5 spunti per esprimere il disaccordo in una riunione (senza fare danni)

esprimere il disaccordo

“Non sono d’accordo.”

Tre parole.
Semplici.
Eppure capaci di irrigidire una stanza.

Questa frase mette spesso a disagio chi la ascolta.
E, diciamolo, anche chi la pronuncia.

E tu?
Come reagisci quando non sei d’accordo?
Ti prepari al confronto?
Temi il conflitto?

Nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025) ho dedicato un intero capitolo alle riunioni e a come esprimere il disaccordo in modo assertivo, senza bruciarsi credibilità o relazioni.

Sei in riunione con il team..

con il capo,
con il titolare.

È il momento di valutare una proposta.
Sei d’accordo… oppure no.

Ma qualcosa ti blocca.

Avresti voluto dire:

  • “No, così non funziona.”
  • “Non è la direzione giusta.”
  • “C’è un problema.”

E invece esci dalla sala senza aver detto nulla

Forse hai fatto bene a tacere.
Esprimere dissenso può essere delicato.

Come reagirà l’altro?
Si irrigidirà?
Se la legherà al dito?

E poi… nessuno vuole passare per l’arrogante saputello.

Essere troppo diretti può sembrare aggressivo.
Essere troppo morbidi può renderti invisibile.

Serve equilibrio.

Non tutti accettano il contraddittorio

“L’onesto disaccordo è spesso un buon segno di progresso.”

Gandhi

Oggi le persone sono più suscettibili.
Te ne sei accorto vero?

Basta poco per creare attrito.

Una parola fuori posto,
una correzione mal formulata,
e il rapporto professionale si incrina.

I leader davvero solidi, però,
vogliono il confronto.

Desiderano essere messi in discussione.
Cercano punti di vista diversi.

E il tuo capo?
Accoglie il dissenso o si irrigidisce alla prima obiezione?

Se è così…
non è solo un problema di carattere.
È un problema di comunicazione.

Come dire “non sono d’accordo” senza creare attrito?

Serve strategia.
E un pizzico di diplomazia.

1. Esprimi un disaccordo parziale

Inizia mostrando ascolto.

  • “Capisco quello che dici, ma…”
  • “Sono d’accordo fino a un certo punto, tuttavia…”
  • “Vedo il senso della proposta, però…”

Esempi:

  • “Capisco il punto di vista, tuttavia questi obiettivi non sono realistici.”
  • “Comprendo le motivazioni, però questo sistema non funziona con volumi bassi.”
  • “Sono d’accordo sull’importanza della formazione, ma se investiamo solo sui direttori rischiamo di scoprirci sui venditori.”

3. Ammorbidisci il dissenso

Piccoli segnali fanno una grande differenza.

  • “Mi dispiace, ma non sono d’accordo…”
  • “Sì, ma non credi che…?”

Esempi:

  • “Ok, ma non credi che così aumentiamo la pressione sul team?”
  • “Mi spiace non essere d’accordo, ma dovremmo rivedere la strategia di marketing.”
  • “Capisco la proposta, ma l’anno scorso non ha dato i risultati sperati.”

3. Usa il dubbio (non l’attacco)

Il dubbio apre il dialogo.

  • “Mi chiedo se…”
  • “Non sono sicuro che…”
  • “I dati indicano che…”

Esempi:

  • “Non ne sono così certo: i dati mostrano un trend diverso.”
  • “Non sono sicuro sia fattibile in questo momento.”
  • “Ho una lettura diversa: questo periodo dell’anno è storicamente poco adatto.”

4. Evita il linguaggio negativo diretto

Meglio evitare frasi come:

  • “È un’idea pessima.”
  • “Così non funziona.”
  • “Non sono d’accordo.”

Sostituiscile con domande o osservazioni:

  • “È possibile che emergano delle difficoltà?”
  • “Ci sono rischi che dovremmo considerare?”
  • “Possiamo valutare un’alternativa?”

5. Cura il linguaggio non verbale per esprimere il disaccordo

Il corpo parla.
Sempre.

Quando vuoi esprimere il disaccordo:

  • evita smorfie, occhi al cielo, testa che oscilla
  • niente bisbigli o sguardi inquisitori

Il tuo obiettivo non è vincere.
È dimostrare affidabilità.

