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Gestire un collaboratore difficile con l’autorevolezza di un grande leader – 1

un collaboratore difficile

Ancora.
È successo ancora.
Un collaboratore sta rendendo la vita difficile a parte del team,
(di conseguenza anche a te) con le sue richieste, pretese e il suo atteggiamento.

Il malcontento è diventato distrazione,
disattenzione e rischia di provocare problemi e conflitti in tutto il team.

Il collaboratore/trice è un ottimo lavoratore e, anche se non avete un gran feeling,
si è sempre comportato con professionalità e ha un buon rendimento.
Perdere la persona non sarebbe (comunque) un grande affare.

Gestire un collaboratore difficile? Serve fiducia e autorevolezza

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Sei il leader del tuo team.
Ecco una delle parti più difficili del tuo lavoro,
trasmettere fiducia e influenza ma anche autorevolezza e disciplina.

Un collaboratore difficile non è solo un tuo problema:
riguarda tutto il team.

Anche se l’ultima cosa che vuoi è … gestire un collaboratore difficile,
devi farlo non appena possibile,
prima che la situazione ti sfugga di mano.

Che cosa fare?
Agire subito? Sorvolare?
Aspettare il momento opportuno?
Come affrontare la questione?

1. Il punto di partenza: decidere quale approccio adottare

A questo punto hai diverse scelte,
con gradi d’implicazione differenti.

Fai finta di niente e speri che (sotto-sotto) la situazione rientri da sola?
Fissi un incontro, fai il cazziatone, dai un ultimatum e aspetti di vedere se cambia?
O invece decidi di investire tempo ed energia, e provi a risolvere la questione in modo più produttivo e costruttivo?

In questo post parliamo di quest’ultima possibilità …
dove la differenza non la farà tanto quel che dirai ma il tuo modo di approcciare e relazionarti con la persona.
 


 
Ecco alcuni spunti per rapportarti con autorevolezza e in modo costruttivo con un collaboratore difficile.

2. Preparare il giusto approccio

Poche persone godono nel confrontarsi,
ma permettere a un dipendente difficile di devastare la tua immagine di leader non è certo un grande affare.
Ancora meno perdere un collaboratore produttivo e competente.

Spesso,
le persone adottano un atteggiamento sbagliato per incertezza, paura di un cambiamento,
per stress, per incomprensione, per superficialità, per mancato riconoscimento e apprezzamento,
ma anche per stronzaggine, pura strafottenza e velata arroganza.

La prima cosa da fare se vuoi risolvere la questione in modo efficace è
scoprire cosa sta causando questo comportamento difficile.

Scoprire la causa del comportamento sbagliato

Come puoi saperlo?
Il modo migliore per scoprire “cosa passa nella testa” di qualcuno è …
chiederlo.

Capire le motivazioni della persona (giuste o sbagliate che siano – in questo determinato momento poco importa) ti permette di fare qualcosa davvero di costruttivo al riguardo.

Prima di andare al cuore della conversazione,
ci sono tante piccole cose che puoi fare per “costruire” la fiducia con il tuo collaboratore difficile e fare in modo che lui/lei si apra e discuta (in modo proficuo e positivo) del suo atteggiamento.

E poi,
forse la cosa più importante,
devi essere disposto a risolvere il problema.

3. Aspettare il momento giusto

“Il vero lavoro è saper attendere.”
Jean Rostand

A meno che non sia assolutamente necessario parlare proprio in quel momento,
meglio rimandare la conversazione con un dipendente difficile fino a quando tutti si sono calmati.

Quando le emozioni sono forti,
il disaccordo al lavoro può trasformarsi in una questione personale.
Una volta che le parole sono state pronunciate, non abbiamo la possibilità di fare rewind per cancellarle.
Il danno è fatto.

Non esprimerti, quando sei infuriato o turbato.
Se ti senti arrabbiato, è meglio dire il meno possibile.
Se l’altra persona è arrabbiata, è meglio dire ancora meno.

Quando parli, in qualsiasi situazione di disaccordo,
è fondamentale che tu mantenga la calma.
Discutere in pieno “scisma emotivo” è raramente produttivo.

4. Parlare a quattr’occhi

La maggior parte delle persone non risponde bene a discussioni imbarazzanti davanti colleghi o clienti;
evitale per non rischiare di aumentare la tensione,
senza risolvere il problema.

Meglio dare feedback negativi solo nel privato e a quattr’occhi.

Poco prima dell’incontro,
prenditi qualche minuto per rilassarti respirando profondamente,
sorridi per sciogliere la tensione dalla tua faccia.
Ti tornerà utile.

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10 suggerimenti per dare cattive notizie con professionalità (e dormire la notte) – 1

cattive notizie

“Nessuno ama colui che porta cattive notizie.”
Sofocle, Antigone, 442 a.e.c.

In tempi antichi,
i messaggeri che portavano cattive notizie rischiavano di essere uccisi.
Anche se i tempi sono cambiati,
resta il fatto che a nessuno piace essere il portatore di cattive notizie.

Comunicare cattive notizie è uno dei compiti più difficili per un team leader

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È sempre difficile dire alle persone qualcosa che non vogliono sentirsi dire.
Non è facile iniziare una conversazione su
cali di performance, profitti in calo,
progetti rimandati o cancellati,
per non parlare di chiusure di reparto,
salari e benefit tagliati o
persone licenziate.

Oltre l’ansia di doverlo dire, c’è anche la preoccupazione della reazione e dell’impatto sulla singola persona,
il team, la produttività.

Purtroppo molti team leader non hanno idea di come gestire al meglio la comunicazione e (spesso) rovinano tutto. L’intenzione è buona, il risultato pessimo.

Ecco 10 spunti per comunicare cattive notizie:

1. Aspettare di avere tutte le informazioni

Non condividere una cattiva notizia incompleta e frammentaria perché non fa bene a nessuno,
e ti impedisce di mantenere il controllo della situazione.

Assicurati di avere prima tutte risposte d altrimenti è facile creare stress supplementare e pericoloso gossip da corridoio.

2. Le cattive notizie non dovrebbero mai cogliere di sorpresa

Le cattive notizie non dovrebbero mai essere una sorpresa per chi le ascolta.
Se le persone sono sorprese,
non onori la tua professionalità.

Di persona o per e-mail,
è importante far conoscere lo scopo generale della riunione o del colloquio,
senza entrare nei dettagli e non fornendo false rassicurazioni,
comunicando quando e dove si svolgerà e sottolineando che si parlerà di “prossimi sviluppi”.
 


 

Consenti alle persone di iniziare a preoccuparsi,
a patto di non “tenerle a mollo” per troppo tempo.

3. Scegliere la giusta tempistica è di fondamentale importanza

Aspettare fino all’ultimo minuto per comunicare la bad news farà solo esasperare gli animi e quel che ne consegue.
Aspettare troppo, non serve, in un modo o nell’altro, la cattiva notizia uscirà.

Una cattiva notizia data in ritardo è una cattiva notizia … peggiorata perché alterata e dilatata.

Più aspetti, più la situazione raggiunge il suo punto di ebollizione,
il pettegolezzo e le informazioni false si diffondono velocemente e seminano discordia e preoccupazione tra il personale.

Meglio (se possibile) comunicare la notizia il prima possibile,
prima che la situazioni “lieviti” diventando ingestibile.

4. Prepararsi

Se si tratta di un annuncio che colpisce molti dipendenti,
può aiutare suddividerli in piccoli gruppi, permettendo alle persone di sentirsi più a loro agio nel porre domande.

Se si tratta di una comunicazione uno-a-uno,
è meglio avere qualcun altro nella stanza oltre te e il collaboratore o il dipendente,
come ad esempio un rappresentante delle risorse umane.

Più la notizia è spiacevole,
più si alza la posta in gioco.
Questo è il momento per scegliere le parole con cura e una consegna sicura.

Un buon approccio potrebbe essere quello di preparare le persone a ricevere brutte notizie.
Si potrebbe iniziare la conversazione tipo:
“Non è semplice per me dire questo …”
“Questo è imbarazzante”,
“Non ti piacerà quello che dirò …”
“Non so come reagirai a questo …”

5. Essere chiari e diretti


 
Troppo spesso,
la comunicazione di una notizia spiacevole è preceduta da
troppe (o poche) spiegazioni e informazioni,
evasività,
oppure da un linguaggio rassicurante che tenta di diminuirne l’impatto.

Così facendo però si perde l’immediatezza del messaggio.
Le persone non capiscono, sono confuse.
Potrebbero confondere, sottostimare o esagerare il reale peso della situazione.

Per ragioni fin troppo evidenti,
siamo cresciuti diffidenti nei confronti dei leader in ambito politico ed economico,
e vediamo i tentativi di ammorbidire le cattive notizie come un tentativo evidente di manipolare e manovrare la situazione.

Mai quanto in tema di cattive notizie,
le persone hanno bisogno di rispetto.
per questo motivo non nascondere, raddolcire o minimizzare i fatti.

Le cattive notizie devono essere date in modo breve,
chiaro e diretto.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro – 2

non sopportare il capo

leggi anche la parte 1 small ...

5. I capi passano, la passione resta

Instagram e Facebook sono pieni di richiami e citazioni sul vivere la vita,
perseguendo le nostre passioni e seguire i nostri sogni.
Ci sarà ben un motivo.

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Le persone che raggiungono traguardi importanti,
quelle che arrivano in alto,
siano sportivi, musicisti, chef, stilisti o imprenditori sono spronate dalla vocazione,
sono persone che fanno (davvero) quello che amano.

Quando si ama ciò che si sta facendo,
ci si sente euforici, eccitati, desiderosi di creare, pieni di energia,
si ottiene maggiore successo.

6. Mai perdere la calma

È la chiave per costruire un rapporto sano con il tuo capo/a.
Devi mantenere la calma e la compostezza.
Perdere la calma significa perdere il lavoro.

7. Non sopportare il capo? Cosa fare? Le opzioni

Opzione # 1. Trasferimento interno (se ha un senso e se è disponibile).

Anche se il tuo attuale capo potrebbe non essere così felice, spesso le aziende preferiscono trasferimenti interni rispetto a nuove assunzioni, perché sono molto più economici.

Opzione # 2. Lasciare il lavoro, una volta che ne hai trovato un altro.

