6 cose da fare quando il tuo capo boccia la tua proposta (un’altra volta)

capo non mi considera
“Magnifico!”
“Che idea strepitosa. Mettiamola subito in pratica.”
“Questa volta ti sei superato.”

Sarebbe bello se il tuo capo reagisse così a ogni tua proposta.

Ma probabilmente sai già che non succederà.

Hai una nuova idea. Ci hai lavorato. Sei convinto che possa migliorare un progetto, risolvere un problema o aiutare l’azienda.

La presenti.

E arriva un altro NO.

A quel punto il problema rischia di non essere più soltanto la proposta bocciata. Cominci a pensare:

  • “Il mio capo non mi considera.”
  • “Tanto non gli va mai bene niente.”
  • “Forse non sono così bravo come pensavo.”

Ed è qui che un semplice NO può diventare qualcosa di molto più pesante.

Perché una proposta bocciata è un fatto.
Sentirti bocciato come professionista è già un’interpretazione.

Prima di confondere le due cose, prova a guardare meglio quello che sta succedendo.

1. Non trasformare il rifiuto della proposta in un giudizio su di te

È facile associare il rifiuto alla persona.

La tua proposta è stata bocciata, quindi pensi di aver sbagliato. Se hai sbagliato, forse non sei abbastanza competente. Se succede ancora, cominci persino a dubitare del tuo valore professionale.

Come se fossi ancora a scuola e qualcuno avesse appena scritto un voto sul tuo lavoro.

Ma il tuo capo ha rifiutato una proposta.

Non necessariamente te.

Può non essere il momento giusto. Il budget può essere insufficiente. Possono esserci altre priorità. La proposta può essere buona ma poco concreta. Oppure, semplicemente, può non essere così buona come pensavi.

Sono situazioni molto diverse.

Prima di concludere “Il mio capo non mi considera”, cerca di capire che cosa è stato realmente rifiutato.

2. Non lasciare che una serie di NO riduca il tuo impegno

Un rifiuto probabilmente lo assorbi.

Due anche.

Quando però le tue proposte vengono respinte ripetutamente, può iniziare un processo più silenzioso:

  • “Perché dovrei impegnarmi tanto?”
  • “Tanto decide sempre lui.”
  • “La prossima volta non propongo niente.”

Cominci a ridurre lo sforzo.
Ti esponi meno.
Diventi più prudente.
Alla fine smetti di proporre.

Ed è forse questa la conseguenza più pericolosa.

Non perché tu debba continuare ostinatamente a presentare qualsiasi idea, ma perché il rifiuto può insegnarti qualcosa oppure spegnerti.

La differenza sta anche nel modo in cui lo leggi.

Piuttosto che sprofondare nel “il capo non mi considera”, prova a utilizzare quel NO per capire come rendere la prossima proposta più solida.

3. Considera la possibilità che il tuo capo veda qualcosa che tu non vedi

Quando crediamo molto in un’idea, diventiamo inevitabilmente meno neutrali nel valutarla.

Tu ne vedi il potenziale.

Il tuo capo potrebbe vedere i costi, i tempi, le priorità dell’azienda, altre decisioni già prese o conseguenze delle quali non sei a conoscenza.

Naturalmente può anche sbagliarsi.

Ma partire immediatamente dalla convinzione che “non capisce”, “ce l’ha con me” o “non valorizza mai le mie idee” ti impedisce di raccogliere informazioni preziose.

Non devi necessariamente essere d’accordo.

Devi capire.

4. Dopo il NO, fai domande migliori

Se il tuo capo dice:

  • “Interessante, ma in questo momento abbiamo altre priorità.”

puoi uscire dalla stanza arrabbiato e convincerti che tanto non cambierà mai niente.

Oppure puoi restare qualche minuto in più dentro quella conversazione.

Chiedi:

  • “Qual è l’aspetto che la convince meno?”
  • “Cosa dovrei rendere più concreto?”
  • “Cosa dovrebbe cambiare perché questa proposta diventasse interessante?”
  • “C’è una parte che invece ritiene valida?”
  • “Avrebbe senso riprenderla tra qualche mese?”

Non sono domande per convincere il capo a tutti i costi.

Servono a capire.

E soprattutto trasformano un rifiuto generico in informazioni utilizzabili.


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5. Un NO può costringerti a vedere possibilità che prima non vedevi

Spesso siamo convinti che per ottenere un risultato serva qualcosa in più.

Più budget.
Più persone.
Più tempo.
Un nuovo software.
L’approvazione del capo.

E magari è davvero così.

