12 Tratti che identificano un manager incompetente

manager incompetente
Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?

Una risposta affrettata potrebbe essere:
ottenere buoni risultati.

È una risposta semplice.
Troppo semplice.

I risultati si vedono nel presente,
non raccontano come ci si è arrivati.

Sono influenzati dal contesto, dal team, da fattori esterni e spesso da circostanze difficilmente replicabili.

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi professionali (grandi o piccoli, poco importa) è utile capire cosa fanno i manager di successo.

Ma è altrettanto importante sapere cosa fanno di sbagliato i manager incompetenti.

Ecco 12 tratti ricorrenti.

1. Non prende mai decisioni

Trova sempre ottimi motivi per:

  • attendere
  • rimandare
  • raccogliere altre informazioni
  • ascoltare nuove opinioni

Paura di sbagliare.
Timore di fallire.

La paura può trasformarsi in prudenza.
E a volte è un bene.

Ma quando non si decide mai,
la prudenza diventa paralisi.

Il manager incompetente spera, inconsciamente,
che il problema si risolva da solo.

Pessima idea.

Decidere — anche sbagliando — è sempre meglio che non decidere.

2. Il manager incompetente esagera con la segretezza

Bocca cucita.
Sguardo enigmatico.
Cenni d’intesa con pochi “eletti”.

Perché se il personale sapesse… “non capirebbe”.

In realtà, le vere ragioni per la riservatezza sono pochissime.

Un leader sicuro le riconosce subito.

Un leader insicuro ama i segreti e paga il prezzo in fiducia e trasparenza.

Se tratti i collaboratori come bambini,
si comporteranno come tali.

Se li tratti da adulti, risponderanno da adulti.

3. È troppo sensibile con i collaboratori

Il manager insicuro vuole essere amato.
E per questo evita confronti chiari.

Se descrivi spesso il tuo team come “troppo sensibile”, forse stai parlando di te.

Quando l’autorità non è solida:

  • i problemi non si risolvono
  • crescono
  • “l’amore” verso il leader svanisce

4. Delega senza controllare

Delega tutto ciò che non sa fare.
Anche ciò che è critico.

All’inizio sembra una buona idea.
Poi diventa un rischio enorme.

La fiducia senza controllo non è leadership, è abdicazione.

Quando qualcosa va storto,
è troppo tardi per scaricare la colpa.


Vuoi lavorare su autorevolezza e carisma?

Ne parlo in modo pratico nei miei libri:

“Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025)

e “Prima volta Leader”.

5. Ama in modo maniacale le procedure

Le procedure servono a velocizzare,
non a sacralizzare.

L’ossessione per il metodo spesso nasconde un’incapacità più profonda: non saper dare priorità.

Ci si perde in processi,
mentre le decisioni vitali restano ferme.

6. È ostaggio del personale

Quando un manager comunica (anche involontariamente) che un collaboratore è indispensabile, perde potere.

La “santificazione” di un collaboratore distrugge il team.

Gli altri si sentono traditi.
La leadership si indebolisce.

7. Predilige collaboratori deboli

Il manager incompetente teme chi è più competente.
Ha paura del talento.

Il leader eccellente fa il contrario:
si circonda di persone migliori.

Se temi la competizione,
devi ancora lavorare sulla tua leadership.

8. Va in tilt sotto pressione

Predica calma.
Ma è il primo a perderla.

La pressione è normale.
La gestione emotiva è competenza.

Se crolli tu, crolla il team.

9. Crea stress inutile

Tutto è urgente.
Sempre.

Compiti assegnati all’ultimo minuto.
Richieste improvvise.
Aspettative di perfezione.

Spesso il problema è uno solo: mancanza di pianificazione.

10. Si concentra sui dettagli insignificanti

Assume persone di valore ma poi non si fida.

Controlla tutto.
Decide tutto.
Blocca tutto.

Risultato?
Motivazione uccisa.

Puoi approfondire con il mio post su micro-management:
“Il tuo team lavora solo quando ci sei: leader o controllore?”

11. Il manager incompetente è allergico alle scadenze

Una scadenza è un impegno.

Senza scadenze:

  • non c’è traguardo
  • non c’è soddisfazione
  • ancor meno crescita

12. Lavora troppo

Ti vanti di straordinari a doppia cifra?
Non vedi mai la luce del sole?

