20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

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Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

 

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno.

 

rispetto

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri

Che tu sia un manager, un piccolo imprenditore della sua azienda a conduzione familiare, uno store manager del centro città,
il team leader di un gruppetto di collaboratori, poco importa … a volte,
comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

E poi alcuni giorni … proprio non va.

Ti senti ansioso, “sopraffatto”, “non abbastanza”.
Non c’è molto da aggiungere.
Sai di cosa sto parlando.

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Ma è proprio in questi momenti di vulnerabilità che spesso è necessaria una pronta reazione,
una dimostrazione immediata di forza, una presa di posizione e di carattere,
(una complicazione imprevista, una “visita” inaspettata, un cliente che dà in escandescenza,
un collaboratore che “risponde per le rime”, ecc.
).

Come la più classica delle leggi di Murphy,
ti colpisce proprio nel momento meno indicato e più sensibile …
con il serio rischio di apparire incompetente,
imbranato o insicuro agli occhi degli altri.

Come poter sembrare subito più sicuri?

Non c’è tempo per recriminazioni o rassegnazioni:
devi subito ripartire (e bene) … sembrare subito più sicuri … il lavoro lo richiede,
il tuo ruolo lo reclama …
lo pretende!

Cosa serve?

Un po’ di autocontrollo e un pizzico di strategia.
Ecco 5 accorgimenti da utilizzare per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri:

1. Pochi minuti per “ricaricarsi” e ripartire

Trovare un posto tranquillo.

Concediti qualche minuto. Meglio cinque-dieci.
Chiuditi nel tuo ufficio,
una saletta conferenze libera o in qualsiasi altro posto lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Stacca il cellulare e chiedi di non essere disturbato.
In mancanza d’altro,
anche una toilette può essere un luogo ideale per riprendere un po’ di fiato.

a) Respirare profondamente e rilassarsi

Qualche minuto per respirare in modo lento,
regolare e profondo.

Impara a praticare la respirazione diaframmatica,
cioè quella che parte dalla zona bassa del torace o dall’area addominale.

In tal modo riuscirai a regolare il ritmo respiratorio e di conseguenza a migliorare l’ossigenazione del sangue,
permettendo così al tuo corpo di equilibrarsi e rilassarsi.

Respira e sorridi.

A volte, anche masticare un chewing gum per qualche minuto può aiutare a calmarsi.
Quando si mangia o mastica,
il nostro cervello presuppone che non ci siano pericoli (altrimenti non staremo mangiando),
e inizierà a produrre sostanze chimiche calmanti che rilassano il sistema nervoso.

b) Non sentirsi inadeguati perché non si è al 100%

Pochi minuti per accettare quello-che-è.
Per accettarsi per quello-che-si-è.

Pochi minuti sembrare subito più sicuri;
per accogliere e accettare i nostri limiti e le nostre debolezze.

c) Ricordare le esperienze di successo

Niente funziona meglio, quando si vuol ritrovare un atteggiamento di fiducia e positività,
ricordare un momento specifico in cui sei stato all’altezza o hai ottenuto apprezzamenti e riscontri positivi
(la tesi di laurea, un apprezzamento per il lavoro fatto da parte di un cliente, capo, amico, partner,
l’acquisizione di un cliente importante, ecc.
).

In questi pochi minuti,
ricordare le esperienze di successo genera positività.
Mantenere quella sensazione di successo nella tua mente ti permetterà di “rientrare in scena” con un’areola di fiducia e di positività.

d) Stop immaginare quello che gli altri potrebbero pensare

In questi momenti è meglio mettere a tacere quella-parte-di-noi che desidera impressionare e “brillare”.

Immaginare quello che gli altri (i collaboratori, i clienti, il capo, il titolare, ecc.) potrebbero pensare di noi,
ci toglie anche quel residuo di energia che ci è rimasto.

2. Postura, postura e ancora postura

Migliorare la postura può immediatamente farti sentire meglio con te stesso.

“Stirati verso l’alto” più che puoi,
come una marionetta cui qualcuno sta tirando una corda attaccata alla parte superiore della testa.

Spingi le scapole indietro e verso il basso,
lascia cadere le braccia rilassate lungo i fianchi.

Schiena dritta, spalle indietro, petto in fuori, mento leggermente sollevato,
un passo deciso e una schietta stretta di mano accompagnata da un bel sorriso
possono fare miracoli!

3. Rallentare

Quando siamo ansiosi,
siamo stanchi oppure abbiamo un momento di sconforto, può essere efficace parlare e muoversi più lentamente di quanto necessario.

Anche se potrebbe sembrare troppo lento, va bene così,
è solo questione d’abitudine.

Prendi le misure della lunghezza dei tuoi passi, passi regolari e cadenzati,
piuttosto che passi veloci, frettolosi o frenetici.

Non aver fretta e ricordati di mantenere la postura del corpo allineato.
Questo incedere lento, questa serie ordinata e lineare di movimenti ti farà apparire subito più fiducioso (anche un po’ ingessato ma poco importa).

Alza il mento e guarda dritto,
non guardare in basso mentre cammini.

4. Stabilire un contatto visivo con gli altri

Le persone che mantengono il contatto visivo sono giudicate più sicure e fiduciose.

Se hai difficoltà a guardare negli occhi o mantenere il contatto visivo,
fissa il tuo sguardo tra gli occhi dell’altra persona (proprio esatto lì, tra le due sopracciglia).

Nessuno sarà in grado di dire dove effettivamente stai guardando.

5. Sorridere

Tutto quello che devi fare,
è sorridere.

Sorridere.
Anche quando non te la senti.
Soprattutto quando non te la senti.
Sorridere cambia il tuo atteggiamento e aumenta anche la tua fiducia.

Un cliente mi ha detto “Hai ragione … ma quando sono ansioso, proprio non riesco a ridere”.

Quando non “siamo in vena”,
siamo stanchi oppure abbiamo un momento di sconforto,
sforziamoci di sorridere e ridere di più.

Impariamo a vedere il lato comico e divertente delle situazioni.
Non evitiamo, rifiutiamo o soffochiamo le emozioni perché ci aiutano a vincere.

All’inizio, può sembrare difficile ma vale la pena di provare.
Se desideri approfondire come sembrare subito più sicuri … scopri il personal coaching per aumentare la fiducia in te stesso!

Hai sentito solo “parlare di coaching”?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda in fondo non la prenda seriamente.

Sabrina è convinta di essere completamente non qualificata per il suo nuovo ruolo di team leader.

Davide ha preso coraggio, ha portato la sua iniziativa ed è stata accettata. Bene? No male. Malissimo … da quel fatidico OK la domanda è una “… e se non funziona?”

Domenico è costantemente in ansia perché è sicuro che, prima o poi, tutti si accorgeranno della sua incapacità di gestire il team.

Il buio amplifica.

La notte riaffiorano timori e preoccupazioni di qualcosa d’indefinito e pauroso …
soprattutto quando ci sentiamo inadeguati,
bloccati dalla paura di sbagliare o di non essere all’altezza.

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Anche quando riusciamo a fare bene qualcosa,
ci accorgiamo che in fondo non era così terribile (come avevamo pensato) e sentiamo un po’ più di sicurezza e di soddisfazione personale …
il giorno dopo di tutto torna come prima e ricompaiono scenari d’inadeguatezza e di fallimenti.
Torna la paura da leadership.

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

Soprattutto la notte.

Perché anche quelli che sembrano (e sono) meno preparati di me lavorano con più serenità?
Perché gli altri sono più sicuri di me?
Tutti sembrano godere del successo tranne me?
da dove viene questa paura da leadership?

Durante le sessioni di personal coaching,
emerge tutto quello che è tenuto accuratamente (e faticosamente) nascosto sotto facciate di competenza, fiducia e carisma.

Ecco le 5 domande (con tutte le complesse declinazioni e ansiosi mix) che sono alla base della paura da leadership di molti manager,
team leader, responsabili, di chiunque gestisca o abbia responsabilità.

1. … e se non riesco?

Fare molta fatica ad accettare il fatto di non riuscire.
Considerare ogni errore “grave” e le sue conseguenze “catastrofiche”.

Sbagliare e considerarsi una persona sbagliata,
un leader inadeguato, un manager incapace.

La tendenza è di associare lo sbaglio alla persona e il fatto di aver sbagliato viene vissuto come un fallimento personale.

La paura di sbagliare è strettamente collegata con la paura del giudizio degli altri.

2. … e se fallisco?

Fantastico … e se non funziona?

Avere paura di non farcela,
di non essere all’altezza, come capo, come responsabile, di non saper gestire le crescenti richieste …
trovarsi di fronte a compiti troppo grandi, di non avere le capacità,
di non saper decidere e fallire miseramente.

Aver bisogno di avere tutto sotto controllo,
gestire in prima persona, non delegare.

Creare situazioni impegnative e scomode,
improbabili da gestire a riprova delle nostre incapacità.

Creare parametri di valutazione troppo ambiziosi ed eccessivamente perfezionisti.

Quando si teme l’insuccesso e si cerca (disperatamente) di evitarlo in tutti i modi …
è facile capire come andrà a finire.

3. Ne ho (davvero) le competenze?

Ma dove mi sono cacciato?

Dopo i salti di gioia … ecco la doccia fredda:
sentirsi completamente sotto qualificati per il nuovo lavoro o ruolo!

Responsabilità scoraggianti, disagio nel ruolo.
Non avere idee.
Non sapere nemmeno cosa si deve fare.

Avere una sola certezza (sabotante) …
… da qualche parte (nel processo di assunzione o di organizzazione) qualcuno ha fatto un errore assumendo la persona sbagliata.

4. … e se non piaccio?

Essere condizionati (o ossessionati?) da cosa pensano i collaboratori,
i capi, i titolari dell’azienda o i clienti.

Voler sentirsi dire continuamente di essere un capo competente e indispensabile.

Cambiare atteggiamento a secondo della persona di fronte per guadagnare (accaparrare o forse è meglio dire elemosinare?) il suo apprezzamento e il suo gradimento.

Rifiutare offerte di promozione poiché le nuove responsabilità potrebbero determinare la critica dei colleghi.

Voler essere leader ma con la certezza di piacere,
essere accettato e … senza critiche!

5. … e se mi scoprono?

Eccoti qua, mascherina … ti abbiamo beccato, non sei quello che vuoi apparire!

Paura di essere un bluff.
Un falso.
Un imbroglio.
Aver paura di essere smascherato e di essere visto per quello-che-si-è-veramente.

Coprire le paure,
essere costretti a spendere un sacco di energie per convincere tutti quelli che ci circondano.

Un logorio continuo di ansia e pressione.

Paura da leadership. Cosa fare?

I leader non lottano con la paura.
La guardano in faccia.
L’ascoltano.
L’accettano.

Cosa fare, adesso?

È il momento di spegnere la luce.
Buonanotte.
Domani ti aspetta un’altra giornata impegnativa.

paura da leadership

11 spunti per gestire con successo i collaboratori più giovani

collaboratori giovani

Come ogni generazione che si affaccia alla ribalta, i giovani d’oggi sono tanto criticati e bistrattati … ma anche spesso fraintesi.

“Faccio” personal coaching (anche) con i giovani … è vero sono egocentrici, irriverenti, insolenti, sfacciati, comunicano tantissimo, troppo e male. Ma sono anche creativi, intelligenti, smart, tolleranti, entusiasti, “attaccati” ai valori della famiglia, della comunità e dell’ambiente.

I collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano. Ecco 11 spunti che dovresti prendere in considerazione, quando un collaboratore giovane o giovanissimo si “affaccia” nella tua azienda o nel tuo team:

1. Lasciare libera espressione

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Nel Mercato di oggi si parla tanto di differenziazione, personalizzazione, distinzione …
Bene. Eccoci accontentati.

Quella attuale, è una generazione che celebra (almeno negli intenti) l’auto-espressione e la diversità.
I giovani di oggi vogliono distinguersi.

Vogliono che la loro individualità s’intraveda, anche quando gli è richiesto un apporto costante di servizio e di performance.

Andiamo aldilà delle loro creste, felpe e tatuaggi, scaviamo un pò più in profondità e cerchiamo il valore aggiunto che i collaboratori più giovani ci possono dare.

2. Via libera al multitasking

Ricordiamoci che i nostri giovani possono praticare il multitasking meglio di qualsiasi altra generazione prima di loro.

Infatti, per me (che sono multitasking-zero) rimarrà un mistero come possano giocare, scrivere un messaggio, risponderti e divertirsi … allo stesso tempo!

3. Lasciare usare i cellulari sul posto di lavoro

Sono nati con un dispositivo mobile in mano.
Prendiamone atto (nel limite del buon senso).

Se non causa un problema di sicurezza, lasciamoli usare i loro telefoni (almeno durante le pause di lavoro) … saranno sicuramente più produttivi, se non limitiamo la loro forma naturale di comunicazione.

Inoltre, anziché ostacolare e boicottare l’uso dei cellulari, forse è più interessante appassionare i collaboratori più giovani facendoli diventare social-ambasciatori della tua attività o coinvolgendo i tuoi clienti (utilizzando Twitter, Instagram, Facebook, ecc.).

Nessuno sa utilizzare i social meglio di loro.

4. Dare feedback costruttivi

I giovani d’oggi, più di qualsiasi altra generazione precedente, hanno bisogno di feedback inerenti alle loro prestazioni.

Hanno bisogno di sapere che stanno-facendo-bene.

Se li vedi fare bene qualcosa, fermati, spiegali cosa hai osservato e perché è importante.

Troppo spesso, tutto quello che ricevono, sono rimproveri generici, critiche non costruttive e richiami per compiti mal eseguiti.

5. Definire le reciproche aspettative

Per molti giovani e giovanissimi il lavoro è solo “qualcosa da fare nel fine settimana” per guadagnare i soldi per divertirsi o comprare felpe o elettronica.

Se speri di far brillare i loro occhi parlando di promozioni, percorsi di carriera, salita di scale aziendali … forse stai sprecando tempo.

Forse dicendo “Capisco che questo non è il lavoro della tua vita, ecco quello che mi aspetto da te … ” vedrai che saranno più propensi a rispondere e interagire.

6. Evitare slogan o prediche

Meglio evitare tutte quelle esortazioni al lavoro, il classico consiglio “dello – zio” o slogan motivazionali presi in prestito dalla Rete. Gli slogan non sono inutili ma in questo contesto possono essere quasi controproducenti.

Anche le prediche, non sono solo controindicate perché contribuiscono a colpevolizzare una persona ma sono anche perfettamente inutili. Non giudicare e non confrontare i giovani di oggi a quando avevi tu 20 anni.

Evitare l’atteggiamento del “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Quando ero giovane io…”, “Voi giovani di oggi …”.

Che palle!

7. Non mortificare

Lo stile mortificatore è quello in assoluto meno indicato per scuotere e motivare un giovane. Può avere (forse) un effetto nell’immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

Non sorprenderti se poi di colpo … sparisce, e non lo vedi più.

8. Coltivare un clima positivo

Per i giovani, il posto di lavoro deve essere anche divertente e positivo.

Vogliono fare amicizia con gli altri colleghi, andare a pranzo insieme, ridere e scherzare durante le ore di lavoro ed essere coinvolti negli eventi aziendali.

I giovani dipendenti, anche se lavorano tanto, generalmente non sono maniaci del lavoro. Riempiono la loro vita con molte altre attività, sport, gruppi sociali, le classi, gli amici. Casa, la famiglia e gli amici sono spesso le prime priorità.

È facile immaginare che possono essere facilmente annoiati da compiti banali e di routine. Un ambiente di lavoro monotono, grave e pesante non tratterrà i giovani collaboratori per molto tempo.

9. Il rispetto deve essere “guadagnato”

È un falso mito che i giovani d’oggi non rispettano l’autorità.

Non rispettano l’autorità “in quanto tale“.

La stima deve essere guadagnata “sul campo”.

Il capo, manager o titolare deve essere meritevole di rispetto e lealtà. Se li rispetti, rispetti i loro interessi, in cambio ti stimeranno e ti apprezzeranno. Infatti, la fedeltà dei più giovani, una volta guadagnata, è di lunga durata.

L’insoddisfazione per il capo o il superiore è il motivo principale d’abbandono dell’azienda o del lavoro.

10. Evitare di essere troppo fiendly

Vuoi dimostrare di non essere il “solito” capo direttivo e serioso, vuoi essere alla mano, un superiore cui piace condividere informazioni, compreso i commenti e le foto su Fb?

Niente di male ma attenzione che questo è un terreno scivoloso.

Infatti, un po’ alla volta, si costruisce così un rapporto d’amicizia, in cui è facile mescolare la confidenza con la parità di ruolo e confondere un rapporto professionale con una vera e propria amicizia.

11. Il capo come guida

I giovani desiderano imparare, vogliono un’esperienza espressiva.

Per questo ambiscono a un capo o un superiore che sia vicino, attento e consapevole.

Hanno bisogno di una guida … un mentore. Non è più sufficiente assumere le persone giuste e mostrare loro la strada, devi essere la persona giusta per “conquistare” il loro affetto e la loro stima.

Il capo per i più giovani deve essere una figura di forte di riferimento, “uno” su cui poter contare e fidarsi. Devono sentirsi bene, “sentire il potere” ma anche poter venire da te per qualsiasi cosa.

Essere autorevole ma non autoritario.
Una persona di polso, con un pugno avvolto in un guanto di velluto.

Collaboratori giovani? Investimento di tempo ed energia

Come vedi i modelli che circondano i collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano.

Anche se pensi che piercing e tatuaggi non siano professionali, ricorda che se stai gestendo uno staff collaboratori giovani, devi consapevolizzare che portano energia ed entusiasmo ma ti richiedono un grande investimento di tempo, attenzione ed energia.

In bocca al lupo!

Scopri il “mio” coaching per la gestione del team.
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai ancora fatto il primo passo?
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Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

Mettiamola così.

So di aver ragione. E lui torto.
Ne ho le prove.
Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato “invia” con soddisfazione. Beccati questa … volevi fregarmi?
Ti ho fregato io!

Aspetto la risposta.

Perché non risponde? … è passata più di 1 settimana. Boh!
Così ho ri-letto la mia mail.
E poi la sua.

Ahia!

So di aver ragione. E lui torto. Questo non cambia.
Ma adesso mi rendo conto che la mia risposta è … sproporzionata, inadeguata, esagerata, “troppa roba”… cafona.

Ecco perché non ha risposto.
So di aver ragione. E lui torto.
Ma adesso non ne sono così convinto.

Terribile.

La posta elettronica è un modo terribile di comunicare.

Ci sono diversi studi che indicano che circa il 50% delle mail sono mal interpretate.

E ti credo!

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Quando scriviamo un’e-mail, le parole sono la sola forza, l’unica risorsa … infatti (tenendo conto del solo testo) perdiamo oltre il 90% dell’efficacia della comunicazione efficace.
E con queste premesse, è facile creare incomprensioni ed equivoci, aumentare la tensione e il conflitto.

Tutti abbiamo ricevuto email arrabbiate da parte di clienti, colleghi, capi.
Purtroppo di solito, il modo in cui scegliamo di rispondere intensifica le emozioni coinvolte.

Rispondere in modo professionale è più facile a dirsi che a farsi.
Vediamo come possiamo risolvere queste situazioni incresciose in maniera più efficiente e “onorevole”:

1. Prima di rispondere fare un respiro anzi due

Se il tuo collega, capo o cliente si sono lasciati sopraffare dalle emozioni, non ripetere lo stesso errore.
Prendi tempo. Ti aiuterà a evitare una reazione istintiva a questa email arrabbiata.

Uno dei vantaggi del mailing è che non devi per forza rispondere immediatamente.
Sfrutta tutto il tempo che hai a disposizione. Lascia un po’ sbollire e potrai rispondere in modo professionale.

Nel caso che urge risposta, senti troppo la tensione oppure l’altro è in attesa, di sicuro hai almeno 5 minuti disponibili.
Alzati, raffredda la mente, fai due passi fuori dall’ufficio,
prendi un bicchiere di acqua.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai reagendo con astio e ostilità perché stai leggendo “tra le righe”?
Riesci (davvero) a sentire la rabbia o la frustrazione dell’altra persona attraverso lo schermo del PC?
Stai giudicando le intenzioni degli altri sulla base di alcune frasi,
attraverso il filtro della tua mente?

Non è che (forse) stai travisando o esagerando il tutto?

Resisti alla tentazione di saltare subito alle conclusioni.
Rileggi e assicurati di aver compreso davvero bene il concetto prima di fornire una risposta professionale.

3. Scrivere una risposta altrettanto arrabbiata

Se vuoi scrivere una mail contro-arrabbiata per tutta risposta, fallo.
Aiuta a buttare fuori i sentimenti, a scaricarsi e a sgravare la tensione.

Basta non inviarla.

Una precauzione … non scrivere la risposta nel modulo “rispondi” e non riempire il campo “A:” con l’indirizzo elettronico della persona … se accidentalmente premi “Invia” son dolori.
Molto meglio scrivere una “nuova” mail e salvarla come “Bozza”.

Dopo esserti raffreddato, è un attimo eliminarla/modificarla.
Personalmente le modifico (e anche notevolmente) il 99% delle volte.

4. Rispondere in modo sintetico

Se c’è anche una sola possibilità di aver mal interpretato la mail,
adesso è il momento di rispondere a questa email arrabbiata nel modo più preciso possibile.

Falla breve.

Struttura la tua mail con un solo messaggio principale, in modo da essere sicuro che chi leggerà capirà esattamente quello che intendi dire.

Rinuncia a risposte troppo lunghe, super dettagliate, velate, ambigue o deduttive (“… sicuramente avrai capito il motivo della mia risposta …”) che potrebbero ancora più confondere chi-legge.

5. Rispondere in modo semplice

Evita il sarcasmo e l’ironia nelle tue mail di risposta soprattutto se la situazione è già surriscaldata.

Anche “buttarla” sullo scherzo, per alleviare la tensione e sdrammatizzare, potrebbe peggiorare la situazione perché chi-legge non è in grado di vedere le tue espressioni facciali o gesti e può facilmente fraintendere il testo.

E stai sicuro … lo farà!

6. Pianificare un incontro chiarificatore

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente,
assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano.

Paulo Coelho

La vera domanda è … desideri davvero risolvere il problema o l’equivoco?

Se il tuo obiettivo finale è quello di trovare una soluzione (poco importa se hai torto o ragione, se il tono del mittente è sarcastico, ecc.)
la cosa migliore è organizzare un incontro faccia-a-faccia o per telefono/skype.

Non ti entusiasma l’idea?
Ti aspettavi una soluzione efficace senza il tuo coinvolgimento?

