6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro – 2

sentirsi in trappola

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4. Non sai dove andare

“Come fai a sapere come andare dove vuoi andare, se non sai dove andare?” direbbe più o meno Totò nella famosa scena della “Totò, Peppino e la … Malafemmina”.

Ovviamente è davvero difficile ottenere quello che uno desidera quando non si sa che cosa si vuole.
Ma come fai a sapere cosa effettivamente vuoi?
Semplice! Rimani dove sei finché arriva la risposta.
E se la risposta non arriva?
Ah! Così non ti va bene? Certo, così vuol dire sentirsi in trappola!

Ma c’è un’altra possibilità. Cominciare a porsi alcune domande. Domande serie, potenti e dare risposte altrettanto serie, potenti e (spietatamente) sincere.
Che cosa cerchi, veramente?
Un lavoro con più autonomia?
Lavorare per conto tuo? Cambiare città?
Un lavoro più creativo?
Assumere maggiori responsabilità? Ma poi … la sai reggere la pressione?

Ciò che conta è essere pronti a porsi domande difficili per avere un’idea mirata del tuo prossimo lavoro/ruolo.
Spesso ci convinciamo di “non sapere dove andare”, ma è solo una giustificazione per non muoverci … rimandiamo con la scusa di aspettare di essere pronti.

5. Stai aspettando di essere pronto

Aspettare è una buona tattica se è parte di una strategia a più ampio respiro.
Per esempio … aspetto per risparmiare i soldi necessari per avviare la mia attività in proprio.
In caso contrario, è solo una perdita di tempo, un dubitare se stessi, scavare una buca, infilarci dentro e sentirsi in trappola.

“Oggi non me la sento”
“Sono stressato”.
“Quando sarà passato questo periodo, lo faccio”
“Non sono preparato.”
“Non sono ancora pronto”
“Questo non è il momento giusto.”
“E’ un periodo pesante.”

Quando lo farai?

D’istinto o solo dopo una lunga e meditata riflessione?
Dopo averci dormito sopra? Dopo aver chiesto il parere agli altri?
Aspettando il segnale dal cielo o da un sogno? Chiedendo il parere di una maga o seguendo l’oroscopo?
Oppure semplicemente aspettando “domani”?

La verità è che non saremo mai pronti!
Muoviamoci ora o potremmo non partire mai più.

Per iniziare, non aspettiamo di essere preparati, di essere perfetti o di “sapere tutto”.
Abbiamo scelto il nostro obiettivo, abbiamo raccolto tutte le informazioni necessarie, abbiamo valutato i rischi e individuato le azioni da fare.
Adesso dobbiamo fare il primo passo.

Parti adesso e migliora strada facendo, un piccolo passo dopo l’altro.

Se qualcosa non va, cambia un dettaglio e poi riprova.
All’inizio non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort, stai prendendo una strada stimolante ma anche ignota e (forse) piena d’insidie.

Puoi conoscere tutta la teoria, ma non “scendi” nella pratica sei sempre al punto di partenza.
Potresti leggere e informarti per giorni o per anni, ma non saprai mai tutto quello che c’è da sapere.
A un certo punto dovrai fermarti, respirare e … buttarti!

6. Hai paura di sbagliare

Ci hai già provato, hai fallito e hai paura che accada un’altra volta?
Ti servono garanzie di successo?
Mi spiace ma non ci sono certezze o garanzie di successo quando siamo di fronte ad una scelta.

Nella vita, se decidiamo di-scendere-in-campo, dobbiamo accettare che potremo essere feriti (spesso è una certezza). 
Se hai paura di farti male, per proteggerti sviluppi meccanismi (soprattutto inconsci) di auto-protezione e di evitamento che “stroncano” sul nascere qualsiasi tua volontà di cambiamento.

“Non si sta poi così male qui …”
“Stronzate … Sono troppo giovane/vecchio per queste cose …”.
“È inutile … non ho conoscenze in alto”
“Tanto arrivano sempre i raccomandati”
“Tanto lo so prima o poi cado a testa in giù”.

Oppure ti rinchiudi dietro la disillusione o il realismo.

Non è così semplice come credi … io ho problemi”. La verità è che … i problemi (intesi come difficoltà non come tragedie) li abbiamo tutti ma solo alcuni hanno la forza di volontà per superarli.

Guarda le persone di più successo o che hanno fatto strada nella vita. Pensi che non abbiano anche loro problemi o paura di sbagliare, di fallire?

Eppure non mollano mai, anche se inciampano nei loro errori, si rialzano e proseguono.
Il fallimento, per loro, non è la fine della strada, è solo un passo sulla via verso i loro obiettivi.

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Come uscire dalla sensazione di sentirsi in trappola?

Senza cadere nel vittimismo o nell’accampare scuse, accettiamo i nostri limiti,
impariamo a riconoscere i nostri errori e usarli per migliorare e passiamo senza indugio all’azione.

Ogni fallimento può insegnare qualcosa.
La sfortuna conta meno di quello che crediamo … il risultato che otteniamo è una conseguenza diretta delle nostre azioni.

Non pensi di meritare la possibilità di avere un’altra chance?
Hai provato con il personal coaching?

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Non hai ancora deciso se iniziare un percorso di coaching?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
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sentirsi in trappola

6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro – 1

lavoro che non piace

A volte succede.

Sentirsi ingabbiati nel nostro attuale lavoro.

Sentirsi inadeguati, in balia degli eventi, non saper decidere, pentirsi delle proprie scelte,
credere che l’infelicità sia un destino, rendersi conto di non riuscire a cambiare la propria vita,
avere la sensazione di costrizione … “sentirsi in trappola”.

Ci chiediamo cosa diavolo stiamo facendo, tratteniamo la voglia di spaccare tutto (una volta si lanciavano in aria i fogli, e adesso?
Si lancia la tastiera nello schermo del pc?
) e di tornartene a casa.
Ci ritroviamo con le spalle al muro e non vediamo nessuna via d’uscita.