Lavorare troppo non è eroismo.
È spesso incompetenza.

Chi non sa gestire sé stesso non dovrebbe gestire gli altri.

In conclusione

Un manager competente
non è quello che “fa tutto”.

È quello che:

  • decide
  • comunica
  • regge la pressione
  • costruisce persone, non dipendenze

La leadership non è una posa.
È una responsabilità quotidiana.

Ed è lì che inizia
la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Un segreto per aumentare il tuo carisma

carisma

Ti capita di sentirti a disagio quando durante una conversazione cala il silenzio?

Cerchi subito qualcosa da dire?

Una domanda.
Un commento.
Qualsiasi cosa pur di riempire quello spazio.

Forse temi che, se non parli, l’altro possa trovarti poco interessante.

È comprensibile.

Il silenzio durante una conversazione può metterci a disagio.

E così lo riempiamo.

Parliamo.
Spieghiamo.
Aggiungiamo dettagli.
Ripetiamo ciò che abbiamo già detto.

Magari finiamo per parlare molto più del necessario.

Eppure una parte della nostra capacità di comunicare dipende proprio da ciò che sappiamo fare quando smettiamo di parlare.

Il silenzio è un’arma a doppio taglio

Il silenzio può creare distanza.

Può essere usato per punire.
Può trasmettere disinteresse.

Ma può anche creare spazio.

Per ascoltare.
Pensare.

Lasciare che una domanda produca il suo effetto.

Dare maggiore peso a ciò che abbiamo appena detto.

Il silenzio non rende automaticamente carismatici.
Ma non averne paura cambia il modo in cui comunichiamo.

Ecco 7 motivi per cui può diventare un tuo alleato.

1. Parlare è solo una parte della comunicazione

L’altra è ascoltare.

Sembra banale.

Eppure durante una conversazione spesso non ascoltiamo realmente: aspettiamo semplicemente il nostro turno per parlare.

Pensiamo alla risposta.
Prepariamo l’obiezione.
Cerchiamo l’esempio da raccontare.

Oppure aspettiamo quella piccola pausa che ci permetterà di intervenire.

Il silenzio interrompe questo automatismo.

Ti permette di lasciare spazio all’altra persona senza dover immediatamente occupare quello spazio con le tue parole.

2. Il silenzio è una parte normale della conversazione

Non tutte le pause devono essere riempite.

Hai fatto una domanda?

Aspetta.

L’altra persona sta cercando le parole?

Aspetta.

Hai appena espresso un concetto importante?

Non è necessario aggiungerne immediatamente un altro.

Una pausa non significa necessariamente che la conversazione si sia inceppata.

Può semplicemente significare che qualcuno sta pensando.

A volte continuiamo a parlare proprio nel momento in cui sarebbe più utile fermarci.

3. Non devi essere sempre brillante

Carisma e loquacità non sono la stessa cosa.

Non devi avere continuamente qualcosa di interessante da raccontare.
Non devi essere quello che intrattiene il gruppo.
Non devi avere sempre la battuta pronta.

E soprattutto non devi dimostrare la tua presenza occupando ogni spazio della conversazione.

Una persona può parlare poco e avere carisma.

Può intervenire raramente e farsi ascoltare.
Può non essere particolarmente espansiva e lasciare comunque un’impressione forte.

Il punto non è quanto parli.

È che cosa accade quando parli e quando ascolti.

4. Se non hai niente da dire, puoi anche tacere

Non tutte le situazioni richiedono una risposta immediata.

A volte non sai ancora che cosa pensare.

Oppure senti che stai per rispondere sull’onda dell’irritazione.

Forse non hai capito abbastanza.

O semplicemente non hai niente di utile da aggiungere.

In questi casi il silenzio può essere preferibile alla prima cosa che ti viene in mente.

Puoi anche dire:

  • “Ci penso un momento.”
  • “Non ho ancora una risposta.”
  • “Vorrei capire meglio prima di risponderti.”

Non diminuisce necessariamente la tua autorevolezza. Il tuo carisma.

Al contrario, può mostrare che non senti il bisogno di reagire immediatamente a tutto.

5. Il silenzio può migliorare le relazioni

Pensa a una conversazione nella quale ti sei sentito veramente ascoltato.

