Generazione Z e leadership: il tuo ruolo non basta

Generazione Z e leadership.
Negli ultimi anni si è scritto molto sulla Generazione Z.
Si dice che sia difficile da motivare.
Che cambi lavoro facilmente.
Che metta tutto in discussione.
Che riconosca meno l’autorità.
Forse in alcuni casi è vero.
Ma c’è un rischio.
Confondere un cambiamento generazionale con un problema di leadership.
Quando un giovane collaboratore contesta una decisione, fa domande o chiede spiegazioni, è facile pensare:
“Non riconosce la mia autorità.”
A volte può essere proprio così.
Ma non sempre.
Perché dietro quella contestazione potrebbe esserci una domanda diversa:
“Perché dovrei fidarmi di te?”
Ed è qui che la Generazione Z diventa interessante.
Non perché abbia inventato nuove regole della leadership.
Ma perché ha reso più difficile nascondersi dietro il ruolo.
Generazione Z e leadership: il ruolo ti dà autorità. Non necessariamente credibilità
Per molto tempo il ruolo garantiva almeno un credito iniziale.
Il capo era il capo.
Prima si seguivano le indicazioni.
Poi, eventualmente, si discutevano.
Oggi quel credito iniziale sembra meno scontato, soprattutto con molti collaboratori più giovani.
Il titolo continua a contare.
La responsabilità gerarchica esiste.
Le decisioni, alla fine, qualcuno deve prenderle.
Ma il ruolo da solo non garantisce che le persone si fidino di chi lo occupa.
La credibilità si costruisce.
Nel modo in cui prendi una decisione.
Nel modo in cui reagisci quando qualcuno non è d’accordo.
Nel modo in cui gestisci un errore.
E soprattutto nella distanza che esiste tra ciò che chiedi agli altri e ciò che fai tu.
Il ruolo può chiedere obbedienza.
La credibilità deve essere costruita.
Generazione Z e leadership: non devi sembrare più giovane
Qui molti leader commettono un altro errore.
Pensano che per lavorare con la Generazione Z sia necessario cambiare completamente stile.
Diventare più informali.
Usare il loro linguaggio.
Mostrarsi più simpatici, più vicini, più simili a loro.
Ma non è questo il punto.
Un collaboratore giovane non ha bisogno che il proprio responsabile provi a sembrare giovane.
Ha bisogno di capire chi ha davanti.
Puoi essere formale o informale.
Espansivo o riservato.
Puoi avere 30, 50 o 60 anni.
Quello che conta è che ciò che fai/dici non contraddica ciò che fai/dici.
Non devi diventare più giovane.
Devi essere credibile.
La credibilità si vede quando qualcosa diventa difficile
Essere coerenti quando tutto funziona è relativamente semplice.
Lo è molto meno quando un collaboratore sbaglia.
Quando qualcuno ti contraddice davanti agli altri.
Quando devi prendere una decisione impopolare.
Quando hai promesso qualcosa che diventa difficile mantenere.
È lì che le persone ti osservano davvero.
Non per stabilire se sei perfetto.
Ma per capire se il modo in cui eserciti il ruolo conferma ciò che chiedi agli altri.
Nel mio libro Autorevolezza ho dedicato un capitolo al rapporto con la Generazione Z proprio per questo motivo.
Perché questa generazione rende particolarmente visibile un principio che vale ben oltre le differenze di età:
L’autorevolezza non si impone.
Si conquista.
Una promessa mantenuta.
Un feedback dato con rispetto.
Un errore riconosciuto senza cercare un colpevole.
Un “non lo so” detto quando davvero non sai.
Sembrano piccoli comportamenti.
Ma è proprio lì che il ruolo comincia a diventare credibile.
La Generazione Z è uno specchio
Forse è questo l’aspetto più interessante.
La Generazione Z non ha inventato il bisogno di essere trattati con rispetto.
Non ha inventato la coerenza.
Non ha inventato il bisogno di fidarsi di chi guida.
Queste regole esistevano già.
Ha semplicemente reso più difficile ignorarle.
Un leader coerente non diventa autorevole solo perché lavora con persone giovani.
Probabilmente lo era anche prima.
Allo stesso modo, un leader che si affida soprattutto al titolo, alla posizione o al classico “si fa così perché lo dico io” potrebbe incontrare oggi più resistenza.
Non significa che il giovane abbia sempre ragione.
Può sbagliare.
Può essere immaturo.
Può contestare una decisione corretta.
E ci sono momenti nei quali un leader deve decidere anche senza ottenere il consenso di tutti.
Autorevolezza non significa farsi approvare.
Significa poter sostenere una decisione senza avere bisogno di nascondersi dietro il ruolo.
La prossima volta…
La prossima volta che un giovane collaboratore mette in discussione una tua decisione, non concludere immediatamente:
“Non riconosce la mia autorità.”
Potrebbe essere vero.
Ma prima prova a farti una domanda più scomoda:
Sta mettendo in discussione il mio ruolo oppure sta cercando di capire quanto sono credibile?
Non devi necessariamente cambiare decisione.
E non devi dargli ragione.
Ma potresti leggere quella conversazione in modo diverso.
Perché forse la Generazione Z non ci sta chiedendo di inventare una nuova autorevolezza.
Ci sta semplicemente rendendo più difficile esercitarla senza averla costruita.
Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?
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Formatore e Coach.
