9 frasi che non sentirai mai durante le mie sessioni coaching

sessioni di coaching

Le parole sono importanti.

Nella mia professione di coach durante le sessioni di coaching,
le parole devono stimolare, ispirare e spronare
ma possono anche scostare, confondere o stancare.

Ci vuole attenzione, moderazione e competenza.

Una cosa è certa …
ecco 9 frasi che sicuramente non mi sentirai mai dire durante le sessioni di coaching:

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1. “Mi raccomando … fai questo e non fare quello

Se c’è una cosa che (come coach) evito, accuratamente nelle sessioni di coaching è …
dirti cosa-fare, cosa-scegliere, dove-andare.

La responsabilità è tutta tua.
Solo tua.

Non è mia la responsabilità di risolvere i tuoi problemi oppure raggiungere i tuoi obiettivi per te.

Il mio obiettivo è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti, incoraggiarti,
condividere feedback e offrirti qualsiasi altra cosa nel mio kit-di-strumenti per aiutarti a raggiungere gli obiettivi che sono importanti per te.

2. “Ecco le risposte che cercavi

Coaching non è consulenza.
A differenza di un consulente, che è assunto per fornire le risposte,
non è nel ruolo del coach conoscere tutte le risposte e risolvere i problemi del cliente.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.

Sei tu che devi dare le risposte a domande che sembrano facili, ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.
Provaci, dai, eccone alcune:
Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”

“Che cosa stai aspettando?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?”

3. “Cercherò di essere breve, ti spiego …

Non mi dilungo in lunghe e fumose teorie.
Anzi di teoria c’è né molto poca.
Quasi niente.

La teoria è controproducente in questi casi.
Cercheresti di approcciare tutti i problemi in modo meccanico tentando di applicare quello che hai sentito.
 


 

I problemi che incontri nel lavoro non hanno niente a che fare con quello che hai studiato.
Te ne sei accorto, vero?

4. “Fai come se fossi un amico

Chi ha un amico ha trovato un tesoro.
Inestimabile, aggiungo io.

Coaching non è amicizia.
Un caro amico/a (pur con la buona volontà e la buona fede) non ti farà le domande difficili che devono essere fatte,
non sarà imparziale e non riuscirà a portare l’efficace prospettiva di un professionista.
Non coinvolto e non giudicante.
E per questo più efficiente.

5. “Scaviamo nel tuo passato per capire meglio

Coaching non è terapia.
Non si concentra sul passato, guarigione di profonde ferite emotive o risolvere i sintomi quali ansia o depressione,
ad appannaggio di specialisti del settore.

Il coaching si basa prevalentemente sul presente e ciò che sarà il futuro.

6. Nelle sessioni di coaching non sentirai frasi da pseudo-guru per “pompare” la motivazione

Nessuna sessione di coaching improntata solo su slogan motivazionale,
facili frasi a effetto o teorie sulla motivazione.

Come perchè?
Se anche tu hai avuto,
come tutti,
problemi di motivazione, sai perfettamente che se qualcuno ti dà una pacca sulla spalla e ti dice: “Dai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.

7. “Scusa … rispondo un attimo a un’altra telefonata e poi continuiamo

Quando sono con te in una sessione di coaching,
sei l’unica persona con la quale interagisco.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Sono completamente focalizzato su di te.
Il tempo (che hai pagando) nelle sessioni di coaching è esclusivamente per te.

8. “Ecco una dritta miracolosa

Mi spiace … nessuna soffiata miracolosa o trovata geniale.

Non esistono.
Almeno secondo me.

Serve impegno e “fatica”.
Mettersi in gioco.
Altro che dritta miracolosa!

Ecco perché, nonostante la grande offerta di corsi, seminari, libri e blog imbattersi in grandi personalità è così difficile.

9. “Fidati di me” – “Credi in me

L’onestà e la correttezza non si dichiarano a parole,
ma solo attraverso fatti concreti.

