Il più grande errore dei primi giorni di lavoro

primi giorni di lavoro

Foto di cottonbro da Pexels

Sono le 18:30.

L’ufficio si sta svuotando.

Tu resti ancora un po’.

Hai appena iniziato il nuovo lavoro e vuoi fare una buona impressione. Così finisci quell’ultima attività, rispondi a un paio di e-mail e sistemi la scrivania prima di uscire.

Il giorno dopo arrivi in anticipo.

Ti offri di aiutare un collega.
Prendi appunti su tutto.
Cerchi di non sbagliare nulla.

Sei convinto di fare la cosa giusta.
E probabilmente è così.

Ma c’è una domanda che vale la pena porti:

Lo stai facendo perché serve davvero… o perché vuoi dimostrare subito quanto vali?

Il problema, nei primi giorni di lavoro, non è fare troppo.

È fare troppo prima di aver capito che cosa serve.

Prima di lasciare il segno, devi capire dove sei arrivato

Quando iniziamo un nuovo lavoro abbiamo naturalmente voglia di dimostrare di essere stati la scelta giusta.

Vogliamo essere utili.
Veloci.
Disponibili.

Magari abbiamo anche esperienza e vediamo subito cose che potrebbero essere fatte diversamente.

Ma c’è qualcosa che ancora non abbiamo.

Il contesto.

Non conosciamo ancora bene le persone, le abitudini, gli equilibri, le responsabilità. Non sappiamo perché certe decisioni siano state prese o perché un’attività venga svolta proprio in quel modo.

E quello che al terzo giorno ci sembra inefficiente potrebbe avere una ragione che ancora non conosciamo.

Per questo le prime settimane non servono soltanto a mostrare ciò che sai fare.

Servono anche a capire dove ciò che sai fare può essere davvero utile.

Leggi il post su Edoardo che appena arrivato ha spinto sull’acceleratore.

La proattività può farti correre nella direzione sbagliata

Essere proattivi è una qualità.

Ma offrirti per tutto, arrivare sempre prima, andare via per ultimo e intervenire su ogni problema non significa necessariamente creare più valore.

Potresti semplicemente investire molte energie prima di aver capito dove servono.

E c’è anche un altro rischio.

Se nelle prime settimane costruisci un ritmo impossibile da mantenere, quello che per te era uno sforzo eccezionale può rapidamente diventare, per gli altri, la normalità.

Non devi dimostrare quanto riesci a fare. Devi capire che cosa vale la pena fare.

Anche la disponibilità ha bisogno di capire il contesto

All’inizio è naturale voler essere d’aiuto.

Un collega ti chiede qualcosa e accetti. Poi arriva un’altra richiesta. E un’altra ancora.

Dire sì ti sembra il modo migliore per mostrare disponibilità.

Ma finché non conosci bene priorità, responsabilità e confini del tuo ruolo, rischi di diventare molto disponibile per attività che non sono quelle sulle quali dovresti concentrare le tue energie.

Non significa chiuderti dietro un “non è compito mio”.

Significa cominciare a capire dove il tuo aiuto produce davvero valore.

La competenza non deve aspettare. Ma può fare domande

Questo è forse il punto più delicato.

Hai esperienza.

E magari dopo pochi giorni noti davvero qualcosa che non funziona.

Devi stare zitto perché sei appena arrivato?

No.

Osservare non significa aspettare passivamente settimane o mesi prima di poter dire qualcosa.

Significa evitare di confondere ciò che hai visto con tutto ciò che c’è da sapere.

C’è una grande differenza tra dire:

  • “Nella mia vecchia azienda facevamo diversamente.”

e chiedere:

  • “Ho notato questa cosa. Mi aiutate a capire perché qui viene gestita così?”

Nel primo caso stai già proponendo una soluzione.

Nel secondo stai mettendo la tua esperienza al servizio della comprensione.

Potresti scoprire che la tua intuizione era giusta (e avrai qualcosa di buono da proporre).

Oppure potresti scoprire un pezzo del problema che, essendo appena arrivato, non potevi ancora vedere.

La competenza non perde valore quando fa una domanda.
Spesso ne acquista.

Se vuoi approfondire questi aspetti, ne parlo anche nei miei libri:

Autorevolezza, ora nella nuova edizione aggiornata, dedicato a chi vuole rafforzare la propria presenza autorevole, e Prima volta Leader, pensato in particolare per chi ha assunto da poco un ruolo di leader.

Osservare non significa farsi piccoli

C’è un equivoco che vorrei evitare.

Entrare in un nuovo ambiente con curiosità non significa essere timidi, passivi o aspettare che qualcuno ci dica continuamente che cosa fare.

Puoi prendere iniziative.
Puoi fare domande.
Puoi proporre un’idea.

Puoi anche mettere in discussione qualcosa che non ti convince.

Prima di avere fretta di mostrare chi sei, prova a capire chi hai davanti.

  • Come vengono prese le decisioni?
  • Che cosa conta davvero?
  • Chi ha responsabilità? E quali?
  • Dove sono le difficoltà che magari dall’esterno non avevi visto?

Non stai rinunciando a lasciare il segno.

Stai cercando di capire dove lasciarlo.

La prossima volta…

Quando inizi un nuovo lavoro, non chiederti soltanto:

“Come posso dimostrare quanto valgo?”

Prova a chiederti:

“Che cosa posso osservare oggi che mi aiuterà domani?”

Poi porta le tue idee.
La tua esperienza.
La tua iniziativa.

Nei primi giorni non devi dimostrare meno.

Prima osservi.

Poi capisci.

E solo dopo lasci il segno.

Partire a razzo nel nuovo lavoro? La lezione di Edoardo

il nuovo lavoroFoto di Andrea Piacquadio

Dopo tanta attesa, è finalmente arrivato il gran giorno per Edoardo.

Inizia la sua avventura come responsabile commerciale in una grande azienda del Nord Italia.

Come saranno i nuovi colleghi?
Disponibili e sorridenti oppure
indisponenti e boriosi?

E il nuovo capo?

Durante il colloquio sembrava un po’ scorbutico…

Ansia del nuovo lavoro? Macché.

Edoardo è sicuro di sé.

Ha già ricoperto con successo quel ruolo in passato. Sa cosa lo aspetta. Sa che non può permettersi errori grossolani.

Vuole partire bene.
Anzi, vuole impressionare tutti.

È convinto di poter utilizzare il suo solito approccio.

Quello che ha sempre funzionato.
Il famoso “metodo Edo”.

“Conosco il mio lavoro.”
“Ho sempre fatto così.”

