8 segnali che rivelano la tua insicurezza sul lavoro (e tutti se ne stanno accorgendo) – 2

insicurezza al lavoro

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5. Va sempre “tutto bene, molto bene, anzi benissimo

L’ottimismo è un buon segno.
Essere sorridente e fiducioso è indispensabile, in tempi così complessi come questi che stiamo attraversando.

Ma far finta di non avere giorni pessimi (con il morale sotto i tacchi e il solo desiderio di andare a casa a leccarsi le ferite) è come guardare il cielo nero e temporalesco e dire sorridendo “Ma guarda che bella giornata oggi!

La verità è che ci sentiamo tutti (chi più chi meno) eccessivamente stressati e preoccupati e non c’è niente di sbagliato in questo.

Se mentre è utile (a volte) aspirare e far finta che le cose vadano bene, l’adozione di un costante comportamento sorridente e spropositatamente ottimista rivela la mancanza di sicurezza al lavoro, mettere la testa sotto la sabbia e un’improduttiva strategia di evitamento.

Essere aperti e onesti con le persone (soprattutto) quando il gioco si fa duro, ti porterà maggiore rispetto da parte del tuo team o dei tuoi colleghi.

6. Hai bisogno di mostrare i tuoi successi per compensare la tua insicurezza al lavoro

Mostrare continuamente i tuoi successi,
le tue conoscenze importanti,
parlare del tuo grande stile di vita,
la tua formazione superiore,
i tuoi figli bellissimi e bravissimi,
tuoi clienti adoranti, continuare a parlare di certi argomenti, che secondo te dovrebbero innalzare il tuo valore agli occhi di un tuo collaboratore o collega.

A certe persone piace,
(magari quelle più facilmente suggestionabili)
quelle un po’ più superficiali.

Tuttavia vantarsi in maniera implicita,
è sintomo d’insicurezza è un atteggiamento che spesso riflette una sensazione di vuoto o d’insoddisfazione nella vita.

Non è l’insicurezza di per sé che infastidisce ma il volerla coprire, nascondere, mascherare … vantandosi.

Dimmi di cosa ti vanti e ti dirò cosa ti manca.

Le persone realmente sicure, non sentono il bisogno di competere o di avere sempre ragione.
Non crede che il il suo valore dipenda dall’assecondare i desideri di qualcuno o soddisfare i desideri degli altri.
Non devono nemmeno vantarsi o mentire, perché dimostrano la loro forza attraverso le loro azioni, il loro atteggiamento e il loro modo di fare.

7. Hai difficoltà ad affermarti e dai troppe spiegazioni

Sei troppo disponibile o troppo “molle”.

Non parlare con voce sommessa ed esitante, non riempire le tue motivazioni di “ehm…ehm…” che indeboliscono il tuo messaggio.
Così dai l’impressione di sentirti in colpa o di essere insicuro!
Dai una spiegazione breve e concisa.
Evita giri di parole e vai direttamente al punto.

Non cercare di convincere gli altri del perché del tuo rifiuto (ti senti stressato, stanco, oberato di lavoro, etc.).

Non devi convincere nessuno, così facendo diventi solo “patetico”, i tuoi collaboratori o colleghi non ti prenderanno sul serio e mostrerai la tua insicurezza al lavoro.

8. Prima dici “NO”, poi ci ripensi e dici SI

Se torni indietro facilmente sulle tue decisioni, comunichi ai tuoi collaboratori o colleghi che non sono tenuti a rispettare le tue decisioni, perché se insistono, avranno la meglio.

Evita questi pericolosi dietro-front perché le persone potrebbero pensare che sei poco risoluto e le tue risposte siano “trattabili”.

Cambiare idea è naturale e indice di una buona flessibilità mentale.
Le ragioni della tua retromarcia però non devono essere dettate dalla paura del giudizio o dal bisogno di accettazione.

L’ insicurezza al lavoro è la mancanza di fiducia nelle proprie capacità di ottenere un risultato.
Di non essere all’altezza.

Lo stesso accade a tanti di noi, a mano a mano che facciamo carriera, siamo investiti da responsabilità sempre più grandi, veniamo assaliti da dubbi e incertezze sulle nostre capacità e abilità.

Se desideri approfondire l’argomento, ecco il coaching sull’autostima e sulla leadership e il coaching per giovane leader.
Oppure hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

insicurezza al lavoro

8 segnali che rivelano la tua insicurezza sul lavoro (e tutti se ne stanno accorgendo) – 1

insicurezza sul lavoro

“Non si riesce a nascondere niente.
La forza è non avere niente da nascondere.”

Jules Renard

Non sono pochi responsabili, manager e team leader che ostentano sicurezza senza realmente possederla, parlano dei loro successi, conquiste e qualità… di quanto sono competenti, intelligenti, interessanti!
Non mostrano mai debolezze e non osano mai dire “Non lo so”!

Peccato che ci sia qualcuno che scambi questo modo di fare per reale sicurezza di sé.

Queste persone si sono create una maschera di sicurezza e spavalderia, fingendo e recitando, mostrandosi diverse da quello che sono, pensano di nascondere o mascherare l’insicurezza sul lavoro.

Però è facile smascherarle, perché reagiscono e diventano aggressive non appena si sentono minimamente minacciate.

Fingendo regolarmente puoi davvero solo peggiorare le cose, mettendo in evidenza il fatto che non ti senti sicuro, costringendoti a compensare costantemente (e spendere un sacco d’energia preziose) per mascherare le tue insicurezze.