Probabilmente l’altra persona non ha parlato continuamente.

Ti ha lasciato finire.

Non ha trasformato immediatamente ciò che raccontavi in una propria esperienza.
Non ha cercato subito di risolvere il tuo problema.

Ti ha dato spazio.

Questo vale con un collaboratore, un collega, un cliente e anche nelle relazioni personali.

Ascoltare comunica interesse.

Non significa essere d’accordo.

Significa concedere all’altro abbastanza spazio da capire davvero che cosa sta cercando di dirti.

6. Non avere paura del silenzio trasmette carisma

C’è una differenza tra tacere perché non sai che cosa dire e non sentire il bisogno di parlare per dimostrare che ci sei.

La seconda condizione richiede una certa sicurezza.

Durante una riunione, per esempio, potresti non intervenire immediatamente.

Ascolti.
Osservi.
Lasci parlare gli altri.

Poi intervieni quando hai qualcosa che ritieni utile aggiungere.

Non significa che parlare poco renda automaticamente più autorevoli.

Ma liberarsi dall’obbligo di intervenire continuamente può rendere la comunicazione più essenziale, più calma e più credibile.

7. Il silenzio può essere efficace anche sul lavoro

Immagina di aver fatto una domanda importante a un collaboratore.

“Che cosa pensi sia successo?”

Lui rimane in silenzio qualche secondo.

Tu senti l’impulso di aiutarlo.
Riformuli la domanda.
Aggiungi una spiegazione.
Suggerisci una possibile risposta.

E magari proprio in quel momento hai tolto spazio alla sua riflessione.

Prova invece ad aspettare.

Il silenzio può essere utile anche:

  • dopo una domanda importante;
  • prima di rispondere a una provocazione;
  • quando vuoi evitare una reazione impulsiva;
  • dopo aver espresso un concetto che vuoi lasciare sedimentare;
  • quando l’altra persona ha bisogno di qualche secondo per formulare ciò che pensa.

Non deve diventare una tecnica per mettere l’altro sotto pressione.

Il silenzio funziona quando crea spazio, non quando viene utilizzato come strumento di potere.

È anche uno dei motivi per cui, se vuoi essere un leader efficace, può essere utile parlare meno e ascoltare di più.

Il carisma non ha bisogno di riempire ogni spazio

Forse il vero punto è questo.

Quando cerchi continuamente qualcosa da dire, una parte della tua attenzione rimane concentrata su di te.

“Che cosa dico adesso?”
“Sto facendo una buona impressione?”
“Mi troverà interessante?”

Quando smetti di preoccuparti di riempire ogni pausa, puoi dedicare più attenzione a ciò che sta realmente accadendo nella conversazione.

All’altra persona.
A ciò che dice.
A ciò che vuoi dire davvero.

E anche a ciò che non ha bisogno di essere detto.

Il carisma non consiste nel riuscire ad attirare continuamente l’attenzione.
A volte comincia dalla capacità di non averne continuamente bisogno.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

Prima di essere un grande leader devi essere un grande Uomo

grande leader

O una grande donna.

Tanti pensano di essere leader.
La maggior parte ne è ancora lontano.

Prima di essere un grande leader devi essere una grande persona.
Possedere qualità morali e valori etici.
Fare ciò in cui credi veramente o ritieni giusto, anche se è impopolare, faticoso o scomodo.

È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.
La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”
Wolf J. Rinke

Avere PERSEVERANZA

La perseveranza è un tratto comune tra i grandi leader.
È resistenza contro le difficoltà, gli ostacoli e lo scoraggiamento.

Una persona deve essere perseverante per condurre (con successo) un team di dipendenti, collaboratori o colleghi al raggiungimento degli obiettivi.

La perseveranza si sviluppa solo attraverso le prove.
Prove difficili.
I leader migliori sopportano le prove e si rafforzano.
Non si arrendono mai.

Avere INTEGRITA’

È la scelta del “giusto”.

Coerenza tra le azioni, i valori, i metodi, i principi e i risultati.
Integrità è fare delle scelte a prescindere le conseguenze.
Fare la cosa giusta a prescindere le circostanze.

È più che essere onesti.
Si tratta di uno stile di vita impostato verso l’eccellenza morale.

L’integrità è uno dei migliori attributi di un grande leader.
L’integrità rende l’Uomo affidabile, attendibile e incrollabile.