Vorremmo urlare, scappare, spaccare tutto,
ma questa situazione c’inchioda e non ci permette di muoverci.

Cosa ci tiene legati al lavoro che non piace?

L’obbligo, il dovere, la forza delle cose, lo stipendio fisso, la paura,
la codardia, la comodità?

Il fatto che restiamo paralizzati e non si riusciamo a far neppure un passo,
nonostante un lavoro che non piace.

Di qualunque natura sia la prigionia in cui siamo finiti,
l’importante è non mollare e trovare il modo per uscirne il prima possibile!

Sentirsi intrappolati in un lavoro che non piace, può creare un danno considerevole.
Fa vacillare la sicurezza e logora l’autostima.

Non mi piace l’idea che qualcuno possa sentirsi intrappolato …
quindi cerchiamo di far luce sui pensieri e sui motivi che t’imprigionano al tuo attuale lavoro:

1. Sei convinto che tutti sono migliori di te

Vedere tutti gli altri come più abili, più capaci o con più talento è uno dei modi perfetti ed efficaci per sentirsi davvero (ma davvero) una nullità … e non muoversi.

Confrontarsi con gli altri può essere frustrante,
ma anche stimolante, ci spinge alla sfida, a provarci per migliorare …
ma se sei convinto che tutti (proprio tutti) siano migliori di te allora ti stai costruendo,
forse anche inconsciamente un muro, un alibi (oltremodo facilmente smontabile)
per proteggerti dai riflettori, evitare le critiche e non gettarti nella mischia.

Ma così ti stai mettendo da solo in trappola!

Il confronto è sempre eccessivo.
Ognuno è meglio e peggio degli altri su un numero illimitato di scale di valori.

Marco ha un dono come broker, Sergio è un venditore eccezionale, Margherita è una creativa brillante …
e allora? Marco forse non è intuitivo come te, Sergio è un bravo venditore ma non ha la tua competenza tecnica,
Margherita è creativa ma non ha la tua concretezza.

Non c’è fine al possibile numero di confronti.
Anche quando si raggiunge il successo,
ci sarà sempre qualcosa o qualcuno su cui concentrarsi.

2. Sei convinto che “là fuori” è difficile

Non sono d’accordo.
Là fuori” non è difficile.
Là fuori” è molto difficile.
È tosta tosta.

Ma scusa, cosa ti aspettavi?
Un tappeto rosso?
La coda che si “apre” quando arrivi, stile invitato VIP,
davanti ad un locale all’01.00 di notte?

Basta leggere un giornale o sentire le news,
per vedere quanto è difficile là fuori e quanto sei già fortunato solo ad avere un lavoro (bello o brutto che sia).

Se c’è un momento sbagliato per essere nuovamente sul mercato del lavoro …
è questo, non c’è dubbio!

Quindi per favore, non discutiamo neppure di quanto sia dura e difficile.
Parlarne in questi termini ci porta solo l’ansia e perdiamo energie preziose.

È vero, alcuni settori sono più duri di altri ma è così da sempre.
Sarà sempre così.

Ogni grande crisi porta con sé la mancanza di speranza eppure ne siamo sempre usciti,
fin dai tempi della rivoluzione industriale.

È una questione di “credo”.

Se credi che non ci sia alcuna possibilità “là fuori”, ogni porta si chiude e l’unica possibilità che hai è quella di stare fermo e sentirti in trappola.
Ma, se credi che avere una possibilità “là fuori”, puoi prepararti, lanciarti, lavorare sodo per riuscirci.
Per tirarti fuori da un lavoro che non piace!

Se insisti, alla fine ce la fai.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza del tuo attuale lavoro

Il lavoro attuale, non è così stimolante ma almeno, conosci già tutto-e-tutti e non è così stressante?
Perché lasciare la tua confortevole routine familiare?
E se poi non vai d’accordo con il nuovo capo o i nuovi colleghi? 
Sai che casini! Ma chi te lo fa fare!

È naturale aver paura del cambiamento e dell’ignoto e queste domande (con la conseguente “botta d’ansia”) sono normali.

Ci stanno.

Anche se l’ignoto può spesso apparire inizialmente minaccioso,
può essere un fattore accelerante per andare incontro alle soddisfazioni nella vita,
tra cui una carriera piacevole e gratificante.

Che cosa farai per gestire l’incertezza e l’imprevisto?

Il pericolo è diventare troppo esitanti e titubanti oppure, al contrario,
di buttarsi con troppa foga senza calcolare rischi e conseguenze.

La verità è che la paura dell’ignoto ci accompagnerà sempre.

Avremo sempre timore di sbagliare, di non conoscere a priori quale sia la scelta giusta e quella sbagliata.
Dobbiamo accettare la paura come un dato di fatto e considerarla come parte integrante del nostro percorso personale.
Accettare la paura, non significa essere paurosi, rassegnati o irresponsabili.
Vuol dire, semplicemente, essere più saggi e concreti.

E poi scusa, come puoi programmare un cambiamento in questi tempi così complessi e incerti?
Anche se ti organizzi e pianifichi con cura, ci saranno sempre imprevisti, calcoli sbagliati,
ritardi e cambi di programma.

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lavoro che non piace

13 cose che deve fare un manager il primo giorno di lavoro – 2

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7. Non essere se stesso (non ancora)

La parola d’ordine per il tuo primo giorno di lavoro è moderazione.
Non gettarti subito a capofitto nella mischia.

È il tuo primo giorno di lavoro.
Calma … ragioniamoci sopra un attimo.

Sei un tipo frizzante che sprizza energia da tutti i pori? Bene, abbassa l’intensità altrimenti rischi di spaventare le persone.

Oppure sei una persona pacata, tranquilla e riflessiva? Alza i toni di una tacca. Prendi una tazza in più di caffè e sfoggia tuo miglior sorriso (anche se di circostanza, per oggi).