Un professionista che ascolta,
non attacca le persone,
lavora sulle soluzioni.

Vuoi rendere i tuoi interventi chiari, incisivi e memorabili?

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni”.

I grandi leader fanno così.

Quando sei in disaccordo, ricorda:
si affronta il problema, non la persona.

Imparare a dire “non sono d’accordo” senza creare attrito
è una competenza cruciale.

Detto questo, non sono ingenuo.

Puoi scegliere le parole giuste,
curare tono e linguaggio del corpo,
metterci tutta la diplomazia possibile.

Ma se dall’altra parte c’è una persona arrogante e inflessibile,
il problema non è come esprimere il disaccordo.

È con chi stai parlando.

In certi casi, la vera autorevolezza non è insistere,
ma capire quando fermarsi e proteggere il tuo spazio.

10 errori da evitare quando ti chiedono “Mi parli di lei?”

parli di lei

“Ho letto il suo CV. Potrebbe dirmi qualcosa di più su di lei?”

“Come si descriverebbe?”

“Mi parli di lei.”

Sembra la più semplice delle domande.

Eppure è una di quelle capaci di mettere in difficoltà anche candidati preparati e con una buona esperienza professionale.

Perché?

Perché parlare di sé non significa raccontare tutto. Significa scegliere cosa raccontare, in poco tempo, dando un senso al proprio percorso professionale.

“Mi parli di lei” è spesso anche un modo semplice per rompere il ghiaccio e iniziare la conversazione.

Ma proprio perché è una domanda così aperta, lascia a te la responsabilità di decidere da dove partire, cosa mettere in evidenza e quando fermarti.

“Mi parli di lei” non significa “mi racconti la sua vita”. Significa: “mi aiuti a capire chi è professionalmente”.

Ecco 10 errori da evitare.

1. Fermarti a due o tre frasi scontate

Sai che questa domanda potrebbe arrivare.

Eppure molti candidati rispondono con poche informazioni di rito:

  • “Mi chiamo…”
  • “Ho studiato…”
  • “Ho lavorato come…”

Poi silenzio.

Oppure arrivano gli “uhm… uhm…”.

Non serve preparare un discorso da recitare a memoria. Ma serve sapere quali sono i 3-4 elementi che vuoi assolutamente far emergere.

Esperienza, competenze, evoluzione professionale e ciò che stai cercando oggi possono essere un buon punto di partenza.

2. Parlare della famiglia invece che di te

“Mio padre fa…, mia madre…, ho una sorella che…, nel tempo libero adoro…”

Attenzione.

Non sei a un primo appuntamento.

In un colloquio di lavoro il focus dovrebbe rimanere prevalentemente professionale, a meno che un elemento personale sia pertinente o aiuti davvero a comprendere il tuo percorso.

Non serve raccontare tutto ciò che ti definisce come persona.

Devi aiutare chi hai davanti a capire chi sei rispetto al lavoro per cui ti stai candidando.

3. Ripetere il CV parola per parola

“Come può vedere dal mio curriculum…”

E parte la cronistoria.

2012…

2015…

2019…

2023…

2026…

Il selezionatore ha già il tuo CV.

“Mi parli di lei” non è un invito a leggerglielo ad alta voce.

Usa invece il curriculum come base per costruire un filo:

  • da dove arrivi;
  • quali esperienze ti hanno formato maggiormente;
  • cosa sai fare particolarmente bene;
  • perché oggi sei interessato proprio a quel ruolo.

Il CV contiene i dati.

Tu devi dare un significato a quei dati.

4. Partire troppo indietro e non arrivare più al punto

“Dunque… dopo le scuole medie…”

No.

Una risposta troppo lunga rischia di sommergere chi ascolta di informazioni poco utili e di far perdere proprio quelle importanti.

Non esiste un minutaggio perfetto valido per ogni colloquio, ma come riferimento una presentazione iniziale di circa uno-due minuti è generalmente più che sufficiente.

Una buona presentazione non racconta tutto.
Fa venire voglia di chiederti qualcosa in più.

Poi sarà l’intervistatore ad approfondire ciò che gli interessa.

Il tuo compito, all’inizio, è soprattutto dargli una direzione chiara da seguire.

5. Fare la lista delle tue qualità

“Sono puntuale, preciso, flessibile, organizzato, dinamico e professionale.”