Non sopportare il capo, è probabilmente il motivo più comune per cui le persone lasciano il posto di lavoro.
Certo, boss stronzi li trovi dappertutto,
ma è un rischio che vale la pena correre!

Opzione # 3. Lasciare il lavoro, senza averne trovato un altro.

Uhm … rischioso. Non voglio dire non lasciare il lavoro, ma è importante considerare che puoi restare fuori dal giro per il mese successivo, magari per il prossimo anno. A volte, è un rischio che vale la pena correre; tu sei l’unica persona in grado di valutare con precisione se sia accettabile.

 

 
Opzione # 4. Riparare il rapporto.

È il momento di confrontarsi, di fissare un colloquio diretto (o con un mediatore) con l’obiettivo di riparare la relazione.

Ricorda che se tu fai fatica a non sopportare il capo,
è probabile che lui/lei abbia sentimenti simili.

La riparazione potrebbe essere possibile,
se il tuo capo è ricettivo, maturo e consapevole;

Sappi che ti stai prendendo un grosso rischio,
devi essere pronto a perdere.

Opzione # 5. Accettare e Aspettare.

Sedersi sulla sponda del fiume e aspettare.
Pochi individui possono ingannare gli altri per tanto tempo.
Non importa quante lodi gli sono conferite, adesso.

Se questa persona è così terribile come dici è probabile che,
a un certo punto nel futuro (si spera presto),
qualcuno faccia il punto e alla fine perderà il posto … o verrà trasferita.

8. Come convivere con il capo/a che detesti

Risentirti del fatto che questa persona abbia il potere di influenzare il tuo futuro finanziario,
quello professionale e il tuo mal di stomaco …
non cambierà la situazione.

Abbandona, inoltre, le aspettative che cambi la sua personalità perché … è difficile che lo farà.
L’unica cosa che può cambiare è la tua reazione.
 


 
Il rapporto può diventare molto più positivo se ti concentri sui punti di collegamento,
piuttosto che sulle differenze. Tu e il tuo capo condividete lo stesso interesse nel raggiungere gli obiettivi aziendali e nel guadagnarvi lo stipendio.

Da parte tua …
comunica in modo chiaro, professionale e onesto.
Mostrati un membro del team affidabile, preciso e coerente.
Accetta critiche costruttive e non disapprovare il capo davanti ad altri dipendenti.
Cerca progetti che nessuno vuole, ma che sai che potrebbero impressionarlo.

Resta positivo in sua presenza,
anche se controvoglia e con sorrisi di circostanza
(sfoghi e lamentele solo davanti uno Spritz con il tuo migliore amico).

Ti invito a prendere questi suggerimenti solo come spunti di riflessione e non come una guida da seguire alla lettera.

I rapporti professionali (come quelli personali) sono troppo complessi per sottostare a regole e procedure standard. Vanno contestualizzati e personalizzati a seconda dell’azienda, della situazione, della tua personalità e a quella del tuo capo/a.
Se vuoi approfondire guarda qui.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro – 1

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“Pillola azzurra: fine della storia , domani ti risveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai ”
“Pillola rossa”: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio “

Morpheus

Avere un lavoro che si odia, può essere terribile.
Ecco perché la maggior parte delle persone ti dirà, che se hai un lavoro che ami, devi tenertelo ben stretto.

Che succede se invece ami il lavoro che fai, è perfetto,
ma il vero problema è il tuo capo/a?

Se vuoi continuare a vivere il tuo sogno professionale,
e sai per certo che questa persona ti girerà intorno per perseguitarti,
allora dovrai trovare il modo di uscire da questa trappola.

Che fare? Resistere o gettare la spugna? Pillola rossa o pillola blu?

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Non è una situazione facile. Che fare?
Mollare? E se poi non trovi?
Restare? Con rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Sì, avere un capo ingestibile è uno dei motivi principali per cui la gente inizia la ricerca di un nuovo lavoro,
ma non è l’unico modo per gestire il problema.

A volte abbiamo il piacere di lavorare con persone che rispettiamo e che (a loro volta) ci rispettano.
Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.
Alcuni boss sono stronzi perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.
Altri lo sono diventati, un po’ alla volta.

Il Mercato del Lavoro è-quello-che-è,
non si può uscirne ogni volta, solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Ecco come farci crescere la pelle più spessa,
e come trattare con una persona che non possiamo decidere di non vedere ogni (santa) mattina:

1. Fermati a riflettere

Tutti credono di essere nel giusto.
Anche il tuo capo/a.

È il momento di fare un passo indietro e porti alcune domande che probabilmente non vuoi farti:
Sei tu il problema?
Stai contribuendo, anche in parte, a questa situazione?
Hai l’abitudine di puntare il dito contro le altre persone per spiegare la tua insoddisfazione lavorativa?
Hai avuto rapporti difficili anche in altri posti di lavoro?
Qual è il comune denominatore di tutte queste situazioni?

Potrebbe essere il momento di fare un lavoro interiore per ottenere più serenità professionale.
 


 

Un mio cliente che desiderava ardentemente una promozione,
dal momento in cui questa tardava a venire,
cominciò a odiare il capo.
Divenne sempre più indolente e svogliato, dimezzando il suo sforzo.
Si sentiva giustificato a odiare il capo (che riteneva causa della mancata promozione e dell’inevitabile licenziamento).

2. Capire i motivi che ti spingono a odiare il capo

Un altro passo importante per risolvere il tuo problema è identificare le ragioni che ti premono a odiare il capo.
Capire cosa ti dà fastidio e decidere se ignorare (fin dove possibile) o fare qualcosa al riguardo.

Potrebbe essere solo un coxxxxne?
È offensivo,
non ti dà la direzione,
le priorità e la guida necessaria per fare bene il tuo lavoro?

È un cattivo manager o una cattiva persona?
Nel primo caso,
si può provare a cambiare la struttura e la strategia di lavoro.
Nel secondo caso,
hai realmente bisogno di parlarne con lui/lei o cercare di risolvere il problema,
il prima possibile.

3. Considerare la prospettiva del tuo capo/a

Gli hai dato qualche motivo per non fidarsi di te?
Sei stato in malattia molte volte, arrivi in ritardo, sembri annoiato o disattento?
Il tuo capo è davvero così prepotente o semplicemente si sta assumendo la responsabilità di fare le cose?
Anche se ti risponde male,
potrebbe avere tante mansioni pesanti sulla testa che non puoi nemmeno immaginare?

Considera le ragioni del suo atteggiamento.
Potresti provare a capire la prospettiva e le ragioni del tuo capo e (provare) a empatizzare con lui / lei.
 

 

4. Quando sei frustrato, ricorda a te stesso i motivi per cui ami il tuo lavoro

A volte, le cose vanno fuori controllo e il livello di tolleranza scende a zero.
L’unica cosa che vorresti fare è inviare le tue dimissioni.
Se ci stai pensando … aspetta un attimo!

Ricorda a te stesso che
hai lavorato davvero duramente, nonostante gli ostacoli, per ottenere questo lavoro,
stai lavorando non per impressionare il tuo capo,
ma per vivere il tuo sogno lavorativo.

In questo preciso momento,
ci sono decine di migliaia di persone che stanno facendo lavori di m….,
che odiano, perché non hanno avuto fortuna o le loro condizioni finanziarie le hanno trascinate in questa situazione.

Quindi,
ricorda a te stesso perché ami questo lavoro, perché puoi sprigionare la tua creatività, il tuo estro, essere d’aiuto alle persone, rendere felici gli altri, ecc …

Ha senso lasciarsi tutto alle spalle per colpa di uno stronzo?

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8 modi di correggere gli altri senza essere un arrogante saputello – 2

correggere gli altri

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4. Se è possibile, mai correggere qualcuno pubblicamente

Non importa quali siano le tue intenzioni,
non è mai una buona idea correggere qualcuno di fronte a un “pubblico” (team, clienti, titolari, ecc…).
Oltre a essere imbarazzante,
dai anche un motivo all’altra persona di pensare che le tue intenzioni siano tutt’altro che nobili,
visto che hai sottolineato l’errore.

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Meglio sempre scegliere il faccia-a-faccia privato e far sembrare che la svista sia “scappata via” accidentalmente. Inoltre, dando alla persona la possibilità di salvare la faccia, rafforzerai il tuo rapporto di lavoro con lei, invece di demolirlo.

Cerca di non usare “tu” quando correggi e rettifichi qualcuno;
la cosa migliore è “accusare” la tecnologia, altri oggetti, la sfortuna, la casualità, ecc…

È indispensabile correggere qualcuno pubblicamente se l’errore porterà a gravi conseguenze o farà risparmiare tempo e fatica a tutti.

Per esempio,
se in una riunione si sta partendo con l’ordine del giorno sbagliato, intervenendo, potrai far risparmiare tempo ed energie a tutti i presenti.

5. Non correggere gli altri via e-mail

Il tono (e le tue intenzioni) sono facilmente equivocabili in una mail,
soprattutto quando usi il grassetto e il corsivo per mettere in evidenza errori e sviste.

Un approccio faccia-a-faccia (in privato) con la persona ti aiuterà a mostrare il tuo vero intento.

6. Utilizzare le domande al momento opportuno

Fare domande,
anziché rettifiche e precisazioni,
ti permette di “abbassare il tono di un paio di tacche”,
e passare da un approccio (apparentemente) prepotente a uno più cordiale e disponibile.

Utilizzare le domande (al momento opportuno) trasmette la tua intenzione di facilitare la conversazione.

Per esempio “Vedo che hai intenzione di coinvolgere Anna fin dall’inizio. Non pensi che un suo ingresso posticipato di un paio di settimane potrebbe snellire il processo?

7. Focus sull’errore e non sulla persona

 


 
La stragrande maggioranza delle persone si identifica con quello che fa.
Ciò significa che sono portate a pensare che se fanno qualcosa di sbagliato
è perché c’è qualcosa di sbagliato in loro.

La chiave è creare una distanza tra le loro azioni e la percezione della loro autostima.
Se sottolinei che la questione è l’incompetenza, tocchi un tasto molto sensibile delle persone.

Iniziando il tuo intervento con “Potrei sbagliarmi, ma …
rendi la correzione più “digeribile”.

8. Fornire prove, offrire aiuto e soluzioni

Non c’è bisogno di presentare una documentazione dettagliata,
ma (in molti casi) spiegare la correzione è utile per dimostrare che si è fatto un ragionamento e una riflessione,
e che non è solo un puntare il dito sulla superficialità e l’incompetenza di un collega.