Con la testa ancora piena dei complimenti ricevuti nelle esperienze precedenti, parte da un presupposto molto semplice:

sarà facile.

Per dimostrare subito il proprio valore, spinge immediatamente sul cambiamento.

Edoardo vuole lasciare il segno

Non aspetta.
Non osserva.
Tantomeno chiede consiglio.

Nemmeno quando un ex collega gli suggerisce prudenza.

La determinazione si trasforma rapidamente in ostinazione.

La fiducia nelle proprie capacità diventa eccessiva.
Senza entrare troppo nei dettagli, nel giro di poche settimane qualcosa inizia a incrinarsi.

Le persone frenano.
Le proposte non passano.
I cambiamenti non arrivano.
I risultati tardano.

Per la prima volta, Edoardo comincia a chiedersi se non abbia sbagliato approccio.

Le partenze a razzo a volte funzionano.

Altre volte no.

Molte persone si considerano tra le più competenti dell’organizzazione.

Si sorprendono quando il loro valore non viene riconosciuto immediatamente.

Spesso sono davvero preparate.
Intelligenti.
Capaci.

Ma hanno un problema:
credono di avere già tutte le risposte.

Ascoltano poco.
Rispettano poco i tempi.

Edoardo non aveva capito che ogni organizzazione possiede regole non scritte.

Dinamiche interne.
Equilibri.
Persone influenti.
Tempi da rispettare.

Perché non basta avere ragione.

Devi anche capire quando, come e con chi muoverti.

Saper fare bene il proprio lavoro non è sempre sufficiente per avere successo.

La sicurezza in sé stessi è necessaria

Una buona dose di autostima è fondamentale.

Ti aiuta ad affrontare le sfide.

A superare gli ostacoli.
A emergere in un contesto competitivo.

Ma esiste anche il lato oscuro dell’eccessiva fiducia.

Nel giro di pochi mesi Edoardo passa dall’essere energico e sicuro a diventare esitante e indeciso.

Ora ogni decisione è accompagnata dal dubbio.

Si sente mortificato per aver fallito proprio in quello che considerava il suo punto di forza.
È in questo momento che iniziamo il percorso di coaching.

Accettare di non essere perfetti è spesso uno dei migliori punti di partenza per crescere professionalmente.

La lezione di Edoardo

La sua esperienza è un promemoria per chiunque inizi un nuovo lavoro.

Non importa quanto tu sia competente.

Servono tempo e umiltà.

Umiltà non significa essere passivi o remissivi.
Significa sapere che hai ancora qualcosa da imparare.

Una persona umile conosce il proprio valore, ma non sente il bisogno di dimostrarlo continuamente.

L’umiltà favorisce la crescita.
Aiuta ad ascoltare.

Permette di cogliere sfumature che l’eccessiva sicurezza tende a ignorare.

La fiducia in sé stessi è importante.

L’umiltà evita che si trasformi in arroganza.

Prima di schiacciare sull’acceleratore, Edoardo avrebbe dovuto fermarsi e porsi qualche domanda in più.

Forse avrebbe evitato parte delle resistenze che ha incontrato.

La storia di Edoardo la trovi nel mio libro “Prima volta Leader“.

Partire a razzo nel nuovo lavoro?

Difendi le tue idee.
Valorizza la tua preparazione.

Ma mantieni sempre l’umiltà necessaria per ascoltare, ricevere consigli e metterti in discussione.

Quando inizi un nuovo lavoro vivi una fase entusiasmante.

Ma anche delicata.

È il momento in cui costruisci le basi delle relazioni future con colleghi, collaboratori e superiori.

L’obiettivo non è arrivare in punta di piedi.

Nemmeno entrare come un carro armato.

L’obiettivo è trovare il giusto equilibrio tra fiducia e umiltà.
Ed è molto più difficile di quanto sembri.

Perché spesso non perdi credibilità per quello che non sai.

La perdi per la fretta di dimostrare quanto sai.

Se stai affrontando un nuovo ruolo, una promozione o un cambiamento professionale importante, il coaching può aiutarti a gestire meglio questa fase di transizione.

Approfondisci il percorso dedicato.

10 riflessioni per gestire l’ansia il tuo primo giorno di lavoro

ansia primo giorno di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Articolo aggiornato nel 2026

Il primo giorno di lavoro non è molto diverso dal primo giorno di scuola.

Solo che adesso non lo dici ad alta voce.

Ma le domande sono le stesse:

  • “Piacerò?”
  • “Mi accetteranno?”
  • “Sarò all’altezza?”
  • “E se non funziona?”

E poi c’è quella sensazione più sottile.

Quella che arriva la sera prima.

Non è paura chiara.
È qualcosa di più vago.

Un misto tra aspettativa… e dubbio.

Ansia primo giorno di lavoro: prima verità

L’ansia non è il problema.

È parte del contesto.

Il problema non è l’ansia.
È volerla controllare subito.

Domanda:

stai cercando di eliminarla… o di capirla?

1. Il nuovo destabilizza. È normale

Non sei “insicuro”.

Sei in un contesto nuovo.

Il problema non è l’ansia.
È pensare che non dovrebbe esserci.

2. Non devi sentirti pronto. Devi esserci

Aspettare di sentirti sicuro è una trappola.

Non succede prima.

Succede mentre sei-dentro.

Chi sembra sicuro… spesso è solo più abituato.

3. Fiducia non significa calma

Molti pensano:

“Quando sarò tranquillo, andrà meglio.”

Non funziona così.

La fiducia è andare avanti anche con l’ansia.

4. Stai entrando in un “sistema” che non conosci

Regole non scritte.
Dinamiche interne.
Equilibri.

Non capirai tutto subito.

Ed è giusto così.

Domanda:

sei disposto a osservare… o vuoi capire tutto subito?

5. Non ti hanno assunto per caso

Può sembrarti strano.

Ma è così.

Ti hanno valutato.
Ti hanno scelto.

Non stanno “provando”. Stanno investendo.

6. “Merito davvero questo lavoro?”

Uhm … domanda pericolosa.

Perché non cerca risposta.

Cerca conferma del dubbio.

Prova a cambiarla:

“Cosa posso fare, oggi, per essere utile?”

7. Non devi impressionare. Devi essere chiaro. Affidabile.

Non cercare di fare colpo.

Dire la cosa giusta.
Essere brillante.
Mostrare valore subito.

Non devi piacere a tutti.
Tranquillo … non succederà!

Nel nuovo lavoro, soprattutto all’inizio, conta altro:

essere chiaro, affidabile, comprensibile.