Un po’ alla volta però le tue insicurezze si stanno velano e tutti (proprio tutti) se ne stanno accorgendo.
Ecco 8 segnali evidenti che indicano la tua insicurezza sul lavoro:

1. Fai troppe richieste di rassicurazione

“Ha senso?”
“Che cosa ne pensi”
“Che cosa faresti?”
“Pensi che sia una buona idea?”
“Ti sembra OK?”

Se sei sicuro di te,
non hai bisogno dello “specchio specchio delle mie brame” per chiedere regolarmente conferma delle tue scelte e approvazione per le tue azioni.

A meno che …
tu sia sicuro ma stai valutando la fiducia di chi hai attorno.

2. Vuoi sempre avere ragione pensando di nascondere la tua insicurezza sul lavoro

Se vuoi sempre avere ragione,
denoti insicurezza, intolleranza,
una mentalità poco aperta, la convinzione che il mondo si divida in “bianco e nero”, “giusto o sbagliato”.

Arroccandoti su queste convinzioni fai solo danni, perché ti isoli rifiutandoti di valutare diverse prospettive e visioni che (forse) potrebbero essere più efficaci e produttive.

Spesso chi vuole sempre ragione ha paura di essere giudicato.
Vuoi essere giudicato come competente e preparato e vuoi evitare di essere nel torto o di non avere tutte le risposte.

In altre parole, spendi più tempo ed energie per dimostrare di aver ragione piuttosto che ascoltare le varie opzioni e scegliere quelle più efficaci.

3. Ti metti sempre in posizione di svantaggio

Sei schivo,
lasci il passo agli altri, esiti nel parlare,
hai difficoltà ad affermarti, a telefonare non senza trepidazione,
hai difficoltà nel presentarti, correggere un problema o parlare con un’autorità.

Troppo disagio può rivelare il tuo senso d’incertezza.
Insicurezza nascosta. Mascherata.

L’insicurezza (però) si “sente”.

Anche se un pò di condiscendenza è segno di buona educazione e considerazione, troppa deferenza mostra bassa autostima e poco rispetto per se stessi.

insicurezza sul lavoro

4. Sei suscettibile, sospettoso, scatti per un nonnulla

Ogni parola di troppo la prendi come una mancanza di rispetto,
una presa in giro o una cattiveria.

Estrai dal contesto ogni frasi o comportamento di un tuo collaboratore o  collega, filtri il tutto per capirne intenzioni e significati nascosti. Reagisci di frequente in modo eccessivo, rivelando una personalità ossessionata dal giudizio degli altri.

Questa reazione è sintomo di un malessere più profondo.
È mascherare l’insicurezza.

Se possiedi vera fiducia non hai bisogno di convalide e non crei rumore per mascherare il disagio.
Se hai il coraggio di ascoltare gli altri, accettare feedback e i tuoi errori (piuttosto che fingere o trovare ogni volta giustificazioni) il tuo valore agli occhi dei tuoi collaboratori o colleghi salirà.

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10 motivi perchè il tuo team ti detesta (e forse non sai neanche il perché) – 2

gestione team

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4. Sottolinei difetti, errori o carenze … con sarcasmo

Davanti a tutti.
Il team, i colleghi, i clienti.

È il tuo modo di esercitare il potere.
Ok, ma trova un altro modo per farlo.

A volte, nella gestione team usiamo il sarcasmo per alleggerire lo stress o il carico di lavoro.
Il sarcasmo è il modo vigliacco di dire quello che realmente pensiamo.

Se c’è qualcosa che vuoi dire, dillo.
Non nasconderti.
Altrimenti taci.

Sei il capo, dimostralo.

5. Sei un maniaco del controllo

Pretendi di verificare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione”.
Il tuo OK.

Sei riluttante a delegare, ti concentri anche su piccoli dettagli e non lasci libera iniziativa, anche sulle decisioni più banali.

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia che fa sentire il tuo collaboratore demotivato, inutile … improduttivo.

6. Non passi le informazioni

Perché razioni le informazioni?
Trattieni per te le info importanti?
Non chiedi mai a chi lavora con te pareri e feedback?

Tutto quello che stai ottenendo sono pettegolezzi e paura (“figli prediletti” dell’improduttività).

Nella gestione team, condividere (quasi tutte) le informazioni è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente per i tuoi collaboratori.

La maggior parte delle persone che lavora al tuo fianco desidera fare un buon lavoro, condividere con te le responsabilità, i compiti e il raggiungimento dei risultati.
Distribuire le varie responsabilità, condividere le informazioni è un attestato di fiducia per i tuoi collaboratori … è come dire a ciascuno di loro “Io mi fido di te”.

7. Non ti sporchi (mai) le mani

Sei un “grande” ad assegnare il lavoro.

Molto meno a partecipare.
A prenderne parte.
A esserne parte.

Non scendi mai dal tuo piedistallo.
Al fianco del tuo team.
Metti giù la testa, lavora, suda, anche tu … insieme al tuo team.

8. Sei teso tutto il tempo

Quando sei sotto pressione o sei stressato è facile che, senza accorgerti, inizi a girovagare senza meta o coerenza.
Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro.

Muovendoti tutto il tempo (come un tarantolato) in spazi chiusi del tuo luogo di lavoro crei attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare negativamente i tuoi collaboratori.

