10 modi in cui bravi manager dicono cose giuste nel modo sbagliato

comunicare da leader

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Dire cose giuste non basta: se sbagli il modo, il messaggio cambia.

“Non è importante quello che dici, ma come lo dici.”

Probabilmente hai sentito questa frase decine di volte.

Eppure, sul lavoro, continuiamo a comportarci come se contassero soprattutto i contenuti.

Prepariamo argomentazioni impeccabili.
Cerchiamo le parole giuste.
Costruiamo ragionamenti logici.

Poi succede qualcosa di curioso.

L’altra persona si irrigidisce.
Si offende.
Va sulla difensiva.
Oppure interpreta il nostro intervento come un attacco.

E ci ritroviamo a pensare:

“Ma io avevo ragione.”

Probabilmente è vero.

Il problema è che, nelle relazioni professionali, avere ragione non significa necessariamente essere ascoltati.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” il modo in cui comunichi modifica il significato delle tue stesse parole.

Pensa a una canzone rap cantata nello slang di una grande metropoli americana.

Magari non comprendi quasi nulla del testo.

Eppure percepisci rabbia.
Riscatto.
Frustrazione.

Lo stesso accade con un’opera lirica.

Molte persone si emozionano profondamente senza comprenderne il significato letterale.

Il cervello interpreta molto più delle parole

Interpreta il tono.
Il ritmo.
L’intenzione.
L’energia.

Ed è esattamente ciò che succede anche in ufficio.

Puoi dire una cosa giusta e ottenere un effetto sbagliato.

Non perché il contenuto sia errato.

Ma perché il modo in cui arriva modifica completamente ciò che l’altra persona sente.

Ecco alcune situazioni nelle quali potresti perdere autorevolezza senza rendertene conto.

1. Le parole sono giuste, ma il linguaggio è sbagliato

Le parole possono costruire oppure chiudere una conversazione.

Per esempio:

  • “È un’idea pessima.”
  • “Non sono sicuro sia la soluzione migliore.”

Oppure:

  • “Non sono d’accordo.”
  • “La vedo in modo diverso.”

La differenza non è soltanto nella cortesia.

È nella disponibilità che lasci all’altro di continuare a pensare insieme a te.

Anche un feedback può cambiare completamente tono.

Piuttosto che dire:

  • “Ci sono errori nel report.”

prova:

  • “Possiamo guardare insieme questa parte? Ho notato qualcosa che merita un controllo.”

2. Il corpo smentisce la voce

La comunicazione non verbale arriva prima delle parole.

Braccia incrociate.
Sopracciglia aggrottate.
Occhi al cielo.
Testa che scuote continuamente.

Anche se stai dicendo qualcosa di sensato, il tuo corpo potrebbe comunicare:

  • “Sono qui per darti torto.”

3. Hai ragione, ma sembri aggressivo

Interrompi.
Parli sopra gli altri.
Punti il dito.
Mantieni uno sguardo inquisitore.

Il risultato?

Le persone smettono di ascoltare il contenuto e iniziano a difendersi dal tuo atteggiamento.

Se vuoi comunicare da leader non rinunciare alla fermezza.

Esprimila con calma.

4. Hai ragione, ma sembri sapere sempre tutto

Ci sono frasi che chiudono qualsiasi confronto.

Per esempio:

  • “Fossi in te…”
  • “Al tuo posto…”
  • “Devi capire che…”

Magari il consiglio è corretto.

Ma il modo in cui arriva comunica superiorità.

L’autorevolezza non ha bisogno di mettersi sopra.

5. Hai scelto la persona sbagliata

Esistono organizzazioni dove il dissenso viene accolto.

Altre nelle quali viene vissuto come un attacco personale.

Prima di parlare chiediti:

  • Chi ho davanti?
  • Il mio interlocutore desidera davvero confrontarsi oppure vuole soltanto conferme?

La diplomazia non consiste nel tacere.

Consiste nel capire come e quando dire la stessa cosa.

6. Sei troppo morbido… oppure troppo duro

Quando devi dire “no”, evita lunghi giri di parole.

Se ti giustifichi troppo, sembri insicuro.

Quando invece devi correggere qualcuno, evita l’effetto opposto.

Se vuoi comunicare da leader non serve affondare il coltello.

Parla del comportamento.
Non demolire la persona.