Se hai il senso dell’umorismo, questo è il momento giusto di tirarlo fuori. Se non c’è hai, lascia stare … non c’è niente di peggio per inguaiarsi subito con una battuta logora che non fa ridere nessuno!

8. Parlare poco e ascoltare di più

Ascoltare è il modo migliore per conquistare la fiducia delle persone.

Imparare ad ascoltare è il segreto per avere una comunicazione davvero efficace. Se non ascolti, come puoi pretendere di farti ascoltare e di comunicare efficacemente con il tuo nuovo team?

Non dare per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire quello che la persona sta dicendo. Ascoltare va oltre il semplice “sentire”: è empatia. La capacità di entrare in empatia ci permette di capire il messaggio nel suo giusto contesto, dimostrando sincero interesse per gli altri.

Nei prossimi giorni, ascolta i bisogni dei tuoi collaboratori, le loro perplessità, i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare. Mostra rispetto per le loro opinioni e chiedi feedback sulle tue idee … poi agisci di conseguenza, mantenendo la tua autonomia di pensiero e d’azione (guai a perderla!).

Se sai ascoltare gli altri vuol dire che sei una persona sicura di te e non hai paura del confronto. Vuol dire che sei … un vero leader!

9. Conoscere il prima possibile la cultura aziendale

È fondamentale prestare attenzione ai segni non detti che definiscono la cultura aziendale di un’organizzazione (grande o piccola che sia).

Il personale ha orari flessibili? È un ambiente discreto o chiacchierone? I collaboratori socializzano insieme o ognuno si fa i fatti suoi? I dipendenti si sentono parte dell’azienda oppure “tirano” semplicemente fino a sera?

Saper riconoscere questo ti permetterà di entrare rapidamente in sintonia con la cultura della tua nuova organizzazione e di evitare autogol i “primi minuti di gioco”.

10. Prestare attenzione all’istinto

Lasciati guidare dall’istinto … che si tratti di un processo, di una singola persona o di una serie di priorità.

Ascoltare l’istinto significa fare silenzio interiormente. Ascoltare l’istinto vuol dire placare il nostro chiacchiericcio interno, prestare la nostra più totale attenzione e “sentire”.
Se qualcosa non ti torna, fai attenzione. Non sarai mai più vicino alla verità (e alla realtà) come i primi giorni di lavoro. Il tuo sguardo è pulito, puro, non ancora condizionato, stai guardando (più o meno) con gli occhi di un bambino.

Tutto appare come è. Tutto si mostra come è.

L’istinto va oltre le frasi di rito, i sorrisi di circostanza, le strette di mano, gli inchini e i salamelecchi che accompagnano l’arrivo di ogni nuovo capo o manager.

È una visione pura, vergine, primaria, … poi sarai subito calato nel frastuono di riunioni, target, budget, urgenze, ansia e stress e questa percezione diventerà via via sempre più sfuggente e poi sparirà.

Per sempre.

Prendi carta e penna e annota di getto (sensazioni sulle persone, sui compiti, ecc.) tutto quello che ti passa dalla mente i primi giorni di lavoro ….

Ti tornerà utile.

11. Evitare proclami e critiche ai predecessori

“Da oggi finalmente si cambia”
“Da oggi aria nuova …”
“Non mi chiamo mica XXXX io, vedrete …”

È facile essere critici con chi non c’è più.
È un bersaglio facile.

Non farlo. Così facendo darai l’impressione che tu sei il tipo che incolpa gli altri e, soprattutto, poco sincero. Sono già tanti i buffoni e gli arroganti nel mondo del lavoro!

Se proprio devi farlo, riconosci le possibili carenze del passato ma fallo con cura e prudenza, senza giudizio personale. Parla solo di fatti concreti.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Molti capi nuovi si presentano in azienda e spingono subito per il cambiamento … pensando che questo sia il miglior biglietto da visita per presentarsi al nuovo team o ai nuovi proprietari.

A volte è così. Spesso no.

Cambiamenti a “razzo” ti si possono ritorcere contro e causare errori costosi che possono minare, fin da subito, la tua credibilità.

Il cambiamento si farà ma prima di spingere sull’acceleratore devi studiare (bene) il tuo l’ambiente lavorativo. Come sono prese le decisioni? Quali saranno gli impatti operativi e finanziari? Come la prenderanno le persone coinvolte? Saranno contente, resisteranno oppure “remeranno” contro?

Resisti alla tentazione di cambiare subito in modo compulsivo. Porti queste domande ti permetterà di evitare trappole e resistenze che accompagnano ogni cambiamento (piccolo o grande che sia) nel tuo nuovo luogo di lavoro.

13. Salutare il team personalmente

Ma non l’avevamo già detto?

Si, il mattino, adesso però siamo alla fine della tua (prima) giornata di lavoro.

Cosa c’è? Sei così stanco?

Questo non vale solo il primo giorno ma per sempre.

Passa in tutto l’ufficio, store o centro a dare la buonasera e l’arrivederci a tutto il personale. Non è necessario stringere la mano a ogni singola persona. Questo piccolo gesto ti servirà a costruire relazioni durature.

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Primo giorno di lavoro? In bocca al lupo!

Prendi in considerazione questi spunti come semplici linee guida e non come regole da applicare rigidamente. Se ti serve un supporto mirato e personalizzato per cominciare con il piede giusto il tuo nuovo posto di lavoro … ecco il personal coaching!

Se gestisci per la prima volta un team, scopri il coaching per giovani leader.

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L’importante comunque è partire bene il primo giorno di lavoro.
Buona fortuna!

primo giorno di lavoro

13 cose che deve fare un manager il primo giorno di lavoro – 1

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Che tu sia prossimo a lavorare per un’innovativa startup, una piccola impresa a conduzione familiare,
un lussuoso store del centro oppure un grande progetto per una multinazionale il tuo approccio iniziale farà una notevole differenza,
tra il successo e il fallimento nella tua permanenza in quest’azienda.

Come comportarsi il primo giorno di lavoro?