Quando non ci sei, tutti tirano un sospiro di sollievo.
Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.

9. Nella gestione team manifesti simpatie e preferenze personali

Forse non te ne rendi conto …
ma se coinvolgi, ridi, scherzi, vai a pranzo o a pausa-caffè sempre e solo con la stessa persona o il solito gruppetto “fidato” di collaboratori … potresti creare palesi manifestazioni di preferenze.

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre, ma se poi inizi a sorvolare o non dire niente per amicizia e simpatia, rischi di perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando un`immagine di leader debole e influenzabile.

Ovviamente ci sono collaboratori che sono e devono essere più coinvolti rispetto ad altri ma devi cercare di coinvolgere (con le dovute differenze) ogni membro del tuo team.

10. Non prendi le difese del tuo team

Il titolare della ditta ha appena “cazziato” ingiustamente un tuo collaboratore e non hai mosso un dito?
Un cliente odioso ha trattato senza rispetto un tuo dipendente e ti sei voltato dall’altra parte, facendo finta di niente?
Quando è l’ultima volta che sei battuto per un membro del tuo team?

Se non lotti per il tuo staff, perdi la loro fiducia.

Non devi “fare l’eroe”, il paladino dei diritti dei più deboli e neanche metterti contro il grande capo o il cliente indisponente (di questi tempi poi …) ma se sorvoli completamente sull’accaduto rischi di perdere la stima del tuo personale.

Sono d’accordo con te … nell’attuale Mercato del lavoro, nella gestione team, semplici gesti come questi se ne vedono sempre meno e sono ad appannaggio di qualche solitario eroe innovatore.
E allora?
Non sarebbe il caso di cominciare?
Perché non ci provi già domani?

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10 motivi perchè il tuo team ti detesta (e forse non sai neanche il perché) – 1

gestione del team

Il tuo team ti detesta.
Non ti sopporta.
Ti odia.
Davvero.

Quando vanno a casa, “rovesciano” la loro frustrazione e rabbia su partner e figli.
Sì, si lo fanno.
Non sopportano il loro capo (sì, si proprio tu) … solo che non te lo diranno mai perché ci tengono al loro lavoro.
Al loro stipendio.

Prima di pensare che questo post non ti riguardi, ti chiedo di spendere qualche minuto per leggere l’elenco qui sotto e vedere se non ti ritrovi in qualche punto. Potresti pensare che un capo così odiato e detestato dal suo team, chissà di quali mostruosità e bruttezze si sia reso “colpevole” nella gestione del team.
È un carceriere.
Un tiranno.
E invece …potresti sbagliare.

Spesso siamo inconsapevoli della gestione del team

Potresti essere convinto che il tuo comportamento sia professionale, esemplare e ammirevole.

Invece …
non sono pochi i responsabili che mi contattano per “fare” coaching lamentando seri problemi di rapporto con il loro team (con tutto lo strascico di conflitti, cali di produttività, scarsi risultati e bruciori di stomaco) …

che non sono consapevoli di adottare atteggiamenti e comportamenti che ritengono “assolutamente normali” e che però sono recepiti dal team come arroganti, spavaldi, eccessivi, odiosi.

Paranoie di lavoratori con bassa autostima?
Esasperazioni di collaboratori stressati e inadeguati?
Tutta colpa di dipendenti sempre più permalosi e suscettibili?
Uhm … Forse!

Dare valore aggiunto nella gestione del team

Chi gestisce oggi un team (piccolo o grande, non fa differenza), deve riuscire a dare un valore aggiunto, prendere coscienza dei mutamenti, adattarsi a questi cambiamenti e porsi domande su come migliorare e approcciare con più efficacia i propri collaboratori.

Spesso ci comportiamo male e senza riguardo senza rendercene conto, anche in buona fede, per mancanza di tempo, per lo stress, per incomprensione, per superficialità, per ignoranza (nel senso di non conoscenza) ma anche per pura stronzaggine, vera strafottenza e ricercata arroganza.

Pochi considerano la gestione del team, un valore o un’area strategica su cui investire.

Ecco 10 motivi perché il tuo team ti disprezza (e forse hai solo un’idea del perché):

1. Tratti i collaboratori senza rispetto

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto.
Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa cui bramiamo in molti, ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo. Ecco alcuni errori in cui potresti “incappare” (a volte senza nemmeno volerlo):

– Interrompi spesso mentre qualcuno sta parlando;
Fai domande ovvie e correzioni insignificanti che rendono i collaboratori stupidi;
Dai consigli (anche sul privato) non richiesti;
Generalizzi utilizzando termini come “sempre”, “mai“, ecc. tipo “Sei sempre in ritardo” oppure “Ogni volta sbagli”.
Sparli di qualcuno, come se non fosse presente;

2. Sei professionale ma anche gelido e indisponente

Che cosa trasmetti, anche (e soprattutto) inconsciamente, quando ti relazioni ai tuoi collaboratori?

Secondo te, i tuoi collaboratori avvertono un’attenzione particolare, la tua partecipazione, il tuo interesse per loro?
Oppure sei una gelida macchina che distribuisce ordini, mansioni e scadenze?

Sei distratto, fai solo finta di essere interessato, si vede, si “sente”,
chi ti parla ha la netta sensazione di non essere ascoltato.

Per ognuno dei tuoi collaboratori,
non c’è niente di più frustrante e irritante vedere come la sua richiesta o problematica sia stata poco ascoltata, capita o fraintesa.