8. Il confronto con gli altri è inevitabile

Guarderai gli altri.

Ti sembreranno più sicuri.
Più preparati.
Più a loro agio.

In parte è vero.

Qualcuno sarà più bravo di te.
E non è (e non deve essere) un problema.

Guardare gli altri non ti rende migliore. Ti distrae.

9. L’ansia è energia (se non la blocchi)

Se provi a eliminarla, ti irrigidisci.

Se la accetti, si trasforma.

Ti tiene attento.
Ti rende presente.

Un po’ di tensione ti aiuta. Troppa gestione ti blocca.

10. Non devi dimostrare tutto il primo giorno

Questa è forse la più importante.

Non devi:

  • essere perfetto
  • sapere tutto
  • piacere a tutti

Devi iniziare.

Il primo giorno non definisce il tuo valore. Definisce solo l’inizio.

Se cerchi di dimostrare troppo… ti potresti complicare la vita da solo.

Vuoi partire bene…
o vuoi partire perfetto?

Non è la stessa cosa.

Tutti sono insicuri all’inizio.
Anche chi sembra sicuro.

La differenza non è nell’ansia primo giorno di lavoro.

È in come la gestisci.

Non eliminandola.
Non ignorandola.

Ma attraversandola.

Riprendere il lavoro dopo un periodo di inattività: come prepararsi davvero

riprendere il lavoro
Hai appena vissuto un periodo di pausa professionale?
Stai per rientrare nel mondo del lavoro, ma non ti senti pronto?

Provi tensione.
Ansia.
Distanza.

Come Alessia.

Dopo dieci anni in azienda — una carriera brillante nel settore bancario di Lugano — si è ritrovata disoccupata, a causa di una ristrutturazione improvvisa.

“All’inizio l’ho presa come una pausa.
Mi sono goduta il tempo libero. Ho sistemato casa.

Poi però…

il tempo passava.
E io non lo stavo usando per costruire qualcosa.”

Dopo circa un anno, Alessia trova un nuovo lavoro.

Stesso livello.
Nuovo contesto.
Nuova azienda.

Tutto bene, allora?
Non proprio.

Poco prima di iniziare, emerge una sensazione difficile da spiegare:

“Ho desiderato tanto questo rientro.
Ma ora che ci sono quasi dentro, mi sento spaesata.
Come se il tempo si fosse fermato solo per me…
ma non per il resto del mondo.”

Alessia ha ritrovato il lavoro.
Ma non ancora il suo “posto interiore” nel lavoro.

Ansia.
Pressione.
Dubbio.

Da qui, la decisione di iniziare un percorso di coaching mirato.

Il vero impatto di una pausa professionale

Una pausa prolungata
— causata da una ristrutturazione, una scelta personale o una necessità familiare — lascia spesso un segno più profondo di quanto si immagini.

Riprendere il lavoro? Ci si aspetta di tornare “come prima”.

Ma non sempre accade.

Il contesto è cambiato.
Le persone sono cambiate.
Eh si, anche tu sei cambiato!

Alessia lo descrive così:

“Ho la sensazione di dover dimostrare tutto da capo.
Come se fossi in prova ogni giorno.
Anche se nessuno me lo dice apertamente.”

In questi casi, non è il ruolo a essere sbagliato.

È la transizione a non essere stata ancora elaborata.

Riprendere il lavoro significa accettare che sei cambiato

Potresti non essere più la persona che eri prima.

Forse hai maturato:

  • nuovi valori
  • nuove priorità
  • una diversa idea di equilibrio

E questo può creare attrito.
Non perché sei fuori posto.

Ma perché stai entrando in una nuova fase.

Se ti fermi ad ascoltarti, puoi iniziare a portare nel lavoro chi-sei-oggi.

Non chi-eri-ieri.

Datti il permesso di essere in transizione

È normale sentirsi:

  • arrugginiti
  • vulnerabili
  • temporaneamente insicuri

Non è debolezza.
È un passaggio identitario.

Stai attraversando un ponte tra chi-eri e chi-stai-diventando.

Accettarlo è il primo passo per ritrovare solidità.
Ogni rientro è anche un nuovo inizio.

Non è solo una ripartenza. È un’evoluzione.

Il punto non è cosa è successo.
È come lo integri nella tua storia.

Chiediti:

  • Cosa ho imparato su di me durante questo periodo?
  • Qualcosa è cambiato nei miei valori professionali?
  • Cosa non voglio più tollerare?
  • Cosa desidero costruire ora, in modo diverso?

Una pausa può diventare un vuoto.

Oppure un punto di svolta.

Dipende da come la elabori.
E da come la racconti.

Allenati a raccontarti con una voce nuova

Preparati alle domande che inevitabilmente arriveranno:

  • “Cosa hai fatto durante questo periodo?”
  • “Perché hai lasciato il tuo ultimo lavoro?”

Non servono risposte perfette.
Servono risposte consapevoli.

Non negare la pausa.
Non giustificarla con imbarazzo.

Integrala.

Forse hai studiato.
Riflettuto.
Riorganizzato la tua vita.
Sviluppato resilienza.

Questa è crescita.
Non è un vuoto nel tuo percorso.

È parte del tuo percorso.

Non devi dimostrare. Devi contribuire

Dopo una pausa, molti sentono il bisogno di dimostrare il proprio valore.

Questo crea pressione.
Ansia.
Tensione costante.

Prova invece a spostare il focus.

Non su quanto vali.
Ma su cosa puoi portare.

Il contributo genera sicurezza.
La dimostrazione genera tensione.

Attenzione a come parli a te stesso.

Le parole che usi costruiscono la tua identità.

Se ti dici:

  • “Sono rimasto indietro.”

Ti sentirai indietro.

Se ti dici:

  • “Sto reintegrando le mie competenze.”

Ti comporterai in modo diverso.
Il modo in cui ti racconti è il primo passo per ritrovare solidità.

Non devi affrontare questo passaggio da solo

Riprendere il lavoro dopo una pausa è uno dei momenti più delicati della vita professionale.

Serve chiarezza.
Serve struttura.
Supporto.

Il percorso di coaching mirato
“Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile”
ti aiuta a ricostruire fiducia, presenza e direzione.

Una pausa non interrompe la tua identità professionale.
La trasforma.
Il vero rischio non è esserti fermato.

È tornare… senza riconoscere chi sei diventato.

Cosa dire i primi giorni di lavoro per fare colpo sui nuovi colleghi

i primi giorni di lavoro
I primi giorni di lavoro.
(quello che non è scritto nel contratto ma conta moltissimo).