Che cosa è tutto questo prodigarsi di annunci e proclami riguardo sincerità e integrità?

Essendo sicuro della mia proposta formativa, l’ultima cosa che penso è proclamare,
annunciare e “mettere sul piatto” la mia correttezza e la mia professionalità.

Ho fiducia che trapeli attraverso i miei gesti, le mie parole,
i fatti o la mia consulenza.

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
“Fai” coaching.

6 differenze fondamentali tra essere forte e fare solo lo spaccone

In fin dei conti, gli adolescenti credono di diventare adulti scimmiottando adulti rimasti bambini che fuggono davanti alla vita.
Muriel Barbery

Il mondo del lavoro di oggi non è mai stato così difficile,
complesso e competitivo.

Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è facilmente visibile a tutti.
La forza mentale no.

Non si vede.
Si sente.

Come ho descritto nel mio libro “Autorevolezza
(nel capitolo autorevole vs autoritario),
per mostrarti forte – anche a livello mentale –
spesso indossi una maschera.

Reciti la parte del duro

Mascheri le debolezze con posture e atteggiamenti di finta durezza.
Pensi che così gli altri ti temeranno.

Questo approccio può portarti qualche successo iniziale.
Ma l’effetto svanisce in fretta.

Nel lungo periodo, per raggiungere obiettivi importanti,
serve forza vera.
Forza mentale.

Grinta.
Tenacia.
E il desiderio continuo di migliorare.

“Giocare a fare il duro” è facile

Lo possono fare tutti.
Uomini e donne.

Atteggiarsi.
Ostentare.
Scimmiottare.

Ma tra forza e spacconeria c’è una differenza enorme.
Ecco sei segnali chiari.

1. Lo spaccone non conosce i propri limiti

Chi è forte, sì.

Lo spaccone proclama che può fare tutto.
Dice che non ha paura di niente.
Dichiara che nulla potrà fermarlo.

Ma proclamare non significa essere forti.

Chi agisce così sopravvaluta le proprie capacità
e spesso si trova impreparato davanti alla realtà.

Oppure sottovaluta le difficoltà…
e va a sbattere contro il palo!

La forza mentale è riconoscere i propri limiti.

Sapere che il duro lavoro è necessario.
Accettare che il fallimento fa parte del percorso.

Chi è forte lo sa.
E non si spaventa.

2. Il gradasso nasconde le sue debolezze

Chi è forte, le affronta.

Il gradasso spreca energie per mascherare difetti ed emozioni,
perché le considera segni di debolezza.

Dice:
“Sono il migliore!”

Ma sotto c’è spesso insicurezza.

Essere forti richiede consapevolezza emotiva.

La persona forte non si fa controllare dalle emozioni.
Le gestisce.

Non spreca energie a coprire le mancanze.
Investe tempo per migliorarsi.

Per crescere.
Per superarsi.


Su questo tema trovi spunti utili nei miei libri:

Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025,
per sviluppare una presenza autorevole reale.

Prima volta Leader”, se sei all’inizio del tuo percorso.

3. Lo spaccone scimmiotta il duro

Chi è forte, duro lo è già.

Il “pallone gonfiato” copia modelli visti al cinema o nei reality:
braccia conserte,
sguardo truce,
sorriso sprezzante.

Usa sarcasmo e battute per svalutare.

Interrompe.
Impone i suoi argomenti.
È polemico, ruvido, aggressivo.

Sta confondendo arroganza e prepotenza
con grinta e carattere.

Finzione per realtà.

Il vero duro, invece,
trasmette fiducia in modo calmo.
Contenuto.
Silenzioso.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,

Puoi leggerlo qui → “7 caratteristiche che indicano una personalità forte

4. Chi gioca a fare il duro vuole apparire forte

Chi è forte, non ha bisogno di dimostrarlo.

Chi vuole sembrare duro
cerca approvazione.

Vuole essere visto come tosto.
Ha sempre qualcosa da dimostrare.

La sua autostima dipende dallo sguardo degli altri.

