Crescita professionale Archivi - Ferrarelli Coaching https://www.ferrarelli-coaching.com/categorie/rapporti-professionali/ Consulente, Coach e Formatore Sun, 07 Jun 2026 10:40:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 10 cose da evitare se vuoi il successo professionale https://www.ferrarelli-coaching.com/10-cose-da-evitare-se-vuoi-il-successo-professionale/ Wed, 03 Jun 2026 11:20:52 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=38280 Foto Pixabay Molti parlano di successo professionale come se fosse una formula. Le giuste competenze. Le giuste strategie. Il mindset corretto. Poi però guardi meglio le persone che arrivano nel lavoro… e scopri una cosa meno spettacolare. Spesso la differenza non sta soltanto nelle cose che fanno. A volte nasce da quello che smettono di […]

L'articolo 10 cose da evitare se vuoi il successo professionale sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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il successo professionale
Foto Pixabay

Molti parlano di successo professionale come se fosse una formula.

Le giuste competenze.
Le giuste strategie.
Il mindset corretto.

Poi però guardi meglio le persone che arrivano nel lavoro…
e scopri una cosa meno spettacolare.

Spesso la differenza non sta soltanto nelle cose che fanno. A volte nasce da quello che smettono di fare.

Ci sono abitudini, atteggiamenti e modi di reagire che lentamente ci consumano.

Magari non subito.

Ma nel tempo sì.

Una decisione rimandata.
Una scusa ripetuta troppo spesso.
Un problema ignorato per settimane.

All’inizio sembrano dettagli.

Poi iniziano a definirci.

Ecco 10 cose da evitare se vuoi crescere davvero nel lavoro:

1. Aspettare continuamente il momento perfetto

Molte persone restano ferme anni aspettando:

  • più sicurezza
  • più chiarezza
  • meno paura
  • il momento giusto

Il problema è che il momento perfetto raramente arriva.

Nel frattempo:

  • non ti candidi
  • non proponi idee
  • non cambi
  • non rischi

E la vita professionale resta bloccata in modalità attesa.

A un certo punto devi decidere se vuoi proteggerti… o crescere.

Aspettare il momento perfetto è spesso un modo elegante per rimandare la paura di esporti.

2. Lasciare “lievitare” i problemi

Succede continuamente sul lavoro.

Una tensione con un collega.
Una decisione rimandata.
Un cliente da richiamare.
Una conversazione scomoda evitata.

E intanto il problema cresce.

Non solo fuori.
Ma anche dentro di te.

Perché le questioni lasciate aperte consumano energia mentale molto più di quanto immagini.

Molte persone non sono stanche per il troppo lavoro.
Sono stanche per troppe cose non affrontate.

3. Aspettarti risultati rapidi

Questa mentalità oggi crea parecchia frustrazione.

Vuoi migliorare velocemente.
Crescere velocemente.
Sentirti già arrivato.

Poi …

Ti candidi. Nessuna risposta.
Studi. Ti senti fermo.
Ti impegni e sembra non cambiare nulla.

E inizi a dubitare di te.

Ma la crescita professionale raramente è lineare.

A volte migliori senza accorgertene davvero.

4. Trasformare ogni difficoltà in un dramma personale

Ci sono persone che davanti a ogni ostacolo entrano subito in modalità catastrofe.

“È finita.”
“Non ce la faccio.”
“È un disastro.”

Ma nel lavoro (e non solo) i problemi non spariscono perché ti agiti.

Vanno attraversati.

E spesso la differenza tra chi cresce e chi resta fermo non è il talento.

È la capacità di non crollare mentalmente alla prima difficoltà seria.

5. Cercare continuamente di piacere a tutti

Questo sul lavoro consuma moltissima energia.

Dire sempre sì.
Evitare conflitti.
Non contraddire mai nessuno.
Adattarti continuamente per essere accettato.

All’inizio sembra diplomazia.

Poi però inizi lentamente a perdere posizione, lucidità e autenticità.

Se hai bisogno dell’approvazione di tutti, prima o poi smetterai di essere davvero te stesso.

Se vuoi approfondire leggi il post.

6. Sprecare energia su ciò che non controlli

Questo logora tantissimo.

  • Le decisioni dell’azienda.
  • Il carattere degli altri.
  • Le ingiustizie.
  • Le dinamiche interne.

Attenzione: alcune cose fanno davvero arrabbiare.

Ma continuare a rimuginarci sopra non ti restituisce controllo.

Hai molta più influenza sulle tue prossime mosse che sulle persone che vuoi cambiare.


Per continuare la riflessione:

“Autorevolezza”
quando senti che il problema è anche il modo in cui vieni percepito.

scopri il libro

“Prima volta Leader”
quando il tema riguarda ruolo, leadership e gestione delle persone.

scopri il libro

7. Mollare dopo un fallimento

Molti vivono gli errori come sentenze definitive.

Una candidatura andata male.
Un colloquio storto.
Una presentazione confusa.
Un progetto che non funziona.

E subito parte il pensiero:

“Forse non sono così capace.”

Ma nel lavoro quasi nessuno cresce senza passare da momenti frustranti o umilianti.

Il problema non è sbagliare.
È passare da: “ho sbagliato” a “sono incapace“.

8. Cercare continuamente scuse

Qui bisogna essere onesti.

A volte le condizioni esterne sono davvero complicate.

Ma c’è una differenza enorme tra spiegare una difficoltà… e usarla continuamente come alibi.

Le persone più solide che incontro non sono quelle che non sbagliano mai.

Sono quelle che riescono a dire:

“Ok. Questa parte è responsabilità mia.”

E da lì ripartono.

Le scuse proteggono l’ego nel breve periodo. Ma nel lungo consumano autorevolezza.

9. Circondarti continuamente di persone negative

Le persone pessimiste non ti distruggono sempre in modo evidente.

A volte lo fanno lentamente.

Con sarcasmo continuo.
Lamentele croniche.
Visione sempre cinica del lavoro.

E se resti immerso troppo a lungo in quel clima… inizi a normalizzarlo.

L’energia emotiva degli altri ti influenza molto più di quanto credi.

10. Pensare che la costanza non serva più

Questa forse è la parte più noiosa del successo professionale.

Ed è anche quella che molti sottovalutano.

Perché dopo l’entusiasmo iniziale resta soprattutto:

continuità,
disciplina,
presenza,
tenuta mentale.

Non sempre motivazione.

A volte semplicemente continui anche quando non hai voglia.

Perché gran parte delle persone si ferma proprio lì.

Molte persone cercano tecniche veloci per crescere professionalmente.

Ma spesso il successo professionale inizia in modo molto meno spettacolare.

Quando smetti di:

  • rimandare
  • lamentarti continuamente
  • cercare approvazione ovunque
  • fuggire dalle difficoltà

Perché il lavoro, prima o poi, ti mette davanti sempre la stessa domanda:

stai costruendo davvero qualcosa… o stai solo cercando di evitare il disagio?

Se hai deciso di cambiare, ma non vuoi farlo alla cieca..