Chi ben comincia … dice il detto.
E quale migliore inizio ci può essere, se non quello del primo giorno di lavoro!

Ti stanno aspettando.

Sarai stimolato ed emozionante. Sarai di fronte a difficoltà e opportunità, e il tuo obiettivo dovrebbe essere quello di sfruttare al meglio tutte le situazioni … a partire dal tuo primo giorno di lavoro.

Ecco 13 suggerimenti che spero ti diano spunti e la direzione giusta per avvicinarti con successo al tuo nuovo lavoro:

1. Dormire bene

Se vuoi, i primi giorni di lavoro, essere già incisivo, aver l’occhio sveglio ed essere reattivo mentre incontri decine di persone nuove, “prendi a carico” un bel pieno d’informazioni nuove, devi essere riposato.

Se ti manca il ritmo lavorativo non pensare che se vai a dormire presto la notte prima hai risolto il problema. Gli esperti dicono che per di ri-formare il tuo corpo a mantenere regolari ore di lavoro hai bisogno di un certo periodo di “riallineamento”.

Tradotto, vuol dire andare a dormire non troppo tardi e svegliarsi presto almeno due settimane prima dell’inizio (anche se immagino, ti sembra poco ragionevole).

2. Controllare il tragitto casa-lavoro

Arrivare in ritardo il primo giorno è imperdonabile.

Non è possibile. Non c’è scusa che regga!

Se sei bicicletta, in auto, in autobus o devi camminare per il tuo nuovo lavoro, è consigliatissimo provare il percorso prima del “grande giorno”. Ricordati di calcolare l’effetto “ora di punta”, che raddoppierà automaticamente il tempo degli spostamenti quotidiani.

Hai già gli orari d’arrivo e di partenza di treni, metro o bus?

Meglio avere un piano B per ogni evenienza (scioperi, mal tempo, ecc.).

Una volta che sai esattamente quanto tempo ci vuole dalla tua porta alla tua scrivania, durante l’ora di punta, “attacca” altri 10 minuti, così per-non-saper-ne-leggere-ne-scrivere. Non è un dramma se arrivi in po’ in anticipo il tuo primo giorno di lavoro.

3. Vestirsi professionalmente

Non si dovrebbe mai sottovalutare l’importanza di vestire professionalmente perché svolge un ruolo enorme nel modo in cui si sarà trattati inizialmente.

Presentarsi il primo giorno di lavoro “perfettamente curati” significa trasmettere efficienza e affidabilità; essere “trasandati” significa invece disorganizzazione e inaffidabilità. Dopo un po’, ci si può rendere conto che queste cose non corrispondono necessariamente alla realtà, ma inizialmente, sono il tuo aspetto e il tuo abbigliamento a parlare per te.

Il tuo aspetto la dice lunga.
Ti piaccia o no, sarai giudicato (anche) in base a questo.

Vestire in modo professionale non comprende solo l’abbigliamento ma anche l’aspetto personale: capelli, viso, mani, l’alito deve sapere di fresco, profumo o dopobarba (non troppo invasivi) devono creare una significativa immagine positiva di te.

4. Avere un atteggiamento positivo

Niente funziona meglio, ancor di più il primo giorno di lavoro, come trasmettere ai nuovi collaboratori un atteggiamento positivo. Fai in modo che il tuo atteggiamento di fiducia contagi tutto l’ambiente.

Una postura dritta, un passo deciso, una stretta di mano schietta accompagnata da un bel sorriso sincero (che non deve essere frivolo o ancora peggio da-scemo)!

Lascia da parte … entrata da star, camminata impettita o accompagnata da slogan e proclami.

Fare qualche battuta (pochissime e appropriate) ti può servire a “rompere il ghiaccio” e scaldare un po’ il rapporto. Se non te la senti o non sei il tipo … lascia perdere, meglio non rischiare il primo giorno di lavoro.

5. Salutare il team personalmente

Spesso questo è sottovalutato.

Se riconosci ogni componente del tuo team come persona degna di un saluto personale, metti una base fondamentale nella relazione, nei primi momenti della tua gestione.

Ogni singolo collaboratore del tuo team, a qualsiasi livello di contributo che darà, ha bisogno di sapere che sei interessato a lui/lei anche come persone e che hai la capacità e la motivazione di andare oltre i numeri e la produttività.

6. Imparare i nomi dei collaboratori

Nessuno si aspetta che lo farai entro la fine del primo giorno o della settimana.

È consigliato però, nel più breve tempo possibile, imparare i nomi di tutti i membri del tuo team.
Imparare, ricordare e pronunciare correttamente rapidamente i nomi di altre persone (soprattutto dei tuoi nuovi collaboratori) è molto più di una questione di educazione, è una questione di team leadership.

Perché? Cosa c’è in un nome?
Tutto!
Il nome è la nostra identità.

In un periodo in cui si parla tanto di team building e troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole essere trattata come un individuo, vuole sentirsi unico e speciale.
Quando usiamo il nome (oltre ad essere educati e gentili) stiamo creando un legame, perché riconosciamo il valore e l’unicità della persona. Questa semplice cortesia ti aiuterà a costruire rapporti duraturi.

Quando fai subito riferimento a un tuo collaboratore con il suo nome, gli stai dando tutto il tuo rispetto!

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primo giorno di lavoro

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 2

parole da evitare

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4. “Credo”

Esprimi subito il tuo pensiero senza troppi preamboli.

“Credo, secondo me, dal mio punto di vista” …  non infondono fiducia. Così dicendo getti ombre sulla tua affidabilità e la tua autorevolezza. Non essere titubante (almeno non darne l’idea) ma piuttosto chiaro e deciso.

“Credo di si”
“Credo di riuscire”
“Penso che vada bene”
“Credo che riusciamo a stare nei tempi”

5. “Potrei – vorrei”

Perché gli altri dovrebbero sentirsi sicuri delle tue scelte se usi parole così piene d’incertezza?

