20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

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Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

 


 

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri
Che tu sia un manager,
un piccolo imprenditore della tua azienda a conduzione familiare,
uno store manager del centro città
o il team leader di un gruppetto di collaboratori…

poco importa.

Comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

(È l’incipit del mio libro Autorevolezza).

Ci sono giorni in cui… proprio non va.

Ti senti ansioso.
Sopraffatto.
“Non abbastanza”.

Sai di cosa parlo.

E proprio in quei momenti —
quando sei più vulnerabile —
arriva l’imprevisto.

Una complicazione.
Una visita inattesa.
Un cliente che va su tutte le furie.
Un collaboratore che “risponde per le rime”.

E proprio come la più classica Legge di Murphy

Ti colpisce nel momento meno indicato.
Con il rischio di apparire insicuro.
Imbranato.
Inadeguato.

E allora?

Non c’è tempo per recriminare.

Devi ripartire. Subito.
Il lavoro lo richiede.
Il ruolo lo pretende.

Come sembrare subito più sicuri?

Servono due cose:

Autocontrollo.
Strategia.

Ecco 5 accorgimenti concreti:

1. Fermati. Ricaricati. Riparti.

Trova un posto tranquillo.

Cinque-dieci minuti bastano.

Ufficio chiuso.
Sala riunioni libera.
Persino una toilette, se serve.

Stacca il telefono.
Chiedi di non essere disturbato.

a) Respira (sul serio)

Respirazione lenta.
Profonda.
Diaframmatica.

Dal basso ventre.
Non dalle spalle.

Così regoli il ritmo.
Ossigeni meglio il sangue.
Riequilibri il sistema nervoso.

Respira.
E sorridi.
Anche masticare un chewing gum può aiutare.

Quando mastichiamo, il cervello “pensa” che non ci sia pericolo.
(Altrimenti non staremo mangiando).

E abbassa il livello di allerta.

b) Non devi essere al 100%

Accetta quello che è.

Accetta che oggi non sei nella tua versione migliore.

Va bene.

Pochi minuti per accogliere i tuoi limiti.
Non per combatterli.

c) Ricorda un tuo successo

Un momento preciso.

Un apprezzamento ricevuto.
Il cliente conquistato.
Quel progetto portato a termine.
Un risultato difficile.

Richiama quella sensazione.

Tienila qualche istante dentro di te.
È carburante.

d) Smetti di immaginare cosa pensano gli altri

In quei momenti la mente fa un disastro.

  • “Staranno pensando che…”
  • “Avranno capito che…”

Stop.

Quella voce ti drena l’ultima energia rimasta.

Non devi brillare.
Devi solo essere presente.

2. Postura, postura, postura

La postura cambia lo stato mentale.

“Stirati verso l’alto”.
Come se qualcuno tirasse un filo dalla sommità della testa.

Spalle indietro.
Scapole verso il basso.
Braccia rilassate.

Schiena dritta.
Mento leggermente sollevato.
Passo deciso.

Anche una ferma stretta di mano può fare miracoli.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza.

Scopri il percorso di coaching mirato “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

3. Sembrare subito più sicuri: rallenta

Quando siamo ansiosi,
acceleriamo.

Parliamo più in fretta.
Camminiamo più in fretta.
Respiriamo più in fretta.

Fai l’opposto!

Rallenta deliberatamente.

Passi cadenzati.
Movimenti ordinati.
Voce leggermente più lenta.

Può sembrarti “troppo”.
Non lo è.

Trasmette controllo.

Alza il mento.
Guarda avanti.
Non camminare con lo sguardo verso il basso.

4. Contatto visivo

Chi mantiene il contatto visivo viene percepito come più sicuro.

Se ti mette in difficoltà, guarda tra le sopracciglia dell’altro.

Nessuno noterà la differenza.
Ma tu ti sentirai più stabile.

Leggi il mio post per approfondire.

5. Sorridi

Sì.

Sorridi.

Anche quando non ne hai voglia.
Soprattutto quando non ne hai voglia.