In poche sessioni analizziamo motivazioni, possibilità e strategie per scegliere con consapevolezza.

Scopri il percorso dedicato.

L'articolo 10 cose da evitare se vuoi il successo professionale sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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8 errori da evitare quando incontri persone nuove al lavoro (se non vuoi “bruciarti” subito) https://www.ferrarelli-coaching.com/8-errori-evitare-incontrare-persone-nuove/ Wed, 25 Mar 2026 15:25:03 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=21693 Articolo aggiornato e ampliato nel 2026 Un nuovo collega. Un nuovo cliente. Il responsabile di un altro dipartimento. Incontrare persone nuove al lavoro non è solo “fare conoscenza”. È entrare in una relazione professionale che, nel tempo, influenzerà collaborazione, fiducia, opportunità. Eppure, proprio perché è importante, spesso diventa… rigido. Ti prepari. Pensi a cosa dire. […]

L'articolo 8 errori da evitare quando incontri persone nuove al lavoro (se non vuoi “bruciarti” subito) sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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incontrare persone nuove
Articolo aggiornato e ampliato nel 2026

Un nuovo collega.
Un nuovo cliente.
Il responsabile di un altro dipartimento.

Incontrare persone nuove al lavoro non è solo “fare conoscenza”.

È entrare in una relazione professionale
che, nel tempo, influenzerà collaborazione, fiducia, opportunità.

Eppure, proprio perché è importante, spesso diventa… rigido.

Ti prepari.
Pensi a cosa dire.
Vuoi fare una buona impressione.

E proprio lì iniziano gli errori.

Non perché non sei capace.
Ma perché stai cercando di controllare troppo l’effetto che fai.

1. Parlare troppo di te (soprattutto all’inizio)

Succede spesso.

Devi incontrare persone nuove al lavoro?
Ti presenti.
E inizi a raccontare tutto:
ruolo, esperienze, risultati, progetti.

Sembra sicurezza.
Spesso è tensione.

Domanda utile:
stai condividendo… o stau cercando di convincere?

Nel lavoro, le persone non hanno bisogno di un monologo.
Hanno bisogno di capire come sarà lavorare con te.

E questo non emerge da quanto parli.
Ma da quanto spazio-lasci.

2. Rompere il ghiaccio lamentandoti

“Che caos questo progetto…”
“Qui è sempre tutto complicato…”
“Abbiamo troppe riunioni inutili…”

Può sembrare un modo per creare complicità.

In realtà, è un segnale.

Stai comunicando il tuo modo di stare nel contesto.

E il messaggio implicito è:
porto criticità prima ancora di portare valore.

Domanda:
vuoi creare connessione… o sfogare tensione?

3. Ignorare il tuo linguaggio non verbale

Prima delle parole, arriva il corpo.

Sguardo basso.
Braccia conserte.
Postura rigida.
Occhi sul telefono.

Non serve dire nulla.
Il messaggio passa comunque.

Cosa trametti in quel momento?

Disponibilità?
Difesa?
Distacco?

Nel lavoro, la prima impressione non è solo cosa dici.
È come-stai nella relazione.

4. Essere troppo serio (o troppo teso)

Incontrare persone nuove al lavoro?

Non serve essere brillanti.
Ma serve essere accessibili.

Un’espressione chiusa, tesa, preoccupata
crea distanza immediata.

Domanda semplice:
stai cercando di “fare bene”… o di essere presente?

A volte basta poco:
un sorriso reale, non forzato.
Una frase semplice.
Una presenza meno rigida.

5. Cercare di essere interessante a tutti i costi

Interrompere.
Aggiungere sempre qualcosa.
Dimostrare competenza su ogni tema.

È faticoso per te.
E per chi ti ascolta.

Nel lavoro, non devi essere il più interessante.
Devi essere credibile.

E la credibilità non nasce dal riempire ogni spazio.
Nasce dal saper scegliere quando intervenire.

Domanda:
stai contribuendo… o stai occupando spazio?

6. Confondere sicurezza con arroganza

Petto in fuori.
Tono assertivo.
Opinioni nette su tutto.

Può sembrare leadership.
Spesso è copertura.

Quando incontri persone nuove, soprattutto in azienda,
non conosci ancora il contesto, le dinamiche, le sensibilità.

Mostrare sicurezza non significa imporsi.
Significa non avere bisogno di dimostrare subito tutto.

7. Dire troppo poco (per paura di esporsi)

L’altro estremo.

Risposte brevi.
Poca iniziativa.
Attesa di essere coinvolto.

Nel lavoro, questo viene letto come distanza.
O disinteresse.

La conversazione è uno scambio.
Non un interrogatorio.

Domanda:
stai partecipando davvero… o ti stai proteggendo?

8. Prendere tutto troppo sul serio

Ogni parola pesa.
Ogni risposta è calibrata.

E l’interazione diventa rigida.

Un minimo di leggerezza non è superficialità.
È capacità di stare nella relazione senza irrigidirla.

Anche nel lavoro.

La verità meno evidente

Quando incontri persone nuove al lavoro,
non stanno valutando solo cosa sai.

Stanno percependo:

  • come ascolti
  • come reagisci
  • quanto sei gestibile
  • quanto sei affidabile

E tutto questo passa in pochi minuti.

Non perché devi essere perfetto.
Ma perché sei leggibile.

Una domanda finale

Quando esci da quell’incontro, cosa resta?

Una buona impressione…
o una buona base di relazione?

Perché non sono la stessa cosa.

Molti cercano di fare colpo.
Pochi cercano di creare connessione.

Nel lavoro, nel tempo, vince sempre la seconda.

Incontrare persone nuove al lavoro? Non serve essere brillanti

Serve essere presenti.

Non serve dire tanto.
Piuttosto essere chiari.

Non serve impressionare.
Serve essere affidabili nella relazione.

Ed è qualcosa che non si costruisce con una frase perfetta.
Ma con il modo in cui stai, fin dal primo incontro.

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Non tutti gli errori al lavoro sono negativi. Alcuni vanno ascoltati. https://www.ferrarelli-coaching.com/non-tutti-gli-errori-al-lavoro-sono-negativi-alcuni-vanno-ascoltati/ Wed, 14 Jan 2026 15:08:41 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=45382 Alcuni errori al lavoro non sono fallimenti. Sono avvertimenti. Siamo onesti. Quasi tutti, in fondo, pensiamo di essere un po’ speciali. Più bravi della media. Più lucidi. Capaci di evitare certi scivoloni. Poi invece … sbagliamo! E l’errore fa una cosa molto semplice e molto fastidiosa: ci riporta alla realtà. Non siamo speciali. Siamo umani. […]

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gli errori al lavoro
Alcuni errori al lavoro non sono fallimenti.
Sono avvertimenti.

Siamo onesti.
Quasi tutti, in fondo, pensiamo di essere un po’ speciali.

Più bravi della media.
Più lucidi.
Capaci di evitare certi scivoloni.

Poi invece … sbagliamo!

E l’errore fa una cosa molto semplice e molto fastidiosa:
ci riporta alla realtà.