Ma un limite può anche costringerti a farti una domanda diversa:

  • “Con quello che ho, cosa posso fare?”

Non significa trasformare ogni ostacolo in una favola motivazionale. Ci sono progetti che senza risorse semplicemente non possono partire.

Ma altre volte il NO ci obbliga a uscire dalla soluzione che avevamo già costruito nella nostra testa.

E proprio lì può comparire un’alternativa che prima non avevamo considerato.

6. Non restare fermo dentro il pensiero “il capo non mi considera”

Dopo l’ennesimo rifiuto puoi passare giorni a interpretare.

Perché ha detto no?
Perché a me?
Perché approva sempre le idee degli altri?
Perché non riconosce quello che faccio?

Alcune di queste domande possono essere legittime.

Ma a un certo punto devi chiederti se ti stanno aiutando a capire la situazione oppure se ti stanno semplicemente tenendo fermo.

Ogni minuto trascorso a rimuginare sul NO è un minuto sottratto alla possibilità di capire cosa puoi fare dopo.

Guarda quello che hai.

Le tue competenze.
Le informazioni raccolte.
Le persone che possono aiutarti.
Le parti della proposta che hanno funzionato.
Quelle che puoi modificare.

Poi muoviti.

Non necessariamente nella stessa direzione.


Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress, serve un confronto lucido e professionale.

Con il mio breve percorso mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a comunicare con calma e autorevolezza, senza compromettere il tuo benessere

Il punto non è riuscire a farti dire sempre sì

Sarebbe una conclusione comoda: diventa più bravo a presentare le tue idee e il tuo capo finirà per approvarle.

Non funziona così.

Potrai preparare una proposta eccellente e ricevere comunque un NO.

Il punto è un altro.

Non permettere che ogni NO diventi automaticamente una prova del tuo valore professionale.

A volte dovrai migliorare la proposta.
A volte dovrai aspettare.
A volte dovrai accettare che il tuo capo abbia ragione.
A volte sarai tu ad avere ragione e lui non lo vedrà.

E qualche volta una lunga serie di rifiuti potrebbe persino dirti qualcosa sul rapporto professionale che hai con quella persona o con quell’azienda.

Per questo, quando arriva l’ennesimo NO, prima di pensare “il mio capo non mi considera”, fermati.

Non chiederti soltanto perché ha bocciato la tua proposta. Chiediti che cosa quel NO ti sta dicendo.

Poi decidi cosa farne.

Non smettere di proporti.

Da proposta bocciata a proposta più efficace.

Come gestire – senza bruciori di stomaco – una persona aggressiva sul lavoro

persona aggressiva
La persona aggressiva è concentrata soprattutto sui propri bisogni, sulle proprie urgenze, sul proprio punto di vista.

Se ha bisogno di qualcosa, può diventare asfissiante.

Una mail. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

“Allora?”
“Perché non rispondi?”
“Quanto ci vuole?”

Ti incalza, ti interrompe, alza il tono, pretende dettagli. Lascia poco spazio e cerca continuamente di portare la conversazione sul terreno che preferisce: quello dello scontro.

Se apprezza qualcosa, difficilmente te lo fa vedere.

Se invece qualcosa non va come vuole, te ne accorgi immediatamente.

E se pensa di avere ragione, può diventare ancora più difficile da gestire: sarcasmo, battute, critiche, svalutazioni.

Quando finalmente la conversazione finisce, ti senti prosciugato.

Ti suona familiare?

Il problema non è soltanto la sua aggressività. È quello che provoca in te.

Di fronte a una persona aggressiva la reazione più naturale è difendersi.

Ti irrigidisci.
Ti senti attaccato.
Provi risentimento.

Oppure passi direttamente al contrattacco.

E così finisci esattamente dove l’altra persona ti sta portando: dentro lo scontro.

Con un collega puoi forse evitare la discussione, prendere le distanze o limitare i contatti.

Ma cosa succede se quella persona è il tuo capo? Un cliente importante? Un collaboratore con cui devi continuare a lavorare?

Non puoi sempre andartene.
Devi imparare a gestire la situazione.

Non entrare nel gioco dell’aggressività

La tentazione è forte.

Vuoi dimostrare che hai ragione.
Spiegare meglio.
Correggere ogni affermazione.
Rispondere alla provocazione.
Rimettere l’altro al suo posto.

Ma più cerchi di vincere lo scontro, più rischi di alimentarlo.

Non significa subire.

Significa capire che calma e fermezza possono essere molto più efficaci del contrattacco.

Hai spiegato la tua posizione?
L’hai ripetuta con chiarezza?

