Credenze sul percorso di personal coaching da sfatare. Subito.

percorso di personal coaching

Se dici a qualcuno che lavori come coach, spesso la risposta è sempre la stessa.

  • “Ah… quindi dai consigli?”

Oppure:

  • “Io non ne avrei bisogno.”

O ancora:

  • “Il coaching serve a chi ha problemi.”

Sono convinzioni molto diffuse.

Il punto è che vengono ripetute così spesso da sembrare vere.

Eppure descrivono un coaching che, nella realtà, non esiste.

Prima di decidere se il percorso di personal coaching faccia oppure no per te, vale la pena chiarire alcuni dei malintesi più comuni.

1. “Sto già lavorando bene. Non ho bisogno di un coach.”

Bene.
Benissimo.

Il coaching non nasce per riparare ciò che non funziona.

Nasce per sviluppare ciò che può funzionare ancora meglio.

Molte persone arrivano in coaching non perché sono in crisi, ma perché desiderano:

  • assumere maggiori responsabilità;
  • diventare leader più efficaci;
  • comunicare meglio;
  • trovare un equilibrio più sostenibile tra lavoro e vita privata.

Un confronto con un professionista esterno, riservato e non giudicante, può aiutarti a raggiungere questi obiettivi con maggiore lucidità e in meno tempo.

2. “Il coach mi dà le risposte.”

In realtà accade il contrario.

Il coaching non consiste nel ricevere risposte.

Consiste nel trovare quelle giuste per te.

Per questo il coach utilizza soprattutto domande.

Domande capaci di farti osservare una situazione da un punto di vista diverso.

Il coaching non è consulenza.
Non ti dice cosa fare.

Ti aiuta a capire cosa ha più senso fare.

3. “Il coach mi darà dei consigli.”

Anche questo è un equivoco.

Il coaching parte da un presupposto semplice:

le persone possiedono molte più risorse di quelle che credono.

Il lavoro del coach non è sostituirsi a te.

È creare le condizioni perché emergano idee, decisioni e soluzioni realmente tue.

4. “Io voglio risposte, non domande.”

Le risposte oggi sono ovunque.

Basta aprire Google o ChatGPT.

Il problema è un altro.

Le risposte sono generiche.
La tua situazione, invece, non lo è.

Il valore del percorso di personal coaching non sta nell’aggiungere altre informazioni.

Sta nell’aiutarti a capire quali sono davvero quelle utili nel tuo caso.

5. “Posso parlarne con un amico.”

A volte è vero.

Un buon amico può aiutarti moltissimo.

Ma difficilmente riuscirà a essere completamente imparziale.

Tenderà a proteggerti.
A darti ragione.

Oppure a consigliarti sulla base della propria esperienza.

Un coach, invece, non deve convincerti di nulla.

Deve aiutarti a vedere meglio.

6. “Il coaching richiede molto tempo.”

Non necessariamente.

Quando l’obiettivo è chiaro, anche percorsi brevi possono produrre cambiamenti significativi.

Naturalmente obiettivi più ampi — come sviluppare la leadership o migliorare la comunicazione — richiedono tempi diversi.

La durata dipende dall’obiettivo.

Non dal coaching.

7. “Il coaching è solo per grandi manager o sportivi famosi.”

È un’immagine alimentata da alcuni casi molto noti.

La realtà è diversa.

Oggi il coaching è accessibile a professionisti, responsabili, imprenditori e persone che desiderano affrontare meglio una fase della propria vita lavorativa.

Più che un costo, molte persone lo considerano un investimento sul proprio sviluppo.

8. “Il coaching è una terapia.”

No.
Netto.

Coaching e terapia hanno obiettivi differenti.

Il coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.

Non cura disturbi psicologici né affronta percorsi terapeutici.

Quando emerge la necessità di un supporto diverso, il ruolo del coach è anche quello di riconoscerlo e indirizzare la persona verso il professionista più adatto.

9. “Il coaching non produce risultati.”

In realtà il coaching nasce proprio per produrre risultati.

Ogni percorso parte da un obiettivo concreto.

Lo rende più chiaro.
Lo trasforma in un piano d’azione.

E accompagna la persona mentre lo realizza.

Naturalmente il coach non può fare il lavoro al posto tuo.

Ma può aiutarti a vedere con maggiore lucidità ciò che conta davvero e a muoverti con maggiore consapevolezza.

Il coaching non serve perché non sai cosa fare.

