Come trattare al lavoro con una persona so-tutto-io

persona arrogante

Che sia il capo, un collega,
un collaboratore o un cliente…

poco importa.

Prima o poi, tutti abbiamo avuto a che fare con una persona arrogante e saccente sul lavoro.

Quella molto esigente,
meticolosa,
perfezionista fino all’eccesso.

Quella che fa domande tecniche a raffica e ti guarda come se sapesse sempre qualcosa in più di te.

A volte è vero.
Ne sa davvero più di noi.

E non vede l’ora di fartelo notare.

Persona arrogante e saccente? Sa tutto lei. È ovvio.

“L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina.

Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.”

Charles Darwin

Questo tipo di persona tende a essere egocentrica.

Non ammette errori.
Non lascia spazio.
Ti travolge con analisi, dettagli, esperienza.

E spesso cerca — più o meno consapevolmente —
di farti sentire piccolo, incompetente, fuori posto.

Ricordare una cosa può aiutarti a non reagire male:
la maggior parte dei so-tutto-io è profondamente insicura.

Ha bisogno di approvazione.

E fatica ad accettare idee che non siano le proprie.

Cosa fare con una persona arrogante?

Se è un collega o un collaboratore puoi anche evitare,
ridurre i contatti,
ignorare.

Ma se è il tuo capo o un cliente importante,
serve un approccio più strategico.

Con il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”,
impari a gestire le dinamiche con più chiarezza, assertività e rispetto reciproco.

1. Evita dichiarazioni definitive

Se non sei d’accordo,
evita frasi come:

  • “È provato che…”
  • “No, non funziona così.”

Sono percepite come un attacco diretto.

Meglio formule più morbide:

  • “Per la mia esperienza ho osservato che…”
  • “Dal mio punto di vista…”

Ti aiutano a esprimere dissenso senza innescare uno scontro frontale.

2. Non sorprenderla

La persona sapientona odia le sorprese.

Quando si sente messa all’angolo,
reagisce combattendo.

Non portarla in quella posizione.

Se si sente sotto attacco,
raddoppierà lo sforzo per dimostrare di avere ragione.

3. Non essere insistente

Se hai a che fare con un cliente saccente,
presenta idee, prodotti o servizi,
con toni non aggressivi.

Riconosci il valore delle sue osservazioni.

E se non sei d’accordo,
evita la controbattuta diretta.

4. Scegli le tue battaglie

Non tutte le battaglie vanno combattute.

Chiediti:
vale davvero la pena?

Se sfidi il saputello sul suo terreno,
giocherà a oltranza
finché uno dei due cede per stanchezza.

Spesso sarai tu.

Se devi esprimere dissenso,
puoi aprire con frasi come:

  • “Quello che mi ha detto l’altro giorno mi ha fatto riflettere…”

Aiutarlo a sentirsi ascoltato rende molto più facile fargli accettare il passo successivo.

5. Non usare il sarcasmo

È l’errore più comune.
Il più controproducente.

Il sarcasmo accende il conflitto.
Fa esplodere l’ego.
Peggiora il rapporto.

Anche se la tentazione è forte,
resisti.


La NUOVA edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se muovi i primi passi nella gestione di un team.

6. Valuta il costo emotivo

Sta diventando una questione personale?
Ti sta costando tempo, energia, lucidità?

A volte un respiro profondo,
un sorrisoe una sana distanza emotiva,
sono la scelta più intelligente.

Mantieni la calma.
Rispondi con cortesia.
Non cedere.

Nel tempo capirà che con te non attacca.

E se riesci, conserva il senso dell’umorismo:
spesso questo comportamento è più goffo che pericoloso.

Una riflessione finale

Non sempre possiamo evitare una persona difficile
solo perché non ci piace.

Ma quando una relazione lavorativa diventa una fonte costante di stress,
va affrontata con lucidità e professionalità.

Spesso, la vera forza
è sapere come rispondere.

Successo professionale: ecco chi non ci riuscirà MAI (controlla di non essere nella lista)

successo professionale
Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, puoi desiderare di guidare una startup, ottenere quella promozione, far crescere la tua attività o assumere la responsabilità di un grande progetto.

Obiettivi diversi,
stessa questione.

