9 modi per fermare la strisciante e continua sensazione di inadeguatezza al lavoro

inadeguatezza al lavoro
Hai la sensazione di essere meno efficace degli altri?
Anche nelle attività più semplici?

Hai paura di essere “lento”?

C’è sempre troppo-da-sapere.
Troppe competenze da dimostrare.
Ogni nuovo incarico sembra enorme.

E ogni incontro con il capo o con i colleghi potrebbe essere
“quello buono” in cui scopriranno che non sei all’altezza?

Anche se
— fino a oggi —
l’azienda sembra soddisfatta,
tu dubiti di te stesso.

E inizi, giorno dopo giorno,
a minare la tua fiducia.

L’inadeguatezza al lavoro è dolorosa

Soprattutto di notte.

Il buio amplifica.

Riaffiorano timori indefiniti.
Paure senza nome.
La sensazione di non essere abbastanza.

Fa male.

Ti è mai capitato di “sentire” quel dolore?

Se non impari a sopportarlo,
non potrai mai raggiungere serenità professionale.

Allora cosa fare?

Rinunciare?
Aspettare di essere “scoperto”?
Oppure rimboccarti le maniche e spingerti oltre?

Potrei dirti, come ho scritto nel mio libro Prima volta Leader:
“Non preoccuparti.
Basta avere un po’ di fiducia.”

Ma lo so.
Non basta.

Non scioglie quel groppo in gola.

Ecco allora 9 punti concreti da ricordare:

1. Sei stato assunto per le tue competenze

Oggi i processi di selezione sono lunghi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni multiple.

Ti hanno osservato da vicino.

Se ti hanno scelto, è perché credono nel tuo potenziale.

Non lavorare per farli cambiare idea.
Lavora per crescere.

2. Attenzione alla trappola della perfezione

Quando finisci un lavoro, sei soddisfatto?
O pensi sempre che “non sia abbastanza”?

Alzi continuamente l’asticella.
Ti carichi di pressione.
Ti perdi nei dettagli.

La perfezione sproporzionata
non è un pregio.

È un sabotaggio.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Guarda i fatti. Solo i fatti.

Respira.

Siediti.
Analizza la realtà, nuda-e-cruda.

Non le fantasie.
Non i tuoi fantasmi interiori.

Ci sono prove oggettive della tua competenza.

Se non ti hanno scelto per un progetto,
non significa che sei incompetente.

Significa solo che — in questo momento —
non eri la persona più adatta.

Vieni a patti con il tuo critico interno.

4. Condividi le tue preoccupazioni

Non restare solo con i tuoi dubbi.

Parlane con qualcuno di cui ti fidi davvero:

Un partner.
Un amico.
Il collega fidato.

O un coach professionista.

Un confronto esterno ridimensiona paure enormi.

A volte poche sessioni di coaching possono restituirti più sicurezza di mesi di rimuginio.

5. Conta la valutazione di chi ti ha assunto

Nel lavoro non conta ciò che pensi tu.

Conta ciò che osserva chi-ti-paga.

Spesso siamo giudici severissimi di noi stessi.

Molti sopravvalutano le proprie competenze.
Altri — validissimi — si sottovalutano.

Probabilmente appartieni al secondo gruppo.

6. Usa l’inadeguatezza come carburante

Può diventare una spinta potente.

Ti obbliga a studiare di più.
A prepararti meglio.
A fare formazione.
Chiedere supporto.

Invece di paralizzarti,
può portarti fuori dalla zona di comfort.

La paura di non essere all’altezza può diventare il tuo alleato.

È successo anche a me.
Molte volte.

E ogni volta mi ha fatto crescere.

7. I datori di lavoro non fanno regali

Nessuno paga stipendio e contributi
a una persona ritenuta inutile.

Se non si lamentano,
è perché il tuo lavoro va bene.

Hanno visto potenziale.
Volontà.
Capacità di apprendere.

Fidati anche tu.

8. Attenzione alla profezia che si auto-avvera

Non è stregoneria.

Se sei convinto di non essere capace,
inizierai a comportarti come tale.

Più ansia.
Più errori.
Ancora più conferme del tuo dubbio.

Ed ecco il circolo vizioso.

9. Non puoi controllare il giudizio degli altri

È impossibile.

Puoi essere competente, disponibile, professionale.
Qualcuno troverà comunque qualcosa da criticare.

Prima lo accetti, meglio è.

Domande come:

  • “Merito questo lavoro?”
  • “Sono davvero capace?”
  • “Come mi valutano gli altri?”

possono monopolizzare la tua mente.

Metti a tacere la voce interiore negativa.
Lascia che quei pensieri si consumino da soli.

E fai l’unica cosa sensata:
abbraccia la sfida.

Inadeguatezza al lavoro?

Lavora su te stesso.
Sviluppa i tuoi punti di forza.