Bene.

Non devi necessariamente aggiungere altre dieci spiegazioni solo perché l’altra persona continua a incalzarti.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Ascolta fino alla fine prima di rispondere

Con una persona aggressiva può essere particolarmente difficile.

Mentre parla, senti già salire la risposta. Vorresti interrompere, correggere, precisare.

Aspetta.

Ascoltare non significa darle ragione.

Significa cercare di capire che cosa c’è realmente dietro l’aggressività: un problema concreto? Un’urgenza? Un malinteso? Una richiesta legittima espressa nel modo peggiore?

A volte lasciare che la persona finisca di parlare permette già di abbassare la tensione.

Solo dopo puoi riportare la conversazione sui fatti.

Cerca il punto su cui puoi concordare

Anche dentro una comunicazione aggressiva può esserci qualcosa di corretto.

  • “Capisco che questa consegna sia urgente.”
  • “Su questo punto hai ragione: il ritardo c’è stato.”
  • “Comprendo che tu abbia bisogno di una risposta entro oggi.”

Riconoscere una parte ragionevole della richiesta non significa cedere su tutto.

Significa togliere carburante allo scontro.

Poi puoi chiarire dove non sei d’accordo, spiegare ciò che è possibile fare e proporre una soluzione.

Non giustificarti all’infinito

Quando qualcuno ci attacca, spesso cominciamo a spiegare troppo.

Una spiegazione ne richiama un’altra.
Poi una precisazione.
Poi un’altra ancora.

Più parli, più offri materiale per continuare la discussione.

Spiega quello che serve.
Chiarisci eventuali malintesi.
Rispondi sui fatti.

Poi fermati.

Non sei obbligato a convincere l’altra persona della bontà di ogni tua scelta.


Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza

Rimani calmo, ma non diventare passivo

Questo è il passaggio più delicato.

Mantenere la calma non significa abbassare la testa.

Essere cortese non significa accettare qualsiasi comportamento.

Puoi essere fermo senza diventare aggressivo.

  • “Ti ascolto, ma preferisco continuare la conversazione senza alzare la voce.”
  • “Capisco che tu sia contrariato. Vediamo però cosa possiamo fare concretamente.”
  • “Su questo punto non sono d’accordo. Ti spiego perché.”

La vera difficoltà è proprio questa: non lasciare che sia il tono dell’altro a scegliere il tuo tono.

Non comportarti allo stesso modo

La persona aggressiva può aspettarsi una reazione.

Un attacco.
Un insulto.
Un tono ancora più alto.
Una risposta impulsiva.

Se gliela offri, la conversazione può trasformarsi rapidamente in una gara a chi colpisce più forte.

E a quel punto il problema iniziale passa in secondo piano.

Non perdere il controllo della tua comunicazione solo perché l’altro ha perso il controllo della sua.

Gestire una persona aggressiva non significa riuscire a cambiarla

Questo forse è il punto più importante.

Puoi ascoltare meglio.
Essere più fermo.
Non reagire alle provocazioni.
Chiarire i fatti.
Stabilire dei limiti.

Ma non hai il potere di trasformare una persona aggressiva in una persona ragionevole.

Hai però il potere di decidere come stare dentro quella relazione.

Ed è una differenza enorme.

Perché l’obiettivo non è uscire dalla conversazione pensando:

  • “Gli ho fatto vedere io.”

È uscirne senza aver perso lucidità, autorevolezza e – possibilmente – senza quel famoso bruciore di stomaco.

E prima di chiudere, una domanda un po’ più scomoda.

Siamo molto bravi a riconoscere l’aggressività degli altri.

Siamo altrettanto bravi a riconoscere la nostra?

A volte interrompiamo, incalziamo, alziamo il tono o svalutiamo senza renderci conto dell’effetto che produciamo.

Prima di chiederti soltanto come gestire la persona aggressiva, quindi, vale la pena chiederti anche:

come reagiscono gli altri quando parlano con me?

Aumentare la tua leadership? Impara a dire NO ai collaboratori

imparare a dire no
Martha è preparata, capace e appassionata del suo lavoro.

È office manager e coordina otto collaboratori. Tiene molto al clima del team, alle relazioni e alla collaborazione.

Forse anche troppo.

Martha vuole mantenere pace e tranquillità. Vuole essere una responsabile disponibile, aperta, diversa da quei capi rigidi che decidono senza ascoltare nessuno.

Così, quando dovrebbe dire NO, spesso preferisce evitare.

Dice “Vediamo”.
“Forse”.

Oppure finisce per dire SI anche quando vorrebbe dire tutt’altro.

