20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri

Che tu sia un manager,
un piccolo imprenditore della tua azienda a conduzione familiare,
uno store manager del centro città
o il team leader di un gruppetto di collaboratori…

poco importa.

Comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

È l’incipit del mio libro Autorevolezza.

Ci sono giorni in cui proprio non va.

Ti senti ansioso.
Sopraffatto.
“Non abbastanza”.

Sai di cosa parlo.

E proprio in quei momenti — quando sei più vulnerabile — arriva l’imprevisto.

Una complicazione.
Una visita inattesa.
Un cliente che va su tutte le furie.
Un collaboratore che ti risponde per le rime.

E naturalmente arriva nel momento meno indicato.

Magari tra dieci minuti devi entrare in una riunione.

Oppure devi parlare con il tuo capo.

O hai davanti il collaboratore con cui proprio oggi avresti preferito non avere quella conversazione.

Ma non sempre puoi dire:

  • “Oggi non sono in forma. Ne riparliamo domani.”

Il lavoro va avanti.
E tu devi rimetterti in carreggiata.
Non necessariamente tornare al 100%.

Quel tanto che basta per sembrare subito più sicuri.

Ecco 5 cose che puoi fare.

1. Fermati. Ricaricati. Riparti.

Trova un posto tranquillo.

Cinque-dieci minuti possono bastare.

Ufficio chiuso.
Sala riunioni libera.
Persino una toilette, se serve.

Stacca il telefono. Chiedi di non essere disturbato.

Respira. Sul serio.

Quando sei agitato, anche il respiro accelera.

Rallentalo.

Respira con calma. Senza fare niente di speciale.

Non devi raggiungere uno stato zen per sembrare subito più sicuri.

Devi soltanto abbassare un po’ il ritmo.

Non devi essere al 100%

Accetta che oggi non sei nella tua versione migliore.

Va bene.

Capita anche quando hai esperienza. Anche quando quel lavoro lo fai da anni.

Non devi risolvere tutto in dieci minuti.

Devi soltanto recuperare abbastanza presenza per affrontare quello che viene dopo. Sembrare subito più sicuri.

Ricorda qualcosa che hai già affrontato bene

Non una frase motivazionale.

Un fatto.
Un cliente difficile che sei riuscito a gestire.
Una riunione complicata.

Un risultato che pensavi di non riuscire a raggiungere.

Qualcosa che ti ricordi che questa giornata non è tutta la tua storia professionale.

Smetti di immaginare cosa pensano gli altri

È una delle prime cose che fai quando ti senti insicuro.

  • “Si accorgeranno che sono agitato.”
  • “Staranno pensando che non sono capace.”
  • “Avranno capito che sono in difficoltà.”

Non lo sai.

E continuare a immaginarlo ti toglie altra energia.

Non devi brillare.
Devi solo essere presente.

2. Rimetti a posto il corpo

Quando sei sotto pressione, spesso il corpo lo mostra prima ancora che tu dica qualcosa.

Ti chiudi.
Abbassi lo sguardo.
Ti muovi in fretta.

Entri nella stanza quasi chiedendo permesso.

Non hai bisogno di metterti in posa.

Raddrizzati.
Alza lo sguardo.
Lascia andare un po’ le spalle.
Cammina senza precipitarti.

Sono piccoli aggiustamenti.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader”.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

3. Rallenta

Quando sei ansioso, acceleri.
Parli più in fretta.
Cammini più in fretta.
Vuoi arrivare subito alla conclusione.

Magari rispondi prima ancora che l’altro abbia finito.

Fai il contrario.
Rallenta un po’.

Non teatralmente.
Quel tanto che basta.

Prima di rispondere, prenditi un secondo.

Quando entri in una stanza, non precipitarti.

Quando parli, lascia finire le frasi.

Perché quando sei in difficoltà hai la sensazione di dover recuperare velocemente il controllo.

E spesso, facendo tutto più velocemente, lo perdi ancora di più.

4. Guarda la persona che hai davanti

Quando sei poco sicuro, viene spontaneo abbassare lo sguardo.

Oppure guardare il computer.
Le carte.
Il telefono.

Qualunque cosa pur di non sostenere quel momento.

