10 domande toste toste per capire quanto sei tagliato per comandare

pronto a comandare
Sei determinato e vuoi arrivare dove desideri. Bene.

La determinazione è indispensabile. Come lo sono impegno, preparazione e voglia di mettersi in gioco.

Ma desiderare qualcosa non significa necessariamente essere pronti. O essere tagliati per quel ruolo. Almeno, non ancora.

E questo vale soprattutto quando si parla di leadership.

Pronto a comandare? Ecco 10 domande che devi porti con onestà

Molti desiderano diventare leader per il ruolo, lo stipendio, il prestigio o la possibilità di decidere.

Molti meno si chiedono che cosa comporti davvero guidare altre persone.

Perché comandare non significa soltanto avere più potere. Significa assumersi responsabilità, prendere decisioni scomode, affrontare conflitti e accettare che non tutti saranno contenti di te.

Ecco 10 domande toste toste che possono aiutarti a capire quanto sei pronto.

1. Conosci te stesso?

Prima di gestire gli altri, devi conoscere abbastanza bene te stesso.

Sai quali sono i tuoi punti di forza?
E quelli deboli?
Cosa succede quando sei sotto pressione?
Vieni contraddetto o qualcuno mette in discussione una tua decisione?

La conoscenza di sé è una delle basi della leadership.

Chiediti:

  • So riconoscere i miei limiti?
  • So accettare una critica senza mettermi immediatamente sulla difensiva?
  • Riesco a capire quando il problema è anche nel mio comportamento?

Prima di chiederti se sei pronto a comandare, chiediti quanto sei pronto a gestire te stesso.

2. Sai gestire l’incertezza?

Hai bisogno di conoscere ogni dettaglio prima di decidere?

Nel lavoro sarebbe magnifico poter avere sempre informazioni complete, risultati prevedibili e rapporti perfetti di causa-effetto.

Ma spesso non funziona così.

Chi è pronto a comandare deve prendere decisioni anche quando il quadro non è completo. E a volte deve aspettare settimane o mesi prima di capire se la scelta fatta fosse quella giusta.

Non significa decidere alla cieca.

Significa saper valutare ciò che hai a disposizione, assumerti una responsabilità e muoverti anche quando non hai tutte le certezze che vorresti.

3. Dai davvero importanza alle persone?

Puoi essere molto orientato ai risultati. Non c’è niente di male.

Ma se vuoi guidare un team, ci sono anche le persone.

Non puoi ricordarti dei collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona, devi correggerli o valutarne la performance.

Le persone non sono semplicemente lo strumento attraverso il quale raggiungere un risultato.

Un buon leader sa che risultati e persone devono camminare insieme.

4. Sai affrontare le conversazioni difficili?

Vuoi una posizione di maggiore responsabilità?

Preparati anche alla parte meno affascinante.

Dovrai parlare con chi non raggiunge gli obiettivi, con chi crea tensioni, con chi si lamenta continuamente. Dovrai dare feedback scomodi, porre limiti e affrontare comportamenti che sarebbe molto più facile ignorare.

Guidare significa anche dire cose che l’altro potrebbe non avere alcuna voglia di sentirsi dire.

Puoi rimandare una conversazione difficile per qualche giorno.

Non puoi rimandarla per sempre.

5. Quanto dipendi dal giudizio degli altri?

La leadership non è un concorso di popolarità.

Quando assumi responsabilità, aumentano anche gli occhi puntati su di te.

Riceverai approvazione e riconoscimenti, ma anche critiche, antipatie e giudizi.

Se hai bisogno di piacere a tutti, rischierai di evitare decisioni impopolari, essere troppo accomodante oppure cercare continuamente conferme.

Un leader non deve diventare insensibile al giudizio degli altri.

Deve però essere capace di ascoltarlo senza diventarne prigioniero.

Per approfondire puoi leggere Come non preoccuparsi del giudizio degli altri.

6. Sai guidare persone più esperte di te?

Gestire persone più anziane, più esperte o tecnicamente più preparate può mettere alla prova la tua sicurezza.

Il rischio è cadere in uno dei due estremi:

  • diventare esitante perché temi di non essere abbastanza autorevole;
  • irrigidirti e mostrare continuamente chi comanda.

