8 segnali che rivelano la tua insicurezza sul lavoro (e tutti se ne stanno accorgendo)

insicurezza al lavoro
Nel mio libro “Prima volta Leader” ho sottolineato come molti giovani leader ostentino sicurezza senza possederla davvero.

Parlano dei loro successi.
Delle loro conquiste.

Di quanto siano competenti,
intelligenti,
brillanti.

Non mostrano mai debolezze.
Non dicono mai: “Non lo so”.

E qualcuno, purtroppo …

scambia tutto questo per vera sicurezza di sé.

In realtà hanno costruito una maschera:
sicurezza e spavalderia recitate,
per nascondere l’insicurezza sul lavoro.

Il problema?
Questa maschera cade facilmente.

Basta una minima minaccia percepita e reagiscono con aggressività.

Fingere, nel tempo, peggiora solo le cose.

Ti costringe a compensare continuamente.
A spendere energie preziose per mantenere la facciata.

E, poco alla volta, l’insicurezza filtra.
Si vede.
Tutti se ne accorgono.

8 segnali evidenti di insicurezza sul lavoro:

1. Chiedi continue rassicurazioni

  • “Ha senso?”
  • “Che cosa ne pensi?”
  • “Faresti lo stesso?”
  • “Ti sembra OK?”

Se sei sicuro di te,
non hai bisogno dello specchio, specchio delle mie brame
per validare ogni tua scelta.

A meno che… tu non stia semplicemente testando la fiducia degli altri.
(ed è un altro discorso.)

2. Vuoi sempre avere ragione

Chi vuole sempre avere ragione mostra insicurezza, rigidità, paura del giudizio.

Il mondo diventa bianco o nero.
Giusto o sbagliato.

Così ti isoli.
Rifiuti prospettive diverse che potrebbero essere più efficaci.

In realtà stai spendendo più energia a dimostrare di avere ragione che a scegliere la soluzione migliore.

3. Ti metti sempre in posizione di svantaggio

Esiti.
Lasci il passo.
Parli poco.
Eviti il confronto con figure autorevoli.

Un po’ di deferenza è educazione.
Troppa deferenza è bassa autostima.

L’insicurezza può essere mascherata.
Ma si sente.

4. Sei suscettibile e reagisci in modo eccessivo

Ogni parola diventa un attacco.
Ogni gesto una mancanza di rispetto.

Analizzi tutto,
fuori contesto,
alla ricerca di significati nascosti.

È una personalità iper-reattiva.
Ossessionata dal giudizio.

Chi ha vera fiducia accetta feedback, errori e confronto senza bisogno di creare rumore.

5. Va sempre “tutto benissimo”

L’ottimismo è prezioso.
Soprattutto in tempi difficili.

Ma fingere che vada sempre tutto bene è come guardare un temporale e dire: “Che bella giornata”.

Negare la fatica non è forza.
È evitamento.

Essere autentici nei momenti duri porta più rispetto di un sorriso forzato.

6. Devi mostrare continuamente i tuoi successi

Parli spesso di:

  • risultati
  • status
  • conoscenze importanti
  • clienti
  • riconoscimenti

A qualcuno potrebbe piacere.
A molti no.

Vantarsi (anche in modo sottile) è spesso segno di vuoto o insoddisfazione.

Non è l’insicurezza a infastidire.
È il tentativo di coprirla.

Dimmi di cosa-ti-vanti e ti dirò cosa-ti-manca.

Le persone sicure non competono continuamente.
Non devono dimostrare nulla.

Agiscono.

7. Dai troppe spiegazioni per affermarti

Parli piano.
Esiti.
Ti giustifichi.

Riempire i “no” di spiegazioni infinite ti rende debole.

Una spiegazione breve è sufficiente.
Non devi convincere nessuno.

Altrimenti sembri insicuro.
Perdi autorevolezza.

8. Dici “NO”, poi torni indietro

Se cambi facilmente posizione,
comunichi che le tue decisioni sono negoziabili.

Insistere funziona.
E gli altri lo imparano in fretta.

Cambiare idea è sano.

Ma non quando nasce dal bisogno di approvazione.

L’insicurezza sul lavoro è la mancanza di fiducia nelle proprie capacità di ottenere risultati.