Non siamo speciali.
Siamo umani.

E questo, per quanto ferisca l’ego, è anche una buona notizia.

Sbagliare ridimensiona.
E ridimensionare serve.

Gli errori al lavoro ci tolgono dal centro del palcoscenico.
Ci fanno smettere di recitare la parte di chi “ha tutto sotto controllo”.

E ci costringono a guardarci con più onestà.

Forse non siamo impeccabili.
Forse abbiamo sottovalutato qualcosa.

Abbiamo tirato troppo la corda.

La domanda non è solo:
come evito di sbagliare?

Ma…

cosa mi sta dicendo questo errore?

Non tutti gli errori “chiedono” la colpa.
Alcuni chiedono ascolto.

C’è una grande differenza: tra un errore da correggere
e un errore che funziona come un warning.

Un avvertimento.

Non un giudizio morale.
Non una condanna.
Un messaggio.

Il problema è che spesso siamo così impegnati a difenderci
che non ascoltiamo quello che l’errore sta cercando di dirci.

Primo esempio.

Accetti un nuovo progetto in più, anche se sei già al limite.

Ti dici che “stringerai i denti”.

Risultato: dimentichi una consegna importante,
mandi una versione incompleta, perdi credibilità.

L’errore non sta solo nella dimenticanza.
Sta nel segnale (che non hai ascoltato) che ti dice:
stai lavorando oltre la tua reale capacità di attenzione
.

Secondo esempio.

In una riunione rispondi in modo secco a un collega.

Non era tua intenzione essere aggressivo, ma lo sei stato.
Dopo, il rapporto cambia.
La persone si è chiusa.

L’errore non è solo il tono.
È l’avvertimento che qualcosa — stress, frustrazione, pressionesta filtrando fuori senza il tuo controllo.

Terzo esempio.

Rimandi per settimane una conversazione difficile con il tuo capo o con un collaboratore.
Quando finalmente parli, il problema è esploso.

L’errore non è il ritardo.

È il segnale che stai evitando il conflitto più del necessario,
pagando poi un prezzo più alto.

Perché alcuni errori sono utili

Gli errori funzionano come le spie sul cruscotto.
Non servono a farti sentire inadeguato.

Servono a dirti che qualcosa va controllato.

Carico di lavoro.
Confini personali.
Ritmo alto.
Attenzione bassa.
Priorità.

Se ignori l’avvertimento, la spia si spegne?
No.
Arriva il guasto.

La paura di sbagliare ci rende peggiori

Chi ha paura di sbagliare spesso:

  • non chiede aiuto
  • neanche delega
  • non sperimenta
  • resta in schemi che non funzionano più

E così facendo… sbaglia di più.

Perché fare sempre le stesse cose
porta sempre agli stessi risultati.

Sbagliare, quando è possibile farlo senza conseguenze irreversibili,
è uno dei modi più rapidi per correggere la rotta.

Errore non significa irresponsabilità

Qui serve chiarezza.

Non tutti gli errori sono uguali.
Non tutti sono accettabili.
Alcuni hanno conseguenze serie.

Ma proprio per questo, gli errori al lavoro — quelli rimediabili —
sono preziosi.

Perché ti allenano all’attenzione prima che il prezzo diventi troppo alto.

Una domanda scomoda (ma utile)

Questo errore che stai cercando di dimenticare…

ti ha solo fatto perdere tempo
o ti sta mostrando un limite che continui a ignorare?

Perché se è la seconda, non è un incidente.
È un messaggio.

In conclusione

Alcuni errori al lavoro non servono a umiliarti.

Servono a svegliarti.

Ti dicono:

  • che non sei impeccabile
  • che non sei immune
  • non puoi fare tutto allo stesso modo per sempre

Sbagliare non ti rende meno competente.
Ti rende più consapevole.

E la consapevolezza, nel lavoro e nella leadership,
vale più dell’illusione di essere sempre perfetti.

Questo non è indulgere nell’errore.
È usarlo.

In modo adulto.
Lucido.
Responsabile.

Perché ascoltare gli avvertimenti oggi
è spesso il modo migliore per evitare danni domani.

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Quando ti senti “niente di speciale”: cosa significa essere forti https://www.ferrarelli-coaching.com/ti-senti-mediocre-ecco-cosa-significa-davvero-essere-forti/ Wed, 19 Nov 2025 11:21:36 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=43865 Foto di Brote Studio Viviamo in un tempo che celebra l’eccezione. Lo scatto improvviso. Il salto spettacolare. Il successo professionale da mostrare (e sbandierare) su LinkedIn. E voglio essere chiaro: non c’è nulla di sbagliato nel condividere i propri successi. Anzi. È sano riconoscere il proprio valore, celebrare un risultato, essere fieri di ciò che […]

L'articolo Quando ti senti “niente di speciale”: cosa significa essere forti sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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cosa significa davvero essere forti

Foto di Brote Studio

Viviamo in un tempo che celebra l’eccezione.

Lo scatto improvviso.
Il salto spettacolare.
Il successo professionale da mostrare
(e sbandierare) su LinkedIn.

E voglio essere chiaro:
non c’è nulla di sbagliato nel condividere i propri successi.

Anzi.

È sano riconoscere il proprio valore,
celebrare un risultato,
essere fieri di ciò che si è costruito.

Il punto non è questo

Senza rendercene conto,
abbiamo iniziato a misurare tutto
con parametri “strani”.

Se non stai creando un progetto straordinario,
non stai costruendo la tua “unicità”,
se non hai una storia di successo da raccontare…

allora sembra che ci sia qualcosa-che-non-va.

Così la normalità diventa invisibile

Quasi indegna di essere raccontata.

Se non hai “niente da mostrare”,
rischi di sentirti meno competente,
meno rilevante,
meno “forte”.

Infatti, se ci pensiamo…

Mi guardo allo specchio.
Non sono “il-nuovo-che -avanza”.
Non faccio rumore.

Mi sento… normale.

Quindi?
Mediocre.
Niente di speciale.

Troppo normale.
E a chi frega della normalità?

Cosa significa essere forti davvero?

Se ci fermiamo un secondo a pensarci,
forse siamo diventati dipendenti dalla spettacolarizzazione.
Dallo show.

Eppure, il mondo si regge sulla normalità.

Funziona grazie a chi
fa bene le cose normali.

È sostenuto da persone
che costruiscono continuità,
affidabilità.

Senza diventare virali.
Senza essere spettacolari.

Il fatto che qualcosa non sia spettacolare
non significa che non sia potente.

Stiamo dando valore solo a ciò che si può raccontare.
Che è cliccabile.
Che raccoglie like.

Eppure, la forza è nella continuità.

È nel ripetere ciò che è necessario.
Ciò che va fatto.

Anche quando non produce gratificazione immediata.

Quando nessuno applaude.
Quando nessuno guarda.

La forza è non crollare
quando sarebbe più facile mollare

Lamentarsi,
pretendere di essere speciali.

