News Archivi - Ferrarelli Coaching https://www.ferrarelli-coaching.com/categorie/news/ Consulente, Coach e Formatore Wed, 04 Nov 2026 14:52:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.4 Il lavoro non ti dà un senso. Sei tu che lo porti al lavoro. https://www.ferrarelli-coaching.com/il-lavoro-non-ti-da-un-senso-sei-tu-che-lo-porti-al-lavoro/ Wed, 04 Nov 2026 09:03:48 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47416 È lunedì mattina. Arrivi al lavoro, accendi il computer e inizi la giornata. Controlli le mail, rispondi ai primi messaggi, partecipi a una riunione. Tutto procede normalmente. Eppure, a un certo punto, compare un pensiero difficile da ignorare: “Ma che senso ha tutto questo?” Non perché il lavoro sia terribile. Non perché tu voglia licenziarti. […]

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È lunedì mattina.

Arrivi al lavoro, accendi il computer e inizi la giornata. Controlli le mail, rispondi ai primi messaggi, partecipi a una riunione. Tutto procede normalmente.

Eppure, a un certo punto, compare un pensiero difficile da ignorare:

“Ma che senso ha tutto questo?”

Non perché il lavoro sia terribile.
Non perché tu voglia licenziarti.

Semplicemente perché qualcosa sembra mancare.

Molte persone passano anni a cercare il lavoro che finalmente darà significato alle loro giornate.

Il ruolo giusto.
L’azienda giusta.
Il capo giusto.
Le condizioni giuste.

L’idea è semplice:

Da qualche parte esiste un lavoro capace di dare finalmente senso alle mie giornate.

Forse però stiamo cercando nel posto sbagliato.

Il tuo capo non può darti uno scopo

Può aiutarti a crescere, valorizzarti e offrirti opportunità. Può rendere il tuo lavoro più interessante oppure più difficile.

Ma non può decidere perché ti alzi dal letto ogni mattina.

Quella parte spetta a te.

Lo stesso vale per l’organizzazione. Visione, valori, obiettivi condivisi e senso di appartenenza sono importanti.

Ma non bastano.

Il significato non dipende solo dal lavoro

Immagina due persone che lavorano nello stesso ufficio amministrativo.

Entrambe gestiscono pratiche, documenti e scadenze. Svolgono attività molto simili.

Se chiedi alla prima che lavoro fa, potrebbe risponderti:

  • “Compilo moduli tutto il giorno.”

La seconda potrebbe dire:

  • “Aiuto le persone a ottenere ciò di cui hanno bisogno.”

Le attività sono quasi identiche.

Il significato no.

Questo non significa che la seconda abbia capito tutto e la prima debba semplicemente cambiare atteggiamento.

Un lavoro può essere davvero povero, ripetitivo, mal pagato o lontano da quello che desideriamo. Un cattivo ambiente di lavoro rimane un cattivo ambiente di lavoro.

Il lavoro conta.
Ma conta anche il significato che attribuisci a ciò che stai facendo.

Quando aspetti che sia il lavoro a darti un senso

Quando aspetti che sia il lavoro a darti un significato, rischi di far dipendere troppo da ciò che succede intorno a te.

Dal capo.
Dall’ambiente.
Dai riconoscimenti.
Dall’approvazione degli altri.

E quando qualcosa manca può iniziare un altro pensiero:

Forse sono nel posto sbagliato.

A volte è vero.

Altre volte, prima di cambiare lavoro, vale la pena capire meglio che cosa stai cercando di cambiare.

Se ti riconosci in questa situazione, può esserti utile anche leggere “Hai davvero scelto la carriera sbagliata?”. Perché non sempre una fase difficile dice qualcosa sull’intera carriera.

Perché lavori davvero?

Per garantire serenità alla tua famiglia?
Per costruire qualcosa?
Per sentirti utile?
Per crescere?
Per avere maggiore libertà?

Le risposte possono essere molto diverse.

Non devono essere nobili.
Non devono essere perfette.

Devono essere sincere.

Magari lavori soprattutto perché hai bisogno di uno stipendio. Non c’è niente da nobilitare.

Ma anche dentro quella risposta può esserci qualcosa che conta: l’autonomia, la sicurezza, la possibilità di occuparti delle persone che ami, una vita fuori dal lavoro che vuoi proteggere.

Il tuo scopo non deve necessariamente coincidere con la tua professione.

Forse è proprio questo uno degli equivoci: chiediamo al lavoro di dare un senso alla nostra vita quando potrebbe bastare capire quale posto vogliamo che abbia nella nostra vita.

Avere uno scopo non significa amare ogni giornata

Anche le cose più significative possono essere faticose.

Chi è genitore lo sa bene. Essere genitori può dare un senso profondo alla vita e, allo stesso tempo, portare stanchezza, preoccupazioni e frustrazioni.

Lo stesso vale per il lavoro.

Le difficoltà non spariscono. Le persone difficili restano difficili.

E il lunedì resta lunedì.

Non sempre continui perché sei motivato.
A volte continui perché sai perché lo stai facendo.

E se davvero non lo trovi più?

Può succedere.

Puoi guardare il tuo lavoro e non trovare più una risposta che ti convinca. Quello che per anni ti ha fatto andare avanti oggi potrebbe non bastare più.

Non devi per forza inventarti un significato.

E nemmeno convincerti che va tutto bene.

Forse è arrivato il momento di cambiare qualcosa. Ma prima di decidere cosa, può essere utile capire che cosa si è svuotato.

Il lavoro?
Il ruolo?
L’ambiente?
Le prospettive?
Oppure il significato che quel lavoro aveva per te?

Non sono la stessa cosa.

Se ti senti fermo, svuotato o senza direzione professionale, il mio percorso “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” nasce proprio da qui: fare chiarezza prima di prendere decisioni affrettate.

Domani mattina

Quando inizi a lavorare, prova per un momento a non chiederti:

  • “Che cosa mi dà questo lavoro?”

Chiediti invece:

  • “Che cosa porto io dentro questo lavoro?”

Non serve trovare una risposta importante.

Può essere il modo in cui tratti una persona.
La sicurezza economica che stai costruendo.
Qualcosa che vuoi imparare.
Il fatto di fare bene una cosa anche quando nessuno la vede.

E se non trovi niente, non forzare la risposta.

Anche quello può dirti qualcosa.

Forse il senso non è nascosto da qualche parte nel tuo lavoro, in attesa che tu lo trovi.

Forse una parte entra con te dalla porta ogni mattina.

Oppure non entra affatto.

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Rimandare una conversazione difficile non la renderà più facile https://www.ferrarelli-coaching.com/rimandare-una-conversazione-difficile-non-la-rendera-piu-facile/ Wed, 28 Oct 2026 15:55:44 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47666 Hai deciso di parlarne. Poi hai pensato: “Aspetto qualche giorno.” Magari la situazione si calma, si ridimensiona. Magari nel frattempo trovi le parole giuste. È una reazione comprensibile. Ma spesso nasce da un’illusione. Quando rimandi una conversazione difficile, non stai semplicemente aspettando. Stai dando tempo alle interpretazioni. Ed è questo che può rendere un confronto […]

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conversazione difficile
Hai deciso di parlarne.

