Come guardare negli occhi il capo, il titolare il CEO (fearless)

guardare negli occhi il

Foto di Yogendra Singh

Il contatto visivo è uno degli strumenti più potenti della tua autorevolezza.

E anche uno dei più trascurati.

In diversi post ho parlato dell’importanza di guardare negli occhi il tuo interlocutore.
E del motivo per cui, in alcune situazioni, questo diventa difficile.

Molti professionisti avvertono disagio quando si trovano davanti al capo, al titolare o al CEO.
Più la persona è percepita come autorevole — o autoritaria — più è difficile mantenere lo sguardo.

Questa soggezione riduce la tua spontaneità.
Limita la tua capacità di esprimerti.
E indebolisce il tuo impatto.

Eppure, proprio questi momenti sono occasioni decisive per mostrare la tua leadership.

Lo status influenza il tuo comportamento (anche senza che tu te ne accorga)

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025, reagiamo continuamente allo status e al potere degli altri.

Dipendenti davanti ai manager.
Studenti davanti ai professori.
Professionisti davanti a figure percepite come superiori.

Il timore di non essere all’altezza può farti distogliere lo sguardo.
Può farti dubitare di te stesso.

Il tuo corpo comunica ciò che la tua mente cerca di nascondere.

Il contatto visivo è uno strumento. Ma va usato con intelligenza

Guardare negli occhi migliora immediatamente la qualità delle tue interazioni.

Trasmette:

  • presenza
  • sicurezza
  • rispetto
  • credibilità

Ma deve essere naturale. Non forzato.

Durante le sessioni di coaching, ad esempio, evito un contatto visivo troppo intenso all’inizio.
Alcune persone potrebbero sentirsi esposte o sotto pressione.

Il contatto visivo diventa più profondo solo quando l’altra persona si sente a suo agio.

L’autorevolezza non invade.
Invita.

Quando eviti lo sguardo, comunichi più di quanto pensi

Se parli guardando altrove, l’altro potrebbe percepire:

  • insicurezza
  • nervosismo
  • disinteresse
  • mancanza di convinzione

Al contrario, quando guardi negli occhi il tuo interlocutore, crei connessione.

Stai dicendo, senza parlare:

“Sono presente. E quello che sto dicendo conta.”

Attenzione: guardare non significa fissare

Il contatto visivo deve essere equilibrato.

Troppo poco → sembri insicuro.
Troppo → sembri aggressivo o dominante.

La regola pratica è semplice:

Mantieni lo sguardo per 2–3 secondi.
Poi distoglilo brevemente.
Poi torna.

Questo crea naturalezza e comfort.

Se fai fatica a mantenere il contatto visivo, usa questo trucco

Guarda il punto tra le sopracciglia.

L’altra persona percepirà comunque il contatto visivo.
Ma per te sarà più facile.

Un altro trucco semplice:

Quando stringi la mano a qualcuno, osserva il colore dei suoi occhi.
Questo ti “costringe” a creare connessione reale.

Il contatto visivo è ancora più importante nei meeting

Quando entri in una sala riunioni:

Fermati.
Respira.
Guarda le persone negli occhi prima di iniziare.

Quando parli, distribuisci lo sguardo tra i presenti.
Non fissare solo le slide.
Non guardare solo i volti amichevoli.

Includi tutti.

Questo aumenta la tua credibilità immediatamente.

Nei momenti difficili, il contatto visivo diventa decisivo

Durante un disaccordo o una conversazione difficile, potresti essere tentato di abbassare lo sguardo.

Non farlo!

Distogliere lo sguardo verso il basso comunica sottomissione.
Guardare negli occhi comunica stabilità.

Non aggressività.
Presenza.

Se il rapporto con il tuo capo è fonte di stress e ti senti in difficoltà nel comunicare con autorevolezza, puoi approfondire il mio percorso mirato:
Gestire il rapporto difficile con il tuo capo

Imparerai a comunicare con calma, sicurezza e rispetto reciproco.

Il contatto visivo rafforza la tua leadership

I tuoi occhi comunicano ciò che le parole non possono dire:

  • fiducia
  • stabilità
  • convinzione
  • presenza

Quando mantieni il contatto visivo, trasformi l’altro da spettatore passivo a interlocutore coinvolto.

Non stai solo parlando.

Stai guidando.

Fai pratica, ogni giorno

Inizia nelle situazioni più semplici:

  • con un collega
  • con un cameriere
  • un negoziante

Poi, gradualmente, nelle situazioni più importanti.