L’obiettivo non è avere l’ultima parola.

È migliorare la situazione.

7. Il tono cambia il significato

Puoi usare le parole perfette.

Se però il tono è:

  • stanco,
  • rumoroso,
  • monotono,
  • impaziente,

le persone ricorderanno quello.

Non il contenuto.

Ancora una volta la differenza la fa il come, non il cosa.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

8. Hai parlato nel momento sbagliato

Anche una frase corretta può fare danni.

Dire:

  • “Avresti potuto fare di più.”

a una persona che ha appena dato tutto se stessa produce scoraggiamento, non crescita.

Prima di parlare chiediti:

  • È questo il momento giusto?
  • Oppure la persona, prima di tutto, ha bisogno di ritrovare equilibrio?

9. Correggi davanti agli altri

Quasi sempre è un errore.

Anche quando hai ragione.

Un feedback dato davanti al team rischia di trasformarsi in umiliazione.

Meglio un confronto privato.

L’unica eccezione è quando intervenire subito evita conseguenze importanti per tutto il gruppo.

10. Ti concentri solo sul contenuto

Molti cercano le parole giuste.

Pochi preparano il modo in cui le diranno.

Eppure è proprio lì che si gioca gran parte dell’autorevolezza.

Il tono.
La postura.
Le pause.
Il momento.
La relazione.

Tutto questo modifica il significato delle stesse identiche parole.

In conclusione… per comunicare da leader

Quando una conversazione va male, siamo portati a pensare:

  • “Forse ho detto la cosa sbagliata.”

A volte è vero.

Molto più spesso, però, hai detto la cosa giusta nel modo sbagliato.

Oppure alla persona sbagliata.
Oppure nel momento sbagliato.

Ricorda: l’autorevolezza non nasce soltanto da ciò che sai.

Come diventare leader: mostrare la presenza di un executive, anche se non lo sei

come diventare leader

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Viviamo in un mondo del lavoro che non si ferma mai.

Telefonate.
Riunioni.
E-mail.
Chat.
Decisioni continue.

È diventato difficile trovare anche solo pochi minuti per raccogliere i pensieri, osservare con lucidità quello che sta accadendo e scegliere con calma la risposta migliore.

Eppure è proprio qui che potresti perdere autorevolezza.

Non perché manchi di competenza.

Perché reagisci troppo in fretta.

La fretta viene spesso confusa con efficienza.

In realtà, molto spesso, comunica il contrario: agitazione, pressione, bisogno di controllo.

La calma, invece, non rallenta il lavoro.

Rallenta solo ciò che rischia di farti sbagliare.

La calma è una forma di presenza

Se vuoi trasmettere autorevolezza, dovresti imparare a portare più calma nella tua vita quotidiana. Non soltanto al lavoro.

La presenza di un leader nasce da qui.

Non dalla voce più forte.
Non dal titolo.
Non dalla capacità di avere sempre una risposta.

Nasce dalla capacità di restare centrato mentre intorno tutto accelera.

Una persona calma comunica equilibrio.

Le persone percepiscono che sai governare prima di tutto te stesso.
Per questo tendono a fidarsi di te.

La calma diventa influenza

Questo è potere.

Non il potere dell’autorità.
Il potere della presenza.

Più impari a rallentare il modo in cui cammini, parli e pensi, maggiore sarà la sensazione di controllo che trasmetterai.

E prima ancora… che sentirai.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, la presenza da executive nasce molto prima delle parole.

Nasce da come entri in una stanza.

Da come occupi lo spazio.
Da come riesci a restare saldo quando gli altri perdono equilibrio.

Come diventare leader? Comincia dal tuo corpo

Il linguaggio del corpo influenza profondamente la tua presenza.

Molte persone lavorano sui contenuti.
Pochissime lavorano sul modo in cui li incarnano.

Prova a osservarti.

  • Hai spesso le braccia conserte?
  • Cammini troppo velocemente?
  • Ti muovi in modo nervoso?
  • Giocherelli continuamente con le mani?

Sono piccoli dettagli.
Ma comunicano moltissimo.

Una postura stabile, le spalle aperte, movimenti lenti e intenzionali trasmettono sicurezza prima ancora che tu inizi a parlare.

Mostrare i palmi delle tue mani comunica apertura.