L’autorevolezza non nasce dal bisogno di dimostrare chi ha il potere.

Se una persona del tuo team conosce un argomento molto meglio di te, riesci a riconoscerlo senza sentirti minacciato?

È una domanda importante.

7. Sai dire chiaramente cosa ti aspetti?

Essere leader non significa gridare, controllare tutto o impartire ordini continuamente.

Significa anche saper dire:

questo è ciò che mi aspetto; questo è ciò che non funziona; questo è ciò che dobbiamo cambiare.

Con chiarezza, calma e rispetto.

  • Sai dare un feedback senza diventare aggressivo?
  • Sai essere fermo senza umiliare?
  • Sai porre un limite senza trasformarlo in una prova di forza?

La leadership si vede molto anche da qui.

8. Sai chiedere consiglio?

Se costruisci una buona squadra, prima o poi avrai accanto persone più competenti di te in qualcosa.

Ed è proprio quello che dovrebbe succedere.

La domanda è: il tuo ego riesce a sopportarlo?

Sai chiedere un’opinione?
Riesci a dire “Tu ne sai più di me: cosa ne pensi?”
senza sentire diminuire la tua autorevolezza?

Oppure preferisci decidere e fare tutto da solo per dimostrare di essere tu il capo?

Un leader che deve essere sempre la persona più intelligente della stanza rischia di costruire un team molto più debole di quanto potrebbe.

9. Riesci a dormire prima di un licenziamento?

Ci sono decisioni che nessun corso di leadership può rendere piacevoli.

Comunicare a una persona che il rapporto di lavoro finisce è una di queste.

Potresti trovarti davanti rabbia, pianto, accuse, silenzio o una reazione completamente diversa da quella che avevi immaginato.

Essere dispiaciuti non significa essere incapaci di comandare.

Anzi.

Ma se la paura di affrontare la sofferenza o la reazione dell’altro ti porta continuamente a evitare decisioni necessarie, allora il problema esiste.

Guidare significa anche reggere emotivamente decisioni difficili senza perdere umanità.

10. Sei disposto a sostenere il peso della responsabilità?

Più responsabilità significa anche più decisioni di cui rispondere.

A volte dovrai scegliere senza poter condividere tutto con il team. Altre volte dovrai difendere una decisione che non piace. E in certi momenti potresti sentirti solo.

La responsabilità è uno dei prezzi della leadership.

Questo non significa sacrificare la vita privata, essere sempre reperibile o diventare il primo a entrare e l’ultimo a uscire.

Significa sapere che, quando qualcosa non funziona, non potrai limitarti a indicare gli altri.

Sei disposto a dire:

“La responsabilità finale è mia.”

Allora, sei davvero pronto a comandare?

Se alcune risposte ti hanno messo in difficoltà, non significa che devi rinunciare a diventare leader.

Significa semplicemente che hai individuato dove devi ancora lavorare su te stesso.

La leadership non è una qualità che possiedi oppure no una volta per tutte. Si costruisce attraverso esperienza, errori, consapevolezza e capacità di mettersi in discussione.

È anche uno dei concetti che approfondisco nel mio libro “Prima volta Leader”: assumere un ruolo di responsabilità non significa automaticamente essere pronto a comandare.

Il punto non è chiederti soltanto se sei pronto a comandare.
Il punto è capire se sei disposto ad assumerti ciò che comandare comporta.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo” e lavora per ritrovare autorevolezza e solidità nel tuo ruolo.

6 segnali che indicano che vuoi davvero lavorare per affermarti sul lavoro

cambiamento

“Troppa gente si occupa dei sensi unici e dei sensi vietati,
senza mai mettersi in cammino.”
Fabrizio Caramagna

Poco importa quanto abbiamo ricevuto dalla vita,
abbiamo un costante desiderio di miglioramento.
Desideriamo di più.
Vogliamo di più.
Più successo, più soldi, più felicità, rapporti più solidi e …
pensiamo, sogniamo e lottiamo per ottenere quello che stiamo cercando.

I grandi manager, politici e atleti hanno un allenatore.
Tutti abbiamo bisogno di un coach.
Il professionista di fiducia che ti “allena” e prepara mentalmente ad affrontare con più fiducia e determinazione i cambiamenti improvvisi,
i problemi quotidiani e la competitività sempre più aggressiva.