Poi hai pensato:

“Aspetto qualche giorno.”

Magari la situazione si calma, si ridimensiona. Magari nel frattempo trovi le parole giuste.

È una reazione comprensibile.
Ma spesso nasce da un’illusione.

Quando rimandi una conversazione difficile, non stai semplicemente aspettando.

Stai dando tempo alle interpretazioni.

Ed è questo che può rendere un confronto sempre più pesante.

I fatti sono ancora gli stessi. Ma nel frattempo ognuno ha cominciato a interpretarli.

Il tempo riempie i vuoti

Immagina che un collaboratore abbia avuto un comportamento che ritieni inaccettabile.

Decidi di non affrontarlo subito.
Passano alcuni giorni.

Nel frattempo ripensi alla scena e ti tornano in mente altri episodi simili. Cominci a collegarli e quel comportamento non ti sembra più un caso.

Anche l’altra persona, però, sta facendo lo stesso.

Forse pensa di averti deluso.
Che tu ce l’abbia con lei.
Oppure interpreta il tuo silenzio come disinteresse.
O addirittura come approvazione.

Quando finalmente vi sedete a parlare, non siete più in due.

Ci sono anche tutte le storie che avete costruito nel frattempo.

Lo stesso fatto può raccontare due storie diverse

Una frase, per chi l’ha pronunciata, poteva essere una battuta. Per chi l’ha ricevuta è una mancanza di rispetto.

Un ritardo può essere stato un semplice imprevisto. Per chi aspettava, può diventare il segnale che l’altro non prende sul serio il proprio lavoro.

È successo qualcosa.
Poi ciascuno ha cominciato a dargli un significato.

Più aspetti a parlarne, più quel significato rischia di diventare una certezza.

Ed è lì che il confronto diventa più difficile.

Non stai più parlando soltanto di quello che è successo. Stai parlando anche di quello che, nel frattempo, hai cominciato a pensare dell’altra persona.

Prepararsi non significa costruire un’arringa

Molti pensano che preparare una conversazione difficile significhi raccogliere argomenti, prove ed esempi.

Certo, può servire.

Ma prepararti significa anche entrare nella conversazione sapendo che potresti non aver capito tutto.

La tua lettura dei fatti può essere corretta.
Ma potrebbe esserlo solo in parte.

E l’altra persona potrebbe avere qualcosa da raccontarti che ancora non sai.

Non devi vincere la discussione.
Devi capire meglio che cosa è successo e decidere come andare avanti.

Questo non significa rinunciare alla tua posizione.

Significa non arrivare al confronto avendo già deciso tutto.

Aspettare può servire. Evitare no.

Non tutte le conversazioni difficili vanno affrontate immediatamente.

A volte hai bisogno di calmarti, raccogliere un’informazione o capire meglio che cosa vuoi dire.

Prendere tempo può essere utile.
Il problema è usarlo per evitare il confronto.

Se aspetti perché hai bisogno di qualche ora o di un giorno per capire meglio la situazione, quel tempo ti sta aiutando.

Se invece aspetti sperando che il problema scompaia da solo, probabilmente stai soltanto lasciando più spazio alle interpretazioni.

E nel frattempo anche l’altra persona continuerà a pensare, osservare e cercare di capire il tuo silenzio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

La prossima volta…

che senti il desiderio di rimandare una conversazione difficile, non obbligarti ad affrontarla immediatamente.

Fatti prima una domanda:

  • “Perché sto aspettando?”

Se ti serve tempo per calmarti, raccogliere un’informazione o capire meglio cosa vuoi dire, prenditelo.

Ma se stai aspettando soltanto perché speri che parlarne diventi più facile, fermati.

Probabilmente non diventerà più facile.

Non hai bisogno di preparare una conversazione perfetta.

Parlane prima che le interpretazioni diventino certezze.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

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Hai davvero scelto la carriera sbagliata? https://www.ferrarelli-coaching.com/hai-davvero-scelto-la-carriera-sbagliata/ Wed, 21 Oct 2026 08:36:52 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47803 Lorenza mi contattò dopo molti anni di lavoro. Non cercava un nuovo CV, non aveva un colloquio da preparare e non mi sembrava nemmeno confusa su quale lavoro cercare. Il problema era un altro. A un certo punto del nostro primo incontro mi disse: “Credo di aver sbagliato tutto.” Non parlava di un singolo lavoro. […]

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la carriera sbagliata

Lorenza mi contattò dopo molti anni di lavoro.

Non cercava un nuovo CV, non aveva un colloquio da preparare e non mi sembrava nemmeno confusa su quale lavoro cercare.

Il problema era un altro. A un certo punto del nostro primo incontro mi disse:

“Credo di aver sbagliato tutto.”

Non parlava di un singolo lavoro.
Parlava della sua carriera.

Anzi.. della sua la carriera sbagliata.

Una promozione che non era mai arrivata, un lavoro finito male, alcune scelte che oggi non avrebbe rifatto. Guardava indietro e vedeva soprattutto quello che non aveva funzionato.

Avrei potuto rassicurarla. Dirle che aveva comunque fatto esperienza, che non era troppo tardi, che poteva ancora cambiare.

Non credo le sarebbe servito.

Le chiesi invece:

  • “Sei sicura di aver sbagliato tutto?”

Rimase in silenzio.

Quando un errore diventa una carriera sbagliata

C’è una bella differenza tra dire “quella scelta è stata un errore” e pensare “ho sbagliato carriera”.

Nel primo caso stai guardando qualcosa che è successo. Nel secondo stai usando quello che è successo per giudicare tutta la tua carriera.

È quello che stava facendo Lorenza.

La promozione mancata era diventata la prova che non era stata abbastanza brava. Il lavoro finito male confermava che aveva preso decisioni sbagliate. Persino gli anni trascorsi a lavorare cominciavano a sembrarle anni persi.

Il passato era sempre lo stesso.
Era cambiato il modo in cui lo guardava.

Quando non riesci più a vedere cosa fare

Le chiesi che cosa avrebbe voluto fare adesso.

Non seppe rispondere. Poi aggiunse:

“Alla mia età, cosa vuoi che faccia?”

Ecco il punto. Lorenza non era soltanto delusa da alcune cose accadute in passato. Non riusciva più a immaginare cosa avrebbe potuto fare dopo.

Quando succede, inizi a scartare possibilità ancora prima di valutarle.

Non mandi una candidatura perché pensi che non serva.
Non esplori un’altra strada perché ti sembra troppo tardi.

A poco a poco smetti anche di guardare quello che sai fare. Vedi soprattutto quello che non è andato come speravi.

Una carriera non finisce quando qualcosa va male.
Si ferma quando non riesci più a vedere dove andare.

