidere

E invece usa “il braccino” (metafora tennistica). In tempo di crisi, di decisioni importanti, di reattività strategica non sa mettere in atto cambiamenti risolutivi. Fa quello che ha sempre fatto.
Ha paura del nuovo, di ciò che non conosce o non controlla al 100%. Può essere un buon gestore.

Ma ha scarse capacità di far evolvere un’organizzazione di fronte a sfide inaspettate e dure. Mette in atto molte iniziative di breve durata e di debole effetto. Non fa focusing sui problemi grossi.
Esercita un ruolo di dirigenza conservativa e di mantenimento dello status quo.

18. Il capo che va d’accordo con tutti

È come avere a che fare con la gelatina. Non oppone resistenza anche se non è d’accordo. Ingoia le critiche e persino le umiliazioni pensando allo stipendio, allo status e ai benefit. Per poi scaricarsi, a volte, sul primo malcapitato dei collaboratori che gli capita a tiro o con i fornitori esterni (per esempio l’agenzia di pubblicità, ecc.) che tratta come pezze da piedi. Totale assenza di rispetto di sé, di dignità e di capacità di condurre un gruppo di lavoro.

19. Il capo che delega

Manda sovente e all’ultimo momento un suo collaboratore alle riunioni dove dovrebbe andare lui.

Non passa le informazioni, perché è della vecchia scuola che informazione è potere. Meno i collaboratori (e i colleghi) sanno meglio è. Così pensa di rendersi indispensabile agli uni e agli altri.
Peccato che la qualità del lavoro ne soffra e la motivazione della squadra sia bassa.

Si è dimenticato che la delega implica il controllo che gli permetterebbe di dare valore aggiunto ai progetti e di essere lui a battere il tempo e fissare le priorità.

20. Il capo puntuale

Pretende la puntualità nell’esecuzione dei lavori, ma non concorda mai “entro quando?” con i collaboratori. Così li può tormentare e asfissiare sulle scadenze. Arriva sempre in ritardo alle riunioni che deve presiedere con qualche scusa. Manca di rispetto verso gli altri. Non sa fare squadra.

leggi anche la parte 1 small ...

Cosa ne pensi? Indossare una maschera è necessariamente sinonimo di insicurezza, ipocrisia e falsità?

Oppure la si può utilizzare intenzionalmente, basta esserne consapevole e servirsene solo nei momenti strategicamente opportuni?

20 maschere che indossiamo per nascondere la nostra insicurezza di leader (parte 1)

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“Non dal volto si conosce l’uomo ma dalla maschera.”
Karen Blixen

Perché, spesso, non riusciamo a comunicare senza rimproverare o sbraitare?
Oppure siamo poco disponibili al dialogo e non ci interessa il benessere di chi lavora al nostro fianco?
Perchè  pur di trasmettere l’immagine di capo/a determinato e sicuro, non elogiamo o non siamo mai amichevoli con i nostri collaboratori?

La nostra insicurezza o inesperienza è spesso coperta dalla maschera del perfezionismo e della spavalderia, da atteggiamenti di superiorità e di arroganza (nei casi peggiori con scoppi di aggressività).

Indossiamo una maschera per autodifesa e per necessità, non c’è modo migliore per difenderci che nasconderci dietro false competenze, finti atteggiamenti e comportamenti ingannatori.

La maschera ci permette di sentirci al sicuro, di nasconderci dietro di essa, ci tutela e nega a chiunque, se non mostriamo noi stessi, nessuno potrà ferirci, nessuno potrà trovare e approfittare delle nostre debolezze.

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Indossiamo una maschera per manipolare e controllare gli altri ma anche per piacere e fare colpo sui nostri colleghi o i nostri collaboratori, per diventare più interessanti e competenti ai loro occhi.

Di seguito, questo interessante articolo di Business Coaching efficace che tratta l’insicurezza mascherata di manager e imprenditori.

In un periodo in cui imprenditori, dirigenti e organizzazioni devono dare il massimo per affrontare la crisi o per contenerla non è più tempo di alibi manageriali.