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Ecco 6 segnali che indicano che vuoi un cambiamento e desideri mostrare agli altri le tue reali capacità:

1. Hai capito che “pronto” non lo sarai mai

Hai aspettato,
rimandato, rinviato,
hai raccolto tutte le informazioni necessarie …
adesso devi fare il primo passo!

Non aspettare di essere preparato, perfetto o di “saperne di più”.
Non aspettare di essere pronto per iniziare il percorso di coaching.
Perché “veramente pronto”non lo sarai mai.

Non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort,
stai prendendo una strada stimolante e affascinante ma anche ignota e (forse) insidiosa.

Anche se conosci tutta la teoria,
ma non “scendi” nella pratica sei sempre al punto di partenza.

Potresti leggere 1000 libri e informarti per giorni o per anni,
ma non saprai mai tutto quello che c’è da sapere.

A un certo punto dovrai fermarti,
respirare e … lanciarti!

2. Sei disposto a investire tempo ed energia

Il coaching richiede tempo ed energia.
Vero!
 


 

Non guardare solo l’investimento,
prendi in considerazione (piuttosto) il ritorno di questo investimento: centrare i tuoi obiettivi,
migliorare alcuni aspetti della tua leadership,
andare incontro all’opportunità di sentirti ancora più vivo,
più leader, pieno di energia e deciso a mostrare al mondo le tue reali capacità.

Vale la pena investire tempo ed energia?
Certo che si!

E il costo?
Nella mia esperienza,
la spesa non rientra nelle “resistenze”.

Generalmente,
chi è determinato, chi desidera dare una svolta, chi è stufo dei soliti risultati,
chi vuole lavorare su se stesso, il costo lo vede come un investimento e …
vuole cominciare subito!

3. Sei stufo dei soliti risultati.

Per tanto tempo la routine ti ha dato un senso di sicurezza e di protezione?
Difficilmente hai fatto un passo fuori dal conosciuto,
dalla certezza, dalla zona di comfort?

Adesso basta.
Non ne puoi più.
Se fai quello che hai sempre fatto,
se ti comporti/reagisci come sempre … otterrai sempre gli stessi risultati.
Non hai bisogno della sfera magica per sapere che è così.

Adesso,
hai capito che se non esci allo scoperto, non succederà mai niente …
di stimolante, vitale.
Niente di esaltante.

Devi vivere i cambiamenti come incentivi e opportunità per la tua crescita
e non come minacce alla tua sicurezza e stabilità.

4. Hai capito di aver bisogno di una “spinta” per superare un ostacolo

Hai capito che non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché prendere l’opportunità per metterti alla prova, tiri fuori un ventaglio di giustificazioni per non continuare (o iniziare) e getti subito la spugna.
Piuttosto che metterti in gioco, te la prendi con la fortuna, il caso o il destino.

Perché ti nascondi dietro queste scuse per non-fare?
Che cosa succederà se continui a rimandare?

Se rispondi onestamente,
ti renderai conto che è importante iniziare subito.
Non importa quale sia il tuo obiettivo.

5. Hai capito che se chiedi aiuto non sei un incapace

Anche se stai lavorando bene, in questi tempi incerti e complessi,
la sfida è essere sempre motivati e determinati nell’affrontare i cambiamenti improvvisi e la competizione organizzata.

Coaching non è un solo un intervento per risolvere problemi o superare limiti.

Iniziare un percorso di coaching non vuol dire essere impreparati,
incompetenti
incapaci.

Coaching non è un atto d’accusa verso la tua competenza o un’indicazione della tua non-capacità.

6. Hai capito che per un reale cambiamento hai bisogno di un supporto professionale

Commercialisti, medici, avvocati ma anche architetti (per interni),
hair stylist e tecnici informatici sono professionisti cui ci rivolgiamo quando abbiamo bisogno di cure specifiche,
consigli tecnici o assistenza pratica.

Di solito si fa così.
Chiedi aiuto e sostegno in caso di bisogno e necessità.

Per il coaching è la stessa cosa perchè è una metodologia all’avanguardia nell’area della formazione.