Decidere riguardo carriera, soldi o persone è difficile, lo sappiamo. Ma questo non ci deve dare la scusa per andare in giro a dire che noi “potremmo” fare questo o “vorremmo” fare quest’altro per poi cambiare idea subito dopo. Quando ciondoliamo tra varie scelte e indecisione, la nostra credibilità (ahinoi) cola a picco.

Per esempio tra queste frasi “Vorrei diventare un formatore” e “Voglio diventare un formatore” quale trasmette più volontà e decisione d’agire?

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.

Punto.

Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice di fidarmi di lui … il mio istinto mi dice “Non fidarti!”.

“Fidati”, è degradante sia per la nostra professionalità sia per la nostra serietà. Se sono sicuro della mia parola e della mia integrità, l’ultima (ma proprio l’ultima) cosa che penso di fare è di affermare o “mettere sul piatto” la mia serietà.

Non proclamare la tua correttezza, lascia che parli di te attraverso le tue azioni, i tuoi gesti e le tue parole. Se proprio devi dimostrarla, porta esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo ti sei comportato o come hai reagito.

7. “Ad essere onesto”

Seguito dai suoi 3 fratellastri “A dire la verità … “, e “A dire il vero” oppure “Onestamente, …”

Queste frasi da evitare suonano totalmente vuote e così … poco sincere.

Come può qualcuno fidarsi della tua sincerità solo adesso … allora non sei stato onesto prima?
Chi mi assicura che adesso lo sarai veramente?

Se devi iniziare alcune frasi con la parola “onestamente”, implica che sei  stato poco onesto in altri momenti. Dietro un onestamente o una dichiarazione di sincerità si nasconde spesso una bugia altrimenti non avremmo il bisogno di “addolcire” il nostro discorso con queste parole.

Non rifugiamoci dietro queste espressioni fumose che ci danno solo l’illusione di trasmettere rassicurazione e tranquillità.
Non mercanteggiare la tua onestà e sincerità.

So che stai anche pensando … usi questa espressione quando hai bisogno di rispondere a una domanda (davvero) difficile in modo (davvero) onesto. Devi  dichiarare una verità profonda, scomoda, spiacevole e anche imbarazzante e questo “onestamente” ti serve come preambolo e a “preparare il campo” prima del botto.

Ok ci sta.
Ma è meglio non dirlo lo stesso.

Piuttosto usa qualcosa del tipo “Sai che sono sempre stato onesto e sincero con te/voi e la risposta che darò può essere difficile da sentire … “.

Frasi da evitare? Non è semplice

“Parlare è la peggiore forma di comunicazione.
L’uomo non si esprime pienamente che attraverso i suoi silenzi.”
Frédéric Dard

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Quasi, forse, credo, provo, ecc”.
Il punto non è eliminare queste parole ma solo controllarle e non inserirle in quasi tutte le frasi. Un conto è usarle con gli amici al bar, un altro è utilizzarle sul lavoro quando si discute di un progetto, un compito o un problema.

È vero… hai “sempre detto così” e diventa difficile cambiare e migliorare. Una cattiva abitudine si modifica soltanto con attenzione e costanza. Da domani, presta attenzione a quello che dici, conta quante volte usi queste frasi da evitare  … e comincia a invertire la tendenza.

Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturale!

frasi da evitare

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 1

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

Magari pensiamo di fare grandi conversazioni profonde, invece purtroppo la maggioranza delle frasi che diciamo hanno poco senso o non significano addirittura nulla.

Oppure, nel tentativo di rendere i nostri discorsi più autorevoli,
aggiungiamo qua e là delle parole per dare più enfasi e,
ironicamente, produciamo esattamente l’effetto opposto.

Ci sono parole da evitare sul lavoro?

Certo che si!
Più che parole da evitare direi sono da controllare,
da non utilizzare spesso.

Devi imparare a prestare molta attenzione a tutte quelle espressioni, frasi o parole che possono, a livello inconscio,
essere interpretate negativamente o che rischiano di minare la fiducia del tuo capo,
dei colleghi o dei collaboratori nei tuoi confronti.

Queste tipiche espressioni riempitive, che indeboliscono la comunicazione,
sono entrate talmente in uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più …
perché le diciamo.

E poi c’è dell’altro …
se con (alcune) di queste frasi pensiamo, di essere rassicuranti e trasmettere tranquillità agli altri ci sbagliamo di grosso perché,
al contrario, spesso aumentiamo dubbi e perplessità.

Perché?

Sono frasi approssimative,
con le quali pensiamo di colpire favorevolmente il nostro interlocutore,
di solleticare la fiducia della persona oppure (semplicemente) non sappiamo cosa dire,
e allora le utilizziamo solo per darci un pò più di tono.

Prima di iniziare un’altra conversazione con il tuo capo, un collaboratore o un amico,
assicurati di non utilizzare (spesso) queste 7 parole da evitare che compromettono la tua credibilità e trasmettono mancanza d’impegno e di capacità:

1. “Quasi”

Non sono da meno anche “Più o meno” e “Forse”.

Sono parole da evitare, apparentemente innocue.

Che danni possono fare?
Usate spesso diventano particolarmente negative perché trasmettono insicurezza e incertezza,
e dai l’idea di uno che è o non sarà in grado di prendere decisioni.

Infatti,
sono usate quando non si vuole dire qualcosa a titolo definitivo.

“Ho quasi finito.”
“Sto quasi arrivando”
“Il preventivo è quasi pronto”
“Forse riusciamo …”

Pensaci la prossima volta che stai per dirlo ai tuoi collaboratori, colleghi o capo.
Ogni volta che diciamo che abbiamo “quasi” fatto qualcosa,
la verità è che non l’abbiamo ancora fatta. Non abbiamo ancora finito,
non siamo ancora arrivati, non siamo riusciti, il preventivo non è pronto, ecc …

È meglio invece,
condividere i progressi fatti, dare una stima del tempo restante oppure indicare un termine preciso.
Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto per domani alle 9.00”.