Serve quando, pur avendo molte informazioni, hai bisogno di leggere meglio la situazione che stai vivendo.

È proprio da quella nuova lettura che, molto spesso, nasce l’azione giusta.

Se ti muovi ogni giorno tra conflitti, motivazione che cala e difficoltà nel dare indicazioni chiare, non sei solo.

Esplora il percorso mirato per rafforzare leadership, comunicazione e gestione del team.

8 segnali evidenti che il colloquio di lavoro è andato male

colloquio di lavoro è andato male

Foto di Alena Darmel da Pexels

Hai la sensazione che il colloquio di lavoro sia andato male?
O almeno… non come speravi?

Hai colto qualche segnale “strano”, ma non sai bene come interpretarlo?

Prima di tutto, una cosa importante:
ne avrai certezza solo quando riceverai una risposta.

Capita spesso di chiudere mentalmente la questione…
e poi ricevere l’invito al secondo colloquio.

Detto questo, vediamo 8 segnali che potrebbero (sottolineo: potrebbero) indicare che il colloquio non è andato come speravi.

1. Te l’hanno detto apertamente

Succede raramente, ma può capitare.

Gli intervistatori ti hanno detto chiaramente di avere dubbi sulla tua esperienza o su alcune risposte.

Non farti prendere dal panico.
Anzi: è meglio di quanto pensi.

Nel 95% dei casi non dicono nulla e scartano.
Qui, invece, ti stanno dando la possibilità di spiegarti o chiarire.

Se però il colloquio si chiude senza darti spazio per farlo, è improbabile che il percorso prosegua.

2. Tornano più volte sugli stessi punti

Stesse domande, viste da angolazioni diverse.

Il “buco” nel CV.
Il motivo per cui hai lasciato il lavoro precedente.

È un segnale di dubbio, non ancora risolto.

Se hai modo di approfondire, è un buon segno.
Ma evita risposte vaghe o evasive.

Qui servono chiarezza e precisione, non battute di circostanza.

3. Scarsa attenzione

Un intervistatore coinvolto:

  • sorride
  • annuisce
  • segue quello che dici

Se invece lo percepisci presente solo fisicamente,
poco reattivo, con energia bassa e sguardo altrove…

potrebbe essere un segnale di disinteresse.

4. Il colloquio finisce troppo presto

Un colloquio lungo è spesso un buon segnale.
Uno che termina prima del previsto, meno.

Attenzione però alle eccezioni:
ritardi, agenda piena o decisione già presa (in positivo).

Non è una sentenza, ma è un campanello.

5. Nessuna indicazione sui prossimi passi

Non ti hanno detto:

  • come prosegue la selezione
  • quando arriverà una risposta
  • cosa aspettarti dopo

Può significare molte cose:
bocciatura, dimenticanza o scarsa organizzazione interna (che comunque non è un buon segnale).

6. Non ti hanno dato spazio per fare domande

Il colloquio è uno scambio, non un interrogatorio.

Se l’intervista si chiude senza lasciarti fare domande,
oppure ricevi risposte vaghe e frettolose ..

potrebbero aver già deciso di guardare altrove.

Essere un segnale che il colloquio di lavoro è andato male.

7. Non “vendono” l’azienda o il ruolo

Quando un colloquio va bene, i selezionatori parlano del futuro:

  • opportunità
  • crescita
  • contesto
  • ruolo

Se non cercano minimamente di renderti entusiasta,
potrebbe essere un segnale di scarso interesse.

8. Non hanno chiesto la tua disponibilità

Domande come:

  • Quando potresti iniziare?
  • Stai facendo altri colloqui?
  • Quando potresti lasciare l’attuale azienda?

Se arrivano, è spesso un ottimo segnale.
Se non arrivano, non è una condanna… ma resta un indicatore.

In conclusione

Questi sono segnali, non certezze.

Concediti un momento di delusione: è normale.
Poi riprendi lucidità.

Invia sempre una mail di ringraziamento.

Rifletti su cosa potresti migliorare.
Ogni colloquio è “allenamento”.

Vuoi potenziare il tuo approccio ai colloqui di lavoro?

Con le sessioni di coaching personalizzate puoi:

  • rispondere in modo più efficace
  • evitare di diventare accondiscendente
  • verificare CV e strategia di risposta
  • preparare le domande più delicate
  • gestire l’ansia da colloquio

Perché il colloquio non si “subisce”.
Si guida.