Il coach non ha la bacchetta magica,
ma ti affianca personalmente per aiutarti a raggiungere obiettivi più ambiziosi e appaganti,
investendo meno tempo, risorse ed energie.

Il coaching è cambiamento.
Un nuovo modo di pensare porta a nuove idee,
nuove strategie e nuove opportunità.

Se sei pronto per il cambiamento positivo,
sei pronto per il coaching (altrimenti segui la mia guida d’introduzione).

13 linguaggi del corpo che come donna dovresti evitare per non perdere credibilità

donne al lavoro

“La questione non è chi mi darà il permesso,
ma chi mi fermerà”

Ayn Rand

Tutti i leader sono giudicati (anche) dal loro linguaggio del corpo.

Tutte le leader donne sono giudicate soprattutto dal loro linguaggio del corpo.

E, più in generale, tutte le donne al lavoro vengono valutate anche — e spesso inconsciamente — per ciò che comunicano senza parole.

Se vuoi essere percepita come autorevole, credibile e sicura di te, devi essere consapevole dei segnali non-verbali che stai inviando.
Sempre.

Donne al lavoro: il linguaggio non-verbale è (quasi) tutto

Nel mio libro “Autorevolezza” racconto la storia di una team leader che non riusciva a gestire i suoi colleghi maschi.

Mi spiegava:

“Mi rendo conto che non mi hanno mai preso sul serio.
È come se pensassero che stessi flirtando con loro.
Ma ti assicuro che non lo sto facendo.”

Il problema non era ciò che diceva.
Era come lo comunicava senza rendersene conto.

Durante le interazioni manteneva uno “sguardo sociale”:
lo sguardo si muoveva inconsciamente tra occhi e bocca.

In un contesto professionale, questo può essere interpretato come ambiguità.
Non come autorevolezza.

Molte donne, senza volerlo, inviano segnali non verbali che riducono la loro autorità e aumentano la percezione di vulnerabilità o insicurezza.

13 errori di linguaggio del corpo che riducono l’autorevolezza:

1. Testa troppo inclinata

Inclinare la testa segnala ascolto e apertura.

Ma se diventa abituale, viene inconsciamente interpretato come segnale di sottomissione.

Mantieni una posizione neutra.
È il modo più semplice per comunicare stabilità e sicurezza.

2. Presenza fisica “ristretta”

Spalle chiuse.
Gomiti stretti.
Corpo contratto.

Ridurre il proprio spazio comunica una cosa sola: ritiro.
(altrimenti perché non occupare più spazio).

Il corpo deve sostenere il tuo ruolo, non nasconderlo.

3. Gesti adolescenziali

Giocare con i capelli.
Toccare continuamente gioielli.
Strofinarsi le mani.

Questi gesti comunicano nervosismo e riducono immediatamente la percezione di maturità e leadership.

4. Parlare con tono troppo basso

Non è una questione di volume.
È una questione di presenza.

Se la tua voce non arriva, il tuo messaggio non esiste.

Allenare voce e chiarezza è un passo decisivo per essere ascoltata davvero.

5. Sorridere in modo eccessivo o fuori contesto

Lo so, lo so…

Ho più volte scritto di sorridere spesso perché la gente ama il sorriso e che è un potente spunto non-verbale.

Infatti …
il sorriso è potente.

Ma fai attenzione al contesto.

Se usato nel momento sbagliato, distrugge la tua credibilità.

Sorridere mentre dai un feedback critico o affronti un problema serio genera incoerenza.

La coerenza crea autorevolezza. Non il sorriso continuo.

6. Annuire costantemente

Annuire comunica ascolto.

Ma se eccessivo, comunica bisogno di approvazione.

Un leader ascolta.
Non chiede inconsciamente conferma.

7. Tono ascendente alla fine delle frasi

Quando il tono sale, sembra una domanda.

Anche quando non lo è.

Questo indebolisce la percezione di certezza.

Le affermazioni autorevoli terminano con un tono discendente.

Per approfondire, leggi il mio post sull’autorevolezza della voce.

8. Aspettare sempre il proprio turno

Essere rispettosa è importante.

Ma essere invisibile è pericoloso
(specialmente in una organizzazione piena di forti personalità).