Non devi fissare nessuno negli occhi.
Ma quando parli con una persona, guardala.

Soprattutto quando devi dire no.
Quando devi dare un feedback.
Quando devi spiegare una decisione che sai che non piacerà.

Quando devi ammettere:

  • “Su questo ho sbagliato.”

Non servono trucchi.

Serve restare lì.

5. Sorridi. Ma non per nasconderti.

Un cliente una volta mi ha detto:

  • “Quando sono ansioso non riesco a ridere.”

Lo capisco.

E infatti non devi metterti a ridere.

Ma quando sei teso rischi di entrare in una stanza con il viso chiuso, parlare in modo secco e dare agli altri un’impressione molto diversa da quella che vorresti dare.

Un sorriso naturale può aiutarti a sciogliere un po’ quella tensione.

Non sempre.
Non in ogni situazione.

E soprattutto non devi sorridere per fingere che vada tutto bene.

Se devi affrontare una questione seria, affrontala seriamente.

Il punto è non lasciare che una brutta giornata trasformi automaticamente anche il tuo modo di stare con gli altri.

Quando non ti senti sicuro, non devi fingere di esserlo

Ci sono giornate stonate.

Capitano.

Anche quando hai esperienza.
Anche quando gli altri ti considerano una persona sicura.
Anche quando sei tu quello che dovrebbe rassicurare gli altri.

Il problema non è avere un momento di fragilità.

È lasciare che quel momento prenda tutto lo spazio.

Fermati.
Respira.
Rallenta.
Alza lo sguardo.
E torna a fare quello che sai fare.

A volte basta questo per sembrare subito più sicuri.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché durante una riunione è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda, in fondo, non la prenda davvero sul serio.

Sabrina ha ottenuto il ruolo di team leader che desiderava. Adesso si chiede se ne abbia davvero le competenze.

Davide ha preso coraggio, ha presentato una sua iniziativa ed è stata accettata.

Bene?
Non proprio.

Da quel fatidico OK continua a girargli in testa una domanda:

  • “E se non funziona?”

Domenico, invece, aspetta il momento in cui qualcuno si accorgerà che gestire un team è molto più difficile per lui di quanto lascia vedere.

Nomi e situazioni cambiano.

Le domande, dopo tanti anni di coaching con responsabili e team leader, molto meno.

Come ho scritto nel capitolo 2 del mio libro “Prima volta Leader”, il buio amplifica.

Durante il giorno hai da fare.

Riunioni, telefonate, problemi, decisioni da prendere.

Poi arriva la sera.

Il rumore si abbassa e qualche domanda che durante il giorno eri riuscito a tenere a distanza torna fuori.

  • “Perché gli altri sembrano più sicuri di me?”
  • “Sono davvero capace di fare questo lavoro?”

Durante le sessioni di coaching queste domande prima o poi arrivano.

Non sempre vengono dette subito.

Ma sotto tanti dubbi sulla leadership ne ritrovo soprattutto cinque.

1. … e se non riesco?

Hai sbagliato una decisione.
Hai gestito male un collaboratore.
Hai dato un feedback e la conversazione è finita peggio di come era cominciata.

Il problema non è soltanto l’errore.

È quello che cominci a dirti dopo.

  • “Non sono capace.”
  • “Non sono fatto per questo ruolo.”
  • “Un vero leader non avrebbe reagito così.”

Hai sbagliato qualcosa e cominci a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in te.

Prima di arrivare a questa conclusione, prova a chiederti:

  • “Che cosa ho sbagliato?”
  • “Che cosa non avevo visto?”
  • “Che cosa posso fare diversamente?”

Se questo è un tema che conosci bene, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

2. … e se fallisco?

Questa domanda arriva spesso prima ancora che qualcosa sia andato storto.

Hai proposto un progetto e te lo approvano.
Hai chiesto maggiori responsabilità e te le danno.
Hai finalmente ottenuto quello che volevi.

E invece di festeggiare pensi:

  • “Fantastico… e adesso?”
  • “E se non funziona?”
  • “E se non riesco a gestirlo?”

A quel punto cominci a controllare tutto.

Ricontrolli.
Fai fatica a delegare.
Vuoi essere informato su ogni dettaglio.
Prepari tanto anche le cose che conosci bene.

