9 frasi che non sentirai mai durante le mie sessioni coaching

sessioni di coaching

Le parole sono importanti.

Nella mia professione di coach durante le sessioni di coaching,
le parole devono stimolare, ispirare e spronare
ma possono anche scostare, confondere o stancare.

Ci vuole attenzione, moderazione e competenza.

Una cosa è certa …
ecco 9 frasi che sicuramente non mi sentirai mai dire durante le sessioni di coaching:

1. “Mi raccomando … fai questo e non fare quello

Se c’è una cosa che (come coach) evito, accuratamente nelle sessioni di coaching è …
dirti cosa-fare, cosa-scegliere, dove-andare.

La responsabilità è tutta tua.
Solo tua.

Non è mia la responsabilità di risolvere i tuoi problemi oppure raggiungere i tuoi obiettivi per te.

Il mio obiettivo è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti, incoraggiarti,
condividere feedback e offrirti qualsiasi altra cosa nel mio kit-di-strumenti per aiutarti a raggiungere gli obiettivi che sono importanti per te.

2. “Ecco le risposte che cercavi

Coaching non è consulenza.
A differenza di un consulente, che è assunto per fornire le risposte,
non è nel ruolo del coach conoscere tutte le risposte e risolvere i problemi del cliente.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.

Sei tu che devi dare le risposte a domande che sembrano facili, ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.
Provaci, dai, eccone alcune:
Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”

“Che cosa stai aspettando?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?”

3. “Cercherò di essere breve, ti spiego …

Non mi dilungo in lunghe e fumose teorie.
Anzi di teoria c’è né molto poca.
Quasi niente.

La teoria è controproducente in questi casi.
Cercheresti di approcciare tutti i problemi in modo meccanico tentando di applicare quello che hai sentito.

I problemi che incontri nel lavoro non hanno niente a che fare con quello che hai studiato.
Te ne sei accorto, vero?

4. “Fai come se fossi un amico

Chi ha un amico ha trovato un tesoro.
Inestimabile, aggiungo io.

Coaching non è amicizia.
Un caro amico/a (pur con la buona volontà e la buona fede) non ti farà le domande difficili che devono essere fatte,
non sarà imparziale e non riuscirà a portare l’efficace prospettiva di un professionista.
Non coinvolto e non giudicante.
E per questo più efficiente.

5. “Scaviamo nel tuo passato per capire meglio

Coaching non è terapia.
Non si concentra sul passato, guarigione di profonde ferite emotive o risolvere i sintomi quali ansia o depressione,
ad appannaggio di specialisti del settore.

Il coaching si basa prevalentemente sul presente e ciò che sarà il futuro.

6. Nelle sessioni di coaching non sentirai frasi da pseudo-guru per “pompare” la motivazione

Nessuna sessione di coaching improntata solo su slogan motivazionale,
facili frasi a effetto o teorie sulla motivazione.

Come perchè?
Se anche tu hai avuto,
come tutti,
problemi di motivazione, sai perfettamente che se qualcuno ti dà una pacca sulla spalla e ti dice: “Dai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.

7. “Scusa … rispondo un attimo a un’altra telefonata e poi continuiamo

Quando sono con te in una sessione di coaching,
sei l’unica persona con la quale interagisco.

Sono completamente focalizzato su di te.
Il tempo (che hai pagando) nelle sessioni di coaching è esclusivamente per te.

8. “Ecco una dritta miracolosa

Mi spiace … nessuna soffiata miracolosa o trovata geniale.

Non esistono.
Almeno secondo me.

Serve impegno e “fatica”.
Mettersi in gioco.
Altro che dritta miracolosa!

Ecco perché, nonostante la grande offerta di corsi, seminari, libri e blog imbattersi in grandi personalità è così difficile.

9. “Fidati di me” – “Credi in me

L’onestà e la correttezza non si dichiarano a parole,
ma solo attraverso fatti concreti.

Che cosa è tutto questo prodigarsi di annunci e proclami riguardo sincerità e integrità?

Essendo sicuro della mia proposta formativa, l’ultima cosa che penso è proclamare,
annunciare e “mettere sul piatto” la mia correttezza e la mia professionalità.

Ho fiducia che trapeli attraverso i miei gesti, le mie parole,
i fatti o la mia consulenza.

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
“Fai” coaching.