Il sorriso modifica la biochimica.
Cambia l’atteggiamento.
Alza la fiducia.

Un cliente mi ha detto:
“Quando sono ansioso non riesco a ridere.”

È proprio lì che serve.

Non soffocare le emozioni.
Ma non lasciare che ti governino.

All’inizio sembra forzato.
Poi diventa naturale.

In finale

La sicurezza non è assenza di fragilità.
È la capacità di restare in piedi anche quando dentro tremi un po’.

La leadership non si misura nei giorni perfetti.
Si misura in quelli stonati.

E lì, davvero, si vede chi sei.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda in fondo non la prenda seriamente.

Sabrina è convinta di essere completamente non qualificata per il suo nuovo ruolo di team leader.

Davide ha preso coraggio, ha portato la sua iniziativa ed è stata accettata. Bene? No male. Malissimo … da quel fatidico OK la domanda è una “… e se non funziona?”

Domenico è costantemente in ansia perché è sicuro che, prima o poi, tutti si accorgeranno della sua incapacità di gestire il team.

Come ho scritto (nel capitolo 2) nel mio libro “Prima volta Leader” il buio amplifica.

La notte riaffiorano timori e preoccupazioni di qualcosa d’indefinito e pauroso …
soprattutto quando ci sentiamo inadeguati,
bloccati dalla paura di sbagliare o di non essere all’altezza.

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Anche quando riusciamo a fare bene qualcosa,
ci accorgiamo che in fondo non era così terribile (come avevamo pensato) e sentiamo un po’ più di sicurezza e di soddisfazione personale …
il giorno dopo di tutto torna come prima e ricompaiono scenari d’inadeguatezza e di fallimenti.

Torna la paura da leadership.

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

Soprattutto la notte.

Perché anche quelli che sembrano (e sono) meno preparati di me lavorano con più serenità?
Perché gli altri sono più sicuri di me?
Tutti sembrano godere del successo tranne me?
da dove viene questa paura da leadership?

Durante le sessioni di personal coaching,
emerge tutto quello che è tenuto accuratamente (e faticosamente) nascosto sotto facciate di competenza, fiducia e carisma.

Ecco le 5 domande (con tutte le complesse declinazioni e ansiosi mix) che sono alla base della paura da leadership di molti manager, team leader, responsabili, di chiunque gestisca o abbia responsabilità.

1. … e se non riesco?

Fare molta fatica ad accettare il fatto di non riuscire.
Considerare ogni errore “grave” e le sue conseguenze “catastrofiche”.

 


 

Sbagliare e considerarsi una persona sbagliata,
un leader inadeguato, un manager incapace.

La tendenza è di associare lo sbaglio alla persona e il fatto di aver sbagliato viene vissuto come un fallimento personale.

La paura di sbagliare è strettamente collegata con la paura del giudizio degli altri.

2. … e se fallisco?

Fantastico … e se non funziona?

Avere paura di non farcela,
di non essere all’altezza, come capo, come responsabile, di non saper gestire le crescenti richieste …
trovarsi di fronte a compiti troppo grandi, di non avere le capacità,
di non saper decidere e fallire miseramente.

Aver bisogno di avere tutto sotto controllo,
gestire in prima persona, non delegare.

Creare situazioni impegnative e scomode,
improbabili da gestire a riprova delle nostre incapacità.

Creare parametri di valutazione troppo ambiziosi ed eccessivamente perfezionisti.

Quando si teme l’insuccesso e si cerca (disperatamente) di evitarlo in tutti i modi …
è facile capire come andrà a finire.

 
LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

3. Ne ho (davvero) le competenze?

Ma dove mi sono cacciato?

Dopo i salti di gioia … ecco la doccia fredda:
sentirsi completamente sotto qualificati per il nuovo lavoro o ruolo!

Responsabilità scoraggianti, disagio nel ruolo.
Non avere idee.
Non sapere nemmeno cosa si deve fare.