Nel tentativo di evitare un possibile fallimento, finisci per renderti il lavoro ancora più pesante.

3. Ne ho davvero le competenze?

Questa arriva spesso dopo una promozione.

Prima i salti di gioia.

Poi, magari qualche giorno dopo:

  • “Ma dove mi sono cacciato?”

Fino a ieri eri bravo nel tuo lavoro.

Adesso alcune cose non ti vengono così naturali.
Qualche volta non sai davvero che cosa fare.

Non hai una risposta.
Ti manca esperienza.

Essere stato bravo nel ruolo precedente non significa sentirti subito bravo in quello nuovo.

Il problema nasce quando da:

  • “Questa cosa non la so ancora fare bene.”

passi a:

  • “Hanno scelto la persona sbagliata.”

E cominci a leggere ogni difficoltà come una conferma.

4. … e se non piaccio?

Questa è più insidiosa.

Vuoi avere un buon rapporto con il team.
Vuoi essere apprezzato.
Vuoi che il tuo capo sia soddisfatto.

Fin qui, niente di strano.

Poi però devi dire no.
Devi correggere qualcuno.
Devi prendere una decisione che sai già che non piacerà.

E cominci a girarci intorno.

Addolcisci troppo.

Rimandi.

Spieghi per dieci minuti una decisione che avresti potuto spiegare in due.

Oppure cambi atteggiamento a seconda della persona che hai davanti.

Essere apprezzato fa piacere. Avere bisogno di esserlo sempre rende molto più difficile guidare.

Prima o poi qualcuno non sarà d’accordo con te.

Succede.

5. … e se mi scoprono?

Questa raramente viene detta così al primo incontro.

Di solito arriva dopo.

Quando c’è un po’ più di fiducia.

  • “Ho paura che prima o poi si accorgano che non sono così bravo.”
  • “Gli altri pensano che io abbia tutto sotto controllo.”
  • “Se sapessero quanto sono insicuro…”

E allora lavori ancora di più.
Ti prepari ancora di più.
Controlli ancora di più.
Cerchi di non mostrare mai un dubbio.

Fai attenzione persino a non dire:

  • “Non lo so.”

È faticoso.
Molto faticoso.

Perché non stai soltanto facendo il tuo lavoro.

Stai anche cercando continuamente di dimostrare che meriti di essere lì.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Paura da leadership. Cosa fare?

Dopo tanti anni passati a lavorare con persone che guidano altre persone, una cosa l’ho vista spesso.

Avere paura non significa che non sei adatto al ruolo.

Ma neppure che devi semplicemente convincerti ad avere più fiducia in te stesso.

Prima prova a capire che cosa ti sta mettendo in difficoltà.

  • “Ho paura di sbagliare?”
  • “Di fallire?”
  • “Di non avere le competenze?”
  • “Di non piacere?”
  • “Che gli altri scoprano che non sono così sicuro come sembro?”

Sembrano la stessa paura.

Non lo sono.

Capire quale ti sta togliendo il sonno è già un buon punto da cui partire.

11 spunti per gestire con successo i collaboratori più giovani

collaboratori giovani

Come ogni generazione che si affaccia nel mondo del lavoro, anche i giovani sono criticati, giudicati e spesso fraintesi.

Troppo fragili.
Poco disponibili al sacrificio.
Impazienti.
Sempre attaccati al telefono.
Poco rispettosi dell’autorità.

Lavorando con i giovani ne ho incontrati naturalmente anche così.

Ma ne ho incontrati altri curiosi, svegli, disponibili, pieni di idee. Ragazzi e ragazze che magari all’inizio sembravano poco coinvolti e che, quando hanno trovato qualcuno disposto a responsabilizzarli sul serio, sono cambiati parecchio.

I collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano.

E soprattutto non sono tutti uguali.

Se un giovane o un giovanissimo entra nel tuo team, questi 11 spunti possono esserti utili.

1. Lasciagli spazio per esprimersi

I collaboratori più giovani possono avere un modo di presentarsi, parlare e comportarsi diverso da quello cui sei abituato.

A volte parecchio diverso.

Prima di concludere che sia poco professionale, prova a guardare oltre.