Camminare con passi regolari comunica controllo.

Non avere fretta comunica fiducia.

Pensa a una pantera prima della caccia.

Non corre ovunque.

Si muove lentamente.
Con precisione.
Con assoluta consapevolezza della propria forza.

Il contatto visivo racconta chi sei

Guardare negli occhi le persone comunica fiducia.

Dice che sei presente.
Che stai ascoltando.
Che non hai bisogno di nasconderti.

Al contrario, evitare continuamente lo sguardo può farti apparire distratto, insicuro oppure poco trasparente.

Attenzione però anche all’eccesso.

Uno sguardo troppo intenso può trasformarsi facilmente in pressione o aggressività.

Come spesso accade nella leadership, non è questione di fare di più.

È questione di trovare la giusta misura.

Anche il tuo volto comunica prima delle parole

Stress.
Scadenze.
Imprevisti.
Pressione.

Tutto questo lascia tracce sul tuo viso.

A volte entri in ufficio senza essere arrabbiato.

Eppure il tuo volto racconta esattamente il contrario.

Un’espressione costantemente corrucciata allontana.
Un sorriso autentico, invece, suggerisce disponibilità, sicurezza e apertura.

Le persone non si fidano soltanto di ciò che dici.

Si fidano anche di ciò che vedono.

Mostrare le tue emozioni non significa perdere autorevolezza.

Significa risultare umano.

Naturalmente anche qui serve equilibrio.

Espressioni troppo teatrali rischiano di sembrare costruite.

L’obiettivo non è recitare.
È essere coerente.

La presenza comincia dal dialogo che hai con te stesso

La presenza da leader non riguarda soltanto il modo in cui gli altri ti percepiscono.

Comincia dal modo in cui tu percepisci te stesso.

Se pensi continuamente di non essere all’altezza, di dover dimostrare qualcosa oppure di non meritare quel posto al tavolo, il tuo corpo finirà per raccontarlo.

Prima ancora della tua voce.

Il dialogo interiore influenza profondamente il modo in cui lavori, comunichi e prendi decisioni.

Anche il respiro diventa un indicatore prezioso.

Quando accelera senza motivo, spesso è l’ansia che ha preso il comando.

E recuperare lucidità significa tornare a scegliere.

Non semplicemente reagire.

La presenza autorevole non consiste nel diventare qualcun altro

Questo è forse il fraintendimento più diffuso.

Molti pensano che avere presenza significhi imitare il dirigente carismatico, parlare con una voce più profonda o assumere atteggiamenti costruiti.

Non è così.

La presenza autorevole nasce quando smetti di recitare.

Quando diventi una versione più stabile, più consapevole e più intenzionale di te stesso.

Richiede allenamento.
Richiede pratica.
Il desiderio di migliorare continuamente.

Non di trasformarti in qualcun altro.

Se vuoi approfondire il tema della presenza autorevole puoi leggere il mio libro “Autorevolezza“.

Oppure scoprire come posso aiutarti attraverso un percorso di coaching dedicato a rafforzare il tuo carisma e la tua leadership con collaboratori e colleghi.

Ogni Nuovo Anno promettiamo di cambiare. Ma cambiamo davvero?

obiettivi 2022
Ogni nuovo anno promettiamo di cambiare. Forse dovremmo cambiare il modo in cui scegliamo di cambiare.

Ogni volta che comincia un nuovo anno succede la stessa cosa.

Facciamo progetti.
Scriviamo liste.
Promettiamo a noi stessi che questa sarà la volta buona.

Per qualche giorno ci sentiamo diversi. Più motivati. Più disciplinati. Più ottimisti.

Poi la vita ricomincia.

Le urgenze tornano.
Le vecchie abitudini riappaiono.
Le energie diminuiscono.

E molti buoni propositi spariscono in silenzio.

Le statistiche raccontano che buona parte di essi viene abbandonata già dopo poche settimane.

La spiegazione più semplice è dire che ci manca la forza di volontà.

Io non ne sono così convinto.

Forse il problema è un altro.

Forse chiediamo ai buoni propositi di fare un lavoro che dovrebbero fare le nostre abitudini.

Oppure pretendiamo di controllare un futuro che, per sua natura, non può essere controllato.

Ogni anno immaginiamo una strada perfettamente lineare.