Essere forti, oggi, significa anche questo:

Lavorare 8–10 ore.
Tornare nel traffico della tangenziale.
Portare avanti consegne.
Prendere decisioni razionali.

Tenere insieme i pezzi

Fare i compiti con i figli.
Dare stabilità emotiva a una famiglia
che vive in un tempo complesso.

Preparare la cena.
Gestire piccole emergenze.
Pagare bollette.
Organizzare la settimana.

Pensare alla scuola,
alla salute,
alla relazione.

La forza è essere responsabili.
Non straordinari.

E arrivati a fine mese
ti accorgi che sei riuscito a sostenere tutto:
te stesso,
il lavoro,
la casa,
gli altri.

Ma la responsabilità, oggi,
è diventata noiosa.

E quindi non risalta.
Non viene vista.

Stiamo costruendo una cultura che idolatra l’eccezione
e disprezza la normalità

Prova a chiederti:

  • E se la forza fosse proprio
    essere quello che sei?
  • E se non fossi tu mediocre,
    ma forse il modello di forza che ci stanno vendendo?
  • Essere “eclatante” è diventato sinonimo di valore
    anche quando non lo è?

La forza non si vede.
Si sente.

È silenziosa.
Coerente.
Continua.

E magari il mondo non se ne accorge subito,
ma è questa forza
che fa durare le cose nel tempo.

Questa sensazione di essere “niente di speciale”
l’ho provata anch’io.

Nel mio lavoro di coach ..

posso cadere facilmente nell’illusione
che, per sentirmi autorevole,
dovrei essere più visibile,
più rumoroso,
più presente.

Spesso mi sono chiesto
cosa significhi essere forti.

Se non stessi “valendo meno”.
Se non fossi “abbastanza”.

Sono sui social, sì.
Ma li uso poco.
Pochissimo.

Mi sembra spesso di fare rumore.
Chiacchiericcio inutile.

Scambiare l’esposizione per competenza.
L’appariscente per autorevolezza.
La frequenza per valore.

Poi ho capito una cosa:

quel riflesso culturale
non mi appartiene.

Questa esposizione
non è — semplicemente — cosa mia.

Non mi ci ritrovo.

Preferisco che la mia competenza
viva nel mio lavoro,
nella coerenza,
nella cura,
e profondità (spero) delle conversazioni.

E questo, anche se non fa rumore,
è forza.

La tua forza non diventa virale

Ma tiene insieme il mondo.

Il tuo lavoro.
La tua famiglia.
La tua vita.

Perché la vera forza
è quella che nessuno (o perlomeno pochi) celebra.

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Basta con “Se vuoi puoi”: la realtà è molto più complessa https://www.ferrarelli-coaching.com/basta-con-se-vuoi-puoi-la-realta-e-molto-piu-complessa/ Wed, 12 Nov 2025 17:10:12 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=43831 Foto di Andrea Piacquadio da Pexels “Se non sei riuscito è perché non hai voluto abbastanza.” “Non ti sei realizzato? La colpa è tua.” “Non stai raggiungendo risultati? Non ci credi davvero.” Ogni volta che in sessione di coaching qualcuno mi dice: “Non ce l’ho fatta, è colpa mia”, vedo i danni enormi che queste frasi hanno prodotto. […]

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la realtà è molto più complessa

“Se non sei riuscito è perché non hai voluto abbastanza.”
“Non ti sei realizzato? La colpa è tua.”
“Non stai raggiungendo risultati? Non ci credi davvero.”

Ogni volta che in sessione di coaching qualcuno mi dice:

  • “Non ce l’ho fatta, è colpa mia”,

vedo i danni enormi che queste frasi hanno prodotto.

Sconforto.
Senso di colpa.
Autosvalutazione.

Se non ottieni X, allora non l’hai voluto abbastanza.
Un pensiero facile.
Troppo facile.
E soprattutto falso.

La realtà è molto più complessa.

Come se bastasse “volerlo”.
Come se la volontà fosse l’unica variabile del successo.

Non lo è.

La volontà non opera da sola

Il sistema in cui ci muoviamo non è equo.
Non è stabile.
Neanche prevedibile.

Non partiamo tutti dalle stesse condizioni.
Non abbiamo le stesse risorse.
Gli stessi margini di rischio.

C’è chi ha un cuscinetto di sicurezza:
può sperimentare,
sbagliare,
perdere,
vedere come va.

E c’è chi non ha margine d’errore.
Una mossa sbagliata può costare caro.
Subito.
E a lungo.

Se ignori i fattori esterni,
“Se vuoi puoi” diventa un’arma contro te stesso.

Il contesto conta. Eccome.

Contano:

  • contesto economico
  • accesso alle opportunità
  • Tempi
  • Mercato
  • salute
  • condizione mentale/fisica
  • storia personale

C’è chi torna a casa sconfitto
e trova una famiglia che lo sostiene (emotivamente ed economicamente).

E chi deve sostenere la famiglia.
O diventare genitore dei propri genitori.

C’è chi vive dove “succede di tutto”
e chi impiega due ore solo per arrivarci.

E l’età?

Davvero pensiamo che sia uguale a 20, 35 o 45 anni?

È scomodo dirlo.
Ma è così.
Non è che non sei ambizioso.

Forse sei lucido.
Forse stai valutando un prezzo che oggi è troppo alto.

Il contesto che hai attorno cambia tutto:
opportunità,
rischio,
tempi,
possibilità di errore.

Volontà e responsabilità contano

(ma non sono variabili isolate)

Da sole non garantiscono risultati lineari.

Riconoscere che il contesto conta
non è un alibi.
È lucidità.

È capire come muoversi nella realtà,
non nell’illusione che il gioco non abbia regole.

Le persone che crescono professionalmente:

  • sanno dove sono
  • cosa possono permettersi
  • sanno indirizzare energia, tempo e rischio
  • sanno anche aspettare

Se non contestualizzi, ti svaluti

Quante persone credono di non avere talento
quando hanno semplicemente avuto un contesto sfavorevole?

Quanti pensano di non essere abbastanza
quando stavano combattendo contro variabili strutturali, poco controllabili?

Se non consideri il contesto,
l’unica spiegazione diventa:

  • “Ho fallito.”
  • “Non sono abbastanza.”

Ed è devastante.

Ti faccio una domanda

Stai valutando il tuo percorso:

  • con parametri che ti appartengono?
  • con modelli ideali, astratti, visti online?

Se oggi le tue finanze non reggono sei mesi di instabilità,
restare dove sei per costruire margine
non è paura.

È strategia.
È ambizione ben gestita.
Non impulsività pericolosa.

Il contesto non ti definisce

Ma ti struttura.

Non devi dimostrare che puoi fare tutto.
Devi capire cosa è possibile ora.

In questa fase.
Dentro questo scenario.
Con le risorse che hai oggi.

E partire da lì.
Con lucidità.
Con realtà.
Maturità.

È vero:

  • non partiamo tutti dalla stessa linea
  • il contesto conta
  • il cuscinetto di sicurezza cambia tutto

Ed è anche vero che:
alcune persone riescono nonostante tutto.