Non serviva convincerla che aveva avuto successo

Non volevo raccontare a Lorenza una storia più bella di quella che aveva vissuto.

Alcune scelte non avevano funzionato.
Alcune occasioni erano state perse.
E c’erano decisioni che oggi avrebbe preso diversamente.

Non dovevamo rendere migliore il passato. Dovevamo guardarlo meglio.

Cominciammo da cose molto concrete.

  • Che cosa era successo davvero?
  • E che cosa aveva concluso Lorenza dopo quello che era successo?

Non avere ottenuto una promozione era un fatto. Pensare di non avere abbastanza valore professionale era una conclusione.

Avere accettato un lavoro che poi si era rivelato sbagliato era un fatto. Pensare di avere compromesso tutta la propria carriera era una conclusione.

La differenza sembra evidente quando la leggi qui. Quando riguarda la tua storia, lo è molto meno.

A un certo punto cambiò la domanda

Nei nostri incontri non scoprimmo che Lorenza aveva avuto una carriera migliore di quanto pensasse. Non era questo che cercavamo.

Accadde qualcosa di più semplice.

La domanda “Dove ho sbagliato?” cominciò a lasciare spazio a un’altra:

  • “Da qui, che cosa posso ancora fare?”

Il passato non era cambiato. Erano ancora lì le delusioni, le occasioni perse e le scelte che non avrebbe rifatto.

Ma Lorenza aveva smesso di chiedere al passato di dirle anche che cosa sarebbe successo dopo.

E questo cambiava molto.

Non devi convincerti di aver fatto tutto bene

Forse hai davvero commesso degli errori. Forse hai perso occasioni importanti o sei rimasto troppo a lungo in un lavoro che non faceva per te.

Puoi riconoscerlo senza arrivare alla conclusione di avere sbagliato tutta la tua carriera.

Perché una carriera non è fatta solo di scelte giuste. Ci sono lavori riusciti e lavori finiti male, periodi di crescita e momenti in cui ti fermi.

Non devi trasformare tutto in una storia di successo.

Devi capire dove sei adesso e che cosa puoi ancora fare.

La prossima volta…

Se guardando la tua carriera ti viene da pensare “Ho sbagliato tutto”, non cercare subito di convincerti del contrario.

Prendi invece un episodio preciso: una promozione mancata, un lavoro finito male, una scelta che oggi non rifaresti.

Poi fatti due domande:

  • Che cosa è successo davvero?
  • Che cosa ho concluso dopo quello che è successo?

“Non ho ottenuto quella promozione” è un fatto.

“Non sono abbastanza bravo per crescere” è una conclusione.

Sembrano la stessa cosa quando sei deluso. Non lo sono.

E forse non hai bisogno di riscrivere il tuo passato. Di dirti la carriera sbagliata.

Hai bisogno di tornare alla domanda che, a un certo punto, cominciò a farsi anche Lorenza:

“Da qui, che cosa posso ancora fare?”

Se ti senti fermo, svuotato o senza direzione professionale, questo breve percorso ti aiuta a fare più chiarezza prima di prendere decisioni affrettate.

Scopri il percorso “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

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Leadership femminile: non devi diventare più dura https://www.ferrarelli-coaching.com/leadership-femminile-9-spunti-per-guadagnare-rispetto-sul-lavoro/ Wed, 14 Oct 2026 08:29:30 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=34725 Foto di RAEng_Publications da Pixabay Sei stata appena nominata responsabile di un team. È un traguardo che aspettavi da tempo. Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, arrivano i primi dubbi. Quanto dovresti essere decisa? Sei troppo disponibile? Troppo accomodante? Oppure, nel tentativo di non sembrare debole, rischi di diventare troppo rigida? Molte donne che assumono un ruolo di leadership si […]

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leadership femminile

Foto di RAEng_Publications da Pixabay

Sei stata appena nominata responsabile di un team.

È un traguardo che aspettavi da tempo. Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, arrivano i primi dubbi.

Quanto dovresti essere decisa?
Sei troppo disponibile?
Troppo accomodante?

Oppure, nel tentativo di non sembrare debole, rischi di diventare troppo rigida?

Molte donne che assumono un ruolo di leadership si trovano prima o poi davanti a questo dilemma.

Se sei disponibile, temi di essere considerata troppo morbida. Se prendi posizione con decisione, temi di sembrare aggressiva o autoritaria.

Così inizi a chiederti quanto dovresti essere dura.

Ma forse non è questa la domanda giusta per la tua leadership femminile.

La domanda non è quanto devi essere dura.
La domanda è quanto sei coerente.

Il primo istinto è cambiare qualcosa di te

Quando hai la sensazione di non essere presa abbastanza sul serio, è facile pensare che serva cambiare il tuo modo di essere.

Mostrarti più decisa, meno disponibile, più distaccata.

Oppure fai il contrario.

Cerchi di mantenere buoni rapporti con tutti, eviti i conflitti, rimandi una decisione difficile per non creare tensioni nel team.

Sono due strade diverse, ma partono dalla stessa idea:

per essere più autorevole devo diventare diversa.

E se non fosse così?

Non devi diventare più dura

Puoi avere uno stile accogliente ed essere autorevole. Puoi essere diretta senza diventare autoritaria.

Puoi ascoltare gli altri senza rinunciare alla tua posizione. Puoi essere empatica senza dire sempre sì.

Perché non è la durezza a renderti autorevole.

Conta anche quello che fai dopo aver detto qualcosa.

Se dici che una scadenza è importante, ma continui ad accettare ritardi, il messaggio perde forza.

Se dici che un comportamento non è accettabile, ma la volta successiva fai finta di non vederlo, le tue parole pesano un po’ meno.

Se stabilisci un limite, ma sei la prima a non rispettarlo, anche gli altri inizieranno a considerarlo poco importante.

Non devi essere più dura per essere autorevole.
Devi dare il giusto peso, con i tuoi comportamenti, a quello che dici.

Essere coerente non significa essere rigida

Puoi ascoltare un’obiezione e cambiare idea. Puoi riconoscere di avere sbagliato.

Questo non ti rende meno autorevole.

Essere coerente non significa fare sempre la stessa cosa.

Significa evitare di dire una cosa e farne continuamente un’altra.

Ed è una buona notizia, perché non hai bisogno di imitare lo stile di qualcun altro. Puoi trovare il tuo modo di guidare le persone.

Se ti senti poco incisiva nella tua leadership femminile, può essere utile lavorare proprio su questi aspetti.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Leadership femminile? Non tutto dipende da te

Immagina di essere continuamente interrotta durante una riunione.

Succede a te, molto meno ai tuoi colleghi uomini.

Vale la pena chiederti se anche tu stai contribuendo, senza volerlo, a questa situazione.

Lasci troppo facilmente la parola?
Se ti interrompono rinunci a riprenderla?
Eviti di dire che non hai ancora finito?

Sono domande utili.

Ma la risposta potrebbe anche essere: no.