Nei primi giorni di lavoro c’è quasi sempre un divario
tra ciò che dovresti fare
e ciò che accade davvero.

Non dovresti trascurare alcun compito formale,
ma esistono aspettative implicite
che i colleghi danno per scontate.

Meglio intercettarle subito.

Sii disponibile (davvero)

All’inizio, le persone contano più delle attività.

Frasi semplici, potenti:

  • “Di cosa hai bisogno?”
  • “Posso aiutarti in qualche modo?”
  • “Vuoi una mano con questo?”

Aiutare è un ottimo modo per:

  • costruire relazioni
  • capire come funzionano davvero le cose
  • dare una prima impressione solida

Anche su progetti fuori dal tuo to-do.

Non puoi sapere se il tuo aiuto sarà apprezzato
o visto come un’imprudente intrusione,

ma se lo fai con rispetto, prudenza e senza prevaricazioni,
dimostri il tuo interesse della squadra.

Non rifiutare l’invito a pranzo

Se ti invitano: vai.

  • “Sì, volentieri. A che ora?”

È un segnale chiaro:
sono parte del team.

Se sei impegnato, rifiuta con eleganza
e proponi un’alternativa.

E se nessuno ti invita?
Succede.

Non c’è confidenza, familiarità,
ognuno resta sulle sue.

Non farne un dramma.
Respira.
Chiedi tu di sederti con qualcuno.

Fare il primo passo comunica sicurezza, apertura, maturità.

Mostra la tua personalità (restando professionale)

Non serve raccontare la tua vita.
Basta qualche aggancio.

Argomenti sicuri:

  • animali domestici
  • eventi (meglio se neutri)
  • hobby
  • città di provenienza o trasferimento

Piccoli dettagli creano connessione.

Non parlare male della vecchia azienda (mai)

Frasi da evitare:

  • “Nel mio vecchio lavoro era tutto un disastro”
  • “Il mio ex capo era incapace”

Non ti valorizzano.
Ti squalificano.

Concentrati sull’entusiasmo per il nuovo inizio.
Il passato… resta passato.

Non criticare la nuova azienda (almeno all’inizio)

Processi lenti?
Strumenti migliorabili?

Probabile.

Ma i primi giorni non sono il momento di criticare.

Chiedi ciò che ti serve con educazione.
Osserva.
Annota.

Capirai quando/come proporre miglioramenti.

Prepara una presentazione di te (sì, davvero)

Ti presenterai molte volte.

Meglio essere pronto!

Elementi chiave:

  • nome
  • ambito
  • Il tuo ruolo attuale: cosa fai e di cosa ti occupi davvero, per orientare chi ti ascolta.
  • Il tuo percorso precedente: da dove vieni, per creare connessioni e punti in comune.
  • Un dettaglio personale: un fatto o un cambiamento che aiuti gli altri a ricordarti.

Esempio:

“Ciao, sono Michele.
Sono entrato da poco nel team marketing.

Mi occupo principalmente di (ambito/attività chiave), lavorando su (breve focus concreto).

Arrivo da Milano, dove ho maturato la mia esperienza precedente,
e mi sono trasferito a Lugano per questa opportunità.

Sono contento di essere qui e di collaborare con voi.”

Presentazioni di gruppo

Se ti presentano a un team:

  • parla chiaro
  • sorridi
  • sii breve
  • guarda le persone

Chiudi con una frase positiva:

  • “Non vedo l’ora di lavorare con voi”
  • “Sono felice di iniziare questo progetto”

E prova a ricordare i nomi.
Farà la differenza.

Fai domande – parla poco – ascolta tanto

I primi giorni servono a capire:

  • i flussi
  • le regole non scritte
  • le persone

Quindi:

  • fai domande
  • ascolta
  • prendi appunti

E non interrompere chi è concentrato o in chiamata.

Un gesto, un sorriso, “a dopo”.

Metti il cellulare in silenzioso

(soprattutto) Nei primi giorni:
presenza totale!

Non serve aggiungere altro.

Non lamentarti

Anche se vedi inefficienze.

Un cliente appena-assunto mi raccontò di aver criticato (con ironia)
un software aziendale…
parlandone proprio con chi ne aveva sponsorizzato l’acquisto.

Errore classico.
Costoso.

Avrai tempo per proporre miglioramenti.
Non subito.

Chiedi consigli

Le persone amano sentirsi competenti.

  • “Hai qualche suggerimento per chi ha appena iniziato?”
  • “Posso chiederti un parere?”

Chiedere consigli:

  • costruisce relazioni
  • accelera l’apprendimento
  • ti fa apparire intelligente, non debole

Non spettegolare

  • “Ho sentito che il mio capo esce con la figlia del direttore finanziario. È vero?”
  • “Chi è la biondona alla reception?”

Evita:

  • gossip
  • battute sul capo
  • commenti sui colleghi

Non ti renderanno “uno del gruppo”.
Piuttosto inaffidabile.

SUGGERIMENTO

Se qualcuno prova a coinvolgerti nel gossip:
sorridi, ascolta,
non alimentare.

Capiranno.

Non fare il saputello

Questa è una buona regola da ricordare,
non solo i tuoi primi giorni di lavoro.

Il tuo primo istinto potrebbe essere di mostrare (in tutti i modi)
quanto sei brillante e capace.

Sei già stato assunto.
Non devi dimostrare nulla.

Resisti alla tentazione di impressionare a ogni costo.

Osserva.
Capisci.
Mostra rispetto.

L’umiltà nei primi giorni
vale più di qualsiasi brillantezza esibita.

SUGGERIMENTO
leggi il post con la storia di Edoardo (arrivato nel nuovo lavoro con tanta sicurezza ma poi ..)

Goditi il momento

Hai ottenuto questo lavoro.
Quindi, non dimenticare di … essere felice!

Sorridi.
Presentati.
Mostra gratitudine.

Le persone lo percepiscono.


Vuoi migliorare il tuo modo di comunicare sin da subito?

La NUOVA edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza” offre strumenti immediati e concreti.

Se sei all’inizio, “Prima volta Leader” ti accompagna con chiarezza nei primi passi.

Esprimi il piacere di far parte del team

Se sei felice di esserci, dillo.

Ricorda però:
per qualcuno il tuo arrivo
potrebbe sembrare una minaccia.

Per questo:

  • osserva
  • adattati
  • non forzare

In conclusione

I primi giorni non servono solo a brillare.
Servono a capire.