Una felpa, un tatuaggio, un modo informale di parlare possono darti fastidio.

Va bene.

Ma la domanda è un’altra: come lavora questa persona?

  • È affidabile?
  • Impara?
  • Rispetta clienti e colleghi?
  • Porta qualcosa al team?

Non confondere troppo velocemente ciò che è diverso da te con ciò che non va bene.

2. Non dare per scontato il loro rapporto con la tecnologia

Qui cambierei completamente prospettiva rispetto a qualche anno fa.

Essere giovane non significa automaticamente essere bravissimo con la tecnologia.

L’ho visto tante volte.

Velocissimi con smartphone, app e social, molto meno quando devono usare un programma aziendale, scrivere una mail professionale, organizzare un file o compilare correttamente un documento.

Quindi non partire da:

  • “Tanto queste cose voi giovani le sapete fare.”

Verifica.

Se lo sa fare, bene.
Se non lo sa fare, insegnaglielo.

3. Sul cellulare metti regole chiare

Il problema non è essere favorevoli o contrari allo smartphone.

Il problema è capire quando si può usare e quando no.

Se durante il lavoro il telefono crea distrazione, rallenta il servizio, disturba i colleghi o dà una cattiva impressione al cliente, devi dirlo.

Chiaramente.

Non aspettare settimane accumulando fastidio per poi esplodere:

  • “Sei sempre con quel telefono in mano!”

Spiega prima quali sono le regole.

E naturalmente rispettale anche tu.

4. Dai feedback concreti

Con un collaboratore giovane, soprattutto alle prime esperienze, non dare per scontato che sappia già valutare da solo come sta andando.

Se fa bene qualcosa, diglielo.

Ma non limitarti a:

  • “Bravo!”

Spiega che cosa hai visto.

  • “Hai gestito bene quel cliente perché non hai reagito alla sua provocazione.”
  • “Oggi ti sei organizzato meglio e non ho dovuto ricordarti le cose.”

Lo stesso vale quando qualcosa non funziona.

Più il feedback è concreto, più è utilizzabile.

5. Chiarisci subito che cosa ti aspetti

Non dare per scontato che un ragazzo di vent’anni attribuisca al lavoro lo stesso significato che gli attribuisci tu.

Magari per te quel lavoro è stato una carriera.

Per lui potrebbe essere soltanto una tappa.

O un modo per guadagnare mentre studia.
O qualcosa che ancora non sa se gli piace.

Una volta questa cosa mi avrebbe probabilmente infastidito più di oggi.

Con il tempo ho capito che

non devo convincere una persona ad amare il suo lavoro per poterle chiedere di farlo bene.

Puoi anche dirgli:

  • “Capisco che questo probabilmente non è il lavoro della tua vita. Però, finché sei qui, queste sono le cose che mi aspetto da te.”

È più utile che raccontargli una carriera che magari non desidera.

6. Risparmiagli le prediche

Evita il classico consiglio dello zio.

E soprattutto:

  • “Io alla tua età…”
  • “Quando ero giovane io…”
  • “Ai miei tempi…”
  • “Voi giovani di oggi…”

Che palle!

Anche perché il mondo nel quale hai cominciato a lavorare tu non è quello in cui sta cominciando lui.

Questo non significa abbassare le aspettative.

Puoi essere molto esigente senza trasformare ogni errore in una lezione sulla gioventù di oggi.

7. Non mortificarlo per scuoterlo

Umiliare una persona davanti agli altri, usare il sarcasmo o farla sentire incapace può produrre una reazione immediata.

Magari per qualche giorno fila dritto.

Non significa che hai ottenuto qualcosa di buono.

Con i giovani l’ho visto più volte: se sentono che qualsiasi errore diventa un’occasione per metterli sotto, a un certo punto smettono di esporsi.

Fanno il minimo.
Non chiedono più.
Oppure se ne vanno.

Correggi.
Pretendi.
Metti limiti.

Ma non mortificare.

8. Non dimenticare che il clima conta

Il lavoro è anche ambiente.

Colleghi.
Battute.
Pause.

La sensazione di stare bene oppure di entrare ogni mattina in un posto pesante.

Per un collaboratore giovane questo può contare parecchio.

