10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, da subito! – 2

miti sull'autostima

6. Devo prendere grossi rischi

Sbagliato.
Non è importante la dimensione del rischio.

Quello che è rilevante è che ti stai spingendo (sistematicamente) oltre la tua zona di comfort, stai facendo cose che non hai mai fatto e vai incontro (anche se con apprensione) all’ignoto, grande o piccolo che sia, non importa.

Non devi prendere (necessariamente) grandi rischi.
Comincia in piccolo.
Va benissimo una conversazione con qualcuno di nuovo al lavoro, una richiesta al tuo capo, fermare una persona e fare una chiacchierata.

Più spesso ti “allenerai” a uscire dalla tua zona di comfort, più ti sentirai a tuo agio con i cambiamenti e a quel punto potrai passare a quelle più “rischiose”.

7. Per essere fiducioso devo avere successo

Sbagliato.

È esattamente il contrario.
Se vuoi raggiungere il successo … devi essere fiducioso.

Anche quando stai partendo per la tua avventura.
Devi essere confidente anche quando il successo non l’hai.
Soprattutto quando il successo non l’hai.

La fiducia deve essere la tua “compagna di viaggio” fin dall’inizio della tua strada verso il successo.

Mentre ti sposti verso i tuoi obiettivi, la tua fiducia interiore diventerà sempre più forte.

Se non hai fiducia in te stesso, è probabile che non riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi e i tuoi sogni.

8. Devo saper parlare in pubblico

Sbagliato.

Non ti deve (necessariamente) piacere parlare in pubblico per essere fiducioso.
Ci sono molte persone sicure che non amano parlare in pubblico.
Non sono pochi personaggi pubblici che non desiderano parlare in pubblico.

Barbara Streisand e Bono Vox degli U2, nonostante fama e una serie numerosa di concerti, hanno dichiarato di non aver superato l’ansia da palcoscenico.

“Ci sono 2 categorie di oratori: quelli che sono in ansia e quelli che mentono”.
Mark Twain

9. Non devo avere paure e incertezze. Mai.

Sbagliato.
Ecco un’altro dei miti sull’autostima da sfatare, subito.

L’insicurezza è parte della vita di tutti i giorni.
Ci sono giorni o periodi della vita in cui siamo pieni di fiducia e ci sentiamo di poter spaccare il mondo. Altri momenti invece, in cui l’unica cosa che proviamo è incertezza, dubbi e timori.

Ogni volta che ci troviamo di fronte l’ignoto, fa parte della natura umana sentirsi un po’ insicuri.

Solo perché abbiamo dei dubbi quando cambiamo lavoro o ci siamo trasferiti in una nuova città, non significa che siamo insicuri.
La chiave è andare avanti comunque, sentirsi a proprio agio nella propria pelle ed essere felici con le scelte fatte nella nostra vita.

10. La fiducia in se stessi non si può simulare

Sbagliato (almeno parzialmente).

Credo che la fiducia si possa fingere (per un breve periodo o in situazioni circoscritte).

Come spiega Amy Cuddy nel suo discorso TED, quando si adottano posizioni potenti per 2 minuti, si può effettivamente aumentare il livello di testosterone e farci sentire più sicuri, potenti e meno stressati.

In sostanza, ci si può sentire più sicuri, semplicemente cambiando il linguaggio del corpo. Schiena dritta, spalle indietro, petto in fuori, mento leggermente sollevato, un passo deciso e una schietta stretta di mano accompagnata da un bel sorriso … possono fare miracoli!

P.S.
La vera fiducia non si può simulare.
Grazie ad accorgimenti strategici è possibile mascherare l’insicurezza e simulare atteggiamenti di fiducia quando ci sentiamo insicuri o non riusciamo a gestire momenti di vulnerabilità.
Sono solo accortezze strategiche, da non confondere con vera consapevolezze di fiducia.

Le falsità e i miti sull’autostima sono depotenzianti

La fiducia non è qualcosa che puoi decidere di avere oppure no.
Sono in tanti a dare incoraggiamenti tipo:
“Fiducia in se stessi? Facile, Basta essere sicuri”.
“Non ci pensare e buttati”
.

Ma non funziona così.
Per essere sicuro, devi “allenarti a essere sicuro”.
Devi “costruirti” la sicurezza in te stesso.
Serve tempo, fatica e consapevolezza.