Nel breve periodo funziona.

Nessuna discussione.
Nessuna faccia contrariata.
Nessuna tensione.

Ma quella tranquillità ha un prezzo.

Dire sempre SI non significa essere un leader disponibile

Martha comincia ad accorgersene.

Accetta richieste che vorrebbe rifiutare. Si assume attività che dovrebbero svolgere altri. Rimanda decisioni scomode.

Alla fine si ritrova oberata di lavoro, stanca e nervosa.

E soprattutto frustrata con se stessa.

Quando poi arriva al limite, succede il contrario: il NO che non è riuscita a dire prima esce improvvisamente.

Secco.
Brusco.
Irritato.

Il problema, allora, non è più soltanto la richiesta del collaboratore.

È tutto quello che Martha ha accumulato prima.

Dire NO al momento giusto avrebbe probabilmente creato meno tensione di quella che sta cercando di evitare.

Se vuoi essere leader devi accettare che qualche tua decisione non piacerà

È questo il passaggio più difficile.

Martha non teme realmente la parola NO.

Teme quello che potrebbe succedere dopo.

  • “Ci rimarrà male?”
  • “Penserà che non sono disponibile?”
  • “Si arrabbierà?”
  • “Cambierà atteggiamento nei miei confronti?”

Quando coordini altre persone è normale tenere conto delle loro reazioni.

Il problema nasce quando la paura della reazione comincia a decidere al posto tuo.

A quel punto non stai più scegliendo ciò che ritieni corretto per il lavoro, per il team o per la situazione.

Stai scegliendo ciò che ti permette di evitare il disagio.

Un NO non distrugge necessariamente una relazione

Molti leader associano il NO allo scontro.

Pensano che essere fermi significhi essere rigidi. Che mettere un limite significhi diventare autoritari. Che negare una richiesta significhi deludere inevitabilmente qualcuno.

Non è così.

Puoi dire NO e continuare ad ascoltare.
Puoi essere fermo senza diventare aggressivo.

Puoi rifiutare una richiesta spiegandone le ragioni, riconoscendo il punto di vista dell’altra persona e, quando possibile, proponendo un’alternativa.

Il problema non è il NO. È come lo dici e quanto sei capace di sostenerlo.

Non comprare la tranquillità del team con continui SI

È una tentazione comprensibile.

Dire SI risolve immediatamente il problema.

La persona è contenta.
La conversazione finisce.
La tensione sparisce.

Almeno apparentemente.

Ma se continui a evitare decisioni scomode, prima o poi il team comincerà a capire che i tuoi limiti sono negoziabili.

E tu potresti ritrovarti a dire SI non perché sei disponibile, ma perché non riesci più a dire NO.

C’è una grande differenza.

La disponibilità è una scelta.
L’incapacità di mettere un limite.. no.

Non hai bisogno che i tuoi collaboratori siano sempre contenti di te

Questa è forse la consapevolezza più importante per Martha.

Un leader può desiderare un buon rapporto con il proprio team. Anzi, dovrebbe.

Ma non può utilizzare l’approvazione dei collaboratori come criterio per stabilire se sta facendo bene il proprio lavoro.

Ci saranno decisioni apprezzate e altre contestate.
Richieste che potrai accogliere e altre che dovrai rifiutare.

Momenti in cui sarai vicino alle esigenze della persona e altri in cui dovrai tutelare quelle dell’intero team.

Essere autorevole non significa essere sempre apprezzato. Significa riuscire a rimanere coerente anche quando sarebbe più comodo compiacere.

Nel mio libro “Autorevolezza” approfondisco proprio il rapporto tra autorevolezza, comunicazione e gestione delle persone.

Martha non deve imparare soltanto a dire NO

Durante il coaching Martha mi disse:

“Voglio essere diversa, disponibile e aperta, ma anche ferma e decisa nelle mie decisioni.”

Ed è proprio qui il punto.

Non deve trasformarsi in una responsabile più dura.

Deve imparare a non confondere disponibilità con accondiscendenza.

Dire NO quando serve. Spiegarlo quando è utile. Ascoltare la reazione dell’altra persona senza sentirsi obbligata a cambiare decisione soltanto perché quella reazione è negativa.

All’inizio può essere scomodo.

Poi scopri spesso una cosa sorprendente: gli altri accettano i tuoi NO molto meglio di quanto avevi immaginato.

E anche quando non li accettano?

Puoi ascoltare il loro disappunto senza dover necessariamente eliminarlo.

Perché leadership significa anche questo:

non evitare ogni tensione, ma imparare a gestirla senza perdere te stesso.