L’etica della gestione efficace vuole che si correggano miti e si svelino alcuni trucchi del mestiere.L’intento è di portare alla luce con grande rispetto debolezze, carenze, inadeguatezze e intervenire per superarle.

Di seguito venti esempi di atteggiamenti diffusi che possono essere letti con una doppia chiave di interpretazione, per aiutare a individuare aree dove il personal coaching può essere utile a ritrovare questo ruolo fondamentale per il successo (non solo nel business).

1. Il capo duro

Il linguaggio aggressivo e da caserma nasconde a volte una profonda insicurezza personale che viene mascherata con atteggiamenti machisti. Sovente si accompagna a comportamenti di forza con i sottoposti e di remissione con i superiori. Può a volte apprezzare chi, se oltraggiato ingiustamente, gli risponda a tono.

2. Il capo sempre iper-attivo

L’iperattivismo può nascondere un’incapacità cronica di pianificare il proprio lavoro e quindi quello altrui. L’ultima cosa chiesta dal suo capo è sempre la più urgente. Non ha chiara la differenza fra priorità e urgenza.

3. Il capo di poche parole

Non ha mai tempo per spiegare ai collaboratori le finalità di un incarico. Non inquadra i problemi nel contesto generale. Preferisce dei semplici esecutori. Non è disponibile al dialogo e non si interessa al benessere di chi dovrebbe collaborare con lui. Teme il confronto personale.

4. Il capo che va sempre in profondità nelle cose

È ossessionato dai dati. Richiede sempre ulteriori approfondimenti. Arriva all’analisi=paralisi.

Ispessire con numeri è il suo motto. Può nascondere una grande insicurezza nelle decisioni. Non ha intuizione ed è poco creativo. Non sa che la maggior parte delle decisioni per un manager, alla fine, dopo una opportuna analisi, sono prese di pancia. Se no che manager è?

5. Il capo che aiuta con le critiche

A meno che esse non siano rivolte alla persona piuttosto che alla proposta operativa. Umilia il collaboratore facendo leva su presunte debolezze personali.

Demotiva. Si circonda di deboli yes –men che per il quieto vivere accettano di tutto. Non sa guidare un gruppo. Non sa dire “Complimenti. Lavoro ben fatto!”. Non elogia i collaboratori.

6. il capo che semplifica

Per lui tutto è semplice, veloce, da fare subito. Ma lo fa fare agli altri dando pochissime informazioni. Svaluta i collaboratori dicendo che è un lavoro che si può fare in mezz’ora. Soprattutto quando c’è da correggere o rifare in parte un progetto dice che basta fare un po’ di “copia e incolla”…

Chiede ogni 10 minuti se il progetto è pronto. È sovente un insicuro. Raramente dà valore aggiunto ai lavori di cui è responsabile.

7. Il capo che sa farsi rispettare

Trova sempre qualcosa che non va nel lavoro degli altri. Può arrivare a umiliare in pubblico il collaboratore e non lo difende, anche se ha sbagliato, di fronte ai suoi di superiori prendendosi la responsabilità dell’errore (farà poi un incontro di chiarimento a porte chiuse con il collaboratore).

Ha probabilmente un problema di autostima che tende a nascondere con la villania, l’arroganza e la mancanza di rispetto per gli altri.

8. Il capo che sa spremere il meglio dai suoi collaboratori

Soprattutto quando chiede di fare un lavoro quando il collaboratore sta uscendo. E forse, il collaboratore proprio quella sera deve andare al cinema con la moglie. Non è rispettoso delle esigenze personali dei collaboratori. Essi sono al suo servizio 24 ore al giorno.

Sovente telefona nei week–end per sapere un dato che può benissimo avere lunedì mattina. È invasivo della privacy. Ha problemi di comunicazione e di relazione, forse non solo al lavoro.

leggi anche la parte 2 small ...

Colloquio di lavoro: 6 spunti per raccogliere info sull’azienda

colloquio info aziende

Hai appena ricevuto l’appuntamento per il tanto sospirato colloquio di lavoro. La convocazione per l’intervista è già un segno positivo, vuol dire che sei stato giudicato in possesso dei requisiti necessari.

È l’occasione, per convincere chi ti sta davanti che sei la persona giusta al posto giusto!

