20 maschere che indossiamo per nascondere la nostra insicurezza di leader (parte 2)

nascondere l'insicurezza

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9. Il capo sempre aggiornatissimo

Certo perché fà propri i lavori degli altri. Non menziona i collaboratori quando presenta i loro lavori. È tutto farina del suo sacco. Vive sotto stress per paura di non essere all’altezza, di non essere riconosciuto dai propri superiori.

10. Il capo che non sbaglia mai

Temere l’errore. Piuttosto non fa. O più sovente manda avanti i collaboratori senza adeguata copertura. Difficile che si esponga su cose importanti. Ma è in prima linea sulle minutaglie manageriali. Può nascondere problemi di fiducia in sé e lacune professionali.

11. Il capo stimato dai suoi

Ma la credibilità dura poco se promette e non mantiene. Usa la lusinga e la larvata promessa di un premio (promozione o aumento) per ottenere dal collaboratore un grande impegno. Peccato che la promozione non l’abbia già nel cassetto e che debba ancora seguire tutto l’iter interno di approvazione.

Alla fine purtroppo dice al collaboratore che “Per quest’anno il numero di promozioni è già stato saturato… ma l’anno prossimo, sicuro!“. Mai prometter ciò che non si può mantenere. È manipolazione e mancanza di rispetto. Può nascondere anche una scarsa capacità di ottenere ciò che vuole. Problemi evidenti di comunicazione e motivazione, oltre che di rispetto per gli altri.

12. Il capo che sa comandare

Può esigere che se un collaboratore è in una riunione, anche con esterni, questo pianti tutto per rispondere a una sua chiamata e si precipiti nel suo ufficio. Anche per una cosa che poteva aspettare la fine della riunione.

Fa perdere al collaboratore credibilità e autorevolezza di fronte agli altri partecipanti alla riunione con i quali è costretto a giustificarsi malamente come un bimbo “Scusate… ma mi vuole il capo, sapete com’è!”.

È un capo con bassa stima del lavoro degli altri, del loro tempo, della loro reputazione. Il suo problema personale è che c’è qualcun altro che lo comanda a bacchetta, al lavoro o a casa, a cui non riesce a opporsi per pusillanimità.

13. Il capo gran politico

Creando continue tensioni fra i collaboratori e mettendoli in conflitto applica la regola del “divide et impera”. Poi si propone come sommo piacere. Mantiene così il suo ruolo. Ottiene scarsi risultati in quanto i manager passano più tempo a farsi le scarpe l’un l’altro che a lavorare insieme efficacemente. Ad alti livelli è ancora diffuso. Ma l’azienda ne risente in qualità e tempestività di reazione. Nasconde la paura del confronto.

14. Il capo che stimola il cambiamento

Peccato che sottolinei sempre ciò che non va in un lavoro. È ipercritico. Non sa valorizzare le doti dei collaboratori. Non si intende di skills mix. Non dà potere (empowerment) ai collaboratori, men che meno margini di delega. Viene dalla scuola che insegna bastone e carota, ma la carota l’ha in freezer. Insicuro di sé. Deve continuamente affermarsi.

15. Il capo completamento dedito al lavoro

Non stacca mai. È sotto stress perennemente. Non sa far crescere i collaboratori. “Faccio prima se lo faccio io”. Intanto è oberato di lavoro. Il valore aggiunto è scarso. Diventa un burocrate. I collaboratori sono di scarso livello o poco incentivati a impegnarsi.

Gioisce quando gli sottopongono anche la più banale decisione, “Se non ci fossi io” si dice dentro di sé. Completa incapacità di dirigere. Probabilmente ha difficoltà di comunicazione anche in ambito extra–lavorativo.

16. Il capo decisionista

Si impegna al massimo nel management di manutenzione. Ma diventa Mr. Tentenna quando si tratta di prendere decisioni importanti su progetti, sistemi e persone. Allora rimanda, temporeggia, chiede pareri, fa un‘altra cosa. Sotto stress facilmente. Ansia elevata. Sfiduciato. Insicuro.

