Ferrarelli Coaching https://www.ferrarelli-coaching.com/homepage-2/ Consulente, Coach e Formatore Fri, 03 Jul 2026 16:29:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 Meeting aziendali: 8 errori che ti fanno perdere il carisma del leader https://www.ferrarelli-coaching.com/meeting-aziendali-8-errori-che-ti-fanno-perdere-il-carisma-del-leader/ Fri, 03 Jul 2026 16:30:26 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=37298 Foto di Yan Krukov Meeting aziendali: prima di imparare a gestirli, prova a guardarli in modo diverso. Molti leader escono da una riunione facendosi questa domanda: “Sono stato abbastanza chiaro?” È una domanda legittima. Ma raramente è la più importante. Perché una riunione non è soltanto il luogo in cui si prendono decisioni o si […]

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meeting aziendaliFoto di Yan Krukov

Meeting aziendali: prima di imparare a gestirli, prova a guardarli in modo diverso.

Molti leader escono da una riunione facendosi questa domanda:

“Sono stato abbastanza chiaro?”

È una domanda legittima.

Ma raramente è la più importante.

Perché una riunione non è soltanto il luogo in cui si prendono decisioni o si condividono informazioni.

È il luogo in cui il team osserva il tuo modo di guidare le persone.

Come ascolti.
Come reagisci sotto pressione.
Come gestisci un’obiezione.

Affronti un momento di tensione.

Ogni meeting è un test continuo della tua autorevolezza

Ed è curioso osservare una cosa.

Potresti uscire soddisfatto perché hai detto tutto quello che volevi dire.

Il team, invece, spesso ricorda altro.

Il clima.
Le tensioni.
Le interruzioni.
Le emozioni.
La sensazione con cui è uscito dalla stanza.

Ecco 8 errori che ti fanno perdere il carisma del leader:

1. Consideri le obiezioni un problema

Qui vedo spesso lo stesso errore.

Appena qualcuno mette in discussione un’idea, la riunione cambia significato. Non è più una ricerca della soluzione migliore.

Diventa una difesa della tua posizione.

Da quel momento non stai più ascoltando.

Stai preparando la risposta.

E il gruppo lo percepisce immediatamente.

Le obiezioni non sono necessariamente un ostacolo. Molto spesso sono il momento in cui le persone iniziano davvero a pensare.

Come scrivo anche nel mio libro Autorevolezza, un leader non teme le domande difficili.

Le utilizza.

2. Arrivi preparato… solo ai contenuti

Non credere che preparare una riunione significhi leggere l’ordine del giorno.

Non basta.

Una riunione si prepara anche chiedendosi:

  • Qual è la decisione che dobbiamo prendere?
  • Quali dubbi potrebbero emergere?
  • Quali resistenze incontrerò?
  • Quale clima voglio creare?

Puoi conoscere perfettamente gli argomenti.

Ma se improvvisi tutto il resto, difficilmente guiderai davvero il gruppo.

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3. Confondi la preoccupazione con la leadership

Alcuni leader entrano in riunione già preoccupati.

Il progetto è in ritardo.
Il cliente è insoddisfatto.
I numeri non sono buoni.

Sono preoccupazioni comprensibili.

Il problema nasce quando diventano l’unico messaggio che il team riceve.

Il tuo tono.
La tua postura.
Le pause.

Anche il corpo comunica la tua leadership.

Le persone ascoltano le parole.

Ma leggono soprattutto il tuo stato emotivo.

4. Parli continuamente dei problemi

I problemi meritano attenzione.

Ma non meritano tutta la riunione.

Alcuni meeting iniziano con un problema e finiscono con dieci problemi in più.

Nessuna direzione.
Nessuna decisione.
Nessun passo avanti.

Un buon leader non ignora le difficoltà.

Aiuta il gruppo a uscire dalla sensazione di essere bloccato.

Problemi.
Opportunità.
Decisioni.
Prossimi passi.

L’equilibrio fa la differenza.

La tiri lunga

Organizzare meeting aziendali brevi è una componente essenziale dell’autorevolezza.

E anche dell’efficienza.

Pianifica solo il tempo che serve.

Se ritieni di poter concludere in 45 minuti, non arrotondare automaticamente a un’ora.

Dai alla riunione un confine temporale chiaro.

E rispettalo.

Questo costringerà tutti a restare concentrati.

Te compreso.

6. Riempi ogni spazio con le tue parole

Molti leader parlano troppo.

Non perché abbiano troppo da dire.

Perché temono il silenzio.

Così spiegano.
Riscrivono.
Ripetono.

Commentano ogni intervento.

Il risultato è quasi sempre lo stesso.

Più parli, meno il gruppo partecipa.

Aggiungi valore.

Non minuti di riunione.

7. Spegni le idee troppo in fretta

“Ci abbiamo già provato.”
“Non è il momento.”
“Non funzionerà.”

A volte basta una frase.

Altre volte basta un gesto.

Uno sguardo.
Un sorriso ironico.
Una smorfia.

In pochi secondi il gruppo capisce se vale ancora la pena proporre idee.

Puoi essere in disaccordo.

Ma non spegnere la curiosità delle persone.

Un team smette di proporre idee molto prima di smettere di averle.

8. Lasci tutti con più dubbi di prima

Ci sono riunioni che finiscono senza che nessuno abbia davvero capito cosa succederà dopo.

Chi decide?
Chi fa cosa?
Entro quando?

Una buona riunione non termina con un verbale.

Termina con chiarezza.

Responsabilità.
Scadenze.
Decisioni condivise.

Quando questi elementi mancano, la riunione continua nei corridoi.

E raramente migliora.

Molti pensano che i meeting aziendali servano soprattutto a parlare

Io credo che serva soprattutto a costruire fiducia.

Ogni meeting lascia qualcosa.

Più chiarezza o più confusione.
Più energia o più stanchezza.
Collaborazione o più distanza.

Per questo motivo la domanda più importante non è:

“Che cosa devo dire?”

Forse è un’altra.

“Come usciranno da questa stanza le persone?”

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Partire a razzo nel nuovo lavoro? La lezione di Edoardo https://www.ferrarelli-coaching.com/ansia-del-nuovo-lavoro-la-lezione-di-edoardo-lo-spavaldo/ Thu, 25 Jun 2026 14:45:48 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=37301 Foto di Andrea Piacquadio Dopo tanta attesa, è finalmente arrivato il gran giorno per Edoardo. Inizia la sua avventura come responsabile commerciale in una grande azienda del Nord Italia. Come saranno i nuovi colleghi? Disponibili e sorridenti oppure indisponenti e boriosi? E il nuovo capo? Durante il colloquio sembrava un po’ scorbutico… Ansia del nuovo […]

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il nuovo lavoroFoto di Andrea Piacquadio

Dopo tanta attesa, è finalmente arrivato il gran giorno per Edoardo.

Inizia la sua avventura come responsabile commerciale in una grande azienda del Nord Italia.

Come saranno i nuovi colleghi?
Disponibili e sorridenti oppure
indisponenti e boriosi?

E il nuovo capo?