Ad esempio: “In effetti ho incontrato una situazione molto simile il mese scorso.
Se vuoi, posso mostrarti cosa ho fatto, e così possiamo risolvere insieme la questione
“.

Utilizzando il “noi” stai trasmettendo all’altra persona che, nonostante l’errore, non la stai lasciando da sola. La cosa più importante che il tuo collega ha bisogno di sentire è di essere ancora una parte importante della squadra, nonostante la svista.

Non c’è dubbio che correggere gli altri non sia sempre così facile.
Bisogna prestare attenzione e prudenza
Quando utilizziamo correzioni e precisazioni,
“camminiamo sulle uova”, lungo una linea sottile tra produttività e presunzione.

Dale Carnegie nel suo best seller “Come trattare gli altri e farseli amici”
dice che non abbiamo il diritto di correggere gli altri,
visto quanto spesso sbagliamo anche noi stessi, ma se proprio dobbiamo farlo,
facciamolo in modo da far sentire l’altro ancora importante.

8 modi di correggere gli altri senza essere un arrogante saputello – 1

correggere

Correzioni, puntualizzazioni,
precisazioni,
in nessun posto come in un ufficio sono così necessarie e appropriate.

Se sei un manager,
un team leader (probabilmente) non farai fatica a “prendere da parte” un membro della tua squadra e avvisarlo dell’errore.

Ma cosa succede se le informazioni imprecise arrivano da un collega,
da un pari grado di un altro dipartimento e ufficio,
o (peggio) dal tuo capo/a, o dai titolari dell’azienda?

Quando correggi qualcuno non sai mai come la prenderà

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Senti che è tuo dovere sistemare le cose.
Ma, allo stesso tempo, ti chiedi come reagirà la persona,
(ti ringrazierà o farà un sorrisino di circostanza legandosela al dito)
e non vuoi fare la parte dell’arrogante saputello.

Fai bene a pensarla così.
Vuol dire che sei cosciente che oggi
le persone sono sempre più egocentriche e suscettibili che in passato,
sono più facili a risentirsi e offendersi.

Una parola sbagliata, una correzione inappropriata, un gesto di troppo e di colpo …
il rapporto professionale sparisce nel nulla!

E chi se ne frega … potresti pensare.

Uhm …
se il tuo lavoro dipende (anche) dalla buona relazione con gli altri, forse ti conviene continuare la lettura e scoprire che non è un caso che la capacità di lavorare in gruppo sia diventata un requisito indispensabile (e molto richiesto – basta guardare gli annunci di lavoro) per tutti coloro che si muovono nell’attuale Mercato del lavoro.

Ecco 8 modi di correggere gli altri senza essere un supponente so-tutto-io:

1. Considerare le tue motivazioni

Perché desideri correggere l’altra persona?
Il suo errore è irrilevante o porterà a gravi ripercussioni?
Desideri dimostrare quanto sei SMART e intelligente?
Per amore della perfezione e delle “cose fatte bene”?
Oppure ti piace fare il saputello so-tutto-io?
 

 
Che tu sia consapevole o no,
le tue intenzioni possono influenzare l’impatto delle tue correzioni.

Se non sei sicuro delle tue motivazioni,
meglio lasciar parlare qualcun altro.

Assicurati di avere a cuore gli interessi della persona prima di offrire una correzione.
È molto meglio non fare niente piuttosto che dire qualcosa che potrebbe rovinare un rapporto professionale di anni.

2. Considerare se la correzione sia necessaria

Se devi rettificare un collega di lavoro che conosci bene,
che è anche un amico o una persona con cui hai un buon rapporto,
dovresti sapere già cosa-puoi-dire e cosa-è-meglio-evitare.

Ma se hai a malapena interagito prima,
e non sai come (questa persona) normalmente reagisce alle critiche,
alle correzioni, alle precisazioni …
procedi con cautela.

Per quello che ne sai,
potrebbe essere molto sensibile, suscettibile,
che prende tutto di petto.
E la mette sul personale.
 


 

3. Evitare un tono autoritario se devi correggere qualcuno

Il più delle volte la differenza la fa il COME e non il COSA.
L’atteggiamento, il tono, la mimica facciale, ecc …. possono davvero fare la differenza tra un approccio costruttivo, condiscendente e uno conflittuale.

Meglio evitare frasi brevi e scattanti,
espressioni sibilline,
un linguaggio del corpo inadeguato (incrociare le braccia sul petto, fronte corrucciata, ecc.).

Essere eccessivamente autorevoli quando sottolinei una correzione,
servirà solo a farti sembrare pretenzioso e arrogante.

Invece, quando scopri un errore, è più costruttivo aprire una discussione.
“Sto guardando il report XY e c’è qualcosa che non mi torna a pagina 3. Possiamo dare un’occhiata insieme a quella parte?“.

Invece di
“Sto guardando il report XY e ci sono degli errori a pagina 3. È meglio che tu riveda quella parte.”
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6. Il rapporto con il tuo capo/a si è deteriorato

Una volta il vostro rapporto era (quasi) amichevole,
ora si è deteriorato al punto da essere tossico (ti ignora o ti critica pubblicamente)?
Non riuscite a comunicare neanche sulle questioni di base?
C’è tensione ogni volta che siete nella stessa stanza?

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Non è una situazione facile questa,
qualcuno nella stanza è di troppo!

7. È stato assunto qualcuno che ha la tua stessa posizione

A volte,
certe supposizioni pessimistiche sono il frutto di conclusioni affrettate di una mente troppo agitata e preoccupata.

Ma quando ti accorgi che è stato assunto qualcuno che ha la tua stessa posizione (precisa-precisa),
o trovi online la descrizione esatta del tuo posto di lavoro,
forse è necessario che tu ti ponga qualche domanda,
e soprattutto dovresti porne a chi compete.

8. Sulla tua scrivania arriva sempre meno lavoro e girano voci di licenziamenti

Ecco un brutto segno:
avere improvvisamente (con poche spiegazioni o, peggio, una spiegazione diretta) un sacco di tempo libero perché non ti sono più dati progetti e compiti.

Si sente una mancanza di fiducia.
Ti stanno ignorando,
e ti trovi in uno stato apparentemente senza fine di inerzia.

Quando un datore di lavoro inizia una ri-assegnazione del lavoro senza una chiara e logica spiegazione,
questo potrebbe benissimo essere un segno di una tua prossima partenza.

Potrebbe essere semplicemente paranoia?

Potrebbe …
magari al momento la tua attenzione e la tua energia sono veramente necessarie altrove,
hai tanti (e troppi) lavori in pista,
e il tuo capo e l’azienda stanno cercando solo di alleggerirti il carico di attività.
Ci sta.
 


 
Non ignorare la circostanza,
guarda la situazione da tutte le prospettive per determinare se ci sono dei motivi fondati di preoccupazione.

9. Si notano pettegolezzi e comportamenti strani da parte dei colleghi

Se quando entri in ufficio, tutti smettono di parlare,
si sentono imbarazzati o nervosi,
probabilmente significa qualcosa.
Forse sanno qualcosa che tu ancora non sai?

Le persone iniziano a evitarti oppure diventano meno sensibili e disponibili a chiamate ed e-mail?

In questo caso sarebbe meglio cercare un feedback piuttosto che evitarlo,
può essere un’opportunità per capovolgere la situazione.

E se fosse solamente paranoia?

Siamo tutti (chi più chi meno) persone emotive, il nostro stato d’animo è influenzato da stress, problemi personali o familiari, dal tempo, da una giornata-storta, ecc…
È difficile distinguere un comportamento “normale”.
Potrebbero essere semplicemente tue proiezioni mentali dettate dalla paura e dallo stress.

Salvo che i cambiamenti comportamentali tra i tuoi colleghi non siano talmente evidenti e sproporzionati,
bisogna agire con cautela prima di tirare le somme e parlare di licenziamenti.

Se sei preoccupato per il tuo futuro professionale,
è necessario predisporre (appena possibile) colloqui aperti e sinceri per ottenere le informazioni mancanti e (se lo ritieni opportuno) condividere le tue preoccupazioni per i recenti avvenimenti.

Le risposte (o le non-risposte) che riceverai ti aiuteranno a ottenere una visione d’insieme e renderanno più facile la decisione di rimanere o di cercare un nuovo lavoro.

Non mettere la testa sotto la sabbia

A volte,
chi reputa di essere già sulla porta d’uscita
quando condivide questa apprensione,
scopre (con piacere) la sorpresa sul volto del capo.
 

 
Altre volte, questa rivelazione,
è l’inizio di una lenta e logorante agonia professionale.

La chiave è quella di evitare la difensiva,
non mettere la testa sotto la sabbia,
ma affrontare il problema nel modo più costruttivo e (nella misura in cui è possibile) meno emotivamente coinvolgente.

Facile a-dirsi ma quando si balla – e si parla di licenziamenti- non è così semplice.
Anche questa è vita!

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inadeguatezza sul lavoro

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5. Importa solo la valutazione del datore di lavoro

In termini di valutazione delle prestazioni,
non è importante quello che pensi tu,
ma quello che osserva chi-ti-ha-assunto.

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Spesso, siamo molto perfezionisti, severi e petulanti
nei confronti di noi stessi.
Siamo i nostri peggiori critici e le nostre valutazioni sono molto lontane dalla realtà.
Meglio smettere di valutarti da-solo e concentrati (solo) su come migliorare te stesso.

Nel mondo del Lavoro,
ci sono tante persone che sopravvalutano le loro competenze (e pensano di essere competenti, brillanti e meritevoli) e altrettante che sono molto valide ma che si reputano poco competenti.
Tu molto probabilmente ti stai sottovalutando.

6. “Sfruttare” la sensazione di inadeguatezza sul lavoro

La sensazione di inadeguatezza sul lavoro può davvero spingerti a fare molto di più.
Ti dà la propulsione, la forza necessaria
per lavorare con più impegno, più attenzione,
fare formazione, coaching, corsi di aggiornamento, insomma tutto quello che ti serve per colmare questo (presunto?) gap di competenza.

Invece di impantanarti nel dubbio ed essere paralizzato dalla tensione,
lascia che questa sensazione (anche se poco gradevole) ti porti fuori della tua zona di comfort e ti spinga ad andare oltre.