Avere una sola certezza (sabotante) …
… da qualche parte (nel processo di assunzione o di organizzazione) qualcuno ha fatto un errore assumendo la persona sbagliata.

4. … e se non piaccio?

Essere condizionati (o ossessionati?) da cosa pensano i collaboratori,
i capi, i titolari dell’azienda o i clienti.

Voler sentirsi dire continuamente di essere un capo competente e indispensabile.

Cambiare atteggiamento a secondo della persona di fronte per guadagnare (accaparrare o forse è meglio dire elemosinare?) il suo apprezzamento e il suo gradimento.

Rifiutare offerte di promozione poiché le nuove responsabilità potrebbero determinare la critica dei colleghi.

Voler essere leader ma con la certezza di piacere,
essere accettato e … senza critiche!

5. … e se mi scoprono?

Eccoti qua, mascherina … ti abbiamo beccato, non sei quello che vuoi apparire!

Paura di essere un bluff.
Un falso.
Un imbroglio.
Aver paura di essere smascherato e di essere visto per quello-che-si-è-veramente.

Coprire le paure,
essere costretti a spendere un sacco di energie per convincere tutti quelli che ci circondano.

Un logorio continuo di ansia e pressione.

Paura da leadership. Cosa fare?

I leader non lottano con la paura.
La guardano in faccia.
L’ascoltano.
L’accettano.

11 spunti per gestire con successo i collaboratori più giovani

collaboratori giovani

Come ogni generazione che si affaccia alla ribalta, i giovani d’oggi sono tanto criticati e bistrattati … ma anche spesso fraintesi.

“Faccio” personal coaching (anche) con i giovani … è vero sono egocentrici, irriverenti, insolenti, sfacciati, comunicano tantissimo, troppo e male. Ma sono anche creativi, intelligenti, smart, tolleranti, entusiasti, “attaccati” ai valori della famiglia, della comunità e dell’ambiente.

I collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano. Ecco 11 spunti che dovresti prendere in considerazione, quando un collaboratore giovane o giovanissimo si “affaccia” nella tua azienda o nel tuo team:

1. Lasciare libera espressione

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Nel Mercato di oggi si parla tanto di differenziazione, personalizzazione, distinzione …
Bene. Eccoci accontentati.

Quella attuale, è una generazione che celebra (almeno negli intenti) l’auto-espressione e la diversità.
I giovani di oggi vogliono distinguersi.

Vogliono che la loro individualità s’intraveda, anche quando gli è richiesto un apporto costante di servizio e di performance.

Andiamo aldilà delle loro creste, felpe e tatuaggi, scaviamo un pò più in profondità e cerchiamo il valore aggiunto che i collaboratori più giovani ci possono dare.

2. Via libera al multitasking

Ricordiamoci che i nostri giovani possono praticare il multitasking meglio di qualsiasi altra generazione prima di loro.

Infatti, per me (che sono multitasking-zero) rimarrà un mistero come possano giocare, scrivere un messaggio, risponderti e divertirsi … allo stesso tempo!

3. Lasciare usare i cellulari sul posto di lavoro

Sono nati con un dispositivo mobile in mano.
Prendiamone atto (nel limite del buon senso).

Se non causa un problema di sicurezza, lasciamoli usare i loro telefoni (almeno durante le pause di lavoro) … saranno sicuramente più produttivi, se non limitiamo la loro forma naturale di comunicazione.
 


 

Inoltre, anziché ostacolare e boicottare l’uso dei cellulari, forse è più interessante appassionare i collaboratori più giovani facendoli diventare social-ambasciatori della tua attività o coinvolgendo i tuoi clienti (utilizzando Twitter, Instagram, Facebook, ecc.).

Nessuno sa utilizzare i social meglio di loro.

4. Dare feedback costruttivi

I giovani d’oggi, più di qualsiasi altra generazione precedente, hanno bisogno di feedback inerenti alle loro prestazioni.

Hanno bisogno di sapere che stanno-facendo-bene.