Benissimo.
Ma sono parole.

Evita il catalogo delle qualità e porta qualche elemento concreto che permetta di riconoscerle.

Invece di dichiarare semplicemente:

“Sono molto organizzato.”

puoi spiegare brevemente quale tipo di attività, responsabilità o situazione ti ha richiesto quella capacità.

Non devi magnificare le tue qualità.
Devi renderle credibili.

6. Essere troppo modesto

Questo è l’errore opposto.

Professionisti competenti e con anni di esperienza che, quando devono parlare di sé, improvvisamente diventano vaghi.

  • “Mah… ho fatto un po’ di cose…”
  • “Niente di particolare…”
  • “Ho semplicemente fatto il mio lavoro…”

Parlare dei tuoi risultati non significa essere arrogante.

Se hai risolto un problema, raggiunto un risultato, sviluppato una competenza o assunto una responsabilità importante, puoi dirlo.

Sono fatti.
Il punto non è vantarti.

È non costringere l’intervistatore a indovinare il tuo valore.

7. Mentire o gonfiare ciò che hai fatto

Una cosa è presentare bene la propria esperienza.

Un’altra è inventarla.

Gonfiare responsabilità, competenze, conoscenze linguistiche o risultati può sembrare una scorciatoia efficace.

Fino alla domanda successiva.
O fino a quando qualcuno verifica.

Non hai bisogno di inventare una versione migliore di te. Hai bisogno di raccontare meglio quella reale.

8. Rispondere a parli di lei: “Che cosa vuole sapere?”

“Vuole sapere della mia esperienza, della formazione oppure…?”

Una piccola richiesta di chiarimento può naturalmente essere opportuna in alcuni contesti.

Ma davanti a una classica domanda aperta come “Mi parli di lei”, rimandare immediatamente la domanda al selezionatore può comunicare scarsa preparazione o difficoltà nel selezionare autonomamente le informazioni importanti.

Prendi tu l’iniziativa.
Hai davanti uno spazio aperto.
Usalo.

9. Parlare male dell’ex capo o dell’azienda

“Me ne sono andato perché il mio capo era impossibile.”

“L’ambiente era diventato invivibile.”

“L’azienda non sapeva valorizzare nessuno.”

Forse hai perfettamente ragione.

Ma questo non è il momento di regolare i conti con il passato.

Rancore, sarcasmo e accuse spostano l’attenzione da ciò che puoi offrire a ciò che ti è successo.

Puoi raccontare anche un’esperienza professionale difficile senza trasformarla in un processo all’ex datore di lavoro.

Se vuoi approfondire, leggi “Parlare male dell’ex datore di lavoro è da rosso diretto”.

10. Partire subito da stipendio, comodità e bisogni personali

Stipendio, orari, distanza da casa, flessibilità e condizioni di lavoro sono importanti.

Eccome.

Ma quando ti viene chiesto di parlare di te, partire da:

  • “Cerco qualcosa vicino a casa.”
  • “Vorrei guadagnare di più.”
  • “Ho bisogno di maggiore flessibilità.”

rischia di spostare immediatamente il focus su ciò che vuoi ricevere anziché su ciò che puoi portare.

Ci sarà il momento per parlare delle condizioni.

Nella presentazione iniziale fai emergere prima il tuo percorso, il tuo valore e il motivo professionale per cui quella posizione ti interessa.

Allora, cosa dovresti dire quando ti chiedono “Mi parli di lei?”

Non serve imparare una risposta perfetta.

Serve costruire una presentazione breve, concreta e coerente con il posto per cui ti stai candidando.

Prima del colloquio chiediti:

  • Quali sono le 2-3 esperienze più pertinenti?
  • Quali competenze voglio far emergere?
  • Quale filo collega ciò che ho fatto a ciò che sto cercando?
  • Perché questa posizione rappresenta un passo sensato per me?
  • Che cosa vorrei che l’intervistatore ricordasse di me dopo questi primi due minuti?

Preparala.
Provala ad alta voce.

Poi lascia che durante il colloquio rimanga abbastanza naturale da poter diventare una conversazione.

Prepararsi non significa imparare una parte.
Significa sapere cosa vuoi far capire di te.