Trasmettere FIDUCIA

Molte persone confondono la fiducia con arroganza ed egocentrismo.

La fiducia è essere sicuro di sé e consapevole.
L’Uomo fiducioso ha fede nelle sue capacità e nelle sue conoscenze.
Non ha bisogno di spingere gli altri verso il basso per emergere.

Guadagna la fiducia della gente con la sua forza interiore.
Quando entra nella stanza, tutti ne prendono atto.

Possedere Autocontrollo

Le tentazioni e le lusinghe sono tante e dietro ogni angolo.
Saper domare i desideri, trovare il modo di gestire le emozioni e gli impulsi, incanalare quell’energia in attività positive non è cosa facile.
E non è da tutti.

Essere esigenti, appassionati e impazienti è parte di una leadership efficace.
Non essere in grado di contenere se stessi, farsi travolgere, agire con stress e irritabilità (come un bambino che fa i capricci) può avere effetti devastanti.
Non passa mese senza che un personaggio famoso non sia stato distrutto da sesso, denaro, successo, droga.

Troppe persone mancano di autocontrollo, che è il fondamento di una vita virtuosa.
I leader eccezionali mantengono calma e lucidità anche sotto forte stress o durante una crisi.

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

Dare prova di Coraggio

Il coraggio è la prima virtù
e rende possibili tutte le altre.

La leadership richiede coraggio.
L’innovazione richiede coraggio.
Fare ciò che è giusto (anche se può essere impopolare) richiede coraggio.

La paura non deve controllare la nostra vita.
Il grande leader prende posizione di fronte alle avversità.
A prescindere le circostanze.

Un grande leader conosce la vera Umiltà

L’umiltà indica che ci siamo liberati dal veleno dell’egocentrismo.

Eppure umiltà è spesso (erroneamente) fraintesa con remissività, debolezza e influenzabilità.

Sempre più ricerche identificano i migliori leader quelle persone che stanno dietro le quinte e che guidano i loro dipendenti o collaboratori grazie ad un approccio … silenzioso, fatto di ascolto, trasparenza, conoscenza dei propri limiti, apprezzamento dei punti di forza dei dipendenti, ricerca di feedback e concentrandosi sulle esigenze degli altri.

Il leader “umile” contribuisce in modo molto efficace al coinvolgimento e alla crescita professionale dei suoi collaboratori.

“La vera leadership deve beneficiare i seguaci
non arricchire i leader.
”
John C. Maxwell

Parlare male dell’ex datore di lavoro è da rosso diretto

ex datore di lavoro

“Il mio ex capo era un incompetente.”

“La mia azienda mi ha sfruttato e poi lasciato a casa.”

“Il mio responsabile? Meglio non parlarne…”

L’amarezza è cattiva consigliera

Quando durante un colloquio arriva la domanda sul precedente lavoro, potresti avere parecchie cose da raccontare.

E non tutte piacevoli.

Un capo con cui il rapporto era difficile.
Una promessa non mantenuta.
Una riorganizzazione gestita male.
Un licenziamento che ritieni ingiusto.

Esperienze di questo tipo possono lasciare rabbia, delusione e risentimento. È comprensibile.

Il problema nasce quando utilizzi il colloquio per regolare i conti con il passato.

Commenti sarcastici, accuse, frecciate e giudizi sull’incompetenza dell’ex capo rischiano di spostare l’attenzione dal tuo valore professionale al modo in cui gestisci una situazione difficile.

Puoi avere ottime ragioni per essere arrabbiato con il tuo precedente datore di lavoro.
Il colloquio, però, non è il luogo in cui dimostrarle.

Parlare male dell’ex datore di lavoro può essere un autogol

Immagina di dire:

  • “Il problema era il mio capo. Non sapeva assolutamente gestire le persone.”

Tu stai raccontando ciò che hai vissuto con il tuo ex datore di lavoro.

L’intervistatore, però, non conosce necessariamente tutta la storia.

Potrebbe chiedersi:

  • “Come reagisce questa persona quando entra in conflitto con il proprio responsabile?”
  • “Come parlerà della nostra azienda se un giorno il rapporto dovesse finire male?”
  • “Quanto di questa situazione dipende realmente dall’ex capo?”

Non significa che penserà necessariamente male di te.