Durante il colloquio sembrava un po’ scorbutico…

Ansia del nuovo lavoro? Macché.

Edoardo è sicuro di sé.

Ha già ricoperto con successo quel ruolo in passato. Sa cosa lo aspetta. Sa che non può permettersi errori grossolani.

Vuole partire bene.
Anzi, vuole impressionare tutti.

È convinto di poter utilizzare il suo solito approccio.

Quello che ha sempre funzionato.
Il famoso “metodo Edo”.

“Conosco il mio lavoro.”
“Ho sempre fatto così.”

Con la testa ancora piena dei complimenti ricevuti nelle esperienze precedenti, parte da un presupposto molto semplice:

sarà facile.

Per dimostrare subito il proprio valore, spinge immediatamente sul cambiamento.

Edoardo vuole lasciare il segno

Non aspetta.
Non osserva.
Tantomeno chiede consiglio.

Nemmeno quando un ex collega gli suggerisce prudenza.

La determinazione si trasforma rapidamente in ostinazione.

La fiducia nelle proprie capacità diventa eccessiva.
Senza entrare troppo nei dettagli, nel giro di poche settimane qualcosa inizia a incrinarsi.

Le persone frenano.
Le proposte non passano.
I cambiamenti non arrivano.
I risultati tardano.

Per la prima volta, Edoardo comincia a chiedersi se non abbia sbagliato approccio.

Le partenze a razzo a volte funzionano.

Altre volte no.

Molte persone si considerano tra le più competenti dell’organizzazione.

Si sorprendono quando il loro valore non viene riconosciuto immediatamente.

Spesso sono davvero preparate.
Intelligenti.
Capaci.

Ma hanno un problema:
credono di avere già tutte le risposte.

Ascoltano poco.
Rispettano poco i tempi.

Edoardo non aveva capito che ogni organizzazione possiede regole non scritte.

Dinamiche interne.
Equilibri.
Persone influenti.
Tempi da rispettare.

Perché non basta avere ragione.

Devi anche capire quando, come e con chi muoverti.

Saper fare bene il proprio lavoro non è sempre sufficiente per avere successo.

La sicurezza in sé stessi è necessaria

Una buona dose di autostima è fondamentale.

Ti aiuta ad affrontare le sfide.

A superare gli ostacoli.
A emergere in un contesto competitivo.

Ma esiste anche il lato oscuro dell’eccessiva fiducia.

Nel giro di pochi mesi Edoardo passa dall’essere energico e sicuro a diventare esitante e indeciso.

Ora ogni decisione è accompagnata dal dubbio.

Si sente mortificato per aver fallito proprio in quello che considerava il suo punto di forza.
È in questo momento che iniziamo il percorso di coaching.

Accettare di non essere perfetti è spesso uno dei migliori punti di partenza per crescere professionalmente.

La lezione di Edoardo

La sua esperienza è un promemoria per chiunque inizi un nuovo lavoro.

Non importa quanto tu sia competente.

Servono tempo e umiltà.

Umiltà non significa essere passivi o remissivi.
Significa sapere che hai ancora qualcosa da imparare.

Una persona umile conosce il proprio valore, ma non sente il bisogno di dimostrarlo continuamente.

L’umiltà favorisce la crescita.
Aiuta ad ascoltare.

Permette di cogliere sfumature che l’eccessiva sicurezza tende a ignorare.

La fiducia in sé stessi è importante.

L’umiltà evita che si trasformi in arroganza.

Prima di schiacciare sull’acceleratore, Edoardo avrebbe dovuto fermarsi e porsi qualche domanda in più.

Forse avrebbe evitato parte delle resistenze che ha incontrato.

La storia di Edoardo la trovi nel mio libro “Prima volta Leader“.

Partire a razzo nel nuovo lavoro?

Difendi le tue idee.
Valorizza la tua preparazione.

Ma mantieni sempre l’umiltà necessaria per ascoltare, ricevere consigli e metterti in discussione.

Quando inizi un nuovo lavoro vivi una fase entusiasmante.

Ma anche delicata.

È il momento in cui costruisci le basi delle relazioni future con colleghi, collaboratori e superiori.

L’obiettivo non è arrivare in punta di piedi.

Nemmeno entrare come un carro armato.

L’obiettivo è trovare il giusto equilibrio tra fiducia e umiltà.
Ed è molto più difficile di quanto sembri.

Perché spesso non perdi credibilità per quello che non sai.

La perdi per la fretta di dimostrare quanto sai.

Se stai affrontando un nuovo ruolo, una promozione o un cambiamento professionale importante, il coaching può aiutarti a gestire meglio questa fase di transizione.

Approfondisci il percorso dedicato.

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Comunicare in modo efficace: il potere del silenzio strategico https://www.ferrarelli-coaching.com/comunicare-in-modo-efficace-il-potere-del-silenzio-strategico/ Wed, 17 Jun 2026 13:51:08 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=37291 Foto di Barbara Olsen Se desideri comunicare in modo efficace e vedere in azione il potere del silenzio, alla prossima riunione prova a porre una domanda aperta. Poi aspetta in silenzio e comincia mentalmente a contare: 1… 2… 3… 4… Un silenzio di circa dieci secondi diventerà già incredibilmente scomodo. A quel punto ci sarà […]

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comunicare in modo efficace

Foto di Barbara Olsen

Se desideri comunicare in modo efficace e vedere in azione il potere del silenzio, alla prossima riunione prova a porre una domanda aperta.

Poi aspetta in silenzio e comincia mentalmente a contare:

1… 2… 3… 4…

Un silenzio di circa dieci secondi diventerà già incredibilmente scomodo.

A quel punto ci sarà quasi certamente qualcuno che interverrà per rompere il disagio.

Una pausa imbarazzante può sembrare lunga minuti.

Anche se in realtà dura solo pochi secondi.

Anche se può essere scomodo, se impari ad accogliere il silenzio puoi assumere una posizione di maggiore autorevolezza.

Molti leader non si sentono a proprio agio con il silenzio.

Lo evitano.
Lo riempiono.
Lo interrompono.

Eppure, quando impari a gestirlo, il silenzio diventa una delle capacità comunicative più potenti che puoi utilizzare.

Il silenzio crea fiducia

Se vuoi sviluppare relazioni efficaci, devi creare fiducia.

E per creare fiducia devi ascoltare.

Quando vuoi stabilire una relazione, parla poco.
Fai domande e ascolta.
Impara a conoscere l’altra persona.

Quando si rende conto che la stai ascoltando davvero, sarà molto più predisposta ad ascoltare te.

Comunicare in modo efficace? Il silenzio dà potere alle persone

Molti team leader, davanti alla richiesta di un collaboratore, commettono lo stesso errore: cercano subito una soluzione da offrire.

Non sempre è la scelta migliore.

Spesso la risposta migliore è quella che le persone trovano da sole.

In alcuni casi, mentre parlano, si accorgono che la situazione non è così grave come l’avevano immaginata.

I grandi leader non riempiono ogni spazio.

Lo lasciano esistere.

Raramente dicono alle persone cosa fare.