Per raggiungerli servono competenza e preparazione, certo. Ma servono anche determinazione, tenacia, costanza e capacità di reggere gli inevitabili momenti difficili.

E non tutti ci riescono.

Non necessariamente perché mancano di talento. Spesso perché alcuni atteggiamenti, ripetuti nel tempo, finiscono per sabotare anche le migliori possibilità.

Controlla di non essere anche tu nella lista.

1. Chi pretende che il successo sia facile e veloce

Viviamo circondati da storie di risultati straordinari raccontati in poche righe.

Vediamo il traguardo. Molto meno tutto quello che è successo prima.

Il successo professionale raramente è facile e quasi mai è veloce.

Richiede lavoro, perseveranza, tentativi, correzioni e anche una certa dose di fortuna.

La domanda allora è semplice: cosa fai quando arrivano difficoltà e ostacoli?

Insisti, cambi strategia e continui oppure getti subito la spugna perché i risultati tardano ad arrivare?

Molte persone non falliscono perché non hanno capacità. Mollano semplicemente troppo presto.

2. Chi continua a chiedersi: “Perché gli altri sì e io no?”

Il collega è stato promosso.
L’amico ha aperto la sua attività.
Qualcuno sembra avere trovato esattamente il lavoro che desiderava.

E tu?

Puoi passare il tempo a chiederti perché gli altri abbiano avuto successo oppure utilizzare quell’energia per capire cosa puoi fare tu, adesso.

Lamentarsi, recriminare e confrontarsi continuamente non modifica la situazione.

Agire, forse sì.

Non sai quanto lavoro, quanti tentativi e quanti fallimenti ci siano dietro il risultato che stai guardando.

Concentrati sulla tua prossima mossa, non sul traguardo degli altri.

3. Chi aspetta di sentirsi completamente pronto

“Partirò quando sarò pronto.”

Attenzione, perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Quando stai per uscire dalla tua zona abituale, è normale avere dubbi. Non devi sapere tutto, eliminare ogni rischio o sentirti perfettamente sicuro.

Devi prepararti.
Informarti.
Valutare.

Poi arriva un momento in cui devi smettere di prepararti e cominciare.

Essere pronti non significa non avere più dubbi.
Significa avere abbastanza elementi per fare il primo passo.

4. Chi punta tutto sulla competenza e sul talento

Essere bravi aiuta.

Ma bravura e talento non bastano.

Tra una persona molto talentuosa che molla alle prime difficoltà e una meno dotata ma tenace, disciplinata e disponibile a imparare, non è affatto scontato che sarà la prima ad arrivare più lontano.

Il talento può darti un vantaggio iniziale.

La costanza decide quanto riesci a mantenerlo.

Non continuare quindi a raccontarti che non sei abbastanza portato, brillante o naturalmente predisposto.

Metti in campo quello che puoi controllare:

  • preparazione;
  • impegno;
  • costanza;
  • disponibilità a imparare;
  • capacità di rialzarti;
  • disciplina.

Sono qualità molto meno spettacolari del talento.

E spesso molto più decisive.

5. Chi è terrorizzato dall’idea di sbagliare

Se vuoi raggiungere il successo professionale, prima o poi sbaglierai.

È quasi inevitabile.

Non puoi pretendere di crescere senza accettare la possibilità di fallire.

La paura dell’errore diventa pericolosa quando ti impedisce di decidere, proporti, cambiare o provare qualcosa di nuovo.

E il percorso, comunque, difficilmente sarà lineare.

Ci saranno deviazioni, rallentamenti, decisioni sbagliate e momenti in cui penserai di essere tornato indietro.

Non trasformare una battuta d’arresto in una sentenza definitiva.

Un errore può interrompere il tuo percorso.
Non deve necessariamente terminarlo.

6. Chi fa sempre e soltanto il proprio “compitino”

Arrivi puntuale.
Fai quello che ti viene chiesto.
Rispetti le procedure.

Bene.

Ma se desideri crescere professionalmente, prima o poi dovrai chiederti:

cosa mi distingue dagli altri?

Non significa vivere in ufficio, sacrificare la vita privata o lavorare gratuitamente.

Significa non limitarsi sistematicamente al minimo richiesto.

Imparare qualcosa in più.
Proporre un’idea.
Assumersi una responsabilità.
Mostrare interesse.
Cercare di migliorare ciò che fai.