Il primo passo concreto è quello di raccogliere informazioni sull’azienda che ti ha contattato. Il selezionatore darà per scontato che tu già conosca un po’ le attività dell’azienda. Più sarai informato, più impressionerai il tuo potenziale datore di lavoro!

Ogni informazione sull’azienda o datore di lavoro può diventare fondamentale.

Queste informazioni ti permettono di formulare domande mirate e precise durante il colloquio, di giustificare la tua candidatura, di sottolineare il tuo interesse per il posto di lavoro e dimostrare intraprendenza e professionalità.

1. Annota tutti dati dell’appuntamento

Prima di tutto, non dimenticare di annotare data, ora, luogo del colloquio, nome e cognome del selezionatore e numero telefonico dell’azienda o del datore di lavoro da poter contattare, in caso di ritardo o contrattempo.

2. Controlla il percorso casa-colloquio di lavoro

Pensa subito a come fare per non arrivare in ritardo all’appuntamento. Quanto tempo ti occorre per raggiungere la sede del colloquio? Puoi prevedere il tempo necessario e gli eventuali problemi che possono verificarsi sul tragitto (es. traffico, scarsità di mezzi di trasporto, etc.)? Andrai in macchina o con i mezzi pubblici? Ci sarà parcheggio?

Studia il tragitto e le varie possibilità di trasporto, in caso di dubbio anticipa la partenza (arrivare in ritardo non dà certo una buona impressione!), anche in vista di un’eventuale assunzione: l’azienda che ti assume deve poter contare sulla tua puntualità ogni giorno.

In caso di ritardo, evita giustificazioni del tipo “ho trovato traffico”, “non sono riuscito a trovare parcheggio” perché inutili e abusate.

3. Visita il sito dell’azienda

Visita il sito web dell’azienda o del datore di lavoro, cerca le caratteristiche organizzative, il settore nel quale opera. Trova il maggior numero d’informazioni. Queste informazioni si trovano, in genere, nella pagina “Chi siamo”, “About” o “Mission” del sito.

Se si tratta di una media-grande azienda informati su: numero di dipendenti, dove opera, dov’è la sede centrale e le sue succursali, il nome del direttore generale, i prodotti appena lanciati, quelli concorrenti e le strategie di marketing, in modo da farti una panoramica a 360 gradi, che ti tornerà utile durante il collo

4. Chiedi ad amici, parenti o sui social network, se sei fortunato, trovi qualcuno che è già dipendente o che ha lavorato per quell’azienda. Puoi trovare informazioni dettagliate sull’effettivo lavoro che è offerto, sui compiti, le conoscenze e le abilità richieste per svolgerlo.

Puoi avere chiarimenti parlando con chi già occupa un impiego simile, in questo modo entri in possesso d’informazioni utili che non è possibile scovare in rete.

5. Controlla i social network

Linkedin (prima di tutto), Facebook e Twitter. I social sono un ottimo strumento per trovare profili aziendali e informazioni che potrebbero esserti sfuggite. Potresti scovare i nomi dei nuovi assunti, le offerte di lavoro, le società collegate e le statistiche aziendali.

Su linkedin oltre al nome dell’azienda, il settore di appartenenza e il numero di dipendenti, trovi il sito Web dell’azienda, una descrizione della sue attività e la sua posizione geografica.

6. Scopri il nome dell’interlocutore

<Cerca di scoprire nome, titolo e ruolo di chi sarà il tuo interlocutore durante il colloquio di lavoro. Ricorda che il selezionatore sa tutto di te (ha letto il tuo CV) e tu non sai niente di lui! Potrebbe essere il tuo futuro capo, un collega oppure un consulente esterno (nelle piccole aziende il selezionatore è anche il titolare).

Avere maggiori informazioni sul tuo selezionatore servirà a mostrarti particolarmente interessato all’azienda e potrebbe aiutarti a trovare interessi comuni (magari la stessa università, corso di studio, passione o hobby), instaurare un feeling e sentirti maggiormente a tuo agio durante il colloquio.