L’autostima è come un muscolo e come tale può essere allenato.
La vita è una partita sempre aperta.
Giochiamocela.

10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, da subito! – 1

autostima

L’autostima.

Tutti la vogliamo.
Tutti la cerchiamo.
Nel lavoro e nella vita.
E ci sembra sempre … di non averne mai abbastanza.

Ci sforziamo, lottiamo, ci sfianchiamo per ottenerla ma sembra sfuggirci, sottrarsi o ancora dileguarsi.
Come un sogno, una visione.

Ci sono ancora tante false idee, miti, bugie, falsità che circondano la fiducia in se stessi.

Le false credenze ti tengono “ancorato a terra”

E se iniziamo a credere a questi miti, ci può sembrare che la fiducia diventi irraggiungibile o (semplicemente) non “cosa per noi”.

È tempo di scavalcare queste idee sbagliate, andare oltre gli ideali, i luoghi comuni e le “immagini fantasiose” su ciò che significa essere fiducioso, oppure sarà difficile generare un reale cambiamento e raggiungere gli obiettivi che hai impostato per la tua vita.

Se credi di avere le qualità, di essere una persona qualificata e competente ma “non ti senti abbastanza” o sei vittima di credenze depotenzianti, non riuscirai mai a salire verso l’alto perché sei “zavorrato a terra”.

Ecco 10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, subito – 1:

1. Fiduciosi si nasce

Se vedi qualcuno che trasmette fiducia e autostima non classificarlo come fortunato o predestinato.
Nessuno nasce fiducioso.
L’autostima in se stessi è qualcosa che si sviluppa “attraverso” la vita.

Acquisisci autostima e diventi sicuro di te attraverso il duro lavoro, le circostanze straordinarie e difficili che ti pressano ad andare oltre i tuoi “confini” e ti spingono a fare cose che non avesti mai pensato di essere in grado di fare.

2. Le donne fiduciose sono arroganti e sfrontate

Sbagliato.
Purtroppo, questo è un timore di molte donne.

Si può mostrare fiducia e sicurezza di sé ma anche comprensione e femminilità, pur avendo una posizione lavorativa di responsabilità, gestendo team e budget anche importanti.

Anche la donna può essere assertiva senza aver paura della propria femminilità: essere sexy e femminile non è l’antitesi dell’essere una donna indipendente, libera e di potere.

3. Gli uomini sono naturalmente più fiduciosi

Sbagliato.

Non sono poche le mail che ricevo da clienti di sesso maschile che desiderano “lavorare” e potenziare la fiducia personale e la presenza da leader.

Gli uomini soffrono, così come le donne, d’insicurezza e titubanza.
Siamo tutti umani.

4. Per avere autostima devo essere estroverso

Sbagliato.

Essere espansivo e disinvolto non farà di te (necessariamente) una persona sicura.

Essere estroverso significa semplicemente che prediligi prendere la tua energia da fonti esterne.
Potresti essere un estroverso timido.
Oppure un introverso fiducioso.

Non pensare che una persona sia piena di autostima solo perché è brillante, spigliata, spesso è al centro dell’attenzione oppure è la persona più loquace e disinvolta al meeting o party.

5. Per essere fiducioso devo essere arrogante

Sbagliato.

Sei così sicuro che vantandoti dei tuoi successi apparirai più sicuro agli occhi degli altri?
Essere arrogante e strafottente vuol dire “essere sicuri di sé”?

Essere fiduciosi non vuol dire essere al centro dell’attenzione.
Anche se spesso, quelli che lo sono, sono messi su un piedistallo e sono osannati perché sono riusciti a diventare qualcuno.

Ci sono modi per proiettare la fiducia e l’autorevolezza senza essere arrogante. Le persone sicure di se stesse sono felici e orgogliose di quello che hanno raggiunto nella vita, quindi non hanno bisogno di rassicurazioni e approvazione da parte degli altri.


Come gestire con efficacia un collaboratore non professionale

collaboratore non professionale

Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure un responsabile di un piccolo team poco importa … sicuramente conosci la complessità di dover “convivere” con le diverse personalità dei tuoi collaboratori.

Questo è un compito spesso difficile, soprattutto quando un tuo dipendente o collaboratore mostra un comportamento poco professionale.