Accetta e supera le tue debolezze.
Convoglia l’energia nel miglioramento.

Non nella paura.

In finale

Inadeguatezza al lavoro non significa essere incompetenti.
Significa che tieni a ciò che fai.

La differenza non sta nell’assenza di dubbio.
Sta in cosa fai dopo.

E lì — davvero — si costruisce la tua solidità professionale.

10 spunti per scrivere mail come un CEO, anche se non lo sei

scrivere mail
Siamo tutti occupati.

Poco tempo.
Tante cose da fare.
Informazioni da gestire sempre più in fretta.

Nessuno vuole perdere 10 minuti in una conversazione
su qualcosa che richiederebbe una semplice mail.

Allo stesso modo, nessuno ha voglia di decifrare messaggi contorti, lunghi o poco chiari.
Che non vanno dritti al punto.

Ecco 10 accorgimenti per scrivere mail come un executive
(anche se non lo sei):

1. Chiarisci prima di tutto lo scopo della mail

Ogni volta che ti siedi per scrivere mail, fermati un istante.

Chiediti:

Perché sto inviando questa mail?
È davvero necessaria?

Se non riesci a rispondere con chiarezza, non inviarla.

Scrivere senza sapere cosa vuoi davvero ottenere significa che non hai ancora fatto ordine nel pensiero.

E se non sei chiaro tu,
non lo sarà neppure il tuo destinatario.

Il risultato?

Tempo sprecato.
Autorevolezza che si abbassa.
E una mail in più che forse non serviva.

2. Usa la regola: una mail = una cosa

Nelle riunioni, avere più punti all’ordine del giorno può essere utile.

Nelle mail, no.

Meno roba c’è, meglio è.

Una mail dovrebbe contenere una richiesta, un tema, un obiettivo.

Se devi parlare di un altro progetto, di un altro compito o di un’altra decisione,
scrivi un’altra mail.

Questo aiuta chi legge.
Ma aiuta anche te a essere più ordinato.

3. Vai dritto al punto

In una mail dovresti usare meno frasi possibile.

L’imprenditore e saggista Guy Kawasaki propone una regola interessante:

limitare il testo a 5 frasi.

Non sempre è possibile, certo.

Ma molto spesso sì.

Con meno di 5 frasi rischi di sembrare brusco.
Con molte di più, spesso fai perdere tempo.

Anch’io seguo questa logica.
E ti assicuro che, con un po’ di allenamento, diventa naturale.

Scrivi meglio.
Più in fretta.
E con più impatto.

4. Evita negazioni e frasi che seminano dubbi

Frasi come:

“Non so se questo funzionerà…”
“Spero che i risultati non siano…”
“Ho ragione?”
“Mi capisci?”

indeboliscono il messaggio.

Invece di presentare i tuoi pensieri con chiarezza,
stai già insinuando un dubbio.

E se dubiti tu, perché dovrebbe fidarsi l’altro?

Essere autorevoli vuol dire anche questo:
esporre un’idea senza sminuirla prima ancora di averla detta.

5. Smettila di chiedere scusa così tanto

“Mi auguro che…”
“Mi sembra…”
“È probabile che…”
“Scusa il disturbo”
“Era solo un’idea”
“Spero di non aver sbagliato”

Sono frasi comuni.
Normali nel parlato quotidiano.

Ma nelle mail, se usate troppo spesso, trasmettono insicurezza.

Fanno sembrare il tuo messaggio più debole.
Meno deciso.
Meno credibile.

Anche la parola “solo” tende a ridimensionarti.

“Volevo solo chiedere…”
“Era solo un’idea…”

No.
Non è “solo”.

Per chiarezza: non si tratta di fare il duro.
E nemmeno di smettere di chiedere scusa quando serve davvero.

Il punto è non usare continuamente parole come “scusa”, “solo”, “credo”
quando finiscono per togliere forza a ciò che stai dicendo.

6. Usa frasi brevi, paragrafi brevi ed elenchi puntati

Una mail deve essere digeribile.

Evita i blocchi monolitici di testo.
Affaticano chi legge.
E spesso vengono saltati.

Se ti accorgi che stai andando oltre 4 o 5 frasi consecutive, valuta di spezzare.

Meglio ancora se puoi usare un elenco puntato.

Taglia ciò che puoi tagliare.
Se una parola lunga può essere sostituita da una corta, fallo.

Più la tua frase è pulita,
più il messaggio arriva.

7. Inserisci sempre una call to action chiara

Non dare mai per scontato che il destinatario abbia capito cosa deve fare.

Scrivilo tu.
In modo semplice.
Senza vaghezze.

Per esempio:

  • “Mi puoi inviare i file XYZ entro giovedì?”
  • “Potresti scrivere ad Annalisa entro due settimane e aggiornarla su…?”
  • “Scrivi a Sergio e fammi sapere entro domani sera cosa ne pensa.”
  • “Informa Paolo e dimmi entro il 1° febbraio se ha domande.”