La realtà, invece, ci presenta deviazioni, imprevisti, cambi di direzione.

Non è pessimismo.

È semplicemente la vita.

Per questo, negli ultimi anni, ho cambiato il modo di guardare agli obiettivi.

Non perché abbia smesso di credere nella crescita.

Ma perché ho imparato che la lucidità vale più dell’entusiasmo dei primi giorni di gennaio.

Queste sono le idee che provo a ricordare a me stesso.

Non scelgo buoni propositi. Scelgo intenzioni.

Un proposito contiene già un risultato.

Se non lo raggiungo, rischio di viverlo come un fallimento.

Un’intenzione è diversa.
Indica una direzione.

Per esempio:

  • “Desidero diventare più presente quando ascolto le persone.”
  • “Voglio imparare a fare domande migliori.”

Sono intenzioni che non dipendono dalle circostanze ma dal modo in cui decido di comportarmi.

Paradossalmente sono proprio quelle che, nel tempo, producono i cambiamenti più profondi.

Sostituisco le grandi aspettative con piccoli passi.

Le aspettative cercano di controllare il risultato.
Le intenzioni orientano il comportamento.

La differenza è enorme.

Non posso controllare quello che succederà nei prossimi mesi.

Posso però decidere come lavorerò oggi.
Posso scegliere il prossimo passo.

Ed è quasi sempre sufficiente.

Non ho bisogno di vedere tutta la strada.

Mi basta vedere il tratto successivo.

La chiarezza arriva camminando.

Molti aspettano di avere tutto chiaro prima di partire.

Quasi mai funziona così.

La chiarezza non precede l’azione.
La segue.

È come percorrere un vialetto illuminato da piccoli faretti che si accendono soltanto quando fai un passo avanti.

Non vedi il traguardo.

Vedi abbastanza per continuare.

Ogni decisione presa con consapevolezza illumina quella successiva.

Anche nel lavoro succede così.

Puoi trovare qualche spunto anche nel mio libro “Autorevolezza“, dove approfondisco il rapporto tra consapevolezza, decisioni e leadership.

Non rinuncio ai miei progetti. Li metto in pausa quando serve.

Abbiamo l’abitudine di pensare che esistano solo due possibilità:

  • andare avanti;
  • rinunciare.

In realtà ne esiste una terza.

Aspettare il momento giusto.

Ci sono periodi nei quali insistere significa solo consumare energie.

Mettere un progetto in stand-by non significa abbandonarlo.

Significa proteggerlo.

Quando arriveranno condizioni migliori, potrai riprenderlo con maggiore forza.

Cerco di affrontare subito ciò che mi mette a disagio

Le cose difficili tendono a peggiorare mentre aspettiamo.

Una telefonata rimandata.
Un confronto evitato.
Una decisione lasciata in sospeso.

Il problema raramente rimane uguale.

Quasi sempre cresce.

I leader autorevoli non eliminano le difficoltà.

Le affrontano prima che diventino troppo grandi.

Preferisco obiettivi vicini a obiettivi lontani.

Gli obiettivi molto ambiziosi sono affascinanti.

Ma possono anche diventare paralizzanti.

Preferisco chiedermi:

  • Cosa posso realizzare questa settimana?
  • Qual è il passo più utile oggi?

Ogni piccolo progresso alimenta motivazione.

La motivazione, invece, raramente nasce aspettando un grande risultato.

Proteggo la mia attenzione.

Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni.

Notizie.
Opinioni.
Allarmi.
Aggiornamenti.

Ho davvero bisogno di sapere tutto?

Oppure mi basta comprendere ciò che è davvero utile?

L’attenzione è una risorsa limitata.

Preferisco investirla sulle soluzioni piuttosto che alimentare continuamente le preoccupazioni.

Alla fine conta soprattutto una domanda.

Non:

  • “Che cosa succederà?”

Ma:

  • “Come risponderò a quello che succederà?”

Questa domanda cambia completamente prospettiva.

Non elimina l’incertezza.

Restituisce però qualcosa di molto prezioso.

La responsabilità.

Perché il futuro non dipenderà soltanto dagli eventi.

Dipenderà soprattutto dalla lucidità con cui saprò leggerli, interpretarli e affrontarli.

Ed è questa, oggi, l’intenzione che considero più importante di tutte.