Se desideri una promozione, devi poter rispondere a una domanda scomoda:

Perché dovrebbero scegliere proprio me?

7. Chi evita qualsiasi conflitto

Essere apprezzati fa piacere.

Ma evitare sistematicamente ogni divergenza per paura di disturbare gli equilibri può diventare un limite professionale.

Ci sono conversazioni che devono essere affrontate. Problemi che devono essere nominati. Posizioni che devono essere sostenute.

Evitare un conflitto non significa necessariamente averlo risolto.

A volte significa soltanto averlo rimandato.

Non devi cercare lo scontro. Devi imparare a stare dentro un confronto professionale senza trasformarlo in una battaglia personale.

8. Chi ha continuamente bisogno di complimenti e approvazione

Il riconoscimento fa bene.

Tutti abbiamo bisogno, almeno qualche volta, di sentirci apprezzati.

Ma se la tua motivazione dipende continuamente dagli applausi degli altri, rischi di fermarti appena questi vengono a mancare.

E spesso mancheranno.

Nessuno seguirà quotidianamente i tuoi progressi dicendoti quanto sei bravo.

Devi imparare anche a riconoscere da solo quanto sei cresciuto, cosa hai fatto bene e quanto cammino hai già percorso.

Se hai bisogno dell’approvazione degli altri per continuare, consegni agli altri anche il potere di fermarti.

Il successo professionale non è una passeggiata

Non esiste una formula che garantisca il successo.

E non basta eliminare questi otto atteggiamenti per ottenere automaticamente ciò che desideri.

Ma una cosa è certa: alcuni comportamenti possono rendere il cammino inutilmente più difficile.

Il successo professionale richiede di saper:

  • aspettare senza mollare;
  • agire anche senza sentirsi perfettamente pronti;
  • reggere errori e battute d’arresto;
  • andare oltre il minimo indispensabile;
  • affrontare i confronti necessari;
  • continuare anche quando nessuno applaude.

Il viaggio del successo professionale non sarà lineare.

Ci saranno cose da imparare, altre da lasciare andare e qualche deviazione che non avevi previsto.

Se la direzione per te conta davvero, continua.

Buon viaggio.

10 abilità che ogni team leader eccellente dovrebbe potenziare

leader eccellente
La pressione aumenta.
I tempi si accorciano.
I problemi non possono essere rimandati.
Gli errori possono avere conseguenze importanti.

Sei il team leader.

Sei in prima linea, proprio dove la pressione si fa sentire.

Per affrontare queste situazioni non bastano competenza tecnica, esperienza e conoscenza del lavoro. Devi saper guidare, coinvolgere e responsabilizzare le persone.

Un team leader eccellente ha, prima di tutto, grandi competenze nel rapportarsi con gli altri.

Ecco 10 abilità che vale la pena potenziare.

1. Gratificare i collaboratori

Le persone vogliono sapere che il loro lavoro è visto e riconosciuto.

Un apprezzamento specifico per un risultato raggiunto, un problema risolto o un comportamento efficace può avere molto più valore di quanto immagini.

La gratificazione non è adulazione. È riconoscere ciò che merita di essere riconosciuto.

Non aspettare sempre risultati straordinari. Impara anche a sottolineare progressi, impegno e comportamenti positivi.

E quando il team raggiunge un risultato importante, fermati un momento.

Celebrarlo permette di condividere il successo e rafforzare la coesione.

2. Reggere pressione e imprevedibilità

Vendite che saltano all’ultimo momento.
Appuntamenti rimandati.
Assenze improvvise.
Priorità che cambiano.

Puoi pianificare quanto vuoi, ma ci saranno sempre imprevisti.

Il leader eccellente non spreca continuamente energie contro ciò che non può controllare.

Valuta quello che è successo, modifica il piano e concentrati sulla prossima azione.

Pianificare è necessario.

Pretendere che tutto vada esattamente secondo il piano, molto meno.

La vera prova non è quando tutto funziona.
È come reagisci quando qualcosa smette di funzionare.

3. Creare entusiasmo

Non devi trasformarti nell’animatore del villaggio.

E nemmeno presentarti ogni mattina con sorrisi forzati e pacche sulle spalle.