17. il capo che sa incidere

E invece usa “il braccino” (metafora tennistica). In tempo di crisi, di decisioni importanti, di reattività strategica non sa mettere in atto cambiamenti risolutivi. Fa quello che ha sempre fatto.
Ha paura del nuovo, di ciò che non conosce o non controlla al 100%. Può essere un buon gestore.

Ma ha scarse capacità di far evolvere un’organizzazione di fronte a sfide inaspettate e dure. Mette in atto molte iniziative di breve durata e di debole effetto. Non fa focusing sui problemi grossi.
Esercita un ruolo di dirigenza conservativa e di mantenimento dello status quo.

18. Il capo che va d’accordo con tutti

È come avere a che fare con la gelatina. Non oppone resistenza anche se non è d’accordo. Ingoia le critiche e persino le umiliazioni pensando allo stipendio, allo status e ai benefit. Per poi scaricarsi, a volte, sul primo malcapitato dei collaboratori che gli capita a tiro o con i fornitori esterni (per esempio l’agenzia di pubblicità, ecc.) che tratta come pezze da piedi. Totale assenza di rispetto di sé, di dignità e di capacità di condurre un gruppo di lavoro.

19. Il capo che delega

Manda sovente e all’ultimo momento un suo collaboratore alle riunioni dove dovrebbe andare lui.

Non passa le informazioni, perché è della vecchia scuola che informazione è potere. Meno i collaboratori (e i colleghi) sanno meglio è. Così pensa di rendersi indispensabile agli uni e agli altri.
Peccato che la qualità del lavoro ne soffra e la motivazione della squadra sia bassa.

Si è dimenticato che la delega implica il controllo che gli permetterebbe di dare valore aggiunto ai progetti e di essere lui a battere il tempo e fissare le priorità.

20. Il capo puntuale

Pretende la puntualità nell’esecuzione dei lavori, ma non concorda mai “entro quando?” con i collaboratori. Così li può tormentare e asfissiare sulle scadenze. Arriva sempre in ritardo alle riunioni che deve presiedere con qualche scusa. Manca di rispetto verso gli altri. Non sa fare squadra.

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Cosa ne pensi? Indossare una maschera è necessariamente sinonimo di insicurezza, ipocrisia e falsità?

Oppure la si può utilizzare intenzionalmente, basta esserne consapevole e servirsene solo nei momenti strategicamente opportuni?

20 maschere che indossiamo per nascondere la nostra insicurezza di leader (parte 1)

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“Non dal volto si conosce l’uomo ma dalla maschera.”
Karen Blixen

Perché, spesso, non riusciamo a comunicare senza rimproverare o sbraitare?
Oppure siamo poco disponibili al dialogo e non ci interessa il benessere di chi lavora al nostro fianco?
Perchè  pur di trasmettere l’immagine di capo/a determinato e sicuro, non elogiamo o non siamo mai amichevoli con i nostri collaboratori?

La nostra insicurezza o inesperienza è spesso coperta dalla maschera del perfezionismo e della spavalderia, da atteggiamenti di superiorità e di arroganza (nei casi peggiori con scoppi di aggressività).

Indossiamo una maschera per autodifesa e per necessità, non c’è modo migliore per difenderci che nasconderci dietro false competenze, finti atteggiamenti e comportamenti ingannatori.

La maschera ci permette di sentirci al sicuro, di nasconderci dietro di essa, ci tutela e nega a chiunque, se non mostriamo noi stessi, nessuno potrà ferirci, nessuno potrà trovare e approfittare delle nostre debolezze.

Indossiamo una maschera per manipolare e controllare gli altri ma anche per piacere e fare colpo sui nostri colleghi o i nostri collaboratori, per diventare più interessanti e competenti ai loro occhi.

Di seguito, questo interessante articolo di Business Coaching efficace che tratta l’insicurezza mascherata di manager e imprenditori.

In un periodo in cui imprenditori, dirigenti e organizzazioni devono dare il massimo per affrontare la crisi o per contenerla non è più tempo di alibi manageriali.

L’etica della gestione efficace vuole che si correggano miti e si svelino alcuni trucchi del mestiere.L’intento è di portare alla luce con grande rispetto debolezze, carenze, inadeguatezze e intervenire per superarle.

Di seguito venti esempi di atteggiamenti diffusi che possono essere letti con una doppia chiave di interpretazione, per aiutare a individuare aree dove il personal coaching può essere utile a ritrovare questo ruolo fondamentale per il successo (non solo nel business).