Non significa che il lavoro debba diventare un villaggio vacanze.

Ci sono compiti noiosi.
Giornate pesanti.
Regole da rispettare.

Ma se nel tuo team non si può mai ridere, parlare, fare una pausa insieme o sentirsi parte del gruppo, non sorprenderti se un giovane fa più fatica ad affezionarsi a quel posto.

9. Non pretendere rispetto soltanto perché sei il capo

Qui negli anni non ho cambiato idea.

Puoi avere il titolo.
Puoi decidere turni, ferie e compiti.
Puoi anche richiamare un collaboratore.

Ma questo non significa automaticamente che quella persona ti stimi.

L’autorità arriva con il ruolo. L’autorevolezza te la giochi ogni giorno.

Anche con i collaboratori più giovani.

Nel modo in cui mantieni la parola.
Nel modo in cui li correggi.
Nel modo in cui reagisci quando sbagliano.

E anche nel modo in cui ammetti un tuo errore.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10. Non diventare troppo friendly

Vuoi dimostrare di non essere il solito capo distante e serioso.

Bene.

Puoi scherzare.
Puoi essere disponibile.
Puoi raccontare qualcosa di te.

Ma attenzione.

Un po’ alla volta può diventare facile confondere la confidenza con la parità di ruolo.

E il problema spesso non si vede quando tutto va bene.

Si vede quando devi dire no.

Quando devi richiamare quella persona.
Quando devi valutare il suo lavoro.
Quando devi prendere una decisione che non le piace.

A quel punto tornare improvvisamente a fare “il capo” può diventare molto più difficile.

Ne ho parlato anche in “6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore”.


Se lavori con collaboratori giovani e vuoi approfondire questo tema,

nel mio libro “Autorevolezza” ho dedicato un intero capitolo al rapporto con la Generazione Z.

Come costruire con loro una leadership credibile ed efficace.

11. Sii una guida, soprattutto all’inizio

Un collaboratore giovane può aver bisogno di più presenza di quanto immagini.

Non perché sia incapace.

Semplicemente perché molte cose che per te sono ormai ovvie per lui non lo sono ancora.

Come parlare con un cliente arrabbiato.
Quando chiedere aiuto.
Come comportarsi dopo un errore.
Che cosa significa davvero essere puntuali.

Quando prendere un’iniziativa e quando invece fermarsi e chiedere.

Sono cose che raramente si imparano da una procedura.

Spesso si imparano guardando qualcuno che le fa.
E facendo qualche errore.

Il tuo compito non è stargli addosso.

È esserci abbastanza perché sappia dove andare quando non sa che cosa fare.

Collaboratori giovani? Richiedono tempo

Gestire collaboratori giovani richiede tempo.

A volte anche pazienza.

Ti faranno domande che ti sembreranno banali.

Potrebbero mettere in discussione cose che per te sono scontate.

Qualche volta ti faranno arrabbiare.

E qualche volta sarai tu a dover riconoscere che stavi giudicando troppo in fretta.

Prima di chiederti che cosa c’è che non va nei giovani di oggi, guarda la persona che hai davanti.

È da lì che comincia il lavoro.

Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

Mettiamola così.

So di avere ragione.
E lui torto.
Ne ho le prove.

Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato Invia con soddisfazione.

  • “Beccati questa.”
  • “Volevi fregarmi? Ti ho fregato io.”

Aspetto la risposta.

Niente.

Passa una settimana.

Boh?

Così rileggo la mia mail.

E poi la sua.

Ahia.

So di avere ragione.
E lui torto.

Questo non cambia.

Ma ora mi rendo conto di quanto la mia risposta fosse…

sproporzionata.
Inadeguata.
Esagerata.
Troppa roba.
Cafona.

Ecco perché non ha risposto.

So di avere ragione.
E lui torto.

Ma adesso non ne sono più così sicuro.

La posta elettronica è un modo terribile per litigare

Le mail sono comode.

Veloci.

Ti permettono di mettere tutto nero su bianco.

Il problema arriva quando dall’altra parte c’è tensione. O quando la tensione ce l’hai tu.

Manca lo sguardo.
Manca il tono.

Manca quel momento in cui, mentre stai parlando, ti accorgi dalla faccia dell’altro che forse è meglio fermarti.