Se l’azienda è registrata su Linkedin, la pagina aziendale contiene l’elenco di tutti quelli che si sono segnalati come dipendenti nei loro profili LinkedIn. Attraverso un’attenta lettura del profilo personale, puoi intuire quale tipo di persona ti troverai di fronte al colloquio.

E se proprio non si riesci a trovare niente, puoi chiamare l’azienda e, con una scusa, chiedere il nome del responsabile .

E tu, quanto spesso utilizzi i social network per raccogliere info sull’azienda che ti ha contattato?

Le 8 bugie più usate fra colleghi di lavoro

bugie tra colleghi

“Puoi contare su di me.”
“mi sei piaciuta dal primo momento”
“… non è colpa mia!”

Possiamo fidarci di quello che ci dicono i nostri colleghi?

Gli esperti dicono che di colleghi bugiardi, in media, ne esiste almeno uno in ogni gruppo di lavoro. I colleghi non sono un gruppo di amici ma persone diverse tra loro tra cui, spesso, nascono rivalità e inimicizie, si fa buon viso a cattivo gioco, utilizzando falsità e ambiguità. Si diventa bugiardi per necessità, per quieto vivere, per opportunismo.

Sul lavoro si mente per proteggersi, per proteggere un collega, per nascondere delle incompetenze o per evitare di offendere chi ci sta intorno. Ci sono persone che raccontano fatti inventati o magari aggiungono, ad una situazione reale, particolari mai accaduti solo per ottenere un beneficio o danneggiare qualcun altro.

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Altre, invece, che dicono bugie a fin di bene o per cortesia quando, per esempio, si tralascia di dire a un collega di lavoro che il capo (o un altro collega) non lo sopporta o ci complimentiamo con la collega per la nuova acconciatura che le dona tantissimo e la rende più giovane.

Quando ci presentiamo sul posto di lavoro per la prima volta, per apparire più interessanti agli occhi dei nuovi colleghi, talvolta ci inventiamo viaggi mai fatti, sport mai praticati, hobby mai coltivati o conoscenze importanti mai frequentate, solo per dare l’impressione di essere tipi interessanti o intriganti.

Le bugie più grandi si raccontano per ottenere un avanzamento di carriera, per mettersi in buona luce, sminuendo gli altri colleghi, oppure alterando fatti e situazioni per ferire in maniera mirata una determinata persona davanti al capo (in modo da eliminare la concorrenza!).

Ho trovato questo articolo su Gionallettismo che indica le bugie più frequenti tra colleghi di lavoro:

1. Se il collega dice di essere arrivato in ufficio prestissimo è perché vuole farvi sentire in colpa.

2. Se vi viene detto: “È possibile farlo meglio” sappiate che è l’equivalente di “Non voglio questa spazzatura”.

3. Più una persona è insoddisfatta del proprio lavoro e più ne parla bene: se invece il lavoro piace, non se ne parla con i colleghi.

4. Se il collega è spesso vestito elegante, sappiate che sta cercando lavoro altrove e non credete alle sue scuse (testimone di nozze, visita dal dottore, etc).

5. “Mi sei piaciuto subito”: quando vi viene detto al vostro arrivo la prima volta a lavoro, sappiate che non è vero. I colleghi nuovi sono visti come marziani ma vogliono farvi sentire accettati.

6. Se si dimenticano di coinvolgerti nelle uscite in mensa o nell’area caffè, è perché l’avete combinata grossa.

7. “In effetti, hai ragione”: non lo pensano mai davvero.

8. “Sono stato malato questo fine settimana”: le statistiche mostrano la tendenza delle persone ad ammalarsi dal venerdì al lunedì.

E tu cosa ne pensi?
Quali sono le bugie che senti più spesso tra i tuoi collaboratori o i tuoi colleghi?
Come reagisci? Cerchi di smascherarle o fai finta di niente?

10 spunti per il look perfetto al colloquio di lavoro

come vestirsi al colloquio di lavoro

Come vestirsi al colloquio di lavoro? Pensa da subito a come dovrai vestirti, evita di trovarti impreparato e doverci pensare all’ultimo momento. La scelta dell’abbigliamento è importante per dare un’idea di professionalità, di pulizia e serietà.