Chi legge deve capire subito:

  • cosa vuoi,
  • da chi,
  • entro quando.

8. Rileggi. Sempre. E con calma

Può sembrare un’ovvietà.

Non lo è affatto!

Spesso scrivere una mail breve è più difficile che scriverne una lunga.

Prima di inviare qualsiasi cosa, leggila.
Meglio ancora: leggila ad alta voce.

Controlla ortografia,
grammatica,
tono,
chiarezza.

Se la mail è importante,
falla rileggere a una persona fidata.

Un collega.
Un collaboratore.
Un amico.
Il partner.

Quando si tratta di mail delicate, non è una gara di velocità.
È un esercizio di precisione.

Se puoi, salvala in bozza e rileggila più tardi.

Io lo faccio spesso.

E quasi sempre, tornando sul testo con occhi-nuovi,
vedo subito cosa togliere, cosa correggere, cosa chiarire.

Chiediti:

  • “La mia richiesta è chiara?”
  • “Ci possono essere malintesi?”
  • “Come la prenderei, se fossi io a riceverla?”

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

9. Fai trasparire la tua personalità

Le email dovrebbero riflettere chi-sei nel mondo reale.

Non in modo eccessivo.
Non in modo teatrale.
Ma sì, un po’ di te deve sentirsi!

Evita emoticon, abbreviazioni tipo LOL, font colorati o sfondi creativi.
In ambito professionale, raramente aiutano.

Ma non diventare neppure robotico.

“Per favore” e “grazie” restano segni semplici di educazione e professionalità.

10. Sappi quando non usare la mail

Ci sono conversazioni in cui il tono e il linguaggio del corpo fanno tutta la differenza.

In quei casi, la mail non basta.
Anzi, rischia di peggiorare le cose.

Se non diresti una cosa in faccia a una persona, non scriverla in una mail.

Se la questione richiede un confronto più profondo,
meglio una telefonata.

Se la telefonata rischia di durare più di 5 o 10 minuti,
forse è meglio incontrarsi.

La vera autorevolezza sta anche qui:
sapere qual è il mezzo giusto.

Hai bisogno di una telefonata?
Oppure bastano due righe ben scritte?

Serve davvero scrivere mail?
Oppure una chiamata può chiarire meglio favore, dubbio o contrarietà?

Anche questa è autorevolezza.

A questo proposito,
scopri il mio libro che si intitola proprio “Autorevolezza“.

8 segnali che il problema non sono i tuoi collaboratori, ma sei tu!

problemi con il team

Foto di Arden

Quante volte ti sei chinato su report, risultati e previsioni chiedendoti:

“Perché il mio team non riesce a raggiungere i risultati?”

Collaboratori poco motivati?
Poco competenti?
Scarsa iniziativa?
Problemi di comunicazione?

Mettere insieme persone capaci ed esperte non garantisce automaticamente che un team funzioni.

Questo probabilmente lo sai.

Ma prima di convocare l’ennesima riunione per capire che cosa non va nei tuoi collaboratori, prova a farti una domanda un po’ più scomoda.

Problemi con il team?
E se una parte del problema fossi tu?

Problemi con il team. Prima guarda anche dalla tua parte

Non significa assumerti la responsabilità di qualsiasi difficoltà.

Un collaboratore può essere poco motivato, poco competente o avere comportamenti che devono essere affrontati.

Ma chi guida un team influenza inevitabilmente ciò che accade al suo interno.

Il tuo stile.
Le tue decisioni.
Il modo in cui comunichi.
Cosa tolleri e cosa correggi.

Lo spazio che lasci alle persone.

Prima di chiederti che cosa non funziona nel tuo team, chiediti che cosa stai facendo tu per farlo funzionare meglio.

Ecco 8 segnali che vale la pena osservare.

1. Non dai feedback

Le persone hanno bisogno di capire che cosa stanno facendo bene e che cosa devono correggere.

Se intervieni soltanto quando qualcosa è ormai diventato un problema, lasci troppo spazio alle interpretazioni.

Non serve commentare continuamente ogni azione.

Serve però che un collaboratore non debba chiedersi per mesi:

“Sto lavorando bene oppure no?”

Un feedback specifico e tempestivo permette di correggere un comportamento, riconoscere un risultato e chiarire le aspettative.

Il silenzio raramente è un buon feedback.

2. Non condividi gli obiettivi

Chiedi risultati.

Ma le persone sanno davvero dove state andando?

Un obiettivo non dovrebbe essere chiaro soltanto nella tua testa.

Il team deve capire che cosa state cercando di ottenere, perché è importante e quale contributo ci si aspetta da ciascuno.

Altrimenti rischi di avere persone impegnate, magari anche molto, ma in direzioni diverse.