2. “Provare”

Preferisci un collaboratore che sta provando a risolvere il problema o l’altro che vuole risolvere il problema?
Quest’ultimo, di sicuro.

Certo … provare è importante per risolvere un problema,
decidere una nuova strategia … ma a un certo punto si deve smettere di cercare e solo iniziare a fare.

In caso contrario, i tuoi collaboratori o colleghi perderanno fiducia nelle tue capacità.

Se ripeti spesso che stai provando, dai quasi per scontato che non ce la farai …
stai solo provando, infatti! È una questione d’approccio … dicendo “sto provando” significa che non sei disposto ad assumerti la piena responsabilità.
Io ci provo ma se non va …”, “Boh! Non lo so se funziona … ci provo”.

Quando si tratta di parlare di progetti o programmi incompiuti meglio evitare quello che si è tentato di fare.
Se è necessario,
presentare l’obiettivo finale evidenziando solo i punti di azione concreti.

parole da evitare

3. “Spero”

Se è vero (e lo è) che “La speranza è l’ultima a morire” altra verità è che “Chi vive sperando muore caxxxxo”.

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ascolta.
Se poi le usi spesso …
il negativo e il dubbioso diventi tu!

Indica poco convinzione e insicurezza.
Se “speri”, significa che sei tu il primo poco convinto di quello che stai dicendo o proponendo.

“Spero vi piaccia”
“Auspico di ricevere la merce in tempo”
“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì”

Assicurati di essere assolutamente certo di quello che dici o esponi anche (e soprattutto) quando devi esprimere difficoltà o perplessità.

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Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 2

scuse dei collaboratori

5. Fare domande mirate per capire

Le domande ti permetteranno di approfondire, di chiarire la questione, capire la causa principale del problema e arrivare alla radice della scusa.

Fare domande trasmetterà ai tuoi collaboratori che non sei il tipo che accetta le scuse senza dire una parola. Anche perché quando fai le domande giuste, molto spesso le scuse si rilevano tutt’altro che scusabili.

La chiave è concentrarsi su domande aperte. Evita risposta con SI/No. Questo costringerà la persona a pensare davvero cosa rispondere e non buttare lì una delle solite frasi di circostanza.

Per esempio, se un collaboratore insiste nel dire che non ha trovato il tempo di portare a termine quanto richiesto, puoi chiedere:
“Quando ti è stato assegnato il progetto/compito?”
“Quando hai iniziato?”
“A cosa hai dato la priorità in tutto questo tempo?”
“Che cosa hai fatto/provato/pensato quando vedevi che eri in ritardo?”
“Cosa ti ha spinto a comunicarmelo solo adesso?”

Come puoi vedere è difficile dare risposte banali o scontate a queste domande.

A volte, può anche accadere che invece alcune scuse siano legittime o giustificabili ma tocca a te, come manager o responsabile, scavare, scoprire e decidere il da farsi.

Mi ricordo di una collaboratrice che continuava ad arrivare in ritardo (anche se di pochi minuti).
La scusa era riferita una volta al treno in ritardo, un’altra al bus che non aspettava la coincidenza, ecc.

Sono stato tentato di respingere malamente le continue scuse ma poi ho deciso di dare un’occhiata più da vicino alla questione. In effetti, il paesino dove abitava era mal servito dai mezzi pubblici. Per arrivare 5 minuti prima sarebbe dovuta partire da casa 1 ora prima, cambiare 3 mezzi e fare un giro più lungo. Mi è bastato darle un piccolo orario flessibile in entrata per risolvere la questione e non sentire le sue continue scuse (che m’innervosivano parecchio).

6. Chiedere al collaboratore di trovare soluzioni

La cosa importante da trasmettere ai collaboratori è non cercare scuse ma trovare piuttosto soluzioni per superare il problema.
Spetta a loro garantire l’efficacia e prevenire futuri problemi.

Cosa gli serve?
Spostare la pausa di mezzogiorno, uscire prima da casa, un parcheggio nelle vicinanze,
un supporto per svolgere quel determinato compito?

Bene.

Rimani in attesa delle loro risoluzioni o proposte. Non assumere tu la responsabilità di trovare una soluzione. Evita di cedere alla tentazione di fare il consulente o il papà/mamma (non è il tuo ruolo).

Se ricominciano di nuovo le scuse dei collaboratori,
puoi sempre chiedere il motivo per cui la prima soluzione non ha funzionato.

7. Focus sulle azioni non sulla persona

Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi.

Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona. L’autostima del tuo collaboratore non va toccata! Qui siamo su un terreno minato e molto sensibile. Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

La critica si deve riferire esclusivamente a un comportamento, un compito o una situazione particolare. Evita di usare parole tipo ogni volta, sempre, mai, che rischiano di trasformare la critica in un rimprovero scoraggiante “Sei sempre in ritardo” oppure “Ogni volta sbagli”.

Evita anche “Sei inaffidabile”, “Sei il solito ritardatario” come pure “Sei un incapace” oppure “Sei uno stupido”.

Se impari a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità, aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

8. Definire le aspettative per la prossima volta

Dopo aver ordinato per bene spiegazioni, motivazioni e problemi, è il momento di determinare chiare aspettative per il futuro.

Se, per esempio, il collaboratore ha avuto difficoltà a organizzare il suo tempo puoi ripetere le strategie di gestione del tempo che avete stabilito e decidete una serie di controlli periodici, per essere sicuri di mantenere la giusta direzione.
Se invece il collaboratore “non sapeva come fare“, devi assicurarti che adesso è consapevole delle risorse disponibili e che capisca che deve prendere l’iniziativa, invece di aspettare passivamente la scadenza o di incolpare ad altri.

Prova a esprimere un auspicio positivo per il futuro.

Per esempio, anziché dire, “Sei il solito ritardatario” prova con “Sarei molto contento se le prossime volte riuscissi ad arrivare puntuale”.