È facile scagliare missili digitali nella sicurezza del tuo ufficio senza il rischio di un incontro dal-vivo.
Per un confronto faccia-a-faccia o per telefono ci vuole coraggio e autocontrollo.

Non farti sfuggire l’occasione per dimostrare la tua forza e il tuo carattere.

7. Chiedere aiuto

Se hai collaboratori stretti o amici di cui ti fidi, se la mail non è troppo confidenziale, allora è proprio il caso di chiedere il loro aiuto per digitare la risposta in modo da evitare … autogol.

Le persone cui chiedi non sono coinvolte emotivamente. Forse possono aiutarti a trovare il giusto approccio oppure sanno come trattare con il tuo capo o il cliente arrabbiato.

8. Ammettere i propri (eventuali) errori

A volte pensiamo di essere nella ragione e nel giusto, ma poi invece scopriamo che la causa del problema o chi ha aggravato la situazione,
siamo proprio noi.

Dobbiamo fare quello che è giusto.
Dobbiamo fare il nostro dovere.

Riconoscere l’errore … e porgere le nostre scuse a tutte le persone coinvolte.
Non possiamo permettere che un errore, una svista o un fraintendimento mandino in fumo anni di relazioni professionali.

Email arrabbiata? Non prenderla sul personale

Rispondere con astio e animosità ad una email arrabbiata non è quasi mai il modo appropriato o più efficace per risolvere la questione.

Fino a quando abbiamo a che fare con le persone (e per fortuna che è così) saremo sempre esposti al rischio di essere delusi, frustrati e di reagire con rancore … succede a casa, al lavoro e in innumerevoli altre situazioni.

Dobbiamo sapere incanalare queste emozioni in modo produttivo.

Personalmente queste 8 piccole strategie (nel gestire una email arrabbiata) mi hanno aiutato ad “allenare” l’autocontrollo, il coraggio e a risolvere situazioni incresciose in maniera più efficiente e dignitose che in passato.

Prova anche tu.

Come gestire con efficacia un collaboratore arrogante – 2

arrogante

leggi anche la parte 1 small ...

4. Documentare i comportamenti

È importante documentare con precisione (date, descrizione dell’accaduto, persone coinvolte, ecc.) e tutti i comportamenti errati avuti dal dipendente in questione.

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Anche (e soprattutto) se la tua realtà è piccola e il numero dei collaboratori è basso,
documentare e dettagliare i-fatti daranno maggiore “ufficialità” e incisività alla questione.

Se lavori per una grande azienda,
potresti chiedere aiuto al dipartimento delle risorse umane,
per conoscere le procedure riguardanti il comportamento dei dipendenti.

5. Indicare il comportamento inaccettabile

“Ci sono persone che sanno tutto,
e purtroppo è tutto quello che sanno.”

Oscar Wilde

Non serve dire “Hai un atteggiamento arrogante” oppure “Hai sbagliato”.
La critica deve essere riferita a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico.
Devi essere chiaro su cosa, dove e quando; spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

Se riesci,
evita frasi tipo “La tua arroganza ancora una volta ci … ” oppure evita parole sensibili come “arrogante, egoista, presuntuoso” e tutte le varie variazioni.

Mettere in chiaro che l’atteggiamento e il comportamento sono diventati un problema e interferiscono con il resto del personale,
che sta cercando di completare il suo compito.

Fare l’esempio di un incidente specifico in cui il tuo collaboratore arrogante ha influenzato negativamente e pesantemente tutto il team.

6. Permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegarsi o di rifiutare le tue dichiarazioni.

Potrai certamente spiegare tutti i tuoi punti ma assicurati di non interrompere il tuo interlocutore in modo che spieghi le sue giustificazioni.

Lascia parlare il tuo collaboratore supponente,
anche se non sei d’accordo, perché interrompendolo,
otterrai solo il risultato di inasprire il dialogo.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Chi ti dice, che magari non ci saranno sorprese!

7. Non giudicare o interrompere

Ascolta senza giudicare.
Difficile vero?

Non controbattere,
fallo finire e poi replica, se è il caso.

Evita l’atteggiamento del “io avrei fatto …”, “io avrei detto …”, “se …ma…”.

È un’occasione per imparare … a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità.
Così facendo aumenterai il rispetto, la credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

8. Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi

Focus sulle azioni non sulla persona.

Concentrati solo sui comportamenti.
Evita attacchi personali o commenti sulla persona.
Non toccare l’autostima del tuo collaboratore! Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

Fare riferimento esclusivamente a un suo comportamento,
una situazione o un problema particolare.

9. Chiedere di cambiare il comportamento arrogante

Dopo aver informato il collaboratore o dipendente della natura inaccettabile del suo atteggiamento,
è il momento di chiedere uno sforzo concertato e concreto per cambiare ed eliminare tale comportamento.

Meglio essere precisi nelle descrizioni di quali comportamenti e azioni devono cambiare.

Se il collaboratore indisponente comincia a metterla su “Se non ci fossi io …” o sul fatto che sta “reggendo da solo” tutta l’azienda,
store o centro che sia dimostrali (con i fatti) che lui/lei  è importante ma non indispensabile,
come crede di essere.

Molti lavoratori arroganti sviluppano tali atteggiamenti di onnipotenza quando cominciano a pensare,
di essere essenziali e che la società o il team abbia un (disperato) bisogno di loro.

10. Dare un ultimatum

Se dopo un adeguato periodo,
il comportamento e l’atteggiamento del dipendente non è cambiato o non si vede alcun miglioramento,
è doveroso informarlo che i “bonus” a suo favore stanno per finire.

Mettilo al corrente che,
alla prossima infrazione (delineata e definita chiaramente) sarai costretto a dargli il “benservito”.

È importante che tutti i processi siano pianificati e attuati in maniera sicura,
per evitare problemi legali a te e a tutta l’azienda.

I piani disciplinari possono variare, a seconda l’organizzazione,
da un paio di confronti, un’ammonizione verbale, un’ammonizione scritta,
fino al licenziamento.

In conclusione,
fai del tuo meglio per aiutare il collaboratore arrogante a diventare un giocatore della tua squadra ma alla fine devi fare ciò che è meglio per te,
il tuo team e la tua organizzazione
.

 

T’invito a prendere questi suggerimenti per gestire il tuo collaboratore arrogante non come una guida da seguire alla lettera ma solo come spunti di riflessione e di valutazione.
I rapporti professionali (come quelli personali) sono troppo complessi perché sottostiano a regole e procedure standard.
Vanno contestualizzati e personalizzati all’azienda, alla situazione, alla tua personalità  di capo/leader/responsabile e a quella del tuo collaboratore o dipendente.

Come gestire con efficacia un collaboratore arrogante – 1

collaboratore arrogante

Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure un responsabile di un piccolo team poco importa …
sicuramente conosci la complessità di dover “convivere” con le diverse personalità dei tuoi collaboratori.

Questo è un compito spesso difficile,
soprattutto quando un tuo dipendente o collaboratore ha una personalità narcisistica e arrogante.

Il collaboratore arrogante spesso è un problema all’interno del team

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Il collaboratore arrogante e supponente potrebbe non essere una complicazione solo per te ma un elemento che può portare problemi anche all’interno del team e creare malumori tra il personale. Le persone trascorrono più tempo a discutere (o peggio a litigare) e meno a lavorare.

Il collaboratore arrogante non è un tipetto facile.
Dimostra poca sensibilità, usa spesso un linguaggio scurrile e manca di tatto.
Cerca di dominare e controllare gli altri colleghi (soprattutto quando tu non ci sei).

Molti arroganti credono di essere affascinanti ma in realtà non lo sono.
Dietro la loro arroganza spesso si nasconde una grande vulnerabilità ed hanno un disperato bisogno di apparire nel modo giusto e di essere considerati indispensabili.

Una cosa è certa.
Trattare con un collaboratore arrogante richiede tanta pazienza e una grande quantità di autocontrollo.

Conviene chiudere un occhio davanti alla presunzione del collaboratore che fa la star?

Dipende.

Quando me lo chiedono,
rispondo a mia volta con delle domande.

Quanto tempo ti porta via il dipendente arrogante?
Sei focalizzato su di lui/lei più dello sviluppo del tuo prodotto, servizio o clienti?
Per ridurre al minimo l’attrito con gli altri membri del team stai attingendo alla tua risorsa più preziosa … il tempo?

Molti dipendenti arroganti hanno prestazioni medie ma alcuni sono i migliori in quello che fanno.
È molto facile essere infastiditi da quelli “medi” ma sorvolare su “quelli eccellenti”,
perché ci torna utile.

Ci sta.

Tuttavia,
il loro comportamento può essere dannoso per il resto del team.
Si perde credibilità quando ci si piega alle regole dell’arrogante.
Se non intervieni, se ignori l’arroganza per debolezza o rendiconto, il resto del personale potrebbe vederti come un capo debole o ingiusto e, così con il tempo, farai “ancora più danni” del tuo collaboratore supponete.

Ecco 10 spunti per approcciare con successo un collaboratore arrogante:

1. Consapevolizzare che serve tempo ed energie

Quanta voglia hai di affrontare o di gestire il tuo collaboratore arrogante?

Poca di sicuro,
non ho dubbi!

E sicuramente stai sperando che con il tempo capirà, comprenderà,
si accorgerà e comincerà a …

Stop.
Mi spiace.
Non accadrà.

L’arroganza è una caratteristica profondamente radicata.

Aspettati un progresso, un miglioramento,
ma è importante ricordarsi che il vero cambiamento (se ci sarà) richiede tempo.

Anche se la persona è volenterosa e con competenze eccellenti,
l’arroganza non sparirà in una notte.

2. Non reagire con emotività

L’emozionalità è cattiva consigliera.

Se, per il momento, non sei in grado di gestire e controllare la tua emotività,
aspetta.

Meglio non approcciare qualcuno quando non si è pronti.
Rischi di dire o fare qualcosa di sconveniente che può compromettere definitivamente il tuo rapporto lavorativo.

Una nota …
aspettare non vuol dire evitare.collaboratore arrogante

3. Parlare a quattr’occhi

Spesso,
il modo più efficace per affrontare un arrogante è dimostrare pubblicamente la scorrettezza dei suoi atteggiamenti.

Ma non te lo consiglio.

La maggior parte delle persone non risponde bene all’umiliazione o all’imbarazzo pubblico,
così facendo rischi di aumentare la tensione, senza risolvere il problema.

La persona spesso è arrogante perché è insicura e il richiamo imbarazzante aumenterà la sua insicurezza e, di conseguenza,
anche la sua arroganza.

Meglio evitare questa escalation.
Utilizza feedback negativi solo nel privato e a quattr’occhi.

Chiama la persona nel tuo ufficio, in una saletta conferenze libera o in qualsiasi altro posto lontano da occhi e orecchie indiscrete.
Poco prima dell’incontro,
prenditi qualche minuto per rilassati più che puoi, respira profondamente,
sorridi per sciogliere la tensione dalla tua faccia.

Ti servirà.

leggi anche la parte 2 small ...

7 modi garantiti per uccidere la motivazione nel tuo team

motivazione

Alcune persone non saranno mai motivate.

Altre faranno solo quello che serve per mantenere il lavoro, dare una parvenza di coinvolgimento e pagare il mutuo.

Poi ci sono collaboratori altamente competenti e motivati che, per una serie di ragioni, perdono entusiasmo e passione per il lavoro e diventano delusi, amareggiati, demotivati e … poco produttivi.