Cosa vuol dire non professionalità?

“Non capisce,
ma non capisce con grande autorità e competenza.”

Leo Longanesi

La non-professionalità ha tante facce: si va dal ritardo abituale alle assenze continuate, dal molestare, criticare, mettere zizzania con altri dipendenti, a “gossippare” o portare i problemi personali al lavoro, a un abbigliamento trascurato, un look trasandato, una comunicazione poco consona, informazioni false, furto … insomma gli esempi non mancano.

Il comportamento non professionale da parte di un collaboratore o dipendente dovrebbe essere affrontato il più rapidamente possibile.

Il collaboratore non professionale potrebbe non essere una complicazione solo per te ma un elemento che può portare problemi anche all’interno del team e creare malumori nel resto del personale.

Se non intervieni, se ignori la non professionalità di un tuo collaboratore per debolezza, quieto vivere o rendiconto, il resto del personale potrebbe vederti come un capo debole o ingiusto con rapide ricadute sulla performance e sui risultati.

Ecco 6 passi per approcciare con successo un collaboratore poco professionale:

1. Documentare i comportamenti non professionali

È importante documentare con precisione (data e ora, descrizione dell’accaduto, persone coinvolte, ecc.) e tutti i comportamenti errati avuti dal dipendente in questione.

È fondamentale comprovare con accuratezza i comportamenti scorretti. Il collaboratore non avrà la possibilità di eludere, contraddire e destreggiarsi perchè le informazioni sono vaghe, astratte o imprecise.

Anche (e soprattutto) se la tua realtà è piccola e il numero dei collaboratori è basso, documentare e dettagliare i fatti darà maggiore incisività e “ufficialità” alle tue parole.

2. Incontrare il collaboratore non professionale

Incontra personalmente il tuo collaboratore non professionale lontano da occhi e orecchie indiscrete. Poco prima dell’incontro, prenditi qualche minuto per rilassati più che puoi, respira profondamente, sorridi per sciogliere la tensione dalla tua faccia.
Ti servirà.

Metti in chiaro che il suo comportamento è diventato un problema che interferisce costantemente con il buon proseguimento del lavoro.

3. Fare esempi specifici

Illustra un paio di episodi specifici (e significati) in cui il tuo collaboratore non professionale ha influenzato negativamente e pesantemente l’immagine dell’azienda, del punto vendita o del dipartimento.

Non serve dire “Hai un atteggiamento non professionale” oppure “Hai sbagliato”.
La critica deve essere riferita a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico.
Devi essere chiaro su cosa, dove e quando; spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

Evita frasi tipo “La tua poca professionalità ancora una volta … ” e appellativi sensibili come “arrogante, egoista, presuntuoso, ecc.”.
Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi.

Concentrati sulle azioni non sulla persona. Non toccare l’autostima del tuo collaboratore! Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

4. Ascoltare e permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegarsi o di rifiutare le tue dichiarazioni.
Ascolta senza giudicare.

Se il tuo collaboratore non ha assunto un comportamento professionale, non darli la possibilità di difendersi è altrettanto poco professionale.

Spiega tutti i tuoi punti ma assicurati di non interrompere il tuo interlocutore mentre espone le sue giustificazioni, anche se non sei d’accordo.

Interrompendo, otterrai solo il risultato di inasprire il dialogo.

È un’occasione per imparare … a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità. Così facendo aumenterai il rispetto, la credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

collaboratore non professionale

5. Chiedere di cambiare approccio

Dopo aver informato il collaboratore o dipendente della natura inaccettabile del suo atteggiamento, è il momento di chiedere uno sforzo concertato e concreto per cambiare ed eliminare tale comportamento.

Meglio essere precisi nelle descrizioni di quali comportamenti e azioni devono cambiare. Informalo che non si noteranno cambiamenti sarai costretto a prendere seri accorgimenti.

6. Fare una richiesta perentoria

Un periodo di prova potrebbe essere una proposta più che accettabile.

Definisci chiaramente che dopo un adeguato periodo, lo incontrerai nuovamente e se l’atteggiamento non è cambiato o migliorato prenderai seri provvedimenti … fino al licenziamento.

È importante che tutti i processi siano pianificati e attuati in maniera sicura, per evitare problemi legali a te e a tutta l’azienda.