6 differenze fondamentali tra essere forte e fare solo lo spaccone

essere forte

In fin dei conti, gli adolescenti credono di diventare adulti scimmiottando adulti rimasti bambini che fuggono davanti alla vita.
Muriel Barbery

Il mondo del lavoro di oggi non è mai stato così difficile,
complesso e competitivo.

Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è facilmente visibile a tutti, la forza mentale no

Non si vede.
“Si sente”.

Per mostrarti forte, anche a livello mentale, ti metti la maschera del duro, “reciti” la parte,
mascheri le debolezze con atteggiamenti e posture di finta durezza pensando che gli altri ti temano…

Quest’approccio ti può portare qualche successo iniziale,
ma l’effetto svanisce in breve tempo.

Nel lungo periodo, per raggiungere obiettivi importanti è necessario essere forte … serve forza mentale.
Grinta e tenacia.
Così come il continuo desiderio di diventare migliore.

Quello di “giocare a fare il duro” è un atteggiamento che può essere intrapreso da tutti.
Con facilità.

Uomini e donne.
Non c’è differenza.
Atteggiarsi e ostentare.
Sciorinare, mostrare, sfoggiare, scimmiottare.

Ci sono grandi differenze tra forza e spacconeria, eccone sei:

1. Lo spaccone non conosce i propri limiti

Chi è forte si.

Lo spaccone proclama che può fare tutto.
Dice che non ha paura di niente.
Dichiara che niente potrà mai fermarlo.
Proclamare tutto ciò non significa necessariamente essere forte a livello mentale.

La persona che agisce così sopravvaluta le proprie capacità e (spesso) si trova spiazzata e impreparata davanti alla realtà dei fatti;
altre volte, invece, sottostima le difficoltà e va a sbattere contro il palo,
delusa e amareggiata.

Forza mentale vuol dire riconoscere i propri limiti e le proprie mancanze,
e sapere che il duro lavoro è necessario per raggiungere un obiettivo.

La persona sicura di sé,
sa che il fallimento è parte del percorso che porta al raggiungimento dei propri obiettivi.

2. Il gradasso nasconde le sue debolezze

Chi è forte le supera.

Il gradasso spende molte energie nel tentativo di mascherare le proprie debolezze,
e le proprie emozioni (perché le reputa sintomi di debolezza).

Dice: “Sono il migliore.”
Ma dietro nasconde tanta insicurezza.

Essere forti richiede consapevolezza delle proprie emozioni e di come i sentimenti possano influenzare pensieri e comportamenti.
È necessario imparare a gestire e controllare le emozioni,
non farsi controllare da esse.

La persona forte,
invece di sprecare energia cercando di coprire le mancanze,
riconosce i propri difetti e investe il proprio tempo per migliorare se stesso,
e per superare le debolezze.

3. Lo spaccone scimmiotta un duro

Chi è forte, duro lo è già.

Il “pallone gonfiato” solitamente assomiglia a quello che si è visto fare al cinema o nei reality …
braccia conserte, sguardo truce, sorriso sprezzante. Usa il sarcasmo e le battute per svalutare gli altri e ogni occasione è buona per metterli in difficoltà.

È scorbutico, contestatario e polemico, grezzo.
Se risponde alle domande, lo fa in modo seccato,
toglie spazio ai discorsi degli altri o interrompe la conversazione per imporre i suoi argomenti.

Il “pallone gonfiato” sta scambiando arroganza e prepotenza per grinta e carattere.
Finzione (televisiva o cinematografica) per realtà.
Non cadere in questo equivoco!

Il “vero” duro sa che la fiducia più profonda è quella che si manifesta in modo tranquillo,
calmo e contenuto.

4. Chi gioca a fare il duro vuole apparire forte

La persona forte, lo è anche senza mostrarlo.

Chi vuol “sembrare” un duro cerca di ottenere approvazione,
vuole essere percepito dagli altri come uno tosto,
ha sempre qualcosa da dimostrare agli altri.

La sua autostima è spesso collegata alla sua performance e a come gli altri lo vedono e lo valutano.

Chi “è” davvero un duro non è preoccupato di dimostrare niente a nessuno.
Di ricevere approvazione dagli altri.
La motivazione e il desiderio di migliorare vengono da dentro.
Il suo unico referente è …
se stesso.

5. Lo sbruffone vuole il potere sugli altri

Chi è forte su se stesso.