Non basta assegnare compiti.
Occorre dare una direzione.

3. Eviti le conversazioni difficili

Vuoi mantenere un buon clima.
Non vuoi sembrare troppo duro.

Temi che un collaboratore possa prenderla male.

E così rimandi.
Addolcisci eccessivamente il messaggio.
Oppure lasci correre.

Il problema è che ciò che non affronti non necessariamente scompare.

Può diventare frustrazione per te e per gli altri componenti del team che vedono un comportamento problematico continuare senza conseguenze.

Essere autorevoli non significa cercare lo scontro.

Significa anche riuscire a dire ciò che deve essere detto quando serve.

4. Sei incoerente

Una settimana chiedi autonomia.
Quella successiva controlli ogni dettaglio.

Prima incoraggi le persone a prendere iniziativa, poi le critichi perché non hanno chiesto il tuo permesso.

Il problema non è cambiare idea.

Un responsabile può farlo.

I problemi con il team nascono quando la squadra non capisce più quali siano i criteri con cui prendi le decisioni.

Se qualcosa è cambiato, spiegalo.

Altrimenti ciò che per te è adattamento può essere percepito dagli altri come incoerenza.

5. Dai poca importanza alle relazioni

Ti concentri su risultati, scadenze e prestazioni.

Tutto necessario.

Ma se ti ricordi delle persone soltanto quando c’è un problema, rischi di costruire una relazione basata quasi esclusivamente sulla correzione.

Conoscere i tuoi collaboratori non significa entrare nella loro vita privata.

Significa sapere come lavorano, dove incontrano difficoltà, che cosa li aiuta e quale contributo possono dare.

La relazione con il team non è qualcosa che fai oltre al tuo lavoro di responsabile.
È parte del tuo lavoro di responsabile.

E questa attenzione si costruisce soprattutto quando non c’è un’emergenza da gestire.

6. Gestisci tutti allo stesso modo

Essere equi non significa comportarsi nello stesso identico modo con tutti.

Un collaboratore può aver bisogno di maggiore autonomia.
Un altro di indicazioni più precise.
Uno apprezza un confronto molto diretto.
Un altro ha bisogno di qualche domanda in più per arrivare alla stessa conclusione.

Le persone sono diverse.

Conoscerle ti permette di adattare il modo di guidarle senza rinunciare alle stesse aspettative professionali.

Puoi chiedere, per esempio:

  • “Di che cosa hai bisogno per lavorare meglio?”
  • “Preferisci maggiore autonomia o indicazioni più frequenti?”
  • “Come posso esserti utile senza sostituirmi a te?”

7. Vuoi controllare tutto

Vuoi verificare ogni passaggio.
Ogni decisione deve passare da te.

Prima di procedere, tutti aspettano la tua approvazione.

Poi magari ti chiedi:
“Perché non prendono mai iniziativa?”

Se vuoi autonomia ma intervieni continuamente, stai inviando due messaggi opposti.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa definire aspettative e confini, lasciare spazio e intervenire quando serve.

Se ogni decisione torna sempre sulla tua scrivania, il problema potrebbe non essere soltanto la poca iniziativa del team.

8. Pretendi dagli altri ciò che tu non fai

Chiedi puntualità e arrivi sempre in ritardo.

Pretendi comunicazioni chiare e mandi messaggi confusi.

Chiedi ascolto e interrompi continuamente.

Vuoi collaborazione, ma decidi tutto da solo.

Le persone osservano molto più di quanto immagini.

Il tuo comportamento rende credibili — oppure indebolisce — le aspettative che hai nei loro confronti.

Non devi essere perfetto.

Ma difficilmente puoi chiedere con autorevolezza agli altri qualcosa che tu, per primo, ignori sistematicamente.


Vuoi potenziare la tua assertività con il team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Prima di dare la colpa al team, guarda il tuo contributo

Se i risultati non arrivano, non significa automaticamente che il problema sia il leader.

E nemmeno che siano sempre i problemi con il team.

La domanda più utile è un’altra:

“Che cosa, nel mio modo di guidare, potrebbe contribuire a questa situazione?”

Forse la risposta sarà: niente.

Oppure scoprirai un comportamento, una comunicazione poco chiara o un’abitudine che puoi modificare.

Ed è una buona notizia.

Perché quella è la parte sulla quale puoi intervenire direttamente.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima di cambiare il tuo team, assicurati di aver guardato con sufficiente attenzione anche il modo in cui lo stai guidando.

“Un percorso di coaching? Per me? Ma per favore …”

percorso di coaching

Ci sono persone competenti, preparate, con anni di esperienza, che davanti alla possibilità di iniziare un percorso di coaching reagiscono più o meno così:

“Coaching? Io?”
“Non ne ho bisogno.”
“So già cosa devo fare.”
“I problemi li ho sempre risolti da solo.”