Parlare con autorevolezza – come un executive – anche se non lo sei

parlare con autorevolezza
Passiamo molto tempo a sviluppare competenze, conoscenze e capacità tecniche.

Molto meno a osservare come comunichiamo ciò che sappiamo.

Eppure puoi essere preparato, competente, avere una buona idea e indebolirla nel momento stesso in cui apri bocca.

Non perché utilizzi la parola sbagliata.

Ma perché continui a giustificarti, rassicurare, ripetere, chiedere conferme. Come se avessi bisogno dell’approvazione degli altri prima ancora di arrivare alla fine della frase.

Parlare con autorevolezza non significa usare parole altisonanti o assumere il tono dell’executive navigato.

Significa qualcosa di molto più semplice:

non indebolire continuamente ciò che hai da dire.

Non proclamare la tua professionalità

“Si fidi.”
“Mi creda.”

Sono espressioni che utilizziamo pensando di trasmettere sicurezza e affidabilità.

Possono produrre l’effetto contrario.

Se devi dichiarare continuamente che sei affidabile, competente o sincero, chi ti ascolta potrebbe cominciare a chiedersi perché senti il bisogno di precisarlo.

La professionalità non ha bisogno di essere proclamata.

Deve emergere da quello che dici, da come lo sostieni e dai fatti che porti.

Invece di dire “Si fidi”, porta un dato, un esempio, un’esperienza concreta. Spiega il ragionamento che ti porta a quella conclusione.

Lascia che sia l’altra persona a pensare:

“Mi posso fidare.”

È molto più potente.

Non chiedere continuamente conferma

“Ho ragione, vero?”
“Mi capisci?”
“Giusto?”
“Non credi?”

Una domanda ogni tanto fa parte di qualsiasi conversazione.

Il problema nasce quando diventa un’abitudine.

Hai espresso un’opinione e immediatamente cerchi approvazione. Fai una proposta e osservi gli altri aspettando un cenno di conferma.

È quasi come dire:

  • “Io penso questo… ma ditemi voi se posso davvero pensarlo.”

Se hai qualcosa da dire, dillo.

Poi lascia agli altri lo spazio per valutarlo, discuterlo e anche non condividerlo.

Autorevolezza non significa pretendere consenso. Significa non averne continuamente bisogno.

Togli le parole che non aggiungono niente

“Quindi…”
“Praticamente…”
“Sostanzialmente…”
“Diciamo…”
“Ehm…”

Tutti utilizziamo intercalari.

Non è necessario trasformare una conversazione in un esercizio di perfezione linguistica.

Ma quando queste parole riempiono continuamente il discorso, il messaggio perde ritmo e incisività.

Spesso gli intercalari compaiono perché abbiamo paura del silenzio.

Dobbiamo riempire ogni secondo.

E invece una breve pausa può comunicare molta più sicurezza di cinque parole utilizzate soltanto per prendere tempo.

Non avere paura di fermarti.

Pensa.
Poi continua.

Non addolcire ogni messaggio

A volte vogliamo essere talmente gentili da rendere quasi invisibile ciò che volevamo dire.

Giriamo intorno al punto.
Introduciamo mille premesse.
Aggiungiamo spiegazioni e attenuanti.

Alla fine chi ci ascolta deve quasi chiedersi:

“Ma cosa vuole dirmi?”

Essere autorevole non significa essere brusco.

Puoi essere rispettoso e diretto nello stesso momento.

Anzi, spesso la chiarezza è una forma di rispetto: non costringe l’altra persona a interpretare continuamente ciò che stai cercando di comunicarle.

Non scusarti per il semplice fatto di parlare

“Scusa il disturbo.”
“Scusa, era solo un’idea.”
“Mi dispiace, forse sto sbagliando…”

Chiedere scusa quando abbiamo commesso un errore è segno di maturità, non di debolezza.

Ma chiedere scusa continuamente è un’altra cosa.

Non devi scusarti perché hai un’opinione.
Non devi scusarti perché fai una domanda.
Non devi scusarti perché proponi qualcosa che potrebbe non essere condiviso.

Prima di dire “scusa”, chiediti:

  • ho realmente qualcosa di cui scusarmi?

Se la risposta è no, probabilmente puoi iniziare direttamente da ciò che vuoi dire.


Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità?

Lavora sulla tua presenza con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” — un coaching mirato per comunicare da vero leader.

Non ripetere dieci volte quello che hai già detto bene una volta

A volte ripetiamo perché vogliamo essere sicuri che l’altro abbia capito.