Come vestirsi al colloquio di lavoro?

Come regolarsi? Scegli un abbigliamento adatto al contesto lavorativo, all’azienda e al ruolo professionale ricercato. Evita qualunque eccesso e scegli abiti semplici che valorizzino la tua persona, senza però essere troppo elegante o, al contrario, troppo casual.

Tieni presente che il look col quale ti presenterai al colloquio dovrà essere poi, a grandi linee, quello che terrai in caso di assunzione.

Per Lei

1.  Meglio evitare minigonne, abiti scollati, look troppo sexy o seduttivo perché rischi di trasmettere un’immagine sbagliata a chi t’incontra per la prima volta. Non indossare tessuti lucidi, lustrini o abiti riservati alla sera. Meglio un vestire sobrio e distinto secondo l’azienda che ti contatta.

2.  Il tailleur è il capo da colloquio per eccellenza, sceglilo non troppo classico, gonna o pantalone non fa differenza. In entrambi i casi, indossare una giacca ti darà un’aria ancora più sicura e decisa. Scegli tonalità neutre: Il grigio, il marrone, il blue navy o il classico nero. Evita i colori accesi o brillanti.

3. Anche se la bella figura la devi fare te e non i tuoi capelli, una bella acconciatura potrà aiutarti a sentirti meglio, dandoti più sicurezza. Evita acconciature elaborate. Devi apparire il più naturale possibile, quello che devi comunicare al selezionatore è che il tuo look quotidiano è quello che stai mostrando in quel momento.

Molti datori di lavoro preferiscono aspiranti con un’acconciatura semplice (capelli leggermente tirati indietro o con un semplice chignon), a donne che sembrano trascorrere le loro mattine a sistemarsi o ad armeggiare i capelli.

Se tendi a giocherellare o arricciare i capelli con le dita, raccoglili per evitare di mettere in atto questo gesto compulsivo che può essere interpretato come segnali di disagio o di seduzione.

Rivolgiti al tuo parrucchiere di fiducia per un consiglio sulla pettinatura migliore. Se non hai ancora un tuo stile personale, cerca di trovarlo prima del colloquio e di non fare un taglio drastico all’ultimo momento. Il rischio è di non piacerti o di non sentirti a tuo agio.

4. Attenzione ai tacchi.
No a camminate traballanti. Escludi le scarpe con 12 cm di tacco: sono fuori luogo. Meglio uno stivale basso o una ballerina, se proprio sei abituata a portarli spesso, ripiega su un tacco di 5-6 cm. L’ideale è un bel paio di decolletées classiche con tacco 8 -9 cm, quelle vanno benissimo con tutto. Lascia a casa le scarpe aperte, anche se è piena estate.

5.  Scegli con cura gioielli e accessori.
Evita qualsiasi cosa possa apparire troppo casual, grande, vistosa. Niente borse troppo piene o senza forma. Meglio se la borsa sta in piedi da sola così da posarla per terra a fianco alla sedia. Scegli una borsa preferibilmente grande e abbinala alle scarpe. Per un lavoro d’ufficio, la classica 24ore è oramai out.

6. Non dimenticare la manicure, mani poco curate indicano scarsa cura dei dettagli. È anche importante evitare di presentarsi con un trucco troppo forte.

Per Lui

1.  Evita abiti troppo eleganti, sicuramente fuori luogo per un colloquio. Un completo con la camicia è sicuramente un modo vincente per presentarsi al colloquio di lavoro. Se hai voglia di comprare un nuovo abito per l’occasione, scegli un colore idoneo tipo Il blu, il grigio antracite o il classico nero.

Negli ultimi anni, sono di moda i pantaloni molto attillati che però rischiano di farti sentire impacciato nei movimenti, quando sarai seduto davanti al selezionatore. Meglio scegliere, per l’occasione, un abito più classico e un paio di pantaloni con la gamba sufficientemente morbida e comoda.

2.  Scegli una camicia semplice bianca o celeste, possibilmente appena stirata. Qualunque sia la tua scelta finale, assicurati che la tua camicia e la tua cravatta non siano in conflitto visivo tra decorazioni (riga su riga, quadratino su riga etc.). È sempre meglio essere molto semplice piuttosto che molto appariscenti. Sotto una giacca gessata scegli sempre una camicia a tinta unita.

