9 frasi che non sentirai mai durante le mie sessioni coaching

sessioni di coaching

Le parole sono importanti.

Nella mia professione di coach durante le sessioni di coaching,
le parole devono stimolare, ispirare e spronare
ma possono anche scostare, confondere o stancare.

Ci vuole attenzione, moderazione e competenza.

Una cosa è certa …
ecco 9 frasi che sicuramente non mi sentirai mai dire durante le sessioni di coaching:

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1. “Mi raccomando … fai questo e non fare quello

Se c’è una cosa che (come coach) evito, accuratamente nelle sessioni di coaching è …
dirti cosa-fare, cosa-scegliere, dove-andare.

La responsabilità è tutta tua.
Solo tua.

Non è mia la responsabilità di risolvere i tuoi problemi oppure raggiungere i tuoi obiettivi per te.

Il mio obiettivo è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti, incoraggiarti,
condividere feedback e offrirti qualsiasi altra cosa nel mio kit-di-strumenti per aiutarti a raggiungere gli obiettivi che sono importanti per te.

2. “Ecco le risposte che cercavi

Coaching non è consulenza.
A differenza di un consulente, che è assunto per fornire le risposte,
non è nel ruolo del coach conoscere tutte le risposte e risolvere i problemi del cliente.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.

Sei tu che devi dare le risposte a domande che sembrano facili, ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.
Provaci, dai, eccone alcune:
Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”

“Che cosa stai aspettando?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?”

3. “Cercherò di essere breve, ti spiego …

Non mi dilungo in lunghe e fumose teorie.
Anzi di teoria c’è né molto poca.
Quasi niente.

La teoria è controproducente in questi casi.
Cercheresti di approcciare tutti i problemi in modo meccanico tentando di applicare quello che hai sentito.
 


 

I problemi che incontri nel lavoro non hanno niente a che fare con quello che hai studiato.
Te ne sei accorto, vero?

4. “Fai come se fossi un amico

Chi ha un amico ha trovato un tesoro.
Inestimabile, aggiungo io.

Coaching non è amicizia.
Un caro amico/a (pur con la buona volontà e la buona fede) non ti farà le domande difficili che devono essere fatte,
non sarà imparziale e non riuscirà a portare l’efficace prospettiva di un professionista.
Non coinvolto e non giudicante.
E per questo più efficiente.

5. “Scaviamo nel tuo passato per capire meglio

Coaching non è terapia.
Non si concentra sul passato, guarigione di profonde ferite emotive o risolvere i sintomi quali ansia o depressione,
ad appannaggio di specialisti del settore.

Il coaching si basa prevalentemente sul presente e ciò che sarà il futuro.

6. Nelle sessioni di coaching non sentirai frasi da pseudo-guru per “pompare” la motivazione

Nessuna sessione di coaching improntata solo su slogan motivazionale,
facili frasi a effetto o teorie sulla motivazione.

Come perchè?
Se anche tu hai avuto,
come tutti,
problemi di motivazione, sai perfettamente che se qualcuno ti dà una pacca sulla spalla e ti dice: “Dai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.

7. “Scusa … rispondo un attimo a un’altra telefonata e poi continuiamo

Quando sono con te in una sessione di coaching,
sei l’unica persona con la quale interagisco.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Sono completamente focalizzato su di te.
Il tempo (che hai pagando) nelle sessioni di coaching è esclusivamente per te.

8. “Ecco una dritta miracolosa

Mi spiace … nessuna soffiata miracolosa o trovata geniale.

Non esistono.
Almeno secondo me.

Serve impegno e “fatica”.
Mettersi in gioco.
Altro che dritta miracolosa!

Ecco perché, nonostante la grande offerta di corsi, seminari, libri e blog imbattersi in grandi personalità è così difficile.

9. “Fidati di me” – “Credi in me

L’onestà e la correttezza non si dichiarano a parole,
ma solo attraverso fatti concreti.

Che cosa è tutto questo prodigarsi di annunci e proclami riguardo sincerità e integrità?