E se durante questa preparazione ti accorgi che il problema non è soltanto come presentarti, ma che non hai ancora chiaro quale dovrebbe essere il tuo prossimo passo professionale, allora vale la pena fermarsi prima.

Stai pensando di cambiare lavoro ma non sai da dove partire?

In un percorso mirato ti aiuto a fare chiarezza, valutare le opzioni e definire il prossimo passo giusto per te.

Scopri il servizio Esplora, valuta, decidi.

I risultati al lavoro non arrivano? Concediti il diritto di “sentirti giù”

risultati al lavoro

I clienti sono sempre più imprevedibili.
Le previsioni saltano.
I risultati al lavoro non arrivano.

Un progetto sul quale avevi investito tempo ed energie non funziona come speravi.

Pianificare, analizzare, organizzare e verificare ci aiuta a lavorare meglio. Ma può anche darci l’illusione di avere tutto sotto controllo.

Poi qualcosa va storto.

E quando gli eventi prendono una direzione diversa da quella prevista, arrivano preoccupazione, tensione e frustrazione.

Dormiamo poco e male.
Ci sentiamo stanchi.
Pensiamo cosa fare diversamente.

E quel nodo alla gola non va né giù né su.

Risultati al lavoro? Alcuni periodi sono semplicemente peggiori di altri

Ci sono giorni in cui non ci sentiamo all’altezza.

Siamo sopraffatti, sfiduciati, ansiosi.

Cominciamo a mettere in discussione quello che facciamo e, qualche volta, persino quello che valiamo.

Sai di cosa sto parlando.

Capita a tutti di attraversare momenti in cui ci si sente inadeguati al lavoro.

Il problema è che proprio in questi momenti possiamo diventare particolarmente severi con noi stessi.

Ci giudichiamo mentre siamo stanchi, delusi o preoccupati. E da quella posizione rischiamo di arrivare a conclusioni molto più pesanti della realtà.

“Non sono abbastanza bravo.”

“Ho sbagliato tutto.”

“Forse non sono più capace.”

“Gli altri riescono. Io no.”

Un risultato negativo dice qualcosa su ciò che è accaduto.
Non necessariamente su quanto vali.

Prima di emettere sentenze su te stesso, prova a distinguere i fatti dalle conclusioni che stai traendo.

Se i risultati non arrivano, concediti di “sentirti giù”

Un momento di sconforto non è un segnale di debolezza.

Non devi necessariamente reagire subito.

E non devi ascoltare per forza chi cerca di tirarti su con frasi come:

  • “Ma dai, che cosa vuoi che sia…”
  • “Non pensarci.”
  • “Devi reagire.”
  • “Forza, guarda avanti.”

Magari lo dice con le migliori intenzioni. Ma tu, in quel momento, potresti avere bisogno di altro.

Di fermarti.
Di riconoscere la delusione.
Di capire che cosa ti ha colpito così tanto.

Non fingere serenità e produttività solo per dimostrare che sei forte. E non riempirti immediatamente di attività per evitare di sentire quello che stai provando.

Non forzare il tempo di recupero

Quando qualcosa scuote la nostra sicurezza, abbiamo spesso fretta di tornare quelli di prima.

Ma non tutto deve essere sistemato immediatamente.

Prenditi il tempo necessario.

Non per crogiolarti nello sconforto, ma per lasciare sedimentare ciò che è successo e recuperare lucidità.

Potresti chiederti:

  • Che cosa mi ha ferito davvero di questa situazione?
  • Sto giudicando me stesso o sto valutando un risultato?
  • Che cosa dipendeva da me e che cosa no?
  • C’è qualcosa che posso imparare da quanto è accaduto?
  • Qual è il prossimo passo utile, quando sarò pronto a farlo?

Ripartire non significa cancellare in fretta ciò che provi.
Significa riuscire, poco alla volta, a guardarlo con maggiore lucidità.

Se hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza, è il momento di rimettere al centro te stesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

Quando tornerà un po’ di calma mentale, potrai guardare quello che è successo con maggiore distanza e decidere che cosa fare.

Non necessariamente più forte di prima. Ma più consapevole di ciò che ti è successo e di ciò che ti serve adesso.

14 mantra da recitare per trovare fede e forza nella tua leadership

Leadership

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, una cosa è essere un membro del team, un’altra è condurre e guidare le persone.