3. Sei incongruente e fai promesse che non mantieni

Se dici che stai per-fare o non-fare qualcosa, per uccidere la fiducia dei tuoi collaboratori in un colpo solo è sufficiente … non mantenere la parola.
Non c’è molto da dire.
Onestà, integrità e fiducia sono assolutamente essenziali per la gestione del team e il successo nella vita.
L’incoerenza è difficile da digerire.
Per tutti.

Se (per esempio) sei il primo a predicare ai collaboratori di “avere una vita equilibrata“.
Bilanciata e regolata.

Se continui a raccomandare che i week-end sono preziosi,
che si dovrebbero spendere con la famiglia,
perché poi invii mail di lavoro la domenica pomeriggio?

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Come entrare in una stanza piena di gente come un vero leader – 2

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5. Ricorda queste piccole strategie prima di entrare in una stanza

Fai una ricerca, prima del tempo, per scoprire se ci sarà qualcuno che conosci già. Quando si può iniziare la serata conversando con qualcuno che si conosce può rendere più facile entrare e familiarizzare con l’ambiente.

Andare accompagnati da un amico/a. Se si arriva accompagnati avrai una persona con cui poter parlare … è più facile rompere il ghiaccio e prendere confidenza con l’ambiente.

Un’altra opzione (un po’ più sfacciata) è quella di fare il tuo ingresso come se tu fossi l’ospite dell’evento, salutando gli altri con simpatia e calore.

Appena entrato, cerca persone in piedi da sole o piccoli gruppi di persone con cui poter facilmente rompere il ghiaccio e cominciare a parlare.

Ricorda che non tutti sono a proprio agio. Molti inizierebbero volentieri una conversazione con te (anche solo per togliersi a loro volta dall’imbarazzo). Tutto quello che devi fare, è guardarti intorno e stabilire un contatto visivo con qualcuno nella stanza, fino a quando non trovi qualcuno con cui parlare. Il contatto visivo accompagnato da un sorriso sono fondamentali nella costruzione di rapporti.

6. Muoviti come se fossi in slow motion

Calma. Calma.
Cos’è tutta quest’agitazione!

Evita movimenti rapidi e scatti.
Movimenti nervosi, giocherellare con le mani, mosse goffe o gesti nervosi che trasmettono sfiducia e ansia.

Pensa a una pantera o un ghepardo quando sono a caccia.
Si muovono senza fretta.
Senza paura.
Consapevoli della loro forza, astuzia e audacia.
Lenti, eleganti.
Passi regolari, felpati, sicuri.

Segui il loro esempio.

7. Le prime impressioni iniziano “non appena entri nel radar visivo di altre persone

Non pensare (sbagliando) che le prime impressioni su di te si faranno solo quando inizierai la conversazione con qualcuno.

Appena farai il tuo ingresso in una stanza, inizieranno “l’invio” di messaggi non verbali.
Infatti, anche se non dici niente, il linguaggio del tuo corpo potrebbe rivelare i tuoi “reali” sentimenti e le tue vere intenzioni.

Una volta che inizi la conversazione, la prima impressione è stata già “registrata”.
E difficilmente si torna indietro.

8. Appena fai il tuo ingresso, tieni la testa diritta

Tante ore davanti al computer rendono le spalle curve.
La postura influenza le percezioni e le prime impressioni.
Per apparire sicuro di te, raddrizzati.
Raddrizza la tua postura.

Tira indietro le scapole e ”apri” il petto.
Solleva il mento leggermente, mentre cammini.
Non inclinare la testa di lato.

9. Mantieni il contatto visivo

Il contatto con gli occhi è difficile per molti, in particolare per noi uomini, perché può essere sfidante.

Le persone che mantengono il contatto visivo sono giudicate più sicure e fiduciose.

Se hai difficoltà a guardare negli occhi o mantenere il contatto visivo, fissa il tuo sguardo tra gli occhi dell’altra persona (proprio esatto lì, tra le due sopracciglia).
Nessuno sarà in grado di dire dove effettivamente stai guardando.

10. Accompagna sempre con un sorriso

Sorridere è uno dei più potenti segnali non verbali.
Sorridere è la cosa migliore che puoi fare.

Se fai veramente fatica a sorridere rischi di apparire teso e stressato.
Le persone sicure di sé sorridono perché sono felici e non hanno paura di mostrarlo.

Questo non significa avere il sorriso stampato tutto il tempo, fare il “piacione” o ancora peggio mostrare un sorriso di circostanza ma mostrare un leggero sorriso sul viso per incoraggiare le persone a interagire con te.
Sorridere (in modo genuino) invia l’idea “Che bello conoscerti‘”.
Trasmette “Si, sono sicuro di me”.

11. Focus sulle altre persone

Le persone sicure di sé non si preoccupano di riconoscimenti.
Le persone fiduciose “sanno chi sono” e ”sanno quello che hanno raggiunto”.

Non hanno bisogno dell’approvazione degli altri,
perché sanno che la vera conferma viene dal-dentro.

Quindi, fai un passo indietro e lascia “brillare gli altri”.
Quando lo fai, gli altri non penseranno che sei timido o hai poca fiducia.
Penseranno invece che sei molto più sicuro, semplicemente perché non hai bisogno di approvazione e adulazione da parte degli altri.

12. Usa le mani mentre parli

“Parla” anche con le mani.