Anziché criticare la persona, tipo “Non sei bravo per questo compito” molto meglio dire “Per questo compito, penso che potresti procedere in modo diverso”.

9. Riaffermare la fiducia e chiudere la questione

Rinnova la tua fiducia nella persona, nelle sue capacità e poi … smettila di parlarne! Non ripeterti e non fare battutine.

Un leader eccellente non cerca rivincite o vendette, sa che è parte del suo lavoro coinvolgere il personale sulle prestazioni e le scuse o resistenze che inevitabilmente seguono quando si tenta di cambiare o migliorare un comportamento.

E se le scuse dei collaboratori continuano?

A volte, può capitare che il feedback, dato anche a più riprese, non porti ad alcun risultato o cambiamento accettabile.
Se il tuo collaboratore rifiuta di ascoltare il tuo feedback o lo fa con sufficienza, significa che non è capace di accettarlo.

Prendine atto, cambia strategia e trova un’altra soluzione.
E questa è tutta un’altra storia!

scuse dei collaboratori

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 1

scuse dei collaboratori

Le scuse dei collaboratori ti stanno sfibrando?
Che siano legate a un grande progetto o a una semplice consegna poco importa … la lista sembra non finire mai.


“Non ne ho avuto tempo”
“Ho troppe cose da fare in questo momento”
“Non ho mai imparato a farlo”
“Non ho trovato il parcheggio”
“il treno/bus/metro era in ritardo”
“Non è colpa mia”
“Ero di libero”
“Non ne so niente”
“Boh! Non lo so, chiedete a Luigi”

“Scusa … ma quale progetto?”

Molte volte la scusa inizia alla chetichella, dei piccoli ritardi 1 o 2 volte la settimana per via del traffico o il parcheggio. Ben presto il ritardo si trasformerà in un fatto quotidiano. E quel che è peggio che anche altri dipendenti inizieranno a trarre subito vantaggio da quest’opportunità, che sentono non essere stata affrontata subito e con la dovuta decisione.

Le persone si accorgono rapidamente quando sono ammesse scuse. Alla fine rischia di diventare un vero e proprio fenomeno morale all’interno di un’azienda perché si è creata una cultura della prevenzione piuttosto che della responsabilità!

E poi ci sono i professionisti.

Quel collaboratore/trice che rifiuta assolutamente di accettare la responsabilità per qualsiasi azione o errori, anche di fronte a prove inconfutabili. Non si assume mai le responsabilità e se ne tira sempre fuori. Non era lì, e se c’era, era occupato a fare altro … ne ha sempre pronta una!

Come sei messo con le scuse dei collaboratori?

Il tuo dipendente ha davvero troppo lavoro? C’è davvero tanto da fare e così poco tempo? O forse sei un capo che-è-facile-da-metter-via? O forse sei uno che si logora per giorni per poi esplodere di botto davanti a quello che (ironia della sorte) arriva in ritardo per la prima volta e di soli 58 secondi? Sai comunicare in modo efficace con il tuo team?

In effetti, la comunicazione è l’ingrediente chiave per cambiare il modo in cui il tuo personale si comporta o lavora. Detto questo, non pensare che solo perché comunichi meglio con il tuo team, le scuse spariranno come d’incanto.

Magari.

La cosa importante da ricordare è che …
manager e gestori spesso falliscono perché permettono ai loro collaboratori o dipendenti di farla franca con le scuse.

La prossima volta che senti scuse o giustificazioni poco accettabili prova ad applicare questi 9 spunti per neutralizzarle:

1. Dare l’esempio

Il buon esempio, sosteneva il pedagogo greco Isocrate, è un dovere per chi comanda.

Non si può pretendere, infatti, che il popolo sia onesto e permettere a chi governa di non osservare le leggi. Un vero leader deve indicare la direzione e il suo comportamento deve essere irreprensibile.

Non cercare scuse neanche per te stesso.

Assumersi le responsabilità è un mezzo potente per creare rispetto e fiducia e, allo stesso tempo, incoraggia i tuoi collaboratori a fare lo stesso.

(P.S.
Mi domando cosa direbbe il buon Isocrate sentendo oggi il TG delle 20.00?)

2. Agire in fretta per affrontare il problema

Se ti senti sfibrato dalle continue scuse dei collaboratori, vuol dire che ne senti spesso, il fenomeno è già rodato e sta assumendo connotati pericolosi.

Stop.

Adesso.

È il momento di fermare questa escalation e dimostrare a tutti che ci saranno conseguenze, a prescindere delle scuse. Se consenti ancora di giustificare scarse prestazioni autorizzi tutti a fare lo stesso, anche quei dipendenti che rispettano regole e procedure.

3. Smettere di dire “Va bene”

Quando mi capitava di sentire una scusa, ricordo che rispondevo “Va bene”. Mi sembrava una soluzione facile e semplice, mi toglieva dagli impicci e soprattutto mi evitava i confronti con i collaboratori.

Tutto bene allora?

Per niente.

Ho dovuto imparare (anche più che rapidamente) che la conversazione non poteva certo chiudersi lì.

Era necessario trovare il modo di neutralizzare le scuse oppure i collaboratori, ben presto, avrebbero cominciato a camminare (ma anche a correre) sulla mia leadership.

Accettare le scuse fa male alla reputazione e fa male alla produttività del team.

Soprattutto quando sono tutt’altro che accettabili. Accettare scuse passivamente è una delle peggiori cose che un manager possa fare. Questo genera una cultura d’irresponsabilità e un ambiente in cui i collaboratori saranno sempre pronti ad alzare l’asticella della scusa per sviare ogni responsabilità.

4. Mostrare delusione e le conseguenze

Permetti alla persona di spiegarsi.

Il focus è sul dipendente se davvero vuoi ascoltare quello che ha da dire. Non interromperlo, non controbattere, attendi fino allo fine e poi replica.

Quando senti una scusa inaccettabile, devi trasmettere un senso di delusione e spiegare esattamente come quello che è stato fatto (o non fatto) porterà conseguenze al team e all’Azienda nel suo complesso.