Fai del tuo meglio per aiutare il collaboratore poco professionale a “rientrare in team” ma alla fine devi fare delle scelte (anche rilevanti e poco piacevoli) per il bene e (la produttività) del tuo team e la tua organizzazione.

Questi suggerimenti per gestire un collaboratore poco professionale non sono una guida da seguire alla lettera ma solo spunti di riflessione e di valutazione.
I rapporti professionali (come quelli personali) sono troppo complessi perché sottostiano a regole e procedure standard.
Vanno contestualizzati e personalizzati all’azienda, alla situazione, alla tua personalità e a quella del tuo collaboratore o dipendente.

Smartphone e portatili sono dannosi alla tua autostima

smartphone e autostima

Smartphone e autostima.
Avrete senz’altro letto (o forse no) come l’uso incessante di smartphone, laptop, tablet,
può influire negativamente sui nostri rapporti e sulla nostra performance.

Un gruppo di ricerca ha scoperto che tenere lo smartphone sul comodino danneggia il nostro riposo.
Ci rende più stanchi e meno produttivi il giorno dopo.

Sembra, infatti,
che il telefono cellulare interferisca con il riposo e il rendimento lavorativo anche quando non lo usiamo.

Tenerlo sul comodino può regalarci notti agitate perché la luce emessa all’arrivo di mail e messaggi sopprime il rilascio di melatonina,
un ormone che favorisce il sonno.

Karla Klein Murdock, psicologa americana,
ha trovato un possibile legame tra mancanza di sonno e sms.

La sua ricerca ha dimostrato che gli studenti universitari che abitualmente “messaggiano” tanto impiegano anche molto più tempo per addormentarsi,
dormono meno e si sentono più stanchi il giorno dopo. Per saperne di più.

Ma forse non hai ancora sentito l’ultima … su smartphone e autostima …

Essere incollati al dispositivo smartphone può avere un impatto negativo anche sulla tua autostima.

La Psicologa e autrice Amy Cuddy ha stabilito che, poiché la postura può influenzare gli ormoni, può anche influire sul modo in cui la nostra mente riflette la fiducia.

Quindi, se si sta regolarmente seduto in quello che la Cuddy chiama la posizione ricurva,
è probabile che parleremo con meno autorevolezza e convinzione.
Saremo percepiti dagli altri come persone poco sicure di sé.

Infatti, se una postura corretta aumenta l’autostima, giova alla salute, conferisce maggiore fiducia in se stessi, migliora la capacità intellettiva,
così … accade l’esatto contrario quando un individuo si rannicchia e “raggomitola” su se stesso assumendo una postura scorretta.

Ecco …
ci mancava anche questa!
Soprattutto in un’epoca dove l’autostima e la fiducia scarseggiano.

Stando curvi sullo schermo si rischia la iGobba

Basta guardarsi attorno in un bar, sull’autobus o nella sala d’attesa:
quante sono le persone piegate e “curvate” sullo schermo di uno smartphone?

Sono soprattutto i più giovani, che quotidianamente contorcono il corpo verso cellulari e tablet,
incombe così il rischio di sviluppare questa postura contorta che il fisioterapista neozelandese Steve Augus,
chiama la “iGobba”.

Secondo August molti adolescenti iniziano a manifestare una sorta di gobba (un inarcamento della schiena dovuta a una postura sbagliata).
Un problema che fino a qualche anno fa riguardava per lo più gli anziani,
che in decenni trascorsi chini su libri o quaderni avevano sviluppato questa deformazione.

Stare curvi può renderci abulici e passivi

Smartphone e autostima …
le ripercussioni non sono solo fisiche (cervicale, mal di testa, rigidità del collo e delle spalle).
La stessa postura può provocare o amplificare uno stato emotivo.
Stare curvi, in particolare, può farci sentire depressi, apatici e poco vitali.

Bastano piccoli accorgimenti per salvare la situazione e arginare questi effetti collaterali.
Come fare un po’ di stretching e tenere spalle e testa all’indietro quando si guarda il cellulare,
alzando di più le braccia e avvicinandolo al volto.

Posizione un po’ scomoda, ma a prova di gobba,
pardon di iGobba.

Il disagio contribuisce alla tua crescita personale

crescita personale

Il disagio fa parte della nostra crescita personale.
Il disagio è il prezzo che paghiamo per la nostra crescita.