Succede spesso crescendo professionalmente:
più responsabilità,
più dubbi.

Essere leader significa sapere cosa-dire, quando-dirlo.

La vera sicurezza non fa rumore

Non si difende.
Non si vanta.

Si riconosce dalla calma, dalla chiarezza,
e dalla capacità di restare autentici
anche quando non si ha tutte le risposte.

Ti senti in difficoltà nel guidare il team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching mirato
“Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”

10 motivi perchè il tuo team ti detesta (e forse non sai neanche il perché)

gestione del team

Il tuo team ti detesta.
Non ti sopporta.
Ti odia.

Davvero?

Probabilmente no.

Ma potrebbe esserci qualcuno che vive male la tua gestione del team e tu potresti non essertene accorto.

Prima di pensare che questo articolo non ti riguardi, prova a leggere i 10 punti che seguono.

Non servono comportamenti da tiranno.

A volte bastano abitudini che consideriamo perfettamente normali.

Spesso non siamo consapevoli di come gestiamo il team

Puoi essere convinto che il tuo comportamento sia professionale, corretto e perfettamente adeguato al tuo ruolo.

Eppure alcuni atteggiamenti che per te sono normali possono essere percepiti dai collaboratori come distanza, arroganza, sfiducia o mancanza di rispetto.

Succede anche in buona fede.

Per mancanza di tempo.
Per stress.
Per superficialità.

Perché siamo concentrati sui risultati e prestiamo meno attenzione a come ci relazioniamo con le persone.

La domanda interessante allora non è:

“Perché il mio team è così permaloso?”

Ma:

“C’è qualcosa nel mio modo di gestire le persone che contribuisce al problema?”

Non sempre il problema è ciò che fai.
A volte è ciò che fai senza accorgerti dell’effetto che produce sugli altri.

Ecco 10 comportamenti sui quali vale la pena interrogarsi sulla tua gestione del team.

1. Tratti i collaboratori senza rispetto

Il rispetto non si pretende soltanto perché sulla tua firma compare una qualifica da responsabile.

Si costruisce anche attraverso comportamenti apparentemente piccoli.

Per esempio:

  • interrompere continuamente mentre qualcuno sta parlando;
  • correggere una persona davanti agli altri quando non è necessario;
  • dare consigli non richiesti, anche sulla vita privata;
  • utilizzare continuamente parole come “sempre” e “mai”;
  • parlare di un collaboratore come se non fosse presente.

“Sei sempre in ritardo.”
“Ogni volta sbagli qualcosa.”

Sono frasi semplici.

Ma spostano l’attenzione dal comportamento alla persona.

Puoi essere esigente senza essere svalutante.

2. Sei professionale, ma gelido e indisponente

Essere professionali non significa essere freddi.

Quando un collaboratore ti parla, che cosa percepisce?

Attenzione?
Interesse?
Oppure la sensazione che tu stia aspettando soltanto che finisca?

Puoi anche annuire, guardarlo e dire:

“Certo, capisco.”

Ma se nel frattempo controlli il telefono, guardi lo schermo o pensi già alla prossima cosa da fare, la tua assenza si sente.

Per un collaboratore è frustrante scoprire che una richiesta o un problema sono stati ascoltati soltanto a metà.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

3. Sei incongruente e fai promesse che non mantieni

Dici una cosa.
Poi ne fai un’altra.

Prometti di occuparti di un problema e non lo fai.
Chiedi puntualità e sei il primo ad arrivare in ritardo.

Inviti le persone a proteggere il proprio tempo libero e poi mandi continuamente messaggi di lavoro durante il fine settimana.

La fiducia si costruisce anche attraverso la coerenza tra ciò che chiedi e ciò che fai.

Naturalmente può capitare di non riuscire a mantenere un impegno.

In quel caso spiegalo.

Il problema non è cambiare idea.

È comportarsi come se la promessa non fosse mai esistita.

4. Sottolinei errori e carenze con sarcasmo

Davanti al team.
Ai colleghi.

Magari persino davanti a un cliente.

“Finalmente ce l’hai fatta.”
“Miracolo!”
“Questa volta non hai sbagliato.”