Il tuo approccio iniziale
influenzerà profondamente
il tuo successo (o fallimento) in azienda.

Non cercare di essere perfetto.
Cerca di essere lucido, presente, rispettoso.

L’autorevolezza non si impone il primo giorno.

Si costruisce, un gesto alla volta.

Fare un errore nel nuovo lavoro? 5 cose da ricordare

fare un errore

Foto di Vanessa Sezini

Hai timore di chiedere sempre le stesse cose?

Sbagliare anche quelle più semplici?

Hai la sensazione di sentirti “pesante”?
Poco smart?

La paura di fare errori nel nuovo lavoro colpisce tutti:

  • dimenticare passaggi delle procedure
  • ignorare (senza volerlo) la gerarchia aziendale
  • credere di avere ragione
    ripetendo a memoria qualcosa letto chissà dove
  • Rimandare ciò che conta davvero

Detto questo…
tutti commettiamo errori.

Fa parte della vita professionale.
Accettarne le conseguenze è difficile.

Ma se impari a farlo, diventi una persona — e un professionista —
più solido.

1. Riconosci gli errori come… errori

Ammettere di aver sbagliato, soprattutto da “nuovo arrivato”,
è dura.

È vergognoso.

Ma la scelta più debole è fuggire dall’errore o scaricare la colpa sugli altri.

Non puoi imparare finché non riconosci che si tratta di un errore.

Quando ti assumi tutta la responsabilità,
stai sviluppando una mentalità forte.

Ti concentri sul presente.

2. Non lasciare che la paura di sbagliare ti blocchi

Non esiste successo senza fallimento.

Fare qualcosa di nuovo espone all’errore,
ma apre anche alla creatività
e all’innovazione.

Accettare l’errore significa chiedersi:
“Cosa posso imparare da questo?”

Impari.
Vai avanti.
Fai il passo successivo.

Non restare fermo.

Dopo un errore, riprova dicendo:
“Ok.
La prossima volta farò…”

Gli errori ripetuti ti insegnano che esistono altri modi — migliori —
per fare le cose.

3. Gli errori non definiscono chi sei

Quando sbagli nel nuovo lavoro è facile sentirsi bollati.

Colpevoli.
Inadeguati.

Ma tutti fanno errori.
Gli errori non sei tu.

Il rischio è questo:
“Ho fallito”
diventa
“Sono un fallito”.

Come a scuola, ti dai voti,
giudizi,
sentenze.

Serve ristrutturare il dialogo interno.

  • “Io non sono un errore”
  • “Io ho commesso un errore”

La differenza è enorme.
E cambia tutto.

4. Accetta che non puoi controllare tutto

Non puoi controllare tutto.
E va bene così.

A volte le cose non funzionano.
Punto.

Con l’esperienza capirai che, anche quando succede,
il mondo continua a girare.

La vita va avanti.
Impara.
Matura.
Diventa più resiliente.

Prenditi del tempo per riflettere su come hai gestito un errore
e su come l’hai riparato.

5. Non essere severo con te stesso

Hai fatto un errore con conseguenze?
Bene.

Anzi no.
Male.

Ma hai fatto il possibile
per sistemare le cose?

Allora puoi andare avanti e .. perdonarti.

Non sarà l’ultima volta che sbaglierai.
Sei umano.

Riuscire a sorridere dei propri errori è un segno di maturità.

Con il tempo
riuscirai persino a riderci sopra.

E la prossima volta sarai più calmo,
più centrato.

L’errore è diventato esperienza.
E l’esperienza porta sicurezza.

I primi giorni nel nuovo lavoro: segui l’onda

Cerca di essere accurato, non maniacale.

Resisti alla tentazione di impressionare a tutti i costi.

Osserva.
Ascolta.
Capisci davvero come funziona l’azienda.

Mostra interesse genuino per le persone.

Nelle prime settimane evita eccessi e giudizi affrettati.

Non devi essere un supereroe.

Giudicare un lavoro solo dall’inizio
è quasi sempre fuorviante.

Spesso…
finisci per ricrederti.

Sbagliare non ti rende incompetente

Ti rende umano.

La differenza la fa come reagisci,
non l’errore in sé.

11 volte che non dovresti chiedere scusa al lavoro – parte 2

scusa sul lavoro

Foto di Khusen Rustamov da Pixabay

Leggi anche la parte 1.

6. Quando non sei davvero dispiaciuto

Tutti conosciamo le “scuse delle non-scuse”.
Hai detto di essere dispiaciuto ma in realtà non lo sei. Per niente.
Si “vede”.
Si “sente”.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Quando la tua scusa sul lavoro lascia un retrogusto di sarcasmo, non trapela sincerità,
e la stai semplicemente dicendo perché pensi risolveranno il problema …
stai sprecando questa opportunità.

“Conservala” per quando sarai veramente dispiaciuto.
Non sprecare questo bonus.

7. Quando non hai assolutamente nulla di cui scusarti

Non usare “Mi dispiace” come frase di riempimento o per essere educato.
Pensa attentamente se quello che stai per dire, è qualcosa di cui dovresti – veramente – scusarti.

Quando non hai nulla a che fare con la causa di un problema.
Perché scusarsi?

Salva le tue scuse per quando assumerai la responsabilità di qualcosa che hai/non hai fatto.
Saranno molto più efficaci e potenti.

8. Se ti stai prendendo una pausa o sei in malattia non chiedere scusa sul lavoro

La vacanza fa parte del pacchetto-lavoro.
Una pausa rigenerante è indispensabile per la produttività.

La malattia “giunge inaspettatamente”.
Senza preavviso.
 


 

Non devi scusarti per non essere disponibile, perché hai l’influenza, oppure sei in vacanza.

In ogni modo,
informa in anticipo le persone della tua assenza per vacanze, in modo che non ti cerchino – disperatamente – mentre sei via.

9. Non scusarti per “Dire “No”

Trascorriamo gran parte della nostra vita adattandoci agli altri.
Non sei obbligato a fare tutto ciò che qualcuno ti chiede di fare.

Non scusarti per aver detto di no.
Soprattutto, quando non hai fatto niente di male.

Certo,
ci sono momenti in cui dire di no, potrebbe non essere nel tuo interesse.

È permesso dire di no.
parlare, esprimerti e trovare una soluzione alternativa.

10. Quando prendi una decisione che comporta il rispetto dei tuoi principi o valori fondamentali

“Scusa ma non posso mentire al cliente” non dovrebbe iniziare con delle scuse.