Con movimenti lenti usa le mani per sottolineare i punti più importanti, per aggiungere un tocco e la passione in quello che stai dicendo durante la conversazione.

Usa gesti espansivi, utilizzando tutta la lunghezza delle tue braccia (non solo dal gomito in giù) così da rendere la tua presenza molto più dinamica.

13. Usa il tatto

Le persone sicure di sé usano spesso un “contatto fisico” con gli altri.

Ci vuole tanta pratica per farlo con familiarità e in modo appropriato.
Inizia con situazioni agevoli (per esempio con gli amici al bar).

Inizia toccando o accarezzando leggermente la persona sul braccio, sulla spalla o mettendo la mano sulla schiena per guidarlo da qualche parte.
“Allenati” fino a quando non diventerà una cosa naturale.
Quando ti sentirai sicuro di farlo in modo appropriato potrai iniziare a utilizzarlo anche in ambienti professionali.

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entrare in una stanza

Come entrare in una stanza piena di gente come un vero leader – 1

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Non so quanto sei consapevole che, anche se non sei un manager di grido,
un imprenditore famoso,
un professionista conosciuto,
un VIP,
sarai giudicato da altre persone non appena superi la soglia della porta e fai il tuo ingresso in una stanza (ufficio, sala meeting o locale che sia).

Tutti gli occhi (pochi o tanti, non importa) saranno su di te …
potrebbero essere quelli dei tuoi collaboratori,
i tuoi colleghi,
potenziali clienti,
ma anche dei tuoi capi, i titolari dell’azienda, il tuo potenziale futuro datore di lavoro oppure
i partecipanti a un meeting,
una presentazione del tuo prodotto e (perché no)
anche un locale pieno di donne e uomini attraenti.

Se non gestisci la tua immagine professionale, gli altri lo faranno per te

Sei cosciente del fatto che la prima impressione è fondamentale per partire con il piede giusto?
Un’entrata impacciata, imbarazzata e contratta ti farà perdere punti in carisma e leadership?

Riesci a impressionare, proiettare un’aria di autorità,
trasmettere fiducia e certezza in pochi secondi?
Sai, in altre parole,
entrare come un leader?

La posta in gioco è alta.
Un errore e pluff …
poi bisogna correre per rimediare!

Fare un ingresso in una stanza con fiducia, entrare come un leader …
inizia molto prima di attraversare la soglia della porta.

Adottare la giusta mentalità prima di arrivare a un evento ti permetterà di mettere il piede migliore in avanti una volta arrivato sulla soglia.

Ecco come entrare come un leader in una stanza,
gestendo la tua immagine professionale (e senza diventarne schiavi):

1. Minimizzare il nervosismo

Niente funziona meglio quando ti senti nervoso,
prima di fare il tuo ingresso in una stanza,
come riportare alla mente un momento specifico in cui hai ottenuto apprezzamenti e riscontri positivi
(un giudizio lodevole da parte di un cliente, capo, amico, partner, l’acquisizione di un cliente importante, la tesi di laurea, ecc.)

In questi pochi istanti,
ricordare le esperienze di successo genera fiducia e positività.

Oppure occupare la mente con qualcosa che dia distrazione emotiva,
tipo telefonare a un caro amico con un buon senso dell’umorismo o anche cantare in macchina,
giocare o guardare qualche video divertente su Youtube
(lo sketch della Subaru baracca di Aldo, Giovanni e Giacomo mi mette il buon umore tutte le volte … che ci posso fare … mi fa sempre ridere, anche se oramai lo conosco a memoria).

Mantenere quella sensazione positiva nella tua mente ti permetterà di “entrare in scena” con un’areola di fiducia e di positività.

2. Caricarsi prima di entrare come un leader

“La nostra postura influenza direttamente la nostra biochimica.”
dice la psicologa americana Amy Cuddy

“In tutte le specie animali,
la postura espansiva, aperta che occupa più spazio è associata con potere e dominio”.

In uno studio che ha condotto,
la psicologa americana ha scoperto che stando semplicemente in piedi in modo dominante dopo appena due minuti i partecipanti hanno registrato un aumento di testosterone e diminuzione di cortisolo
(un ormone naturale che il corpo rilascia in risposta allo stress).

Se è possibile,
prima di entrare in una stanza prenditi un paio di minuti per metterti in una posizione di potere,
con le gambe divaricate e le braccia tese sopra la testa, fino a dove puoi arrivare.
Sarai piacevolmente sorpreso dalla sensazione di maggiore potenza che questa piccola abitudine ti darà.

A meno che non desideri attirare l’attenzione divertita di qualcuno,
meglio trovare un luogo riservato (va bene anche la toilette, se non trovi altro).

3. Prepararsi prima di entrare nella stanza

Poco importa se è una conferenza,
una riunione, un colloquio di lavoro, un drink con i tuoi collaboratori,
un cocktail di lavoro o un party di presentazione del nuovo prodotto.

L’importante è essere preparati.

Più ti sarai preparato in anticipo,
più sarai confortevole e rilassato.

Qui c’è in gioco la tua immagine professionale.

Sarebbe un pessimo inizio arrivare trafilato e sudato (perché non trovi parcheggio),
in largo anticipo (diventi un ospite inaspettato da gestire) o indossare la t-shirt solo per scoprire che tutti sono in giacca e cravatta,
non conoscere l’argomento dell’incontro, equivocare il tema, confondere il nome delle persone, ecc.