Spesso però è proprio il manager, il capo, il titolare (ovvero il pilastro della produttività) che, con il suo comportamento, uccide (spesso in buona fede o per non conoscenza) la motivazione dei suoi collaboratori.

Quest’articolo è per loro.

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1. Controllare tutto

Ti fidi del tuo team?
Sì, sì, come no!

E poi pretendi di verificare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione” e il tuo OK.

Scusa perché hai strappato alla concorrenza quel tizio così bravo se poi sei riluttante a delegare, ti concentri sui dettagli e non lasci libera iniziativa anche sulle decisioni più banali?

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia che fa (davvero) sentire il lavoratore inutile … un idiota! Stai uccidendo la sua motivazione e la crescita professionale.

2. Concentrarsi solo sugli errori

Ogni volta che è commesso un errore, non fare la solita domanda “Di chi è la colpa questa volta?”. Sinceramente, poco importa di chi è la colpa (la colpa è di tutti), l’importante è cercare di capire come risolvere il problema e fare in modo che non si ripresenti più.

Focalizzarsi regolarmente sugli errori, cercare il colpevole, soffermarsi solo “su cosa è andato storto” crea un ambiente negativo, di sospetto, da “caccia alle streghe”, di giustificazioni e ovviamente di demotivazione.

Molto più produttivo canalizzare le energie per trovare risposte e soluzioni.

3. Respingere le idee

Ogni idea è buona?
No, senza dubbio.

Respingere però regolarmente le idee e le proposte del personale, magari senza neanche ascoltarle, non aiuta certamente il coinvolgimento e “l’attaccamento” all’azienda.

Quando i tuoi collaboratori sentono che la loro “voce” non è mai ascoltata o non sono coinvolti perdono, un po` alla volta, entusiasmo e motivazione, con ovvi effetti negativi sull`ambiente di lavoro e sui risultati.

4. Non mantenere la parola

È semplice.

Se dici che stai per-fare o non-fare qualcosa, per uccidere la motivazione dei tuoi collaboratori in un colpo solo è sufficiente … non mantenere la parola.

Non c’è molto da dire.
Onestà, integrità e fiducia reciproca sono assolutamente essenziali per il successo nella vita.

5. Dare scadenze o obiettivi non realistici

Pensi che i tuoi collaboratori siano poco efficienti?

Forse hai messo l’asticella talmente in alto da non accorgerti che il tuo team sta (già) facendo un lavoro incredibile?

motivazione

Se fissi scadenze e obiettivi non realistici stai “ammazzando” la motivazione perché le persone saranno frustrate dal fatto di essere consapevoli che non potranno mai raggiungere quel traguardo impossibile.

La motivazione sgorga solo quando si pensa di riuscire, realizzare o di raggiungere “qualcosa”.

6. Avere preferiti

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre ma non ci dovrebbero essere preferiti, tutti devono essere il “tuo preferito”.

Favorire o non rimproverare una persona con la quale hai un certo feeling, rischia di farti perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando di te un`immagine di leader debole.

In questo modo penalizzi e demotivi tutti gli altri collaboratori, che lavorano con dedizione e rispetto delle regole, che desiderano solo che sia rimarcato un concetto molto semplice e basilare: se le regole esistono, tutti devono rispettarle.

7. Trattare i collaboratori senza rispetto uccide la motivazione

“Se l’esistenza dei motivatori istantanei rimane un mito,
la presenza di tanti eccellenti demotivatori è invece una realtà conclamata,
nello sport come nelle organizzazioni.”

Pietro Trabucchi

Non ho mai capito perché alcuni manager trattano i propri collaboratori così male e poi pretendono che siano efficienti e produttivi. Non si rendono conto quanto le persone siano importanti per il loro successo?

Le aziende che trattano i loro dipendenti correttamente, e danno loro il rispetto che meritano, hanno sempre un rendimento migliore.

I grandi leader sanno come motivare il team, hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perdono mai l’occasione di essere amichevoli nel comportamento e nei gesti.

Molti di questi errori che i manager fanno sono così facili da evitare (scopri il personal coaching per motivare il tuo team). Prova a chiederti … come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

Sicuramente vorresti essere stimolato, ascoltato, coinvolto ed essere lasciato “in pace” a fare il tuo lavoro correttamente.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Accoglienza sbagliata: quanti danni si possono fare?

accoglienza sbagliata

Non più tardi di un mese fa in un negozio di ottica di lusso la giovane venditrice ci accoglie con un sorriso.

Vorrei vedere degli occhiali” chiede la persona in mia compagnia.
Un attimo che le chiamo il venditore?

Torna dicendo “È per un preventivo?”
No
Allora lo posso fare io”.

Poteva finire lì.

Siccome non era per un preventivo,
siamo stati prontamente “scaricati” alla giovane del front store che ci ha servito (nella sua acerba esperienza e visibile svogliatezza) indicandoci con il ditoc’è quel modello oppure quell’altro” i vari tipi di occhiali ben disposti sui bellissimi display del Punto Vendita.

Il tutto è durato forse 2 minuti e la giovane venditrice non “ha preso in mano” una sola volta un paio d’occhiali.

Poco male.

L’ottico concorrente (dove la persona ha acquistato – in un secondo tempo – gli occhiali) sentitamente ringrazia per l’accoglienza sbagliata di cui sopra.

Le gratificazioni emozionali sono le più sensibili

Personalmente non ne sono rimasto particolarmente turbato, diverso è stata la persona che mi accompagnava (cliente abituale dello store) che non ha reclamato con veemenza per il solo fatto che il proprietario, in quel momento, era assente.

 

Anche se mi definisco una persona razionale, anch’io compio scelte dettate dalle emozioni quando decido di acquistare (o di non acquistare) un prodotto o un servizio.

Le gratificazioni emozionali sono quelle più gratificanti ma anche quelle più sensibili e “pericolose”, quando non sono soddisfatte.

Conosco (di vista) il proprietario … persona precisa, meticolosa e competente. Senz’altro sarebbe dispiaciuto dell’accaduto e prenderebbe i provvedimenti del caso … anche se oramai “il danno è fatto“.

Prestiamo attenzione al biglietto da visita del nostro store.
Non mi stancherò mai di ripeterlo.

Investire nell’immagine dello store. Basta?

Domanda.

Quanto serve spendere in rifiniture di lusso, pubblicità d’avanguardia, sito professionale, layout da favola … se poi in 2 minuti scarsi ti sei giocato 2 clienti, di cui uno affezionato e l’altro che ha un blog che parla (spesso e volentieri) d’accoglienza clienti?

Puoi investire migliaia di euro nell’immagine del tuo store ma che riscontri pensi di ottenere se al primo impatto risponde una voce sgraziata e indisponente?
Oppure la vocina tremula e sussurrata dell’esitante apprendista di turno?

E ancora come nel mio caso … relegare alla venditrice junior (peraltro incapace) un momento così importante come quello dell’accoglienza.

Pochi considerano l’accoglienza, un valore o un’area strategica su cui investire (in termine di formazione del personale). Se c’è una cosa che ci fa piacere (e ci fa tornare) in uno store, centro estetico, un bar, hotel o assicurazione … è la qualità dell’accoglienza!

In questi Tempi così incerti e complessi, devi dare un valore aggiunto al tuo servizio, devi prendere coscienza del comportamento dei tuoi clienti, adattarti a questi cambiamenti e chiederti come migliorare, accogliere e approcciare i clienti di oggi ed evitare un’accoglienza sbagliata.

Come prevenire un’accoglienza sbagliata

Prova a chiederti:

Chi è la prima persona che incontra il cliente quando entra in contatto (di persona, via telefono, via mail) con il mio punto vendita?
Questa persona sa esattamente quali sono i miei standard di accoglienza?
Tutto il mio personale sa esattamente come muoversi quando entra un/una cliente?
Che succede se entrano due clienti contemporaneamente?
Se la cliente deve pagare e tutti sono occupati?
Che succede quando non sono presente?

E soprattutto …
Sto dando il giusto esempio?

Se desideri approfondire l’argomento scopri il team coaching!

10 atteggiamenti al cellulare che rovinano la tua immagine di leader

leadership al cellulare

Leadership al cellulare.
Se ti stai chiedendo cosa-ci-azzeca (come dice Di Pietro) la leadership con l’utilizzo del smartphone vuol dire che non sei (ancora) del tutto cosciente di come i tuoi collaboratori ti osservano, ti giudicano e ti valutano costantemente.

Sei il capo, il leader, il faro … chi vuoi che guardino, se non te!

Leadership al cellulare? Ecco gli errori comuni

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Lo scopo di quest’articolo non è quello di fare un post divertente ma di renderti partecipe che, puoi avere in tasca anche uno smartphone di ultima generazione (campione di prestazioni e tecnologia), ma quando maneggi questo “aggeggio”, puoi perdere autorevolezza e considerazione, davanti al tuo team.

Ma và! Davvero?

Occhio! Quando siamo al cellulare, compiamo delle azioni, in modo inconscio o automatico, che non sono proprio da “manuale della leadership al cellulare ”.

Vediamo gli errori più comuni (che in realtà facciamo in molti) ma che i tuoi collaboratori non si aspettano (o che non vorrebbero mai vedere) nella persona che, almeno nel loro immaginario, debba sempre dargli la sensazione di essere in grado di affrontare qualsiasi situazione con obiettività, calma e sicurezza.

1. Parlare a voce troppo alta

Un classico.

Quando siamo alle prese con una situazione o un problema particolarmente delicato è facile scivolare in un “trip” telefonico che ci fa perdere completamente la dimensione di dove siamo e con chi siamo. Preso dal vortice della telefonata il tuo tono sale, sale, sale e ti ritrovi letteralmente a urlare nel tuo telefono cellulare.

È molto imbarazzante per chi ti sta intorno e … non ci fai davvero una bella figura!

2. Estrarlo continuamente ad ogni segnale

Arriva la mail, poi l’sms, adesso whatsapp, adesso Fb, e poi si ricomincia il giro … mail, sms, fb,
Dentro, fuori, dentro, fuori dal taschino.

Ma dai … Basta!

La taschina deformata della giacca per questo “continuo movimento dentro-fuori” non ti dà proprio un’aria da leader ma piuttosto di un “tarantolato” che cerca di superare lo stress dovuto alla mancanza di contatto con il suo smartphone.

3. Non inserire la modalità “silenzioso”

Durante la riunione con il tuo team o un colloquio con il tuo collaboratore non inserire la modalità “silenziatore” è scorretto e maleducato perché interrompe (anche solo per pochi secondi per rispondere a un sms) costantemente la conversazione intrapresa.

4. Parlare e girare come una trottola

Parlando al cellulare è facile che, senza accorgerti, inizi a camminare o girovagare senza meta.
Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro …
Occhio alla tua leadership al cellulare!

Camminare mentre si è al telefono, è un’azione automatica che serve a tagliare fuori tutti gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno, per concentrarci maggiormente sulla conversazione.

Niente di male ci mancherebbe … ma muovendoti continuamente in spazi chiusi del tuo luogo di lavoro rischi di creare attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare i tuoi collaboratori.

Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.

5. Utilizzare suonerie ridicole

Meglio evitare suonerie ridicole, musichette strane, marcette, suonerie brutte, adattate da motivi noti, storpiate e rumorose … magari solo giusto per attirare l’attenzione!