Può sembrare una battuta.

Per chi la riceve potrebbe non esserlo affatto.

Se devi correggere un comportamento, fallo direttamente.

Il sarcasmo non rende più leggero un feedback che umilia la persona.

E soprattutto non utilizzare il pubblico per aumentare il peso della correzione.

5. Sei un maniaco del controllo

Vuoi verificare tutto.

E-mail.
Preventivi.
Documenti.
Decisioni.

Anche quelle più piccole.

Niente parte senza il tuo “OK”.

A volte il controllo nasce da una buona intenzione: vuoi evitare errori e garantire la qualità.

Ma se tutto deve passare continuamente da te, il messaggio che arriva può essere molto diverso:

“Non mi fido abbastanza di te.”

6. Non condividi le informazioni

Trattieni informazioni che potrebbero essere utili al team.

Comunichi soltanto quando è strettamente necessario.

Coinvolgi le persone quando le decisioni sono già state prese.

Poi ti sorprendi se iniziano supposizioni, interpretazioni e voci di corridoio.

Naturalmente un responsabile non può e non deve condividere tutto della gestione del team.

Ma quando un’informazione può aiutare una persona a capire meglio che cosa sta facendo, perché lo sta facendo e verso quale obiettivo state andando, condividerla può fare una grande differenza.

A volte dire:

“Ti aggiorno su quello che sta succedendo.”

significa anche:

“Ti considero parte di questo lavoro.”

7. Non ti sporchi mai le mani

Sei molto bravo ad assegnare il lavoro.

Molto meno a esserci quando il momento diventa difficile.

Essere leader non significa fare il lavoro al posto dei collaboratori.

E neppure intervenire continuamente.

Ma ci sono momenti in cui il team deve percepire che non stai semplicemente osservando la fatica degli altri dalla distanza.

Una scadenza complicata.
Un’emergenza.
Un cliente difficile.
Un periodo particolarmente pesante.

A volte la tua presenza concreta vale più di molti discorsi sulla squadra.

8. Sei teso tutto il tempo

Corri.
Controlli.
Sbuffi.
Entri ed esci.
Cambi continuamente priorità.

Chiedi una cosa e cinque minuti dopo ne chiedi un’altra.

Forse sei semplicemente sotto pressione.

Ma il tuo stato può diventare parte dell’ambiente di lavoro.

Il modo in cui gestisci la pressione non riguarda soltanto te.

Un responsabile agitato può trasmettere urgenza anche quando non ce n’è bisogno.

E se quando esci dall’ufficio tutti sembrano rilassarsi improvvisamente, forse vale la pena chiedersi perché.

9. Manifesti simpatie e preferenze personali

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.

Non siamo macchine.

Il problema nasce quando questa sintonia comincia a influenzare la tua gestione del team.

Vai sempre a pranzo con gli stessi.
Coinvolgi sempre gli stessi.
Perdoni ad alcuni ciò che rimproveri ad altri.
Condividi informazioni con il tuo piccolo gruppo di fiducia.

Non devi avere lo stesso rapporto con tutti. Devi però cercare di utilizzare criteri coerenti.

Alcuni collaboratori, per ruolo o responsabilità, saranno necessariamente più coinvolti di altri.

L’importante è che una differenza professionale non diventi un favoritismo personale.

10. Non prendi le difese del tuo team

Un collaboratore viene trattato ingiustamente da un cliente.

Il tuo responsabile lo attacca davanti a tutti.

Qualcuno gli manca apertamente di rispetto.

E tu?
Niente.

Non significa che devi difendere sempre e comunque un collaboratore.

Se ha sbagliato, l’errore va affrontato.

Ma una cosa è correggere una persona.

Un’altra è lasciarla sola mentre viene trattata in modo ingiusto o irrispettoso.

Puoi intervenire senza fare l’eroe e senza trasformare ogni situazione in uno scontro.

A volte basta dire:

“Fermiamoci un momento. Vorrei capire bene che cosa è successo.”

Oppure:

“Su questo punto preferisco confrontarmi prima con lui e poi le faccio sapere.”

Difendere il team non significa coprire gli errori. Significa non abbandonare le persone quando la situazione diventa difficile.