A volte dietro queste risposte c’è semplicemente la convinzione di non averne bisogno.

Altre volte c’è qualcosa di diverso: l’idea che chiedere un confronto professionale significhi ammettere di non essere abbastanza capaci.

Ma competenza e bisogno di confronto non sono affatto incompatibili.

“Un percorso di coaching? Per me? Ma figuriamoci…”

Quando hai esperienza è facile affidarti a ciò che sai.

Ed è giusto farlo.

Il problema nasce quando la sicurezza nelle tue capacità comincia a trasformarsi nella convinzione di avere già tutte le risposte.

Smetti di chiedere.
Ascolti meno.
Le osservazioni degli altri diventano facilmente critiche da respingere.

Gli errori qualcosa da giustificare.

E magari cominci anche a pensare che il problema siano quasi sempre gli altri: il capo, i colleghi, il team, l’azienda.

Essere competenti significa avere molte risposte.
Essere consapevoli significa sapere che non puoi averle tutte.

Puoi essere sicuro di te senza dover dimostrare continuamente quanto vali. Puoi essere fermo senza fare lo spaccone.

E soprattutto puoi essere molto bravo nel tuo lavoro e avere ancora qualcosa da capire su te stesso.

Cominciare un percorso di coaching non significa non essere capaci

Il coaching non è un atto d’accusa verso la tua competenza.

Non parte necessariamente da:

“C’è qualcosa che non va in me.”

Può partire da domande molto diverse:

  • “Perché in questa situazione continuo a bloccarmi?”
  • “Come posso gestire meglio questo passaggio professionale?”
  • “Perché con quella persona reagisco sempre nello stesso modo?”
  • “Che cosa non sto vedendo?”
  • “Come posso essere più incisivo nel mio ruolo?”

Sono domande che può farsi anche una persona competente.

Anzi, proprio l’esperienza può rendere più difficile accorgersi di alcuni automatismi, perché nel tempo diventano parte del nostro modo abituale di lavorare.

Non sempre basta sapere cosa fare

A volte sai già perfettamente cosa dovresti fare.

Dovresti essere più diretto.
Delegare di più.
Affrontare una conversazione.
Prendere una decisione.
Cambiare qualcosa nel tuo modo di comunicare.

Eppure non lo fai.

Perché tra sapere cosa fare e riuscire realmente a farlo c’è spesso uno spazio che la sola competenza tecnica non riesce a colmare.

Il coaching può servire proprio a lavorare dentro quello spazio.

Non per consegnarti una soluzione pronta.

Ma per aiutarti a osservare la situazione, mettere a fuoco ciò che ti sta bloccando e trasformare la riflessione in qualcosa di concreto.

Avere bisogno di un confronto non significa non sapere.
A volte significa voler vedere meglio.

E vedere meglio può essere utile proprio quando sei troppo dentro una situazione per riuscire a leggerla con sufficiente distanza.

Il coaching non deve dimostrare che hai un problema

Puoi iniziare un percorso perché stai attraversando una difficoltà.

Ma anche perché hai assunto nuove responsabilità.

Perché una relazione professionale non funziona più come vorresti.
Perché vuoi prendere una decisione importante.

Oppure semplicemente perché il modo in cui hai lavorato fino a ieri non ti basta più per ciò che devi affrontare oggi.

Non c’è niente da “ammettere”.

C’è semmai qualcosa da capire.

Riconosci il coaching per quello che può essere

Uno spazio professionale nel quale fermarti.

Portare una situazione reale.
Guardarla da prospettive diverse.
Mettere in discussione qualche certezza.

E decidere che cosa fare.

Non devi dimostrare di essere incapace per avere bisogno di un coach.

E non devi nemmeno convincerti di avere un grande problema.

Devi soltanto avere qualcosa sul quale ritieni utile lavorare.

Se c’è una situazione professionale sulla quale continui a girare senza trovare una direzione chiara, puoi contattarmi.

Un primo confronto serve anche a capire se il coaching sia davvero lo strumento adatto alla tua situazione.

Non è la mancanza di competenza che rende utile un confronto.
È la disponibilità a guardare anche ciò che, da soli, facciamo fatica a vedere.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita -2

scusa per non agire

Leggi anche la parte 1.

5. “Gli altri hanno qualcosa in più”

Molti hanno più talento di me.
Alcuni sono più belli.
Più brillanti, divertenti.
Più ricchi.

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Tutti facciamo paragoni e confronti perché temiamo di non essere “abbastanza”.
Ma questi non sono paragoni sani.
Confrontare i peggiori pensieri su di noi con la migliore percezione possibile (che abbiamo) degli altri è altamente frustrante e limitante.