Chi “gioca” a fare il duro si preoccupa di conquistare il potere sulle persone.
Di conseguenza controlla, spadroneggia e fa richieste irragionevoli.

La persona forte si concentra sulla sua energia e si preoccupa di avere potere sui propri pensieri,
sentimenti e comportamenti.

Piuttosto che cercare di controllare le circostanze esterne e le persone,
cerca il controllo su se stesso.

6. Se fallisce chi gioca a fare il duro dà la colpa ad altri

Chi è forte si assume le proprie responsabilità.

Chi “gioca a fare” il duro se fallisce,
incolpa gli altri, la sfortuna e le circostanze perché trovare un capro espiatorio è una facile soluzione per evitare di assumersi la responsabilità.

Cosi facendo riesce a giustificare quello che accade.
In questo modo, sentendosi vittima, non ha bisogno di fare niente,
gli basta lamentarsi e aspettare.

Essere forte vuol dire vedere il fallimento come un trampolino di lancio verso il successo.
Essere cosciente che, raramente, i fallimenti nella nostra vita sono interamente imputabili alla responsabilità di qualcun altro.

Se non ci assumiamo la responsabilità personale,
non possiamo mai passare alla fase successiva.

Essere forte significa avere fiducia nelle proprie capacità di riprendersi da un fallimento ed è pronta a imparare dai propri errori.

A volte essere forte è l’unica scelta che hai

Diventare mentalmente forte non è qualcosa che avviene spontaneamente da un giorno all’altro.
Solo se consideri ogni sfida (anche piccola) della vita come un’opportunità per diventare più forte,
inizierai a sviluppare più saggezza e chiarezza mentale,
che ti serviranno quando dovrai affrontare ostacoli e difficoltà più impegnativi.

essere forte

Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento

Sei puntuale, sei efficiente, produttivo.
Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.
E allora?
Ti aspettavi di più.

Un apprezzamento, un riconoscimento.
Un riconoscimento salariale.
A dir la verità ormai sono anni che stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal datore di lavoro.

Invece,
tutto tace.
Niente si muove.
Nessuno si sente.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale, la soluzione sarebbe facile:
Vuoi più soldi, devi chiederli”.
Semplice, vero?
Peccato che la questione qui si complica, si blocca, si arena.

Nel mondo del lavoro di oggi,
i soldi e lo stipendio sono ancora argomenti tabù.

Secondo un sondaggio Salary.com,
solo un 12% di persone cerca di negoziare più soldi durante le revisioni delle prestazioni.
E sembra che in un altro recente sondaggio ha rilevato che due terzi dei lavoratori che chiedono un aumento effettivamente lo ottengono.

Se hai troppa paura di chiedere un aumento, è importante capire (prima di arrivare al tavolo della trattativa) che cosa specificamente ti spaventa o ti blocca.
La chiave è capire i pensieri che stanno dietro la tua esitazione.
Ci sono timori e paure che possono sabotare la tua capacità di guadagno.

Per affrontare questo blocco, è necessario per prima cosa individuarlo (esattamente).
Cosa ti fa sentire in ansia e trepidazione?
Ecco le principali paure connesse alla richiesta di aumento di stipendio o promozione.

1. Paura di non meritare l’aumento

Cosa c’è di più tipico di un dipendente che si sottovaluta?
È comune per le persone legare la loro autostima al loro stipendio.
Se non guadagno tanto vuol dire … che non lo merito.
Sono pagato quanto valgo.
Ovvio no?

Lo sappiamo che i nostri più feroci critici siamo noi stessi.

Salary.com ha condotto un sondaggio e ha scoperto che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere le competenze o la fiducia per negoziare un salario più elevato.

Infatti, se non vedo il mio valore e credo che il mio contributo non sia più prezioso rispetto ad altri,
avrò grosse difficoltà a chiedere di più.
Chiedere un aumento di stipendio.

E poi c’è la “sindrome dell’impostore”.
La paura di essere un “fake”, un bugiardo, di non essere così talentuoso, intelligente o meritevole come gli altri potrebbero pensare.

Di conseguenza,
eventuali promozioni o aumenti sono semplicemente visti come colpi di fortuna o gesti “caritatevoli” da parte del capo o datore di lavoro.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità (ci è stato insegnato da sempre) è un sentimento sbagliato ed è l’origine di tutti i mali.
Dentro di noi si crea un muro e il senso di colpa inizia a serpeggiare.
Abbiamo paura di essere avidi e presuntuosi.