Non è solo questione di “volerlo di più”

La realtà è molto più complessa.
Imperfezione inclusa.

La vera forza è saper tenere insieme due verità:

1. Non partiamo tutti uguale.

2. Alcuni riescono comunque.

In finale

La volontà conta.
Ma senza contesto diventa una colpa.

La maturità è smettere di giudicarsi
perchè la realtà è molto più complessa.

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Perché restare nel lavoro che non ti piace può avere senso https://www.ferrarelli-coaching.com/perche-restare-nel-lavoro-che-non-ti-piace-puo-avere-senso/ Wed, 05 Nov 2025 16:34:12 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=43702 Foto di Joel Riquelme I social sono pieni di storie di chi ha mollato tutto per inseguire un sogno. Chi ha iniziato da zero. Chi si è reinventato. Ha lasciato un lavoro stabile per tuffarsi finalmente nel “diventare sé stesso”. E ogni volta che leggiamo, una parte di noi si sente quasi in colpa: “Non […]

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restare nel lavoro che non ti piaceFoto di Joel Riquelme

I social sono pieni di storie di chi ha mollato tutto per inseguire un sogno.

Chi ha iniziato da zero.
Chi si è reinventato.
Ha lasciato un lavoro stabile per tuffarsi finalmente
nel “diventare sé stesso”.

E ogni volta che leggiamo,
una parte di noi si sente quasi in colpa:

“Non sto evolvendo.
Sto buttando via la mia vita rimanendo dove sono?”

Restare nel lavoro che non ti piace?

Da career coach noto una cosa che quasi nessuno dice:

a volte restare è la scelta più intelligente
(e più strategica) che puoi fare.

Non perché tu non sia capace.
Non perché tu non abbia talento o visione.

Ma perché oggi il contesto è complesso.
E romanticizzare il salto può fare molto male.

Cambiare lavoro è una scelta importante.
E va preparata bene.

Perché nessuno dice: “Ma quanto è difficile”?

Perché non fa like.
Non diventa virale.

Il messaggio
“Lanciati, ti meriti di più”

è più spendibile di:

“Fermati.
Pensa.
Valuta.
Osserva il sistema prima di muoverti.”

Eppure, nella mia esperienza con decine di persone
che volevano cambiare lavoro,
vedo una dinamica ricorrente:

  • si sopravvaluta il “dopo”
  • si sottovaluta la fatica del “durante”.

Un esempio concreto: Mattia

(nome inventato, persona reale)

Mattia lascia il suo lavoro
per inseguire un ruolo più creativo
in un nuovo settore.

Nuova azienda.
Stipendio leggermente più alto.
Brand “futuristico”.
Ambiente giovane.

Wooow!

Per i primi due mesi sembra andare tutto bene.

Poi arriva la realtà:

  • concorrenza feroce
  • turnover altissimo
  • micro-mode che durano settimane
  • nessuna crescita reale

Nel giro di sei mesi, Mattia è fuori.

Stanco.
Sfiduciato.
Non perché non fosse bravo.

Durante una sessione mi dice:

“Avevo paura che restando nel mio vecchio lavoro
avrei perso l’opportunità.

Invece cambiando ho perso la stabilità
che avevo già costruito.”

Restare (almeno un po’) non è mancanza di coraggio

È strategia.

Alcuni motivi per restare ancora un po’:

Premessa:
non devi accontentarti,
ma smettere di essere impulsivo.

1. Emergere oggi è difficile

Tutti possono pubblicare, aprire un business,
posizionarsi come esperti
(ma pochi lo sono davvero).

2. La concorrenza è enorme

Non è più locale.
È globale.

3. Le mode professionali cambiano in fretta

Quello che oggi è “futuro”,
domani potrebbe essere già superato.

4. Molti lavori dei “sogni” sono fragili

Dipendono da piattaforme, trend, algoritmi.

Restare non significa rinunciare

Significa preparare il terreno,
senza bruciarti.

Restare non è passività.

Chiediti:

  • Sto scappando da qualcosa
    o andando verso qualcosa?
  • Ho valutato l’impatto emotivo, pratico ed economico?
  • Ho una strategia
    o solo desiderio (o pressione sociale)?
  • Questa nuova carriera…
    tra un anno esisterà ancora?

“Nothing is impossible” è una frase pericolosa

Non perché sia falsa.
Ma perché è distorta.

Il prezzo del cambiamento può essere alto:
emotivo,
mentale,
finanziario.

Sui social vediamo casi estremi.

Il cervello li prende come riferimento,
non come eccezioni.

A questo proposito leggi il mio post di approfondimento: Basta con “Se vuoi puoi”: la realtà è molto più complessa

E così si distorce ..

la percezione di rischio, tempo e probabilità reali.

Non cambiare per reagire.
Cambia per costruire.

Restare ancora un po’ serve a:

  • capire come funziona davvero il sistema
  • fare network in modo intenzionale
  • capitalizzare ciò che hai già costruito
  • consolidare prima di lanciarti

Quando sarà il momento,
il salto non sarà nel buio.

Sarà un passaggio progettato.

In conclusione

Restare nel lavoro che non ti piace?

Non devi dimostrare nulla.
Non devi rischiare tutto
per diventare un post virale.

La domanda giusta è:

  • “Sono pronto a scegliere con lucidità,
    anche quando la scelta giusta
    è restare ancora?”

Restare può essere
coraggioso, strategico, adulto.

Magari non prende like.
Ma costruisce futuro.

Cambiare lavoro è una scelta importante

e va preparata bene.

Questo percorso di coaching ti guida a chiarire cosa vuoi davvero e
come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi“.

L'articolo Perché restare nel lavoro che non ti piace può avere senso sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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Come sembrare brillante in riunione – anche se sei esausto https://www.ferrarelli-coaching.com/come-sembrare-brillante-in-riunione-anche-se-sei-esausto/ Wed, 01 Oct 2025 12:53:01 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=42722 Foto di Matthew Cain A volte non è questione di pigrizia. O di indolenza. Hai dormito poco. Le preoccupazioni girano in testa. Il cervello è lento. La lista delle cose da fare è infinita. A volte ti senti stanco. Semplicemente. Ma non te lo puoi permettere. Se lavori in un contesto competitivo, sai di cosa […]

L'articolo Come sembrare brillante in riunione – anche se sei esausto sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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gestire la stanchezza al lavoro
Foto di Matthew Cain

A volte non è questione di pigrizia.
O di indolenza.

Hai dormito poco.
Le preoccupazioni girano in testa.
Il cervello è lento.
La lista delle cose da fare è infinita.

A volte ti senti stanco.
Semplicemente.

Ma non te lo puoi permettere.

Se lavori in un contesto competitivo,
sai di cosa parlo.

Non lasciare che la stanchezza rubi la tua autorevolezza

Devi dare l’impressione di essere sul pezzo,
brillante,
reattivo.

E allora la domanda è questa:

  • Come gestire la stanchezza al lavoro
    quando l’unica cosa che vorresti fare
    è appoggiare la testa sulla scrivania
    anche solo per una turbo-siesta?