Fai tutto il possibile per essere all’altezza della sfida.
La paura di essere inadeguato può diventare (davvero) il tuo più grande alleato.

È proprio questa sensazione di inadeguatezza sul lavoro che ti può spingere a persistere,
ad andare oltre . . .
a continuare un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, una settimana, e poi un mese e infine un anno dopo l’altro.

Ecco perché ringrazio il fatto di essermi sentito inadeguato,
tante volte nella mia vita.
 


 

7. Essere consapevoli che i datori di lavoro non “fanno regali”

Ovvero i datori di lavoro non pagano stipendio e contributi a una persona che non reputano competente o produttiva.
Se non si lamentano del tuo lavoro,
è perché per loro va bene.

Hanno visto in te del potenziale, la volontà di imparare, la voglia di dimostrare.
Pensano che tu sia la persona giusta.

È bene che tu sia consapevole dei tuoi limiti e continui a fare quello che stai facendo.
Il tuo datore di lavoro ha già assunto tante persone molte altre volte e sa quello che vuole.

A questo punto,
non c’è alcun motivo di dubitare di te stesso.

8. Prestare attenzione alla profezia che si auto-avvera

La profezia che si auto-avvera non è stregoneria.
Funziona davvero!

Se sei convinto di sbagliare,
se sei ossessionato di non essere all’altezza,
sei destinato a fare andare tutto storto,
perché per il solo fatto di crederlo, ti comporti in modo tale che la tua aspettativa si avvero.

Sentendoti inadeguato inizi a sbagliare,
a commettere errori,
l’errore fatto diventa una conferma delle tue incapacità e una ragione in più per “bollarti” come incompetente e inadeguato.

È solo una questione di tempo e poi … splash!
Il tuffo nell’acqua gelata arriva di sicuro.

9. Gestire al meglio il giudizio degli altri

 

 
All’apparenza sei una persona sicura di te ma in realtà non fai altro che chiederti se il tuo team, i tuoi colleghi, il tuo capo, l’azienda ti reputino competente e indispensabile?

Non preoccuparti di avere il controllo sui giudizi degli altri.
È impossibile.

Il comportamento e l’atteggiamento degli altri sono inevitabilmente al di fuori della nostra sorveglianza.
Per quanto tu possa essere disponibile, gentile e benvoluto ci sarà sempre qualcuno che ti criticherà, biasimerà la tua competenza e cercherà di rovinarti una bella giornata di sole.

Prima ti rendi conto di questa cosa, meglio è!

Domande tipo “Merito davvero questo lavoro?”
“Sono capace? Competente?”
“Come mi valutano gi altri?
possono monopolizzare il tuo essere.

Devi mettere a tacere la tua voce interiore negativa.
Lascia che questi pensieri improduttivi si consumino da soli e concentrati sull’unica cosa che si dovrebbe (probabilmente) fare: abbracciare la sfida.

Inadeguatezza sul lavoro? Abbraccia la sfida!

Lavora su te stesso,
sviluppa i tuoi punti di forza,
accetta e supera le tue debolezze,
lavora sodo e inizia a convogliare le tue energie per “superare” questa strisciante e fastidiosa sensazione di inadeguatezza sul lavoro.

9 modi per fermare la strisciante e continua sensazione di inadeguatezza al lavoro – 1

inadeguatezza al lavoro

La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati,
la nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura,
è la nostra luce non la nostra oscurità che più ci spaventa.”

Timo Cruz (Rick Gonzalez), in Coach Carter, 2004

Hai sempre la sensazione di essere meno efficace (anche nelle semplici attività quotidiane) rispetto a gli altri?

Hai paura di essere “lento”?
C’è così tanto da sapere, tante competenze da mettere sul tavolo,
ogni nuovo incarico sembra un compito impossibile?

Ogni incontro con il capo o i colleghi può essere “quello buono” in cui scopriranno che non sei all’altezza del tuo lavoro?

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Anche se (almeno fino ad ora) l’azienda sembra soddisfatta della tua prestazione,
senti di non essere competente,
dubiti di te stesso e cominci a minare costantemente la tua fiducia.

L’inadeguatezza al lavoro è “dolorosa”

Soprattutto la notte.
Il buio amplifica.
La notte riaffiorano timori e preoccupazioni di qualcosa d’indefinito e pauroso … in particolare quando ci sentiamo inadeguati, bloccati dalla paura di non essere all’altezza.

La sensazione di inadeguatezza al lavoro è dolorosa.
Fa male.
Ti è mai capitato di “sentire” questo dolore?

Se non hai la costanza di sopportarlo,
non potrai mai raggiungere la soddisfazione e (soprattutto) la serenità professionale.

Che cosa fare?
Rinunciare?
Aspettare fino a quando non ti silurino (per la tua presunta incompetenza)?
Oppure rimboccarti le maniche e “spingerti oltre”.

Potrei dirti “Non preoccuparti. Basta avere solo un po’ di fiducia!
Purtroppo,
sono solo parole che non ti aiutano a buttare giù il groppone che senti in gola.

Ecco 9 fattori che devi ricordare per fermare la strisciante e fastidiosa sensazione di inadeguatezza al lavoro:

1. Sei stato assunto per le tue competenze

Oggigiorno,
i processi di assunzione sono lunghi e spesso includono interviste telefoniche,
test di personalità e/o attitudinali e diversi colloqui.
 


 
Ti “passano” più volte ai raggi X.

L’azienda ha avuto tante opportunità per valutarti e assicurarsi che tu fossi la persona giusta.
Se ti hanno assunto … vuol dire che credono in te,
nella tua potenzialità e sono convinti che tu possa fare bene il tuo lavoro.

L’importante non è impegnarsi per … farli cambiare opinione!

2. Riconoscere la “trappola” della perfezione

Ti senti soddisfatto quando termini il tuo lavoro,
oppure pensi che “non sia mai abbastanza”?

Alzi continuamente l’asticella dei tuoi standard, ti carichi sulle spalle pesi emotivi talmente grandi…
da annegare in ansia da prestazione fino a quando, inevitabilmente, fallisci?

Riesci a focalizzare il tempo e le energie sui punti salienti di un progetto o ti tormenti per ogni minimo dettaglio?

Quando vogliamo essere sempre perfetti,
efficienti e “all’altezza” stiamo per imboccare uno dei percorsi più veloci per compromettere la nostra fiducia.

Non devi puntare alla perfezione ma mirare al miglior risultato possibile.
La perfezione (sproporzionata) è un ostacolo,
e non qualcosa di cui essere orgogliosi.

3. Considerare i fatti in modo obiettivo

Fai un respiro profondo,
siediti ed esamina i fatti.
Nudi e crudi.

Lascia da parte la fantasia, i fantasmi.
Gli ideali, i desideri.
Resta sui fatti.
Probabilmente ci sono molte prove che sei competente e in grado di affrontare le sfide professionali.

Le valutazioni del datore di lavoro sono molto più obiettive.
Se hanno scelto di impegnarsi con te,
è perché credono che la loro scommessa avrà successo.

Se non sei stato scelto per un ruolo o un compito importante, un nuovo progetto,
tieni conto che questo non significa che sei incompetente,
probabilmente non sei la persona più indicata (in questo momento) per quel determinato progetto o lavoro.

“Vieni a patti” con il tuo critico interno.
 

4. Condividere le tue preoccupazioni

Se hai dubbi assillanti sulla tua efficacia e competenza professionale,
metti le “carte sul tavolo” con qualcuno di cui ti fidi (davvero) .

Confrontarsi con il partner,
un caro amico/a o un collega fidato,
porta un valore inestimabile e nuove prospettive.

Anche il supporto di un coach professionista, non giudicante,
ti aiuta a sviluppare il tuo approccio e potenziare la tua leadership. A volte poche sessioni di coaching possono darti più sicurezza rispetto alla tua presunta inadeguatezza al lavoro o ad una situazione che ti sta dando ansia e incertezza.
leggi anche la parte 2 small ...

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita -2

scusa per non agire

leggi anche la parte 1 small ...

5. “Gli altri hanno qualcosa in più”

Molti hanno più talento di me.
Alcuni sono più belli.
Più brillanti, divertenti.
Più ricchi.

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Tutti facciamo paragoni e confronti perché temiamo di non essere “abbastanza”.
Ma questi non sono paragoni sani.
Confrontare i peggiori pensieri su di noi con la migliore percezione possibile (che abbiamo) degli altri è altamente frustrante e limitante.

Così fermati.
Ammettilo: alcune persone hanno più talento di te, altre un po’ meno.
Alcuni hanno più esperienza, altri un po’ meno.
Sergio ha un dono come broker , Alessandro è un venditore eccezionale, Sandra è una creativa brillante …
e allora?
Sergio forse non è intuitivo come te, Alessandro è un bravo venditore ma non ha la tua competenza tecnica, Sandra è creativa ma non ha la tua concretezza.

Il confronto è sempre eccessivo.

6. “Un giorno lo farò”

“In questo periodo sono stressato”.
“Non sono ancora pronto”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”

“Lo farò …
quando finisco l’università,
quando troverò lavoro,
appena mi sposo,
quando avrò figli,
quando i figli saranno sistemati,”

Parliamo spesso al futuro o al condizionale: “Farò” o “Vorrei”.

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Un giorno.
 


 
Non lasciarti immobilizzare da questa scusa per non agire, dalla sindrome di “domani”: il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
Rimandare serve solo a continuare a vivere la vita a metà senza “approfittare” di ogni giorno che hai a disposizione.

Iniziare “da domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”, ecc … non ti farà cominciare mai.
Devi fare il primo passo adesso perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.

Fallo in questo momento,
subito.

7. “Non sono portato”

Pensare di “non essere portato”,
di “non averlo tra le corde”,
di “essere negato”
è un vero e proprio auto-sabotaggio delle tue possibilità e della tua autostima!

La tua mente è così condizionata da pensieri limitanti sulle tue possibilità e
(di conseguenza) agirai con meno sicurezza e decisione, ottenendo risultati inferiori!

Quindi pensare di non essere “portati a” è vero solo fino a quando non sarai tu a crederci
Se ritieni “di non essere abbastanza” allora non sarai mai abbastanza.
Questa scusa per non agire avrà preso il sopravvento.