La modestia è un freno pericoloso.
Troppa modestia ci fa negare, per paura o per essere accettati in gruppo, le nostre capacità.
Ci fa negare di saper fare qualcosa.
E così facendo perdiamo grandi occasioni.

Odiamo dover parlare di noi stessi, perché ci pare di “vantarci”.
Invece, parlare di se stessi, delle proprie realizzazioni non è boria.
Arroganza o presunzione.

Quando parliamo di un risultato, parliamo di un dato di fatto.

Quando parliamo di come abbiamo risolto un problema, di come abbiamo imparato una nuova abilità o collaborato con il team, stiamo parlando di fatti concreti.
È fondamentale essere pronti ad ammettere la propria bravura e a proporsi quando è necessario.

3. Paura di parlare di soldi … in tempi di crisi

Paura di sentirsi rispondere …
È già bello che hai un posto di lavoro”.

Spesso siamo in imbarazzo a parlare con i supervisori, responsabili HR o titolari dei problemi di retribuzione,
in particolare chiedere un aumento in tempi così complessi come quelli che stiamo attraversando.

Vero anche che,
se la crisi ha colpito tanto e in vari settori, ci sono però (non poche) nicchie felici e floridi aree in cui la parola “recessione” non si è minimamente sentita.
Anzi.

Se penso di chiedere un aumento alla mia azienda in questo momento, salvo che non sia un idiota,
sono consapevole del fatto che (crisi-non-crisi) una contrattazione sul vile-denaro non è assolutamente inadeguata o irrispettosa.

Sono sicuro che nessuno abbia chiesto un aumento alla sua azienda con la proceduta fallimentare in atto.

4. Paura del rifiuto

Abbiamo paura di chiedere.
Perché temiamo il rifiuto.
Un rifiuto ci farebbe sentire rifiutati, scartati.
Non siamo disposti a sentire un “NO”, mettere la coda tra le gambe e vivere con l’imbarazzo del rifiuto.

Ci intaccherebbe l’autostima.

Ma è necessario ricordarci che “NO” la prima volta non significa (necessariamente) che l’argomento sia fuori discussione per sempre.
La trattativa, in realtà, inizia spesso con una richiesta che è negata.
Altrimenti non si chiamerebbe trattativa. Negoziazione.

Quindi, dobbiamo essere pronti almeno a incassare un primo “NO”.

La volta dopo, possiamo prepararci meglio ed entrare nella trattativa con dati e fatti concreti, cifre ben ponderate e i dati sul proprio rendimento e valore di mercato.
Se si riesce a separare la parte emozionale,
si rimuove la maggior parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Hai le capacità necessarie per negoziare un aumento?
Incassare un primo “NO”, rilanciare, aspettare, cogliere l’attimo buono nella trattativa?
No, non è facile.
Roba da avvocatoni-di grido, vero?

Se sei titubante per iniziare una trattativa sul tuo aumento di stipendio … è comprensibile.
Il successo non è mai garantito.
Dipende dal tuo stile negoziale, da quello della controparte, dalla tua motivazione, dalla tua assertività e da altri aspetti situazionali, che non sono prevedibili a priori.

Nulla si apprende senza esercizio e perseveranza,
ancor meno la negoziazione.

6. Paura di perdere il lavoro

Essere sottopagati è meglio che non essere pagati del tutto?
È una leggenda che chiedendo un aumento o una negoziazione alla tua azienda o datore di lavoro si rischia (per tutta risposta) di essere licenziati?

Le persone sono spesso preoccupate nel chiedere un aumento,
ma la ricerca mostra che invece paga.

Secondo un sondaggio condotto da PayScale.com, la maggior parte dei datori di lavoro si aspetta di dover negoziare le retribuzioni dei propri collaboratori.
Il 75% dei lavoratori che hanno chiesto un aumento ne ha ottenuto uno e più della metà ha ottenuto l’importo che ha richiesto.
Anche perché in realtà il costo dell’assunzione di un nuovo dipendente porterebbe a spese ben più importanti (non applicabile a tutti i settori).

Prima di lanciarti, poniti delle domande

Quanta trasparenza e predisposizione c’è nella tua azienda per quel che riguarda stipendi e bonus?
L’intero argomento è spinoso o un tabù (se ne parla bisbigliando)?