Quando assumi per la prima volta un ruolo di responsabilità, puoi scoprire molto rapidamente che essere bravo nel tuo lavoro non significa automaticamente saper guidare gli altri.

Arrivano dubbi,
errori,
reazioni
che non avevi previsto.

A volte diventi troppo rigido.
Altre volte perdi sicurezza.

E non sempre l’azienda ti prepara davvero a quello che incontrerai.

Avere leadership? Troppi pensieri, tante fantasie, pochi fatti

Quando qualcosa non funziona, la mente comincia a correre.

“Sarò davvero capace?”

“Mi rispettano?”

“Sto sbagliando tutto?”

“Forse non sono tagliato per questo ruolo.”

Fermati.

La leadership non si misura da quello che temi possa accadere, ma da quello che scegli di fare quando qualcosa accade davvero.

Ecco 14 mantra da ricordare quando dubbi, pressioni e difficoltà rischiano di farti perdere la direzione.

1. È demoralizzante non essere riconosciuti

Soprattutto quando stai facendo del tuo meglio.

Riconoscere il lavoro e l’impegno dei collaboratori è una responsabilità del leader, non una gentile concessione.

Non guardare soltanto numeri, budget e risultati. Guarda anche come le persone ci sono arrivate.

Un apprezzamento sincero e specifico può avere molto più peso di quanto immagini.

2. Lavorare tanto non significa necessariamente lavorare bene

Quando qualcosa non funziona, la tentazione è spesso quella di fare ancora di più.

Più ore.
Più controllo.
Più energia.

Ma aumentare lo sforzo non corregge automaticamente la direzione.

Non sempre devi fare di più.
A volte devi capire cosa fare diversamente.

Fermati.
Valuta.
Cambia qualcosa.
Prova di nuovo.

3. Senza il tuo team vai poco lontano

Puoi essere competente, preparato e determinato.

Ma se guidi un team, i risultati non dipendono più soltanto da te.

Le persone che lavorano con te sono parte del tuo successo.

Ascoltale.
Falle crescere.
Coinvolgile.
Permetti loro di assumersi responsabilità.

Un leader che vuole dimostrare di poter fare tutto da solo ha già perso una parte importante del suo ruolo.

4. Il rispetto va guadagnato sul campo

La qualifica non ti garantisce avere leadership.

Puoi essere il capo, avere più esperienza o occupare la posizione più alta nell’organigramma. Ma il rispetto non arriva automaticamente insieme al ruolo.

Arriva osservando come ti comporti.

Come mantieni la parola.
Come reagisci sotto pressione.
Come tratti le persone quando qualcosa va storto.

È lì che il team decide quanto fidarsi di te.

5. Se hai bisogno di sentirti superiore, probabilmente sei insicuro

Arroganza e sicurezza non sono la stessa cosa.

A volte proprio l’insicurezza ci porta a irrigidirci, imporci o mostrare continuamente chi comanda.

La vera sicurezza non ha bisogno di essere esibita.

Puoi essere fermo senza essere aggressivo. Deciso senza essere arrogante. Autorevole senza ricordare continuamente agli altri che sei il capo.

6. Non basta dire “Buon lavoro”

Guidare non significa soltanto distribuire compiti, dare direttive e controllare risultati.

Significa anche esserci.

Non devi fare il lavoro dei tuoi collaboratori, ma devi conoscere le loro difficoltà e comprendere cosa significa concretamente raggiungere ciò che stai chiedendo.

Non puoi guidare bene un team osservandolo sempre da lontano.

7. Sii sincero e diretto

Se non dici chiaramente ciò che pensi, i collaboratori saranno costretti a interpretare.

E le interpretazioni generano facilmente dubbi, insicurezza e incomprensioni.

Dai feedback chiari.

Dì cosa sta funzionando e cosa deve cambiare.

Essere diretti non significa essere duri. Significa non lasciare l’altro nell’incertezza.

8. Rispetta chi ti dice qualcosa che non ti piace

È facile ascoltare chi è d’accordo con noi.

Molto più difficile ascoltare chi porta un problema, solleva un’obiezione o mette in discussione una nostra decisione.

La tentazione è difendersi.

Ma proprio quella persona potrebbe offrirti un’informazione che non stai vedendo.