Vuoi essere più assertivo?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Il tuo team ti detesta davvero?

Probabilmente il titolo esagera.
Ed è proprio questo il punto.

Non serve arrivare all’odio perché un rapporto tra leader e collaboratori cominci a deteriorarsi.

Può iniziare molto prima.

Con una promessa dimenticata.
Un’interruzione continua.
Una battuta sarcastica.
Un controllo di troppo.
Una preferenza troppo evidente.

Una persona che ti parla e sente che non la stai ascoltando.

Presi singolarmente possono sembrare dettagli.

Ripetuti nel tempo, diventano il modo in cui le persone vivono la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nella gestione del team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima però puoi farti una domanda molto semplice:

“Quale di questi 10 comportamenti potrebbero riconoscere in me i miei collaboratori?”

Non quello che riconosci tu.

Quello che riconoscerebbero loro.

Come entrare in una stanza piena di gente come un vero leader

entrare come un leader

Non importa che tu sia un manager affermato, un imprenditore conosciuto o un professionista all’inizio della carriera.

Quando entri in una stanza, le persone iniziano a farsi un’impressione di te prima ancora che tu abbia detto una parola.

Può essere un ufficio.
Una sala riunioni.
Un colloquio di lavoro.
Un evento professionale.

Potresti incontrare collaboratori, colleghi, clienti, responsabili o persone che non hai mai visto prima.

Non puoi controllare ciò che penseranno di te.

Puoi però essere più consapevole di come entri, come ti muovi e come occupi quello spazio.

Se non gestisci la tua presenza, saranno gli altri a interpretarla

Entrare con autorevolezza non significa fare un ingresso teatrale.

Non devi impressionare.
Non devi sembrare importante.
E non devi costruirti un personaggio.

Significa piuttosto evitare che fretta, tensione, insicurezza o impreparazione parlino al posto tuo.

E questo comincia molto prima di attraversare la porta.

1. Prima di entrare, riduci il nervosismo

Se sei agitato, non cercare necessariamente di trasformarti in una persona improvvisamente sicura di sé.

Concediti qualche minuto.

Respira.

Rallenta.

Può aiutarti ricordare una situazione professionale nella quale ti sei sentito competente e a tuo agio.

Non per convincerti di essere invincibile.

Semplicemente per spostare l’attenzione dalla paura di essere giudicato a ciò che sai fare.

Anche ascoltare musica, fare due passi o dedicarti per qualche minuto a qualcosa che ti rilassa può aiutarti ad arrivare con uno stato d’animo diverso.

L’obiettivo non è caricarti.

È entrare presente.

2. Preparati prima

Che si tratti di una conferenza, una riunione, un colloquio o un evento aziendale, una parte della sicurezza nasce da qualcosa di molto poco spettacolare:

la preparazione.

Informati prima su:

  • luogo e orario;
  • persone che incontrerai;
  • obiettivo dell’incontro;
  • eventuale materiale necessario;
  • abbigliamento adeguato al contesto;
  • percorso e tempo necessario per arrivare.

Arrivare trafelato perché non trovavi parcheggio o scoprire all’ultimo momento di avere frainteso luogo, orario o tipo di incontro non aiuta.

Gli imprevisti capitano.

Le disattenzioni evitabili sono un’altra cosa.

Una presenza autorevole comincia spesso da qualcosa di molto semplice: arrivare preparati.

3. Cura il tuo aspetto senza trasformarlo in una recita

Naturalmente vuoi essere apprezzato per ciò che sai fare, non per come sei vestito.

Ma anche l’aspetto contribuisce alla prima impressione.

Non significa seguire necessariamente le ultime tendenze o vestirsi per impressionare.

Significa presentarsi in modo curato, appropriato alla situazione e coerente con il proprio ruolo.

Sobrio non significa anonimo.
Elegante non significa ingessato.

E soprattutto:

non lasciare che quello che indossi diventi più importante della persona che lo indossa.

4. Quando entri, non avere fretta di “fare qualcosa”

Questo è forse uno degli errori più comuni quando vuoi entrare come un leader.

Entri e senti immediatamente il bisogno di:

salutare qualcuno,
tirare fuori il telefono,
cercare una persona conosciuta,
parlare,
fare qualcosa con le mani.