Non lasciare mai che questi pensieri t’impediscano di fare quello che vuoi.
Guardati intorno,
ci sono persone di tutte le età, con situazioni finanziarie pessime che sono riuscite a fare grandi cose.
Non è mai troppo tardi.

8. “Non ho le conoscenze giuste”

“È inutile … non ho conoscenze in alto”
“Tanto arrivano sempre i raccomandati”

Nessuno è così naif da non credere al clientelismo, al favoritismo, al nepotismo.
Nessuno è così ingenuo da credere che tutte le persone “arrivino” solo perché sono brillanti e geniali.
 

 
Raccomandazioni e spintarelle ci sono sempre state.
E ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a questo.
Ma dobbiamo accettarlo ed evitare di prenderla come una scusa per non muoverci.
Per non agire.
Per non passare all’azione.
È solo una scusa per non agire.

Convincersi che non si arriverà da nessuna parte perché non si hanno le conoscenze giuste …
non cambierà lo stato di cose.
Anzi.
Questa credenza limitante andrà ad assorbire energia al tuo potenziale,
rendendoti meno performante nel perseguimento del tuo obiettivo.

“La raccomandazione non è un favore fatto a qualcuno,
è un torto fatto agli altri.”

Pino Caruso

9. “Non sono coraggioso”

Se stai aspettando il giorno, in cui non sentirai più la paura,
per poter fare qualcosa di significativo,
(scusa se te lo dico ma) potresti aspettare tutta la vita.

Le persone coraggiose sentono la paura.
Non fuggono davanti la paura.
Quando la sentono, “spingono”per superarla.
Questa è la differenza tra la persona coraggiosa e tutti gli altri.

Il coraggio è un muscolo.
Diventa più forte ogni volta che si utilizza.
Se non lo utilizzi,
non diventerai mai forte (i muscoli s’indeboliscono se non li usi, vero?)

Spingi (fletti il muscolo del coraggio) oggi,
esercita il coraggio.
e sarai più coraggioso domani.

Quando lo fai,
la paura perderà il suo potere.

Prendi coscienza che una scusa per non agire distrugge il tuo potenziale

Quando consentiamo ai nostri sogni di morire,
la vita diventa insoddisfacente e triste.
Perdiamo la gioia e la felicità.

Oggi è il giorno (giusto) per cominciare a correggere tutte le bugie che ti sei inconsciamente raccontato e che hai accettato come la “tua realtà” .
Inizia il processo di guarigione.
È necessario sconfessare tutte le false idee “su chi sei”, “cosa si può” o “non si può fare”.

Ora puoi disfarti di tutto ciò che ti sei raccontato,
ed è necessario farlo ora.
Adesso.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita – 1

scuse per non agire

Quando decidiamo di fare qualcosa,
scegliamo il nostro obiettivo,
(cambiare lavoro, mettersi in proprio, iniziare un percorso di coaching, andare 3 mesi in Sud America, ecc.)
e spesso non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché metterci alla prova, insistere, persistere,
molliamo facilmente.

Molte volte ancor prima di partire.

Creiamo scuse per non-agire per salvaguardare la nostra autostima

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Piuttosto che metterci in gioco,
ce la prendiamo con la fortuna, il caso o il destino.
tiriamo fuori un ventaglio di giustificazioni,
di scuse per non continuare (o iniziare).

Molte persone vivono e muoiono senza aver raggiunto i loro obiettivi.
Ci sono tante persone con idee potenziali o geniali non sfruttate che non potranno mai realizzare perché hanno accettato queste scuse,
queste bugie come verità.

Sai … le menzogne possono diventare verità.
Soprattutto se te le ripeti abbastanza a lungo.
Diventano profezie che si auto-avverano.
Diventano La verità.
La tua realtà.

Ecco 9 scuse per non agire che devi smettere di raccontarti.
Subito.

1. “Oggi è dura”

Basta sentire le news, per vedere quanto è difficile cambiare o trovare un lavoro e quanto si è già fortunati solo ad averne uno (bello o brutto che sia).

Alcuni settori sono più in crisi, ma altri stanno nascendo,
si stanno espandendo.
È così da sempre.
Ogni grande crisi porta con sé recessione,
mancanza di speranza eppure (ricordiamoci che) ne siamo sempre usciti, fin dai tempi della rivoluzione industriale.
 

 
È una questione di “credo”.
Se credi che non ci sia alcuna possibilità, ogni porta si chiude,
resti fermo e ti senti in trappola.
Ma se ci credi … puoi prepararti e lavorare sodo per riuscirci.
Se insisti, alla fine ce la fai.

2. “Non ho tempo”

Sei sempre indaffarato.
Di corsa.
Preso da un vortice di cose-da-fare.

Se dai priorità alle cose veramente importanti,
scopri di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

Tante volte il non-avere-tempo è una scusa per non fare qualcosa,
o un modo per non affrontare una certa situazione o lanciarsi in una nuova impresa.

Una cliente che lamentava pochissimo tempo libero per se stessa (e per fissare le sessioni di coaching) è rimasta spiazzata (nel vedere nero-su-bianco la sua giornata tipo) nel realizzare quante fossero le azioni irrisorie che potevano essere evitate.
Erano solo scuse per non agire.

3. “Gli altri hanno tutte le fortune”

“Audentes fortuna iuvat”
Virgilio

Il detto (“La fortuna aiuta gli audaci”) invita a essere volitivi e coraggiosi davanti a qualsiasi tipo di evento,
anche il più terribile e imprevisto,
poiché la sorte – il “fato” – è dalla parte di coloro che osano e sanno prendere gli opportuni rischi.

L’idea che gli altri abbiano tutte le fortune,
è molto limitante.
 


 
È una dimostrazione d’invidia,
senza il riconoscimento delle capacità.

La fortuna non è un’esperienza passiva
in cui il mondo ci dà semplicemente qualcosa su un piatto d’argento.
Richiede uno sforzo e la volontà di far accadere qualcosa.

Se invidio (solo) la fortuna del mio amico o conoscente e non riconosco il suo talento,
la sua esperienza,
il suo amore per quello che fa,
sono davvero fuori strada.

4. “Sono tutti migliori di me”

Ecco uno dei modi perfetti ed efficaci per non muoversi!

Vedere tutti gli altri (ma proprio tutti-tutti?) come più abili,
più capaci o con più talento è un modo efficace
per costruirsi un alibi (comunque facilmente smontabile),
una scusa, un pretesto per proteggersi dai riflettori, evitare le critiche e non gettarsi nella mischia.

Confrontarsi con gli altri può essere frustrante,
ognuno è meglio e peggio di altri su un numero illimitato di scale di valori.

Dal confronto si esce quasi sempre (e inevitabilmente) sconfitti,
non perché gli altri siano migliori o tu sia una persona senza qualità
ma perché ci si confronta con un’immagine ideale,
quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo,
ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa più di te.

Leggi la parte 2 small

Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento

Sei puntuale, sei efficiente, produttivo.
Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.
E allora?
Ti aspettavi di più.

Un apprezzamento, un riconoscimento.
Un riconoscimento salariale.
A dir la verità ormai sono anni che stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal datore di lavoro.

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Invece,
tutto tace.
Niente si muove.
Nessuno si sente.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale, la soluzione sarebbe facile:
Vuoi più soldi, devi chiederli”.
Semplice, vero?
Peccato che la questione qui si complica, si blocca, si arena.

Nel mondo del lavoro di oggi,
i soldi e lo stipendio sono ancora argomenti tabù.

Secondo un sondaggio Salary.com,
solo un 12% di persone cerca di negoziare più soldi durante le revisioni delle prestazioni.
E sembra che in un altro recente sondaggio ha rilevato che due terzi dei lavoratori che chiedono un aumento effettivamente lo ottengono.

Se hai troppa paura di chiedere un aumento, è importante capire (prima di arrivare al tavolo della trattativa) che cosa specificamente ti spaventa o ti blocca.
La chiave è capire i pensieri che stanno dietro la tua esitazione.
Ci sono timori e paure che possono sabotare la tua capacità di guadagno.

Per affrontare questo blocco, è necessario per prima cosa individuarlo (esattamente).
Cosa ti fa sentire in ansia e trepidazione?
Ecco le principali paure connesse alla richiesta di aumento di stipendio o promozione.

1. Paura di non meritare l’aumento

Cosa c’è di più tipico di un dipendente che si sottovaluta?
È comune per le persone legare la loro autostima al loro stipendio.
Se non guadagno tanto vuol dire … che non lo merito.
Sono pagato quanto valgo.
Ovvio no?
 

 
Lo sappiamo che i nostri più feroci critici siamo noi stessi.

Salary.com ha condotto un sondaggio e ha scoperto che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere le competenze o la fiducia per negoziare un salario più elevato.

Infatti, se non vedo il mio valore e credo che il mio contributo non sia più prezioso rispetto ad altri,
avrò grosse difficoltà a chiedere di più.
Chiedere un aumento di stipendio.

E poi c’è la “sindrome dell’impostore”.
La paura di essere un “fake”, un bugiardo, di non essere così talentuoso, intelligente o meritevole come gli altri potrebbero pensare.

Di conseguenza,
eventuali promozioni o aumenti sono semplicemente visti come colpi di fortuna o gesti “caritatevoli” da parte del capo o datore di lavoro.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità (ci è stato insegnato da sempre) è un sentimento sbagliato ed è l’origine di tutti i mali.
Dentro di noi si crea un muro e il senso di colpa inizia a serpeggiare.
Abbiamo paura di essere avidi e presuntuosi.

La modestia è un freno pericoloso.
Troppa modestia ci fa negare, per paura o per essere accettati in gruppo, le nostre capacità.
Ci fa negare di saper fare qualcosa.
E così facendo perdiamo grandi occasioni.

Odiamo dover parlare di noi stessi, perché ci pare di “vantarci”.
Invece, parlare di se stessi, delle proprie realizzazioni non è boria.
Arroganza o presunzione.

Quando parliamo di un risultato, parliamo di un dato di fatto.

Quando parliamo di come abbiamo risolto un problema, di come abbiamo imparato una nuova abilità o collaborato con il team, stiamo parlando di fatti concreti.
È fondamentale essere pronti ad ammettere la propria bravura e a proporsi quando è necessario.

3. Paura di parlare di soldi … in tempi di crisi

Paura di sentirsi rispondere …
È già bello che hai un posto di lavoro”.
 