Assicurati di conoscere tutti i dettagli dell’evento –
ora d’inizio, posizione precisa, codice di abbigliamento, le opzioni di parcheggio, le indicazioni per arrivarci, ecc.

poi lo scivolone, il lapsus, il colpo di sfortuna, l’errore, l’incomprensione può capitare …
ma non devi tollerare di te stesso (io almeno faccio così) errori di superficialità o di mancata preparazione.

entrare come un leader

4. Vestiti come un leader

Sono certo che vuoi essere notato per la tua intelligenza, le tue capacità e il tuo talento,
non certo per il tuo vestito di una taglia più grande,
i calzini bianchi,
la cravatta che arriva sotto la cintura,
le scarpe consumate o la scarsa igiene personale.

Senza entrare nei particolari di un argomento così vasto,
anche il tuo aspetto personale ha bisogno di dimostrare che oltre a prenderti sul serio,
sei anche al passo con le più recenti tendenze moda.

Senza esagerare,
comunque.
Non devi necessariamente vestirti per impressionare gli altri (potrebbe non essere appropriato al contesto in cui ti trovi).
Scegli la moderazione: è meglio essere sobrio ma non ingessato, elegante ma non freddo.

Cerca di non essere solamente
ciò che stai indossando.

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7 errori da evitare quando gestisci collaboratori più anziani di te -2

dipendenti più anziani

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4. Temere che non ti rispettino per l’età

Appena notato la differenza di età hai subito pensato: “Oddio, non ce la farò mai!
Come faranno a rispettarmi questi
’”.

Prendere decisioni ed esercitare la tua autorità quando si tratta di collaboratori esperti e più anziani non è cosa scontata.

Essere intimiditi, bloccati, preoccupati davanti a dipendenti più anziani, persone più grandi e competenti di te … ci sta.
È lecito.

L’importante è non permettere a questi pensieri d’incunearsi nel tuo stile di gestione evitando regolarmente il confronto con i collaboratori più anziani.

Il punto non è la questione d’età.
Non farne una questione di numeri.
Il punto è guadagnare rispetto facendo bene il tuo lavoro.

Come giovane leader, se gestisci il tuo team in modo efficace, fornisci loro la formazione di cui hanno bisogno e sai riconoscere i loro successi … se fai bene il tuo lavoro, ottieni il rispetto e la stima che meriti  …
la tua età a quel punto diventa solo un numero!

5. Dimostrare a tutti i costi chi comanda

La tendenza naturale quando si sta gestendo collaboratori più anziani di te è voler dimostrare (a tutti i costi) chi detiene lo scettro del potere.

Voler dimostrare (ossessivamente) a tutto il team il tuo valore, chi comanda … crea un’atmosfera pericolosamente competitiva che non concede tregua e può diventare una spirale di comportamenti insubordinati.

Non usare soprannomi legati all’età (nonno, zio, etc.) per riferirti a dipendenti più anziani, anche se s’intende bonariamente.

6. Non affrontare le questioni in modo equo

I dipendenti più anziani all’interno di un’organizzazione sono visti (anche giustamente) con più rispetto, stima e soggezione.

Anche se l’età non dovrebbe importare, è necessario affrontare i problemi di prestazioni dei dipendenti, nonostante i loro anni e la loro esperienza.

Anche se dare un feedback negativo a una persona più esperta di te non è piacevole, se non lo fai rischi di perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando un`immagine di leader influenzabile e debole.

E ‘importante affrontare il problema di petto, nonostante il disagio.

7. Pensare che i dipendenti più anziani sono tutti “lenti, fuori moda, superati

Lasciamelo dire: alcuni lo sono.
Eccome.
Lavorano come hanno sempre fatto e resistono al cambiamento e all’innovazione, non vogliono imparare a fare le cose in modo diverso.

Io stesso non utilizzo WhatsApp, preferisco contattare clienti e amici via telefono, preferendolo (quando possibile) a mail, sms e compagnia bella. A volte una telefonata può essere una scelta vincente.

Avere pregiudizi per un manager (e non solo) è un errore pericoloso.
La tendenza a giudicare erroneamente che il “nuovo” è sempre meglio del “vecchio”.
Non è così.

Non dare per scontato che i collaboratori più anziani non siano in grado di utilizzare la tecnologia o che non possano imparare.
Mantieni una mente aperta, prendi in considerazione idee nuove e diverse.
Diventa flessibile e adattati ai dipendenti di tutte le età, alle nuove esperienze e avvenimenti che vivi.

L’età è meno importante di motivazione e competenza

La tua età può essere solo un numero.
L’età è meno importante di tanti altri fattori, come la motivazione, le competenze e la passione.

Conosci tutti i tuoi collaboratori.
Sii rispettoso, curioso e di mentalità aperta.
Scopri come si sono trovati in questo posto di lavoro, ciò che li eccita e come preferiscono essere gestiti.

Prenditi il tempo per conoscere i dipendenti come individui.
Potresti essere sorpreso nello scoprire che condividono gli stessi tuoi valori, aspirazioni ed esigenze.

Il manager eccellente sa che le differenze di età possono essere incredibilmente vantaggiose perché permettono di attingere a una vasta gamma di diverse esperienze e qualifiche, utilissime per raggiungere gli obiettivi.

leggi anche la parte 1 small ...

Se vuoi approfondire l’argomento o desideri un supporto professionale per gestire al meglio una situazione che ti sta procurando ansia e stress … ecco il coaching per la gestione efficace del team!