Prima di reagire, ascolta.

Chi ha il coraggio di dirti qualcosa che non vuoi sentire può essere una risorsa preziosa.

9. Individua i leader dentro il tuo team

In ogni gruppo ci sono persone che hanno una particolare capacità di influenzare gli altri.

Non necessariamente hanno una qualifica.

Gli altri le ascoltano, chiedono il loro parere, osservano le loro reazioni.

Non viverle automaticamente come concorrenti.

Coinvolgile.
Ascoltale.
Responsabilizzale.

Un leader sicuro non teme le persone autorevoli che ha intorno.

10. Non pensare: “A me non succederà mai”

“Io non reagirei mai così.”

“Con me questo problema non succederà.”

“So esattamente come gestirlo.”

Attenzione.

Sono caduti professionisti molto più esperti di te e di me.

Non dare mai la leadership per acquisita.

Continua a osservarti, imparare e mettere in discussione quello che fai quando la situazione lo richiede.

11. Sii gentile. Non essere debole

Gentilezza e debolezza non sono sinonimi.

Puoi dire no con educazione.
Puoi correggere qualcuno senza umiliarlo.
Puoi prendere una decisione difficile senza diventare aggressivo.

La fermezza non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire.

Governare il proprio ego richiede spesso molta più forza che sbraitare, imporsi o mostrare i muscoli.

12. I tuoi collaboratori possono saperne più di te

E non c’è niente di preoccupante.

Conoscono clienti, procedure, strumenti e problemi che affrontano ogni giorno.

Perché non approfittarne?

Chiedere:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Cosa faresti al mio posto?”
  • “Cosa mi sta sfuggendo?”
  • “Secondo te, dove nasce il problema?”

non diminuisce la tua autorevolezza.

Può aumentarla.

13. Impara ad ascoltare

Ascoltare non significa semplicemente stare zitto mentre aspetti il tuo turno per parlare.

Significa sospendere per qualche momento risposte, giudizi e soluzioni.

Se non ascolti davvero, difficilmente puoi capire cosa sta accadendo nel tuo team.

E se non capisci, rischi di intervenire sul problema sbagliato.

Prima di guidare una persona devi provare a capire dove si trova.

Se vuoi approfondire questo aspetto, leggi “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo.

14. La persona più difficile da gestire sei tu

Questo è probabilmente il mantra più importante.

Puoi imparare tecniche di comunicazione, feedback, delega e motivazione.

Ma prima o poi dovrai confrontarti con:

  • le tue insicurezze
  • la tua impazienza
  • il bisogno di avere ragione
  • la difficoltà a dire no
  • la paura del giudizio
  • il modo in cui reagisci quando sei sotto pressione

Il tuo avere leadership parte da qui.

Non dal tentativo di cambiare continuamente gli altri.

Da te.

Prima di chiederti come gestire meglio il tuo team, chiediti come stai gestendo te stesso.

Non devi diventare un leader perfetto.

Devi diventare abbastanza consapevole da accorgerti di ciò che fai, dell’effetto che produci sugli altri e di ciò che puoi cambiare.

È da questa consapevolezza che nasce la tua autorevolezza.

Troppa sicurezza e spavalderia può mettere in pericolo la tua carriera

carriera

Non sono poche le persone che si sentono tra le più capaci e competenti dell’azienda.

Si sorprendono quando le loro qualità non vengono riconosciute. Sono convinte di avere intuizioni migliori degli altri e, spesso, pensano di essere più intelligenti e preparate persino del loro capo.

Magari lo sono davvero.

Il problema arriva quando essere bravi significa avere sempre la risposta pronta, ascoltare poco e non ammettere mai di aver sbagliato.

Avere fiducia in se stessi non è un male. Tutt’altro.

Una buona dose di sicurezza è fondamentale per affrontare le sfide, assumersi responsabilità, superare gli ostacoli e crescere professionalmente.

Ma anche una qualità, quando diventa eccessiva, può trasformarsi in un limite.

Esiste un lato oscuro dell’eccessiva fiducia in sé

La sicurezza ti aiuta a decidere.
L’eccessiva sicurezza può impedirti di vedere ciò che stai sbagliando.

Tutti siamo attratti dalle persone sicure di sé.