 
Spesso siamo in imbarazzo a parlare con i supervisori, responsabili HR o titolari dei problemi di retribuzione,
in particolare chiedere un aumento in tempi così complessi come quelli che stiamo attraversando.

Vero anche che,
se la crisi ha colpito tanto e in vari settori, ci sono però (non poche) nicchie felici e floridi aree in cui la parola “recessione” non si è minimamente sentita.
Anzi.

Se penso di chiedere un aumento alla mia azienda in questo momento, salvo che non sia un idiota,
sono consapevole del fatto che (crisi-non-crisi) una contrattazione sul vile-denaro non è assolutamente inadeguata o irrispettosa.

Sono sicuro che nessuno abbia chiesto un aumento alla sua azienda con la proceduta fallimentare in atto.

4. Paura del rifiuto

Abbiamo paura di chiedere.
Perché temiamo il rifiuto.
Un rifiuto ci farebbe sentire rifiutati, scartati.
Non siamo disposti a sentire un “NO”, mettere la coda tra le gambe e vivere con l’imbarazzo del rifiuto.

Ci intaccherebbe l’autostima.

Ma è necessario ricordarci che “NO” la prima volta non significa (necessariamente) che l’argomento sia fuori discussione per sempre.
La trattativa, in realtà, inizia spesso con una richiesta che è negata.
Altrimenti non si chiamerebbe trattativa. Negoziazione.

Quindi, dobbiamo essere pronti almeno a incassare un primo “NO”.

La volta dopo, possiamo prepararci meglio ed entrare nella trattativa con dati e fatti concreti, cifre ben ponderate e i dati sul proprio rendimento e valore di mercato.
Se si riesce a separare la parte emozionale,
si rimuove la maggior parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Hai le capacità necessarie per negoziare un aumento?
Incassare un primo “NO”, rilanciare, aspettare, cogliere l’attimo buono nella trattativa?
No, non è facile.
Roba da avvocatoni-di grido, vero?

Se sei titubante per iniziare una trattativa sul tuo aumento di stipendio … è comprensibile.
Il successo non è mai garantito.
Dipende dal tuo stile negoziale, da quello della controparte, dalla tua motivazione, dalla tua assertività e da altri aspetti situazionali, che non sono prevedibili a priori.

Nulla si apprende senza esercizio e perseveranza,
ancor meno la negoziazione.

6. Paura di perdere il lavoro

Essere sottopagati è meglio che non essere pagati del tutto?
È una leggenda che chiedendo un aumento o una negoziazione alla tua azienda o datore di lavoro si rischia (per tutta risposta) di essere licenziati?

Le persone sono spesso preoccupate nel chiedere un aumento,
ma la ricerca mostra che invece paga.

Secondo un sondaggio condotto da PayScale.com, la maggior parte dei datori di lavoro si aspetta di dover negoziare le retribuzioni dei propri collaboratori.
Il 75% dei lavoratori che hanno chiesto un aumento ne ha ottenuto uno e più della metà ha ottenuto l’importo che ha richiesto.
Anche perché in realtà il costo dell’assunzione di un nuovo dipendente porterebbe a spese ben più importanti (non applicabile a tutti i settori).

Prima di lanciarti, poniti delle domande

Quanta trasparenza e predisposizione c’è nella tua azienda per quel che riguarda stipendi e bonus?
L’intero argomento è spinoso o un tabù (se ne parla bisbigliando)?

Alcune organizzazioni hanno creato (volutamente?) una cultura che alimenta questa riluttanza a parlare apertamente di compensazione.

Se questo è il caso,
la soluzione migliore è quella di “presentarsi” armati con i fatti e mantenere il proprio argomento focalizzato e diretto. Le possibilità di successo sono maggiori se ci si prepara punti di discussione oggettivi e basati su dati concreti.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni – 3

disaccordo al lavoro

Leggi la parte 2 del post “Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni“.

7. Mantieni rispetto e professionalità

In ogni caso, tratta le persone con rispetto.
Mantieni la tua professionalità.
Non cercare di manipolare la situazione.

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Non conferire la colpa o colpire la reputazione altrui.
Piuttosto che puntare il dito, usa la discussione per generare nuove soluzioni.
Così facendo, puoi guadagnare rispetto e ottenere maggiore affidabilità.

L’unico scopo di un disaccordo deve essere sempre trovare modi migliori per migliorare una situazione o risolvere un problema.

Frasi tipo “So cosa vuoi dire”,
Ho avuto anch’io esperienze simili”,
Capisco come ti senti,”
possono normalizzare la conversazione,
stemperare gli animi e rendere la discussione più costruttiva piuttosto che una gara a chi-ha-torto e chi-ha-ragione.

8. Cerca di capire il punto di vista dell’altra persona

Capire le necessità, le paure, le credenze, le idee del tuo collaboratore o collega, probabilmente ti permetterà di esprimere il disaccordo al lavoro senza entrare in un’eventuale controversia.

Infatti, prendendo in considerazione la posizione e le preoccupazioni dell’altra persona invii un messaggio davvero potente.
Di apertura, di discussione, di volontà.
Puoi esprimere il disaccordo senza far sentire il tuo interlocutore senza valore o una persona sbagliata.

Riformula quanto ascoltato

Riassumendo quello che hai ascoltato, hai la sicurezza di aver compreso in modo esatto, mentre l’altra persona ha la conferma di essere stato realmente ascoltata ed è portato ad abbassare la guardia.
“Mi stai dicendo che vuoi … ”
“In altre parole, desideri … ”,
“A suo avviso quindi … ”,
“Così, secondo te … ”.

Sprechiamo un sacco di tempo in discussioni che sarebbero evitabili se solo capissimo (veramente) la posizione dell’altra persona.
Spesso discutiamo su disaccordi apparenti o su dettagli marginali.

9. Quando esprimi il disaccordo al lavoro cerca il compromesso, quando necessario

“Se le formiche si mettono d’accordo,
possono spostare un elefante.”

Proverbio del Burkina Faso

L’obiettivo non è vincere.
L’obiettivo è mantenere intatto il rapporto.
Fin quando è possibile.
Nel limite del possibile.
 

 
Se il rapporto salta, nessuno vince.
Cerca gli interessi comuni.
Mantieni bene in mente l’obiettivo comune.
Ricorda alla persona quanto lei significhi per te e quanto apprezzi la sua opinione.

Non si può essere d’accordo su tutto e (forse) non esiste una soluzione perfetta, ma non lasciare che un confronto t’impedisca di raggiungere un accordo generale su una direzione o una soluzione.

Devi accettare il fatto di non essere d’accordo su alcuni aspetti della questione o della soluzione,
ma è un modo per superare un disaccordo e andare avanti.

Non devi essere (per forza) felice del compromesso, ma si deve essere consapevoli che il compromesso a volte è necessario, dunque lo si deve accettare e si deve imparare a conviverci.
Senza drammi.

10. Una volta che la decisione è presa, chiudi la questione

Non importa quale opzione o soluzione sia stata presa, una volta deciso,
quando il disaccordo al lavoro è risolto, mettilo alle spalle.
Soffermarsi su torti e recriminazioni del passato porta raramente a risultati produttivi e causa amarezza e delusione.

Guarda indietro solo per imparare da ciò che è accaduto, in modo da poter evitare errori simili in futuro.

Non sentire il bisogno di aggrapparti alle tue posizioni quando sono respinte.
Lasciale andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra, per il bene della tua squadra.
Anche se non sei d’accordo.
Potrai guadagnare il rispetto dei colleghi e del capo, se pur non essendo d’accordo,
rispetti (professionalmente) la decisione del team.

Leggi anche la parte 1.
Leggi anche la parte 2.

Dimostra di essere un professionista affidabile

 


 
Quando si tratta di disaccordo al lavoro,
il tuo obiettivo deve essere quello di dimostrare che sei un professionista attendibile di cui ci si può fidare,
un partner lavorativo che non discute solo per attaccare ma sa anche ascoltare l’altro e che vuole “costruire” grandi rapporti sul luogo di lavoro.

Un vero leader.

Ricorda che è fondamentale affrontare la questione e non la persona

Se desideri approfondire l’argomento scopri il coaching per l’assertività.

Se invece hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo …
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Come esprimere il disaccordo sul lavoro senza fare danni – 2

disaccordo sul lavoro

Leggi la parte 1 di “Come esprimere il disaccordo sul lavoro senza fare danni“.

3. Non sacrificare una relazione per una vittoria a corto termine

Quando si tratta di esprimere il disaccordo sul lavoro,
non fare l’errore di sacrificare un rapporto professionale a lungo termine per una piccola vittoria a breve scadenza.
Soprattutto se si tratta di un collaboratore fedele,
un cliente importante o una figura chiave all’interno dell’azienda.

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Chiediti:
“Questa battaglia è da vincere assolutamente?”
“Ne vale veramente la pena?”

Altre volte, ci sono situazioni in cui l’unico modo per ottenere davvero ciò che desideri è aspettare,
sacrificarti sul momento, metterti in una posizione migliore e …
vincere la partita nel suo complesso, in un secondo tempo.

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione o chiedi a qualcuno di smettere di fare qualcosa (che t’infastidisce), cerca di formulare la frase in modo tale che il messaggio si riferisca solo a te e ai tuoi sentimenti.
“Mi sono sentito male quando … ” o
“Sono preoccupata perché …”.

Evita di parlare in generale tipo “Ci sentiamo tutti in questo modo” oppure
Questo è il cambiamento che tutti desideriamo”.

Non attaccare l’altra persona, esprimiti sempre con calma e nel rispetto di chi hai davanti e del lavoro che sta svolgendo.

“Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non ho intenzione di lavorarci sopra fino a domani mattina.”.
“Preferirei che tu mi dessi un preavviso di almeno 2 settimane prima di chiedermi di lavorare il fine settimana.”
“Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo molto sulla tua puntualità. Vediamo come possiamo recuperare la nostra immagine verso quel cliente così importante”.
“Capisco il tuo punto di vista, ma io ho un’altra idea.”

5. Esprimi il disaccordo sul lavoro subito, in modo chiaro, specifico e conciso

Non indugiare.
Offri il tuo punto di vista già nelle prime fasi della discussione.
Illustra con chiarezza i risultati desiderati, preparati a preservare la tua posizione senza metterti troppo sulla difensiva.
 