Creare entusiasmo significa soprattutto trasmettere energia, interesse e fiducia nel lavoro che state facendo.

Il tuo atteggiamento influenza il clima del team.

Se sei costantemente negativo, distante o sfiduciato, difficilmente puoi pretendere collaboratori motivati e propositivi.

Le persone devono percepire che credi nel lavoro che chiedi loro di fare.

4. Costruire rapporti di fiducia

La fiducia non nasce perché sei il capo.

Si costruisce nel tempo attraverso coerenza, rispetto, affidabilità e comportamenti concreti.

Condividi responsabilità e informazioni.
Mantieni gli impegni.
Non prenderti tutti i meriti quando le cose vanno bene e non cercare immediatamente un colpevole quando vanno male.

Le persone devono sapere che possono fidarsi di te.

E tu devi dimostrare di fidarti di loro.

5. Comunicare chiaramente le priorità

Tu sai esattamente cosa vuoi dai tuoi collaboratori.

Ma loro lo sanno?
Qual è la priorità?

  • La qualità?
  • Il cliente?
  • I tempi?
  • La precisione?
  • La vendita?
  • La sicurezza?

Non puoi aspettarti risultati chiari se dai indicazioni confuse.

Dire tutto non significa comunicare bene.

Vai al punto. Spiega cosa deve essere fatto, perché è importante e quale risultato ti aspetti.

Se qualcosa non ha funzionato, non limitarti a sottolineare l’errore.

Chiarisci cosa deve cambiare.

6. Gestire i conflitti in modo produttivo

Dove ci sono persone, prima o poi ci saranno divergenze.

Ignorarle non le farà sparire.

Un conflitto lasciato crescere può compromettere rapporti, collaborazione e produttività.

Il tuo compito non è eliminare qualsiasi contrasto, ma impedire che una divergenza professionale diventi uno scontro personale.

Ascolta le parti.
Chiarisci i fatti.
Riporta il confronto sul problema.
Cerca una soluzione praticabile.

Il leader eccellente non è quello in cui nessuno è mai in disaccordo.
È quello che sa gestire il disaccordo senza distruggere la relazione.

7. Coinvolgere tutto il team

Non decidere sempre tutto da solo.

Chiedi ai collaboratori:

  • “Tu come lo risolveresti?”
  • “Cosa cambieresti?”
  • “Dove vedi il problema?”
  • “Quale soluzione proporresti?”

Coinvolgere le persone significa utilizzare competenze ed esperienze che altrimenti rischieresti di perdere.

Significa anche aumentare responsabilità e partecipazione.

Ascolta i suggerimenti, valutali e mantieni la tua autonomia di pensiero e di decisione.

Coinvolgere non significa rinunciare a guidare.

8. Dare obiettivi chiari

“Bisogna migliorare.”

“Dobbiamo fare di più.”

“Serve maggiore attenzione.”

Non sono obiettivi.

Un collaboratore deve capire cosa ti aspetti concretamente da lui.

Definisci risultati chiari e verificabili. Chiedi cosa gli serve per raggiungerli e quali ostacoli vede.

Poi lascia spazio alla responsabilità individuale.

Un obiettivo confuso produce facilmente prestazioni confuse.


Vuoi potenziare la tua assertività?

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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Delegare con efficacia

Se vuoi controllare personalmente ogni dettaglio, prima o poi diventerai il collo di bottiglia del tuo stesso team.

Delegare non significa semplicemente liberarsi delle attività che non vuoi fare.

Significa affidare responsabilità, dare autonomia e permettere alle persone di crescere.

Se fai sempre tutto tu, il tuo team imparerà ad aspettare sempre te.

Controlla quando serve,
senza trasformare il controllo in sorveglianza continua.

E accetta che un collaboratore possa fare qualcosa diversamente da come la faresti tu.

Diversamente non significa necessariamente peggio.

10. Ascoltare di più

Sentire e ascoltare non sono la stessa cosa.

Ascoltare significa cercare di capire il messaggio, il contesto e ciò che la persona sta realmente cercando di comunicarti.

Non interrompere continuamente.

Non andare sopra mentre l’altro sta ancora parlando.
Neanche partire dal presupposto di avere già capito tutto.

Chiedi.
Approfondisci.