La stanchezza in riunione non si vede solo dalle occhiaie

Spesso ci illudiamo che basti una camicia ben stirata,
un sorriso e una battuta di circostanza
per mascherare la stanchezza.

Ma chi lavora con te – clienti, colleghi, manager –
non coglie solo cosa dici.
Capta come lo dici.

Il tono.
La velocità.
La chiarezza.
L’energia.

Si sente.

La stanchezza si nota
nel modo in cui eviti di prendere parola,
nel commento che arriva fuori tempo,
nella difficoltà a collegare le idee
(“ehm… ehm…”).

Nel dire “Sono d’accordo”
quando si vede che non lo sei.

Allora:
come essere presente senza fingere di essere al 100%
e risultare comunque efficace,
centrato,
convincente?

La brillantezza non è solo energia. È intenzione.

Se vuoi gestire la stanchezza al lavoro,
non devi essere brillante sempre.
Nessuno lo è.

Puoi dire meno, ma meglio.
Punta alla qualità, non alla quantità.

Meglio apparire raccolto che sbiadito.
Meglio essere essenziale e sintetico
che dispersivo.

Nei meeting non devi essere scoppiettante.
Devi essere intenzionale.

Quando sei stanco non hai energie da sprecare.

E se parli poco, ma bene,
arrivi più lontano di chi parla tanto… a vuoto.

Se non hai risorse per dare il 100%,
punta al 70%. Bene.

Ecco tre domande da portare con te in ogni riunione
(anche da mezzo addormentato):

1. Qual è il mio obiettivo minimo per questa riunione?

2. Su quale punto posso dare davvero valore oggi?

3. Cosa posso dire di breve ma memorabile?

Strategie concrete per sembrare presente in riunione:

• Prepara 2 frasi forti prima di entrare

Scrivile.
Brevi.
Chiare.
Di impatto.

Una sintesi efficace spesso vale più di dieci minuti energici.

Così, anche in modalità “pilota automatico”,
hai qualcosa di solido da dire.

• Fai domande strategiche invece di risposte lunghe

Le domande ti posizionano come attento e coinvolto
e ti evitano spiegazioni infinite.

Ad esempio:

  • “Qual è l’obiettivo principale che vogliamo raggiungere?”
  • “Qual è la soluzione più semplice da testare subito?”

Guida la conversazione.
Mostra leadership.

• Prendi appunti “visibili”

In presenza:
scrivere (anche solo parole chiave) comunica concentrazione.

Online: annuisci, segnala presenza.

• Non devi sempre emergere

A volte basta un’osservazione utile
o uno spostamento strategico della discussione.

• Evita frasi che ti indeboliscono

Niente:
“Mi dispiace se non sono chiaro…”
“Non so se ha senso…”

Meglio:

  • “Ecco il punto centrale su cui voglio portare la vostra attenzione.”

Se qualcosa non è chiaro, saranno gli altri a chiedere.

Tu, intanto, hai mostrato sicurezza.

• Rimanda i confronti pesanti

Quando sei scarico, tutto pesa di più.
È facile reagire di pancia o trasformare un commento in uno scontro.

Se puoi,
scegli il momento giusto.

• Punta su ciò che conosci meglio

Magari non sei lucidissimo su tutto il progetto,
ma c’è un aspetto che padroneggi davvero.

Gioca quella carta.

In conclusione

La prossima volta che sei esausto
e stai per entrare in riunione,
non cercare di sembrare Superman.

Cerca di essere strategico.
Intenzionale.

Usa bene l’energia che ti resta.

Se vuoi gestire la stanchezza al lavoro serve:
presenza, lucidità e assertività.

Anche nei giorni no.

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Ti hanno offerto un nuovo ruolo ma non hai competenze? Come dire sì, senza paura https://www.ferrarelli-coaching.com/ti-hanno-offerto-un-nuovo-ruolo-ma-non-hai-competenze/ Wed, 11 Jun 2025 16:31:12 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=42133 Ti è mai capitato di ricevere un’e-mail o una telefonata e sentire, all’improvviso, il mondo bloccarsi? Un’opportunità importante. Un ruolo che aspettavi — o che nemmeno immaginavi. Un salto di livello. Poi leggi la descrizione. Ascolti i dettagli. E arriva la vocina interiore: “Non ho abbastanza competenza.” “Neanche esperienza.” “Non sono pronto.” E ti blocchi. […]

L'articolo Ti hanno offerto un nuovo ruolo ma non hai competenze? Come dire sì, senza paura sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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nuovo ruolo
Ti è mai capitato di ricevere un’e-mail
o una telefonata

e sentire, all’improvviso, il mondo bloccarsi?

Un’opportunità importante.
Un ruolo che aspettavi
— o che nemmeno immaginavi.

Un salto di livello.

Poi leggi la descrizione.
Ascolti i dettagli.

E arriva la vocina interiore:

“Non ho abbastanza competenza.”
“Neanche esperienza.”
“Non sono pronto.”

E ti blocchi.

Ti chiedi se accettare significhi esporti troppo.
Se dire sì ti porterà a fallire.

Se non sia più saggio aspettare di
“essere davvero pronto”.

Ma quando lo sarai davvero?

Questa è la domanda centrale.

E la risposta, spesso,
è scomoda:
non lo sarai mai del tutto.

Le sfide più trasformative della tua carriera arrivano prima di sentirti pienamente competente.

È proprio accettandole che cresci.

Non aspettare di sentirti completamente preparato.

I ruoli che cambiano la vita
richiedono coraggio
prima della competenza.

La verità
(scomoda ma potente)

Non devi avere già tutte le risposte per dire sì.

Devi essere disposto a imparare.

Ecco come dire sì senza restare paralizzato:

1. Chiediti: quali sono le vere competenze richieste?

Spesso, dietro la paura, si nasconde una visione sfocata.

Nel mio lavoro di coach nel reinserimento professionale, ho visto tanti professionisti preoccuparsi — o peggio, non candidarsi — perché convinti di dover possedere una lista interminabile di competenze.

Poi scoprono che molte erano solo richieste “ideali”.
Non così centrali nella quotidianità del ruolo.

Distingui tra:

  • ciò che è essenziale da subito
  • ciò che può essere appreso strada facendo

Questo cambia tutto.

Non devi padroneggiare ogni cosa il primo giorno.
A volte bastano alcune competenze solide
e la volontà concreta di crescere.

2. Costruisci micro-progressi quotidiani

Non pensare in blocchi enormi.

Scegli una competenza chiave.
Una alla volta.

Ogni giorno chiediti:

  • Qual è una piccola azione che posso fare oggi?

Un video da guardare.
Una domanda da fare a un collega esperto.
Un esercizio da provare.

La crescita professionale non è fatta solo di momenti eclatanti.

È fatta — soprattutto — di piccoli passi costanti
che costruiscono sicurezza e autorevolezza.

Cambia il dialogo interno:

da:

  • “Non sono pronto”

a:

  • “Sto diventando il professionista che questo ruolo richiede.”