Nella mail continui.
Scrivi.
Rileggi.
Aggiungi un’altra frase.

Poi un’altra ancora, perché vuoi essere sicuro che abbia capito.

E qualche volta è proprio quella frase in più che non dovevi scrivere.

Una mail scritta per chiarire può diventare molto facilmente una mail scritta per avere ragione.

Tutti abbiamo ricevuto una mail arrabbiata da un cliente, un collega o un capo.

E tutti, almeno una volta, abbiamo avuto voglia di rispondere per le rime.

Ecco cosa può esserti utile fare.

1. Prima di rispondere, respira. Anzi: due volte

Se l’altro è sopraffatto dalle emozioni, non fare lo stesso errore.

Prendi tempo.

Uno dei vantaggi delle mail è proprio questo: non devi rispondere nello stesso istante in cui le ricevi.

Lascia sbollire.

Anche quando “urge”, spesso hai almeno cinque minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

A me è capitato più di una volta di rileggere una email arrabbiata dopo essermi allontanato dal computer e pensare:

  • “No. Questa non la posso mandare.”

Cinque minuti prima mi sembrava perfetta.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai leggendo quello che c’è scritto oppure quello che pensi ci sia dietro?

Non è la stessa cosa.

  • “Mi sta provocando.”
  • “Lo ha scritto apposta.”
  • “Mi sta prendendo in giro.”
  • “Vuole mettermi in difficoltà.”

Può essere.
Ma prima di rispondere, rileggi.

Soprattutto se quella mail ti ha fatto arrabbiare al primo colpo.

Perché quando sei già irritato, ogni parola sembra confermare quello che pensi dell’altro.

3. Scrivi una mail arrabbiata anche tu

Sì.

Se senti il bisogno, scrivila.

Sfogati.
Metti dentro tutto.

Ma non inviarla.

Io, per sicurezza, non la scriverei nemmeno direttamente nel campo Rispondi.

Nuova mail.
Nessun destinatario.
Oppure una bozza.

Poi chiudi.

Quando torni a leggerla con un po’ più di calma, decidi che cosa tenere.

Io queste mail le modifico.

Molto.

Nel 99% dei casi.

4. Rispondi in modo sintetico

Quando sei arrabbiato hai spesso una strana esigenza: spiegare tutto.

Ogni dettaglio.
Ogni precedente.
Ogni prova che dimostri che hai ragione.

È lì che una risposta di cinque righe diventa una requisitoria.

Se c’è anche solo la possibilità che tu abbia frainteso qualcosa, falla breve.

Un messaggio principale.
Chiaro.
Diretto.

Evita anche formule come:

  • “Come avrai sicuramente capito…”

No.

Non è affatto sicuro.

Se devi spiegare una cosa, spiegala. Non far sentire stupido l’altro perché non l’ha capita.

5. Rispondi in modo semplice

Sarcasmo e ironia funzionano già male quando siamo faccia a faccia.

Per mail possono diventare micidiali.

Tu scrivi una frase sorridendo.
L’altro la legge con il suo tono.
E magari non sta sorridendo affatto.

Se la conversazione è già tesa, non aggiungere altro materiale da interpretare.

Scrivi quello che vuoi dire.

Poi fermati.

6. A un certo punto smetti di scrivere

Questa è una cosa che ho imparato soprattutto sbagliando.

Ci sono scambi di mail che partono con un problema piccolo e, risposta dopo risposta, diventano enormi.

Tu precisi.
L’altro controbatte.

Tu correggi la sua ricostruzione.
Lui corregge la tua.

E dopo sei mail non state più parlando del problema iniziale.

State discutendo su chi ha ragione su come avete discusso del problema.

A quel punto basta.

  • “Ne parliamo?”
  • “Ti chiamo?”
  • “Ci vediamo dieci minuti?”

Faccia a faccia, in video o al telefono.

È meno comodo che continuare a lanciare missili digitali dal tuo ufficio.

Ma spesso è molto più utile.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “9 ragioni per preferire incontri faccia a faccia con i collaboratori”.

Ci sono conversazioni che peggiorano ogni volta che premi “Rispondi”.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

7. Prima di inviarla, falla leggere a qualcuno

Se puoi, fatti leggere la email arrabbiata da una persona fidata.