Grande comunicatore: come ascoltare ciò che non viene detto

grande comunicatore

La comunicazione si può dividere, in modo semplice, in due parti:

  • ciò che si dice
  • ciò che non viene detto.

Peter F. Drucker lo ha espresso con chiarezza:

“Gli ascoltatori empatici possono udire persino ciò che viene detto in silenzio.

La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”

Ma come si diventa un grande comunicatore?

Come puoi sentire ciò che non viene detto?

Più entri nel mondo dell’altro, più lasci fuori la tua storia.

Troppo spesso riempi i silenzi con la tua esperienza.
Interpreti.
Anticipi.
Concludi.

Ma ascoltare davvero richiede un’altra cosa: presenza.

Concentrati sulla persona

Parla poco.

Non pensare alla tua risposta mentre l’altro parla.
Non immaginare cosa-dirai-dopo.

Evita interrompere.

Non finire le frasi al posto suo.

Dai alla persona tutta la tua attenzione.

Lascia che trovi il suo ritmo.
Lascia che faccia pause.
Che pensi.

Usa tutti i tuoi sensi per ascoltare

Ascoltare non è solo un atto mentale. È un atto percettivo.

Osserva il linguaggio del corpo.
Nota i micro-cambiamenti del volto.
Ascolta il tono,
il ritmo,
l’energia.

Immagina cosa sta accadendo dentro quella persona.

Non per giudicare.
Ma per comprendere.

Elimina le distrazioni

Ascoltare è una scelta intenzionale.
Spegni il telefono.
Non controllare notifiche.
Non guardare altrove.

La tua attenzione è il primo segnale di rispetto.

Diventa consapevole dei tuoi pregiudizi

Ognuno di noi è pieno di opinioni, esperienze,
interpretazioni.

Non puoi eliminarle.
Ma puoi riconoscerle.

Il grande comunicatore non ascolta per confermare ciò che pensa.
Ascolta per scoprire ciò che ancora non sa.

Svuota la mente.
E ascolta davvero.

Ascolta oltre le parole

Osserva le incongruenze.

Le parole sono positive, ma il volto è teso?
Il tono è incerto?
Il ritmo è accelerato?

“Ascolta” le emozioni.

C’è paura?
Esitazione?
Entusiasmo trattenuto?

“Ascolta” il livello di energia.

L’energia comunica spesso più delle parole.

Fai domande che aprono, non che chiudono

Le domande migliori sono neutre. Senza giudizio.

Non interrogano. Invitano.

Invece di:

  • “Ma cosa hai fatto?”

Prova con:

“Dimmi di più su questo.”

Oppure:

  • “Voglio essere sicuro di aver capito…”
  • “Ho notato qualcosa che mi ha incuriosito…”
  • “Puoi aiutarmi a comprendere meglio questo passaggio?”
  • “Ho capito bene che…?”

Le domande giuste creano spazio.
E nello spazio emerge la verità.

Mettiti nei suoi panni

Prova a vedere il mondo dal suo punto di vista.

Quali sono le sue paure?
Le sue pressioni?
Le sue esperienze?

Non saltare alle tue conclusioni.

Sii curioso.
Non difensivo.

La curiosità apre. Il giudizio chiude.

Ascolta anche il tuo intuito

A volte senti qualcosa prima ancora di capirlo.

Una tensione.
Una dissonanza.
Una sensazione difficile da spiegare.

L’intuito precede la logica.

Non sostituisce la ragione.
La completa.

In conclusione

Essere un grande comunicatore non significa parlare meglio.

Significa ascoltare meglio.

Ciò che non viene detto —
il linguaggio del corpo, il tono, l’energia, le pause —
è spesso la parte più autentica del messaggio.

Le parole informano.
Ma la presenza rivela.

Se desideri sviluppare una comunicazione più autorevole, empatica e incisiva, puoi iniziare da qui:

Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

e approfondire i principi nel mio libro “Autorevolezza” dedicato alla comunicazione e alla leadership.

Perché le persone non ascoltano chi parla di più.

Ascoltano chi sa ascoltare meglio.

Comunicazione efficace: ecco il segreto dei grandi leader

comunicazione efficace
Il nuovo team leader si è insediato da qualche settimana.

Vuole creare un clima di fiducia con i membri del suo team e ha organizzato un’altra riunione per rafforzare il tanto ricercato, e spesso osannato, spirito di squadra.

Si è preparato.
Si impegna.
Ci crede.

Anche i collaboratori sembrano crederci.
Almeno a parole.