Così fermati.
Ammettilo: alcune persone hanno più talento di te, altre un po’ meno.
Alcuni hanno più esperienza, altri un po’ meno.
Sergio ha un dono come broker , Alessandro è un venditore eccezionale, Sandra è una creativa brillante …
e allora?
Sergio forse non è intuitivo come te, Alessandro è un bravo venditore ma non ha la tua competenza tecnica, Sandra è creativa ma non ha la tua concretezza.

Il confronto è sempre eccessivo.

6. “Un giorno lo farò”

“In questo periodo sono stressato”.
“Non sono ancora pronto”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”

“Lo farò …
quando finisco l’università,
quando troverò lavoro,
appena mi sposo,
quando avrò figli,
quando i figli saranno sistemati,”

Parliamo spesso al futuro o al condizionale: “Farò” o “Vorrei”.

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Un giorno.

 


 

Non lasciarti immobilizzare da questa scusa per non agire, dalla sindrome di “domani”: il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
Rimandare serve solo a continuare a vivere la vita a metà senza “approfittare” di ogni giorno che hai a disposizione.

Iniziare “da domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”, ecc … non ti farà cominciare mai.
Devi fare il primo passo adesso perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.

Fallo in questo momento,
subito.

7. “Non sono portato”

Pensare di “non essere portato”,
di “non averlo tra le corde”,
di “essere negato”
è un vero e proprio auto-sabotaggio delle tue possibilità e della tua autostima!

La tua mente è così condizionata da pensieri limitanti sulle tue possibilità e
(di conseguenza) agirai con meno sicurezza e decisione, ottenendo risultati inferiori!

Quindi pensare di non essere “portati a” è vero solo fino a quando non sarai tu a crederci
Se ritieni “di non essere abbastanza” allora non sarai mai abbastanza.
Questa scusa per non agire avrà preso il sopravvento.

Non lasciare mai che questi pensieri t’impediscano di fare quello che vuoi.
Guardati intorno,
ci sono persone di tutte le età, con situazioni finanziarie pessime che sono riuscite a fare grandi cose.
Non è mai troppo tardi.

8. “Non ho le conoscenze giuste”

“È inutile … non ho conoscenze in alto”
“Tanto arrivano sempre i raccomandati”

Nessuno è così naif da non credere al clientelismo, al favoritismo, al nepotismo.
Nessuno è così ingenuo da credere che tutte le persone “arrivino” solo perché sono brillanti e geniali.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Raccomandazioni e spintarelle ci sono sempre state.
E ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a questo.
Ma dobbiamo accettarlo ed evitare di prenderla come una scusa per non muoverci.
Per non agire.
Per non passare all’azione.
È solo una scusa per non agire.

Convincersi che non si arriverà da nessuna parte perché non si hanno le conoscenze giuste …
non cambierà lo stato di cose.
Anzi.
Questa credenza limitante andrà ad assorbire energia al tuo potenziale,
rendendoti meno performante nel perseguimento del tuo obiettivo.

“La raccomandazione non è un favore fatto a qualcuno,
è un torto fatto agli altri.”

Pino Caruso

9. “Non sono coraggioso”

Se stai aspettando il giorno, in cui non sentirai più la paura,
per poter fare qualcosa di significativo,
(scusa se te lo dico ma) potresti aspettare tutta la vita.

Le persone coraggiose sentono la paura.
Non fuggono davanti la paura.
Quando la sentono, “spingono”per superarla.
Questa è la differenza tra la persona coraggiosa e tutti gli altri.

Il coraggio è un muscolo.
Diventa più forte ogni volta che si utilizza.
Se non lo utilizzi,
non diventerai mai forte (i muscoli s’indeboliscono se non li usi, vero?)

Spingi (fletti il muscolo del coraggio) oggi,
esercita il coraggio.
e sarai più coraggioso domani.

Quando lo fai,
la paura perderà il suo potere.

Prendi coscienza che una scusa per non agire distrugge il tuo potenziale

Quando consentiamo ai nostri sogni di morire,
la vita diventa insoddisfacente e triste.
Perdiamo la gioia e la felicità.

Oggi è il giorno (giusto) per cominciare a correggere tutte le bugie che ti sei inconsciamente raccontato e che hai accettato come la “tua realtà” .
Inizia il processo di guarigione.
È necessario sconfessare tutte le false idee “su chi sei”, “cosa si può” o “non si può fare”.

Ora puoi disfarti di tutto ciò che ti sei raccontato,
ed è necessario farlo ora.
Adesso.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita – 1

scuse per non agire

Quando decidiamo di fare qualcosa,
scegliamo il nostro obiettivo,
(cambiare lavoro, mettersi in proprio, iniziare un percorso di coaching, andare 3 mesi in Sud America, ecc.)
e spesso non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché metterci alla prova, insistere, persistere,
molliamo facilmente.

Molte volte ancor prima di partire.