Significa che gli stai offrendo un elemento di dubbio che probabilmente non ti aiuta.

Non parlare male non significa mentire

Questo è il punto più importante.

Se l’esperienza precedente è stata realmente negativa, non devi raccontare che è stata meravigliosa.

E non devi neppure fingere gratitudine per qualcosa che ti ha fatto stare male.

Puoi essere sincero senza trasformare la risposta in un atto d’accusa.

Per esempio:

  • “Negli ultimi mesi il rapporto con il mio responsabile era diventato difficile e ho capito che avevo bisogno di un contesto diverso.”

Oppure:

  • “L’azienda ha attraversato una riorganizzazione che ha modificato molto il mio ruolo. A quel punto ho iniziato a valutare nuove opportunità.”

O ancora:

  • “Ci sono stati aspetti dell’esperienza che non hanno funzionato come speravo. Preferisco però concentrarmi su ciò che ho imparato e su quello che sto cercando adesso.”

Stai dicendo la verità. Ma stai scegliendo come raccontarla.

Il mondo professionale può essere più piccolo di quanto pensi

C’è anche una ragione molto pratica per mantenere un tono professionale.

Non sai quali rapporti esistano tra l’intervistatore, la nuova azienda e quella precedente.

Potrebbero conoscersi.
Aver lavorato insieme.
Avere contatti professionali comuni.

Ma anche se non esistesse alcun collegamento, denigrare apertamente un precedente datore di lavoro difficilmente aggiunge valore alla tua candidatura.

Molto meglio riportare la conversazione su ciò che conta:

  • perché stai cercando una nuova opportunità;
  • che cosa hai imparato dall’esperienza precedente;
  • che cosa puoi portare nel nuovo ruolo;
  • che cosa stai cercando oggi.

Se stai preparando un colloquio, può esserti utile anche “Come preparare un colloquio di lavoro vincente in 5 mosse”.

Non lasciare che sia il rancore a presentarti

Puoi avere subito un torto.
Puoi aver avuto un pessimo capo.
Essere uscito da un’azienda con amarezza.

Ma durante il colloquio non sei lì per stabilire chi avesse ragione.

Sei lì per permettere all’altra persona di capire chi sei professionalmente e perché potresti essere adatto al nuovo ruolo.

Non devi difendere il tuo ex datore di lavoro.
Devi evitare che sia il rancore a parlare al posto tuo.

Per lo sfogo ci saranno altri luoghi e altre persone.

Al colloquio, riporta l’attenzione sul tuo percorso e su ciò che vuoi costruire adesso.

Se hai un colloquio importante e vuoi preparare anche le domande più delicate legate al tuo percorso professionale, contattami.

Se non ce la fai, devi essere più aggressivo

aggressivo
Vorremmo tutti averne di più.

A volte ci riesce.

Altre volte… ci sentiamo frenati, bloccati, trattenuti.

E quando non agiamo?

Ci pentiamo.

Per non aver osato.
Per non aver rischiato.
Non essere stati all’altezza.

La sana aggressività

Chiamiamola così.

Quella spinta che ti porta ad agire, invece di:

  • rimuginare
  • aspettare
  • pensarci troppo

Mentre… magari… l’occasione passa.

Non devi snaturarti

Solo migliorarti.

Molti pensano:

  • “Non sono una persona grintosa.”

E quindi?

  • “Non lo sarò mai.”

Errore.

Essere aggressivi ≠ essere aggressivi (davvero)

Che cosa immagini?

  • rabbia
  • nervosismo
  • reazioni impulsive

No.

Non è questo.

Esiste una sana aggressività

È naturale.
È umana.

Ti permette di:

  • affrontare difficoltà
  • reagire
  • prendere iniziativa

senza distruggere relazioni.

Il problema non è l’aggressività

È non conoscerla.

Se la reprimi:

  • si accumula
  • si deforma
  • esplode

nel momento peggiore.

E nel modo peggiore.

L’eccesso opposto? Peggio.

Troppa calma.
Troppa gentilezza.
Eccessiva “educazione”.

Diventi arrendevole.

E qualcuno… se ne approfitta.

La sana aggressività serve a:

  • mettere limiti
  • dire “no”
  • difenderti
  • affermare chi sei

Serve per dire:

  • “Questo per me non va bene.”