Potresti essere chiara, competente e capace di prendere posizione. E continuare comunque a incontrare un pregiudizio o un ambiente che dà meno spazio alla tua voce proprio perché sei una donna.

In quel caso continuare a chiederti “dove sto sbagliando?” non ti aiuta.

Perché forse, questa volta, non stai sbagliando tu.

Non tutto dipende da te.
Capirlo è importante quanto capire dove puoi migliorare.

Non hai bisogno di interpretare un ruolo

Non devi scegliere tra essere la responsabile comprensiva e quella inflessibile. E non devi costruirti una personalità da leader.

Puoi mantenere il tuo modo di essere.

Ma guarda con attenzione quello che fai, soprattutto nei momenti difficili.

Perché puoi considerarti assertiva, disponibile, empatica o decisa. Alla fine, però, il tuo team vede soprattutto come ti comporti.

È da lì che nasce la tua autorevolezza.

La prossima volta…

La prossima volta che esci da una riunione con la sensazione di non essere stata presa sul serio, non chiederti subito:

“Dovrei essere più dura?”

Ripensa invece a un momento preciso e chiediti:

  • “Ho fatto quello che volevo comunicare?”

Se la risposta è no, scegli una sola cosa da fare diversamente la prossima volta.

Magari riprendere la parola quando sei interrotta.
Mantenere un limite che avevi stabilito.
Dire chiaramente che non sei d’accordo.

Non devi cambiare te stessa. Prova a cambiare un comportamento.

Se invece hai fatto quello che ritenevi giusto, non cercare per forza l’errore in te stessa.

Forse devi guardare anche a quello che succede intorno a te.

Perché essere autorevole non significa diventare più dura.

Significa fare la tua parte. Senza prenderti anche quella degli altri.

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Generazione Z e leadership: il tuo ruolo non basta https://www.ferrarelli-coaching.com/generazione-z-e-leadership-il-tuo-ruolo-non-basta/ Wed, 30 Sep 2026 09:20:11 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47707 Generazione Z e leadership. Negli ultimi anni si è scritto molto sulla Generazione Z. Si dice che sia difficile da motivare. Che cambi lavoro facilmente. Che metta tutto in discussione. Che riconosca meno l’autorità. Forse in alcuni casi è vero. Ma c’è un rischio. Confondere un cambiamento generazionale con un problema di leadership. Quando un […]

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generazione Z e leadership
Generazione Z e leadership.

Negli ultimi anni si è scritto molto sulla Generazione Z.

Si dice che sia difficile da motivare.
Che cambi lavoro facilmente.
Che metta tutto in discussione.
Che riconosca meno l’autorità.

Forse in alcuni casi è vero.

Ma c’è un rischio.

Confondere un cambiamento generazionale con un problema di leadership.

Quando un giovane collaboratore contesta una decisione, fa domande o chiede spiegazioni, è facile pensare:

“Non riconosce la mia autorità.”

A volte può essere proprio così.
Ma non sempre.

Perché dietro quella contestazione potrebbe esserci una domanda diversa:

“Perché dovrei fidarmi di te?”

Ed è qui che la Generazione Z diventa interessante.

Non perché abbia inventato nuove regole della leadership.

Ma perché ha reso più difficile nascondersi dietro il ruolo.

Generazione Z e leadership: il ruolo ti dà autorità. Non necessariamente credibilità

Per molto tempo il ruolo garantiva almeno un credito iniziale.

Il capo era il capo.

Prima si seguivano le indicazioni.
Poi, eventualmente, si discutevano.

Oggi quel credito iniziale sembra meno scontato, soprattutto con molti collaboratori più giovani.

Il titolo continua a contare.
La responsabilità gerarchica esiste.
Le decisioni, alla fine, qualcuno deve prenderle.

Ma il ruolo da solo non garantisce che le persone si fidino di chi lo occupa.

La credibilità si costruisce.

Nel modo in cui prendi una decisione.
Nel modo in cui reagisci quando qualcuno non è d’accordo.
Nel modo in cui gestisci un errore.

E soprattutto nella distanza che esiste tra ciò che chiedi agli altri e ciò che fai tu.

Il ruolo può chiedere obbedienza.
La credibilità deve essere costruita.

Generazione Z e leadership: non devi sembrare più giovane

Qui molti leader commettono un altro errore.

Pensano che per lavorare con la Generazione Z sia necessario cambiare completamente stile.

Diventare più informali.
Usare il loro linguaggio.
Mostrarsi più simpatici, più vicini, più simili a loro.

Ma non è questo il punto.

Un collaboratore giovane non ha bisogno che il proprio responsabile provi a sembrare giovane.

Ha bisogno di capire chi ha davanti.

Puoi essere formale o informale.
Espansivo o riservato.
Puoi avere 30, 50 o 60 anni.

Quello che conta è che ciò che fai/dici non contraddica ciò che fai/dici.

Non devi diventare più giovane.
Devi essere credibile.

La credibilità si vede quando qualcosa diventa difficile

Essere coerenti quando tutto funziona è relativamente semplice.

Lo è molto meno quando un collaboratore sbaglia.

Quando qualcuno ti contraddice davanti agli altri.
Quando devi prendere una decisione impopolare.
Quando hai promesso qualcosa che diventa difficile mantenere.

È lì che le persone ti osservano davvero.
Non per stabilire se sei perfetto.

Ma per capire se il modo in cui eserciti il ruolo conferma ciò che chiedi agli altri.

Nel mio libro Autorevolezza ho dedicato un capitolo al rapporto con la Generazione Z proprio per questo motivo.

Perché questa generazione rende particolarmente visibile un principio che vale ben oltre le differenze di età:

L’autorevolezza non si impone.
Si conquista.

Una promessa mantenuta.
Un feedback dato con rispetto.
Un errore riconosciuto senza cercare un colpevole.
Un “non lo so” detto quando davvero non sai.

Sembrano piccoli comportamenti.

Ma è proprio lì che il ruolo comincia a diventare credibile.

La Generazione Z è uno specchio

Forse è questo l’aspetto più interessante.

La Generazione Z non ha inventato il bisogno di essere trattati con rispetto.

Non ha inventato la coerenza.
Non ha inventato il bisogno di fidarsi di chi guida.

Queste regole esistevano già.

Ha semplicemente reso più difficile ignorarle.

Un leader coerente non diventa autorevole solo perché lavora con persone giovani.

Probabilmente lo era anche prima.

Allo stesso modo, un leader che si affida soprattutto al titolo, alla posizione o al classico “si fa così perché lo dico io” potrebbe incontrare oggi più resistenza.

Non significa che il giovane abbia sempre ragione.

Può sbagliare.
Può essere immaturo.
Può contestare una decisione corretta.

E ci sono momenti nei quali un leader deve decidere anche senza ottenere il consenso di tutti.

Autorevolezza non significa farsi approvare.

Significa poter sostenere una decisione senza avere bisogno di nascondersi dietro il ruolo.