6. Dimenticarlo di continuo

Un cliente è diventato, sotto quest’aspetto, una barzelletta per il suo team perché si dimentica cronicamente ogni volta il cellulare da qualche parte.
Spesso lo riportava (tra i sorrisini del personale) il cameriere del bar di fronte oppure qualcuno del team doveva “farlo suonare” per scovarlo ma se poi era stato dimenticato in modalità “silenzioso o vibrazione” partiva una vera e propria “caccia al tesoro”.

7. Fare le faccette, tic o usare intercalari ridicoli

“Oh, oh, oh, oh”
“uh,uh,uh,uh”
“ah, ah, ah, ah”
“Uhm, uhm, uhm, uhm”

Ricorda che il tuo corpo trasmette più del 70% dell’informazione. Posture e movimenti non pertinenti (toccarti in modo ripetuto e nervoso i vestiti o i capelli, trotterellare le dita sul tavolo, piede ballerino, incrociare nervosamente le mani e le gambe, coprirsi la bocca con le mani, arricciare le labbra, socchiudere gli occhi e corrugare la fronte, ecc.) sono indice di tensione, nervosismo, dubbi e preoccupazioni e dimostrano scarsa fiducia e bassa autostima.

8. Ostentarlo con arroganza

Meglio non appoggiare il telefono cellulare sul tavolo del bar, del ristorante, durante una riunione o un colloquio.

Sfoggiare con arroganza l’ultimo modello di smartphone non ti fa guadagnare punti …
è un grande sintomo di maleducazione e mancanza di stile.

9. Essere sempre alla ricerca di una presa

Ovvero come lo smartphone di ultima generazione con prestazioni elevatissime è messo in ginocchio dalla scarsa resistenza della sua batteria.

Ovvero come un leader di ultima generazione con competenze elevatissime è messo in ginocchio dall’ossessione della batteria-carica e dalla scarsa resistenza della sua batteria (interna).

10. Usarlo mentre qualcuno ti sta parlando

“Parla pure … ti ascolto”.

E intanto smanetti-come-un-forsennato sulla tastiera del cellulare e con la testa annuisci per dare una minima parvenza d’ascolto. Non dubito che stai sentendo (ascoltare è però tutta un’altra cosa) quello che ti stanno dicendo.

No. Così non funziona.

Non so te ma, se c’è una cosa che proprio detesto, è parlare con qualcuno che usa il cellulare mentre si sta parlando. È una totale mancanza di tatto, d’attenzione e anche d’educazione.

Pensaci la prossima volta che un collaboratore o un collega ti sta parlando (ma vale anche – soprattutto – per moglie/marito, figli e amici).

P.S.
Il fenomeno è così diffuso che è stata inventata una parola, phubbing, che indica proprio “l’azione di chi snobba qualcuno, guardando il proprio cellulare invece di prestargli attenzione”.

Mah!
Ecco la leadership al cellulare!

4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader

arroganza

Non sono poche le persone che mi contattano (per “fare” coaching) perché pur essendo partite con le migliori intenzioni, col tempo si sono “impantanate” in atteggiamenti di arroganza, di spavalderia o di reazioni eccessive che hanno compromesso il rapporto con il loro team (grande o piccolo che sia) con tutto lo strascico di problemi, conflitti, cali di produttività, scarsi risultati, notti insonni e bruciori di stomaco.

Se il “team è la chiave del successo” è facile dedurre che “NO team = NO successo”.

A volte, la nostra insicurezza o inesperienza di leader è spesso coperta dal perfezionismo e dalla spavalderia, da atteggiamenti di superiorità e di arroganza.

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Per nascondere la nostra vulnerabilità, ci celiamo dietro false competenze, finti atteggiamenti di sicurezza, dimostrazioni di forza per manipolare e controllare i nostri collaboratori, per fare colpo o apparire più interessanti e competenti ai loro occhi.

L’arroganza è la maschera degli insicuri

Sei convinto che il mondo del lavoro è una giungla, una lotta continua, dove vince il più forte, il capo è quello che comanda e tutti devono seguirlo, senza discutere o argomentare.

Non stai scambiando arroganza e prepotenza per fiducia e carattere? Siamo in tanti a essere cascati in questo equivoco! Spesso, ci comportiamo con arroganza semplicemente perché non abbiamo ancora capito cos’è in realtà la fiducia in se stessi.

Essere arroganti, strafottenti e stronzi non vuol dire “essere sicuri di sé”. Anche se spesso, quelli che lo sono, sono messi su un piedistallo e sono osannati perché sono riusciti a diventare qualcuno.

Il punto è …
cosa vuol dire essere sicuri? E (soprattutto) come si può essere sicuri e fiduciosi senza cadere nella trappola dell’arroganza?

Ecco 4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua insicurezza di essere leader:

1. Scimmiottare i leader

Braccia conserte, sguardo truce e sorriso sprezzante.

Lasci poco spazio, incalzi e tendi a importi in continuazione. Non ammetti quasi mai di avere torto. Usi il sarcasmo e le battute per svalutare chi ti circonda. Sei critico e ogni occasione è buona per mettere in difficoltà e in soggezione i collaboratori, in modo da mantenere il controllo e il potere.

Ecco perché … critichiamo i nostri collaboratori davanti gli altri (per mostrare il nostro potere), esprimiamo la nostra opinione senza pensare all’impatto delle nostre parole (perché pensiamo che le persone “forti” fanno sentire così la loro voce), non riconosciamo mai il lavoro del nostro personale (perché quelli “duri” fanno così).

Siamo lontani. Molto lontani.

C’è una linea sottile tra l’essere fiduciosi e di essere arrogante, ma in realtà il divario è molto (ma molto) più grande.

2. Voler essere sempre il migliore (senza esserlo)

Da dove arriva questo bisogno di avere un’alta considerazione di sé, questa convinzione di essere superiore, speciale, il migliore di tutti?

Sei così portato a ricercare costantemente l’ammirazione degli altri e a pensare che, giacché sei il migliore, tutto ti sia dovuto e che le tue esigenze vengono prima di tutto-e-di-tutti e pur di guadagnare successo sei disposto a passare su ogni cosa.

Ricorda però …

ci sarà sempre qualcuno che ha più esperienza di te, più talento di te, più competenza di te, più brillantezza di te … ma qui è la differenza tra un leader fiducioso e un capo arrogante: se hai (davvero) fiducia in te stesso in nessun modo questa consapevolezza (di non essere il migliore) andrà a scalfire la tua integrità, la tua capacità, il tuo valore e … la tua autostima.

3. Bleffare e mascherare la sicurezza

Essere visti per quello-che-si-è-veramente è un pensiero che riempie di terrore tutti noi; per questo motivo costruiamo muri attorno a noi per proteggere la nostra vulnerabilità o indossiamo maschere per evitare di sembrare troppo sensibili.

Se dobbiamo coprire le nostre paure, siamo costretti a spendere un sacco di energie per convincere non solo noi stessi, ma anche tutti quelli che ci circondano.

Un logorio di ansia e pressione.

Il leader arrogante utilizza l’inganno, le spacconate, preferisce gettare fumo negli occhi, per paura di essere visto per quel che è. Sempre pronto a schivare la responsabilità fino a quando non arriva il momento di rivendicare un successo.

Bleffare per nascondersi.

Millanterie per vantarsi.

Lo sai che spesso le persone con la più alta opinione di sé sono spesso quelle con la più bassa autostima?

4. Trattare i collaboratori come sudditi

Perché pur di trasmettere l’immagine di capo forte-e-sicuro, non sappiamo dire “Complimenti. Ottimo Lavoro!”, non elogiamo o non siamo mai amichevoli con i nostri collaboratori?

Perché umiliamo il collaboratore di talento facendo leva sulle sue presunte debolezze personali … abbiamo paura che si “monti la testa” e metta in discussione la nostra leadership?

Se ti circondi di deboli yesman (che per il quieto vivere accettano di tutto) vuol dire che non sai (ancora) guidare un gruppo.

Arroganza e fiducia sono mondi a parte

Purtroppo, oggi la nostra società e il mondo del Lavoro incoraggiano e premiano gli scaltri, i furbi e i “pugni sotto la cintura”. Prima di poter vedere la luce, è necessario quindi riconoscere “cosa sono realmente” fiducia e arroganza.

Il problema è che facciamo difficoltà a distinguere la linea infinitamente sottile che divide la fiducia e l’arroganza.

Assicurati di conoscere la differenza.

È necessario traspirare fiducia, non arroganza.

E poi … nessuno gode della compagnia di una persona arrogante. Anche le persone arroganti non gradiscono l’altezzosità e l’insolenza … negli altri!

arroganza

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 2

buona impressione

leggi anche la parte 1 small ...

Look sempre adeguato alla circostanza

Per andare in ufficio, un meeting di lavoro, a un evento importante, un cocktail con le amiche o per un primo appuntamento galante, il tuo look deve essere adeguato alla situazione.
Sei sicuro che sia quello giusto?

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Meglio un look sobrio (per evitare di dare troppo nell’occhio), un look casual tipo jeans e t-shirt oppure uno classico camicia bianca, tubino nero o blu, tacco medio e qualche accessorio chic?

Anche se il look è sobrio e formale,
un pizzico di personalizzazione può darti un tocco di personalità in più e contribuire alla buona impressione.

Anche i colori sono importanti.
Meglio colori tenui per un incontro/happening/colloquio nel sociale e blu scuro per quel che riguarda una società bancaria, assicurativa o un’azienda di produzione.

Creare il contatto visivo

Gli occhi trasmettono la nostra essenza.

Quando ci concentriamo sugli occhi, siamo in grado di vedere la “vera essenza” della persona,
ci colleghiamo direttamente con il suo sé autentico.

Quando dai la mano a qualcuno, è importante creare “un collegamento” anche con gli occhi …
sorridi,
guarda la persona negli occhi e nota il colore dei suoi occhi.

Notare il colore degli occhi della persona cui stringiamo la mano.

Questa semplice abitudine ti “costringerà” a guardare (davvero) le persone negli occhi e “connetterti” con lui/lei.

Prova e vedrai la differenza.

Perfezionare la stretta di mano

La stretta di mano la dice lunga su di noi ancor prima di aprire la bocca.

L’intensità della forza impressa alla stretta è legata alla personalità ed è vista come una dimostrazione di carattere e di forza.

La stretta di mano è stata frutto di non pochi studi sul linguaggio del corpo e il carattere della persona.
Nello specifico in base all’indagine effettuata su più di 100 manager italiani è emerso che il 9% eccede nella forza nella stretta di mano e ben il 60% pecca in debolezza.

Una stretta salda e decisa è tipica di una personalità dominante, sicura di sé e razionale;
se la pressione è eccessiva, però è segno di un carattere aggressivo ed esibizionista.
Per contro, persone che danno la mano in modo molle e fiacco sono di solito schive,
timide e diffidenti.

C’è anche chi torce il polso dell’altro (esprime il desiderio di porre l’altro in un ruolo di sudditanza), chi invece offre la mano molle o solo la punta delle dita (non gradisce il contatto con gli altri).

La miglior stretta di mano per fare una buona impressione è verticale, decisa e forte (ma non troppo).
Ad esempio se davanti a noi c’è un ragazzino/a o una persona anziana, la nostra pressione,
se pur decisa deve essere meno forte.

La chiusura a due mani può sembrare troppo intima,
soprattutto quando è la prima volta che incontriamo qualcuno.

Mantenere la giusta distanza

Anche la distanza è molto importante la prima volta che incontri la persona.