Altre volte perché non siamo sicuri che il nostro messaggio sia abbastanza convincente.

Così aggiungiamo dettagli.
Riformuliamo.
Torniamo indietro.
Facciamo un altro esempio.
Poi un altro ancora.

E una buona idea comincia lentamente a perdere forza.

Più parole non significano necessariamente più autorevolezza.

Se hai espresso chiaramente il concetto, fermati.

Lascia spazio.
Permetti all’altra persona di reagire.

Parlare con autorevolezza non significa sembrare più importante

È facile associare l’autorevolezza alla voce profonda, alla frase brillante, al linguaggio sicuro dell’executive che entra in una stanza e conquista tutti.

Parlare con autorevolezza non è una recita.

Puoi utilizzare tutte le tecniche comunicative che vuoi: se stai cercando disperatamente di sembrare autorevole, probabilmente qualcosa arriverà comunque a chi ti ascolta.

Nel mio libro “Autorevolezza” approfondisco proprio il rapporto tra comunicazione, presenza e credibilità professionale.

Non devi parlare come un executive.
E soprattutto non devi fingere di esserlo.

Forse è proprio questa la differenza che percepiamo nelle persone autorevoli.

Non necessariamente parlano meglio degli altri.

Semplicemente, non sembrano chiedere continuamente il permesso di parlare.

14 azioni scomode che portano disagio ma anche successo e felicità – 2

successo e felicità.

Leggi anche la parte 1.

8. Lasciare andare il controllo

“La vita è una serie di cambiamenti spontanei e naturali. Non cercare di resistere a questi cambiamenti. Resistere crea solo dolore.
Lascia che la realtà sia la realtà e che le cose prendano il loro corso naturale.”

Lao Tzu

Mollare il controllo, imparare a lasciar andare, a non insistere, non è cosa facile.
È disagevole. Scomodo.

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Cercare di controllare le persone che frequentiamo e gli ambienti in cui agiamo è un tentativo, spesso illusorio e infruttuoso, di manipolare gli altri e noi stessi.

Quando lasciamo andare ciò che non ci serve più e non sprechiamo un’enorme quantità di energia nel controllo … creiamo “spazio” alla produttività, alla positività, al successo e felicità.

9. Scollegarsi

Se ti piace pensare che gli smartphone ti mantengano più connesso (e quindi) più efficiente, fai pure …
ma non è così!

Potresti fare molto di più … se non passassi un sacco di tempo a controllare dove-sono o cosa-stanno-mangiando i tuoi amici oppure a preparare il tuo prossimo post solo per suscitare la gelosia dei colleghi di lavoro.

Abbraccia il disagio e inizia a staccare la spina!
Almeno un po’, dai …

Se lo stesso Steve Jobs limitava alle persone care l’uso della tecnologia perché sapeva che li avrebbe rallentati nel lungo periodo … ci sarà ben un motivo!

A meno che tu non abbia assolutamente bisogno, inizia a spendere meno tempo su social e compagnia-bella.
Ti accorgerai di avere tempo per tutte quelle cose (esercizio fisico, meditazione, relax, ecc…) che ti porteranno più successo e felicità. Leggi post per approfondire!

 


 

10. Focus su te stesso

Sei molto (anzi troppo) preoccupato “di cosa fanno gli altri”?
Sei convinto che solo gli altri debbano cambiare il loro approccio?

La volontà di correggere gli altri ti “rende cieco” sulle tue mancanze.
È più facile criticare gli altri che lavorare su te stesso.

La crescita inizia con la consapevolezza che il problema non sono gli altri …
ma sei tu!

Pensa a cambiare te stesso

Imparare a gestire se stessi, è una delle cose più importanti (e poco confortevoli) che devi fare.
Per fare carriera, la prima persona che devi esaminare (e gestire) sei proprio tu.

Sai gestire i tuoi comportamenti?
O vai in tilt non appena si alza la pressione?
Conosci quello che-funziona e che-non-funziona per te?

Sai gestire le attese, la frustrazione e l’insuccesso?
Oppure ti squagli come la neve al sole di aprile?

11. Non evitare le avversità

Quando incontriamo un ostacolo molto spesso invece di reagire, ci chiudiamo a riccio e restiamo immobili, paralizzati, incapaci di far fronte alle difficoltà.

La determinazione, la forza e la tenacia devono essere le armi con cui affrontare qualsiasi negatività la vita ti ponga davanti.

Non opporti alle situazioni negative, ma dai piuttosto inizio a un meccanismo positivo.
Trova la forza di andare avanti per riorganizzare la tua vita a dispetto delle avversità.