Piuttosto le aiutano a guidarsi da sole, aumentando autonomia, responsabilità e fiducia.

Anche il loro carisma ne esce rafforzato.

Il silenzio rafforza il messaggio

Come ho scritto nel mio libro Autorevolezza,  il silenzio può essere l’elemento più importante di una conversazione.

Quando smetti di parlare, l’attenzione aumenta.

Il silenzio dà alle persone il tempo di pensare.

Aiuta a comprendere.
Aiuta a ricordare.

Se usi troppe parole, il messaggio rischia di perdersi.

Una pausa ben posizionata, invece, mette in evidenza ciò che conta davvero.

Non devi avere un’opinione su tutto.

Le tue parole saranno più memorabili se scegli con attenzione quando parlare.

Comunicare in modo efficace: il silenzio può sbloccare una trattativa

Quando siamo coinvolti in una trattativa, il silenzio può influenzare il risultato molto più di quanto immaginiamo.

Se le posizioni sembrano bloccate e la conversazione è in stallo, una pausa può cambiare l’equilibrio del confronto.

La maggior parte delle persone non sopporta il silenzio.

Per questo parla troppo.

Ed è proprio in quel momento che possono emergere informazioni utili, aperture inattese o concessioni che prima non erano visibili.

Il silenzio ti aiuta a negoziare

Pensa a una negoziazione salariale o alla discussione di un preventivo.

L’altra parte presenta la sua proposta.

Tu non rispondi immediatamente.

Né con un “sì”.
Né con un “no”.

Fai una pausa.

Aspetti.

Il disagio del silenzio porta spesso l’altra persona a riprendere la parola e, talvolta, a rivelare informazioni preziose per la trattativa.

Il silenzio placa la rabbia

La rabbia aumenta notevolmente la probabilità di dire qualcosa che potresti rimpiangere.

Vale nelle conversazioni.
Vale ancora di più nelle e-mail.

Prima di premere “Invia”, dormici sopra.

Potrai sempre spedire il messaggio il giorno successivo.

Molto spesso, però, cambierai il testo.

Perché il tempo modifica la prospettiva.

Il silenzio – compreso quello digitale – ti permette di raccogliere i pensieri e scegliere con maggiore attenzione come rispondere.

Quando vuoi capire davvero una persona, ascolta

Se desideri conoscere meglio un collaboratore, un collega o un cliente, il modo migliore per ottenere informazioni è ascoltare.

L’ascolto attivo fa sentire la persona importante.

Compresa.
Rispettata.

E aumenta la probabilità che condivida aspetti più autentici rispetto a una conversazione piena di interruzioni, commenti e consigli non richiesti.

A volte il silenzio parla più forte delle parole

Viviamo in un’epoca che chiede continuamente attenzione.

Gridiamo sempre più forte nella speranza di essere ascoltati.

Più rumore produciamo, meno ci sentiamo davvero.

Se parli meno, pensi di più.

Quando pensi di più, sei meno portato a reagire impulsivamente.

E la prima reazione, molto spesso, non è la migliore.

A volte il momento più autorevole di una conversazione non è quando parli.

È quando scegli di non farlo.

Vuoi sviluppare una comunicazione più autorevole, incisiva e professionale?

Scopri il percorso di coaching più adatto alla tua situazione.

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Gestire un team giovane: 10 spunti per la tua leadership https://www.ferrarelli-coaching.com/gestire-un-team-giovane-10-spunti-per-la-tua-leadership/ Wed, 10 Jun 2026 10:00:10 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=38194 Foto di Yan Krukau Molti leader vanno in difficoltà nel gestire un team giovane, anche se raramente lo dicono apertamente. Alcuni pensieri però compaiono quasi in automatico: “Non hanno voglia di lavorare.” “Pretendono troppo.” “Ai miei tempi era diverso.” Capita spesso: un giovane appena assunto, fresco di laurea, appena entrato nel team. Dopo dieci minuti […]

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gestire un team giovane

Foto di Yan Krukau

Molti leader vanno in difficoltà nel gestire un team giovane, anche se raramente lo dicono apertamente.

Alcuni pensieri però compaiono quasi in automatico:

“Non hanno voglia di lavorare.”
“Pretendono troppo.”
“Ai miei tempi era diverso.”

Capita spesso: un giovane appena assunto, fresco di laurea, appena entrato nel team.

Dopo dieci minuti ti fa tre domande,
dopo un’ora propone qualcosa,
dopo due giorni vuole capire
se sta andando bene oppure no.

E dentro di te compare una sensazione strana.

Non rabbia.
Più che altro fastidio.

Ti chiedi perché tutta questa fretta.
Perché voglia capire subito.
Perché sembri già voler cambiare cose che conosce appena.

Eppure:

sei sicuro di essere davanti a una generazione meno motivata?

Oppure sei davanti a una generazione che funziona semplicemente in modo diverso?

Quando inizi a vedere la differenza come un problema, i primi attriti arrivano molto velocemente.

Gestire collaboratori giovani: 8 cose che spesso vengono capite male.

1. Non scambiare velocità per superficialità

I più giovani spesso lavorano in un modo che può sembrare caotico.

Passano da una chat a un documento, ascoltano mentre scrivono, tengono aperte più attività contemporaneamente.

Sembrano riuscire a stare dietro a tutto.

Lo ammetto: anch’io mi chiedo come facciano.

Io che sono multitasking-zero.

Ma il fatto che qualcosa sia diverso dal nostro modo di lavorare non significa automaticamente che sia sbagliato.

Non critichiamo ciò che semplicemente non capiamo.

2. Gestire un team giovane: guarda oltre l’apparenza

Nel lavoro continuiamo a costruire giudizi molto rapidamente.

Un modo di parlare diretto, una felpa, un tatuaggio o un atteggiamento informale spesso bastano per completare il resto della storia.

Nella nostra testa.

Il problema è che la superficie racconta poco.

Dietro quello che ci sembra superficialità potrebbe esserci altro.

Una persona seria, preparata, molto più coinvolta di quanto immaginiamo.

3. Chiarisci le aspettative sul modo di comunicare

Molti problemi non nascono dalle persone.

Nascono da aspettative mai dichiarate.

Per te una telefonata significa urgenza.
Per qualcun altro un messaggio è sufficiente.

Per te il telefono sul tavolo -durante una riunione- comunica disattenzione.
Per altri è semplicemente un’estensione del loro modo di lavorare.

Parlare di queste differenze all’inizio del rapporto evita molti problemi dopo.

4. Dai feedback più frequenti

Qui vedo spesso la stessa scena.

Per settimane nessun commento,
nessun confronto,
nessun segnale.

Poi un giorno arriva la frase:

“Ti devo dire una cosa…”

Non è quasi mai una bella notizia.

Le persone hanno bisogno di capire dove stanno andando, non soltanto dove stanno sbagliando.

Se ricevano feedback solo quando sbagliano, iniziano a lavorare per evitare errori.

Non per crescere.

5. Evita la modalità “Quando avevo la tua età…”

La frase magari parte con buone intenzioni.

  • “Quando avevo vent’anni io…”
  • “Noi sì, facevamo sacrifici…”
  • “Io al tuo posto…”

Il problema non è il contenuto.