La crescita pretende un disagio temporaneo.
Il disagio è il segnale di cambiamento.

Per cambiare e crescere devi sentirti infastidito, disturbato … a disagio.
No disagio, NO crescita.
È così.
Il disagio “spinge” per la crescita.

Il disagio arriva con il “nuovo”

Ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, una nuova relazione, un nuovo ruolo, un trasferimento in un’altra città?
Ecco … arriva il disagio.

Irrequietezza, nervi tesi, un “ovo” sodo nella gola, bruciore di stomaco, tensione muscolare, sonno turbolento.

Calma!
Va tutto bene.
Significa che stai entrando in “una zona d’ombra“.
Stai spostando la tua zona di comfort un po’ più in là.

Provi disagio, fastidio, malessere perché non sai cosa accadrà.
È come camminare al buio con la sola luce della luna.
Andare avanti può farti sentire “strano”, pauroso, incerto.

Quando senti questa sensazione, non spaventarti

Dì a te stesso:
“È nuovo.
Va tutto bene.
Sto crescendo.”

Una parte di te sente paura.
Questa sensazione è normale.
Le cose nuove ci fanno sentire a disagio.

Però …
una volta che “ne esci fuori e ti senti ancora vivo” …
non ti sentirai più così.
La tua zona di comfort si è ingrandita, si è dilatata.

Devi “allenarti” per abituarti al disagio.
Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo, se hai sempre “vinto facile”, potresti non aver allenato i “muscoli” caratteriali, necessari quando la strada diventa in salita.

Ti sei chiesto … cosa farai quando troverai (perché li troverai) sulla tua strada difficoltà, insidie, ostacoli, impedimenti?

Disagio come catalizzatore per la crescita personale

Il disagio ci fa anelare per qualcosa di più.
Ci costringe a cambiare, allungare, e di adattarsi.

Il disagio può diventare il nostro più grande alleato.
Quando senti il disagio … accoglilo come se fosse un ospite inatteso che si presenta alla porta di casa tua in un momento inopportuno.

“Lasciati andare al disagio, resta con esso, in sua compagnia: è questa la via per sbarazzarsene”.
Bruce Lee

“E se non riesco?”: la paura dell’insuccesso

paura dell'insuccesso

Hai sempre lavorato bene.
Sei “uno che ne capisce”.
Sei accurato, puntuale, laborioso, focalizzato, uno che nel team ci sta bene.

In alto si sono accorti di te, si mormora di te, si parla di te …
in bene.
Ti senti gratificato dai risultati e dai feedback positivi che ricevevi.
Sei ambizioso.
Stai progredendo, i successi ti stanno solleticando.

Qualcuno già vocifera (malignamente o invidiosamente) che ti stai preparando a fare il capo.
Retribuzione più alta, più prestigio e maggiore influenza.
Bene.
Benissimo.

Ti sei preparato al grande salto?

Il successo (che hai sempre desiderato) sta per arrivare.
Si accendono i riflettori … rullo di tamburi …
Wooooowww!
Che brividi!

Benissimo?
Uhmm…
Mica vero!

E quanti punti interrogativi!
Un crescente turbamento
soprattutto la notte

All’ora della verità, sei rimasto spiazzato.
Pressioni e responsabilità.
paura dell’insuccesso.

Hai calcolato il rovescio della medaglia?

Come mai?
Non ci avevi pensato?
Non hai calcolato l’altro lato della medaglia?
Ti sei concentrato solo su quello piacevole.
Adesso ti senti impreparato e disorientato.

Maggiori responsabilità, aumento della pressione, rischi elevati, più (e più complessi) problemi da risolvere, persone da gestire e top manager/titolare da accontentare.

Prima eri al sicuro, al riparo .. adesso sotto i riflettori ci sei tu!

Ora tocca a te … e scopri che non ti senti pronto.
Inadeguato.
Le tue (eventuali, presunte e legittime) mancanze in termini di competenze e skills le vivi con una forte apprensione.
Un’apprensione che può diventare annientante e paralizzante.
Paura. Paura dell’insuccesso.