Alcune organizzazioni hanno creato (volutamente?) una cultura che alimenta questa riluttanza a parlare apertamente di compensazione.

Se questo è il caso,
la soluzione migliore è quella di “presentarsi” armati con i fatti e mantenere il proprio argomento focalizzato e diretto. Le possibilità di successo sono maggiori se ci si prepara punti di discussione oggettivi e basati su dati concreti.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni – 3

disaccordo al lavoro

Leggi la parte 2 del post “Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni“.

7. Mantieni rispetto e professionalità

In ogni caso, tratta le persone con rispetto.
Mantieni la tua professionalità.
Non cercare di manipolare la situazione.
Non conferire la colpa o colpire la reputazione altrui.
Piuttosto che puntare il dito, usa la discussione per generare nuove soluzioni.
Così facendo, puoi guadagnare rispetto e ottenere maggiore affidabilità.

L’unico scopo di un disaccordo deve essere sempre trovare modi migliori per migliorare una situazione o risolvere un problema.

Frasi tipo “So cosa vuoi dire”,
Ho avuto anch’io esperienze simili”,
Capisco come ti senti,”
possono normalizzare la conversazione,
stemperare gli animi e rendere la discussione più costruttiva piuttosto che una gara a chi-ha-torto e chi-ha-ragione.

8. Cerca di capire il punto di vista dell’altra persona

Capire le necessità, le paure, le credenze, le idee del tuo collaboratore o collega, probabilmente ti permetterà di esprimere il disaccordo al lavoro senza entrare in un’eventuale controversia.

Infatti, prendendo in considerazione la posizione e le preoccupazioni dell’altra persona invii un messaggio davvero potente.
Di apertura, di discussione, di volontà.
Puoi esprimere il disaccordo senza far sentire il tuo interlocutore senza valore o una persona sbagliata.

Riformula quanto ascoltato.
Riassumendo quello che hai ascoltato, hai la sicurezza di aver compreso in modo esatto, mentre l’altra persona ha la conferma di essere stato realmente ascoltata ed è portato ad abbassare la guardia.
“Mi stai dicendo che vuoi … ”
“In altre parole, desideri … ”,
“A suo avviso quindi … ”,
“Così, secondo te … ”.

Sprechiamo un sacco di tempo in discussioni che sarebbero evitabili se solo capissimo (veramente) la posizione dell’altra persona.
Spesso discutiamo su disaccordi apparenti o su dettagli marginali.

9. Quando esprimi il disaccordo al lavoro cerca il compromesso, quando necessario

“Se le formiche si mettono d’accordo,
possono spostare un elefante.”

Proverbio del Burkina Faso

L’obiettivo non è vincere.
L’obiettivo è mantenere intatto il rapporto.
Fin quando è possibile.
Nel limite del possibile.

Se il rapporto salta, nessuno vince.
Cerca gli interessi comuni.
Mantieni bene in mente l’obiettivo comune.
Ricorda alla persona quanto lei significhi per te e quanto apprezzi la sua opinione.

Non si può essere d’accordo su tutto e (forse) non esiste una soluzione perfetta, ma non lasciare che un confronto t’impedisca di raggiungere un accordo generale su una direzione o una soluzione.

Devi accettare il fatto di non essere d’accordo su alcuni aspetti della questione o della soluzione,
ma è un modo per superare un disaccordo e andare avanti.

Non devi essere (per forza) felice del compromesso, ma si deve essere consapevoli che il compromesso a volte è necessario, dunque lo si deve accettare e si deve imparare a conviverci.
Senza drammi.

rapporti difficili bis

10. Una volta che la decisione è presa, chiudi la questione

Non importa quale opzione o soluzione sia stata presa, una volta deciso,
quando il disaccordo al lavoro è risolto, mettilo alle spalle.
Soffermarsi su torti e recriminazioni del passato porta raramente a risultati produttivi e causa amarezza e delusione.

Guarda indietro solo per imparare da ciò che è accaduto, in modo da poter evitare errori simili in futuro.

Non sentire il bisogno di aggrapparti alle tue posizioni quando sono respinte.
Lasciale andare.
Afferra un remo e rema con la tua squadra, per il bene della tua squadra.
Anche se non sei d’accordo.
Potrai guadagnare il rispetto dei colleghi e del capo, se pur non essendo d’accordo,
rispetti (professionalmente) la decisione del team.