Essendo sicuro della mia proposta formativa, l’ultima cosa che penso è proclamare,
annunciare e “mettere sul piatto” la mia correttezza e la mia professionalità.

Ho fiducia che trapeli attraverso i miei gesti, le mie parole,
i fatti o la mia consulenza.

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
“Fai” coaching.

6 differenze fondamentali tra essere forte e fare solo lo spaccone

In fin dei conti, gli adolescenti credono di diventare adulti scimmiottando adulti rimasti bambini che fuggono davanti alla vita.
Muriel Barbery

Il mondo del lavoro di oggi non è mai stato così difficile,
complesso e competitivo.

Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è facilmente visibile a tutti.
La forza mentale no.

Non si vede.
Si sente.

Come ho descritto nel mio libro “Autorevolezza
(nel capitolo autorevole vs autoritario),
per mostrarti forte – anche a livello mentale –
spesso indossi una maschera.

Reciti la parte del duro

Mascheri le debolezze con posture e atteggiamenti di finta durezza.
Pensi che così gli altri ti temeranno.

Questo approccio può portarti qualche successo iniziale.
Ma l’effetto svanisce in fretta.

Nel lungo periodo, per raggiungere obiettivi importanti,
serve forza vera.
Forza mentale.

Grinta.
Tenacia.
E il desiderio continuo di migliorare.

“Giocare a fare il duro” è facile

Lo possono fare tutti.
Uomini e donne.

Atteggiarsi.
Ostentare.
Scimmiottare.

Ma tra forza e spacconeria c’è una differenza enorme.
Ecco sei segnali chiari.

1. Lo spaccone non conosce i propri limiti

Chi è forte, sì.

Lo spaccone proclama che può fare tutto.
Dice che non ha paura di niente.
Dichiara che nulla potrà fermarlo.

Ma proclamare non significa essere forti.

Chi agisce così sopravvaluta le proprie capacità
e spesso si trova impreparato davanti alla realtà.

Oppure sottovaluta le difficoltà…
e va a sbattere contro il palo!

La forza mentale è riconoscere i propri limiti.

Sapere che il duro lavoro è necessario.
Accettare che il fallimento fa parte del percorso.

Chi è forte lo sa.
E non si spaventa.

2. Il gradasso nasconde le sue debolezze

Chi è forte, le affronta.

Il gradasso spreca energie per mascherare difetti ed emozioni,
perché le considera segni di debolezza.

Dice:
“Sono il migliore!”

Ma sotto c’è spesso insicurezza.

Essere forti richiede consapevolezza emotiva.

La persona forte non si fa controllare dalle emozioni.
Le gestisce.

Non spreca energie a coprire le mancanze.
Investe tempo per migliorarsi.

Per crescere.
Per superarsi.


Su questo tema trovi spunti utili nei miei libri:

Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025,
per sviluppare una presenza autorevole reale.

Prima volta Leader”, se sei all’inizio del tuo percorso.

3. Lo spaccone scimmiotta il duro

Chi è forte, duro lo è già.

Il “pallone gonfiato” copia modelli visti al cinema o nei reality:
braccia conserte,
sguardo truce,
sorriso sprezzante.

Usa sarcasmo e battute per svalutare.

Interrompe.
Impone i suoi argomenti.
È polemico, ruvido, aggressivo.

Sta confondendo arroganza e prepotenza
con grinta e carattere.

Finzione per realtà.

Il vero duro, invece,
trasmette fiducia in modo calmo.
Contenuto.
Silenzioso.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,

Puoi leggerlo qui → “7 caratteristiche che indicano una personalità forte

4. Chi gioca a fare il duro vuole apparire forte

Chi è forte, non ha bisogno di dimostrarlo.

Chi vuole sembrare duro
cerca approvazione.

Vuole essere visto come tosto.
Ha sempre qualcosa da dimostrare.

La sua autostima dipende dallo sguardo degli altri.

Chi è davvero forte no.
Non deve convincere nessuno.
Non cerca applausi.

La sua motivazione nasce da dentro.
Il suo unico referente è se stesso.