Evita “Sono così deluso da te ” ma piuttosto qualcosa del tipo “Facevo davvero conto di consegnare al Cliente il preventivo entro venerdì. Adesso siamo costretti tutti ad arrampicarci sugli specchi questo weekend”.

Magari se il tuo collaboratore si renderà conto che la sua mancanza (o errore) avrà ripercussioni su tutto il team,
forse la prossima volta ci penserà meglio.
Forse.

scuse dei collaboratori

scuse dei collaboratori

Team coaching per potenziare l’accoglienza clienti

team-coaching

“Dimmelo e lo dimenticherò,
insegnamelo e (forse) lo ricorderò,
coinvolgimi e lo imparerò”.

Benjamin Franklin

Formazione e Coaching hanno approcci diversi

La Formazione si propone di sviluppare le competenze, il Coaching invece lavora per l’auto sviluppo delle competenze e il superamento dei problemi concreti che s’incontrano quotidianamente sul lavoro.

In altre parole, la formazione dice “Adesso ti spiego qual è il modo giusto di farlo”, il coaching invece chiede “Come lo fai adesso? Come lo puoi migliorare?” e lascia al team il piacere e l’onere di “creare” (insieme al coach) la sua risposta personalizzata.

Ecco un esempio di team coaching con obiettivo “potenziare l’accoglienza clienti”.

In apertura, dopo le presentazioni di rito, chiedo …

Cos’è (davvero) l’accoglienza clienti?

Per fortuna sono molto bravo a “gestire il silenzio” (sono un coach) perché la risposta quasi sempre si fa attendere.

Poi qualcuno … il più temerario (o il più logorato dal silenzio) comincia a dire qualcosa tipo “ Quando entra la gente … dire buongiorno”, “salutare, essere gentili”, seguito da altri partecipanti … “dire arrivederci”, “Dire buongiorno, buonasera e buonanotte”, ecc.

La maggior parte delle volte, per il personale il concetto d’accoglienza non va aldilà di un’idea di buona educazione e riguarda solo i brevissimi momenti nei quali il cliente entra o esce dal punto vendita, centro estetico, fitness, hotel, banca o SPA che sia.

Inoltre, c’è poca consapevolezza degli errori e dei rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata ed è raro che “escano fuori” parole tipo ascolto, riconoscimento, disponibilità, empatia e qualità.

Poi è la volta della domanda …

“Come accogliamo il cliente oggi?”

Con giochi di ruolo, il team è invitato ad accogliere dei ”finti” clienti. S’identificano errori, ostacoli, aree di miglioramento, ecc…

Una parte (sempre pratica) è dedicata agli errori e ai rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata, in altre parole come fare per evitare di trasmettere al cliente: noia, superiorità, risentimento, effetto “invisibile” o come non aggredire con le offerte, forzare l’acquisto, mostrare poca professionalità, ecc.

Adesso viene messo l’accento sulla domanda …

Come possiamo migliorare l’accoglienza?

Il team è coinvolto attivamente in questa “fase di costruzione”: si sperimentano nuove possibilità o alternative d’accoglienza, si lavora sulle espressioni, si perfeziona la postura, si affinano i gesti e le distanze.

Io come coach, lascio libera creatività al team per poi indirizzare, stimolare e appassionare. Il mio compito di coach, in questo frangente, è quello di coinvolgere tecnicamente ed emotivamente ogni singolo partecipante e renderlo partecipe della creazione dell’accoglienza del suo store o centro.

Poi è il turno di simulazioni per apprendere come “rispondere” a situazioni pratiche quotidiane tipo …

“Che succede se …?”

… entrano due clienti contemporaneamente? Se si apre la porta e suona il telefono chi-fa-cosa? Se parli con cliente A … come ti disponi per non dare le spalle al cliente B? Se la cliente deve pagare e tutti sono occupati?

Il team coaching è svolto nello store, centro o ufficio proprio per personalizzarlo su misura del cliente. I tuoi collaboratori hanno il bisogno di sapere (in modo chiaro) come possono/devono comportarsi in particolari frangenti.

Un’eccellente accoglienza clienti si basa sulla cura dei piccoli dettagli senza però essere frivola, ampollosa o invadente.

I punti di forza del team coaching sono il coinvolgimento, la personalizzazione e la concretezza. Poca teoria tanta pratica!

Le regole sono poche:
Il team coaching è riservato al personale … titolari, store manager, gerenti sono invitati solo all’eventuale sessione successiva.
Non c’è una durata prestabilita: una mattina? Tutto il giorno? Dipende! Si finisce “quando il messaggio è passato” per tutti i membri dello staff! Il team coaching è diverso da store a store perché è personalizzato sulle necessità del personale e dei clienti.

I vantaggi:

– Ogni partecipante è coinvolto tecnicamente ed emotivamente;
– È un efficace mix di formazione e coaching;
– Il team “costruisce” la sua personale risposta;
– Ogni partecipante deve reagisce prontamente a domande o situazioni mirate;
– Ogni partecipante si “muove” davanti ai colleghi “rompendo” resistenze, timidezza, ecc..;
– Il coinvolgimento e le prove pratiche rendono efficace l’apprendimento;

Gli obiettivi

Team coaching si può applicare a diversi obiettivi. Il mio proposito di coach è accompagnare il tuo team passo dopo passo verso l’obiettivo definito:

– Migliorare l’accoglienza e il servizio clienti;
– Aumentare l’efficacia durante la fase di trattativa di vendita o consulenza;
– Dare un cambio di marcia, di approccio e di produttività;
– Formare e istruire il team per una nuova apertura;
– Massimizzare i risultati;

Se desideri approfondire l’argomento, contattami in assoluta tranquillità e trasparenza. Senza alcun impegno, potremo definire il preventivo su misura, comprensivo di una panoramica delle attività che andremo a coprire e dei risultati che potremo ottenere.