3.  Se è richiesta la cravatta e non ne hai mai indossata una, devi fare delle prove. Vestiti per il colloquio già nei giorni precedenti in modo da sentirti più a tuo agio in giacca e cravatta. Il colore alla moda è il bordeaux, quello forte è il rosso, quello classico il blu, la cravatta nera è associata a un completo nero e a una camicia bianca, risultando un piacevole contrasto.

4.  Le scarpe devono essere abbinate alla cintura.
Nero e marrone scuro sono i colori vincenti per presentarti a un colloquio. Occhio alle calze! Puoi indossare un bellissimo completo ma se abbini a un paio di calzettoni bianchi da ginnastica, salta subito all’occhio che non presti attenzione ai dettagli. Usa calze nere o blu

5.  Fai attenzione ai tuoi capelli.
E’ importante presentarsi con i capelli puliti e in ordine. Se sono troppo lunghi o disordinati rischi di apparire impreciso o non professionale. Cerca di avere un taglio molto semplice: corti sul collo e sui lati sono perfetti per dare l’impressione di ordine e pulizia. I tuoi capelli dovrebbero essere asciutti e dovresti evitare un uso eccessivo di gel e schiume per capelli. Usa un’acconciatura poco vistosa. Evita di portare i capelli dritti o usare il gel per creare acconciature bizzarre.

Se vuoi sfoggiare barba e/o baffi, ricorda che devono essere perfettamente regolati. Non presentarti a un colloquio con una barba incolta o curata male.

6.  Subito prima del colloquio controlla di non avere forfora sulle spalle, soprattutto se indossi un abito scuro. Se porti orecchini, meglio rimuoverli prima del colloquio.

Per Lui e Lei

7.  Non utilizzare troppo dopobarba o profumo. Meglio non rischiare di distrarre il tuo interlocutore, magari è allergico a dopobarba o profumi o fa associazioni negative con la fragranza che usi.

8.  Cambia il tuo vestito/completo in un secondo colloquio, varia il colore della tua camicia, delle scarpe o della cravatta se sei un uomo.

9.  Jeans o no jeans? Questo è un campo controverso, in molti lavori d’ufficio non sono ben visti. In ogni caso è sempre meglio andare sul sicuro e ripiegare su un paio di pantaloni neri o blu.

10.  Se il contesto è informale o ti stai presentando in un’azienda giovane e creativa, allora puoi osare qualcosa in più per dare un segno della tua personalità ma evita di apparire troppo eccentrico/a.

Per concludere … fai del tuo meglio per essere preparato, ben vestito, in modo da sentirti più sicuro di te ma evita di snaturarti troppo e di impostare la selezione solo sull’apparenza.

E tu, sei mai andato a un colloquio di lavoro in jeans?
Oppure, ti sei presentato molto elegante al colloquio e ti sei accorto che i jeans, invece, li indossava il tuo selezionatore?

10 errori da evitare se vuoi ascoltare davvero l’altro (parte 2)

come non ascoltare

Nella 1a parte abbiamo visto come non ascoltare l’altro, il più delle volte, mentre il nostro interlocutore ci sta parlando, siamo concentrati su noi stessi, tendiamo a interrompere, pensiamo a come e cosa ribattere oppure anticipiamo idee e concetti dell’altro.

Vediamo i 10 errori da evitare se desideri veramente apprendere come ascoltare l’altro:

Come non ascoltare:

1. Fingi di ascoltare

Se non t’interessa, sei stanco, di fretta o sei annoiato è meglio non fingere perchè si vede.A volte,
ti rendi conto che l’altro ha voglia di parlare e tu non sei nella giusta predisposizione, non sentirti obbligato.

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È meglio dirlo apertamente, evitare di fingere e accordarsi per un momento in cui potrai essere più attento e partecipe.
Non c’è nulla di male nel dire: “ Adesso non posso …, ne possiamo parlare … ?”.
L’importante è mantenere l’impegno preso.