Leggi anche la parte 1.
Leggi anche la parte 2.

Dimostra di essere un professionista affidabile

Quando si tratta di disaccordo al lavoro,
il tuo obiettivo deve essere quello di dimostrare che sei un professionista attendibile di cui ci si può fidare,
un partner lavorativo che non discute solo per attaccare ma sa anche ascoltare l’altro e che vuole “costruire” grandi rapporti sul luogo di lavoro.
Un vero leader.

Quando sei in disaccordo con qualcuno sul posto di lavoro,
ricorda che è fondamentale affrontare la questione e non la persona.

Se desideri approfondire l’argomento scopri il coaching per i rapporti professionali.
Se invece hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo …
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Come esprimere il disaccordo sul lavoro senza fare danni – 2

disaccordo sul lavoro

Leggi la parte 1 di “Come esprimere il disaccordo sul lavoro senza fare danni“.

3. Non sacrificare una relazione per una vittoria a corto termine

Quando si tratta di esprimere il disaccordo sul lavoro,
non fare l’errore di sacrificare un rapporto professionale a lungo termine per una piccola vittoria a breve scadenza.
Soprattutto se si tratta di un collaboratore fedele,
un cliente importante o una figura chiave all’interno dell’azienda.

Chiediti:
“Questa battaglia è da vincere assolutamente?”
“Ne vale veramente la pena?”

Altre volte, ci sono situazioni in cui l’unico modo per ottenere davvero ciò che desideri è aspettare,
sacrificarti sul momento, metterti in una posizione migliore e …
vincere la partita nel suo complesso, in un secondo tempo.

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione o chiedi a qualcuno di smettere di fare qualcosa (che t’infastidisce), cerca di formulare la frase in modo tale che il messaggio si riferisca solo a te e ai tuoi sentimenti.
“Mi sono sentito male quando … ” o
“Sono preoccupata perché …”.

Evita di parlare in generale tipo “Ci sentiamo tutti in questo modo” oppure
Questo è il cambiamento che tutti desideriamo”.

Non attaccare l’altra persona, esprimiti sempre con calma e nel rispetto di chi hai davanti e del lavoro che sta svolgendo.

“Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non ho intenzione di lavorarci sopra fino a domani mattina.”.
“Preferirei che tu mi dessi un preavviso di almeno 2 settimane prima di chiedermi di lavorare il fine settimana.”
“Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo molto sulla tua puntualità. Vediamo come possiamo recuperare la nostra immagine verso quel cliente così importante”.
“Capisco il tuo punto di vista, ma io ho un’altra idea.”

5. Esprimi il disaccordo sul lavoro subito, in modo chiaro, specifico e conciso

Non indugiare.
Offri il tuo punto di vista già nelle prime fasi della discussione.
Illustra con chiarezza i risultati desiderati, preparati a preservare la tua posizione senza metterti troppo sulla difensiva.

Stai ai fatti.
I fatti e i dati concreti danno molta più credibilità delle opinioni personali e delle emozioni.

Quando esprimi il tuo disaccordo, devi riferirti a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico. Devi essere chiaro su cosa, dove e quando.
Spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

E per favore … sii conciso!
Evita noiose ramanzine, prediche monotone condite da ricorrenti frasette tipo “È vero?”, “Non ho ragione?” “Sei d’accordo?” che tolgono incisività al tuo messaggio.

disaccordo sul lavoro

6. Permetti al tuo interlocutore di spiegarsi

Permetti alla persona che hai di fronte di spiegarsi o di rifiutare le tue dichiarazioni.
Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Non interrompere, non controbattere, fallo finire e poi replica, se è il caso.

Se l’altra persona si arrabbia o parte-per-la-tangente, lasciala sfogare e assicurati di ascoltare quello che sta dicendo.
La chiave (in questo momento) è ascoltare per capire,
non riformulare (per attaccare) con un argomento migliore.

Se ti sforzi di capire la posizione dell’altra persona, invii il messaggio che ti stai preoccupando di quello che sta dicendo.
In questo modo il tuo interlocutore abbasserà la guardia e la conversazione diventerà costruttiva.

Spesso, ascoltare (e concedere alle persone il diritto di esprimere il loro punto di vista) è tutto ciò che è necessario per gestire i disaccordi sul lavoro e risolvere un eventuale conflitto.