Il leader eccellente che ascolta non perde autorevolezza. Acquisisce informazioni.

E spesso scopre problemi, tensioni e opportunità molto prima che diventino evidenti.


Essere ascoltato non significa alzare la voce.

In poche sessioni ti aiuto a trovare il tuo stile di leadership autentico, basato su fiducia, presenza e rispetto reciproco.

Scopri il percorso dedicato.

Essere un team leader eccellente non significa essere perfetto

Nessun leader padroneggia sempre tutte queste abilità.

E non serve.

La leadership si costruisce anche osservando il proprio modo di gestire le persone e chiedendosi dove sia necessario migliorare.

Puoi partire da queste 10 abilità:

  • gratificare;
  • reggere pressione e imprevisti;
  • creare entusiasmo;
  • costruire fiducia;
  • comunicare le priorità;
  • gestire i conflitti;
  • coinvolgere;
  • dare obiettivi chiari;
  • delegare;
  • ascoltare.

Non devi diventare un leader perfetto.

Devi diventare un leader più consapevole dell’effetto che produce sulle persone che guida.

La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro

arroganza sul lavoro

Nella vita professionale una buona dose di fiducia è necessaria.

Serve per esprimere un’opinione, prendere decisioni, parlare dei propri risultati, assumersi responsabilità e affrontare situazioni difficili.

Ma esiste una linea sottile.

Puoi essere ambizioso senza diventare spietato. Sicuro senza sentirti superiore. Diretto senza svalutare gli altri.

Fiducia e arroganza possono sembrare vicine. In realtà producono effetti molto diversi.

Ecco 8 situazioni in cui la differenza diventa evidente.

1. Sei sicuro di te quando dai un feedback costruttivo

È arroganza sul lavoro quando utilizzi il feedback per ferire, giudicare o dimostrare superiorità.

Una critica può essere utile quando riguarda un comportamento concreto e aiuta la persona a capire cosa può migliorare.

Il problema nasce quando passi dal comportamento alla persona:

  • “Hai gestito male questa situazione.”

è molto diverso da:

  • “Sei sempre incapace di gestire queste situazioni.”

La fiducia ti permette di essere diretto senza avere bisogno di umiliare.

Anche i consigli possono diventare arroganti quando non sono richiesti e nascondono un messaggio del tipo: “Io so cosa è meglio per te.”

Essere diretti non significa sentirsi autorizzati a svalutare.

2. Sei sicuro di te quando sai parlare dei tuoi risultati

È arroganza sul lavoro quando ti prendi tutto il merito.

In un colloquio, durante una valutazione o quando presenti il tuo lavoro, devi essere capace di raccontare ciò che hai fatto.

Non è vantarsi.

Dire:

  • quale problema hai risolto;
  • quale risultato hai ottenuto;
  • quale competenza hai sviluppato;
  • quale contributo hai dato;

significa parlare di fatti.

L’arroganza comincia quando ogni risultato diventa esclusivamente tuo e gli altri scompaiono dalla storia.

Un professionista sicuro sa prendersi il merito che gli spetta.

E sa anche riconoscere quello degli altri.

3. Sei sicuro di te quando lasci parlare i fatti

È arroganza sul lavoro quando devi continuamente ricordare agli altri quanto vali.

Titoli.
Clienti importanti.
Conoscenze.
Risultati.
Successi.

Se ogni conversazione diventa un’occasione per aumentare il tuo valore agli occhi di chi ascolta, forse non stai dimostrando sicurezza.

Stai cercando conferme.

Chi è realmente sicuro non deve dimostrare continuamente di esserlo.

Se senti il bisogno di dichiarare il tuo valore, chiediti perché hai bisogno che gli altri te lo confermino.

4. Sei sicuro di te quando ti assumi la responsabilità

Diventi arrogante quando cerchi sempre un colpevole.

La fiducia si vede anche quando qualcosa va male.

Puoi ascoltare una critica, riconoscere un errore e dire:

  • “Questa parte era una mia responsabilità.”

Senza sentirti per questo meno competente.

L’arroganza, invece, interpreta l’errore come una minaccia alla propria immagine.

E allora parte la ricerca del responsabile:

  • “Avevo chiesto a Giuliano di occuparsene.”
  • “Non mi hanno dato le informazioni.”
  • “Il team non ha capito.”