Invece puoi semplicemente entrare.

Fermarti un istante.

Guardarti intorno.
Capire dove sei.
Individuare le persone.
Poi muoverti.

Non serve camminare lentamente per sembrare sicuro.

Serve evitare che l’agitazione trasformi i tuoi movimenti in una corsa.

5. Non cercare di conquistare tutta la stanza

Se conosci già qualcuno, puoi naturalmente iniziare da quella persona.

Se non conosci nessuno, osserva.

Una persona da sola o un piccolo gruppo possono rendere più semplice iniziare una conversazione.

Non devi comportarti come se fossi il padrone di casa.
Non devi stringere dieci mani in trenta secondi.
E non devi dimostrare di essere perfettamente a tuo agio se non lo sei.

Un semplice:

“Buongiorno, sono Michele.”

oppure:

“Buonasera, credo che non ci siamo ancora presentati.”

può bastare.

L’autorevolezza non ha bisogno di fare rumore appena entra.

6. Cura la postura, senza metterti in posa

Il corpo comunica.

Ma non esiste una postura magica che ti trasformi automaticamente in una persona autorevole.

Non devi allargarti.
Occupare più spazio possibile.
Tenere il petto in fuori.

O assumere una fantomatica “posizione di potere” quando vuoi entrare come un leader.

Cerca piuttosto una postura naturale, aperta e stabile.

Testa non continuamente abbassata.
Spalle non contratte.
Movimenti non eccessivamente nervosi.
Braccia e mani libere di accompagnare ciò che dici.

Ne ho parlato più approfonditamente nell’articolo “14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader”.

Non devi usare il corpo per recitare la parte del leader.
Devi evitare che il corpo indebolisca cosa vuoi comunicare.

7. Usa lo sguardo per entrare in relazione

Non devi fissare le persone.

E neppure obbligarti a mantenere continuamente il contatto visivo.

Quando entri, guardati intorno.
Quando saluti qualcuno, guardalo.
Quando una persona ti parla, falle sentire che la stai ascoltando.

Poi distogli tranquillamente lo sguardo quando è naturale farlo.

Il contatto visivo funziona quando accompagna la relazione, non quando diventa una tecnica.

Lo stesso vale per il sorriso.

Non serve averlo stampato sul viso.

Un sorriso spontaneo nel momento dell’incontro può comunicare apertura molto meglio di un’espressione costruita per sembrare sicuri di sé.

8. Lascia che le mani accompagnino le parole

Se vuoi entrare come un leader, non devi studiare ogni gesto.

E soprattutto non devi pensare:

“Adesso devo muovere le mani per sembrare autorevole.”

Sarebbe il modo più rapido per diventare artificiale.

Se gesticoli naturalmente, lascia che le mani accompagnino ciò che dici.
Se gesticoli poco, non devi trasformarti.

Presta attenzione soprattutto ai gesti che nascono dalla tensione:

giocherellare continuamente con la penna,
toccare il telefono,
sistemarsi ripetutamente gli abiti,
stringere e sfregare le mani senza accorgersene.

Non perché un singolo gesto riveli insicurezza.

Ma perché un insieme di movimenti agitati può rendere meno stabile la tua presenza.

9. Sposta l’attenzione da te agli altri

Quando entri in una stanza pensando:

“Come sembro?”
“Mi staranno guardando?”
“Che impressione sto facendo?”

tutta la tua attenzione rimane concentrata su di te.

Prova a cambiare domanda.

“Chi c’è qui?”
“Con chi posso parlare?”
“Che cosa posso capire di queste persone?”
“Chi sembra un po’ spaesato quanto me?”

È un cambiamento piccolo, ma importante.

Entrare come un leader non nasce soltanto dalla sicurezza che mostri.

Nasce anche dalla qualità dell’attenzione che riesci a dare agli altri.


Vuoi essere più assertivo?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Entrare come un leader non significa sembrare un leader

È questa, alla fine, la distinzione più importante.

Puoi avere l’abito perfetto.

La postura studiata.
Il sorriso preparato.
Lo sguardo allenato.

E risultare comunque artificiale.