5. Lo sbruffone vuole potere sugli altri

Chi è forte, vuole potere su di sé.

Chi gioca a fare il duro controlla,
spadroneggia,
fa richieste irragionevoli.

La persona forte lavora su pensieri,
emozioni
e comportamenti.

Non controlla il mondo.
Controlla se stesso.

6. Chi gioca a fare il duro, se fallisce, dà la colpa agli altri

Chi è forte si assume la responsabilità.

Lo spaccone accusa persone, sfortuna e circostanze.
Cerca un capro espiatorio.

Così resta fermo.
Si lamenta.
Aspetta.

La forza è vedere il fallimento come un trampolino.

Sapere che raramente è colpa solo degli altri.
Assumersi la propria parte.

Solo così si può passare allo step successivo.

Essere forti significa avere fiducia
nella capacità di rialzarsi
e imparare dagli errori.

A volte essere forti è l’unica scelta che hai

La forza mentale non nasce in un giorno.
Si costruisce.

Ogni sfida – anche piccola –
è un allenamento.

Se impari a vederla così,
svilupperai chiarezza, lucidità e solidità.

La vera forza non fa rumore.
Non intimidisce.
Non ostenta.

Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento
Sei puntuale.
Sei efficiente.
Produttivo.

Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.

E allora?

Ti aspettavi di più.
Un apprezzamento.
Un riconoscimento.
Un aumento.

La verità è che ormai da anni stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal tuo datore di lavoro.

Invece…
tutto tace.
Niente si muove.

Nessuno si fa sentire.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale la risposta sarebbe semplice:

“Vuoi più soldi? Devi chiederli.”

Facile, no?

Peccato che nella realtà la questione si complichi.
Si blocchi.
Si areni.

Nel mondo del lavoro di oggi stipendio e soldi restano un tabù.

Secondo un sondaggio di Salary.com,
solo il 12% delle persone prova a negoziare lo stipendio durante le revisioni delle prestazioni.

Eppure, un altro sondaggio rivela che due terzi di chi chiede un aumento… lo ottiene.

Se hai paura di chiedere, prima ancora di sederti al tavolo della trattativa, devi capire che cosa ti blocca davvero.

La chiave è qui:
nei pensieri che stanno dietro alla tua esitazione.

Ci sono paure che sabotano direttamente la tua capacità di guadagno.
Prima le individui.
Poi puoi affrontarle.

Le principali paure quando si chiede un aumento:

1. Paura di non meritare l’aumento

Classico.

Molti legano la propria autostima allo stipendio:

“Sono pagato quanto valgo.”

Se guadagno poco, allora…
non merito di più.

Salary.com ha rilevato che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere competenze o fiducia per negoziare un salario più alto.

Se non riconosci il tuo valore,
se credi che il tuo contributo non sia davvero rilevante,
chiedere di più diventa quasi impossibile.

Qui entra in gioco anche la sindrome dell’impostore:
la paura di essere un “fake”,
di non essere davvero all’altezza.

Così aumenti e promozioni vengono vissuti come colpi di fortuna
o gesti di “benevolenza” del capo.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità ci è stata insegnata come qualcosa di sbagliato.
E il senso di colpa arriva subito.

Troppa modestia però è un freno pericoloso.
Ci porta a negare le nostre capacità pur di essere accettati.

Parlare dei propri risultati non è arroganza.
È descrivere fatti.

Raccontare come hai risolto un problema,
sviluppato una competenza,
raggiunto un obiettivo
non è vantarsi.

È essere chiari sul proprio contributo.

3. Paura di parlare di soldi… in tempi di crisi

La frase che spaventa di più:

“È già tanto che hai un lavoro.”

È vero: viviamo tempi complessi.
Ma è altrettanto vero che non tutti i settori sono in crisi.

Chiedere un aumento, crisi o non crisi,
non è irrispettoso né inadeguato.

Nessuno ha mai chiesto un aumento mentre l’azienda stava fallendo.
Chi chiede lo fa perché sa di portare-valore.