Se li vedi fare bene qualcosa, fermati, spiegali cosa hai osservato e perché è importante.

Troppo spesso, tutto quello che ricevono, sono rimproveri generici, critiche non costruttive e richiami per compiti mal eseguiti.

5. Definire le reciproche aspettative

Per molti giovani e giovanissimi il lavoro è solo “qualcosa da fare nel fine settimana” per guadagnare i soldi per divertirsi o comprare felpe o elettronica.

Se speri di far brillare i loro occhi parlando di promozioni, percorsi di carriera, salita di scale aziendali … forse stai sprecando tempo.

Forse dicendo “Capisco che questo non è il lavoro della tua vita, ecco quello che mi aspetto da te … ” vedrai che saranno più propensi a rispondere e interagire.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

6. Evitare slogan o prediche

Meglio evitare tutte quelle esortazioni al lavoro, il classico consiglio “dello – zio” o slogan motivazionali presi in prestito dalla Rete. Gli slogan non sono inutili ma in questo contesto possono essere quasi controproducenti.

Anche le prediche, non sono solo controindicate perché contribuiscono a colpevolizzare una persona ma sono anche perfettamente inutili. Non giudicare e non confrontare i giovani di oggi a quando avevi tu 20 anni.

Evitare l’atteggiamento del “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Quando ero giovane io…”, “Voi giovani di oggi …”.

Che palle!

7. Non mortificare

Lo stile mortificatore è quello in assoluto meno indicato per scuotere e motivare un giovane. Può avere (forse) un effetto nell’immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

Non sorprenderti se poi di colpo … sparisce, e non lo vedi più.

8. Coltivare un clima positivo

Per i giovani, il posto di lavoro deve essere anche divertente e positivo.

Vogliono fare amicizia con gli altri colleghi, andare a pranzo insieme, ridere e scherzare durante le ore di lavoro ed essere coinvolti negli eventi aziendali.

I giovani dipendenti, anche se lavorano tanto, generalmente non sono maniaci del lavoro. Riempiono la loro vita con molte altre attività, sport, gruppi sociali, le classi, gli amici. Casa, la famiglia e gli amici sono spesso le prime priorità.

È facile immaginare che possono essere facilmente annoiati da compiti banali e di routine. Un ambiente di lavoro monotono, grave e pesante non tratterrà i giovani collaboratori per molto tempo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

9. Il rispetto deve essere “guadagnato”

È un falso mito che i giovani d’oggi non rispettano l’autorità.

Non rispettano l’autorità “in quanto tale“.

La stima deve essere guadagnata “sul campo”.

Il capo, manager o titolare deve essere meritevole di rispetto e lealtà. Se li rispetti, rispetti i loro interessi, in cambio ti stimeranno e ti apprezzeranno. Infatti, la fedeltà dei più giovani, una volta guadagnata, è di lunga durata.

L’insoddisfazione per il capo o il superiore è il motivo principale d’abbandono dell’azienda o del lavoro.

10. Evitare di essere troppo fiendly

Vuoi dimostrare di non essere il “solito” capo direttivo e serioso, vuoi essere alla mano, un superiore cui piace condividere informazioni, compreso i commenti e le foto su Fb?

Niente di male ma attenzione che questo è un terreno scivoloso.

Infatti, un po’ alla volta, si costruisce così un rapporto d’amicizia, in cui è facile mescolare la confidenza con la parità di ruolo e confondere un rapporto professionale con una vera e propria amicizia.

11. Il capo come guida

I giovani desiderano imparare, vogliono un’esperienza espressiva.

Per questo ambiscono a un capo o un superiore che sia vicino, attento e consapevole.

Hanno bisogno di una guida … un mentore. Non è più sufficiente assumere le persone giuste e mostrare loro la strada, devi essere la persona giusta per “conquistare” il loro affetto e la loro stima.

Il capo per i più giovani deve essere una figura di forte di riferimento, “uno” su cui poter contare e fidarsi. Devono sentirsi bene, “sentire il potere” ma anche poter venire da te per qualsiasi cosa.