Se osservi con attenzione i segnali non verbali delle persone, puoi imparare dal linguaggio del corpo quanto dalle parole che ascolti.

Le persone ti comunicano quanto siano interessate, disponibili o coinvolte anche quando non dicono nulla.

Durante la riunione le frasi sono gentili e ben articolate.

Si parla di unità.
Collaborazione.
Partecipazione.
Lavorare come squadra anziché come singoli individui.

Il non verbale, però, racconta qualcosa di diverso.

Un cenno occasionale.
Una risatina.
Gli occhi rivolti fuori dalla finestra.
Le dita che scorrono sullo smartphone.

Un telefono fa vibrare il tavolo.
Qualcuno guarda con impazienza l’orologio.
Altri tengono le braccia conserte, una postura svogliata o le sopracciglia alzate.

Tradotto?

Nervosismo.
Disinteresse.
Disapprovazione.
Sospetto.

I messaggi non verbali, il più delle volte, non sono intenzionali.

Ed è proprio questo che li rende autentici e preziosi.

Alcune persone li inviano in modo sottile.
Altre sono molto più facili da leggere.

Durante questa riunione, per esempio, la collaboratrice con maggiore anzianità ha parlato a nome di tutto il gruppo. Ha sottolineato l’importanza della collaborazione e della partecipazione.

Le sue parole erano rivolte al nuovo team leader.

Il corpo, però, era orientato verso un’altra persona.

Nessun contatto visivo diretto.

Alcune persone sono molto abili con le parole

Sembrano aperte quando, in realtà, sono poco disponibili.

Usano toni tranquilli.
Sorridono.
A volte lusingano.

Ma dietro tante parole, quando il fumo si dirada e cominci a vedere l’arrosto, può emergere altro.

Persone che proteggono il proprio territorio.
Pronte a tirarsi indietro.
A prendere le distanze.
Oppure a incolpare qualcun altro.

Il team leader dovrebbe imparare il segreto dei grandi leader

Ascoltare ciò che non viene detto.

Il linguaggio del corpo può mostrare l’incongruenza tra le parole e ciò che la persona sta realmente comunicando.

Se qualcuno dice di essere felice ma ha gli occhi freddi, anche se la bocca sorride, tenderemo a credere agli occhi.

Se scuote la testa mentre dice di sì, crederemo alla testa.

Non alle parole.

Se una persona afferma:

  • “Questo mese è stato terribile”

e noi ascoltiamo soltanto la frase, probabilmente penseremo che stia attraversando un momento difficile.

Se però pronuncia le stesse parole sorridendo e facendo l’occhiolino, il significato cambia completamente.

Potremmo persino immaginare che sia stato un mese di vendite eccezionale.

Come supervisore, saper leggere i segnali non verbali è fondamentale

La parte più importante della comunicazione non consiste soltanto nell’ascoltare ciò che viene detto.

Consiste anche nel cogliere ciò che non viene espresso apertamente.

Gli imprenditori, i manager e i grandi leader lo sanno bene.

Il non verbale è una delle forme più potenti di comunicazione.

I migliori comunicatori sono sensibili alle emozioni, alle esitazioni e ai pensieri che emergono senza bisogno di parole.

Se sei troppo occupato a preparare ciò che dirai, non riuscirai ad ascoltare davvero chi hai davanti.

Un collaboratore.
Il tuo team.
Un cliente.

L’ascolto attivo non coinvolge soltanto le orecchie.

Coinvolge anche:

  • gli occhi;
  • la postura;
  • il tono della voce;
  • le espressioni del viso;
  • i movimenti;
  • le pause.

In pratica, tutto ciò che riguarda la persona.

I segnali non verbali possono cambiare completamente il messaggio

Dedichiamo molta attenzione alle parole che pronunciamo.

Eppure uno sguardo o un gesto possono dire molto di più.

Le espressioni facciali, il contatto visivo, la postura, i gesti e il tono della voce trasmettono interesse, sincerità, tensione, fiducia oppure distanza.

I grandi leader sanno che la capacità di comunicare è fondamentale.

Rapporto e fiducia si costruiscono, oppure si perdono, proprio attraverso la comunicazione.

Comunicare bene non significa soltanto parlare e ascoltare.
Significa anche osservare.

Più impari a farlo, più diventi capace di leggere le dinamiche del tuo team e di comprendere ciò che le parole, da sole, non raccontano.