12. Promuovere se stessi

C’è una linea sottile tra auto-promozione e arroganza.

Infatti non sono pochi i professionisti (di ogni età e settore) che, nonostante indubbie preparazioni e capacità, quando devono parlare delle loro competenze (come prima reazione per non apparire arroganti e vanitosi) non riescono ad andare oltre un arrendevole “Abbastanza” o “Dipende” che li fanno apparire goffi, impreparati e incompetenti. Indecisi.
Che autogol!

Se l’attenzione personale ti mette a disagio, focalizzati sul lavoro stesso.
Attira l’attenzione sulla scoperta, sui risultati e sui tuoi sforzi.

Per esempio, le persone introverse odiano dover parlare di se stessi, perché lo vedono come “vantarsi”.
Ricorda che parlare di se stessi, dei propri successi e realizzazioni, non è boria.
Arroganza o presunzione.

Quando si parla di un risultato, è un dato di fatto.
Quando descrivi come hai risolto un problema, come hai imparato una nuova abilità o collaborato con il team, stai parlando di fatti concreti.

In questi casi, promuovere te stesso non ti rende un drogato di attenzione,
ma piuttosto un buon comunicatore.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

13. Chiedere il supporto di un coach

Iniziare un percorso di coaching non vuol dire avere un problema, un limite, una difficoltà,
significa semplicemente che …
grazie al supporto di un coach professionista puoi migliorare la performance e raggiungere gli obiettivi, in meno tempo e con meno dispendio di energie.

Non essere imbarazzato perché ti sembra di non essere in grado di affrontare le situazioni da solo.
Il coaching non è un “misuratore” di competenze.
Non è negativo.

Tutt’altro.
È positivo.

Riconoscilo semplicemente per quello che è: una fantastica opportunità per la crescita, lo sviluppo, l’auto-comprensione e l’avanzamento di carriera.

“Ammettere” di aver bisogno di un coach è accettare di non essere perfetto.
Di non avere tutte le competenze. Di voler ancora imparare.

“Accettare” il supporto professionale è il primo passo verso successo e felicità.

14. Cambiare pensieri e convinzioni

Le persone di successo decidono sulla base di fatti.
Per questo sono aperte al cambiamento e disposte a modificare le proprie idee se emergono nuovi dati ed elementi.

Questo può essere scomodo e creare disagio perché siamo (a volte disperatamente) aggrappati alle nostre convinzioni ed è difficile accettare l’evidenza che le nostre certezze non “reggono” o si sono rilevati inconcludenti.

Tuttavia, il percorso verso il successo richiede la “forza” di modificare i nostri pensieri e le nostre azioni sulla base delle nuove informazioni.

La “convivenza” con il disagio ti porterà successo e felicità.

Se vogliamo “alzare l’asticella” del nostro successo professionale, dobbiamo essere disposti a “sopportare” il disagio. Man mano che raggiungiamo livelli più alti di successo, anche il disagio che siamo disposti ad accettare si espanderà, il che è positivo.
Ci sei riuscito, sei arrivato,
Successo e felicità.

14 azioni scomode che portano disagio ma anche successo e felicità – 1

successo e felicità

Non sarebbe fantastico se la strada per successo e felicità fosse facile e in discesa?
Certo … peccato che non è così!

La realtà è che avrai successo solo quando ti costringerai a “uscire allo scoperto” e fare cose che non vorresti necessariamente fare.

Uscire dalla nostra zona di comfort è fondamentale per raggiungere successo e felicità

Spesso non agiamo fino a quando non avvertiamo una sorta di disagio o incertezza.
Un’urgenza.

Uscire dalla nostra zona di comfort è vitale per il nostro successo, ma anche per il nostro benessere e la nostra capacità di crescere come individui.

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Ecco 14 cose poco confortevoli che ti creano disagio, ma ti aiuteranno (e non poco) a raggiungere successo e felicità, che così tanto desideri:

1. Chiedere

Non avrai il successo professionale che meriti perché non riesci a chiedere.

Se desideri un aumento, un supporto, quel progetto così interessante,
una promozione … dichiaralo.

Se vuoi fare un salto di responsabilità … chiedilo.
Se non lo fai tu, qualcun altro lo farà al posto tuo.
Stanne certo.

Se hai paura del rifiuto … chiedere, ti crea disagio!

Chiedere, richiede un po’ di coraggio perché ti trovi di fronte alla possibilità di essere respinto, ma ricorda che … la risposta alle domande che non hai mai fatto,
sarà sempre NO.

2. Dire NO

NO è una parola “potente”.