È anche rispetto

Per te stesso.

È la capacità di:

  • pretendere rispetto
  • farti ascoltare
  • sostenere le tue idee

senza alzare la voce.

Non è solo difesa

È anche attacco (quando serve).

Perché se sei sempre:

  • accomodante
  • conciliante
  • “troppo” diplomatico

rischi di essere ignorato.
O peggio.

Sottovalutato.

È energia. Forza vitale.

È quel momento in cui:
ti rialzi.

Dopo un errore.
Dopo una caduta.
Una delusione.

Grinta batte talento (quasi sempre)

Puoi invidiare:

  • il talento
  • l’intelligenza
  • le capacità degli altri

Ma sappi una cosa:
non basta.

Serve:

  • tenacia
  • costanza
  • determinazione

Serve grinta.

E la grinta… si allena

Non è un dono.
È una scelta.

Ogni giorno.

La sana aggressività non è qualcosa da evitare

È qualcosa da:

  • riconoscere
  • capire
  • allenare

Perché senza quella spinta…
resti fermo.

Al palo.

Non si tratta di diventare qualcuno che non sei.

Si tratta di tirare fuori una parte di te
che è già lì.

E usarla bene.
Al momento giusto.

Perché a volte, nella vita e nel lavoro…
non vince il più bravo.

Vince chi osa.

10 strategie per parlare davanti gli altri senza nascondersi

parlare davanti gli altri

Devi presentare un progetto.
Intervenire durante una riunione.
Spiegare una nuova procedura.

Parlare davanti al tuo team, ai responsabili o un gruppo di clienti.

Magari soltanto per cinque minuti.

Sai che cosa vuoi dire.

Eppure, quando arriva il momento, senti salire la tensione.

  • “E se mi blocco?”
  • “E se perdo il filo?”
  • “E se si accorgono che sono nervoso?”

La paura di parlare davanti agli altri non riguarda soltanto grandi platee e conferenze.

A volte bastano cinque persone che ci guardano in silenzio per farci sentire improvvisamente sotto esame.

Ecco 10 strategie per affrontare quel momento senza cercare di nasconderti.

1. Preparati una scaletta

Anche se devi parlare soltanto pochi minuti, prepara i punti chiave.

Non necessariamente un discorso completo.

Ti basta sapere:

  • da dove vuoi partire;
  • quali sono i due o tre concetti essenziali;
  • dove vuoi arrivare.

Una scaletta ti dà una direzione senza obbligarti a ricordare ogni singola frase.

Imparare tutto a memoria, invece, può diventare una trappola: basta dimenticare un passaggio per avere la sensazione di aver perso il controllo.

Preparati bene. Non prepararti a recitare.

2. Accetta un po’ di nervosismo

Non devi necessariamente eliminare l’ansia prima di iniziare.

Potresti non riuscirci.

E soprattutto rischieresti di aggiungere una seconda preoccupazione alla prima:

  • “Non dovrei essere così nervoso.”

Puoi parlare bene anche con un po’ di tensione.

Fai un respiro.
Prenditi qualche secondo.
Comincia.

Spesso i primi momenti sono quelli più difficili. Poi l’attenzione si sposta progressivamente da come ti senti a ciò che stai dicendo.

Non devi aspettare di sentirti completamente sicuro per cominciare a parlare.

3. Sposta l’attenzione da te al messaggio

Quando siamo in ansia diventiamo molto attenti a noi stessi.

Come sto parlando?
Dove metto le mani?
Si vede che sono agitato?
La voce sta tremando?

Ma sei lì per un’altra ragione.

Devi spiegare qualcosa.
Presentare un progetto.
Condividere informazioni.
Convincere della validità della proposta.

Più rimani concentrato sull’impressione che stai facendo, meno attenzione puoi dedicare a ciò che vuoi far arrivare agli altri.

Prima di iniziare chiediti:

  • “Che cosa vorrei che queste persone avessero capito quando avrò finito?”

Riparti da lì.

4. Familiarizza con le persone e con l’ambiente

Quando è possibile, arriva qualche minuto prima.

Guarda la sala.
Controlla dove parlerai.
Scambia qualche parola con i presenti.

Se devi utilizzare uno schermo o delle slide, verifica che tutto funzioni.