La prossima volta…

La prossima volta che un giovane collaboratore mette in discussione una tua decisione, non concludere immediatamente:

“Non riconosce la mia autorità.”

Potrebbe essere vero.

Ma prima prova a farti una domanda più scomoda:

Sta mettendo in discussione il mio ruolo oppure sta cercando di capire quanto sono credibile?

Non devi necessariamente cambiare decisione.
E non devi dargli ragione.

Ma potresti leggere quella conversazione in modo diverso.

Perché forse la Generazione Z non ci sta chiedendo di inventare una nuova autorevolezza.

Ci sta semplicemente rendendo più difficile esercitarla senza averla costruita.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

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Il giorno in cui scopri che il titolo non basta https://www.ferrarelli-coaching.com/il-giorno-in-cui-scopri-che-il-titolo-non-basta/ Wed, 16 Sep 2026 17:01:00 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47788 Finalmente è arrivato quel giorno Dopo anni di lavoro, impegno e risultati, ricevi la promozione. Da oggi hai il ruolo di leadership. Prepari con cura il primo incontro. Spieghi gli obiettivi, la direzione, le aspettative. Alla fine tutti annuiscono ed esci dalla sala soddisfatto. Poi passa una settimana. Ti accorgi che, nonostante il bel discorso, […]

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ruolo di leadership

Finalmente è arrivato quel giorno

Dopo anni di lavoro, impegno e risultati, ricevi la promozione. Da oggi hai il ruolo di leadership.

Prepari con cura il primo incontro.

Spieghi gli obiettivi,
la direzione,
le aspettative.

Alla fine tutti annuiscono ed esci dalla sala soddisfatto.

Poi passa una settimana.

Ti accorgi che, nonostante il bel discorso, quasi nulla è cambiato. Le persone sembrano averti ascoltato, ma non ti stanno ancora seguendo.

È in quel momento che molti nuovi leader scoprono una verità tanto semplice quanto scomoda.

La promozione non crea un leader

Molti credono che la leadership inizi il giorno della nomina. È un’idea comprensibile.

Dopotutto, da quel momento hai un ruolo diverso, maggiori responsabilità e l’autorità per prendere decisioni.

Ma c’è una differenza enorme tra avere autorità ed esercitare leadership.

La posizione ti permette di assegnare compiti, organizzare il lavoro e prendere decisioni. Non ti garantisce, però, che le persone si fidino di te.

Né che scelgano di seguirti.

La vera funzione di una promozione

La promozione non crea un leader.

Rivela il tipo di leader che sei già diventato.

È questo il punto.

Fino al giorno prima potevi nascondere alcune abitudini:

rimandare conversazioni difficili,
essere poco coerente,
ascoltare solo quando avevi tempo,
mantenere gli impegni a volte sì e a volte no.

Con la promozione tutto questo diventa improvvisamente più visibile.

Perché il ruolo di leadership amplifica ciò che sei. Non lo trasforma.

Le persone osservano prima di seguire

Quando inizi a guidare un team, le persone non valutano soltanto quello che dici.

Osservano come prendi decisioni,
come reagisci agli errori,
come gestisci la pressione,
come tratti chi non è d’accordo con te.

Se chiedi puntualità, guardano se sei puntuale.

Se chiedi responsabilità, osservano come ti assumi le tue.

Se chiedi collaborazione, notano quanto sei disposto a collaborare.

Le parole attirano l’attenzione.
I comportamenti costruiscono credibilità.

Ed è la credibilità che, con il tempo, genera leadership.

Quando inizi a interpretare il ruolo

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader” molti neo-responsabili pensano di dover cambiare stile appena ricevono la promozione.

Diventano più rigidi, più controllanti, più distanti. Quasi dovessero dimostrare di meritare il nuovo ruolo.

Ma spesso ottengono l’effetto opposto.

Le persone percepiscono che stanno interpretando una parte. E quando qualcuno interpreta un ruolo, la fiducia fatica a nascere.

L’autorevolezza non cresce quando inizi a sembrare un leader.

Cresce quando il tuo comportamento conferma, ogni giorno, il leader che dici di voler essere.

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale. Il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

La leadership comincia molto prima della nomina

Se ascolti le persone quando non hai alcun ruolo di responsabilità, probabilmente continuerai a farlo anche dopo.

Se mantieni la parola data quando nessuno è obbligato a seguirti, continuerai a farlo anche da responsabile. Se affronti con rispetto i conflitti oggi, continuerai a farlo domani.

La leadership non nasce il giorno della promozione.

Quel giorno diventa semplicemente più visibile.

Per questo puoi iniziare a costruirla molto prima. Anzi, la stai già costruendo:

  • in ogni conversazione;
  • in ogni promessa mantenuta;
  • in ogni decisione difficile;
  • ogni volta che scegli la coerenza invece della convenienza.

Prima di essere un grande leader…

C’è un’idea che mi accompagna da molti anni:

“Prima di essere un grande leader devi essere un grande uomo.”

Io aggiungerei: o una grande donna.

Perché la leadership non è il risultato di un titolo.
È il riflesso del carattere che hai costruito nel tempo.

Il ruolo può offrirti maggiore visibilità.

Non può sostituire ciò che sei.

Se aspiri a un ruolo di leadership …

non aspettare la promozione per iniziare a comportarti da leader.

Alla prossima riunione, alla prossima conversazione difficile o alla prossima occasione in cui qualcuno avrà bisogno del tuo esempio, prova a chiederti:

Se oggi non avessi alcun titolo, le persone sceglierebbero comunque di fidarsi di me?

Perché la posizione non crea un leader.

Rende semplicemente visibile il leader che sei già diventato.

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Due collaboratori sono in conflitto? Non sempre devi risolverlo https://www.ferrarelli-coaching.com/due-collaboratori-sono-in-conflitto-non-sempre-devi-risolverlo/ Wed, 15 Jul 2026 09:52:28 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47431 Foto di cottonbro studio Due tuoi collaboratori discutono durante una riunione. Si interrompono. Il tono si alza. Gli altri osservano la scena in silenzio. Nella tua testa, la diagnosi è già fatta. “Dovrò risolvere questo conflitto.” È una reazione comprensibile. Ma potrebbe nascere da un errore di lettura. Il problema non è che nel tuo […]

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conflitto tra collaboratoriFoto di cottonbro studio

Due tuoi collaboratori discutono durante una riunione.

Si interrompono.
Il tono si alza.

Gli altri osservano la scena in silenzio.

Nella tua testa, la diagnosi è già fatta.

“Dovrò risolvere questo conflitto.”

È una reazione comprensibile.

Ma potrebbe nascere da un errore di lettura.

Il problema non è che nel tuo team ci siano conflitti.

Il problema è chiamare “conflitto” tutto ciò che crea tensione.

È qui che potresti commettono il primo errore.

Non perché stai gestendo male la situazione.
La stai interpretando male.

Perché la parola conflitto finisce per contenere realtà molto diverse tra loro. E quando tutto diventa un conflitto, diventa difficile capire che cosa merita davvero la tua attenzione.