1. Il capo duro

Il linguaggio aggressivo e da caserma nasconde a volte una profonda insicurezza personale che viene mascherata con atteggiamenti machisti. Sovente si accompagna a comportamenti di forza con i sottoposti e di remissione con i superiori. Può a volte apprezzare chi, se oltraggiato ingiustamente, gli risponda a tono.

2. Il capo sempre iper-attivo

L’iperattivismo può nascondere un’incapacità cronica di pianificare il proprio lavoro e quindi quello altrui. L’ultima cosa chiesta dal suo capo è sempre la più urgente. Non ha chiara la differenza fra priorità e urgenza.

3. Il capo di poche parole

Non ha mai tempo per spiegare ai collaboratori le finalità di un incarico. Non inquadra i problemi nel contesto generale. Preferisce dei semplici esecutori. Non è disponibile al dialogo e non si interessa al benessere di chi dovrebbe collaborare con lui. Teme il confronto personale.

4. Il capo che va sempre in profondità nelle cose

È ossessionato dai dati. Richiede sempre ulteriori approfondimenti. Arriva all’analisi=paralisi.

Ispessire con numeri è il suo motto. Può nascondere una grande insicurezza nelle decisioni. Non ha intuizione ed è poco creativo. Non sa che la maggior parte delle decisioni per un manager, alla fine, dopo una opportuna analisi, sono prese di pancia. Se no che manager è?

5. Il capo che aiuta con le critiche

A meno che esse non siano rivolte alla persona piuttosto che alla proposta operativa. Umilia il collaboratore facendo leva su presunte debolezze personali.

Demotiva. Si circonda di deboli yes –men che per il quieto vivere accettano di tutto. Non sa guidare un gruppo. Non sa dire “Complimenti. Lavoro ben fatto!”. Non elogia i collaboratori.

6. il capo che semplifica

Per lui tutto è semplice, veloce, da fare subito. Ma lo fa fare agli altri dando pochissime informazioni. Svaluta i collaboratori dicendo che è un lavoro che si può fare in mezz’ora. Soprattutto quando c’è da correggere o rifare in parte un progetto dice che basta fare un po’ di “copia e incolla”…

Chiede ogni 10 minuti se il progetto è pronto. È sovente un insicuro. Raramente dà valore aggiunto ai lavori di cui è responsabile.

7. Il capo che sa farsi rispettare

Trova sempre qualcosa che non va nel lavoro degli altri. Può arrivare a umiliare in pubblico il collaboratore e non lo difende, anche se ha sbagliato, di fronte ai suoi di superiori prendendosi la responsabilità dell’errore (farà poi un incontro di chiarimento a porte chiuse con il collaboratore).

Ha probabilmente un problema di autostima che tende a nascondere con la villania, l’arroganza e la mancanza di rispetto per gli altri.

8. Il capo che sa spremere il meglio dai suoi collaboratori

Soprattutto quando chiede di fare un lavoro quando il collaboratore sta uscendo. E forse, il collaboratore proprio quella sera deve andare al cinema con la moglie. Non è rispettoso delle esigenze personali dei collaboratori. Essi sono al suo servizio 24 ore al giorno.

Sovente telefona nei week–end per sapere un dato che può benissimo avere lunedì mattina. È invasivo della privacy. Ha problemi di comunicazione e di relazione, forse non solo al lavoro.

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Colloquio di lavoro: 6 spunti per raccogliere info sull’azienda

colloquio info aziende

Hai appena ricevuto l’appuntamento per il tanto sospirato colloquio di lavoro. La convocazione per l’intervista è già un segno positivo, vuol dire che sei stato giudicato in possesso dei requisiti necessari.

È l’occasione, per convincere chi ti sta davanti che sei la persona giusta al posto giusto!

Il primo passo concreto è quello di raccogliere informazioni sull’azienda che ti ha contattato. Il selezionatore darà per scontato che tu già conosca un po’ le attività dell’azienda. Più sarai informato, più impressionerai il tuo potenziale datore di lavoro!

Ogni informazione sull’azienda o datore di lavoro può diventare fondamentale.