Il problema è che spesso quella frase chiude la conversazione invece di aprirla.

Chi hai davanti smette di sentirsi ascoltato e inizia semplicemente a difendersi.

6. Non sottovalutare il clima di lavoro

Per molti giovani il lavoro non è soltanto stipendio o carriera.

Contano anche l’ambiente, le relazioni, la possibilità di imparare e sentirsi coinvolti.

Questo non significa essere meno seri.

Significa avere priorità diverse.

Un ambiente continuamente pesante, rigido o negativo stanca molto più velocemente di quanto immagini.

Nella nuova edizione del mio libro “Autorevolezza” dedico un capitolo intero alla leadership dedicata alla Gen. Z.

7. Il rispetto non arriva automaticamente dal ruolo

Nel gestire un team giovane molti continuano ancora a pensare:

“Sono il capo, quindi mi devono rispettare.”

Oggi funziona sempre meno.

Il rispetto arriva molto più spesso da presenza,
ascolto,
coerenza,
credibilità.

Il ruolo può darti autorità.
La stima (però) devi ancora conquistarla.

Molti vogliono essere ascoltati perché hanno un ruolo.
Le persone ascoltano chi sentono credibile.

8. Più che un capo, sii una guida

Molti giovani non cercano soltanto qualcuno che dica cosa fare.

Cercano un leader da cui imparare.

Qualcuno che sappia correggere senza umiliare, dare direzione senza controllare tutto e restare presente anche quando qualcosa va storto.

Perché la domanda che spesso si fanno non è:

“Questa persona è competente?”

Molto più spesso è:

“Con questa persona posso crescere?”

Gestire collaboratori giovani richiede tempo, pazienza ed energia.

“Perché i giovani oggi sono così?” non è la domanda più interessante:

Forse è:

Quanto sei disposto ad aggiornare il tuo modo di guidare le persone?

Perché a volte il problema non è la nuova generazione.

È continuare a guardarla con lenti vecchie.

Se guidare il tuo team sta diventando faticoso — tra collaboratori difficili, calo di motivazione o tensioni — un percorso mirato può aiutarti a recuperare equilibrio e autorevolezza.

Scopri il coaching mirato.

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10 cose da evitare se vuoi il successo professionale https://www.ferrarelli-coaching.com/10-cose-da-evitare-se-vuoi-il-successo-professionale/ Wed, 03 Jun 2026 11:20:52 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=38280 Foto Pixabay Molti parlano di successo professionale come se fosse una formula. Le giuste competenze. Le giuste strategie. Il mindset corretto. Poi però guardi meglio le persone che arrivano nel lavoro… e scopri una cosa meno spettacolare. Spesso la differenza non sta soltanto nelle cose che fanno. A volte nasce da quello che smettono di […]

L'articolo 10 cose da evitare se vuoi il successo professionale sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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il successo professionale
Foto Pixabay

Molti parlano di successo professionale come se fosse una formula.

Le giuste competenze.
Le giuste strategie.
Il mindset corretto.

Poi però guardi meglio le persone che arrivano nel lavoro…
e scopri una cosa meno spettacolare.

Spesso la differenza non sta soltanto nelle cose che fanno. A volte nasce da quello che smettono di fare.

Ci sono abitudini, atteggiamenti e modi di reagire che lentamente ci consumano.

Magari non subito.

Ma nel tempo sì.

Una decisione rimandata.
Una scusa ripetuta troppo spesso.
Un problema ignorato per settimane.

All’inizio sembrano dettagli.

Poi iniziano a definirci.

Ecco 10 cose da evitare se vuoi crescere davvero nel lavoro:

1. Aspettare continuamente il momento perfetto

Molte persone restano ferme anni aspettando:

  • più sicurezza
  • più chiarezza
  • meno paura
  • il momento giusto

Il problema è che il momento perfetto raramente arriva.

Nel frattempo:

  • non ti candidi
  • non proponi idee
  • non cambi
  • non rischi

E la vita professionale resta bloccata in modalità attesa.

A un certo punto devi decidere se vuoi proteggerti… o crescere.

Aspettare il momento perfetto è spesso un modo elegante per rimandare la paura di esporti.

2. Lasciare “lievitare” i problemi

Succede continuamente sul lavoro.

Una tensione con un collega.
Una decisione rimandata.
Un cliente da richiamare.
Una conversazione scomoda evitata.

E intanto il problema cresce.

Non solo fuori.
Ma anche dentro di te.

Perché le questioni lasciate aperte consumano energia mentale molto più di quanto immagini.

Molte persone non sono stanche per il troppo lavoro.
Sono stanche per troppe cose non affrontate.

3. Aspettarti risultati rapidi

Questa mentalità oggi crea parecchia frustrazione.

Vuoi migliorare velocemente.
Crescere velocemente.
Sentirti già arrivato.

Poi …

Ti candidi. Nessuna risposta.
Studi. Ti senti fermo.
Ti impegni e sembra non cambiare nulla.

E inizi a dubitare di te.

Ma la crescita professionale raramente è lineare.

A volte migliori senza accorgertene davvero.

4. Trasformare ogni difficoltà in un dramma personale

Ci sono persone che davanti a ogni ostacolo entrano subito in modalità catastrofe.

“È finita.”
“Non ce la faccio.”
“È un disastro.”

Ma nel lavoro (e non solo) i problemi non spariscono perché ti agiti.

Vanno attraversati.

E spesso la differenza tra chi cresce e chi resta fermo non è il talento.

È la capacità di non crollare mentalmente alla prima difficoltà seria.

5. Cercare continuamente di piacere a tutti

Questo sul lavoro consuma moltissima energia.

Dire sempre sì.
Evitare conflitti.
Non contraddire mai nessuno.
Adattarti continuamente per essere accettato.

All’inizio sembra diplomazia.

Poi però inizi lentamente a perdere posizione, lucidità e autenticità.

Se hai bisogno dell’approvazione di tutti, prima o poi smetterai di essere davvero te stesso.

Se vuoi approfondire leggi il post.

6. Sprecare energia su ciò che non controlli

Questo logora tantissimo.

  • Le decisioni dell’azienda.
  • Il carattere degli altri.
  • Le ingiustizie.
  • Le dinamiche interne.

Attenzione: alcune cose fanno davvero arrabbiare.

Ma continuare a rimuginarci sopra non ti restituisce controllo.

Hai molta più influenza sulle tue prossime mosse che sulle persone che vuoi cambiare.


Per continuare la riflessione:

“Autorevolezza”
quando senti che il problema è anche il modo in cui vieni percepito.

scopri il libro

“Prima volta Leader”
quando il tema riguarda ruolo, leadership e gestione delle persone.

scopri il libro

7. Mollare dopo un fallimento

Molti vivono gli errori come sentenze definitive.

Una candidatura andata male.
Un colloquio storto.
Una presentazione confusa.
Un progetto che non funziona.

E subito parte il pensiero:

“Forse non sono così capace.”

Ma nel lavoro quasi nessuno cresce senza passare da momenti frustranti o umilianti.