Prima ancora di chiederti come intervenire, prova a fermarti su una domanda diversa.

Che cosa sta succedendo davvero tra queste due persone?

Non ogni tensione è un problema

Potresti inseguire un’idea tanto diffusa quanto irrealistica.

Pensare che un buon team sia un team senza tensioni.

Senza attriti.
Senza discussioni.
Divergenze.
Contrasti.

Ma un gruppo composto da persone diverse produce inevitabilmente differenze.

Diversi modi di lavorare.
Diverse priorità.
Diverse sensibilità.
Diversi valori.

La tensione, quindi, non è automaticamente il segnale che qualcosa si è rotto.

A volte è semplicemente il prezzo da pagare.

Due persone competenti cercano di raggiungere lo stesso obiettivo seguendo strade diverse.

Il problema nasce quando giudichi la persona, non il comportamento

Immagina due collaboratori.

Uno è rapido, diretto e orientato ai risultati.

L’altro è prudente, riflessivo e molto attento ai dettagli.

Chi dei due ha ragione?

Probabilmente nessuno.
E probabilmente entrambi.

Il problema nasce quando una differenza viene interpretata come un difetto.

Il collaboratore veloce vede il collega prudente come uno che rallenta tutto.

Quello prudente vede il collega veloce come superficiale.

Da quel momento smettono di osservare il comportamento.

Cominciano a giudicare la persona.

Ed è lì che la situazione cambia natura.

Molte tensioni non nascono dai fatti.

Nascono dal significato che attribuiamo ai fatti.

Conflitto tra collaboratori: collaborare non significa piacersi

Questa è una delle verità più difficili da accettare.

Due collaboratori possono continuare ad avere caratteri diversi, idee diverse e perfino una reciproca antipatia.

Eppure possono lavorare bene insieme.

Con rispetto.
Con professionalità.
Responsabilità.

Non investire enormi energie nel tentativo di creare amicizie.

Il lavoro non richiede amicizia.

Richiede collaborazione.

Sono due cose molto diverse.

Prima di intervenire, cambia domanda

Quando emergono tensioni, potresti pensare:

  • «Come faccio a risolvere questo conflitto?»

Parti da un’altra domanda.

Qual è il vero problema?

Perché dietro un’apparente lite possono nascondersi situazioni completamente diverse.

Aspettative mai chiarite.
Ruoli poco definiti.

Una comunicazione inefficace.
Una competizione mal gestita.
Un problema organizzativo.

Oppure, semplicemente, due persone che lavorano in modo diverso.

Chiamare tutto conflitto crea “rumore”.

Distinguere le situazioni crea lucidità.

Guarda il lavoro, non la discussione

Prima di decidere se intervenire per il conflitto tra collaboratori, prova a spostare lo sguardo.

Non concentrarti sulla tensione.

Concentrati sul lavoro.

  • Le informazioni continuano a circolare?
  • Le persone riescono ancora a collaborare?
  • Le decisioni vengono prese?
  • Gli obiettivi continuano a essere raggiunti?

Perché esistono tensioni molto rumorose ma poco dannose.

E tensioni quasi invisibili che stanno lentamente consumando il team.

La visibilità non coincide sempre con la gravità.

Un leader maturo non interviene in base all’intensità della discussione.

Interviene in base all’impatto che quella situazione sta producendo sul lavoro.


Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.

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La tua prossima mossa

La prossima volta che due collaboratori discutono, resisti alla tentazione di decidere subito che hai davanti un conflitto da risolvere.

Prima osserva il lavoro.

Non il tono della conversazione.
Non le emozioni del momento.

Il lavoro.

Solo dopo chiediti se hai davvero un problema da risolvere… oppure due professionisti che stanno semplicemente imparando a lavorare insieme.

Perché guidare un team non significa eliminare ogni tensione.

Significa riconoscere quali tensioni stanno facendo crescere il gruppo e quali, invece, lo stanno consumando.

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Ti senti spesso frainteso sul lavoro? Forse il motivo non è quello che pensi https://www.ferrarelli-coaching.com/ti-senti-frainteso-sul-lavoro-forse-il-motivo-non-e-quello-che-pensi/ Wed, 08 Jul 2026 09:03:05 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47519 Foto di Vlad Bagacian Perché le persone fraintendono continuamente quello che dici? Ti è mai capitato di uscire da una conversazione con una sensazione frustrante? Tu pensavi di aver fatto una domanda. L’altra persona ci ha visto una critica. Tu volevi incoraggiare un collaboratore. Lui ha percepito un rimprovero. Tu cercavi un confronto. L’altro ha […]

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Foto di Vlad Bagacian

Perché le persone fraintendono continuamente quello che dici?

Ti è mai capitato di uscire da una conversazione con una sensazione frustrante?

Tu pensavi di aver fatto una domanda.
L’altra persona ci ha visto una critica.

Tu volevi incoraggiare un collaboratore.
Lui ha percepito un rimprovero.

Tu cercavi un confronto.
L’altro ha pensato che stessi mettendo in discussione il suo lavoro.

Se ti succede spesso, è normale chiederti dove sia il problema.

“Possibile che siano sempre gli altri a capire male?”

Forse.

Ma forse vale la pena prendere in considerazione anche un’altra possibilità.

Le persone non reagiscono alle tue intenzioni

Questa è una delle illusioni più diffuse nella comunicazione.

Tu conosci le tue intenzioni.

Sai perché hai fatto quella domanda. Sai che quel feedback voleva essere d’aiuto. Sai di non voler attaccare nessuno.

Gli altri, però, non possono leggere quello che hai in testa.

Possono solo interpretare quello che vedono.

Il tuo tono.
Lo sguardo.
Le pause.
La postura.

Il momento in cui scegli di parlare.

Le parole contano.

Ma raramente viaggiano da sole.

Come scrivo anche nel mio libro Autorevolezza, il rispetto non nasce soltanto da quello che dici.

Nasce dal modo in cui fai sentire le persone mentre comunichi.

Le persone non rispondono quasi mai alle tue intenzioni. Rispondono alla percezione che hanno di te.

Prima di chiederti “Che cosa avrei dovuto dire?”, prova allora a porti una domanda diversa.

  • “Che impressione sto lasciando?”

Forse, senza accorgertene, comunichi chiusura

Non serve essere maleducato.

A volte basta andare subito sulla difensiva. Interrompere prima che l’altro finisca la frase. Ascoltare soltanto per preparare la risposta.

Oppure lasciare che sia il corpo a “parlare” per te.

Braccia incrociate.
Sguardo sfuggente.
Espressione rigida.
Silenzi che sembrano distacco.

Sono dettagli.

Ma chi hai davanti raramente li vive come dettagli.

Comincia semplicemente a pensare:

  • “Con questa persona è difficile parlare.”

Forse comunichi superiorità (senza volerlo)

Magari non ti senti affatto superiore.

Eppure il messaggio che arriva può essere quello.