2. Vuoi risolvere i problemi o dici cosa fare

Impara a mettere da parte ciò che pensi, ciò che provi e i tuoi problemi.
Quando l’altro sceglie di confidarsi con te, ha bisogno di tutta la tua attenzione.

Evita frasi tipo “Sto solo cercando di aiutarti…” oppure È semplice, vedi basta che tu ….” .

3. Dai consigli o pareri

“Sai perché sei in questa situazione? Perché …” .

Spesso pensiamo, sbagliando, che l’altro si aspetta da noi un parere su ciò che ci sta dicendo.
Invece, le persone, il più delle volte, ci parlano per condividere semplicemente i loro pensieri e i loro stati d’animo.

Allora perchè ce lo dicono, se poi non vogliono sapere come la pensiamo?
Vogliono solo farci sapere come si sentono e cosa gli sta succedendo.
Tutto qui!

Tira fuori la borsa dei consigli o pareri solo quando ti sono esplicitamente richiesti.

4. Ti concentri su cosa devi ribattere

Se non vedi l’ora di dire come la pensi, come puoi ascoltare?
Non si ascolta per rispondere ma per aiutare, per comprendere e per imparare.

5. Trai subito le tue conclusioni

Alzi la mano chi non conosce una persona a cui devi ripetere un concetto almeno 4 volte,
perché tutte le volte t’interrompe con le sue conclusioni o deduzioni, presumendo di aver compreso o anticipato idee e concetti.

Non c’è niente di più frustrante essere interrotti e vedere la nostra esigenza e problematica poco ascoltata, capita o fraintesa.
Vero?

6. Prendi spunto dall’altro per raccontare di te

“So bene cosa provi anche a me è successo che … ”…. “e io cosa dovrei dire che …“.

Sei partito bene, con una buona intenzione ma purtroppo adesso sei partito per la tua tangente,
stai parlando al posto dell’altro, hai preso spunto dalle sue parole e delle sue opinioni per parlare di te e dei tuoi problemi.

7. Mentre ascolti non sei attento o concentrato

Evita di parlare, peggio ancora dire “Parla pure, ti sto ascoltando …” mentre stai facendo qualcosa d’altro.

Non ho dubbi che stai sentendo cosa l’altro ti sta dicendo ma ascoltare richiede uno sforzo d’interesse,
di attenzione e soprattutto, il desiderio di concedere all’altro del tempo e di aiutarlo.
Ascoltare richiede tutta la tua disponibilità!

8. Cerchi di cambiare o giudicare l’altro

Non cercare di cambiare il tuo interlocutore.
Non usare frasi del tipo “Non dovresti fare così”, “stai sprecando la tua vita …”.
Molto meglio essere neutrale nelle tue posizioni (anche se non è facile!).

Giudicare e disapprovare: ecco come non ascoltare.
Metti da parte il tuo ego e i tuoi bisogni personali come quello di parlare, di avere ragione o di farsi valere a tutti i costi.
Una conversazione non è una gara a chi dice le cose più giuste.

9. Ascolti in modo meccanico o freddo

Usa l’empatia, la capacità di metterti nei panni dell’altra persona è una delle abilità fondamentali per un ascolto attivo.
L’empatia si può coltivare … sforzati di ascoltare, identificati emotivamente, sorridi,
fatti sentire vicino e mostra il tuo interesse per l’altro.

10. Usi frasi-boomerang

  • “Ti capisco …” quando non conosci la persona o la situazione;
  • “Stai esagerando” oppure “Che cosa vuoi che sia …” perché stai minimizzando;
  • “Lo dico solo per il tuo bene ….” o “Secondo me devi/non devi …” perché stai giudicando
  • “Vieni al punto …” perché così mostri irritazione;
  • “Stai girando intorno…” perché così mostri impazienza;
  • “Continua…mi interessa …” e poi ti guardi intorno, guardi l’orologio, agiti il piede;

leggi anche la parte 1 small ...

E tu, cosa ne pensi?
Riconosci nel tuo modo di ascoltare queste sfaccettature?
Da parte tua, da domani, su quali di queste suggerimenti metterai maggiore attenzione?