A volte basta sentirsi dire:

  • “Michele, io questa frase la toglierei.”

E mentre fino a trenta secondi prima eri convinto che fosse la frase più importante di tutta la mail, improvvisamente capisci che forse ha ragione.

Chi è fuori dalla situazione vede cose che tu, in quel momento, non vedi.

Può evitarti qualche clamoroso autogol.

8. Ammetti i tuoi eventuali errori

Questa è la parte meno piacevole.

Perché qualche volta rileggi tutta la conversazione e scopri che sì, l’altro ha esagerato.

Ma tu gli hai dato una bella mano.

Magari hai interpretato male.
Hai risposto male.
Hai usato un tono inutile.
Hai scritto una frase che potevi risparmiarti.

Puoi avere ragione sul problema e avere torto sul modo in cui lo hai gestito.

Se è successo, dillo.

  • “Su questo ho reagito male.”
  • “Quella frase potevo evitarla.”
  • “Ti chiedo scusa per il tono.”

Non significa dargli ragione su tutto.

Significa prenderti la responsabilità della tua parte.

Una email arrabbiata non deve distruggere una relazione professionale costruita negli anni.

Nel mio libro “Autorevolezza” torno più volte su questo punto: lavorare con le persone significa essere esposti anche a frustrazione, tensione e delusione.

La differenza la fa il modo in cui riesci a gestirle senza lasciare che decidano al posto tuo.

Email arrabbiata? Non devi vincere

Queste cose non le ho imparate perché sono sempre stato bravo a gestire le mail difficili.

Alcune le ho imparate proprio perché qualche mail non avrei dovuto mandarla.

O almeno non così.

Con il tempo ho imparato a lasciarle lì.

A rileggerle.
A togliere.
E qualche volta a prendere il telefono.

Non sempre ci riesco.

Ma una cosa cerco di ricordarmela.

A volte hai ragione.
Ma il modo in cui la difendi può farti perdere molto più di quanto pensi.

Nelle relazioni professionali non devi schiacciare l’altro.

Devi capire come vale la pena rispondere.

Come gestire con efficacia un collaboratore arrogante

arrogante
Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure il responsabile di un piccolo team poco importa…

conosci bene la complessità di dover “convivere” con personalità molto diverse.

È un compito già impegnativo di per sé,
ma diventa particolarmente difficile,
quando un tuo collaboratore ha una personalità narcisistica e arrogante.

Il collaboratore arrogante è un problema (per tutti)

Non è solo una complicazione per te.

Il collaboratore arrogante e supponente può diventare un elemento destabilizzante per l’intero team, creando malumori, tensioni, conflitti.

Le persone finiscono per discutere (o litigare).

E no,
non è un tipetto facile.

Dimostra poca sensibilità, usa spesso un linguaggio scurrile, manca di tatto.

Cerca di dominare e controllare gli altri,
soprattutto quando tu non ci sei.

Molti arroganti credono di essere affascinanti.
In realtà, non lo sono.

Dietro l’arroganza, spesso,
si nasconde una grande vulnerabilità
e un disperato bisogno di apparire indispensabili.

Una cosa è certa …

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza” — ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 — trattare con un collaboratore arrogante richiede pazienza e una grande autocontrollo.

Conviene chiudere un occhio davanti alla presunzione del collaboratore che “fa la star”?

Dipende.

Quando me lo chiedono, rispondo (come coach) con altre domande:

  • Quanto tempo ti porta via questa persona?
  • Sei più focalizzato su lui/lei che sullo tuo prodotto, servizio o clienti?
  • Per ridurre l’attrito nel team stai consumando la tua risorsa più preziosa… il tempo?

Prestazioni alte ≠ comportamento accettabile

Molti collaboratori arroganti hanno prestazioni medie.
Alcuni, invece, sono eccellenti.

È facile essere severi con i “medi” e indulgenti con i “brillanti”.

Ci sta.

Ma attenzione:
il loro comportamento può diventare tossico per il team.

Se non intervieni,
se ignori l’arroganza per convenienza o debolezza,
rischi di apparire come un capo debole o ingiusto.