La paura dell’insuccesso può essere paralizzante

“Se tu fallissi potresti essere deluso, ma sarai dannato se non provi.”
Beverly Sills

Man mano che scali l’organigramma, ti accorgi, anni dopo, che la “scala” non era quella giusta.
Accade.
Ormai troppo tardi per fare marcia-indietro.
Talvolta raggiungiamo (faticosamente) lo specifico obiettivo per poi accorgerci che non era quello di cui avevamo bisogno.

Qualcosa è cambiato.
La percezione di noi stessi diventa distorta e depotenziante.
Diventa mancanza di autostima.

Cosa fare? Devi uscire dalla tua zona di comfort e affrontare l’insicurezza e l’ignoto del nuovo ruolo, devi dilatare questa tua zona di comfort.

Devi conoscere te stesso e “lavorare” sulla tua autostima

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Conosci lo scopo,
i tuoi valori e
la tua visione?

Sai gestire i tuoi comportamenti?
Le tue reazioni?
E quelle degli altri?

Conosci quello che funziona e che non funziona per te?

Sai gestire le attese,
la frustrazione e
l’insuccesso?

Più le tue risposte saranno oneste, più saranno incisive le tue azioni.
È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi diventare (anche tu) una percentuale nella statistica dei fallimenti da leadership.

“Raggiungere il successo senza raggiungere un discreto grado di autostima significa essere condannati a sentirsi per sempre un impostore sul punto di essere smascherato”. Nathaniel Branden

paura dell'insuccesso

“Vince la personalizzazione”: la mia intervista sulla rivista Toy Store (maggio 2016)

come conquistare nuovi clienti

Ecco la versione integrale della mia intervista su Toy Store su come conquistare nuovi clienti nel settore retail.

Oggi più che mai, è sempre più importante conoscere il proprio cliente.
Come è possibile per un negoziante capire chi sono i suoi consumatori?

Dati, cifre, analisi, ricerche per conoscere e capire il cliente sono utili, spesso necessari, ma allo stesso tempo è vitale non rimanere “vittima” dei numeri.

I dati non sono la fonte di tutto il sapere.
Il contatto umano, guardarsi negli occhi, parlarsi e ascoltare sono ancora i modi migliori per un negoziante per comprendere al meglio chi sono e cosa desiderano i suoi consumatori.
L’ascolto attivo è un mezzo potente per cogliere sfumature, sogni, desideri, bisogni, obiettivi del cliente e un’occasione di crescita come professionista e comunicatore.

Ascoltare è diverso che sentire.
Ascoltare significa placare il chiacchiericcio interno e prestare la più totale attenzione a quello che il cliente sta dicendo.

Purtroppo, già dal primo istante cominciamo a dedurre, ipotizzare o crediamo di sapere come-e-cosa ci dirà il cliente.

Con queste idee preconcette, rischiamo di filtrare la conversazione, saltare velocemente alle conclusioni e non comprendere il reale messaggio o bisogno.

Quando il cliente si renderà conto di essere ascoltato, si sentirà importante, si accorgerà di essere seguito da professionista competente, aumenterà il suo desiderio di comunicare e di creare un saldo rapporto di fiducia.

L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio e della soddisfazione della clientela. L’obiettivo è diventare partner del cliente, non un semplice fornitore.

Quali domande è importante che un negoziante si ponga per conoscere al meglio la propria clientela?

Per un negoziante, porsi domande mirate e “scomode” è il primo passo per conoscere la propria clientela. Più le risposte saranno oneste, più saranno incisive le azioni:

“Sono aperto al dialogo o sto, semplicemente, convincendo le persone ad acquistare il mio prodotto o servizio?”

“Comincio a vendere fin dal primo momento che il cliente mette piede nel mio store? Penso di avere un buon intuito, di capire se acquisterà, oppure no, e mi concentro subito e solo su quello?

“Se il mio cliente sta parlando (esprimendo le sue esigenze, necessità, i suoi timori) ed io sto pensando a come presentare meglio il mio prodotto, quanto avrò veramente ascoltato quello che ha detto?”

“Il mio fine ultimo è “piazzare” il prodotto o la soddisfazione del cliente?”
“Come preferiscono acquistare il mio prodotto?
Online, di persona o per telefono?”
“Come posso informarli frequentemente senza essere insistente?”
“Sono soddisfatti principalmente del prodotto o dell’esperienza in-store?”

Quali investimenti può portare avanti un retailer per capire chi sono i suoi consumatori?
In quali direzioni?