Assumersi una responsabilità non indebolisce l’autorevolezza.
Spesso la rafforza.

5. Sei sicuro di te quando sai ascoltare

È arroganza sul lavoro quando ogni conversazione torna sempre su di te.

Parlare delle proprie esperienze è normale.

Il problema nasce quando:

  • interrompi;
  • non fai domande;
  • riporti ogni discorso alla tua esperienza;
  • aspetti soltanto il momento per riprendere la parola.

La persona arrogante ha bisogno di confermare continuamente la propria importanza.

Quella sicura può anche restare in silenzio e ascoltare.

La sicurezza non ha bisogno di occupare tutto lo spazio.


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6. Sei sicuro di te quando accetti l’imperfezione

Diventi arrogante quando pretendi dagli altri standard impossibili.

Essere esigenti può essere positivo.

Pretendere che tutti ragionino, lavorino e reagiscano esattamente come te, molto meno.

La persona sicura sa riconoscere i propri limiti.

E proprio per questo riesce più facilmente ad accettare che anche gli altri ne abbiano.

L’arroganza, invece, trasforma il proprio modo di fare nell’unico modo corretto.

Essere bravi non ti autorizza a considerare inadeguato chi è diverso da te.

7. Sei sicuro di te quando sei ambizioso

Diventi arrogante quando l’ambizione giustifica qualsiasi comportamento.

Voler crescere professionalmente non è un problema.

Desiderare responsabilità, risultati, riconoscimento o una posizione più importante è legittimo.

Il confine viene superato quando il successo degli altri ti minaccia oppure quando, pur di arrivare, sei disposto a passare sopra persone e relazioni.

La persona sicura può essere molto ambiziosa senza pensare:

“Se vinci tu, perdo io.”

L’ambizione vuole crescere.
L’arroganza vuole sentirsi superiore.

8. Sei sicuro di te quando non pensi soltanto a te stesso

Diventi arrogante quando i tuoi bisogni diventano automaticamente la priorità di tutti.

“Mi serve subito.”
“Devo averlo entro oggi.”
“Ho bisogno che tu faccia…”

Può capitare che qualcosa sia urgente.

Il problema è quando la tua urgenza diventa sistematicamente l’urgenza degli altri.

Una persona sicura sa chiedere, negoziare, spiegare ciò di cui ha bisogno.

Ma continua a vedere chi ha davanti.

Non considera automaticamente il proprio tempo più prezioso, i propri problemi più importanti o le proprie necessità superiori a quelle degli altri.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

Fiducia e arroganza non sono la stessa cosa

La differenza non sta nel parlare piano, essere modesti o evitare di mostrare ciò che sai fare.

Puoi essere molto sicuro, ambizioso e diretto.

La domanda è cosa succede agli altri quando entri nella stanza.

Si sentono ascoltati o schiacciati?

Riconosciuti o sminuiti?

Coinvolti oppure utilizzati?

La fiducia non ha bisogno di diminuire gli altri per aumentare se stessa.

La fiducia dice: “So quanto valgo”.
L’arroganza aggiunge: “E devo dimostrarti che valgo più di te”.

Questa, forse, è la linea più semplice da ricordare.

Come migliorare la comunicazione con un tuo collaboratore in 7 mosse

comunicazione con un collaboratore
Dritti al punto: ascoltare è una delle competenze fondamentali per comunicare davvero con un collaboratore.

Come ho scritto più volte anche nei miei libri, se non ascolti, come puoi pretendere di capire ciò che l’altro sta cercando di dirti?

Sembra elementare.

Eppure ascoltare è molto più difficile di quanto pensiamo.

Non significa semplicemente restare in silenzio mentre qualcuno parla. Significa mettere momentaneamente da parte giudizi, risposte già pronte e distrazioni per cercare di comprendere il messaggio nel suo contesto.

Sentire è automatico.
Ascoltare richiede attenzione.

Ecco 7 mosse per migliorare la comunicazione con un tuo collaboratore.

1. Presta davvero attenzione

Se puoi, preparati ad ascoltare.

Metti da parte per qualche minuto ciò che stavi facendo. Guarda la persona. Allontana il telefono. Evita di continuare a leggere una mail mentre dici:

“Parla pure, ti ascolto.”*

Probabilmente sentirai le parole.