Se mantieni troppo le distanze (2-4 metri) mandi segnali di freddezza e di rifiuto.
Al contrario, se sei una persona socievole e affettuosa, che preferisce parlare faccia a faccia a breve distanza ma ti avvicini troppo, prendi il braccio, appoggi la mano sulla spalla, invadi lo spazio dell’altro, ti prendi confidenze senza il permesso,
diventi aggressivo e indisponente.

buona impressione

Per non sbagliare in genere è meglio tenere una distanza di 1-2 metri.
Così sarai abbastanza vicino da interagire, senza fare sentire a disagio le persone.
Distanze inferiori a 1 metro sono di solito riservate per la famiglia e gli amici.

Evita anche di porti di fronte perché posizioni frontali (soprattutto tra uomini) sono assunte in situazione di conflitto.
Meglio porsi di fianco o ad angolo retto.

Trattenere il sorriso per una buona impressione

Regala alle persone che incontri un sorriso sincero.

Se il tuo viso, i tuoi denti e gli occhi non sono parte del sorriso, vuol dire che stai utilizzando un sorriso di circostanza.
E’ il classico tipo di sorriso che utilizzi quando non ti senti veramente a tuo agio,
non hai voglia di sorridere ma lo fai forzatamente solo per apparire cortese.

“Aggancia” gli occhi dell’altra persona, nota il colore dei suoi occhi e poi sorridi.
Attendi che sorrida di nuovo e poi “trattieni” il tuo sorriso per due secondi in più di lui/lei.

Sarai stupito dal legame che si crea.
Le persone non potranno non notare qualcosa di “diverso” e si ricorderanno sicuramente di te.

Ecco 7 suggerimenti per fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca.
Per alcuni di noi poi, i problemi iniziano proprio lì … quando devono cominciare a parlare … ma questa è tutta un’altra storia! Se desideri approfondire l’argomento … ecco il personal coaching per potenziare la leadership!

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
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Foto: Roland Lakis

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 1

impressione

Chi ben comincia … dice il detto.

Infatti, il momento più critico quando facciamo conoscenza con qualcuno è quello iniziale …
poco importa se è per un colloquio di lavoro,
una presentazione con clienti,
l’incontro con il nuovo team o il nuovo capo,
un evento mondano oppure l’appuntamento galante che hai sempre sognato.

In seguito potrai farti conoscere e apprezzare, dimostrare quanto sei competente, simpatico o disponibile ma la verità è che …
poco importa se la prima impressione può essere stata superficiale e ingannatrice …
difficilmente sarai in grado di far cambiare l’idea che si sono fatti di te.

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Ecco perché Oscar Wilde ci ricorda che “Non c’è una seconda possibilità di fare una buona prima impressione”.

Come fare una buona impressione in pochi secondi?

Gli esperti del settore dicono che bastano 10 secondi (il tempo di correre i 100 metri) per entrare nella mente degli altri e fare un’ottima o una pessima impressione,
soprattutto nel mondo del lavoro.

Durante questi pochi secondi, gli altri vedono solo una piccola parte di noi eppure una volta che la prima impressione è fatta,
può essere difficile (se non impossibile) cambiarla.

Allora … come fare una buona impressione ancor prima di aprire la bocca:

Trattare tutti quelli che incontri come se lui/lei fosse la persona più importante

Vai incontro” alle persone come se lui/lei fosse la persona più importante che devi incontrare quel giorno.

Se adotti quest’atteggiamento,
tutti si sentiranno speciali e godranno della tua presenza,
ancor prima che inizierai a parlare.

È un atteggiamento prima di tutto mentale.

Che impressione pensi di lasciare se per esempio …
in un colloquio di lavoro tratti in “modo speciale” prima la persona alla reception,
poi la segretaria e infine il selezionatore/direttore?

Oppure se durante un happening mondano,
ti approcci a ogni persona che incontri come se lui o lei fosse la star dell’evento?

Non costa nulla far sentire una persona speciale,
dare a qualcuno tutta la nostra attenzione e la nostra considerazione,
in modo totale (senza essere commedianti, soggiogati o paraculi).

Trasmettere fiducia e positività

Niente funziona meglio,
ancor di più quando si vuol “far colpo” su qualcuno,
come trasmettere un atteggiamento di fiducia e positività.

Quando si va a un appuntamento di lavoro,
un evento o un meeting piuttosto che continuare a ripetersi qualcosa di rassicurante ma vago tipo “Sei meravigliosa!” oppure “Calma, tranquillo” è molto più efficace ricordare un momento specifico in cui sei stato all’altezza o hai ottenuto apprezzamenti e riscontri positivi (la vittoria al torneo di tennis della città, la tesi di laurea, un apprezzamento da un cliente/capo/amico/partner, ecc., l’acquisizione di un cliente importante, ecc.)

È importante.

Ricordare le esperienze di successo genera positività.
Mantenere quella sensazione di successo nella tua mente ti permetterà di “entrare in scena” con un’areola di fiducia e di positività.

Prova e vedrai … sarai irresistibile!

Fare attenzione alla postura

Gli specialisti del settore dicono che niente come la postura può essere utile per fare una buona prima impressione.
Una postura dritta, un passo deciso e una schietta stretta di mano accompagnata da un bel sorriso sincero …
fanno miracoli!

“Stirati verso l’alto” più che puoi (come una marionetta cui qualcuno sta tirando una corda attaccata alla parte superiore della testa).
Spingi le scapole indietro e verso il basso e lascia cadere le braccia rilassate lungo i fianchi.
Mantieni le spalle piazzate verso la persona con cui stai parlando.
Se sei di lato,
dai l’impressione di essere solo parzialmente investito nella conversazione.

Alza il mento e guarda dritto, non guardare in basso mentre cammini

Per le donne, i consulenti americani suggeriscono una posa a-la “Wonder Woman” con le gambe leggermente divaricate piantati e le mani sui fianchi.
Questa posizione trasmette più fiducia, potenza e sicurezza.

Evita le braccia conserte sul petto che “creano” una barriera tra te e le persone e trasmettono un atteggiamento negativo, difensivo o di chiusura.
È la classica posizione negativa.
Incrociando le braccia, sembri freddo, riservato o peggio che stai nascondendo qualcosa.

È meglio evitare anche azioni inconsce come incrociare le gambe,
fare tintinnare le monete in tasca, guardare continuamente il cellulare,
alzarsi i pantaloni, aggiustarsi il bottone della camicia, giocherellare con una penna o battere i piedi perché sono indicazioni d’impazienza e di mancanza di fiducia che ti fanno sembrare imbarazzato e ansioso.

Foto: Roland Lakis

leggi anche la parte 2 small ...

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7 modi infallibili per rovinare il colloquio di lavoro – 2

colloqui

Leggi anche la parte 1.

4. Essere rancorosi durante i colloqui

Il mondo del lavoro oggi è tosto.

Le difficoltà nel prendere appuntamenti, le esperienze negative del passato, i tanti “le faremo sapere” ci hanno reso rancorosi e irritabili. È normale e anche comprensibile.

L’amarezza però è cattiva consigliera.

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Essere rancorosi, astiosi, pieni di risentimento e trasmettere tale frustrazione alla persona che ci sta intervistando, non sono caratteristiche che piacciono e non ci aiutano certamente ad aumentare le possibilità di essere assunti. “Il mio capo era un idiota” o “Mi ha fregato il mio collega“ oppure “I clienti di oggi sono stupidi”.

Dei nostri problemi personali non importa a nessuno … tanto meno a un datore di lavoro.

Meglio dunque armarsi di sorriso, positività e convinzione e (anche se sono d’accordo che non è facile) lasciare a casa ogni traccia di rancore, preconcetto o diffidenza.

L’amarezza lasciamola con gli amici al bar.

5. Essere troppo molli o troppo attivi

Il colloquio di lavoro è il tuo momento di brillare.
C’è qualcuno che è interessato a conoscere la tua storia.

Questo non è il momento di tacere, essere statici, immobilizzati, con lo sguardo basso, parlare poco o balbettare. Parlare poco è un atteggiamento assolutamente improduttivo che spesso assumono persone riservate o timide che per la tensione si chiudono in loro stessi, non espongono i loro punti di forza o preferiscono fare i modesti.

Non puoi pretendere che il datore di lavoro sappia delle tue competenze o di come sei in grado di risolvergli i problemi, se non glielo dici. Il nostro interlocutore potrebbe pensare che sei una persona troppo chiusa e che non riesci a interagire con altre persone.

Al contrario anche parlare troppo, non funziona. Parlare troppo è una reazione alla tensione, divaghiamo, rigiriamo le parole senza rispondere in modo mirato alla domanda. Un fiume in piena.

Pensi che se racconti tutta la tua vita senza mai fermarti colpisci il tuo interlocutore? Se fai tante (troppe domande) sei sicuro di fare una buona impressione? Può rivelare un’eccessiva autostima o al contrario un tentativo di mascherare la tua insicurezza?

Parlare tanto non significa comunicare.

Un candidato logorroico (che sommerge d’informazioni il suo selezionatore) è spesso recepito come fastidioso e che come tale è evitato.

Il datore non vuole perdere tempo a sentire discorsi inutili. Cerca di essere sintetico e cogli il nocciolo delle domande. Rispondi alla domanda o intervieni solo quando intuisci che l’interlocutore sta aspettando il tuo intervento.

Vai dritto al punto, senza girare intorno.

6. Parlare subito di stipendio e benefit

Sappiamo bene tutti che non si vive di solo aria.
Stipendio, vacanze, orario flessibile o altri benefici sono importanti.

Altro che.

In un mondo ideale un datore di lavoro dovrebbe illustrare durante il colloquio anche gli aspetti economici, ma in molti casi ciò non avviene (a volte una persona può passare anche attraverso 2-3 colloqui e ancora non conosce lo stipendio o i benefit) e quindi in queste situazioni verrebbe spontaneo e comprensibile, chiedere “Quant’è la paga?”.

Domanda legittima, certo.

Domanda che però il più delle volte può trasmettere un messaggio sbagliato, come ad esempio un interesse maggiore rispetto verso la retribuzione rispetto al compito e alla mansione.
Chiedere i vantaggi al primo incontro o in modo sbagliato potrebbe rivelarsi disastroso soprattutto perché non sai ancora se sei tra i “papabili”.

Meglio aspettare il momento giusto, soppesare bene l’atmosfera del colloquio e valutare se ci sono le premesse per questa domanda. In caso contrario è meglio astenersi e rimandare la questione a un secondo tempo.

7. Non conoscere l’azienda

Cioè?

Chiedere “Che cosa fa la vostra azienda?” oppure non saper rispondere o balbettare alla classica domanda “Che cosa sa della nostra azienda?” potrebbe essere sufficiente per compromettere l’esito del colloquio.

Ignorare le caratteristiche dell’azienda oppure porre domande che sono chiaramente visibili sul sito dell’azienda (per la quale ti stai proponendo) è un classico errore. Questo dice subito che non hai preparato l’intervista.

È un modo veloce che usano i selezionatori per scremare la lista di candidati durante i colloqui. Se non sai la risposta, sei fuori.

Prendere info sull’azienda per la quale ti stai proponendo, ti prende poco tempo ma i suoi effetti sono importanti. Questo non vuol dire imparare a memoria ogni prodotto o nominativo presente nel sito. Al datore non interessa un’analisi approfondita della sua situazione aziendale ma basta avere un’idea chiara e semplice di come l’azienda è strutturata, cosa produce, gli obiettivi, le filiali, ecc.

Oggigiorno tutte le aziende hanno un sito internet, dove poter reperire informazioni di base.

Leggi anche la parte 1.