Il contatto visivo è una competenza.
E come ogni competenza, migliora con la pratica.

Un ultimo punto fondamentale

Non puoi cambiare il carattere del tuo capo.

Ma puoi cambiare il modo in cui ti presenti.

Il tuo sguardo può comunicare insicurezza.
Oppure autorevolezza.

La scelta è tua.

Le persone dimenticano molte delle tue parole.
Ma non dimenticano come le hai fatte sentire.

E spesso, tutto inizia da uno sguardo.

Fare un errore nel nuovo lavoro? 5 cose da ricordare

fare un errore

Foto di Vanessa Sezini

Hai timore di chiedere
sempre le stesse cose?

Sbagliare anche quelle più semplici?

Hai la sensazione di sentirti
“pesante”?
Poco smart?

La paura di fare errori nel nuovo lavoro
colpisce tutti:

  • dimenticare passaggi delle procedure
  • ignorare (senza volerlo) la gerarchia aziendale
  • credere di avere ragione
    ripetendo a memoria qualcosa letto chissà dove
  • Rimandare ciò che conta davvero

Detto questo…
tutti commettiamo errori.

Fa parte della vita professionale.
Accettarne le conseguenze è difficile.

Ma se impari a farlo,
diventi una persona
— e un professionista —
più solido.

1. Riconosci gli errori come… errori

Ammettere di aver sbagliato,
soprattutto da “nuovo arrivato”,
è dura.

È vergognoso.

Ma la scelta più debole
è fuggire dall’errore
o scaricare la colpa sugli altri.

Non puoi imparare
finché non riconosci
che si tratta di un errore.

Quando ti assumi tutta la responsabilità,
stai sviluppando una mentalità forte.

Ti concentri sul presente.

2. Non lasciare che la paura di sbagliare ti blocchi

Non esiste successo
senza fallimento.

Fare qualcosa di nuovo
espone all’errore,
ma apre anche alla creatività
e all’innovazione.

Accettare l’errore
significa chiedersi:
“Cosa posso imparare da questo?”

Impari.
Vai avanti.
Fai il passo successivo.

Non restare fermo.

Dopo un errore, riprova dicendo:
“Ok.
La prossima volta farò…”

Gli errori ripetuti
ti insegnano che esistono
altri modi
— migliori —
per fare le cose.

3. Gli errori non definiscono chi sei

Quando sbagli nel nuovo lavoro
è facile sentirsi bollati.

Colpevoli.
Inadeguati.

Ma tutti fanno errori.
Gli errori non sei tu.

Il rischio è questo:
“Ho fallito”
diventa
“Sono un fallito”.

Come a scuola,
ti dai voti,
giudizi,
sentenze.

Serve ristrutturare il dialogo interno.

  • “Io non sono un errore”
  • “Io ho commesso un errore”

La differenza è enorme.
E cambia tutto.

4. Accetta che non puoi controllare tutto

Non puoi controllare tutto.
E va bene così.

A volte le cose non funzionano.
Punto.

Con l’esperienza capirai che,
anche quando succede,
il mondo continua a girare.

La vita va avanti.
Impara.
Matura.
Diventa più resiliente.

Prenditi del tempo per riflettere
su come hai gestito un errore
e su come l’hai riparato.

5. Non essere severo con te stesso

Hai fatto un errore con conseguenze?
Bene.
Anzi no.
Male.

Ma hai fatto il possibile
per sistemare le cose?

Allora puoi andare avanti
e perdonarti.

Non sarà l’ultima volta che sbaglierai.
Sei umano.

Riuscire a sorridere dei propri errori
è un segno di maturità.

Con il tempo
riuscirai persino a riderci sopra.
E la prossima volta
sarai più calmo,
più centrato.

L’errore è diventato esperienza.
E l’esperienza porta
sicurezza.

I primi giorni nel nuovo lavoro: segui l’onda

Cerca di essere accurato,
non maniacale.

Resisti alla tentazione
di impressionare a tutti i costi.

Osserva.
Ascolta.
Capisci davvero come funziona l’azienda.

Mostra interesse genuino
per le persone.

Nelle prime settimane
evita eccessi
e giudizi affrettati.

Non devi essere un supereroe.

Serve tempo per capire
cosa ti piace
e cosa no.

Giudicare un lavoro
solo dall’inizio
è quasi sempre fuorviante.

Spesso…
finisci per ricrederti.

Sbagliare non ti rende incompetente

Ti rende umano.

La differenza la fa
come reagisci,
non l’errore in sé.