Se esprimerai il disaccordo sul lavoro bilanciando garbo e autorità,
aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

Leggi anche la parte 3.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni – 1

esprimere il disaccordo al lavoro

“Per favore sii ragionevole.
Fai a modo mio.”

Vero, se tutti facessero a modo nostro, non ci sarebbero mai disaccordi.
Ma non è mai così.
Sul posto di lavoro poi …

La nostra prima reazione è di vedere il disaccordo come negativo,
svantaggioso o spiacevole.
Tuttavia, esprimere il disaccordo al lavoro (se gestito correttamente) spesso porta a miglioramenti,
a guadagni produttivi e soluzioni inaspettate
.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio.
Esprimere la divergenza significa andare contro-corrente,
contro lo status quo.

Esprimere il disaccordo al lavoro vuol dire pretendere che le proprie idee siano rispettate

Altre volte, esprimere il disaccordo serve per rimarcare limiti che non devono essere superati,
affermare la propria personalità, difendersi,
non essere facili bersagli e non lasciare che altri ci calpestino.

Manifestare il disaccordo consente di segnalare all’altro che il suo comportamento non è gradito o che non si è disposti a tollerarlo.
È indispensabile, in alcune circostanze, per ottenere rispetto e pretendere che le proprie idee siano rispettate.

A non esprimere alcun dissenso, emozione,
essere eccessivamente diplomatici,
concilianti, arrendevoli,
mostrare di avere paura,
si rischia di essere fraintesi, ignorati e qualcuno potrebbe approfittare di questa cedevolezza
(nel mondo del lavoro di oggi poi).

Esprimere il disaccordo in modo brusco e aggressivo rischia di danneggiare il rapporto

Spesso però esprimiamo la nostra disapprovazione in modo troppo brusco, polemico, aggressivo, senza spiegazioni o alternative e questo può compromettere o raffreddare un rapporto professionale.

Compromettere la relazione, per una valutazione mal formulata,
potrebbe essere anche un vero errore,
soprattutto quando la persona in questione è un ottimo collaboratore o collega,
con il quale lavori fianco-a-fianco da anni e con cui hai sempre avuto (nel complesso) un rapporto più che positivo.

Che peccato!
In fondo ti basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più per esprimere il disaccordo al lavoro:

1. Scegli le tue battaglie

Non c’è bisogno di affrontare ogni ingiustizia o irritazione che incontri sul posto di lavoro.
Non puoi essere in disaccordo sempre, su tutto e con tutti.
I tuoi colleghi o collaboratori ti vedranno come polemico e sgradevole e ti farai la reputazione della persona petulante.

Ma se discutere sempre, non è ammirevole, anche restare in silenzio, può diventare un problema.
Il costo del silenzio è una sensazione di risentimento che lascia un retrogusto amaro, difficile da eliminare.

Comprendere il costo del disaccordo è la chiave per risolvere le più grandi divergenze.

Se discuti su una questione banale,
molto probabilmente stai polemizzando sui dettagli e stai perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione, spuntarla, vincere su un argomento insignificante con il costo di compromettere una buona relazione con un collaboratore molto produttivo non è il modo migliore di gestire un disaccordo.
Inoltre, è poco furbo.

Scegli le tue battaglie con buonsenso, equilibrio e saggezza.

2. Attendere un momento, anzi due, meglio tre

Ti ricordi i consigli di tua madre come quello di contare fino a tre prima di rispondere?
Bene.
Vale altrettanto (ma soprattutto) quando si parla di disaccordo al lavoro.

Quando le emozioni sono forti, i disaccordo al lavoro possono trasformarsi in questioni personali.
Una volta che le parole sono state pronunciate, non abbiamo la possibilità di fare rewind per cancellarle.
Il danno è fatto.

Non esprimere il dissenso, quando sei arrabbiato o turbato

Se ti senti arrabbiato, è meglio dire il meno possibile.
Se l’altra persona è arrabbiata, è meglio dirne ancora meno.
Le tue emozioni influiranno sulla tua professionalità, gli argomenti o i dati che stai presentando.

Quando parli, in qualsiasi situazione di disaccordo,
è fondamentale che tu mantenga la calma.
Discutere in pieno “scisma emotivo” è raramente produttivo.

Meglio prendere un po’ di tempo, allontanarsi dalla situazione e guardarla oggettivamente.
Sarà più facile, in un secondo periodo, affrontarla nuovamente.

Vai alla parte 2.