Oppure puoi entrare con calma, osservare, salutare, ascoltare e occupare il tuo spazio senza bisogno di dimostrare continuamente qualcosa.

La presenza non è una posa.

È il modo in cui voce, sguardo, postura, movimenti e attenzione agli altri diventano coerenti con ciò che vuoi comunicare.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

7 errori da evitare quando gestisci collaboratori più anziani di te

collaboratori più anziani
Cosa c’è di più bello di vedere la luce negli occhi di un giovane manager.

Idee.
Visioni.
Energia.

Voglia di lasciare il segno.

Poi però arriva la realtà.

Sei in una posizione di leadership… e gestisci collaboratori più anziani, più esperti e più navigati.

E lì iniziano i dubbi:

“Come li motivo?”
“Come evito attriti?”
“Mi rispetteranno?”

Gestire collaboratori più anziani: 7 errori da evitare.

Spesso questi errori nascono da stereotipi.
Vediamoli.

1. Arrivare e cambiare tutto. Subito

“Adesso sistemiamo tutto.”

Errore.

Chi lavora lì da anni ha visto:

  • tanti capi
  • tanti cambiamenti
  • tante “rivoluzioni” inutili

Prima capisci.
Poi cambi.

Studia:

  • contesto
  • dinamiche
  • storia

Altrimenti trovi solo resistenza.

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho parlato di Jonathan che si è presentato al nuovo lavoro pronto a picconare e cambiare tutto ma …

2. Ignorare le differenze d’età

Persone diverse = vite diverse.

Molti collaboratori più senior hanno:

  • famiglia
  • figli
  • responsabilità

Non vivono il lavoro come lo vivi tu.

Serve comprensione, flessibilità e un pizzico di umanità

3. Non chiedere (per paura di sembrare debole)

“Devo dimostrare che so.”

E quindi:
fai tutto da solo.

Errore enorme.

I collaboratori più esperti sono una risorsa:

  • conoscono clienti
  • conoscono problemi
  • conoscono soluzioni

Coinvolgili.

Non perdi autorevolezza.
La costruisci.

4. Pensare: “Non mi rispetteranno”

Normale pensarlo.

Succede.

Ma attenzione:
non deve guidare il tuo comportamento.

Sai perché?

Il rispetto non arriva dall’età.

Piuttosto da:

  • come lavori
  • come comunichi
  • come gestisci le persone

Fai bene il tuo lavoro… e l’età diventa irrilevante.

5. Dimostrare a tutti i costi chi comanda

“Qui comando io.”

No.

Questo crea tensione, competizione e resistenza.

Non serve imporre.
Serve guidare.

Evita anche battute tipo “nonno”, “zio”… anche se scherzose.

6. Non essere equo

“È più esperto… lascio correre.”
Errore.

Se eviti di affrontare problemi:
perdi credibilità.

Anche con gli altri.

Feedback difficile?
Sì.

Necessario?
Sempre.

A questo proposito leggi il mio post su:
Come dare feedback potenzianti con facilità e sicurezza ai tuoi collaboratori

7. Pensare che siano “superati”

“Sono lenti.”
“Non capiscono.”
“Non si aggiornano.”

A volte è vero.
Ma spesso no.

È un pregiudizio.

Non dare per scontato che non sappiano usare tecnologia o che non vogliano imparare.

Mantieni la mente aperta.

Il punto chiave

Collaboratori più anziani? Non è una questione di età.

Ma piuttosto di:

motivazione,
competenze,
atteggiamento.

Conosci davvero le persone

Prenditi il tempo per capire:

  • cosa li motiva
  • cosa li frustra
  • come vogliono essere gestiti

Potresti scoprire che…
avete molto più in comune di quanto pensi.

Collaboratori più anziani: le differenze sono un vantaggio

Un team con età diverse ha più prospettive, più esperienza e maggiori soluzioni.

Se lo sai gestire.

Conclusione

Non devi dimostrare di essere il più bravo.

Devi dimostrare di saper guidare.

E questo passa da:

  • ascolto
  • rispetto
  • intelligenza relazionale

Non farti bloccare dall’età.
Né dalla tua… né dalla loro.

Perché un leader non si misura in anni.
Ma da come fa crescere le persone.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

“Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.