 
Stai ai fatti.
I fatti e i dati concreti danno molta più credibilità delle opinioni personali e delle emozioni.

Quando esprimi il tuo disaccordo, devi riferirti a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico. Devi essere chiaro su cosa, dove e quando.
Spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

E per favore … sii conciso!
Evita noiose ramanzine, prediche monotone condite da ricorrenti frasette tipo “È vero?”, “Non ho ragione?” “Sei d’accordo?” che tolgono incisività al tuo messaggio.

6. Permetti al tuo interlocutore di spiegarsi

Permetti alla persona che hai di fronte di spiegarsi o di rifiutare le tue dichiarazioni.
Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Non interrompere, non controbattere, fallo finire e poi replica, se è il caso.

Se l’altra persona si arrabbia o parte-per-la-tangente, lasciala sfogare e assicurati di ascoltare quello che sta dicendo.
La chiave (in questo momento) è ascoltare per capire,
non riformulare (per attaccare) con un argomento migliore.

Se ti sforzi di capire la posizione dell’altra persona, invii il messaggio che ti stai preoccupando di quello che sta dicendo.
In questo modo il tuo interlocutore abbasserà la guardia e la conversazione diventerà costruttiva.

Spesso, ascoltare (e concedere alle persone il diritto di esprimere il loro punto di vista) è tutto ciò che è necessario per gestire i disaccordi sul lavoro e risolvere un eventuale conflitto.

Se esprimerai il disaccordo sul lavoro bilanciando garbo e autorità,
aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

Leggi anche la parte 3.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni – 1

esprimere il disaccordo al lavoro

“Per favore sii ragionevole.
Fai a modo mio.”

Vero, se tutti facessero a modo nostro, non ci sarebbero mai disaccordi.
Ma non è mai così.
Sul posto di lavoro poi …

La nostra prima reazione è di vedere il disaccordo come negativo,
svantaggioso o spiacevole.
Tuttavia, esprimere il disaccordo al lavoro (se gestito correttamente) spesso porta a miglioramenti,
a guadagni produttivi e soluzioni inaspettate
.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio.
Esprimere la divergenza significa andare contro-corrente,
contro lo status quo.

Esprimere il disaccordo al lavoro vuol dire pretendere che le proprie idee siano rispettate

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Altre volte, esprimere il disaccordo serve per rimarcare limiti che non devono essere superati,
affermare la propria personalità, difendersi,
non essere facili bersagli e non lasciare che altri ci calpestino.

Manifestare il disaccordo consente di segnalare all’altro che il suo comportamento non è gradito o che non si è disposti a tollerarlo.
È indispensabile, in alcune circostanze, per ottenere rispetto e pretendere che le proprie idee siano rispettate.

A non esprimere alcun dissenso, emozione,
essere eccessivamente diplomatici,
concilianti, arrendevoli,
mostrare di avere paura,
si rischia di essere fraintesi, ignorati e qualcuno potrebbe approfittare di questa cedevolezza
(nel mondo del lavoro di oggi poi).

Esprimere il disaccordo in modo brusco e aggressivo rischia di danneggiare il rapporto

Spesso però esprimiamo la nostra disapprovazione in modo troppo brusco, polemico, aggressivo, senza spiegazioni o alternative e questo può compromettere o raffreddare un rapporto professionale.

Compromettere la relazione, per una valutazione mal formulata,
potrebbe essere anche un vero errore,
soprattutto quando la persona in questione è un ottimo collaboratore o collega,
con il quale lavori fianco-a-fianco da anni e con cui hai sempre avuto (nel complesso) un rapporto più che positivo.

Che peccato!
In fondo ti basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più per esprimere il disaccordo al lavoro:

1. Scegli le tue battaglie

Non c’è bisogno di affrontare ogni ingiustizia o irritazione che incontri sul posto di lavoro.
Non puoi essere in disaccordo sempre, su tutto e con tutti.
I tuoi colleghi o collaboratori ti vedranno come polemico e sgradevole e ti farai la reputazione della persona petulante.
 


 
Ma se discutere sempre, non è ammirevole, anche restare in silenzio, può diventare un problema.
Il costo del silenzio è una sensazione di risentimento che lascia un retrogusto amaro, difficile da eliminare.

Comprendere il costo del disaccordo è la chiave per risolvere le più grandi divergenze.

Se discuti su una questione banale,
molto probabilmente stai polemizzando sui dettagli e stai perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione, spuntarla, vincere su un argomento insignificante con il costo di compromettere una buona relazione con un collaboratore molto produttivo non è il modo migliore di gestire un disaccordo.
Inoltre, è poco furbo.

Scegli le tue battaglie con buonsenso, equilibrio e saggezza.

2. Attendere un momento, anzi due, meglio tre

Ti ricordi i consigli di tua madre come quello di contare fino a tre prima di rispondere?
Bene.
Vale altrettanto (ma soprattutto) quando si parla di disaccordo al lavoro.

Quando le emozioni sono forti, i disaccordo al lavoro possono trasformarsi in questioni personali.
Una volta che le parole sono state pronunciate, non abbiamo la possibilità di fare rewind per cancellarle.
Il danno è fatto.

Non esprimere il dissenso, quando sei arrabbiato o turbato


Se ti senti arrabbiato, è meglio dire il meno possibile.
Se l’altra persona è arrabbiata, è meglio dirne ancora meno.
Le tue emozioni influiranno sulla tua professionalità, gli argomenti o i dati che stai presentando.

Quando parli, in qualsiasi situazione di disaccordo,
è fondamentale che tu mantenga la calma.
Discutere in pieno “scisma emotivo” è raramente produttivo.

Meglio prendere un po’ di tempo, allontanarsi dalla situazione e guardarla oggettivamente.
Sarà più facile, in un secondo periodo, affrontarla nuovamente.

Vai alla parte 2.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi) – 1

traditore al lavoro

Il doppiogiochista pugnala alle spalle,
getta l’arma ma non si avvede, stolto qual è,
che gli rimane insanguinata la mano.
E quel sangue non si lava…mai
.”
Giacomo Colosio

Doppio-giochista,
opportunista, traditore, giuda, pugnalatore-alle-spallle, fedigrafo, ecc.

Chiamalo come preferisci … hai capito di chi sto parlando!

Di quello/a che sembra essere tuo amico.
Un tuo alleato.
Un fedele compagno.

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Quello/a che ti ruba l’idea, il progetto, quello che ti manda avanti al massacro per poi occupare il tuo posto.

Di quello/a che s’infila (come una serpe) nella sottile apertura che lasciamo aperta nella nostra “corazza” perché crediamo negli altri,
nella loro buona fede, nella loro onestà e correttezza.
E qui che giocano.
E anche bene.

Perché lo fanno? Tornaconto, rancore e … piacere

Rendiconto personale, vendetta, invidia, smania di successo
o (semplice) godimento.

Il traditore è difficile da identificare, di solito quando ci riesci, ha già affondato la sua lama.
È troppo tardi!

Il giuda traditore prende il tuo suggerimento,
fa sua l’idea e agguanta le informazioni.
In caso di successo, si fa avanti per trarre il massimo credito, ma se il progetto fallisce, diventa la tua idea, scarica la colpa, ti accusa, ti diffama,
diffonde calunnie dimostrando che era sicuro del tuo fallimento.
Aveva sentore dell’imminente tracollo.

È sorprendente vedere come (spesso)
direzione, titolari e azienda sembrano essere “all’oscuro” di questi comportamenti (ben noto a tutti).

Anche se gossip e pugnalate-alle-spalle non possono sopravvivere o prosperare senza un “pubblico ricettivo”.
Sei d’accordo vero?
 

 
Ecco 8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi):

1. Il traditore sussurra come … un cospiratore

Il traditore al lavoro non solo conosce ogni indiscrezione, confidenza e malignità dell’ufficio o azienda …
è il pettegolezzo dell’ufficio!

Si fonde con la malignità, la chiacchiera bisbigliata è il suo “humus” ideale.

Colpire-a-tradimento qualcuno richiede informazioni privilegiate e lui/lei le ha.
Sempre.

Il traditore sussurra.
Fai attenzione a questo particolare. Anche se, non tutti i sussurratori fanno-il-doppio-gioco.

Il modo migliore per diffondere tutte le informazioni in modo più veloce è quello di sussurrarle nelle orecchie,
raccomandando a chi-ascolta di non diffonderle e assicurando la persona che è l’unica detentrice delle notizie.

Ecco la loro forza.

Se dici una bugia enorme e continui a ripeterla,
prima o poi, il popolo ci crederà

diceva Joseph Goebbels, un tipetto che di queste cose se ne intendeva.

2. Il traditore al lavoro manipola le informazioni

Il traditore distorce o paralizza le informazioni per renderle, secondo la convenienza, più piccanti e attraenti oppure
le drammatizza, le ingigantisce, le esagera.
È un maestro in questo genere.

Finge di essere altamente onesto, spirituale e la persona più impegnata nell’organizzazione.
Si mescola con gli altri, più di chiunque altro.
 


 
Ha tutte le informazioni perché è la fonte del suo gioco e
gli permette di impressionare gli altri.

3. Il doppio giochista spesso si mostra come impegnato e sovraccarico di lavoro

Alla radice delle sue pugnalate c’è invidia,
incompetenza e incapacità.

Altri tratti da identificare sono che … generalmente sorride sempre, sussurra, cerca di creare fiducia con tutti,
parla per lo più di cose negative.

Prende il lavoro (degli altri) banale e scontato,
mostra se stesso come persona impegnata e (sempre) sovraccarica di lavoro.
Rimane più anche dopo l’orario di ufficio.

Di solito,
non gode di buona salute, soffre di disturbi mentali e/o fisici.
Alle spalle ha un nucleo familiare frantumato o una famiglia infelice.
Non ha ancora trovato il suo posto nel mondo.

Il traditore al lavoro non è una persona felice,
sana e prospera.
Come potrebbe essere il contrario?
Difficilmente si apprezzano tra loro.

15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare – 2

meglio tacere

leggi anche la parte 1 small ...

7. Taci, quando ti senti profondamente sfiduciato

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Ecco un momento che rischia di danneggiare la tua immagine davanti ai colleghi, collaboratori, il tuo team.