Non essere mai dispiaciuto di essere fedele alle tue convinzioni.
Ai tuoi valori.

Non dovresti scusarti quando mostri integrità.
Non scusarti mai per aver fatto/detto la cosa giusta.

11. Quando lasci il tuo lavoro

“Mi dispiace, ma ho ricevuto un’offerta di lavoro migliore.”

Sembra educato, da parte tua.
Sembra.


Potenzia la tua comunicazione con il tuo team > Fai coaching

Molto più probabilmente non ti dispiace per nulla.
Sei felicissimo di aver ha ricevuto un’offerta di lavoro migliore.
Vero?

Chiedendo scusa, potresti dare l’opportunità agli attuali datori di lavoro di rifarsi con un malizioso: “Beh, se ti dispiace davvero, potresti …'”

Smettila di scusarti così spesso

Come puoi vedere, ci sono così tante circostanze in cui le scuse non sono necessarie.
Detto questo, a volte dovrai scusarti.
Ci mancherebbe!

Nella vita, prenderai decisioni ogni giorno.
Ci sono momenti in cui altre persone non approveranno queste decisioni e le tue azioni.

Ciò non significa che dovresti essere – tutte le volte – dispiaciuto.
La prossima volta che pensi di chiedere scusa sul lavoro, rileggi questo post.

Paura del cambiamento: timore di lasciare la sicurezza dell’attuale lavoro

paura del cambiamento

Foto di engin akyurt da Pixabay

“Se non cambi la tua direzione,
potresti finire dove stai andando.”

Lao Tzu

Hai paura di lasciare la sicurezza del tuo lavoro attuale?
La tua confortevole –anche se poco stimolante– routine professionale?
Di non andare d’accordo con il nuovo capo o i nuovi colleghi?

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Se desideri la stabilità e non ami le interruzioni della quotidianità

… è naturale aver paura del cambiamento e dell’ignoto

Avere paura di smuovere lo status quo.
Ci sta.

Se decidi un cambiamento professionale,
stai imboccando una strada affascinante e stimolante ma anche sconosciuta e (forse) piena di difficoltà.

Anche se l’ignoto può spesso apparire inizialmente minaccioso, può essere un catalizzatore per andare incontro alle soddisfazioni nella vita, tra cui una carriera piacevole e gratificante.

 


 

Come far fronte all’incertezza che accompagna il cambiamento?

Innanzitutto,
devi cercare di vivere i cambiamenti come incentivi e opportunità per la tua crescita (professionale e non) e non come minacce alla tua sicurezza e stabilità.

La reale sicurezza significa aver consapevolezza delle proprie difficoltà e sviluppare una sana fiducia in se stessi, che ti dà la certezza di essere in grado di gestire l’imprevisto.

Senza tale consapevolezza,
corriamo il serio pericolo di diventare troppo esitanti e titubanti oppure, al contrario, di buttarci con troppa foga senza calcolare rischi e conseguenze.

Temi l’ignoto perché non puoi anticipare il risultato

Non puoi controllare l’esito.
Preoccuparsi non farà che peggiorare le cose.

Tuttavia,
capire cosa sta succedendo nella tua mente può ridurre l’ansia. Aumenterà le tue possibilità di prosperare quando l’inatteso busserà alla tua porta.

Non ti sembra assurdo? Come società, adoriamo il progresso (che porta opportunità e miglioramenti) ma tuttavia –inconsciamente- tutti noi ne temiamo le conseguenze.

Desideriamo e temiamo il cambiamento allo stesso tempo.
Questo è il paradosso.

Il cambiamento è -sempre- incerto e rischioso

Se non c’è cambiamento … le organizzazioni muoiono.
Tutto ciò che resiste al cambiamento … si spegne!

Il cambiamento è vita.
L’assenza di cambiamento è morte. Estinzione.

La paura del cambiamento richiede coraggio.
Il coraggio è un muscolo che cresce lentamente e si indebolisce rapidamente.
Rimani aperto alla possibilità di sbagliare.

“Conosco delle barche che si dimenticano di partire…
hanno paura del mare a furia di invecchiare.”

Jacques Brel

Il rispetto al lavoro: 13 atteggiamenti che dovresti evitare – parte 1

il rispetto al lavoro

In molti uffici il contegno è … sfuggito di mano!

Alcune persone non si accorgono neppure nel loro comportamento offensivo o -peggio- semplicemente non se ne preoccupano.

Se pensi di essere perfetto, probabilmente farai bene a leggere questa lista solo per assicurarti di essere corretto verso gli altri.

Per salvaguardare il rispetto al lavoro e il quieto vivere in ufficio, basta non violare alcune semplici ed essenziali regole:

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

1. Essere negativo e lamentoso

Non aprire la bocca solo per dire “Che lavoro noioso, ma che freddo oggi, gli stipendi non sono puntuali …”.

Se parli solo di problemi e mai di soluzioni, rischi di essere pericolosamente etichettato come “negativo e lamentoso” da evitare a ogni costo.

Evita le lamentele e le frasi “È impossibile” o “Non si può fare”. Sono molto negative, indicano scarsa voglia e che non ci si vuole nemmeno provare.

Se le cose non vanno bene, anziché lamentarti, perché non proviamo a cambiarle?

2. Fare telefonate personali

Purtroppo episodi problematici accadono.
Ma questo non significa condividere forzatamente a tutti gli altri il tuo dramma personale.

L’ufficio non è un posto dove “combattere” con ex partner, con i tuoi figli o familiari.

Mantieni i tuoi problemi di relazione al di fuori dell’ufficio, dove altri non ti possano sentire.
Fai una pausa, o meglio ancora, rimanda fino a quando non arrivi a casa.

 


 

3. Gossippare sui colleghi

Se diffondi pettegolezzi da ufficio,
i tuoi colleghi potrebbero ascoltarti con impazienza e curiosità, ma sapranno (anche) che non potranno contare sulla tua discrezione.

È bello gossippare fuori dall’ufficio,
ma i dettagli delle vite dei tuoi colleghi non sono da condividere.

4. Trascorrere ore sui social

Sei pagato per essere produttivo, non per postare la tua ultima ricetta culinaria o ritrovare il compagno di banco del liceo.

A meno che non faccia parte del tuo lavoro, le tue attività sui social media dovrebbero essere lasciate per il pranzo o i tempi di pausa.

E anche in questo caso, usa il tuo telefono privato.