Il problema non è sbagliare.
È passare da: “ho sbagliato” a “sono incapace“.

8. Cercare continuamente scuse

Qui bisogna essere onesti.

A volte le condizioni esterne sono davvero complicate.

Ma c’è una differenza enorme tra spiegare una difficoltà… e usarla continuamente come alibi.

Le persone più solide che incontro non sono quelle che non sbagliano mai.

Sono quelle che riescono a dire:

“Ok. Questa parte è responsabilità mia.”

E da lì ripartono.

Le scuse proteggono l’ego nel breve periodo. Ma nel lungo consumano autorevolezza.

9. Circondarti continuamente di persone negative

Le persone pessimiste non ti distruggono sempre in modo evidente.

A volte lo fanno lentamente.

Con sarcasmo continuo.
Lamentele croniche.
Visione sempre cinica del lavoro.

E se resti immerso troppo a lungo in quel clima… inizi a normalizzarlo.

L’energia emotiva degli altri ti influenza molto più di quanto credi.

10. Pensare che la costanza non serva più

Questa forse è la parte più noiosa del successo professionale.

Ed è anche quella che molti sottovalutano.

Perché dopo l’entusiasmo iniziale resta soprattutto:

continuità,
disciplina,
presenza,
tenuta mentale.

Non sempre motivazione.

A volte semplicemente continui anche quando non hai voglia.

Perché gran parte delle persone si ferma proprio lì.

Molte persone cercano tecniche veloci per crescere professionalmente.

Ma spesso il successo professionale inizia in modo molto meno spettacolare.

Quando smetti di:

  • rimandare
  • lamentarti continuamente
  • cercare approvazione ovunque
  • fuggire dalle difficoltà

Perché il lavoro, prima o poi, ti mette davanti sempre la stessa domanda:

stai costruendo davvero qualcosa… o stai solo cercando di evitare il disagio?

Se hai deciso di cambiare, ma non vuoi farlo alla cieca..

In poche sessioni analizziamo motivazioni, possibilità e strategie per scegliere con consapevolezza.

Scopri il percorso dedicato.

L'articolo 10 cose da evitare se vuoi il successo professionale sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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Riunione nervosa? Il team legge il tuo sguardo prima delle tue parole https://www.ferrarelli-coaching.com/riunione-nervosa-il-team-legge-il-tuo-sguardo-prima-delle-tue-parole/ Wed, 27 May 2026 13:32:32 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=47182 Foto di Kampus Production Molti leader pensano che autorevolezza significhi (solo) parlare bene, avere le risposte giuste, gestire il discorso. Sottovalutano il contatto visivo. Immagina questa scena. Sei in riunione. Il progetto è in ritardo. Le persone iniziano a interrompersi. Qualcuno sbuffa. Qualcun altro si irrigidisce sulla sedia. In pochi minuti la tensione sale nella […]

L'articolo Riunione nervosa? Il team legge il tuo sguardo prima delle tue parole sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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riunione nervosaFoto di Kampus Production

Molti leader pensano che autorevolezza significhi (solo) parlare bene, avere le risposte giuste, gestire il discorso.

Sottovalutano il contatto visivo.

Immagina questa scena.

Sei in riunione.
Il progetto è in ritardo.
Le persone iniziano a interrompersi.
Qualcuno sbuffa.
Qualcun altro si irrigidisce sulla sedia.

In pochi minuti la tensione sale nella stanza

E senti quella tentazione che molti leader conoscono bene:

  • alzare la voce
  • diventare freddo
  • interrompere tutti
  • rifugiarti in un atteggiamento rigido

Stai quasi per farlo.
Poi invece ti fermi.

Respiri.

Non abbassi lo sguardo.
Non ti chiudi.
Tanto meno inizi a parlare sopra gli altri.

Resti presente.

Guardi chi sta parlando.
Lasci finire la frase.
Ascolti davvero invece di rispondere immediatamente.

E succede una cosa interessante:

tutto intorno .. inizia lentamente a rallentare insieme a te.

Le persone abbassano il tono.
Le interruzioni diminuiscono.
Qualcuno finalmente spiega davvero il problema invece di difendere la propria posizione.

Non hai “dominato” la riunione.

Hai fatto qualcosa di molto più difficile:

hai impedito che la tensione prendesse il controllo anche su di te.

Quando riesci a restare centrato sotto pressione, spesso anche il gruppo cambia comportamento.

Il contatto visivo non serve a dominare.
Serve a trasmettere presenza.

Potresti confondere il contatto visivo con durezza, intensità o superiorità.

Ma uno sguardo autorevole non è aggressivo.

È presente.

Non fugge continuamente.
Non si abbassa appena arriva tensione.
Ancor meno comunica fretta o disagio.

E no, non significa fissare le persone per intimidirle.

Quello spesso crea solo distanza nella riunione nervosa.

Il punto non è tanto il guardare.
Ma è esserci davvero mentre ascolti.

Molti leader parlano continuamente di presenza… ma appena sentono tensione abbassano lo sguardo.

Questo tema lo approfondisco nel mio libro “Autorevolezza“.

Anche il tuo corpo comunica leadership

Qualcuno sta parlando e intanto tu:

  • guardi il telefono
  • interrompi troppo velocemente
  • sembri già altrove

Magari pensi comunque di stare ascoltando.

Ma il team percepisce subito il contrario.

Postura, ascolto e piccoli segnali di attenzione possono cambiare completamente il clima della riunione.

A volte basta davvero poco.

Lasciare finire una frase.
Annuire leggermente.
Non irrigidirsi immediatamente.

Sembrano dettagli quasi insignificanti.

Nel lavoro, però, l’autorevolezza spesso non si costruisce nei grandi discorsi.

Si costruisce proprio lì: in quei piccoli segnali che fanno sentire le persone ascoltate oppure messe sotto pressione.

Potresti voler controllare la riunione invece di guidarla

E sono due cose molto diverse.

Controllare significa:

  • riempire continuamente il silenzio
  • correggere tutto (e subito9
  • parlare troppo
  • bisogno di mantenere sempre il comando della situazione.

Guidare richiede qualcosa di più difficile:

Saper reggere il momento senza reagire impulsivamente.

Una pausa fatta bene.
Uno sguardo stabile.
Un silenzio non vissuto come minaccia.

Sembrano dettagli secondari.

Nel lavoro, invece, sono spesso questi dettagli a costruire o distruggere autorevolezza.

A volte perdi autorevolezza non per quello che dici… ma per come reagisce il tuo corpo mentre lo dici.

Riunione nervosa? La tensione si vede prima ancora che si senta

Sei preparato tecnicamente ma sotto pressione potresti iniziare a

  • parlare troppo velocemente,
  • irrigidirti,
  • sovrapporre continuamente la tua voce a quella degli altri.

E il gruppo lo percepisce immediatamente.

Se il tuo corpo comunica agitazione, è molto facile che anche il team inizi ad agitarsi.

Vuoi comunicare con presenza e sicurezza,
lasciando davvero il segno in ogni riunione?

Scopri il percorso di coaching miratoCome lasciare il segno in meeting e riunioni”.

Rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

Le persone avvertono molto più di quello che dici

Non serve diventare teatrale.

Anzi.

Spesso funziona molto meglio qualcosa di semplice e naturale.

  • Guardare chi sta parlando.
  • Rallentare leggermente quando senti tensione.
  • Non sembrare distratto.
  • Distribuire lo sguardo durante una riunione senza focalizzarti sempre sulle stesse persone.

Non cercare la frase perfetta.

Chiediti piuttosto cosa stai comunicando mentre ascolti.

La leadership si percepisce molto prima che tu inizi a parlare

Dal modo in cui ascolti.
Da come entri nella stanza.
Da quanto riesci a restare presente quando il clima si fa difficile.

Durante una riunione nervosa puoi anche fare il discorso perfetto.

Ma se il tuo sguardo comunica chiusura, ansia o fretta… le persone lo sentiranno comunque.

Le persone dimenticano molte parole.
Molto meno come le hai fatte sentire mentre parlavi.

L'articolo Riunione nervosa? Il team legge il tuo sguardo prima delle tue parole sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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Domande per capire quanto sei pronto per la leadership https://www.ferrarelli-coaching.com/9-domande-per-capire-quanto-sei-leader/ Wed, 20 May 2026 16:20:03 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=39558 Desiderare il titolo, lo stipendio più alto o il prestigio della leadership non basta. Molti immaginano il ruolo di leader come un avanzamento naturale. Più responsabilità. Più riconoscimento. Maggiore autorevolezza. Sulla carta sembra il passo successivo. Poi però entri davvero nel ruolo… e scopri altro. Conflitti. Pressione emotiva. Decisioni scomode. Persone da gestire quando tu […]

L'articolo Domande per capire quanto sei pronto per la leadership sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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sei leader
Desiderare il titolo, lo stipendio più alto o il prestigio della leadership non basta.

Molti immaginano il ruolo di leader come un avanzamento naturale.

Più responsabilità.
Più riconoscimento.
Maggiore autorevolezza.

Sulla carta sembra il passo successivo.

Poi però entri davvero nel ruolo… e scopri altro.

Conflitti.
Pressione emotiva.
Decisioni scomode.
Persone da gestire quando tu stesso hai ancora dubbi, paure, limiti.

Guidare persone è molto meno glamour di quanto sembri.

Perché la leadership non coincide con il titolo scritto nella tua firma e-mail.

Riguarda il modo in cui reagisci quando le cose si complicano.

Quando devi esporti.
Quando qualcuno ti critica.
Quando il team si aspetta risposte che nemmeno tu hai (completamente).

Ed è lì che (soprattutto) molti giovani responsabili vanno in difficoltà.

Non perché manchino competenze tecniche.

Sapere fare il lavoro non significa saper guidare chi lo fa.

A volte manca esperienza.
Altre volte struttura emotiva.
Altre ancora la reale consapevolezza di “come stare in mezzo alle umane tensioni”.

Perché:

la leadership non è (e non sarà mai) una posizione comoda.

E no, non tutti sono pronti.
Almeno non subito.

Ecco alcune domande che dovresti porti prima di guidare altre persone

(tutte le domande le trovi nel mio libro “Prima volta Leader”)

Vuoi gestire gli altri… ma sai gestire te stesso?

 

Come reagisci quando perdi controllo, certezze o stabilità?

 

Riesci a essere ambizioso senza diventare un “tritatutto”?

 

Sai gestire le persone senza diventare autoritario?

 

Come vivi critiche, gelosie e giudizi?

 

Sei disposto a sentirti, a volte, molto solo?

Guidare persone significa anche questo.

Sentirti esposto.
A volte incompreso.
Sotto pressione più di quanto immaginavi.

E capire una cosa importante:

non essere ancora pronti non significa valere meno.

Anzi.

A volte è il primo segnale di maturità.

Allo stesso tempo, attenzione all’estremo opposto.

Aspettare di sentirsi “completamente pronto” è un’altra trappola.

Perché quel momento spesso potrebbe non arriva mai.

A un certo punto devi smettere di prepararti all’infinito e iniziare ad attraversare la realtà.

Con dubbi, imperfezioni e anche un po’ di paura.

La leadership si costruisce anche mentre ti senti inadeguato.

E forse la domanda più importante è questa:

vuoi davvero guidare persone…

o vuoi soprattutto quello che immagini venga insieme al ruolo?

Hai mai rimandato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole,
tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

Se la leadership per te significa …

soprattutto status, riconoscimento, soldi o immagine…

allora forse stai guardando solo la parte luccicante del ruolo.

Non il peso reale che comporta.

E la leadership autentica non funziona così.

Le persone non seguono chi cerca solo vantaggi personali.

Ma chi:

  • regge la pressione
  • crea fiducia
  • si assume responsabilità
  • resta coerente anche nelle difficoltà

Essere leader può essere molto gratificante

Ma anche estremamente pesante.

Ci saranno momenti in cui il ruolo non ti farà sentire potente.

Ti farà sentire esposto.

Ed è lì che inizi davvero a capire cosa significa guidare persone.

Non quando ottieni il titolo.

Quando inizi a portarne il peso.

Più sali di responsabilità, meno puoi nasconderti.

L'articolo Domande per capire quanto sei pronto per la leadership sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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14 modi per gestire l’ansia sul lavoro senza perdere presenza https://www.ferrarelli-coaching.com/14-spunti-per-nascondere-quanto-sei-ansioso-sul-lavoro/ Wed, 13 May 2026 12:46:41 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=39600 Articolo aggiornato nel 2026 Che tu ci creda o no, anche le persone più sicure… …quelle che invidi per la loro disinvoltura, sono almeno un po’ nervose prima di: una riunione, la presentazione di un progetto, un confronto importante con il capo o un collaboratore. Ti senti a disagio quando devi parlare davanti agli altri? […]

L'articolo 14 modi per gestire l’ansia sul lavoro senza perdere presenza sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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nascondere l'ansia sul lavoro
Articolo aggiornato nel 2026

Che tu ci creda o no, anche le persone più sicure…

…quelle che invidi per la loro disinvoltura, sono almeno un po’ nervose prima di:

una riunione,
la presentazione di un progetto,
un confronto importante con il capo o un collaboratore.

  • Ti senti a disagio quando devi parlare davanti agli altri?
  • Hai la sensazione di non essere abbastanza?
  • Ti capita di annegare in dubbi, fantasie e giudizi poco lusinghieri?

Allora sai esattamente di cosa sto parlando.

Ti sei mai chiesto perché per alcuni sembri tutto naturale, mentre per altri è così difficile?

La risposta è semplice:

Alcuni hanno una predisposizione naturale,
altri hanno imparato tecniche e meccanismi per gestire il nervosismo.

La buona notizia è che puoi impararle anche tu.

1. Respira

Quando arriva l’ansia, il respiro cambia.

Diventa corto.
Irregolare.
Superficiale.

La prima cosa da fare è ritrovare un ritmo regolare.

Fai un paio di respiri profondi.
Calma il corpo prima della mente.