Chi è davvero forte no.
Non deve convincere nessuno.
Non cerca applausi.

La sua motivazione nasce da dentro.
Il suo unico referente è se stesso.

5. Lo sbruffone vuole potere sugli altri

Chi è forte, vuole potere su di sé.

Chi gioca a fare il duro controlla,
spadroneggia,
fa richieste irragionevoli.

La persona forte lavora su pensieri,
emozioni
e comportamenti.

Non controlla il mondo.
Controlla se stesso.


Scopri i miei percorsi di coaching mirato:

Team e gestione collaboratoriscopri

Autorevolezza e leadershipscopri

Carriera e cambi di lavoroscopri

6. Chi gioca a fare il duro, se fallisce, dà la colpa agli altri

Chi è forte si assume la responsabilità.

Lo spaccone accusa persone, sfortuna e circostanze.
Cerca un capro espiatorio.

Così resta fermo.
Si lamenta.
Aspetta.

La forza è vedere il fallimento come un trampolino.

Sapere che raramente è colpa solo degli altri.
Assumersi la propria parte.

Solo così si può passare allo step successivo.

Essere forti significa avere fiducia
nella capacità di rialzarsi
e imparare dagli errori.

A volte essere forti è l’unica scelta che hai

La forza mentale non nasce in un giorno.
Si costruisce.

Ogni sfida – anche piccola –
è un allenamento.

Se impari a vederla così,
svilupperai chiarezza, lucidità e solidità.

La vera forza non fa rumore.
Non intimidisce.
Non ostenta.

I miei servizi

Percorsi di coaching mirati, brevi e concreti su un tema specifico: autorevolezza, team leadership, carriera.

Un esempio:
Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile”.

Anche dopo un periodo complicato puoi ricostruire fiducia, equilibrio e motivazione.

Scopri tutti i percorsi mirati.

I miei libri

La NUOVA edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se muovi i primi passi nella gestione di un team.

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Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento
Sei puntuale.
Sei efficiente.
Produttivo.

Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.

E allora?

Ti aspettavi di più.
Un apprezzamento.
Un riconoscimento.
Un aumento.

La verità è che ormai da anni stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal tuo datore di lavoro.

Invece…
tutto tace.
Niente si muove.

Nessuno si fa sentire.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale la risposta sarebbe semplice:

“Vuoi più soldi? Devi chiederli.”

Facile, no?

Peccato che nella realtà la questione si complichi.
Si blocchi.
Si areni.

Nel mondo del lavoro di oggi stipendio e soldi restano un tabù.

Secondo un sondaggio di Salary.com,
solo il 12% delle persone prova a negoziare lo stipendio durante le revisioni delle prestazioni.

Eppure, un altro sondaggio rivela che due terzi di chi chiede un aumento… lo ottiene.

Se hai paura di chiedere, prima ancora di sederti al tavolo della trattativa, devi capire che cosa ti blocca davvero.

La chiave è qui:
nei pensieri che stanno dietro alla tua esitazione.

Ci sono paure che sabotano direttamente la tua capacità di guadagno.
Prima le individui.
Poi puoi affrontarle.

Le principali paure quando si chiede un aumento:

1. Paura di non meritare l’aumento

Classico.

Molti legano la propria autostima allo stipendio:

“Sono pagato quanto valgo.”

Se guadagno poco, allora…
non merito di più.

Salary.com ha rilevato che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere competenze o fiducia per negoziare un salario più alto.

Se non riconosci il tuo valore,
se credi che il tuo contributo non sia davvero rilevante,
chiedere di più diventa quasi impossibile.

Qui entra in gioco anche la sindrome dell’impostore:
la paura di essere un “fake”,
di non essere davvero all’altezza.

Così aumenti e promozioni vengono vissuti come colpi di fortuna
o gesti di “benevolenza” del capo.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità ci è stata insegnata come qualcosa di sbagliato.
E il senso di colpa arriva subito.