Il primo passo è smettere di definirti in base a ciò che ti manca.

3. Cerca alleati.

Non fare l’eroe solitario.

Non devi fare tutto da solo.

Trova mentori.
Colleghi esperti.
Il coach.

Chi cresce più velocemente non è sempre il più brillante.

Spesso è il più disposto a farsi aiutare.

4. Allena la resilienza (non solo le competenze)

In un ruolo sfidante non ti servirà solo sapere cosa fare.

Ti servirà la capacità di stare nel disagio dell’inesperienza.

Tollerare l’incertezza.
Gestire il giudizio.
Accettare di non capire tutto subito.

Ad esempio:

  • partecipare a una riunione
    senza avere ancora tutte le risposte.

Queste abilità valgono quanto — secondo me anche di più — di qualsiasi hard skill.

Fatti queste domande:

  • Se non avessi paura, accetterei questo incarico?
  • Qual è la versione di me che potrebbe avere successo in questo ruolo?
  • Cosa mi serve per imparare?
  • Ho già affrontato qualcosa che sembrava impossibile? Come l’ho superato?

In conclusione

Ogni passo avanti nella vita professionale è un piccolo salto nel vuoto.

L’incertezza che senti non è solo un vuoto da temere.
È uno spazio da abitare.

Accettare un incarico per cui non ti senti (ancora) pronto non è incoscienza.

È fiducia.

Fiducia nel fatto che saprai colmare la distanza tra ciò che sei oggi
e ciò che stai diventando.

Forse la vera domanda non è:

  • “Sono all’altezza di questo ruolo?”

Ma:

  • “Sono disposto a diventarlo?”

Se la risposta è sì, allora accetta.

Con rispetto per la sfida.
Umiltà nell’apprendere.
Con il coraggio di dire sì, prima ancora di sentirti pronto.

Vuoi affrontare una nuova sfida professionale con maggiore consapevolezza?

Il percorso
Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?
ti aiuta a fare chiarezza prima di scegliere,
con equilibrio e visione.

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Vuoi un ruolo di leader nella tua azienda ma nessuno te lo propone? https://www.ferrarelli-coaching.com/vuoi-un-ruolo-di-leader-nella-tua-azienda-ma-nessuno-lo-propone/ Wed, 21 May 2025 16:21:00 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=42022 Durante una sessione di coaching, ho fatto una domanda semplice-semplice a un responsabile tecnico. Era molto stimato dal suo team. Competente. Affidabile. Rispettato. Eppure, profondamente insoddisfatto della sua crescita professionale. Gli ho chiesto: “Hai mai espresso apertamente il desiderio di assumere un ruolo di leader?” Mi ha guardato, quasi sorpreso. “Non proprio. Ma si vede. […]

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ruolo di leader
Durante una sessione di coaching, ho fatto una domanda semplice-semplice a un responsabile tecnico.

Era molto stimato dal suo team.

Competente.
Affidabile.
Rispettato.

Eppure, profondamente insoddisfatto della sua crescita professionale.

Gli ho chiesto:

“Hai mai espresso apertamente il desiderio di assumere un ruolo di leader?”

Mi ha guardato, quasi sorpreso.

  • “Non proprio. Ma si vede.
    Gestisco progetti, risolvo problemi critici. Sono il primo a entrare e l’ultimo a uscire.
    Ho formato colleghi più giovani. Mi prendo responsabilità che neanche mi spettano.
    Come fanno a non capirlo?”

Poi gli ho chiesto:

“Ne hai mai parlato esplicitamente con il tuo responsabile?”

Ha fatto una pausa.

– “Sì. Durante il colloquio annuale.”

“E cosa hai detto?”

– “Se ho qualcosa da dire? Tutto a posto. Grazie.”

Ed è qui il punto.

Il mondo del lavoro non funziona per implicito

In un mondo ideale, basterebbe essere pronti.

Nella realtà, non basta.

Puoi essere competente.
Affidabile.
Preparato.

Ma se nessuno ti vede come un leader, non verrai considerato tale.

Il problema non è l’ambizione. È l’invisibilità.

Molti professionisti capaci restano fermi non perché manchino di valore, ma perché non comunicano intenzione.

Per prudenza.
Per educazione.
Paura di sembrare arroganti.

E mentre aspettano che qualcuno “capisca” … il ruolo di leader va a qualcun altro.

Spesso meno esperto.
Ma più visibile.

Non è una questione di capacità. È una questione di comunicazione

Molti aspettano di essere notati.
Ma il mondo del lavoro non è un talent show.

Potresti non sentire mai:

“Ecco il tuo momento. Ora tocca a te.”

Se vuoi un ruolo di leadership, devi iniziare a comportarti da leader.

E anche a comunicarlo.

Con chiarezza.
Con intenzione.
Responsabilità.

Sei davvero chiaro su ciò che vuoi?

Molti dicono:

  • “Voglio crescere.”
  • “Voglio più responsabilità.”

Ma queste non sono richieste. Sono aspirazioni vaghe.

Chiediti:

  • Quale ruolo, esattamente, desidero?
  • Voglio coordinare persone?
  • Gestire risorse?
  • Contribuire alla strategia?
  • Quali risultati dimostrano che sono pronto?
  • Quale beneficio concreto avrebbe l’azienda?

Per esempio:

  • “Mi piacerebbe guidare il team X. Negli ultimi mesi ho contribuito a (esempi concreti).
    Ho supportato il gruppo in situazioni complesse e sviluppato una visione operativa chiara.
    Sono pronto ad assumere responsabilità di coordinamento e contribuire alla strategia.”

La chiarezza cambia la percezione.

Chiedi con consapevolezza.
Non solo con ambizione.

Ti stai già comportando come un leader?

Le aziende non promuovono solo il potenziale.

Promuovono chi dimostra leadership nei-fatti.

Questo significa:

  • assumersi responsabilità
  • supportare gli altri
  • prendere decisioni quando serve
  • creare contesto, non solo eseguire compiti

Chiediti:

  • Sono un punto di riferimento per gli altri?
  • Porto soluzioni, non solo problemi?
  • Aiuto gli altri a crescere?
  • Contribuisco oltre il mio ruolo formale?

Non aspettare il titolo.
Spesso, il titolo segue il comportamento.

Se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole, trovi strumenti concreti nei miei libri:

Autorevolezza — NUOVA edizione aggiornata 2025

Prima volta Leader — ideale se hai iniziato da poco a guidare persone

Hai mai espresso apertamente il tuo obiettivo?

Molti evitano questa conversazione per paura di sembrare arroganti.

Il vero rischio è restare invisibili.

Puoi dire, ad esempio:

  • “Sto riflettendo sul mio percorso e sento che il prossimo passo per me è assumere un ruolo di leadership.
    Mi piacerebbe confrontarmi su come prepararmi e contribuire in quella direzione.”

Oppure:

  • “Nel medio termine, il mio obiettivo è crescere verso una posizione di coordinamento.
    Vorrei capire quali competenze sviluppare per arrivarci.”

Non è presunzione.
È orientamento.