Essere autorevole ma non autoritario.
Una persona di polso, con un pugno avvolto in un guanto di velluto.

Collaboratori giovani? Investimento di tempo ed energia

Come vedi i modelli che circondano i collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano.

Anche se pensi che piercing e tatuaggi non siano professionali, ricorda che se stai gestendo uno staff collaboratori giovani, devi consapevolizzare che portano energia ed entusiasmo ma ti richiedono un grande investimento di tempo, attenzione ed energia.

In bocca al lupo!

Scopri il “mio” coaching per la gestione del team.
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai ancora fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

 

“Mettiamola così.

So di avere ragione.
E lui torto.
Ne ho le prove.

Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato Invia con soddisfazione.
Beccati questa. Volevi fregarmi?
Ti ho fregato io.

Aspetto la risposta.

Niente.

Passa una settimana.
Boh?

Così rileggo la mia mail.
E poi la sua.

Ahia.

So di avere ragione.
E lui torto.
Questo non cambia.

Ma ora mi rendo conto quanto la mia risposta fosse…
sproporzionata.
Inadeguata.
Esagerata.
Troppa roba.
Cafona.

Ecco perché non ha risposto.

So di avere ragione.
E lui torto.

Ma adesso non ne sono più così sicuro”

Terribile! La posta elettronica è un modo terribile di comunicare

Diversi studi indicano che circa il 50% delle email viene mal interpretato.
E ti credo.

Quando scriviamo una mail,
le parole sono l’unica risorsa.

E solo col testo perdiamo oltre il 90% dell’efficacia comunicativa.

Con queste premesse è facilissimo:

  • creare equivoci
  • aumentare la tensione
  • alimentare il conflitto

Tutti abbiamo ricevuto email arrabbiata
da clienti, colleghi o capi.

E spesso, il modo in cui rispondiamo
peggiora la situazione.

Rispondere in modo professionale
è molto più difficile di quanto sembri.

Vediamo come gestire queste situazioni
in modo più efficace (e onorevole).

1. Prima di rispondere, respira. Anzi: due volte

Se l’altro è sopraffatto dalle emozioni,
non fare lo stesso errore.

Prendi tempo.

Uno dei vantaggi delle email
è che non devi rispondere subito.

Lascia sbollire.
Risponderai con più lucidità.

Anche quando “urge”,
hai almeno 5 minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai leggendo tra le righe?
Stai attribuendo intenzioni?

Davvero riesci a “sentire” rabbia o frustrazione
attraverso uno schermo?

Rileggi.
Assicurati di aver compreso bene
prima di rispondere.

3. Scrivi una email arrabbiata (anche tu)

Se senti il bisogno, fallo.

Serve a scaricare la tensione.

Ma non inviarla.

Scrivila come nuova mail.
Non nel campo “Rispondi”.
Non inserire il destinatario.

Salvala come Bozza.

Dopo esserti calmato,
potrai eliminarla o riscriverla.
Io le modifico (molto)
nel 99% dei casi.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Vuoi migliorare il tuo impatto?

– “Autorevolezza” – nuova edizione 2025
per rafforzare carisma, impatto e comunicazione

– “Prima volta Leader
se muovi i primi passi nella gestione di un team

Due libri complementari per sviluppare
assertività, leadership e relazioni efficaci al lavoro.

4. Rispondi in modo sintetico

Se c’è anche solo una possibilità
di aver frainteso la mail:

falla breve.

Un messaggio principale.
Chiaro. Diretto.

Evita risposte lunghe, ambigue, deduttive
o del tipo:
“come avrai sicuramente capito…”

No.
Non è affatto sicuro.

5. Rispondi in modo semplice

Evita sarcasmo e ironia.

Nelle email non si vedono
sguardi, espressioni, intenzioni.

Anche lo scherzo
può essere frainteso.

E fidati:
lo sarà.