Quando le tue idee non passano, rafforza la tua autorevolezza > Fai coaching

5. Mentire per fare il “figo/a”

Sei diventato così bravo che riesci a cogliere ogni occasione per agganciarti al discorso e iniziare a parlare di te, delle cose che hai fatto, di quello che ti successo e allora …

… avanti con viaggi mai fatti, sport mai praticati, hobby mai coltivati o conoscenze importanti mai frequentate, solo per apparire più interessante o attraente agli occhi di colleghi o collaboratori.

Spesso sono solo “piccole” forzature della realtà.
Niente di grave, per carità, ma pensi davvero che -così facendo- riuscirai a impressionare gli altri e sembrare più interessante o intrigante?

6. Andare al lavoro quando sei molto malato

È ammirevole!

Il tuo impegno e la tua dedizione per il lavoro,
ma esponendo tutto l’ufficio alla tua influenza non dimostri attenzione per gli altri colleghi di lavoro.

Lavora da casa se puoi.

7. Indossare abiti provocanti fa perdere il rispetto al lavoro

Ecco uno dei modi più veloci per perdere il rispetto al lavoro, soprattutto delle altre donne.

Spesso non ce rendiamo neanche conto, ma un abbigliamento inadeguato o “sopra le righe”, oltre ad essere poco professionale, ci lascia una scia di commenti,
critiche e maldicenze che ci possono creare grandi difficoltà e nei nostri rapporti.

Continua a leggere la parte 2.

Ansia da nuovo lavoro? Cosa è normale e cosa è solo una tua paranoia

ansia da nuovo lavoro

Foto: Moshehar

Ansia da nuovo lavoro?

Iniziare in un nuovo posto può essere stimolante ed entusiasmante.

Ma anche stressante.
A tratti perfino “schiacciante”.

Devi:

  • imparare nuove procedure
  • assorbire una quantità enorme di informazioni
  • conoscere molte persone
  • fare una buona impressione sul nuovo capo.

Insomma… pressione!

È normale sentirsi:

  • nervosi
  • incerti
  • ansiosi.

L’ansia da nuovo lavoro è quasi inevitabile.

Quando entri in un ambiente nuovo, la mente comincia a “galoppare” per ritrovare equilibrio.

Alcuni pensieri sono realistici.

Altri… sono semplicemente ansie amplificate dalla nostra testa.

Vediamo alcune situazioni tipiche.

“Non capisco subito gli argomenti” → normale

Sei seduto a una delle prime riunioni.

E qualcuno comincia a parlare usando termini e concetti che non conosci.

E dentro di te pensi:
“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Succede a tutti.

Puoi:

  • chiedere spiegazioni
  • far ripetere un concetto
  • prendere appunti e approfondire dopo.

Non capire tutto subito è assolutamente normale.

Serve tempo per entrare nei meccanismi di un nuovo lavoro.

“Tutti gli altri sono più bravi di me” → paranoia

È uno dei pensieri più comuni.

E anche uno dei più dannosi.

Come scrivo nel mio libro
“Autorevolezza”, confrontarsi continuamente con gli altri è quasi sempre frustrante.

Perché?

Perché il confronto avviene spesso con un’immagine ideale.

Quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo, troverai sempre qualcuno che sembra avere qualcosa più di te.

Il confronto continuo raramente aiuta.

“Sono esausto” → normale

A fine giornata ti senti distrutto.

Nonostante i caffè.

Arrivi a casa e crolli sul divano.

Tranquillo.
È normale.

Quando inizi un nuovo lavoro il cervello lavora tutto il giorno:

  • per fare buona impressione
  • per apprendere informazioni
  • per orientarsi nel nuovo contesto.

È stancante.

Ma è una fase temporanea.
Nel giro di qualche settimana ti sentirai di nuovo più energico.

“Mi licenzieranno perché non sono esperto” → paranoia

All’inizio nessuno si aspetta che tu sia perfetto.

Chi ti ha assunto sa benissimo che:

  • devi imparare
  • devi adattarti
  • crescere nel ruolo.

Se ti hanno scelto, probabilmente è anche perché hanno visto:

  • potenziale
  • motivazione
  • voglia di imparare.

E questo conta molto.

“Non ho ancora amici qui” → normale

Nel lavoro precedente conoscevi tutti.

Ridevi con i colleghi.
Uscivate insieme.

Qui invece… ancora no.

È normale.

Le relazioni sul lavoro richiedono tempo.

Un consiglio: evita di creare legami attraverso il gossip.

Spettegolare per sembrare “uno del gruppo” spesso danneggia la reputazione.

Molto più di quanto immagini.

Creare buone relazioni nel nuovo lavoro non è solo questione di tempo, ma anche di atteggiamento.

“Nessuno vuole mangiare con me” → paranoia

I primi giorni può capitare di pranzare da soli.
Non c’è ancora confidenza.

Non aspettare sempre che siano gli altri a invitarti.

A volte basta fare il primo passo:
“Posso sedermi con voi?”

È più semplice di quanto sembri.

E ti farà apparire una persona aperta e disponibile.

“Non piaccio a nessuno” → paranoia

Non puoi controllare il giudizio degli altri.
È impossibile.

Anche se sei:

  • disponibile
  • gentile
  • professionale

ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarti.
E a vederti come una minaccia per la sua carriera.

Prima lo accetti, meglio è.

Metti a tacere la tua voce interiore negativa e concentrati su ciò che conta davvero:
allinearti al nuovo lavoro.

“Non sono adeguato per questo ruolo” → paranoia

Capita spesso nei primi mesi.

Ti guardi intorno e pensi:
“Ma dove mi sono cacciato?”

Hai la sensazione di non sapere abbastanza.
Di non essere all’altezza.

Questo stato ha anche un nome: sindrome dell’impostore.

Succede più spesso di quanto pensi.
E non significa che tu non sia capace.

A dedicato un intero capitolo del mio libro “Prima volta Leader” a tale sensazione di inadeguatezza.

“Mi hanno assunto per A e B, ma sto facendo X e Y” → attenzione

Qui la situazione è diversa.

Se il lavoro che stai facendo è molto diverso da quello per cui sei stato assunto, vale la pena parlarne.

Con il tuo responsabile.

A volte è solo una fase iniziale.
Altre volte no.

Se la discrepanza è grande e permanente, può essere il segnale che quel ruolo non è davvero quello giusto per te.

Leggi il mio post per approfondire: Il nuovo lavoro è diverso da come immaginato. E adesso?

“Ho fatto un errore” → normale

Nessuno nasce imparato.

E nessuno è perfetto.
Tutti sbagliano.

Anche le persone che oggi ti sembrano più competenti hanno commesso — e continuano a commettere — errori.