E, col tempo, potresti fare più danni dell’arrogante stesso.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione, serve metodo, non istinto.

Ecco 10 spunti per gestire un collaboratore arrogante:

1. Accetta che serviranno tempo ed energie

Quanta voglia hai di affrontare il tuo collaboratore arrogante?

Poca di sicuro,
non ho dubbi!

Se stai sperando che “prima o poi capirà”… mi spiace.

Non accadrà.

L’arroganza è una caratteristica radicata.
Può migliorare, ma non sparirà in una notte.

2. Non reagire con emotività

L’emozionalità è una cattiva consigliera.

Se non sei “pronto” a gestire le tue emozioni, aspetta.

Meglio rimandare che compromettere definitivamente il rapporto.

Non vedere i collaboratori difficili come ostacoli,
ma come occasioni per crescere come leader.

3. Parlane a quattro occhi

Il richiamo in pubblico può sembrare efficace.

In realtà, spesso peggiora tutto.

L’arrogante è spesso insicuro: l’umiliazione pubblica aumenta la sua insoddisfazione e arroganza.

Meglio un confronto privato,
lontano da occhi e orecchie indiscrete.

4. Documenta i comportamenti

Annota fatti, date, contesti e persone coinvolte.

Anche nelle piccole realtà la documentazione dà forza e chiarezza.

Nelle aziende più grandi, coinvolgi le Risorse Umane.

5. Indica il comportamento (non la persona)

“Ci sono persone che sanno tutto,
e purtroppo è tutto quello che sanno.”

Oscar Wilde

Non dire:
“Sei arrogante!”

Spiega cosa, quando e come un comportamento ha creato un problema concreto.

Evita etichette.
Concentrati sui fatti.

Chiarisci che l’atteggiamento è diventato un problema e interferisce con il resto del personale.

Porta l’esempio specifico in cui il tuo collaboratore arrogante
ha influenzato negativamente e pesantemente tutto il team.

Esempio short:

“Durante la riunione di lunedì, hai interrotto più volte i colleghi,
sminuendo le loro proposte davanti al gruppo.

Il risultato è stato che due persone hanno smesso di intervenire e
la riunione si è chiusa senza una decisione condivisa.

Questo comportamento ha rallentato il lavoro del team e ha creato tensione inutile.”

6. Lascia spazio alla sua versione

Ascolta.
Senza interrompere.

Anche se non sei d’accordo.

Interrompere significa solo inasprire il confronto.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Chi ti dice, che (magari) non ci saranno sorprese?

Approfondisci con il post “Vuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi”

7. Ascolta senza giudicare

Difficile, lo so.

Evita frasi come:

  • “Io avrei fatto…”
  • “Io avrei detto…”

È un’occasione per imparare … a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità.

È un esercizio di leadership:
garbo + autorità.

8. Esponi il problema in modo oggettivo

Focus sui comportamenti,
una situazione o un problema particolare.

Non sulla persona.

Un attacco all’autostima può danneggiare il rapporto per sempre.

9. Chiedi un cambiamento concreto

È il momento di chiedere uno sforzo concertato e concreto per cambiare ed eliminare tale comportamento.

Meglio essere precisi nelle descrizioni di quali comportamenti e azioni devono cambiare.

Spiega cosa e come.

Se il collaboratore la mette su “Senza di me tutto crolla” riporta la conversazione sui fatti.

Importante, sì.
Indispensabile, no.

La leadership vera emerge nei momenti difficili.

10. Dai un ultimatum (se serve)

Se, dopo un periodo adeguato,
non c’è alcun miglioramento,
è doveroso essere chiari.

Alla prossima infrazione (delineata e definita chiaramente)
sarai costretto a dargli il “benservito”.

Sempre nel rispetto delle procedure e della tutela legale.

In conclusione

Fai il possibile per aiutare il collaboratore arrogante a diventare un giocatore di squadra.

Ma alla fine devi fare ciò che è meglio per te, il team e l’organizzazione.

Reminder

Comprendere non significa giustificare.
Ascoltare non vuol dire subire.

La vera autorevolezza nasce quando sai unire lucidità, rispetto, confini chiari.

È lì che smetti di rincorrere l’armonia e inizi a guidarla.