“Non ascolto gli altri perché sono smart e intelligente”… la trappola del leader

la trappola del leader

Foto di Vitabello da Pixabay

Lo stereotipo del leader competente è ancora molto radicato.

Deve sapere tutto.
Avere sempre la risposta pronta.
Prendere decisioni immediate.
Non mostrare dubbi.

Per questo, una delle frasi più difficili da pronunciare per un leader è:

“Non lo so.”

Quelle tre parole fanno sentire molti inadeguati.

Come se ammettere un’incertezza significasse perdere autorevolezza.

Eppure è proprio qui che potresti cadere in una trappola.

Credere che il tuo valore dipenda dalla quantità di risposte che sai dare.

In realtà, spesso accade il contrario.

Più senti di dover avere sempre la risposta, meno ascolti.

Entri in riunione con la soluzione già pronta. Interrompi.

Concludi troppo in fretta.
Difendi la tua idea invece di esplorarne altre.

L’obiettivo non diventa più capire.
Diventa avere ragione.

La leadership, invece, raramente consiste nel conoscere tutte le risposte.

Molto più spesso consiste nel creare le condizioni perché emergano quelle migliori.

Per questo non dovresti aver paura di dire:

“Non lo so. Ragioniamoci insieme.”

Non perché tu sia impreparato.

Perché sai che nessuna persona può vedere tutto da sola.

La trappola è credere di dover avere tutte le risposte

Nessuno può sapere tutto.

Nessuno possiede la soluzione migliore per ogni problema, decisione o situazione.

Se sei convinto che un leader debba sempre avere la risposta pronta, sei già entrato in una delle trappole più pericolose della leadership.

Ascoltare diventa allora una competenza strategica.
Non un gesto di cortesia.

Molti leader e imprenditori di successo raccontano che una parte importante della loro crescita è nata proprio dall’ascolto dei feedback più scomodi.

Spesso sono stati proprio quelli a permettere i miglioramenti più importanti.

L’ascolto è una parte fondamentale della comunicazione

Saper ascoltare ti permette di:

  • comprendere meglio ciò che sta accadendo;
  • costruire relazioni più solide;
  • valorizzare competenze che da solo non potresti vedere;
  • aumentare il senso di appartenenza del team.

Le persone hanno bisogno di sentirsi ascoltate.

Di contribuire.
Di percepire che le proprie idee hanno un peso.

Naturalmente esistono situazioni nelle quali devi decidere rapidamente.

Emergenze.
Crisi.
Momenti in cui serve una direzione chiara.

Ma queste sono l’eccezione.
Non la regola.

Dovresti ascoltare i tuoi collaboratori

Presta attenzione a quello che hanno da dirti.

Non restare ancorato alla tua prima idea.

Prima di una riunione prova a confrontare questi due approcci:

  • entrare con la risposta già pronta;
  • entrare con l’obiettivo di trovare insieme la risposta migliore.

Sembrano simili.

In realtà cambiano completamente la qualità della conversazione.

Valorizza le competenze del tuo team.
Ascolta prima di decidere.
Rispetta idee diverse dalle proprie.

Non sentire il bisogno di dimostrare continuamente di avere ragione.
Non devi conoscere tutte le risposte.

Devi imparare a fare le domande giuste.

È questo che ti tiene lontano dalla trappola del leader “so-tutto-io”.

Ecco 14 motivi per cui, spesso senza accorgertene, smetti di ascoltare i suggerimenti degli altri… e perché questo può diventare uno dei limiti più grandi della tua leadership.

Non ascolto perché mi piace dare risposte alle persone.

Mi fa sentire importante.

Non ascolto perché la conoscenza è potere.

Se ho le risposte elevo il mio status.

Non ascolto perché non ho bisogno di sprecare il mio tempo prezioso.

Non ascolto perché sono il capo e non ho bisogno di suggerimenti.

Non ascolto perché non ho bisogno di aiuto.

Posso fare tutto da solo.

Non ascolto perché tutto quello che ho davvero bisogno è che facciate quello che vi dico.

Non ascolto perché sono competente.

Molto competente.

Non ascolto chi ha meno esperienza della mia.

Non ascolto perché non mi piace né il messaggio né il messaggero.

Non ascolto chi non ha il quadro completo.

Non può capire!

Non ascolto chi non condivide le stesse mie responsabilità. Non può comprendere!

Non ascolto chi so che sicuramente non mi capirà.

Non ascolto chi ha fallito.

Non ascolto perché sono l’esperto.

Un esperto non chiede. Mai.