Se sei al comando per la prima volta scopri il coaching per giovani leader.

Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai fatto il primo passo,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

dipendenti più anziani

7 errori da evitare quando gestisci collaboratori più anziani di te -1

collaboratori più anziani

Cosa c’è di più bello e appassionante in un’azienda, vedere la luce negli occhi di un giovane manager, traboccante di visioni, idee e creatività,
pronto a lasciare il suo “marchio” nell’organizzazione.

Quando però si è in una posizione di leadership e si gestiscono collaboratori più anziani, e potenzialmente più esperti, il lavoro può rilevarsi certamente più difficile.

Crescono domande e dubbi su come motivare un team così variegato oppure come evitare conflitti a causa delle differenze di età.

Ecco 7 errori da evitare per gestire al meglio collaboratori più anziani di te. Questi errori di solito hanno radici negli stereotipi che il giovane leader ha circa i lavoratori più anziani.

1. Arrivare e spazzare subito via sistemi o politiche esistenti

“Quei ragazzi freschi d’Università che arrivano pensando di sapere tutto e cercando di dimostrare ai loro capi quanto sono capaci. Spazzano via la maggior parte delle cose fatte in anni. Ci vogliono 10 mesi per la loro formazione . . . dopo 5-6 mesi sono trasferiti e dobbiamo ricominciare da capo con un altro.”

Sandro P.  – area manager senior Multinazionale Nord Italia

Di cambiamenti (spesso inutili) i collaboratori più anziani ne hanno visti tanti.
Hanno visto  tanti “nuovi” capi.
Giovani e preparati.
Come te.

Prima di partire, è importante capire (prima di fare cambiamenti) il contesto più ampio in cui il tuo lavoro si svolgerà.
Devi studiare (bene) il tuo nuovo ambiente lavorativo se vuoi evitare trappole e resistenze che accompagnano ogni cambiamento (piccolo o grande che sia).

I lavoratori più anziani sono resistenti al cambiamento quando l’obiettivo è semplicemente quello di fare il “solo bene” del manager, quando l’obiettivo non ha senso o quando si tratta di cambiare solo per il gusto di cambiare.

2. Non riconoscere le differenze d’età

Le persone di età diverse hanno differenti prospettive, visioni, esigenze.
Queste differenze di stile di vita impattano su come le persone agiscono sul posto di lavoro.

Molti collaboratori più anziani hanno coniugi, un mutuo, figli e (magari) anche nipoti. L’equilibrio lavoro-privato, per loro, è una sfida sfiancante e stressante; potrebbero non essere in grado di unirsi al team per un drink dopo il lavoro, con due bambini che aspettano a casa.

Prenditi il tempo per organizzare situazioni formali e informali in cui tu e i tuoi collaboratori potete conoscervi meglio. Spesso basta solo un po’ più di comprensione accompagnata da un pizzico di simpatia.

collaboratori più anziani

3. Non imparare/non chiedere ai collaboratori più anziani

Non vuoi far notare al tuo team alcune lacune di conoscenza?
Ti senti come se chiedere aiuto fosse una debolezza e allora decidi di fare tutto da solo,
senza consultare nessuno?

Ecco uno dei più grandi errori di un manager (di qualsiasi età) possa fare … non imparare o chiedere al proprio team.

In effetti, i dipendenti più anziani possono essere una delle tue migliori risorse.
I collaboratori con più esperienza hanno grandi idee che sono disposti a condividere.

Vogliono essere parte del processo decisionale, sono desiderosi di diffondere la loro conoscenza, conoscono ciò che funziona e ciò che non lo fa, hanno visto (e risolto) quasi ogni possibile problema, conoscono i clienti meglio di chiunque altro.

È davvero un peccato e un’ingenuità manageriale non attingere a questo “mare” di risorse e informazioni.

leggi anche la parte 2 small ...

Vuoi iniziare il coaching? 11 cose che non ti direi mai

iniziare il coaching

Le parole sono importanti.
Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Nella mia professione di coach,
parlare poi è come … camminare sulle uova!

Le parole possono stimolare, ispirare e convincere
ma anche allontanare, disorientare o annoiare.

Dipende da ciò che diciamo.
E soprattutto da come lo diciamo.

Ci vuole attenzione, moderazione e competenza.

Una cosa è certa …
ecco 11 cose che sicuramente non mi sentirai mai dire se tu fossi un mio potenziale cliente (cliente privato) e desideri iniziare il coaching:

1. “Vedrai, sarai leader in un paio di sessioni

Potenziare l’approccio, aumentare la leadership, rafforzare la tua sicurezza, riflettere personalità e stile … non è cosa da poco!

Non scherziamo.
È irragionevole proporre miglioramenti così importanti in un paio sessioni di coaching!

Per un obiettivo così ampio e complesso è necessario discuterne insieme la durata e la pianificazione.
Mediamente, dopo il primo step di base costituito da 5-6 sessioni di coaching, decidi se proseguire, incontrarci mensilmente (per essere sicuro di mantenere la direzione) oppure  continuare il tuo potenziamento con percorsi di coaching sempre più avanzati.

2. “Sarà una passeggiata

Mi spiace … nessuna dritta miracolosa o pillolina magica.

Non esistono.
Almeno secondo me.

Altro che passeggiata!
Quelle si fanno nei boschi.