Sono piccole cose, ma aiutano a trasformare una situazione ancora immaginata in qualcosa di più concreto e familiare.

Il pubblico smette di essere una massa indistinta.

Diventa un gruppo di persone alle quali devi raccontare qualcosa.

5. Non cercare la perfezione

Potresti perdere una parola.

Dimenticare un passaggio.
Dover tornare indietro.

Potrebbe persino capitarti di dire:

  • “Un momento, ho perso il filo.”

Non è la fine della presentazione.
Fermati.
Guarda la scaletta.
Riprendi.

Il tentativo di non commettere neppure un errore può renderti molto più rigido dell’errore stesso.

Se questo meccanismo ti è familiare, ne ho parlato anche in “7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro”.

Una presentazione efficace non è necessariamente una presentazione senza imperfezioni.

6. Ricordati che davanti hai persone, non giudici

Quando sei in piedi davanti a un gruppo è facile immaginare che tutti stiano valutando ogni parola.

Probabilmente non è così.

Qualcuno sarà molto interessato.
Qualcuno meno.
Qualcuno starà pensando a una domanda.
Qualcun altro è già alla riunione successiva.

Il pubblico non è un unico grande giudice che aspetta il tuo errore.

È composto da persone diverse, con pensieri e livelli di attenzione diversi.

Questo non elimina l’ansia.

Ma può ridimensionare la sensazione di essere sotto esame.

7. Non giudicarti mentre stai parlando

Hai pronunciato male una parola.
Hai fatto una pausa troppo lunga.
Una frase non è uscita come volevi.

E immediatamente parte il commento interno:

“Ecco. Sto andando malissimo.”

Il problema è che mentre giudichi ciò che hai appena fatto, devi anche continuare a parlare.

Lascia la valutazione a dopo.

Durante la presentazione, resta nella presentazione.

Alla fine potrai chiederti che cosa ha funzionato e che cosa migliorare la prossima volta.

8. Appoggiati a ciò che conosci

Quando conosci bene l’argomento non significa che l’ansia sparirà.

Ma hai qualcosa a cui tornare.

I fatti.
La tua esperienza.
Il progetto che hai seguito.
Il problema che conosci.
Le informazioni da condividere.

Non cercare di sembrare brillante.

Cerca di essere chiaro su qualcosa che conosci.

È molto più sostenibile.


Vuoi potenziare la tua comunicazione?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Usa i supporti visivi per aiutare il messaggio, non per nasconderti

Le slide possono essere utili.

Un grafico può spiegare rapidamente un dato.

Un’immagine può rendere più comprensibile un concetto.

Tre parole possono aiutarti a ricordare il passaggio successivo.

Ma lo schermo non dovrebbe diventare il posto dietro cui nasconderti.

Evita di riempire le slide di testo per poi leggerlo.

Il supporto visivo dovrebbe sostenere ciò che dici, non sostituirti.

10. Parla alle persone, non alla platea

Guardare contemporaneamente venti, cinquanta o cento persone può intimidire.

Non devi percepirle come un unico blocco.

Mentre parli, lascia che lo sguardo incontri per qualche secondo una persona.

Poi un’altra.

E un’altra ancora.

Come accade in una normale conversazione.

Non fissare un solo interlocutore per tutta la presentazione e non cercare freneticamente di guardare tutti.

Crea piccoli momenti di contatto.

La sensazione può cambiare: non stai più parlando davanti a una massa.

Stai parlando con delle persone.

Parlare davanti agli altri si impara

Puoi conoscere tutte le tecniche possibili.

Ma a un certo punto devi parlare.

La prima volta magari con la voce un po’ tesa.
La seconda con qualche esitazione in meno.
Poi scopri che una pausa non è un disastro.

Che puoi perdere il filo e ritrovarlo.

Che qualcuno può guardarti seriamente senza pensare che stai andando male.

E soprattutto che non devi aspettare di non avere più paura per esporti.

Parlare davanti agli altri non significa imparare a nascondere il nervosismo.
Significa riuscire a comunicare anche quando senti un po’ di nervosismo.

Se parlare in riunione, presentare un progetto o prendere la parola davanti agli altri continua a frenarti professionalmente, contattami.

Possiamo lavorare sul modo in cui prepari e affronti queste situazioni, senza costruire un personaggio diverso da te.