6. Pianifica un incontro chiarificatore

“Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo,
ma nulla sostituisce lo sguardo umano.”

Paulo Coelho

Vuoi davvero risolvere il problema?

Allora organizza un incontro faccia a faccia, video o telefono.

È meno comodo che lanciare missili digitali
dal tuo ufficio.

Ma richiede coraggio e autocontrollo.
E dimostra carattere.
Leadership.

7. Chiedi aiuto

Se puoi, fatti leggere la mail
da una persona fidata.

Non è coinvolta emotivamente.
Può vedere ciò che a te sfugge.

Spesso evita clamorosi autogoal.

8. Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte pensiamo di avere ragione.
E invece siamo parte del problema.

Fare la cosa giusta significa:
riconoscere l’errore
e chiedere scusa.

Un’email sbagliata
non deve distruggere
anni di relazioni professionali.

Email arrabbiata? Non prenderla sul personale

Rispondere con astio
quasi mai è efficace.

Come scrivo in “Autorevolezza” (ed. 2025),
finché lavoriamo con le persone
saremo sempre esposti a frustrazione e delusione.

Conta come incanali le emozioni

Queste 8 strategie mi hanno aiutato
a sviluppare autocontrollo, coraggio
e a risolvere situazioni difficili
in modo più dignitoso ed efficace.

Prova anche tu.

In finale …

A volte hai ragione.

Ma il modo in cui la difendi
può farti perdere molto più di quanto pensi.

Nelle relazioni professionali,
vincere non significa schiacciare.

Significa saper scegliere come rispondere.

Come gestire con efficacia un collaboratore arrogante

arrogante
Che tu sia proprietario di una piccola impresa,
un manager di una grande azienda
oppure il responsabile di un piccolo team
poco importa…

conosci bene la complessità di dover “convivere” con personalità molto diverse.

È un compito già impegnativo di per sé,
ma diventa particolarmente difficile
quando un tuo collaboratore ha una personalità narcisistica e arrogante.

Il collaboratore arrogante è un problema (per tutti)

Non è solo una complicazione per te.

Il collaboratore arrogante e supponente può diventare
un elemento destabilizzante per l’intero team,
creando malumori,
tensioni,
conflitti.

Le persone finiscono per discutere (o litigare).

E no,
non è un tipetto facile.

Dimostra poca sensibilità,
usa spesso un linguaggio scurrile,
manca di tatto.

Cerca di dominare e controllare gli altri,
soprattutto quando tu non ci sei.

Molti arroganti credono di essere affascinanti.
In realtà, non lo sono.

Dietro l’arroganza, spesso,
si nasconde una grande vulnerabilità
e un disperato bisogno di apparire indispensabili.

Una cosa è certa …

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza
— ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 —

trattare con un collaboratore arrogante
richiede pazienza
e una grande quantità di autocontrollo.

Conviene chiudere un occhio
davanti alla presunzione del collaboratore che “fa la star”?

Dipende.

Quando me lo chiedono,
rispondo (come coach) con altre domande:

  • Quanto tempo ti porta via questa persona?
  • Sei più focalizzato su lui/lei che sullo tuo prodotto, servizio o clienti?
  • Per ridurre l’attrito nel team stai consumando la tua risorsa più preziosa… il tempo?

Prestazioni alte ≠ comportamento accettabile

Molti collaboratori arroganti hanno prestazioni medie.
Alcuni, invece, sono eccellenti.

È facile essere severi con i “medi”
e indulgenti con i “brillanti”.

Ci sta.

Ma attenzione:
il loro comportamento può diventare tossico per il team.

Se non intervieni,
se ignori l’arroganza per convenienza o debolezza,
rischi di apparire come un capo debole o ingiusto.

E, col tempo,
potresti fare più danni dell’arrogante stesso.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione,
serve metodo, non istinto.

Ecco 10 spunti per gestire un collaboratore arrogante:

1. Accetta che serviranno tempo ed energie

Quanta voglia hai di affrontare il tuo collaboratore arrogante?
Poca di sicuro,
non ho dubbi!