Queste informazioni ti permettono di formulare domande mirate e precise durante il colloquio, di giustificare la tua candidatura, di sottolineare il tuo interesse per il posto di lavoro e dimostrare intraprendenza e professionalità.

1. Annota tutti dati dell’appuntamento

Prima di tutto, non dimenticare di annotare data, ora, luogo del colloquio, nome e cognome del selezionatore e numero telefonico dell’azienda o del datore di lavoro da poter contattare, in caso di ritardo o contrattempo.

2. Controlla il percorso casa-colloquio di lavoro

Pensa subito a come fare per non arrivare in ritardo all’appuntamento. Quanto tempo ti occorre per raggiungere la sede del colloquio? Puoi prevedere il tempo necessario e gli eventuali problemi che possono verificarsi sul tragitto (es. traffico, scarsità di mezzi di trasporto, etc.)? Andrai in macchina o con i mezzi pubblici? Ci sarà parcheggio?

Studia il tragitto e le varie possibilità di trasporto, in caso di dubbio anticipa la partenza (arrivare in ritardo non dà certo una buona impressione!), anche in vista di un’eventuale assunzione: l’azienda che ti assume deve poter contare sulla tua puntualità ogni giorno.

In caso di ritardo, evita giustificazioni del tipo “ho trovato traffico”, “non sono riuscito a trovare parcheggio” perché inutili e abusate.

3. Visita il sito dell’azienda

Visita il sito web dell’azienda o del datore di lavoro, cerca le caratteristiche organizzative, il settore nel quale opera. Trova il maggior numero d’informazioni. Queste informazioni si trovano, in genere, nella pagina “Chi siamo”, “About” o “Mission” del sito.

Se si tratta di una media-grande azienda informati su: numero di dipendenti, dove opera, dov’è la sede centrale e le sue succursali, il nome del direttore generale, i prodotti appena lanciati, quelli concorrenti e le strategie di marketing, in modo da farti una panoramica a 360 gradi, che ti tornerà utile durante il collo

4. Chiedi ad amici, parenti o sui social network, se sei fortunato, trovi qualcuno che è già dipendente o che ha lavorato per quell’azienda. Puoi trovare informazioni dettagliate sull’effettivo lavoro che è offerto, sui compiti, le conoscenze e le abilità richieste per svolgerlo.

Puoi avere chiarimenti parlando con chi già occupa un impiego simile, in questo modo entri in possesso d’informazioni utili che non è possibile scovare in rete.

5. Controlla i social network

Linkedin (prima di tutto), Facebook e Twitter. I social sono un ottimo strumento per trovare profili aziendali e informazioni che potrebbero esserti sfuggite. Potresti scovare i nomi dei nuovi assunti, le offerte di lavoro, le società collegate e le statistiche aziendali.

Su linkedin oltre al nome dell’azienda, il settore di appartenenza e il numero di dipendenti, trovi il sito Web dell’azienda, una descrizione della sue attività e la sua posizione geografica.

6. Scopri il nome dell’interlocutore

<Cerca di scoprire nome, titolo e ruolo di chi sarà il tuo interlocutore durante il colloquio di lavoro. Ricorda che il selezionatore sa tutto di te (ha letto il tuo CV) e tu non sai niente di lui! Potrebbe essere il tuo futuro capo, un collega oppure un consulente esterno (nelle piccole aziende il selezionatore è anche il titolare).

Avere maggiori informazioni sul tuo selezionatore servirà a mostrarti particolarmente interessato all’azienda e potrebbe aiutarti a trovare interessi comuni (magari la stessa università, corso di studio, passione o hobby), instaurare un feeling e sentirti maggiormente a tuo agio durante il colloquio.

Se l’azienda è registrata su Linkedin, la pagina aziendale contiene l’elenco di tutti quelli che si sono segnalati come dipendenti nei loro profili LinkedIn. Attraverso un’attenta lettura del profilo personale, puoi intuire quale tipo di persona ti troverai di fronte al colloquio.

E se proprio non si riesci a trovare niente, puoi chiamare l’azienda e, con una scusa, chiedere il nome del responsabile .

E tu, quanto spesso utilizzi i social network per raccogliere info sull’azienda che ti ha contattato?