Ma difficilmente coglierai tutto il resto.

Se perdi il filo, non fingere di aver capito.

Meglio dire:

“Scusa, ho perso quest’ultimo passaggio. Puoi ripeterlo?”

Fingere di aver ascoltato è molto peggio che ammettere di essersi distratti.

2. Non preparare la risposta mentre l’altro sta parlando

Succede continuamente.

Il collaboratore sta ancora spiegando e tu hai già cominciato a costruire mentalmente la risposta, la soluzione o l’obiezione.

A quel punto non stai più ascoltando.

Stai semplicemente aspettando il tuo turno per parlare.

Se vuoi comprendere, lascia per qualche minuto in sospeso la necessità di rispondere.

La risposta arriverà dopo.

3. Non arrivare troppo velocemente alle conclusioni

A volte vogliamo dimostrare di avere capito subito.

“Sì, sì, ho capito dove vuoi arrivare…”

E interrompiamo.

Magari hai davvero intuito il problema.
Magari no.

Non c’è niente di più frustrante nella comunicazione con un collaboratore sentirsi rispondere a qualcosa che non ha ancora finito di spiegare.

Lascia che completi il ragionamento.

Poi verifica se hai compreso correttamente.

4. Non interrompere

Per ascoltare serve anche tollerare qualche secondo di silenzio.

Non devi riempire ogni pausa con un consiglio, una correzione o un’esperienza personale.

Consenti alla persona di finire.
Non completarle le frasi.
Non parlarle sopra.
Non utilizzare ogni pausa come occasione per riprenderti immediatamente la conversazione.

Se interrompi continuamente, non stai accelerando la conversazione.
Stai aumentando il rischio di non capirla.

5. Mostra che stai ascoltando

Il tuo corpo comunica quanto le tue parole.

Se guardi continuamente l’orologio, controlli il cellulare o ti volti verso il computer, puoi anche dire “Mi interessa”, ma il messaggio che arriva è un altro.

Mantieni un contatto visivo naturale.

Puoi annuire, fare una domanda breve, utilizzare piccoli segnali come:

  • “Capisco.”
  • “Continua.”
  • “E poi cosa è successo?”

Annuire non significa necessariamente essere d’accordo.

Significa:

“Ti sto seguendo.”


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Riformula ciò che hai capito

Una delle tecniche più semplici per evitare fraintendimenti è riprendere con parole tue quello che hai ascoltato.

Per esempio:

  • “Se ho capito bene, il problema principale è…”
  • “Quindi mi stai dicendo che…”
  • “A tuo avviso la difficoltà nasce da…”

Non è necessario ripetere tutto.

Devi verificare di avere colto il punto essenziale.

La riformulazione è particolarmente utile quando il collaboratore è agitato, poco chiaro o porta diversi problemi contemporaneamente.

Prima di cercare una soluzione, assicurati di aver capito bene il problema.

7. Evita le frasi che contraddicono il tuo comportamento

Alcune espressioni sembrano rassicuranti, ma diventano boomerang se quello che fai comunica il contrario.

Nella comunicazione con un collaboratore attenzione a frasi come:

  • “Ti capisco” se non hai ancora compreso bene la situazione;
  • “Vieni al punto” quando la persona sta cercando di spiegarsi;
  • “Parla pure, ti ascolto” mentre continui a lavorare;
  • “Continua, mi interessa” mentre guardi il telefono o l’orologio.

Le persone prestano molta attenzione alla coerenza tra quello che dici e quello che fai.

Non basta dichiarare interesse. Devi farlo percepire.


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Ascoltare non significa essere sempre d’accordo

Questo è un punto importante.

Ascoltare un collaboratore non significa approvare tutto quello che dice.

Puoi ascoltare attentamente e poi non essere d’accordo.

Puoi comprendere il suo punto di vista e prendere comunque una decisione diversa.

Puoi mostrare empatia e allo stesso tempo stabilire un limite.

L’ascolto serve a capire meglio prima di decidere come rispondere.

Ed è proprio questo che lo rende una competenza fondamentale per un leader.

Alla fine, la domanda da farti è molto semplice:

Quando un collaboratore ti parla, desideri veramente capire oppure stai soltanto aspettando il momento per rispondere?