Entrano in una stanza senza esitazioni.
Parlano con convinzione.
Prendono posizione.
Sembrano sapere cosa stanno facendo.

Ma esiste una linea oltre la quale la sicurezza può diventare presunzione, supponenza, arroganza o spacconeria.

Quando sei troppo convinto delle tue capacità rischi di:

  • sottovalutare i rischi
  • non ascoltare chi la pensa diversamente
  • ignorare i segnali che contraddicono le tue convinzioni
  • sopravvalutare il tuo peso nell’organizzazione
  • dare per scontate le persone che lavorano con te

Ed è qui che una qualità importante può cominciare a lavorarti contro.

Essere intelligenti e capaci non garantisce una carriera appagante

Luciano credeva di essere un grande broker.

Si era lanciato in investimenti molto remunerativi, ma anche molto rischiosi. Era convinto delle proprie capacità di analisi e del proprio intuito.

Poi qualcosa è andato storto nella sua carriera.

A posteriori ha riconosciuto di essersi sentito troppo sicuro delle proprie valutazioni.

La competenza c’era.
Era venuta meno la prudenza.

Sandra, invece, era convinta che la direzione presa con la sua start-up fosse quella giusta.

Determinazione e fiducia l’avevano aiutata all’inizio. Poi, lentamente, quella stessa determinazione si era trasformata in testardaggine.

Non chiedeva più indicazioni.
Ascoltava poco i consigli del partner.

I segnali contrari alla sua idea venivano ridimensionati o ignorati.

Essere determinati significa continuare nonostante le difficoltà.
Essere testardi significa continuare anche quando i fatti suggeriscono di fermarsi e guardare meglio.

Ivan era convinto di essere indispensabile.

Si considerava più prezioso degli altri colleghi e pensava che l’azienda non avrebbe mai rinunciato a lui.

Così erano arrivati i ritardi, gli atteggiamenti di sufficienza e una crescente disattenzione verso le persone.

Era sicuro che il suo valore professionale gli avrebbe permesso tutto.

Non è andata così.

Roberto, infine, era brillante e competente.

Probabilmente lo è ancora.

Ma aveva un problema diverso: era un leader senza team.

Tutto ruotava attorno alle sue capacità, alle sue decisioni e ai suoi risultati. Le persone erano quasi uno sfondo.

Quando gli chiesi come si rapportasse con i suoi collaboratori e quanto fosse attento alla loro motivazione, mi guardò stupito.

“In che senso?”

Una domanda semplicissima aveva fatto emergere qualcosa che fino a quel momento non aveva considerato.

Il problema non è avere fiducia in te stesso

Il problema nasce quando la fiducia diventa certezza di avere sempre ragione.

Quando sei competente è facile cominciare a pensare che gli altri rallentino, complichino o abbiano semplicemente meno da offrire.

Ma nel lavoro le relazioni contano.

E se hai un ruolo di responsabilità, contano ancora di più.

Le persone con cui lavori non sono una cornice della tua carriera. Contribuiscono direttamente ai tuoi risultati.

Per questo, ogni tanto, vale la pena fermarsi e chiedersi:

  • “Sto ancora ascoltando chi non è d’accordo con me?”
  • “Quando è stata l’ultima volta che ho cambiato idea?”
  • “Sto sottovalutando qualche segnale perché contraddice ciò che penso?”
  • “Il mio team mi parla liberamente oppure ha imparato che tanto decido io?”
  • “La mia sicurezza sta aiutando gli altri o li sta allontanando?”


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Riconoscere i propri limiti non significa essere insicuri

Forse è proprio il contrario.

Ammettere di non sapere qualcosa, chiedere un parere, riconoscere un errore o cambiare direzione non cancella la tua competenza.

La rende più solida.

Perché puoi essere molto bravo e sbagliare.

Puoi avere esperienza e non vedere qualcosa.

Puoi essere il responsabile e avere davanti una persona che, su quella questione, ne sa più di te.

La sicurezza più solida non nasce dal pensare di avere sempre ragione, ma dal sapere che puoi permetterti anche di metterti in discussione.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

La fiducia in te stesso ti serve.
La spavalderia no.

Conoscere il tuo valore è una forza. Pensare che il tuo valore ti renda infallibile può diventare un pericolo per la tua carriera.