4. Paura del rifiuto

Chiedere espone.
E il “NO” fa male.

Perché lo viviamo come un rifiuto personale.
Un colpo all’autostima.

Ma un “NO” iniziale non chiude la partita.
Spesso è proprio da lì che parte la trattativa.

La volta dopo puoi tornare con:

  • dati concreti
  • risultati misurabili
  • valore di mercato

Separare l’emotività dalla richiesta riduce gran parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Negoziare non è facile.
Richiede allenamento, pazienza, lucidità.

Incassare un “NO”.
Rilanciare.
Aspettare il momento giusto.

Nessuno nasce negoziatore.
Si impara.
Come tutto ciò che conta.

6. Paura di perdere il lavoro

Chiedere un aumento equivale a rischiare il licenziamento?

I dati dicono il contrario.

Secondo PayScale.com,
il 75% di chi chiede un aumento ne ottiene uno.
Più della metà ottiene l’importo richiesto.

Anche perché … sostituire un dipendente costa spesso molto di più
che riconoscere un aumento (non vale per tutti i settori, ma per molti sì).

Prima di lanciarti, chiediti:

  • Quanto è trasparente la tua azienda su stipendi e bonus?
  • È un tema aperto o un tabù?
  • Se è un tabù, sei pronto ad andare al tavolo con fatti e numeri?

Più resti concreto,
più aumentano le probabilità di successo.

In finale

Non chiedere un aumento non ti rende più leale.
Ti rende invisibile.

Il punto non è se chiedere.
È come farlo.

E soprattutto:
quanto valore sei disposto a riconoscere a te stesso,
prima che lo facciano gli altri.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni

esprimere il disaccordo al lavoro
La nostra prima reazione è vedere il disaccordo come qualcosa di
negativo,
svantaggioso,
spiacevole.

Eppure, esprimere il disaccordo al lavoro — se gestito correttamente — può portare a miglioramenti,
guadagni produttivi,
soluzioni inaspettate.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono spesso proprio nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio di idee.

Esprimere il disaccordo al lavoro significa pretendere che le proprie idee siano ascoltate e rispettate.

In alcune circostanze è indispensabile per ottenere rispetto.

Al contrario, non esprimere alcun dissenso — per eccessiva diplomazia, per paura o per arrendevolezza — può avere l’effetto opposto.

Si rischia di essere fraintesi,
ignorati,
sfruttati.

Soprattutto nel Mondo del lavoro di oggi.

Attenzione però

Esprimere il disaccordo in modo brusco o aggressivo rischia di danneggiare i rapporti.

Molte volte manifestiamo la nostra disapprovazione in modo polemico, senza spiegazioni o alternative.

Questo può compromettere o raffreddare una relazione professionale.

Ed è un peccato.

Soprattutto quando la persona coinvolta è un ottimo collaboratore o collega, con cui lavori fianco a fianco da anni e con cui hai sempre avuto un buon rapporto.

In fondo basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più.

Ecco 10 suggerimenti pratici per esprimere il disaccordo al lavoro senza compromettere le relazioni.

1. Non affrontare ogni situazione

Se contesti tutto, rischi di apparire polemico,
sgradevole,
petulante.

Ma anche restare sempre in silenzio può diventare un problema.

La chiave è capire il costo del disaccordo.

Se discuti per questioni banali, probabilmente stai polemizzando sui dettagli e perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione su un argomento insignificante non vale il prezzo di compromettere una buona relazione professionale.

2. Attendi di essere calmo

Ricordi il consiglio di tua madre: “Conta fino a tre prima di rispondere”?

Vale ancora di più sul lavoro.

Quando le emozioni sono forti, il disaccordo rischia di trasformarsi in una questione personale.

E una volta pronunciate, le parole non possono essere cancellate.

Se sei arrabbiato o turbato, parla il meno possibile.

Le emozioni influenzano inevitabilmente la tua professionalità e il modo in cui presenti i tuoi argomenti.

La calma è fondamentale.