Ed è spesso da lì che inizia il cambiamento.

Il tuo capo non legge nella tua mente

La tua professionalità è fondamentale.

Ma non basta, se non è anche visibile.
Leggibile.
Dichiarata.

Chiediti:

  • Sto aspettando che qualcuno mi scelga?
  • O sto costruendo attivamente quella possibilità?

Nessuno ti regalerà un ruolo di leadership.

Ma puoi costruirlo.

Una conversazione alla volta.
Una scelta alla volta.

Non devi fare tutto da solo

Molti arrivano al coaching con frustrazione.
Sentono di non essere stati valorizzati.

Ma spesso non avevano mai espresso chiaramente ciò che volevano.

Serve qualcuno che ti aiuti a:

  • vedere i tuoi punti ciechi
  • rafforzare la tua comunicazione
  • posizionarti in modo credibile

Se vuoi accelerare questo processo, contattami e lavoriamo insieme sulla tua autorevolezza e sulla tua candidatura a un ruolo di leadership.

Anche i grandi leader hanno avuto una guida.

Vuoi un ruolo di leadership? Inizia a costruirlo

Non aspettare che gli altri intuiscano.

Mostrati.
Esprimiti.
Agisci.

Non è arroganza.
È responsabilità.

Perché se non lo chiedi tu, qualcun altro lo farà.

E verrà scelto al posto tuo.

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Riprendere il lavoro dopo un periodo di inattività: come prepararsi davvero https://www.ferrarelli-coaching.com/riprendere-il-lavoro-dopo-periodo-di-inattivita-come-prepararsi/ Wed, 14 May 2025 16:08:54 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=42018 Hai appena vissuto un periodo di pausa professionale? Stai per rientrare nel mondo del lavoro, ma non ti senti pronto? Provi tensione. Ansia. Distanza. Come Alessia. Dopo dieci anni in azienda — una carriera brillante nel settore bancario di Lugano — si è ritrovata disoccupata, a causa di una ristrutturazione improvvisa. “All’inizio l’ho presa come […]

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riprendere il lavoro
Hai appena vissuto un periodo di pausa professionale?
Stai per rientrare nel mondo del lavoro, ma non ti senti pronto?

Provi tensione.
Ansia.
Distanza.

Come Alessia.

Dopo dieci anni in azienda — una carriera brillante nel settore bancario di Lugano — si è ritrovata disoccupata, a causa di una ristrutturazione improvvisa.

“All’inizio l’ho presa come una pausa.
Mi sono goduta il tempo libero. Ho sistemato casa.

Poi però…

il tempo passava.
E io non lo stavo usando per costruire qualcosa.”

Dopo circa un anno, Alessia trova un nuovo lavoro.

Stesso livello.
Nuovo contesto.
Nuova azienda.

Tutto bene, allora?
Non proprio.

Poco prima di iniziare, emerge una sensazione difficile da spiegare:

“Ho desiderato tanto questo rientro.
Ma ora che ci sono quasi dentro, mi sento spaesata.
Come se il tempo si fosse fermato solo per me…
ma non per il resto del mondo.”

Alessia ha ritrovato il lavoro.
Ma non ancora il suo “posto interiore” nel lavoro.

Ansia.
Pressione.
Dubbio.

Da qui, la decisione di iniziare un percorso di coaching mirato.

Il vero impatto di una pausa professionale

Una pausa prolungata
— causata da una ristrutturazione, una scelta personale o una necessità familiare — lascia spesso un segno più profondo di quanto si immagini.

Riprendere il lavoro? Ci si aspetta di tornare “come prima”.

Ma non sempre accade.

Il contesto è cambiato.
Le persone sono cambiate.
Eh si, anche tu sei cambiato!

Alessia lo descrive così:

“Ho la sensazione di dover dimostrare tutto da capo.
Come se fossi in prova ogni giorno.
Anche se nessuno me lo dice apertamente.”

In questi casi, non è il ruolo a essere sbagliato.

È la transizione a non essere stata ancora elaborata.

Riprendere il lavoro significa accettare che sei cambiato

Potresti non essere più la persona che eri prima.

Forse hai maturato:

  • nuovi valori
  • nuove priorità
  • una diversa idea di equilibrio

E questo può creare attrito.
Non perché sei fuori posto.

Ma perché stai entrando in una nuova fase.

Se ti fermi ad ascoltarti, puoi iniziare a portare nel lavoro chi-sei-oggi.

Non chi-eri-ieri.

Datti il permesso di essere in transizione

È normale sentirsi:

  • arrugginiti
  • vulnerabili
  • temporaneamente insicuri

Non è debolezza.
È un passaggio identitario.

Stai attraversando un ponte tra chi-eri e chi-stai-diventando.

Accettarlo è il primo passo per ritrovare solidità.
Ogni rientro è anche un nuovo inizio.

Non è solo una ripartenza. È un’evoluzione.

Il punto non è cosa è successo.
È come lo integri nella tua storia.

Chiediti:

  • Cosa ho imparato su di me durante questo periodo?
  • Qualcosa è cambiato nei miei valori professionali?
  • Cosa non voglio più tollerare?
  • Cosa desidero costruire ora, in modo diverso?

Una pausa può diventare un vuoto.

Oppure un punto di svolta.

Dipende da come la elabori.
E da come la racconti.

Allenati a raccontarti con una voce nuova

Preparati alle domande che inevitabilmente arriveranno:

  • “Cosa hai fatto durante questo periodo?”
  • “Perché hai lasciato il tuo ultimo lavoro?”

Non servono risposte perfette.
Servono risposte consapevoli.

Non negare la pausa.
Non giustificarla con imbarazzo.

Integrala.

Forse hai studiato.
Riflettuto.
Riorganizzato la tua vita.
Sviluppato resilienza.

Questa è crescita.
Non è un vuoto nel tuo percorso.

È parte del tuo percorso.

Non devi dimostrare. Devi contribuire

Dopo una pausa, molti sentono il bisogno di dimostrare il proprio valore.

Questo crea pressione.
Ansia.
Tensione costante.

Prova invece a spostare il focus.

Non su quanto vali.
Ma su cosa puoi portare.

Il contributo genera sicurezza.
La dimostrazione genera tensione.

Attenzione a come parli a te stesso.

Le parole che usi costruiscono la tua identità.

Se ti dici:

  • “Sono rimasto indietro.”

Ti sentirai indietro.

Se ti dici:

  • “Sto reintegrando le mie competenze.”

Ti comporterai in modo diverso.
Il modo in cui ti racconti è il primo passo per ritrovare solidità.

Non devi affrontare questo passaggio da solo

Riprendere il lavoro dopo una pausa è uno dei momenti più delicati della vita professionale.

Serve chiarezza.
Serve struttura.
Supporto.

Il percorso di coaching mirato
Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile
ti aiuta a ricostruire fiducia, presenza e direzione.

Una pausa non interrompe la tua identità professionale.
La trasforma.
Il vero rischio non è esserti fermato.

È tornare… senza riconoscere chi sei diventato.

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