La respirazione diaframmatica aiuta a ridurre l’attivazione nervosa e riporta il corpo in uno stato più rilassato.

2. Preparati molto più di quanto pensi serva

Spesso siamo nervosi quando ci sentiamo impreparati.

Più sei preparato, più ti sentirai stabile.

Conosci tutto quello che puoi:

  • orario
  • luogo
  • persone coinvolte
  • dress code
  • parcheggio
  • argomento dell’incontro
  • dettagli logistici

La preparazione aumenta la fiducia.

E riduce parecchio l’ansia.

3. Usa affermazioni positive

Il modo in cui parli a te stesso influenza il modo in cui ti senti.

Ripetiti:

“Sono preparato.”
“Posso gestire questa situazione.”
“Sono più forte della mia ansia.”
“Posso affrontarlo.”

Può sembrare banale.
Non lo è.

4. Non dichiarare subito il tuo nervosismo

Uno degli autogol peggiori se vuoi nascondere l’ansia sul lavoro è annunciare a tutti:

“Sono agitatissimo.”
“Oddio che ansia.”

Da una parte ti alleggerisci.
Dall’altra sposti tutta l’attenzione sul tuo nervosismo.

Magari nessuno lo aveva notato.

Un po’ come evidenziare una minuscola macchia che nessuno aveva visto.

Se l’ansia è forte, parlane con una persona fidata.
Non con chiunque.

5. Limita le persone negative

Non sempre puoi evitarle.
Ma puoi ridurne l’impatto.

Le persone negative sono contagiose.

Catastrofisti.
Pessimisti.
Succhiatori di energia.

Proteggiti.

Cerca invece chi ti incoraggia e ti restituisce lucidità.

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.

6. Parla più lentamente

Quando siamo nervosi, acceleriamo.

Parole veloci.
Frasi mangiate.
Respiro corto.

Rallenta intenzionalmente.

Fai pause.
Scandisci meglio le parole.
Respira tra una frase e l’altra.

Anche se a te sembrerà lentissimo, agli altri sembrerai più sicuro.

7. Ricorda le tue vittorie

Nei momenti di ansia, la mente dimentica tutto quello che hai già superato.

Per nascondere l’ansia sul lavoro riporta alla memoria:

  • un esame andato bene
  • una presentazione riuscita
  • un cliente soddisfatto
  • una promozione
  • un complimento ricevuto

Ricordare i successi passati aiuta a ritrovare fiducia.

8. Festeggia i tuoi risultati

Spesso minimizziamo quello che facciamo bene.

Errore.

Celebrare i risultati — anche piccoli — rafforza autostima e sicurezza.

Ti ricorda il tuo valore.

E rende più facile affrontare l’ansia futura.

9. Non agitarti continuamente

Il nervosismo si vede anche dal corpo.

Toccarsi i capelli.
Muovere la gamba.
Controllare il telefono.
Giocherellare con le mani.

Evita movimenti rapidi e compulsivi.

Meglio sembrare un po’ rigido che completamente “tarantolato”.

Personalmente, preferisco passare per “ingessato” piuttosto che nervosamente incontrollato.

10. Mantieni il contatto visivo

Gli occhi comunicano molto.

Se continui a guardarti intorno in modo agitato, trasmetti insicurezza.

Guardare negli occhi le persone comunica invece calma, presenza e leadership.

11. Fai una domanda

Se senti il vuoto o perdi il filo, fai una domanda.

Sposti immediatamente l’attenzione dagli occhi puntati su di te alla conversazione.

Nel frattempo:

respiri,
ti ricomponi,
rimetti ordine nei pensieri.

12. Trasforma l’ansia in eccitazione

Invece di ripeterti:

  • “Sono nervoso.”

prova a dirti:

  • “Sono carico.”
  • “Sono attivato.”
  • “Mi sento pronto.”

Può sembrare una sfumatura.
In realtà cambia completamente il focus mentale.

13. Non combattere il nervosismo

Più cerchi disperatamente di nascondere l’ansia sul lavoro, più rischi di alimentarla.

Accettarla non significa arrendersi.

Significa riconoscere:

“Ok, in questo momento sono agitato.”

E basta.

Siediti.
Respira.
Lascia passare la sensazione senza combatterla continuamente.

L’ansia tende a diminuire molto più velocemente quando smetti di lottarci contro.

14. Sfida i pensieri ansiogeni

L’ansia amplifica tutto.

Per questo devi imparare a mettere in discussione i pensieri automatici.

Chiediti:

  • “Questa paura è davvero realistica?”
  • “Sto ingigantendo la situazione?”
  • “Se anche andasse male… cosa succederebbe davvero?”

Parla a te stesso come parleresti a un caro amico.

Con equilibrio.
Non con ferocia.

La cosa peggiore che puoi fare è restare fermo a rimuginare pensieri negativi.

Da lì non nasce mai nulla di buono.

Lavora sulla tua presenza con il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” — coaching mirato per comunicare da vero leader.

L'articolo 14 modi per gestire l’ansia sul lavoro senza perdere presenza sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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Nei colloqui individuali con il team conta come inizi. Più di quanto pensi https://www.ferrarelli-coaching.com/nei-colloqui-individuali-con-il-team-conta-come-inizi-piu-di-quanto-pensi/ Wed, 06 May 2026 15:26:24 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=46826 Foto di Jack Sparrow Molti leader sottovalutano i primi minuti. Si siedono. Partono a parlare. E pensano che il valore del colloquio stia in quello che diranno dopo. Non è così. Il colloquio è già iniziato prima della prima domanda. Spesso… nei primi minuti succede tutto: si crea apertura oppure distanza si costruisce fiducia oppure […]

L'articolo Nei colloqui individuali con il team conta come inizi. Più di quanto pensi sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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colloqui individuali

Foto di Jack Sparrow

Molti leader sottovalutano i primi minuti.
Si siedono.
Partono a parlare.
E pensano che il valore del colloquio stia in quello che diranno dopo.

Non è così.

Il colloquio è già iniziato prima della prima domanda.

Spesso… nei primi minuti succede tutto:

  • si crea apertura
    oppure distanza
  • si costruisce fiducia
    oppure si attiva difesa

E (forse) non te ne accorgi nemmeno.

Prima domanda (scomoda)

Quando inizi i colloqui individuali …

sei davvero presente?
o stai ancora pensando a tutto il resto?

Il punto che non dovresti sottovalutare

Non fare one-to-one se non hai tempo.

O meglio:

non farli se non sei presente.

Perché il messaggio arriva subito.

Non da quello che dici.
Da come-entri nella conversazione.

Essere lì fisicamente non significa esserci davvero.

1. Arrivare di corsa è già un errore

“Arrivo subito.”
“Dammi due minuti.”
“Scusa, giornata piena.”

Sembra normale.

Ma dall’altra parte arriva altro:

  • “Non sei una priorità.”

Ti chiedo:

  • la persona davanti a te si sente importante?

Come inizi dice già dove andrà a finire.

2. Prepararti non è opzionale

Bastano pochi minuti.