Quando ti senti intimamente demoralizzato, deluso, amareggiato, afflitto …
dai risultati sul lavoro, dal comportamento delle persone, dalla vita …
se parli troppo, corri il serio rischio che dalla tua bocca usciranno sterili piagnistei, patetiche lamentele e fragorose beeeeelate.
Meglio tacere.

Quando ti senti profondamente sfiduciato.
È molto meglio tacere.

Libero sfogo alle amarezze e delusioni davanti ad una birra al bar.
Con un caro amico.

8. Taci, quando rischi di essere “pesante”

Meticoloso.
Perfezionista.
Egocentrico.
Sai tutto tu.
È ovvio.

Non lasci agli altri una parola, fai impazzire con la sua analisi e la tua esperienza, sul modo in cui si dovrebbe fare-o-non-fare una certa cosa.
Così facendo mostri solo la tua insicurezza, il tuo bisogno di approvazione.
Meglio tacere!

9. Taci, dopo aver detto qualcosa d’importante

Dopo aver detto qualcosa d’importante,
darai maggiore enfasi alle tue parole
restando in silenzio.

Dopo aver detto qualcosa di potente,
fermati un istante …
… bene, così!

Aspetta ancora un attimo …
non c’è bisogno di lanciarsi immediatamente a parlare d’altro o dire …
“Uh-huh, uh-huh, Giusto? … Vero? Sai, …”

Facendo una pausa,
dai il tempo alle tue parole di fare effetto!

Se non fai una pausa, l’effetto si perde nel flusso continuo della conversazione,
smarrendo incisività ed efficacia.

10. Taci, se non sai “come” dirlo

Se non riesci a immaginare l’effetto delle tue parole.
Se (ancora) non riesci a pesare, selezionare, scegliere al meglio le tue parole.
Quando rischi di sembrare insensibile, vittima, ingrato, permaloso, esagerato, inadeguato.

È meglio tacere.
È meglio il silenzio.

11. Taci, non dare consigli o pareri (soprattutto quando nessuno te li chiede)

“Sai perché sei in questa situazione? Perché …” .
“Non dovresti fare così”
“Stai sprecando la tua vita …”.

Spesso pensiamo (sbagliando) che l’altra persona si aspetta un parere o un consiglio su ciò che ci sta dicendo.
Invece, le persone, il più delle volte, ci parlano solo per condividere semplicemente i loro pensieri e i loro stati d’animo.
 


 
Allora perchè ce lo dicono,
se poi non vogliono sapere come la pensiamo?

Solo farci sapere come si sentono e cosa gli sta succedendo.
Tutto qui!

Metti da parte ego e i tuoi bisogni personali come quello di parlare,
di avere ragione, di fare il salvatore-di-anime, il-guru
o di farti valere a tutti i costi.

Tira fuori la borsa dei consigli o pareri solo quando ti sono esplicitamente richiesti.

12. Se stai cercando di compiacere gli altri, meglio tacere

Se cerchi sempre di piacere agli altri,
per paura di essere escluso, deriso, rifiutato
e per questo indossi la maschera di “quello buono che si adatta a qualsiasi cosa”,
così facendo sacrifichi la tua personalità e i tuoi bisogni.

Vivendo fuori dal contatto con te stesso,
accumuli frustrazione, stress e ansia.

Se ti accorgi che stai parlando solo per essere più gradito, accettato e amato dagli altri …
meglio tacere!

13. Taci, non ripetere i concetti

Pensi che più ripeti un concetto e più convinci chi ti ascolta?
Se desideri una comunicazione efficace, ricorda che ripetere crea dispersione e porta a non arrivare mai al dunque.

Frasi ricche di dettagli e ripetizioni portano il discorso (e chi ascolta) lontano dalla meta.
Se porti chi-ti-ascolta fuori strada, molto probabilmente resterà dove lo stai portando.
Fuori strada.

14. Taci, se vuoi fare il brillante (e non lo sei)

Brillanti si nasce?
Forse.

Fare il brillante (quando non lo sei) ti fa correre il serio rischio di essere l’unico a ridere alle tue battute,
raccontare freddure che nessuno capisce,
risultare solo patetico e ridicolo.

15. Taci, quando desideri far crescere le persone

Se vuoi far crescere le persone, se desideri che veramente imparino,
lasciali risolvere il problema da soli.
Taci, non dire niente.
Non aiutare.

Non-aiutare, vuol dire permettere alla persona di costruirsi la propria capacità, la propria competenza e la propria fiducia in se stesso. Le persone di solito possono superare maggior parte dei problemi quando hanno fiducia in se stessi.

Fai un passo indietro.
Taci.
Lasciala fare i prossimi passi per conto proprio.
Proprio come se fosse un bambino.
 

Spesso stare zitti vuol dire essere più forti

Non c’è bisogno di dire qualcosa solo perché l’altra persona sta chiedendo, si aspetta una risposta
o una reazione da parte tua.

Il silenzio è una parte “normale” della comunicazione.
È un comportamento (non verbale) che se usato correttamente può portare un significativo effetto positivo sul tuo modo di comunicare.

Chi riesce a stare in silenzio e ascoltare possiede carisma e ha relazioni più forti e durature.
La grazia (spesso) sta nel tacere.

10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna

talento

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
E’ il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”

Usain Bolt

Il talento contribuisce sicuramente al successo.
Ma da solo non basta.

Eppure è forte la tentazione di credere che solo quelli baciati dalla fortuna saranno premiati … solo quelli che hanno talento arriveranno ai posti più desiderabili e più ambiti.

Il talento non basta per avere successo

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Oltre al talento occorre la capacità di resistere alle distrazioni e alle tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
È la capacità di resistenza, di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.
È necessario essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che … il talento da solo non basta occorre tenacia, grinta, duro lavoro quotidiano.

Come twittato da Bill Gross, via Fouad ElNaggar ecco 10 qualità che possiedono le persone di successo (cui tutti noi, e anche tu puoi attingere) che non richiedono né talento né fortuna.

Se anche tu (come me) il talento lo ammiri in TV o al cinema.
Parti da qui.
Inizia da queste 10 qualità.
La prossima volta che desideri far prendere vita ai tuoi sogni, avere successo, ricorda a te stesso che hai già tutto quello che ti serve.

Ecco 10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna:

1. Essere in orario

Essere in ritardo, per qualsiasi motivo, è imperdonabile.
Grida all’inaffidabilità.
Non c’è scusa che esista.
La tua puntualità la dice lunga su di te.
 

 
Essere in orario è la regola n.1.
Non importa se si seguono tutte le altre regole.

2. Lavorare in modo etico

L’etica che dimostri al lavoro “dice” molte cose su chi sei … come professionista e come persona.

Si tratta del tuo atteggiamento, il tuo comportamento, la tua comunicazione e l’interazione.
“Come” fai il tuo lavoro.
Coinvolge caratteristiche come l’onestà, la trasparenza e la responsabilità.

3. Sforzarsi

Il primo tratto nella persona resiliente si esprime con la capacità di dedicarsi completamente
ad un’attività. Impegnarsi per portare a termine un compito senza lasciarsi scoraggiare o spaventare dalla fatica.

4. Linguaggio del corpo adeguato

La ricerca ha dimostrato che, quando si tratta di prime impressioni, abbiamo pochi secondi (non minuti) per lasciare un’impronta positiva.

Che cosa si può fare per avere un buon impatto?
Cominciamo con il modo giusto di usare il nostro corpo.

Essere consapevoli di come si utilizza il corpo non riguarda solo come si è percepiti, ma anche come ci si sente. Camminare con calma, con un sorriso sul tuo viso, forte contatto visivo, la postura “tirata verso l’alto” ti fa apparire rilassato, fiducioso e positivo e in grado di far fronte alle pressioni.
 

5. Energia

È la capacità di essere attivi.
È la forza fisica o mentale che ti permette di fare le cose.
Energia è entusiasmo e impegno.

6. Attitudine e comportamento

Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del lavoro?
Lavori per soldi, per pagare il mutuo o per passione?
Come intendi dare il tuo valore aggiunto?

L’attitudine è il tuo modo di vedere la vita, il tuo modo di pensare, di sentire e di comportarti.

Il tuo atteggiamento è la forma di espressione di se stessi.
Si può scegliere di essere felice, positivo e ottimista oppure si può scegliere di essere pessimista e critico.
La scelta è tutta tua.

7. Passione

“La passione è un po’ come l’amore. È difficile, probabilmente impossibile, da definire in termini precisi, ma facile da vedere e sentire quando è presente.”.

Charles Kovess

La passione è emozione, sentimento, gioia ed entusiasmo.
Eccitazione.
La passione che metti sul lavoro parla della tua determinazione e la fiducia in se stessi.
È fare qualcosa che si ama.

La passione non è un pensiero intellettuale.
Si tratta di un sentimento, un’emozione.
Anima.

8. Essere “allenabile”

Tradotto da “Being coachable”.

Essere “cocciabile”, essere “allenabile”, ovvero …

la capacità d’impegnarsi per il proprio sviluppo, avere “fame” per il feedback da parte degli altri, possedere la volontà di essere corretto e di essere aperto a tutto ciò che può migliorare se stesso.

La disposizione a lasciare agli altri la propria valutazione e rendersi conto che il cammino di sviluppo personale non può essere percorso da solo.

“Allenabilità” richiede fiducia nel coach.
La fiducia si basa su valori e obiettivi condivisi.

9. Fare l’extra

L’extra è qualcosa che è fatto in aggiunta ai requisiti del contratto.
Fare qualcosa extra è buono, non solo per gli altri ma anche (e soprattutto) per te stesso.
È quel qualcosa in più.

10. Essere preparati

Essere ben preparati è la chiave per affrontare le sfide future della vita e del lavoro.
Sapersi adattare al mondo portando un valore aggiunto tangibile all’azienda, dimostrare le conoscenze acquisite, le abilità raggiunte nel tempo dimostrando il coraggio e il senso di responsabilità.

E adesso che lo sai … che cosa fai?
Quale sarà la tua prossima mossa?

“Per fare una carriera come la mia il talento non basta.
Quando ho debuttato con la Nazionale pensavo fosse sufficiente, poi ho capito che per arrivare dove sono ora dovevo metterci del mio.
In campo serve tanta rabbia, la fortuna ogni tanto aiuta ma la rabbia è un ingrediente fondamentale
“.

Gianluigi Buffon