Serve applicazione. Impegno.
Mettersi in gioco.

Se trovi difficile e faticoso tutto questo, hai perfettamente ragione!
Ecco perché, nonostante la grande offerta di corsi, seminari, libri e blog imbattersi in persone che “trasudano” vera leadership è una rarità.

3. Frasi motivazionali

Nessuno slogan motivazionale,
frasi a effetto o teorie sulla motivazione, lanciate qua e là per creare effetto.

Se anche tu hai avuto, come tutti, problemi di motivazione sai perfettamente che se anche ti dò una pacca sulla spalla e ti dico: “Eddai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.

4. Nomi e dati dei miei clienti

La riservatezza è un elemento estremamente importante nella relazione di coaching, perché costituisce la base per l’indispensabile rapporto di fiducia e di trasparenza.

Il contenuto delle conversazioni di coaching, come pure i tuoi dati e quelli dell’azienda per la quale lavori, sono quindi strettamente confidenziali e riservati.

Non dirò nomi di persone, aziende, nel mio sito non c’è la sezione “I miei clienti” (anche se mi farebbe davvero comodo).
Così sei sicuro che non dirò neanche il tuo.

5. “Che ne dici di una sessione di prova?”

Il coaching non si prova.
O lo fai o non lo fai.

Provare vuol dire tentare, sperimentare, testare.
Essendo una prova c’è meno coinvolgimento, in compenso molta più razionalità ed eccessiva attenzione sul risultato (“funziona o non funziona sto’ coccing?”).

No, così non funziona.

Preferisco iniziare il coaching e se poi ti accorgi che non è quello che ti aspettavi o non è l’approccio giusto per te, ti rimborso tutto il pacchetto, compresa la sessione che hai fatto.
Se continuiamo (senza piacere) ci perdiamo entrambi.

6. Pareri o giudizi su altri coach

Piuttosto che fare una scala di meriti di altri formatori e coach, desidero valorizzare i miei servizi e far percepire il reale valore aggiunto che posso offrire.

Ho fiducia che si parli di me attraverso i miei servizi, il mio blog o la mia consulenza.

Anche se  ricevo mail che mi chiedono un consiglio sulla scuola o corso migliore o un parere personale l’ultima cosa che mi interessa è “gossippare” sulla preparazione e competenza di questo formatore o quel coach.

7. Insistere, pressare o convincere all’acquisto

Se c’è una cosa che non faccio durante il primo contatto (ma in definitiva sempre) con un potenziale cliente che desidera iniziare il coaching è … vendere.

Chi è determinato, chi desidera dare una svolta, chi è stufo dei soliti risultati, chi vuole lavorare su se stesso non ha bisogno di “spinte” all’acquisto.

Vuole iniziare il coaching e basta!
Non chiede troppo, non si dilunga su particolari e dettagli, scalpita, ha solo voglia di iniziare.

Per tutti gli altri (chi vuol prendere ancora altre informazioni, chi non è ancora pronto, chi sta semplicemente perdendo tempo, ecc.) cerco di dare il maggior numero di info e spiegazioni ma senza mai forzare o cercare di convincere all’eventuale acquisto.

Anzi.
Indecisione ed esitazione sono i segnali che la persona non è ancora pronta.
Preferisco io stesso consigliare di aspettare.

La relazione di coaching non può essere imposta, né venduta, tanto meno mercanteggiata … deve essere “consapevolmente volontaria”!

8. “Sono completamente a tua disposizione

Non posso,
Non riesco.
Anche volendo.

Come te, ho il tempo contro.
Esattamente come te, ho i miei impegni e le mie incombenze.

Se fissare una sessione di coaching diventa (per entrambi) un incubo per la poca disponibilità, riprogrammazioni dell’ultimo minuto, e-mail di scuse, ritardi e rilanci di date e orari … meglio rinunciare.

Decidiamo (insieme) una programmazione e ci atteniamo a quella.
Semplicemente.

9. “Ci vediamo sui social”

Anche qua, stesso discorso.
Non riesco.
Ho poco tempo a disposizione.

Ecco perchè la mia attività social è pari-allo-zero.
Non riuscirei a rispondere (personalmente) a eventuali commenti, twittare qualche spunto interessante o postare un articolo su fb.

Potrei risolvere il tutto delegando tutto questo (come mi hanno proposto) a qualche agenzia di web marketing ma … non mi interessa.
Non vorrei aggiungere altro blah-blah inutile e standardizzato a quello già esistente in Rete.

10. “Devi firmare il contratto

Come cliente privato acquisti semplicemente una sessione o un pacchetto di sessioni di personal coaching.

Una volta esaurita decidi se acquistare altre sessioni di personal.
Come cliente privato non devi firmare nessun contratto o vincolo.

11. “Fidati di me” – “Credi in me

La correttezza non si proclama.

Ho fiducia che la mia professionalità parli attraverso i miei gesti, le mie parole, i fatti o la mia consulenza. Se proprio devo dimostrarla, porto esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo mi sono comportato o come ho reagito.

Essendo sicuro della mia proposta formativa, l’ultima cosa che penso è proclamare, mercanteggiare o “mettere sul piatto” la mia correttezza e la mia professionalità.

Vuoi iniziare il coaching? Ecco le 11 cose che non ti direi mai

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
“Fai” coaching.

Se invece hai solo sentito “parlare di coaching” ma non hai mai fatto il primo passo,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto gratuita facendo click qui.