Se vuoi essere ascoltata, devi occupare lo spazio comunicativo.
Con calma. Ma con decisione.

9. Eccessiva espressività

Troppi gesti.
Troppa mimica.
Troppa intensità.

Il risultato è dispersione.

Se esprimi l’intero spettro di emozioni e dai sfogo alla loro espressività potresti
essere considerata la clown dell’ufficio.

La presenza autorevole è essenziale.
Non teatrale.

10. Stretta di mano debole

Molte persone ti giudicheranno immediatamente dalla tua stretta di mano.

La stretta di mano è il primo messaggio.

Una stretta ferma comunica immediatamente sicurezza e stabilità.

Una debole ti “dipinge” all’istante come passiva e priva di fiducia.

11. Flirtare inconsciamente

Sorrisi eccessivi.
Sguardi ambigui.
Gesti civettuoli involontari.

Questi comportamenti riducono immediatamente la percezione di leadership.

L’autorevolezza richiede chiarezza.

12. Sguardo ambiguo

Lo sguardo professionale si concentra tra occhi e fronte.

Lo sguardo sociale si sposta verso la bocca.

Questo tipo di sguardo può essere interpretato come civettuolo,
ambiguo, seducente.

Poco serio,
ancor meno autorevole.

Lo sguardo guida l’interpretazione.

13. Look non adeguato al contesto

Il tuo aspetto comunica prima ancora che tu parli.

Non si tratta di essere perfetta.
Si tratta di essere coerente con il tuo ruolo.

Ordine, cura e coerenza rafforzano la tua presenza.

Donne al lavoro? Evita come il fuoco:

  • uno stile non appropriato per l’età o troppo sexy,
  • poca cura personale,
  • capelli perennemente sporchi e legati,
  • ricrescita di settimane,
  • smalto sbeccato da giorni e altre sciatterie,
  • profumo troppo forte,
  • make-up eccessivo,
  • gioielli vistosi e rumorosi, ecc.

Vuoi rafforzare la tua presenza e comunicare con autorevolezza reale?

Il coaching mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
ti aiuta a rendere voce, postura e linguaggio del corpo strumenti di leadership concreti.

Autorevolezza non significa rinunciare alla femminilità

Molte donne temono che essere autorevoli significhi essere fredde o aggressive.

Non è così!

Puoi essere:

  • autorevole e empatica
  • ferma e rispettosa
  • sicura e autentica

L’autorevolezza non è rigidità.
È coerenza.

È allineamento tra ciò che sei,
ciò che dici e ciò che il tuo corpo comunica.

12 spunti potenti per superare un momento di scoraggiamento al lavoro

scoraggiamento al lavoro

“Scoraggiarsi significa perdere.”
Bruce Lee

Il lavoro non ti entusiasma più.

Niente passione.
Niente orgoglio.
Gestisci un processo già avviato.

Nessuno ti chiede un parere.
Prendi lo stipendio e torni a casa.

Ti impegni. Tanto.
Ma ti senti bloccato.

Avanzano sempre gli stessi.
Le critiche arrivano puntuali.
I riconoscimenti no.

Corri. Ti sbatti.
E nonostante tutto… il target non è centrato.

Ti cadono le braccia.
E non solo quelle.

Siamo bombardati da messaggi positivi:

“Pensa positivo.”
“Sii vincente.”
“Reagisci.”

Ma quando le cose non vanno,
come si fa a non sentirsi scoraggiati?
demoralizzati e
affaticati.

Prima di prendere decisioni importanti — dire qualcosa, mollare tutto, cambiare lavoro — è fondamentale uscire dalla nebbia dello scoraggiamento.

Approfondisci anche nel mio post “6 cose da fare quando ti senti poco leader”.

Ecco 12 strategie concrete.

1. Smettila di confrontarti

Il confronto può stimolare.
Ma più spesso deprime.

Ci confrontiamo quando “ci fa comodo”:
quando gli altri vincono, festeggiano, ottengono promozioni.

Vediamo i loro successi.
Non i loro fallimenti.

Dal confronto continuo hai poco da guadagnare.
E molto da perdere.
Spesso sfociano nello scoraggiamento,
nel rancore verso gli altri e verso noi stessi.