Un primo passo è concentrarti solo su questo: non tagliarti le gambe da solo con errori gravi. Concentrati sui principi base e il resto verrà da sé. Evita questi 7 errori e poco importa come andrà il resto del colloquio.

7 modi infallibili per rovinare il colloquio di lavoro – 1

colloquio

Sai come affrontare con successo un colloquio di lavoro?
Ah, no! Infatti, non è un caso che i colloqui di lavoro siano il festival dell’errore.

Ansia, tensione, improvvisazione giocano brutti scherzi e l’errore (magari anche più di uno) è sempre in agguato.

Che cosa serve? Tecniche innovative o complesse strategie d’interazione personale? L’importante è evitare questi 7 errori che sono gravi agli occhi del selezionatore o datore di lavoro e … che non ti perdonano.

Se incappi in questi errori, magari continuerai il colloquio (per qualche altro minuto) ma il reclutatore ha già preso la sua decisione.

Il gioco è fatto.

Non si torna più indietro.

Anzi, indietro si torna … a casa con un nulla di fatto!

1. Presentarsi con tempismo sbagliato

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Essere in ritardo, per qualsiasi motivo, è imperdonabile.

Grida all’inaffidabilità. Non c’è scusa che esista.

L’unica scusa per il ritardo a un colloquio di lavoro è una calamità naturale o uno sciopero selvaggio dei trasporti urbani.

Essere in orario per un colloquio di lavoro è la regola n.1. Non importa se si seguono tutte le altre regole. Se sei in ritardo, sei fuori al 90%. Un colloquio di lavoro è il tempo in cui un potenziale datore di lavoro dovrebbe vedere il meglio di te … e se questo è l’inizio!

Se la puntualità è sempre apprezzata, un eccessivo anticipo può costituire un elemento negativo perché esprime troppa ansia di fare una buona figura.

Oltremodo la tua presenza in forte anticipo potrebbe non essere gradita perché disturba la normale programmazione dell’attività lavorativa dell’azienda, store o centro (sei un ospite inaspettato da gestire) e potrebbe attaccarti addosso l’etichetta dello scocciatore.

Non è il massimo prima di un colloquio d’assunzione.

Se arrivi molto prima sul luogo dell’appuntamento del colloquio di lavoro … fatti due passi rilassanti, vai in un bar a leggere un giornale e presentati 10 minuti prima. Bastano.

2. Sbagliare look

Sei mai andato a un colloquio di lavoro in jeans?
Oppure, ti sei presentato molto elegante al colloquio e ti sei accorto che i jeans, invece, li indossava il tuo selezionatore?

Ah si! Sbagliare look è questo … vuol dire semplicemente non aver scelto l’abbigliamento adatto al contesto lavorativo, all’azienda e al ruolo professionale ricercato.

Come regolarsi?

Se non conosci la cultura dell’azienda o del datore di lavoro, per non sbagliare evita qualunque eccesso e scegli abiti semplici che valorizzino la tua persona, senza però essere troppo elegante o, al contrario, troppo casual.

Meglio evitare minigonne, abiti scollati, look troppo sexy, tacchi 12 cm., magliette di gruppi musicali, ecc.

Tieni presente che il look col quale ti presenterai al colloquio dovrà essere poi, a grandi linee, quello che terrai in caso di assunzione. Leggi per approfondire

3. Mentire durante il colloquio di lavoro

Nessun selezionatore o datore di lavoro si aspetta che il candidato dica tutta e solo la verità. Alcuni parlano con decine di candidati ogni settimana e sono spesso capaci di leggere tra le righe e fare le domande giuste per far emergere la verità … e se ti scoprono, finisci nella loro “lista nera”

I datori di lavoro vogliono dipendenti con integrità (poi spesso manca a loro …  ma questa è tutta un’altra storia) e se scoprono bugie e menzogne la prima cosa che fanno, è indicare la porta.

Le menzogne possono non solo riguardare un eventuale licenziamento subito o un periodo d’inattività nel percorso professionale ma anche semplicemente:

• Vantarsi di sapere bene l’inglese quando in realtà si ha una conoscenza “scolastica”;
• Dire di saper utilizzare bene il computer ma poi scrivi lento come una lumaca;
• Dire di conoscere un argomento ma poi cominci a esitare e balbettare;
• Millantare conoscenze, competenze o esperienze importanti per poi cadere alla prima domanda;

Una volta “scoperti”, non ci salva balbettando scuse puerili tipo “È un po’ che non parlo inglese”, “Con il PC mi dà una mano mio figlio” … la menzogna, soprattutto quando evidente e spudorata, equivale a compromettere il colloquio.

Mentire non è quasi mai la scelta migliore, anche perché la verità prima o poi viene sempre a galla. Anche ipotizzando di riuscire a “farla franca” una volta assunti si rischia di fare brutte figure se mancano le competenze necessarie, il rischio è non essere confermati nel periodo di prova.

Leggi anche la parte 2.

7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro

perfezione

Ti senti soddisfatto quando termini il tuo lavoro, oppure pensi che “non sia mai abbastanza” e alzi continuamente gli standard fino a quando, inevitabilmente, fallisci?

Riesci a focalizzare il tempo e le energie sui punti salienti di un lavoro o progetto o ti tormenti per ogni minimo dettaglio?

La perfezione è come un miraggio … si scorge in lontananza … ma ogni volta che ci si arriva vicino … sparisce e rimane solo la delusione.
Si dice che … la ricerca della perfezione è uno dei percorsi più veloci per l’infelicità.

La perfezione non esiste

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La perfezione è un’illusione che ci tiene intrappolati in un ciclo senza fine d’infelicità e delusione.

Allora perché sentiamo il bisogno di essere sempre perfetti e impeccabili?
È una questione d’autostima.

Se abbiamo un così forte desiderio di essere perfetti, è perché siamo preoccupati di ciò che gli altri pensano di noi, chiediamo loro un riconoscimento, un’approvazione … se siamo perfetti sicuramente chi mai potrebbe criticarci o trovare un difetto nel nostro lavoro? Infatti, la fiducia di un perfezionista è subordinata al raggiungimento degli obiettivi.

Ecco 7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro:

1. Perfezione vuol dire non finire mai

Il Mondo di oggi è così complesso e si muove troppo velocemente, come puoi pensare di raggiungere la perfezione?

Come puoi credere di finire un lavoro, un progetto in poco tempo senza mettere in conto errori, imprecisioni, approssimazioni o problemi con i clienti/capi che diventano sempre più impazienti mentre aspettano il tuo lavoro finito?

Se sei un perfezionista inguaribile, hai così tanta paura di sbagliare che tendi a non finire mai i compiti, sei ossessionato dall’incertezza ogni volta che termini un compito. Ecco perché i perfezionisti sono così riluttanti a prendere in considerazione “qualcosa di finito”. È il tempo delle valutazioni e dei giudizi.

2. La perfezione richiede troppo tempo

Siccome sei un perfezionista impenitente (pensi di essere giudicato male) anche se hai finito, tendi a riguardare, controllare e verificare in modo maniacale tutti gli aspetti … ma così facendo stai dilatando al massimo il tempo a tua disposizione.

E così il tempo non ti basta mai.

Ogni incarico richiede una quantità eccessiva di tempo, peggiorata dalla costante perdita di energia per la ricerca di errori.

Un logorio continuo.

3. Il perfezionismo riduce la performance

Lo sapevi che la preoccupazione incessante per raggiungere la perfezione può compromettere o ridurre la performance?

I Psicologi canadesi Gordon L. Flett e Paul L. Hewitt hanno studiato gli effetti debilitanti sugli atleti in ansia per realizzare la prestazione perfetta. “Anche se alcuni sport richiedono agli atleti di ottenere prestazioni perfette, la tendenza a essere preoccupati per il raggiungimento della perfezione spesso compromette le prestazioni.”

4. La perfezione fa aumentare ansia e stress

Che cosa contraddistingue un perfezionista incallito?

La costante preoccupazione per gli errori e i dubbi sulle sue azioni. I perfezionisti temono che un errore porterà gli altri a pensare male di loro; la prestazione è intrinseca alla loro visione di se stessi.

La perenne lotta per essere perfetti può essere molto logorante e stressante. E lo stress può portare irritabilità, mancanza di empatia, difficoltà di concentrazione e una miriade di altri problemi, sia fisici sia mentali.

5. Il perfezionismo causa rapporti difficili

Se sei un perfezionista accanito, vuol dire che stai (disperatamente) cercando di raggiungere un modello mitizzato o impossibile da ottenere. Vuoi che anche gli altri siano perfetti e spesso poni obiettivi fuori dal comune, quasi impossibili da raggiungere.

Probabilmente sei piuttosto critico sia con te stesso sia con gli altri, ti senti superiore e pur di apparire perfetto sei disposto a tutto e questo causa inevitabilmente rapporti professionali difficili.

Ogni giorno, sul lavoro ci può capitare di ricevere delle critiche e in genere non ci fa mai molto piacere. Come reagisci quando qualcuno ti dice la sua su di te o sul tuo comportamento? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

6. La perfezione spesso è controproducente

Se sul lavoro, utilizzi il perfezionismo per “forzarti” a svolgere bene un compito in modo da aumentare la tua autostima … ricorda che così facendo rischi di ottenere l’esatto effetto opposto.

Il perfezionismo esasperato è controproducente e porta alla paralisi.

Questa stasi si traduce in scarso rendimento sul lavoro (con conseguenti discussioni, critiche, disapprovazioni, ecc.) che è proprio quello che il perfezionista, ironia della sorte, sta cercando di evitare a tutti i costi.

7. Perfezione vuol dire perdere opportunità

Se sei perennemente in attesa che le cose siano perfette, potresti perdere delle occasioni e mancare delle opportunità, a causa della paura del fallimento.

La ricerca della perfezione impedisce di far accadere le cose nella vita.

perfezione

Non c’è mai un momento perfetto, un lavoro perfetto, una città perfetta, dei colleghi perfetti o un partner perfetto … così se non desideri anche tu entrare nella “ruota del criceto” per inseguire la perfezione, potrebbe essere il momento di cominciare ad agire in modo diverso.

Alcuni degli imprenditori di maggior successo hanno iniziato progetti che erano ben lungi dall’essere perfetti e li hanno trasformati, strada facendo, in successi.

Puntare al miglior risultato possibile

Quando vogliamo essere perfetti, efficienti e sempre “all’altezza”, ci carichiamo sulle spalle carichi emotivi molto pesanti … e anneghiamo in ansia da prestazione o da fantasie che gli altri ci stanno giudicando male.

Non devi puntare alla perfezione ma al migliore risultato possibile.

Devi essere consapevole di aver dato o fatto il massimo con le risorse a tua disposizione, considerando tutte le variabili, impedimenti e intoppi che sono fuori dal tuo controllo e la tua volontà. Così inizia a guardare alla perfezione (sproporzionata) come un ostacolo piuttosto che qualcosa di cui essere orgogliosi.

E tu, come ti relazioni con i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori? Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo eccessivo perfezionismo i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

9 accortezze per farsi ricordare sicuramente dai clienti

In piena era di automazione, innovazione e condivisione la cura per i clienti non è mai stata così importante.

Un cliente, in qualsiasi momento, può condividere la sua opinione con molte altre persone attraverso i social media, il web e influenzare (positivamente ma anche negativamente) la tua azienda.

Coltivare le relazioni con le persone (ancor prima che diventino clienti) è una parte cruciale per mirare al successo.