Creiamo scuse per non-agire per salvaguardare la nostra autostima

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Piuttosto che metterci in gioco,
ce la prendiamo con la fortuna, il caso o il destino.
tiriamo fuori un ventaglio di giustificazioni,
di scuse per non continuare (o iniziare).

Molte persone vivono e muoiono senza aver raggiunto i loro obiettivi.
Ci sono tante persone con idee potenziali o geniali non sfruttate che non potranno mai realizzare perché hanno accettato queste scuse,
queste bugie come verità.

Sai … le menzogne possono diventare verità.
Soprattutto se te le ripeti abbastanza a lungo.
Diventano profezie che si auto-avverano.
Diventano La verità.
La tua realtà.

Ecco 9 scuse per non agire che devi smettere di raccontarti.
Subito.

1. “Oggi è dura”

Basta sentire le news, per vedere quanto è difficile cambiare o trovare un lavoro e quanto si è già fortunati solo ad averne uno (bello o brutto che sia).

Alcuni settori sono più in crisi, ma altri stanno nascendo,
si stanno espandendo.
È così da sempre.
Ogni grande crisi porta con sé recessione,
mancanza di speranza eppure (ricordiamoci che) ne siamo sempre usciti, fin dai tempi della rivoluzione industriale.

 


 

È una questione di “credo”.
Se credi che non ci sia alcuna possibilità, ogni porta si chiude,
resti fermo e ti senti in trappola.
Ma se ci credi … puoi prepararti e lavorare sodo per riuscirci.
Se insisti, alla fine ce la fai.

2. “Non ho tempo”

Sei sempre indaffarato.
Di corsa.
Preso da un vortice di cose-da-fare.

Se dai priorità alle cose veramente importanti,
scopri di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

Tante volte il non-avere-tempo è una scusa per non fare qualcosa,
o un modo per non affrontare una certa situazione o lanciarsi in una nuova impresa.

Una cliente che lamentava pochissimo tempo libero per se stessa (e per fissare le sessioni di coaching) è rimasta spiazzata (nel vedere nero-su-bianco la sua giornata tipo) nel realizzare quante fossero le azioni irrisorie che potevano essere evitate.
Erano solo scuse per non agire.

3. “Gli altri hanno tutte le fortune”

“Audentes fortuna iuvat”
Virgilio

Il detto (“La fortuna aiuta gli audaci”) invita a essere volitivi e coraggiosi davanti a qualsiasi tipo di evento,
anche il più terribile e imprevisto,
poiché la sorte – il “fato” – è dalla parte di coloro che osano e sanno prendere gli opportuni rischi.

L’idea che gli altri abbiano tutte le fortune,
è molto limitante.

 
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È una dimostrazione d’invidia,
senza il riconoscimento delle capacità.

La fortuna non è un’esperienza passiva
in cui il mondo ci dà semplicemente qualcosa su un piatto d’argento.
Richiede uno sforzo e la volontà di far accadere qualcosa.

Se invidio (solo) la fortuna del mio amico o conoscente e non riconosco il suo talento,
la sua esperienza,
il suo amore per quello che fa,
sono davvero fuori strada.

4. “Sono tutti migliori di me”

Ecco uno dei modi perfetti ed efficaci per non muoversi!

Vedere tutti gli altri (ma proprio tutti-tutti?) come più abili,
più capaci o con più talento è un modo efficace
per costruirsi un alibi (comunque facilmente smontabile),
una scusa, un pretesto per proteggersi dai riflettori, evitare le critiche e non gettarsi nella mischia.

Confrontarsi con gli altri può essere frustrante,
ognuno è meglio e peggio di altri su un numero illimitato di scale di valori.

Dal confronto si esce quasi sempre (e inevitabilmente) sconfitti,
non perché gli altri siano migliori o tu sia una persona senza qualità
ma perché ci si confronta con un’immagine ideale,
quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo,
ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa più di te.

Continua a leggere la parte 2.

5 segreti per diventare il leader indiscusso agli occhi del tuo team

leader indiscusso

“Un buon leader ispira la gente ad avere fiducia nel leader,
un grande leader ispira le persone ad avere fiducia in se stessi”.

Lao Tse

Essere leader non è semplice.

Puoi avere esperienza, competenze tecniche, conoscere perfettamente il lavoro e prendere buone decisioni.

Ma quando guidi un team c’è un’altra domanda con cui devi fare i conti:

come ti vedono le persone che lavorano con te?

Perché l’autorevolezza non dipende soltanto dal ruolo che ricopri.

Si costruisce anche attraverso comportamenti molto concreti: come decidi, come reagisci quando qualcuno sbaglia, quanto riconosci il lavoro fatto e come sostieni la crescita delle persone.

Ecco 5 aspetti sui quali vale la pena interrogarsi.

1. Sii imparziale e coerente

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone rispetto ad altre.

Con qualcuno il rapporto nasce facilmente.
Con altri richiede più attenzione.