La verità è che siamo profondamente focalizzati sui nostri limiti e fallimenti,
e raramente vediamo quelli degli altri.

2. Accetta le persone per quello che sono

Il collega sleale.
Il capo arrogante.
Il cliente prepotente.

Sono-come-sono.

Pretendere che seguano le regole non scritte della tua testa è frustrante.
Cercare di cambiarli è scoraggiante.

Puoi cambiare solo il tuo modo di reagire.

3. Lascia andare rabbia e amarezza

Lo scoraggiamento alimenta rancore.

Lascia da parte l’amarezza.
La collera e il rancore.

Perdona.
Perdona anche te stesso.

Altrimenti resti intrappolato nel senso di ingiustizia.
E non vedi più vie d’uscita.

4. Smettila di controllare ciò che non dipende da te

Vendite saltate.
Ritardi.
Imprevisti.

Succederanno comunque.

Non sprecare energia nel tentativo di controllare l’incontrollabile.
Gestisci il tuo atteggiamento.

Non lamentarti o demoralizzarti, accetta la realtà e focalizzati solo sulle prossime azioni da compiere.

Diventa più flessibile.
Lascia spazio in agenda per l’imprevisto.

5. Ricorda le tue vittorie

Un esame superato.
Una promozione.
Il cliente conquistato.

Richiama alla mente un momento preciso in cui sei stato all’altezza.

Il cervello ha bisogno di prove.
Ricordare le esperienze di successo genera positività.

6. Muoviti

Il corpo influisce sulla mente.

Cammina.
Corri.
Vai in palestra.

Muoversi è una medicina sottovalutata.

7. Limita le persone negative

La negatività è contagiosa.

Se puoi, riduci il tempo con pessimisti e “succhiatori di energia”.

Pranza con chi ti incoraggia.
Proteggi il tuo spazio mentale.

8. Fai qualcosa di nuovo (o finisci ciò che rimandi)

Il nuovo rinfresca. Sempre.

Impara una nuova competenza.
Leggi un libro.
Segui un webinar.

Oppure completa quel compito che rimandi da settimane.

Una piccola vittoria immediata
riaccende l’energia.

Anche riordinare la scrivania o la casa impatta sul nostro umore in modo positivo: più di quanto immagini.
organizza la tua scrivania,
il guardaroba,
pulisci la casa,
lava l’auto, aspira i tappetini, ecc. ….

9. Confidati con qualcuno di fidato

A volte parlare basta.

Chiedi a qualcuno che stimi come ha superato un momento difficile.

Diffida di chi dice di non essersi mai sentito scoraggiato.

10. Dormi

La cultura moderna è priva di sonno.

E il sonno è il 70% del benessere.

Vai a letto prima.
Allontana il telefono.
Proteggi il riposo.

Lo smartphone interferisce con il riposo: tenerlo sul comodino può regalarti notti agitate perché la luce emessa all’arrivo messaggi sopprime la melatonina, che favorisce il sonno.

Il benessere non è fortuna.
È uno sforzo consapevole.

11. Concediti il diritto di sentirti giù

Un naturale (e breve) momento di scoraggiamento al lavoro non è segno di debolezza.
Anzi.

Non fingere serenità.
Non diventare iperattivo per non “sentire”.

Dai tempo.
Prenditi tempo.

Il tempo per “consolarsi e rimarginare” un momento di scoramento è quello speso meglio.
Utilizza lo scoraggiamento al lavoro come motivazione per riflettere.

A volte serve stare un po’ soli.

Io faccio così.

12. Trappole da evitare

Quando sei scoraggiato:

  • Non prendere decisioni importanti.
  • Non anestetizzarti con fumo, alcol o cibo.
  • Evita di colpevolizzarti.
  • Non aspettare che siano gli altri a motivarti.

Incoraggiati da solo.

Quando senti che stai per mollare…

Fai ancora un piccolo sforzo.
Rimani stabile.
Paziente.

Le persone forti non sono quelle che non cadono mai.
Sono quelle che non restano a terra.

Se lo scoraggiamento diventa ricorrente e senti di aver perso direzione e autorevolezza,
nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader trovi strumenti concreti per ritrovare lucidità e impatto.

E se vuoi un confronto diretto, scopri i miei servizi di coaching.