Ecco perché è più importante che mai, creare (per chi entra a contatto con la tua realtà) un’esperienza eccellente e sviluppare un rapporto di “affetto” tra i tuoi clienti e la tua azienda.

Ecco 9 modi per assicurarti che i clienti si ricordino sicuramente di te la prossima volta:

1. Ascoltali

A ogni persona piace essere ascoltata … e perché non dovrebbe esserlo?

Essere ascoltati.
Davvero.

 

Non dare per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire ciò che l’altro sta dicendo. Hai notato che, spesso, stai pensando già alla risposta mentre la persona sta ancora parlando?

L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio e della soddisfazione della clientela.

2. Ricorda il loro nomi

Troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona desidera essere trattata come un individuo, vuole sentirsi unico e speciale.

Quando usiamo il nome (oltre ad essere educati e gentili) stiamo creando un legame, perché riconosciamo il valore e l’unicità della persona. Ancora meglio, ricordare il nome del coniuge, figlio, lo sport o la squadra preferiti dal cliente.

Così facendo, renderemo ogni incontro importante e metteremo di buon umore il nostro interlocutore, che si sentirà accettato. Questo semplice atto (che però significa tanto) può fare un mondo di differenza.

Quando utilizziamo il nome del cliente, stiamo dando un tocco personale che ci può anche aiutare a sdrammatizzare e “neutralizzare” una situazione spiacevole (un fraintendimento, un errore, un reclamo, ecc.). Semplicemente utilizzando il nome, può essere molto efficace per calmare o “sbollire” il nostro cliente.

3. Falli sentire speciali

Il cliente è molto più di una semplice vendita.

Trova il modo di farglielo sapere, ogni volta che ti chiama o entra nel tuo store, centro o ufficio che sia.

Ricordali quando sono in arrivo i suoi prodotti preferiti, quando cominciano i saldi o qualche promozione speciale. Di tanto in tanto, senza una regolarità, fai un presente (uno sconto speciale, un bonus, ecc.) per far sapere quanto apprezzi la loro presenza.

Quando i clienti si sentono apprezzati, sono molto più propensi a ricordarsi di te e dei tuoi servizi.

4. Falli divertire

Troppo spesso “divertimento sul luogo di lavoro” è associato a poca professionalità.

Divertimento sul lavoro vuol dire invece coinvolgimento soprattutto da un punto di vista emozionale.

Per far questo è importante avere passione ed entusiasmo ed essere in grado di trasmetterle al cliente, naturalmente associato alla competenza e conoscenza del prodotto o del servizio.

Prova a chiederti.
Il mio ufficio, store o centro è un posto divertente, rilassante e stimolante dove andare e (soprattutto) ritornare con piacere?

5. Trattali con rispetto e cortesia

I clienti sono il nostro pane quotidiano. Non dimentichiamo di usare le buone maniere.

Tutto questo ti sembra scontato?
Se la risposta è sì, questo potrebbe essere il problema. Le accortezze per accogliere clienti sono semplici e facilmente applicabili, proprio per il fatto di essere così elementari spesso diventano banali e scontate e sono eseguite con superficialità e leggerezza.

Sarai sorpreso di quanti addetti alla vendita o consulenti non usano le buone maniere, durante l’interazione con il cliente. Per qualcuno, anche dire semplicemente “Per favore” o “Grazie”, sembra un grande sforzo.

Poi ci chiediamo perché questi clienti non tornano?

6. Mostra un sincero interesse

A nessuno piace l’ipocrisia.
Tutti riconoscono un sorriso di circostanza o un interesse forzato per spingere la vendita.

Il cliente vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia. Il tuo personale deve essere composto di “persone vere che godono” nell’interagire quotidianamente con il prossimo. Solo quando percepisce un reale interesse nei suoi confronti, il cliente, accetta di comunicare e d’interagire con te e la tua azienda.

E quando succede, si stabilisce un rapporto di fiducia duraturo.

Chiamalo poco in tempi come questi!

7. Dagli informazioni utili

I clienti non possono sempre ottenere le informazioni di cui hanno bisogno, semplicemente perché non sanno come/cosa cercare, hanno poco tempo o non conoscono le domande giuste da fare.

Per questo motivo i clienti di oggi desiderano relazionarsi con un professionista, che sia un grande conoscitore dei prodotti e del settore in cui opera, che conosce i veri bisogni dei suoi clienti e li aiuta dando suggerimenti, soluzioni e consigli pertinenti e professionali.

I venditori o consulenti che aiutano i loro clienti a risolvere problemi (non solo vendendo) sviluppano le migliori relazioni nel lungo periodo.

8. Sorprendili

Aggiungere il fattore wow.
Che cos’è il fattore WOW? Lo dice la parola stessa: sorprendere e meravigliare il cliente!

Per esempio fargli degli auguri che non si attende: mentre è preparato per quelli natalizi, potrebbero sorprendersi (positivamente) per quelli per il compleanno o per un evento importante nella sua vita o quella dei suoi familiari.

Che cosa potresti fare per stupire davvero i tuoi clienti?

Cerca di anticipare i bisogni e fornire soluzioni che il cliente può davvero usare.
Così facendo mostri che sei realmente sintonizzato con lui e che la priorità assoluta è quella di servirli nel modo migliore possibile.

Non premiare il personale solo per le vendite effettuate ma anche per qualsiasi comportamento/iniziativa che impressioni e sorprenda (ovviamente in positivo) il cliente, indipendentemente dal fatto che porti o no a una vendita.

9. Trattali con onestà

Onestà vuol dire trasparenza.

Trasparenza vuol dire massima chiarezza su prezzi, garanzie, resi, cambi, tempistiche, etc. Trasparenza significa che non c’è nulla da nascondere e non c’è paura di ricevere feedback, anche se negativi.

Devi essere disponibili ad ammettere e discutere eventuali manchevolezze e problemi di quello che offri. Tutti parlano di qualità, di servizio e garanzia ma poi sono pochi quelli che mantengono le promesse.

Fidelizzare clienti? Serve tempo ed energia

Creare una cultura orientata al cliente, è un’opportunità di business che non deve essere trascurato. Fidelizzare clienti e fornire un servizio memorabile di alto livello non costa molto e non è complicato, ma ci vuole tempo e fatica per creare un’esperienza di servizio straordinario per i tuoi clienti.

Se vuoi approfondire … scopri il retail coaching!

6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro – 2

sentirsi in trappola

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4. Non sai dove andare

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“Come fai a sapere come andare dove vuoi andare, se non sai dove andare?” direbbe più o meno Totò nella famosa scena della “Totò, Peppino e la … Malafemmina”.

Ovviamente è davvero difficile ottenere quello che uno desidera quando non si sa che cosa si vuole.
Ma come fai a sapere cosa effettivamente vuoi?
Semplice! Rimani dove sei finché arriva la risposta.
E se la risposta non arriva?
Ah! Così non ti va bene? Certo, così vuol dire sentirsi in trappola!

Ma c’è un’altra possibilità. Cominciare a porsi alcune domande. Domande serie, potenti e dare risposte altrettanto serie, potenti e (spietatamente) sincere.
Che cosa cerchi, veramente?
Un lavoro con più autonomia?
Lavorare per conto tuo? Cambiare città?
Un lavoro più creativo?
Assumere maggiori responsabilità? Ma poi … la sai reggere la pressione?

Ciò che conta è essere pronti a porsi domande difficili per avere un’idea mirata del tuo prossimo lavoro/ruolo.
Spesso ci convinciamo di “non sapere dove andare”, ma è solo una giustificazione per non muoverci … rimandiamo con la scusa di aspettare di essere pronti.

5. Stai aspettando di essere pronto

Aspettare è una buona tattica se è parte di una strategia a più ampio respiro.
Per esempio … aspetto per risparmiare i soldi necessari per avviare la mia attività in proprio.
In caso contrario, è solo una perdita di tempo, un dubitare se stessi, scavare una buca, infilarci dentro e sentirsi in trappola.

“Oggi non me la sento”
“Sono stressato”.
“Quando sarà passato questo periodo, lo faccio”
“Non sono preparato.”
“Non sono ancora pronto”
“Questo non è il momento giusto.”
“E’ un periodo pesante.”

Quando lo farai?

D’istinto o solo dopo una lunga e meditata riflessione?
Dopo averci dormito sopra? Dopo aver chiesto il parere agli altri?
Aspettando il segnale dal cielo o da un sogno? Chiedendo il parere di una maga o seguendo l’oroscopo?
Oppure semplicemente aspettando “domani”?

La verità è che non saremo mai pronti!
Muoviamoci ora o potremmo non partire mai più.

Per iniziare, non aspettiamo di essere preparati, di essere perfetti o di “sapere tutto”.
Abbiamo scelto il nostro obiettivo, abbiamo raccolto tutte le informazioni necessarie, abbiamo valutato i rischi e individuato le azioni da fare.
Adesso dobbiamo fare il primo passo.

Parti adesso e migliora strada facendo, un piccolo passo dopo l’altro.

Se qualcosa non va, cambia un dettaglio e poi riprova.
All’inizio non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort, stai prendendo una strada stimolante ma anche ignota e (forse) piena d’insidie.

Puoi conoscere tutta la teoria, ma non “scendi” nella pratica sei sempre al punto di partenza.
Potresti leggere e informarti per giorni o per anni, ma non saprai mai tutto quello che c’è da sapere.
A un certo punto dovrai fermarti, respirare e … buttarti!

6. Hai paura di sbagliare

Ci hai già provato, hai fallito e hai paura che accada un’altra volta?
Ti servono garanzie di successo?
Mi spiace ma non ci sono certezze o garanzie di successo quando siamo di fronte ad una scelta.

Nella vita, se decidiamo di-scendere-in-campo, dobbiamo accettare che potremo essere feriti (spesso è una certezza).
Se hai paura di farti male, per proteggerti sviluppi meccanismi (soprattutto inconsci) di auto-protezione e di evitamento che “stroncano” sul nascere qualsiasi tua volontà di cambiamento.

sentirsi in trappola

“Non si sta poi così male qui …”
“Stronzate … Sono troppo giovane/vecchio per queste cose …”.
“È inutile … non ho conoscenze in alto”
“Tanto arrivano sempre i raccomandati”
“Tanto lo so prima o poi cado a testa in giù”.

Oppure ti rinchiudi dietro la disillusione o il realismo.

Non è così semplice come credi … io ho problemi”. La verità è che … i problemi (intesi come difficoltà non come tragedie) li abbiamo tutti ma solo alcuni hanno la forza di volontà per superarli.

Guarda le persone di più successo o che hanno fatto strada nella vita. Pensi che non abbiano anche loro problemi o paura di sbagliare, di fallire?

Eppure non mollano mai, anche se inciampano nei loro errori, si rialzano e proseguono.
Il fallimento, per loro, non è la fine della strada, è solo un passo sulla via verso i loro obiettivi.

 

Come uscire dalla sensazione di sentirsi in trappola?

Senza cadere nel vittimismo o nell’accampare scuse, accettiamo i nostri limiti,
impariamo a riconoscere i nostri errori e usarli per migliorare e passiamo senza indugio all’azione.

Ogni fallimento può insegnare qualcosa.
La sfortuna conta meno di quello che crediamo … il risultato che otteniamo è una conseguenza diretta delle nostre azioni.

Non pensi di meritare la possibilità di avere un’altra chance?
Hai provato con il personal coaching?

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Non hai ancora deciso se iniziare un percorso di coaching?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.leggi anche la parte 1 small ...