Sono sempre più numerose le persone continuamente connesse in Rete che si “lasciano” orientare e influenzare nei loro acquisti da recensioni, opinioni, consigli online e dai suggerimenti ricevuti attraverso i social.

Qualsiasi azienda che voglia conoscere, creare o ampliare la conoscenza dei suoi consumatori deve puntare sul dialogo e l’interazione con i clienti e una presenza qualificata sul web.

Il cliente, una volta sul sito dell’azienda desidera trovare informazioni, contenuti, commenti e testimonianze, articoli del blog, video per la risoluzione di un problema, indicazioni e suggerimenti su come usare i prodotti, vedere il processo lavorativo oppure l’anteprima visuale dei nuovi prodotti.

La comunicazione non è “a senso unico” ma deve trasmettere voglia di ascoltare e spazio per condividere esperienze ed emozioni. In questo modo si dimostra attenzione, interesse e riconoscenza per la scelta e la fedeltà dei consumatori.

Il segreto del successo: costruire dei rapporti con la clientela, mantenendo un dialogo che li coinvolga in una conversazione continua.

Come è possibile conquistare un maggior numero di consumatori?
Quali strategie è necessario mettere in campo?

Una strategia vantaggiosa per conquistare nuovi consumatori potrebbe essere quella di combinare una solida e autorevole presenza web a un servizio clienti personalizzato, flessibile e produttivo.

Il cliente, sul sito dell’azienda avrebbe la possibilità di trovare informazioni, contenuti pertinenti e di qualità, verificare la visibilità delle scorte (ovvero costatare se un articolo è disponibile prima di recarsi ad acquistarlo in negozio), comunicare con un venditore o consulente mentre è online, chiedere o disdire un appuntamento, trasmettere e ricevere messaggi, prenotare velocemente un articolo, ricevere una notifica, ecc..

Una volta in negozio, il personale di vendita (abbandonata definitivamente la veste del venditore classico per quella del consulente di vendita) è pronto a offrire al consumatore promozioni personalizzate sulla base degli acquisti precedenti o delle preferenze manifestate.

Oltre ai dati che si trovano nei vari sistemi gestionali (ultimo acquisto, media di acquisto, ecc.) compito dei consulenti di vendita è annotare nella scheda cliente le preferenze, le abitudini, tutte le informazioni utili per preparare offerte sempre più personalizzate e mirate.

La personalizzazione dell’offerta è sempre più al centro delle strategie di marketing.
Fornire al cliente la massima possibilità di scelta e un servizio sempre più personalizzato è diventato l’imperativo principale.

Chi è il nuovo consumatore?
Cosa pretende quando entra in negozio?

Il consumatore di oggi è più informato, analizza i vari prodotti e confronta prezzi da solo.

Risponde a tono e con precisione.
Prima di acquistare, si domanda di cosa si tratta, quali vantaggi avrà, se soddisfa le sue aspettative, se li serve veramente, chi lo vende e com’è la marca.
Se reputa di aver subito un torto, si lamenta con tutti ma non con l’interessato.
Una volta insoddisfatto non ritorna più. Desidera essere trattato in modo speciale, diverso dagli altri.

Il consumatore di oggi quando entra in negozio esige di essere aiutato nella scelta da un professionista competente, capace di ascoltare, capire le sue esigenze e proporli l’articolo o il servizio giusto … invece (spesso) si trova davanti ad una persona impegnata a parlare, plasmare, manovrare e convincere … a vendere!

Questa visione è superata.
Il nuovo consumatore non vuole sentirsi più manipolato, non accetta più che la vendita passi attraverso una fase in cui debba farsi convincere ad acquistare. Non si fa più metter via da una frase a effetto e un sorriso di circostanza!

Pretende di essere ascoltato, ricevere risposte, spiegazioni e soluzioni pertinenti. Chiede di essere orientato in mare d’informazioni. Desidera sempre la massima chiarezza su argomenti delicati quale prezzo, garanzia, reso, ecc.

La chiave è essere sinceri, appassionati del lavoro, ascoltare con attenzione, essere attenti ai bisogni, non pensare (solo) a vendere e diventare per il consumatore un punto di riferimento concreto, fidato e irrinunciabile.