Il problema comincia quando le simpatie personali entrano nelle decisioni professionali.

Orari, opportunità, riconoscimenti, richieste, errori: se il team percepisce criteri diversi a seconda della persona coinvolta, la tua credibilità ne risente.

Essere imparziale non significa prendere sempre la stessa decisione per tutti.

Ci possono essere situazioni particolari che richiedono risposte differenti.

In questi casi diventa importante spiegare il criterio della decisione.

La coerenza non significa decidere sempre nello stesso modo.
Significa rendere comprensibile il criterio con cui decidi.

Le persone possono anche non essere d’accordo con te.

Ma devono poter capire da dove nasce una tua scelta.

2. Difendi i tuoi collaboratori quando è giusto farlo

Hai mai lavorato con un responsabile che ti ha sostenuto davanti a una critica ingiusta?

Probabilmente te lo ricordi ancora.

Un collaboratore deve sapere che, quando la situazione lo richiede, il suo responsabile non sarà il primo a prendere le distanze per proteggere se stesso.

Questo non significa difendere qualsiasi comportamento.

Se una persona ha commesso un errore, l’errore va affrontato.
Se deve assumersi una responsabilità, deve farlo.

Ma c’è una grande differenza tra correggere un collaboratore e scaricarlo.

Un leader può assumersi la responsabilità del proprio team verso l’esterno e, successivamente, affrontare con la persona ciò che non ha funzionato.

“Su questo punto abbiamo sbagliato. Me ne assumo la responsabilità. Poi capiremo internamente che cosa dobbiamo correggere.”

Difendere il team non significa coprirne gli errori.
Significa non abbandonare le persone proprio quando il ruolo di leader diventa più scomodo.

È in quei momenti che la fiducia viene realmente messa alla prova.

3. Fermati a riconoscere i risultati

Siamo spesso concentrati su ciò che viene dopo.

Un obiettivo raggiunto porta immediatamente al successivo.
Un problema risolto lascia spazio a quello nuovo.

E così il team può avere la sensazione che qualsiasi risultato diventi normale appena viene raggiunto.

Celebrare non significa organizzare una festa per ogni piccolo successo.

Può bastare fermarsi e riconoscere ciò che è stato fatto.

“Questo risultato non era scontato. Avete fatto un buon lavoro.”

Oppure condividere un traguardo, ringraziare le persone coinvolte, concedersi un momento per guardare insieme ciò che è stato ottenuto.

Un risultato riconosciuto acquista un significato diverso da un risultato semplicemente archiviato.

4. Tratta i collaboratori come persone

Sembra ovvio.

Eppure, sotto pressione, è facile vedere soprattutto ruoli, compiti, problemi e prestazioni.

Quello che consegna sempre in ritardo.
Quella che deve migliorare.
Quello che non raggiunge il target.

Ma dietro una prestazione c’è una persona.

Questo non significa diventare amici dei collaboratori o entrare nella loro vita privata.

Significa mantenere attenzione e rispetto anche quando devi essere esigente.

Ascoltare.
Chiedere.

Conoscere abbastanza le persone da capire che cosa le aiuta a lavorare bene e dove incontrano maggiori difficoltà.

Puoi essere fermo senza essere distante.
Puoi chiedere molto senza trattare le persone come semplici esecutori.

5. Sostieni e fai crescere le persone

Un leader indiscusso non dovrebbe occuparsi dei propri collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona.

Dovrebbe anche chiedersi:

  • In che cosa questa persona è particolarmente brava?
  • Dove potrebbe crescere?
  • Quale responsabilità potrei cominciare ad affidarle?
  • Sto rendendo visibile il suo buon lavoro oppure me ne prendo implicitamente il merito?

Sostenere un collaboratore significa anche parlare del suo valore quando lui non è presente.

Dargli visibilità.

Affidargli occasioni nelle quali possa mettersi alla prova.

Lasciargli spazio per crescere, anche accettando che qualche errore faccia parte del percorso.

Un leader autorevole non ha bisogno di tenere le persone piccole per sentirsi grande.

La crescita dei tuoi collaboratori non riduce il tuo ruolo.

Può essere uno dei segnali più evidenti della qualità con cui lo stai esercitando.


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Trovi spunti interessanti nei miei libri:

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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

L’autorevolezza si vede soprattutto nei comportamenti

Essere riconosciuto come leader indiscusso non dipende da quanto ricordi agli altri di esserlo.

Dipende anche da ciò che il team sperimenta lavorando con te.

Coerenza.
Sostegno.
Riconoscimento.
Rispetto.
Crescita.

Sono comportamenti quotidiani, non grandi dichiarazioni.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

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E allora prova a chiederti:

quale di questi cinque comportamenti il tuo team riconoscerebbe immediatamente in te?

E quale, invece, dovresti cominciare a mostrare un po’ di più per essere leader indiscusso?