Se stai sperando che “prima o poi capirà”…
mi spiace.

Non accadrà.

L’arroganza è una caratteristica radicata.
Può migliorare,
ma non sparirà in una notte.

2. Non reagire con emotività

L’emozionalità è una cattiva consigliera.

Se non sei “pronto” a gestire le tue emozioni,
aspetta.

Meglio rimandare
che compromettere definitivamente il rapporto.

Non vedere i collaboratori difficili come ostacoli,
ma come occasioni per crescere come leader.

3. Parlane a quattro occhi

Il richiamo in pubblico può sembrare efficace.

In realtà, spesso peggiora tutto.

L’arrogante è spesso insicuro:
l’umiliazione pubblica aumenta
la sua insoddisfazione e arroganza.

Meglio un confronto privato,
lontano da occhi e orecchie indiscrete.

4. Documenta i comportamenti

Annota fatti, date, contesti e persone coinvolte.

Anche nelle piccole realtà
la documentazione dà forza e chiarezza.

Nelle aziende più grandi,
coinvolgi le Risorse Umane.

5. Indica il comportamento (non la persona)

“Ci sono persone che sanno tutto,
e purtroppo è tutto quello che sanno.”

Oscar Wilde

Non dire:
“Sei arrogante!”

Spiega cosa, quando e come
un comportamento ha creato un problema concreto.

Evita etichette.
Concentrati sui fatti.

Chiarisci che l’atteggiamento è diventato un problema e interferisce con il resto del personale.

Porta l’esempio specifico in cui il tuo collaboratore arrogante
ha influenzato negativamente e pesantemente tutto il team.

Esempio short:

“Durante la riunione di lunedì, hai interrotto più volte i colleghi,
sminuendo le loro proposte davanti al gruppo.

Il risultato è stato che due persone hanno smesso di intervenire e
la riunione si è chiusa senza una decisione condivisa.

Questo comportamento ha rallentato il lavoro del team e ha creato tensione inutile.”

6. Lascia spazio alla sua versione

Ascolta.
Senza interrompere.

Anche se non sei d’accordo.

Interrompere significa solo
inasprire il confronto.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Chi ti dice, che (magari) non ci saranno sorprese?

Approfondisci con il postVuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi

7. Ascolta senza giudicare

Difficile, lo so.

Evita frasi come:
“Io avrei fatto…”
“Io avrei detto…”

È un’occasione per imparare … a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità.

È un esercizio di leadership:
garbo + autorità.

8. Esponi il problema in modo oggettivo

Focus sui comportamenti.
una situazione o un problema particolare.

Non sulla persona.

Un attacco all’autostima
può danneggiare il rapporto per sempre.

9. Chiedi un cambiamento concreto

È il momento di chiedere uno sforzo concertato e concreto
per cambiare ed eliminare tale comportamento.

Meglio essere precisi nelle descrizioni di quali comportamenti e
azioni devono cambiare.

Spiega cosa e come.

Se il collaboratore la mette su
“Senza di me tutto crolla”
riporta la conversazione sui fatti.

Importante, sì.
Indispensabile, no.

La leadership vera emerge nei momenti difficili.

10. Dai un ultimatum (se serve)

Se, dopo un periodo adeguato,
non c’è alcun miglioramento,
è doveroso essere chiari.

Alla prossima infrazione (delineata e definita chiaramente)
sarai costretto a dargli il “benservito”.

Sempre nel rispetto delle procedure
e della tutela legale.

In conclusione

Fai il possibile per aiutare il collaboratore arrogante
a diventare un giocatore di squadra.

Ma alla fine
devi fare ciò che è meglio
per te, il team e l’organizzazione.

Reminder

Comprendere non significa giustificare.
Ascoltare non vuol dire subire.

La vera autorevolezza nasce
quando sai unire lucidità,
rispetto,
confini chiari.

È lì che smetti di rincorrere l’armonia
e inizi a guidarla.