Succede quando correggi continuamente gli altri. Quando completi le loro frasi. Quando usi tecnicismi inutili o trasformi ogni conversazione in una lezione.

  • “Quello che devi capire è…”

Oppure quando ogni argomento diventa l’occasione per raccontare una tua esperienza.

La competenza crea rispetto.
Il bisogno continuo di dimostrarla, molto meno.

Le persone apprezzano chi le aiuta a ragionare.

Non chi sente continuamente il bisogno di dimostrare quanto è preparato.

Forse stai cercando di controllare la conversazione

Ci sono domande che aprono il dialogo.

E altre che lo chiudono.

  • “Perché hai fatto così?”
  • “Dovevi fare diversamente.”
  • “Non funzionerà.”
  • “È una sciocchezza.”

Magari il tuo obiettivo è aiutare.

L’altra persona, però, potrebbe percepire qualcos’altro.

Controllo.
Giudizio.
Diffidenza.

Le persone hanno bisogno prima di sentirsi comprese.

Solo dopo saranno disponibili ad ascoltare una soluzione.

Forse il tuo corpo racconta una storia diversa

Puoi scegliere con attenzione ogni parola.

Ma se il tuo tono è duro, lo sguardo sfugge continuamente o il volto resta completamente inespressivo, il messaggio cambia.

Lo stesso vale se eviti il contatto visivo.

Oppure se sembri sempre altrove mentre qualcuno ti parla.

Il corpo arriva prima delle parole.

E quando i due messaggi non coincidono, le persone tendono a credere al corpo.

Anche il silenzio comunica

Essere introverso non è un difetto.

Nemmeno avere bisogno di tempo per riflettere.

Il problema nasce quando chi hai davanti non riesce più a capire dove sei.

  • Sei in disaccordo?
  • Sei annoiato?
  • Arrabbiato?

Oppure stai semplicemente pensando?

Tu conosci la risposta.

Gli altri no.

Anche un piccolo segnale di presenza può evitare molti fraintendimenti.

Un cenno del capo.
Una domanda.
Uno sguardo.

A volte basta davvero poco.

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Essere frainteso sul lavoro: una riflessione finale

Quando ti senti poco rispettato sul lavoro, è naturale cercare una spiegazione fuori da te.

Il capo.
I colleghi.
L’ambiente.

A volte il problema è davvero lì.

Ma altre volte la domanda più utile è un’altra.

“Che cosa stanno percependo le persone quando comunicano con me?”

Perché comunicare bene non significa trovare parole sempre migliori.

Significa ridurre, ogni giorno, la distanza tra quello che volevi trasmettere.

Ed è proprio in quella distanza che, molto spesso, nasce il rispetto.

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Partire a razzo nel nuovo lavoro? La lezione di Edoardo https://www.ferrarelli-coaching.com/ansia-del-nuovo-lavoro-la-lezione-di-edoardo-lo-spavaldo/ Thu, 25 Jun 2026 14:45:48 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=37301 Foto di Andrea Piacquadio Dopo tanta attesa, è finalmente arrivato il gran giorno per Edoardo. Inizia la sua avventura come responsabile commerciale in una grande azienda del Nord Italia. Come saranno i nuovi colleghi? Disponibili e sorridenti oppure indisponenti e boriosi? E il nuovo capo? Durante il colloquio sembrava un po’ scorbutico… Ansia del nuovo […]

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il nuovo lavoroFoto di Andrea Piacquadio

Dopo tanta attesa, è finalmente arrivato il gran giorno per Edoardo.

Inizia la sua avventura come responsabile commerciale in una grande azienda del Nord Italia.

Come saranno i nuovi colleghi?
Disponibili e sorridenti oppure
indisponenti e boriosi?

E il nuovo capo?

Durante il colloquio sembrava un po’ scorbutico…

Ansia del nuovo lavoro? Macché.

Edoardo è sicuro di sé.

Ha già ricoperto con successo quel ruolo in passato. Sa cosa lo aspetta. Sa che non può permettersi errori grossolani.

Vuole partire bene.
Anzi, vuole impressionare tutti.

È convinto di poter utilizzare il suo solito approccio.

Quello che ha sempre funzionato.
Il famoso “metodo Edo”.

“Conosco il mio lavoro.”
“Ho sempre fatto così.”

Con la testa ancora piena dei complimenti ricevuti nelle esperienze precedenti, parte da un presupposto molto semplice:

sarà facile.

Per dimostrare subito il proprio valore, spinge immediatamente sul cambiamento.

Edoardo vuole lasciare il segno

Non aspetta.
Non osserva.
Tantomeno chiede consiglio.

Nemmeno quando un ex collega gli suggerisce prudenza.

La determinazione si trasforma rapidamente in ostinazione.

La fiducia nelle proprie capacità diventa eccessiva.
Senza entrare troppo nei dettagli, nel giro di poche settimane qualcosa inizia a incrinarsi.

Le persone frenano.
Le proposte non passano.
I cambiamenti non arrivano.
I risultati tardano.

Per la prima volta, Edoardo comincia a chiedersi se non abbia sbagliato approccio.

Le partenze a razzo a volte funzionano.

Altre volte no.

Molte persone si considerano tra le più competenti dell’organizzazione.

Si sorprendono quando il loro valore non viene riconosciuto immediatamente.

Spesso sono davvero preparate.
Intelligenti.
Capaci.

Ma hanno un problema:
credono di avere già tutte le risposte.

Ascoltano poco.
Rispettano poco i tempi.

Edoardo non aveva capito che ogni organizzazione possiede regole non scritte.

Dinamiche interne.
Equilibri.
Persone influenti.
Tempi da rispettare.

Perché non basta avere ragione.

Devi anche capire quando, come e con chi muoverti.

Saper fare bene il proprio lavoro non è sempre sufficiente per avere successo.

La sicurezza in sé stessi è necessaria

Una buona dose di autostima è fondamentale.

Ti aiuta ad affrontare le sfide.

A superare gli ostacoli.
A emergere in un contesto competitivo.

Ma esiste anche il lato oscuro dell’eccessiva fiducia.

Nel giro di pochi mesi Edoardo passa dall’essere energico e sicuro a diventare esitante e indeciso.

Ora ogni decisione è accompagnata dal dubbio.

Si sente mortificato per aver fallito proprio in quello che considerava il suo punto di forza.
È in questo momento che iniziamo il percorso di coaching.

Accettare di non essere perfetti è spesso uno dei migliori punti di partenza per crescere professionalmente.

La lezione di Edoardo

La sua esperienza è un promemoria per chiunque inizi un nuovo lavoro.

Non importa quanto tu sia competente.

Servono tempo e umiltà.

Umiltà non significa essere passivi o remissivi.
Significa sapere che hai ancora qualcosa da imparare.

Una persona umile conosce il proprio valore, ma non sente il bisogno di dimostrarlo continuamente.

L’umiltà favorisce la crescita.
Aiuta ad ascoltare.

Permette di cogliere sfumature che l’eccessiva sicurezza tende a ignorare.