3. Non sacrificare la relazione

Non sacrificare un rapporto professionale di lungo periodo per una piccola vittoria immediata.

Soprattutto quando hai davanti:

  • un collaboratore fidato
  • un cliente importante
  • una figura chiave dell’azienda.

Chiediti sempre:

  • “Questa battaglia deve essere davvero vinta?”
  • “Ne vale davvero la pena?”

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione, formula il messaggio dal tuo punto di vista.

Ad esempio:

  • “Mi sono sentito a disagio quando…”
  • “Sono preoccupato perché…”

Evita frasi generalizzate come:

  • “Tutti pensiamo che…”
  • “Questo è ciò che tutti vogliono…”

Non attaccare la persona.

Mantieni sempre rispetto per chi hai davanti e per il lavoro che sta svolgendo.

Esempi:

  • “Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non posso lavorarci fino a domani mattina.”
  • “Preferirei ricevere almeno due settimane di preavviso prima di lavorare nel fine settimana.”
  • “Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo sulla tua puntualità. Vediamo come recuperare con quel cliente.”
  • “Capisco il tuo punto di vista, ma io la vedo in modo diverso.”

5. Esprimi il disaccordo in modo chiaro e specifico

Non indugiare troppo.

Offri il tuo punto di vista nelle prime fasi della discussione.

Stai ai fatti.

Dati e fatti concreti sono sempre più credibili delle opinioni personali.

Quando esprimi un disaccordo, riferisciti sempre a qualcosa di specifico:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando.

Descrivi comportamenti,
azioni
o decisioni.

6. Permetti all’altro di spiegarsi

Ascolta con attenzione.

Non interrompere.
Non controbattere subito.

Lascia che l’altra persona finisca di parlare.

Se si arrabbia o si sfoga, ascolta comunque.

In quel momento la chiave è capire, non preparare un contrattacco

Se ti sforzi davvero di comprendere la posizione dell’altro, invii un messaggio potente.

Di apertura.
Di rispetto.

E la conversazione diventa molto più costruttiva.

7. Mantieni la tua professionalità

Tratta sempre le persone con rispetto.

Non manipolare la situazione.
Non colpire la reputazione altrui.

Usa il confronto per generare soluzioni, non per trovare un colpevole.

Così guadagnerai rispetto e credibilità.

Lo scopo di un disaccordo dovrebbe essere sempre uno solo:
trovare modi migliori per risolvere un problema.

8. Cerca di capire davvero l’altro

Capire le necessità, le paure e le convinzioni dell’altra persona ti aiuterà a esprimere il disaccordo senza creare conflitti inutili.

Un buon metodo è riformulare ciò che hai ascoltato.

Ad esempio:

  • “Mi stai dicendo che vuoi…”
  • “In altre parole, desideri…”
  • “Se ho capito bene, pensi che…”

Spesso perdiamo tempo in discussioni che sarebbero evitabili se comprendessimo davvero la posizione dell’altro.

Molti disaccordi sono solo apparenti.

9. Cerca il compromesso

“Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante.”

– Proverbio del Burkina Faso

Cerca gli interessi comuni.

Ricorda sempre l’obiettivo condiviso.

Fai capire all’altra persona che apprezzi il suo punto di vista.

Non si può essere d’accordo su tutto.
Ma si può comunque trovare una direzione comune.

Hai mai evitato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

10. Quando la decisione è presa, chiudi la questione

Una volta presa una decisione, vai avanti.

Continuare a rievocare torti o recriminazioni raramente porta risultati utili.

Serve solo a generare amarezza.
Guarda indietro solo per imparare.
E poi lascia andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra.
Anche se la decisione finale non era la tua preferita.

Questo dimostra una cosa importante:
sei un professionista affidabile.

In definitiva

Il disaccordo non è un problema.
Il problema è come lo gestiamo.

Un vero professionista non evita il confronto.
Ma non lo usa nemmeno per attaccare.

Lo usa per costruire soluzioni migliori, relazioni più solide e risultati più duraturi.

È così che si riconosce un vero leader.