Troppa modestia però è un freno pericoloso.
Ci porta a negare le nostre capacità pur di essere accettati.

Parlare dei propri risultati non è arroganza.
È descrivere fatti.

Raccontare come hai risolto un problema,
sviluppato una competenza,
raggiunto un obiettivo
non è vantarsi.

È essere chiari sul proprio contributo.

3. Paura di parlare di soldi… in tempi di crisi

La frase che spaventa di più:

“È già tanto che hai un lavoro.”

È vero: viviamo tempi complessi.
Ma è altrettanto vero che non tutti i settori sono in crisi.

Chiedere un aumento, crisi o non crisi,
non è irrispettoso né inadeguato.

Nessuno ha mai chiesto un aumento mentre l’azienda stava fallendo.
Chi chiede lo fa perché sa di portare-valore.

4. Paura del rifiuto

Chiedere espone.
E il “NO” fa male.

Perché lo viviamo come un rifiuto personale.
Un colpo all’autostima.

Ma un “NO” iniziale non chiude la partita.
Spesso è proprio da lì che parte la trattativa.

La volta dopo puoi tornare con:

  • dati concreti
  • risultati misurabili
  • valore di mercato

Separare l’emotività dalla richiesta riduce gran parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Negoziare non è facile.
Richiede allenamento, pazienza, lucidità.

Incassare un “NO”.
Rilanciare.
Aspettare il momento giusto.

Nessuno nasce negoziatore.
Si impara.
Come tutto ciò che conta.

6. Paura di perdere il lavoro

Chiedere un aumento equivale a rischiare il licenziamento?

I dati dicono il contrario.

Secondo PayScale.com,
il 75% di chi chiede un aumento ne ottiene uno.
Più della metà ottiene l’importo richiesto.

Anche perché … sostituire un dipendente costa spesso molto di più
che riconoscere un aumento (non vale per tutti i settori, ma per molti sì).

Prima di lanciarti, chiediti:

  • Quanto è trasparente la tua azienda su stipendi e bonus?
  • È un tema aperto o un tabù?
  • Se è un tabù, sei pronto ad andare al tavolo con fatti e numeri?

Più resti concreto,
più aumentano le probabilità di successo.

In finale

Non chiedere un aumento non ti rende più leale.
Ti rende invisibile.

Il punto non è se chiedere.
È come farlo.

E soprattutto:
quanto valore sei disposto a riconoscere a te stesso,
prima che lo facciano gli altri.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni – 3

disaccordo al lavoro

Leggi la parte 2 del post “Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni“.

7. Mantieni la tua professionalità

In ogni caso, tratta le persone con rispetto.
Mantieni la tua professionalità.
Non cercare di manipolare la situazione.

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Non conferire la colpa o colpire la reputazione altrui.
Piuttosto che puntare il dito, usa la discussione per generare nuove soluzioni.
Così facendo, puoi guadagnare rispetto e ottenere maggiore affidabilità.

L’unico scopo di un disaccordo deve essere sempre trovare modi migliori per migliorare una situazione o risolvere un problema.

8. Cerca di capire il punto di vista dell’altra persona

Capire le necessità, le paure, le credenze, le idee del tuo collaboratore o collega, probabilmente ti permetterà di esprimere il disaccordo al lavoro senza entrare in un’eventuale controversia.

Infatti, prendendo in considerazione la posizione e le preoccupazioni dell’altra persona invii un messaggio davvero potente.

Di apertura, di discussione, di volontà.
Puoi esprimere il disaccordo senza far sentire il tuo interlocutore senza valore o una persona sbagliata.

Riformula quanto ascoltato

Riassumendo quello che hai ascoltato, hai la sicurezza di aver compreso in modo esatto:
“Mi stai dicendo che vuoi … ”
“In altre parole, desideri … ”,
“A suo avviso quindi … ”,
“Così, secondo te … ”.

Sprechiamo un sacco di tempo in discussioni che sarebbero evitabili se solo capissimo (veramente) la posizione dell’altra persona.
Spesso discutiamo su disaccordi apparenti o su dettagli marginali.