Lo scoraggiamento non è la fine del percorso.

È una pausa.
Sta a te decidere se usarla per mollare…
o per ripartire meglio.

Vuoi migliorare il rapporto con il tuo capo? Ecco 9 azioni tanto semplici quanto potenti

il capo

Le accortezze di una buona relazione professionale
(sia con un collega, il capo o un collaboratore)
sono semplici e facilmente applicabili.

Ma proprio perché sono semplici…
spesso vengono trascurate o eseguite con leggerezza.

Oggi siamo tutti più permalosi e sensibili.

Sicuramente avrai notato come le persone siano più facili a risentirsi e offendersi rispetto al passato.

Nei miei libri ho più volte sottolineato che:
una parola sbagliata,
una correzione inappropriata,
un gesto mancato o
eccessivo…

può far saltare in aria un rapporto professionale che sembrava solido.

Compromettere il rapporto con chi può influenzare il tuo percorso professionale
non è mai consigliabile.

Ecco 9 azioni semplici per connetterti con il tuo capo:

1. Chiedi aiuto e consigli

Le persone amano essere considerate esperte e specialiste del settore,
(sicuramente anche il tuo capo).

Chiedere supporto o conferma di una soluzione
mostra quanto stimi la sua opinione.

2. Adatta il tuo stile di comunicazione

Faccia a faccia,
e-mail,
report
o conversazioni informali?

Informazioni dettagliate
o riepiloghi sintetici?

Quando comunicarle?

Ogni giorno,
a cadenza settimanale o solo in riunioni programmate?

Lascia a lui/lei determinare la natura del vostro rapporto
e della vostra comunicazione.

3. Chiedi un feedback

Molti collaboratori evitano per paura della risposta.

Invece, invia aggiornamenti brevi sulle tue attività,
valorizza i risultati,
minimizza le negatività
(senza nascondere le criticità).

4. Arriva con le soluzioni

Non limitarti a segnalare problemi.
Cerca di presentare anche soluzioni.

Porta almeno una o due soluzioni concrete.

Niente parla più forte delle azioni positive.

5. Sii autentico

Anche il capo più sicuro può sperimentare
sensazioni d’isolamento e incertezza.

Onestà, trasparenza e responsabilità sono apprezzate.

Diventa un ascoltatore attento,
un “confidente” sul quale il capo può contare.

6. Evita indiscrezioni e pettegolezzi

Scansati (come fosse fuoco) dal gossip e dalle chiacchiere.

Evita di essere associato con persone maldicenti o piagnucolose.

Il gossip rovina i rapporti e può compromettere la tua credibilità.

Anche fuori ufficio,
mantieni professionalità e discrezione.

7. Risolvi i tuoi problemi

Il tuo capo è già “sommerso di suo”.

Affronta le tue responsabilità senza aspettare che sia il capo a farlo.

Appari subito più efficiente e affidabile.

8. Presta attenzione alle scadenze

Essere puntuale è un tuo dovere.

Sorprendi il tuo capo completandolo prima del previsto.

Se qualcosa è importante per il tuo boss,
fallo diventare importante anche per te.

Rispettare le priorità del capo e anticipare i tempi dimostra impegno e cura.

9. Esprimi il disaccordo con gentilezza e soluzioni

Ti ricordi i consigli di tua madre di contare
fino a tre prima di rispondere?

Bene.

Vale (soprattutto) quando si parla di divergenze con il tuo capo.

Se ti senti arrabbiato,
è meglio dire il meno possibile.

Se il capo è arrabbiato,
è meglio dire ancora il meno possibile.

Per approfondire il disaccordo sul capo leggi il post “Disaccordo con il capo: 20 cose da ricordare prima di aprire bocca“.

In definitiva

La buona relazione professionale nasce da comprensione, ascolto e rispetto reciproco.

Ma farsi rispettare richiede anche assertività,
soprattutto di fronte a comportamenti spocchiosi o irriverenti.

Impara a comunicare con fermezza e gentilezza.

Quando il rapporto con il capo diventa fonte di stress,
serve un confronto lucido e professionale.

Con il mio breve percorso mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo
impari a comunicare con calma e autorevolezza,
senza compromettere il tuo benessere.