6 spunti per rispondere a domande scortesi durante il colloquio di lavoro

domande scortesi al colloquio

Le domande scortesi durante i colloqui di lavoro (non stiamo parlando di domande illegittime o fuori-legge ma solo di quelle imbarazzanti o strane) fanno parte del gioco e sono utilizzate dal selezionatore per testare la reazione e le risposte del candidato a questo tipo di domande.

Alcuni selezionatori lo fanno per strategia di valutazione.
Altri perché sono semplicemente curiosi (e poco delicati).
Altri ancora sono solamente persone maleducate, sgradevoli o indisponenti (tipo il tizio della foto).

“Ha mai pensato di perdere qualche chilo”
“Ehi, come si è fatta quella cicatrice sul braccio?”
“Un po’ “variopinto” il suo curriculum, non trova?”
“Che cosa ha fatto ai capelli?”

Tuttavia, se sai come rispondere o riesci a capovolgere la situazione, puoi trarne un vantaggio e guadagnare punti importanti!

Che cosa si dovrebbe fare quando i modi di un intervistatore sono scortesi o maleducati?
Ecco 6 spunti per rispondere a domande scortesi al colloquio di lavoro:

1. Mantieni la calma

E il senso dell’umorismo.
L’intervistatore può chiedere semplicemente per curiosità.

La chiave è quella di non prendere nulla sul personale ed evitare il giudizio.

Puoi anche rispondere con un complimento (per esempio l’intervistatore minimizza con una battuta la tua esperienza precedente, puoi dire qualcosa tipo “Sono d’accordo, per questo motivo lascerei la mia azienda per lavorare per una società dinamica come la vostra“), in questo modo sarai in grado di capovolgere la situazione a tuo favore.

Questa tecnica può avere un buon successo.
Gli intervistatori non se lo aspettano, così li potrai sorprendere con la tua ironia e la tua intelligenza.
Ovviamente richiede attenzione e prontezza di pensiero.

2. Non controbattere alle domande scortesi al colloquio di lavoro

La definizione “scortese” è soggettiva, spesso è molto più efficace reagire semplicemente alla domanda e non alla persona che la pone.

Fa parte della nostra natura umana voler controbattere immediatamente a un commento offensivo o una domanda impertinente.

Se rispondi in modo maleducato a una domanda scortese, diventi a tua volta insolente e inadeguato.

3. “Usa” il silenzio

Il silenzio è spesso percepito come imbarazzante e scomodo.
La maggior parte delle persone si sente (almeno un po’) a disagio con il silenzio.

Non c’è bisogno di uno sguardo scontroso e “controbattute” al veleno.
Un sorriso appena accennato, seguito da un lieve movimento di occhi spalancati per la sorpresa, può essere efficace e anche disarmante.

Il tuo silenzio potrebbe suggerire alla persona di ravvedersi un po’, e (forse) anche di chiedere scusa.

4. Cambiare tema

Puoi fingere di non aver sentito il commento maleducato, fare una brevissima pausa e cambiare il tema del discorso rispondendo con un’affermazione che mette in risalto le tue abilità e i tuoi punti di forza, come l’inventiva, la precisione, la team leadership.

5. Chiedere maggiori informazioni

Chiedere ulteriori chiarimenti quando l’intervistatore commenta in modo inappropriato.

Ad esempio … “Potrebbe spiegarmi cosa intende per …?”
oppure
“Scusi, non la seguo correttamente.
Potrebbe gentilmente riformulare la domanda o spiegare che cosa intende per …?
“.

Invitare il selezionatore a riformulare la domanda, ti permette di guadagnare un po’ di tempo, t’impedisce di rispondere inadeguatamente e costringe il selezionatore a “soppesare” meglio le sue parole.

6. Se la conversazione è davvero irrispettosa?

Nel caso in cui il datore di lavoro continua a fare commenti o domande scortesi e offensive, sai che hai il diritto di rifiutare di rispondere.

Se non desideri rispondere, non c’è bisogno di farlo.
Meglio dire “No”, educatamente e far capire che non accetti le domande scortesi al colloquio.

Congedati con classe, senza commentare e offendere.
Non ne vale la pena.
Usa una frase tipo “Grazie per il suo tempo. Non credo che questa posizione sia a misura per me”.

Potresti lasciare l’intervistatore con il rimpianto per quello che ha perso.