9. Cerca il compromesso

“Se le formiche si mettono d’accordo,
possono spostare un elefante.”

Proverbio del Burkina Faso

Cerca gli interessi comuni.
Mantieni bene in mente l’obiettivo comune.
Ricorda alla persona quanto lei significhi per te e quanto apprezzi la sua opinione.

Non si può essere d’accordo su tutto e (forse) non esiste una soluzione perfetta, ma non lasciare che un confronto t’impedisca di raggiungere un accordo generale su una direzione o una soluzione.

Devi accettare il fatto di non essere d’accordo su alcuni aspetti della questione o della soluzione,
ma è un modo per superare un disaccordo e andare avanti.


Hai mai evitato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

10. Una volta che la decisione è presa, chiudi la questione

Non importa quale opzione o soluzione sia stata presa, una volta deciso,
quando il disaccordo al lavoro è risolto, mettilo alle spalle.
Soffermarsi su torti e recriminazioni del passato porta raramente a risultati produttivi e causa amarezza e delusione.

Guarda indietro solo per imparare da ciò che è accaduto, in modo da poter evitare errori simili in futuro.

Non sentire il bisogno di aggrapparti alle tue posizioni quando sono respinte.
Lasciale andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra, per il bene della tua squadra.
Anche se non sei d’accordo.

Leggi anche la parte 1.
Leggi anche la parte 2.

Dimostra di essere un professionista affidabile

Quando si tratta di disaccordo al lavoro,
il tuo obiettivo deve essere quello di dimostrare che sei un professionista attendibile di cui ci si può fidare,
un partner lavorativo che non discute solo per attaccare ma sa anche ascoltare l’altro e che vuole “costruire” grandi rapporti sul luogo di lavoro.

Un vero leader.

Come esprimere il disaccordo sul lavoro senza fare danni – 2

disaccordo sul lavoro

Leggi la parte 1 di “Come esprimere il disaccordo sul lavoro senza fare danni“.

3. Non sacrificare la relazione

Quando si tratta di esprimere il disaccordo sul lavoro,
non fare l’errore di sacrificare un rapporto professionale a lungo termine per una piccola vittoria a breve scadenza.
Soprattutto se si tratta di un collaboratore fedele,
un cliente importante o una figura chiave all’interno dell’azienda.

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Chiediti:
“Questa battaglia è da vincere assolutamente?”
“Ne vale veramente la pena?”

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione o chiedi a qualcuno di smettere di fare qualcosa (che t’infastidisce), cerca di formulare la frase in modo tale che il messaggio si riferisca solo a te e ai tuoi sentimenti.
“Mi sono sentito male quando … ” o
“Sono preoccupata perché …”.

Evita di parlare in generale tipo “Ci sentiamo tutti in questo modo” oppure
Questo è il cambiamento che tutti desideriamo”.

Non attaccare l’altra persona, esprimiti sempre con calma e nel rispetto di chi hai davanti e del lavoro che sta svolgendo.

“Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non ho intenzione di lavorarci sopra fino a domani mattina.”.
“Preferirei che tu mi dessi un preavviso di almeno 2 settimane prima di chiedermi di lavorare il fine settimana.”
“Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo molto sulla tua puntualità. Vediamo come possiamo recuperare la nostra immagine verso quel cliente così importante”.
“Capisco il tuo punto di vista, ma io ho un’altra idea.”

5. Esprimi il disaccordo sul lavoro subito, in modo chiaro, specifico e conciso

Non indugiare.
Offri il tuo punto di vista già nelle prime fasi della discussione.
Illustra con chiarezza i risultati desiderati, preparati a preservare la tua posizione senza metterti troppo sulla difensiva.

Stai ai fatti.
I fatti e i dati concreti danno molta più credibilità delle opinioni personali e delle emozioni.

Quando esprimi il tuo disaccordo, devi riferirti a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico. Devi essere chiaro su cosa, dove e quando.
Spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.


Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” – ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

6. Permetti al tuo interlocutore di spiegarsi

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Non interrompere, non controbattere, fallo finire e poi replica, se è il caso.

Se l’altra persona si arrabbia o parte-per-la-tangente, lasciala sfogare e assicurati di ascoltare quello che sta dicendo.

La chiave (in questo momento) è ascoltare per capire,
non riformulare (per attaccare) con un argomento migliore.

Se ti sforzi di capire la posizione dell’altra persona, invii il messaggio che ti stai preoccupando di quello che sta dicendo.
In questo modo il tuo interlocutore abbasserà la guardia e la conversazione diventerà costruttiva.

Leggi anche la parte 3.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni – 1

esprimere il disaccordo al lavoro

La nostra prima reazione è di vedere il disaccordo come negativo,
svantaggioso o spiacevole.

Tuttavia, esprimere il disaccordo al lavoro (se gestito correttamente) spesso porta a miglioramenti,
a guadagni produttivi e soluzioni inaspettate
.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio.

Esprimere la divergenza significa andare contro-corrente,
contro lo status quo.

Esprimere il disaccordo al lavoro vuol dire pretendere che le proprie idee siano rispettate

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Manifestare il disaccordo consente di segnalare all’altro che il suo comportamento non è gradito o che non si è disposti a tollerarlo.
È indispensabile, in alcune circostanze, per ottenere rispetto e pretendere che le proprie idee siano rispettate.

A non esprimere alcun dissenso, emozione,
essere eccessivamente diplomatici,
concilianti, arrendevoli,
mostrare di avere paura,
si rischia di essere fraintesi, ignorati e qualcuno potrebbe approfittare di questa cedevolezza
(nel mondo del lavoro di oggi poi).

Esprimere il disaccordo in modo brusco e aggressivo rischia di danneggiare il rapporto

Spesso però esprimiamo la nostra disapprovazione in modo troppo brusco, polemico, aggressivo, senza spiegazioni o alternative e questo può compromettere o raffreddare un rapporto professionale.

Compromettere la relazione, per una valutazione mal formulata,
potrebbe essere anche un vero errore,
soprattutto quando la persona in questione è un ottimo collaboratore o collega,
con il quale lavori fianco-a-fianco da anni e con cui hai sempre avuto (nel complesso) un rapporto più che positivo.

Che peccato!
In fondo ti basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più per esprimere il disaccordo al lavoro:

1. Non affrontare ogni situazione che incontri sul posto di lavoro.

I tuoi colleghi o collaboratori ti vedranno come polemico e sgradevole e ti farai la reputazione della persona petulante.

Ma se discutere sempre, non è ammirevole, anche restare in silenzio, può diventare un problema.

Comprendere il costo del disaccordo è la chiave per risolvere le più grandi divergenze.

Se discuti su una questione banale,
molto probabilmente stai polemizzando sui dettagli e stai perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione, spuntarla, vincere su un argomento insignificante con il costo di compromettere una buona relazione con un collaboratore molto produttivo non è il modo migliore di gestire un disaccordo.


Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” – ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

2. Attendi di essere calmi

Ti ricordi i consigli di tua madre come quello di contare fino a tre prima di rispondere?
Bene.
Vale altrettanto (ma soprattutto) quando si parla di disaccordo al lavoro.

Quando le emozioni sono forti, i disaccordo al lavoro possono trasformarsi in questioni personali.
Una volta che le parole sono state pronunciate, non abbiamo la possibilità di fare rewind per cancellarle.
Il danno è fatto.

Non esprimere il dissenso, quando sei arrabbiato o turbato

Se ti senti arrabbiato, è meglio dire il meno possibile.
Le tue emozioni influiranno sulla tua professionalità, gli argomenti o i dati che stai presentando.

Quando parli, in qualsiasi situazione di disaccordo,
è fondamentale che tu mantenga la calma.

Vai alla parte 2.