Rivedi:

  • cosa vi siete detti
  • cosa è rimasto aperto
  • cosa conta per quella persona

Arrivare impreparati è il modo più veloce per perdere credibilità.

3. Le persone capiscono subito se stai ascoltando davvero

Prendere appunti aiuta.

Ma non è il punto.

Il punto è:
stai seguendo… o stai aspettando il tuo turno per parlare?

E sì, si sente.
Sempre.

Non è cosa chiedi.
È come ascolti.

4. Non iniziare parlando

Errore classico.

Apri i colloqui individuali … e parti.

Aggiornamenti.
Direzione.
Priorità.

E il tuo collaboratore si adegua.

Prova a invertire:

  • “Cosa vuoi portare oggi?”

Cambia tutto.

5. Non devi avere subito risposte

Non iniziare i colloqui individuali con un riflesso automatico:

risolvere.

Suggerire.
Correggere.
Indicare la strada.

Un buon one-to-one non è  (o non dovrebbe essere) una riparazione.

È uno spazio di pensiero.

Domanda:

  • stai aiutando a pensare… o stai dando soluzioni?

Una domanda che quasi nessuno fa

  • “Cosa posso fare per aiutarti?”

Semplice.

Diretta.

Quasi mai usata.

Eppure cambia la relazione.

Perché sposta il focus: da te… all’altro.

Il primo minuto definisce il tono

Puoi iniziare così:

  • “Come stai?”

Oppure così:

  • “Come stai, davvero?”

Sembra uguale.
Non lo è.

Nel secondo caso, devi essere pronto ad ascoltare la risposta.

Non serve riempire lo spazio

Silenzio.
Pausa.
Un momento in cui l’altro pensa.

Molti lo riempiono subito.

Per disagio.

Ma è spesso lì che emerge qualcosa-di-vero.

Il problema non è cosa dici. È cosa-passa

Durante i colloqui individuali emergono segnali non esplicitati:

esitazioni
frustrazione
dubbi

Puoi ignorarli.
Oppure fermarti lì.

Ti chiedo:

stai ascoltando le parole… o anche quello che c’è sotto?

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team ..

è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Una domanda finale

I tuoi one-to-one servono davvero a qualcuno…

o sono solo una nota in agenda?

Non servono tecniche sofisticate. Serve .. presenza reale.

Essere lì.
Con attenzione.
Senza fretta di chiudere.

Perché le persone non ricordano tutte le parole.

Ma ricordano perfettamente come si sono sentite.

Potresti trovare spunti interessanti dal mio libro sull’autorevolezza per diventare un riferimento carismatico dei tuoi collaboratori.

L'articolo Nei colloqui individuali con il team conta come inizi. Più di quanto pensi sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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10 riflessioni per gestire l’ansia il tuo primo giorno di lavoro https://www.ferrarelli-coaching.com/10-pensieri-per-calmare-ansia-per-primo-giorno-di-lavoro/ Wed, 29 Apr 2026 15:49:19 +0000 https://www.ferrarelli-coaching.com/?p=29911 Foto di Andrea Piacquadio da Pexels Articolo aggiornato nel 2026 Il primo giorno di lavoro non è molto diverso dal primo giorno di scuola. Solo che adesso non lo dici ad alta voce. Ma le domande sono le stesse: “Piacerò?” “Mi accetteranno?” “Sarò all’altezza?” “E se non funziona?” E poi c’è quella sensazione più sottile. Quella che arriva […]

L'articolo 10 riflessioni per gestire l’ansia il tuo primo giorno di lavoro sembra essere il primo su Ferrarelli Coaching.

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ansia primo giorno di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Articolo aggiornato nel 2026

Il primo giorno di lavoro non è molto diverso dal primo giorno di scuola.

Solo che adesso non lo dici ad alta voce.

Ma le domande sono le stesse:

  • “Piacerò?”
  • “Mi accetteranno?”
  • “Sarò all’altezza?”
  • “E se non funziona?”

E poi c’è quella sensazione più sottile.

Quella che arriva la sera prima.

Non è paura chiara.
È qualcosa di più vago.

Un misto tra aspettativa… e dubbio.

Ansia primo giorno di lavoro: prima verità

L’ansia non è il problema.

È parte del contesto.

Il problema non è l’ansia. È volerla controllare subito.

Domanda:

stai cercando di eliminarla… o di capirla?

1. Il nuovo destabilizza. È normale

Non sei “insicuro”.

Sei in un contesto nuovo.

Il problema non è l’ansia.
È pensare che non dovrebbe esserci.

2. Non devi sentirti pronto. Devi esserci

Aspettare di sentirti sicuro è una trappola.

Non succede prima.

Succede mentre sei-dentro.

Chi sembra sicuro… spesso è solo più abituato.

3. Fiducia non significa calma

Molti pensano:

“Quando sarò tranquillo, andrà meglio.”

Non funziona così.

La fiducia è andare avanti anche con l’ansia.

4. Stai entrando in un “sistema” che non conosci

Regole non scritte.
Dinamiche interne.
Equilibri.

Non capirai tutto subito.

Ed è giusto così.

Domanda:

sei disposto a osservare… o vuoi capire tutto subito?

5. Non ti hanno assunto per caso

Può sembrarti strano.

Ma è così.

Ti hanno valutato.
Ti hanno scelto.

Non stanno “provando”. Stanno investendo.

6. “Merito davvero questo lavoro?”

Uhm … domanda pericolosa.

Perché non cerca risposta.

Cerca conferma del dubbio.

Prova a cambiarla:

“Cosa posso fare, oggi, per essere utile?”

7. Non devi impressionare. Devi essere chiaro. Affidabile.

Non cercare di fare colpo.

Dire la cosa giusta.
Essere brillante.
Mostrare valore subito.

Non devi piacere a tutti. Tranquillo … non succederà!

Nel nuovo lavoro, soprattutto all’inizio, conta altro:

essere chiaro, affidabile, comprensibile.

8. Il confronto con gli altri è inevitabile

Guarderai gli altri.

Ti sembreranno più sicuri.
Più preparati.
Più a loro agio.

In parte è vero.

Qualcuno sarà più bravo di te. E non è (e non deve essere) un problema.

Guardare gli altri non ti rende migliore. Ti distrae.

9. L’ansia è energia (se non la blocchi)

Se provi a eliminarla, ti irrigidisci.

Se la accetti, si trasforma.

Ti tiene attento.
Ti rende presente.

Un po’ di tensione ti aiuta. Troppa gestione ti blocca.

10. Non devi dimostrare tutto il primo giorno

Questa è forse la più importante.

Non devi:

  • essere perfetto
  • sapere tutto
  • piacere a tutti

Devi iniziare.

Il primo giorno non definisce il tuo valore. Definisce solo l’inizio.

Se cerchi di dimostrare troppo… ti potresti complicare la vita da solo.

Vuoi partire bene…
o vuoi partire perfetto?

Non è la stessa cosa.

Tutti sono insicuri all’inizio. Anche chi sembra sicuro.

La differenza non è nell’ansia primo giorno di lavoro.

È in come la gestisci.

Non eliminandola.
Non ignorandola.

Ma attraversandola.

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