La fiducia in sé stessi è importante.

L’umiltà evita che si trasformi in arroganza.

Prima di schiacciare sull’acceleratore, Edoardo avrebbe dovuto fermarsi e porsi qualche domanda in più.

Forse avrebbe evitato parte delle resistenze che ha incontrato.

La storia di Edoardo la trovi nel mio libro “Prima volta Leader“.

Partire a razzo nel nuovo lavoro?

Difendi le tue idee.
Valorizza la tua preparazione.

Ma mantieni sempre l’umiltà necessaria per ascoltare, ricevere consigli e metterti in discussione.

Quando inizi un nuovo lavoro vivi una fase entusiasmante.

Ma anche delicata.

È il momento in cui costruisci le basi delle relazioni future con colleghi, collaboratori e superiori.

L’obiettivo non è arrivare in punta di piedi.

Nemmeno entrare come un carro armato.

L’obiettivo è trovare il giusto equilibrio tra fiducia e umiltà.
Ed è molto più difficile di quanto sembri.

Perché spesso non perdi credibilità per quello che non sai.

La perdi per la fretta di dimostrare quanto sai.

Se stai affrontando un nuovo ruolo, una promozione o un cambiamento professionale importante, il coaching può aiutarti a gestire meglio questa fase di transizione.

Approfondisci il percorso dedicato.

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Comunicare in modo efficace: il potere del silenzio strategico https://www.ferrarelli-coaching.com/comunicare-in-modo-efficace-il-potere-del-silenzio-strategico/ Wed, 17 Jun 2026 13:51:08 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=37291 Foto di Barbara Olsen Se desideri comunicare in modo efficace e vedere in azione il potere del silenzio, alla prossima riunione prova a porre una domanda aperta. Poi aspetta in silenzio e comincia mentalmente a contare: 1… 2… 3… 4… Un silenzio di circa dieci secondi diventerà già incredibilmente scomodo. A quel punto ci sarà […]

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comunicare in modo efficace

Foto di Barbara Olsen

Se desideri comunicare in modo efficace e vedere in azione il potere del silenzio, alla prossima riunione prova a porre una domanda aperta.

Poi aspetta in silenzio e comincia mentalmente a contare:

1… 2… 3… 4…

Un silenzio di circa dieci secondi diventerà già incredibilmente scomodo.

A quel punto ci sarà quasi certamente qualcuno che interverrà per rompere il disagio.

Una pausa imbarazzante può sembrare lunga minuti.

Anche se in realtà dura solo pochi secondi.

Anche se può essere scomodo, se impari ad accogliere il silenzio puoi assumere una posizione di maggiore autorevolezza.

Molti leader non si sentono a proprio agio con il silenzio.

Lo evitano.
Lo riempiono.
Lo interrompono.

Eppure, quando impari a gestirlo, il silenzio diventa una delle capacità comunicative più potenti che puoi utilizzare.

Il silenzio crea fiducia

Se vuoi sviluppare relazioni efficaci, devi creare fiducia.

E per creare fiducia devi ascoltare.

Quando vuoi stabilire una relazione, parla poco.
Fai domande e ascolta.
Impara a conoscere l’altra persona.

Quando si rende conto che la stai ascoltando davvero, sarà molto più predisposta ad ascoltare te.

Comunicare in modo efficace? Il silenzio dà potere alle persone

Molti team leader, davanti alla richiesta di un collaboratore, commettono lo stesso errore: cercano subito una soluzione da offrire.

Non sempre è la scelta migliore.

Spesso la risposta migliore è quella che le persone trovano da sole.

In alcuni casi, mentre parlano, si accorgono che la situazione non è così grave come l’avevano immaginata.

I grandi leader non riempiono ogni spazio.

Lo lasciano esistere.

Raramente dicono alle persone cosa fare.

Piuttosto le aiutano a guidarsi da sole, aumentando autonomia, responsabilità e fiducia.

Anche il loro carisma ne esce rafforzato.

Il silenzio rafforza il messaggio

Come ho scritto nel mio libro Autorevolezza,  il silenzio può essere l’elemento più importante di una conversazione.

Quando smetti di parlare, l’attenzione aumenta.

Il silenzio dà alle persone il tempo di pensare.

Aiuta a comprendere.
Aiuta a ricordare.

Se usi troppe parole, il messaggio rischia di perdersi.

Una pausa ben posizionata, invece, mette in evidenza ciò che conta davvero.

Non devi avere un’opinione su tutto.

Le tue parole saranno più memorabili se scegli con attenzione quando parlare.

Comunicare in modo efficace: il silenzio può sbloccare una trattativa

Quando siamo coinvolti in una trattativa, il silenzio può influenzare il risultato molto più di quanto immaginiamo.

Se le posizioni sembrano bloccate e la conversazione è in stallo, una pausa può cambiare l’equilibrio del confronto.

La maggior parte delle persone non sopporta il silenzio.  Per questo parla troppo.

Ed è proprio in quel momento che possono emergere informazioni utili, aperture inattese o concessioni che prima non erano visibili.

Il silenzio ti aiuta a negoziare

Pensa a una negoziazione salariale o alla discussione di un preventivo.

L’altra parte presenta la sua proposta.

Tu non rispondi immediatamente.

Né con un “sì”.
Né con un “no”.

Fai una pausa.

Aspetti.

Il disagio del silenzio porta spesso l’altra persona a riprendere la parola e, talvolta, a rivelare informazioni preziose per la trattativa.

Il silenzio placa la rabbia

La rabbia aumenta notevolmente la probabilità di dire qualcosa che potresti rimpiangere.

Vale nelle conversazioni.
Vale ancora di più nelle e-mail.

Prima di premere “Invia”, dormici sopra.

Potrai sempre spedire il messaggio il giorno successivo.

Molto spesso, però, cambierai il testo.

Perché il tempo modifica la prospettiva.

Il silenzio – compreso quello digitale – ti permette di raccogliere i pensieri e scegliere con maggiore attenzione come rispondere.

Quando vuoi capire davvero una persona, ascolta

Se desideri conoscere meglio un collaboratore, un collega o un cliente, il modo migliore per ottenere informazioni è ascoltare.

L’ascolto attivo fa sentire la persona importante.

Compresa.
Rispettata.

E aumenta la probabilità che condivida aspetti più autentici rispetto a una conversazione piena di interruzioni, commenti e consigli non richiesti.

A volte il silenzio parla più forte delle parole

Viviamo in un’epoca che chiede continuamente attenzione.

Gridiamo sempre più forte nella speranza di essere ascoltati.

Più rumore produciamo, meno ci sentiamo davvero.

Se parli meno, pensi di più.

Quando pensi di più, sei meno portato a reagire impulsivamente.

E la prima reazione, molto spesso, non è la migliore.

A volte il momento più autorevole di una conversazione non è quando parli.

È quando scegli di non farlo.

Vuoi sviluppare una comunicazione più autorevole, incisiva e professionale?

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