La differenza sta in una cosa:
imparare da quegli errori.

“Ho fatto un errore… mi licenzieranno” → paranoia

Un errore non provoca l’apocalisse.

Il mondo non smette di girare.

E nella maggior parte dei casi non costa il posto lavoro.

Se ti hanno assunto è perché qualcuno ha visto valore in te.
Non impegnarti a dimostrare il contrario.

Hai fatto un errore sul lavoro?
Se vuoi approfondire: Come chiedere scusa al lavoro. Basta dire “Mi dispiace”?

“Devo essere perfetto” → paranoia

Il perfezionismo spesso nasce dal bisogno di approvazione.

Se tutto è perfetto, nessuno potrà criticarti.

Ma nel lavoro reale la perfezione è raramente necessaria.

A volte “buono” è più che sufficiente.
E soprattutto è più efficace.

Meglio consegnare qualcosa di valido oggi…
che aspettare la perfezione e non consegnare nulla.

“Non pensavo fosse così dura” → normale

Il mondo del lavoro è diventato più competitivo.
Più veloce.
Più complesso.

Per ambientarsi servono:

  • impegno
  • preparazione
  • resilienza

È normale sentirsi sotto pressione all’inizio.

Ansia da nuovo lavoro? In conclusione

L’ansia da nuovo lavoro è normalissima.

Stai entrando in un ambiente nuovo, con nuove persone e nuove aspettative.
Il cervello ha bisogno di tempo per adattarsi.

Respira.
Impara.

Concediti qualche settimana.
Poco alla volta, tutto diventerà più familiare.

Quando inizi un nuovo lavoro non devi dimostrare di sapere già tutto.

Devi solo dimostrare che sei disposto a imparare.

Nuovo lavoro: 10 modi per farsi apprezzare subito dai nuovi colleghi

nuovi colleghi
Come il primo giorno di scuola.

Cominciare un nuovo lavoro è un po’ come il primo giorno di scuola.

Di tempo ne è passato.
Ora sei grande.
Le apprensioni sembrano diverse.

Eppure, se ci pensi bene…
le domande sono le stesse.

Già nella prima settimana riaffiorano le insicurezze tipiche di quel giorno lì.

Soprattutto una:

sarò accettato dai nuovi colleghi?

  • “Come saranno?”
  • “Disponibili o arroganti?”
  • “Mi troverò bene?”
  • “Sarò giudicato?”
  • “Mi accetteranno o mangerò da solo come un reietto?”
  • “Piacerò a tutti?”

Domande normali.
Umanissime.

La buona notizia è che qualcosa puoi farla.
Per dare la giusta impressione.
E costruire rispetto fin dall’inizio.

Ecco 10 modi per farsi apprezzare dai nuovi colleghi, subito.

1. Essere in orario

Partiamo da una banalità grande quanto una casa.
Eppure, quanti ci cascano.

Traffico.
Parcheggio.
“Non pensavo che…”

No.

Essere in orario dice molto di te.
Rispetto.
Affidabilità.
Responsabilità.

2. Presentati

Non penserai davvero di nasconderti dietro al PC tutto il giorno. Vero?

Fatti coraggio.
Prendi iniziativa.
Presentati.
A tutti.

Apprezzeranno lo sforzo.

E prova a ricordare i nomi:
salutare qualcuno per nome il giorno dopo fa più effetto di mille parole.

Per ricordarsi i nomi dei nuovi colleghi leggi il mio post:
“7 trucchi per ricordare il nome dei nostri clienti”

3. Conosci i tuoi colleghi

Durante il pranzo o le pause caffè,
prenditi tempo.

Chiedi (davvero):
“Come stai?”

Potresti sorprenderti di quanto avete in comune.

E ricordati di sorridere.
La tensione del nuovo ruolo può “stamparti” in faccia un’espressione chiusa.

Messaggio sbagliato.
Persone lontane.

4. Offri il tuo aiuto

Fai sapere che sei disponibile.
Anche su progetti che non sono nel tuo to-do.

Con rispetto.
Senza invadere.
Senza prevaricare.

Dimostri spirito di squadra.
E impari come funzionano davvero le cose.

Una frase semplice:
“Posso aiutarti in qualche modo?”

La reputazione viaggia veloce.

5. Fai domande. Parla poco. Ascolta.

Nei primi giorni è facile parlare troppo di sé.
Per piacere.
Per dimostrare.

Fermati.
Ascolta.

Lascia l’ultima parola agli altri.
Non interrompere chi è concentrato o impegnato.

Un cenno, un “a più tardi”, è già rispetto.

6. Esprimi il piacere di unirti al team

Se ti senti davvero grato per l’opportunità,
dillo.

Ringrazia.
Riconosci l’aiuto ricevuto.

Ricorda anche questo:
per qualcuno, il tuo arrivo potrebbe sembrare una minaccia.
Anche se non lo sei.

7. “Posso sedermi qui?”

Non aspettare sempre l’invito.
Respira.
Mettiti in gioco.
Chiedi.

Sederti con gli altri a pranzo comunica apertura e sicurezza.
Accetta inviti per un caffè.

E, ogni tanto, non parlare solo di lavoro.

8. Non fare il saputello

“L’auto-presunzione può condurre all’auto-distruzione.”
Esopo

Resisti alla tentazione di impressionare.
Di correggere.
Di dimostrare.

Umiltà e rispetto battono competenza esibita.
Sempre.

Osserva.
Capisci come funziona l’azienda.
Mostra interesse genuino per le persone.

I risultati arriveranno.

9. Non lamentarti e non spettegolare

È una trappola facile.
E velocissima.

Stai fuori dalla “zona piagnucolosa”.
Evita gossip e lamentele, soprattutto all’inizio.

Un sorriso neutro basta.
Chi capisce, capisce.

10. Mostra interesse per i ruoli

Sapere chi fa cosa ti fa lavorare meglio.
E prima.

Fare domande sul ruolo degli altri dimostra interesse vero.

Osserva il contesto:

  • Ambiente informale o formale?
  • Dopo il lavoro si socializza o si scappa a casa?
  • Il tempo insieme è valore o inefficienza?

Adatta il tuo stile.
Almeno all’inizio.

Chi ben comincia…

In definitiva

Non devi piacere a tutti.
Devi essere rispettoso, autentico e presente.

Comprendere il contesto aiuta.
Adeguarsi per farsi accettare, all’inizio, è intelligente.

Ma perdere sé stessi per piacere… no.

Rispetto e assertività possono convivere.
E fanno la differenza,
da subito.