Conosci un’altra parola così breve ma così influente … con sole due lettere,
si rischia di bruciare rapporti, disperdere opportunità e sabotare carriere.

Per il disagio o la paura di dire NO, diciamo SI:
SI a quel nuovo impegno, SI a più responsabilità, SI a quel progetto che ci farà tornare a casa alle 9 tutte le sera.

Dire NO a nuove richieste, aiuta a onorare i tuoi impegni e ti dà l’opportunità di soddisfarli in modo adeguato.
Ti porterà più successo e felicità.

Quando impari a dire NO,
liberi tempo ed energia per le cose che contano di più nella tua vita.

 


 

3. Imparare da un feedback negativo

A un certo punto del nostro percorso professionale, prima o poi, riceviamo tutti (inevitabilmente) un feedback negativo da parte del capo, dai collaboratori o dai clienti.

Ecco un’occasione (poco gradevole) per lavorare meglio e spingerci a un livello successivo.

Il feedback sviluppa umiltà e autocoscienza. Sfida il perfezionismo.

Ti chiedo:
Sei disposto a imparare dai feedback?
Sei disposto a crescere e affrontare la situazione?

Se la tua risposta è NO, sappi che continuerai a giustificarti, difenderti, arrabbiarti e poi …
ciò che non accetti (nella vita) ricomparirà di nuovo e ancora finché non avrai imparato la “lezione”.

4. Ammettere gli errori

Consideri l’ammissione di colpa come una debolezza?
Conosci qualcosa di più disagevole di ammettere un proprio errore?

“Chi lavora sbaglia, chi non fa nulla,
non può sbagliare”
.

Dobbiamo assumerci la responsabilità.
Comprendere i nostri successi e i nostri fallimenti.

Imparare ad ammettere gli errori ti aiuterà a guadagnare rispetto, dare l’esempio e costruire una cultura di fiducia.

L’errore è una parte essenziale del processo di esplorazione,
scoperta e innovazione.

Se non sbagli, resti attaccato agli approcci del passato.
Non puoi imparare, evolvere e crescere.

Se le tue azioni non saranno piene di curiosità ed esplorazione,
perché hai tanta paura di sbagliare difficilmente diventeranno incisive.

5. Parlare in pubblico

Ci sono 2 categorie di oratori: quelli che sono in ansia e quelli che mentono”.
Mark Twain

Non sono poche le persone che hanno paura di parlare davanti gli altri (anche poche persone, il team, il cliente, ecc…), che si sentono ansiose, nervose, “non abbastanza” e ne sono talmente terrorizzate da “annegare” in un mare di dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri.

Non c’è molto da aggiungere. Se anche tu hai questi timori.
Sai di cosa sto parlando.

Parlare in pubblico, infatti, non è solo un dono, ma un’abilità che si impara, basta qualche tecnica ma tanto tanto esercizio.

Se stai parlando di fronte a 5 o 5000 persone, diventare un oratore pubblico migliore può essere un enorme vantaggio per il tuo successo professionale. Warren Buffett dice che aumenterà il successo della tua carriera del 50%.

6. Superare la procrastinazione

Quando il gioco si fa duro, spesso può essere facile rimandare fino a domani, ancora domani, poi domani e il giorno successivo e poi quello ancora …

Siamo esperti della procrastinazione, amanti del rimandare,
artisti del posticipare.

 
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Mentiamo a noi stessi, rimandiamo impegni e responsabilità, ci distraiamo con qualsiasi attività (anche se inutile), continuando a lamentarci per non essere riusciti a raggiungere i nostri obiettivi.

Le scuse per non fare diventano facilmente abitudini e non riusciamo a sostituire pigrizia e inerzia con energia e azione.

Passa all’azione con la giusta umiltà e determinazione e vedrai che troverai solo soluzioni e …
nessuna scusa ti potrà più fermare!

7. Svegliarsi presto

La ricerca accademica afferma che alzarsi presto aumenta la “capacità di agire per cambiare una situazione a proprio vantaggio”.

Sono tante le persone di successo, da Bill Gates a Mark Zuckerberg, che indicano nelle loro rigorose abitudini mattutine la chiave del loro successo.

Impostare la sveglia per prima del solito è un modo sicuro per uscire dalla tua zona di comfort (e provocare qualche imprecazione mattutina… comprese le mie delle 05.30 – altro che successo e felicità!).

Tuttavia, ritagliarsi un po’ di tempo in più a inizio giornata …
ne vale davvero la pena!

Ti darà l’opportunità di prepararti mentalmente, fare una colazione nutriente o semplicemente prendere qualche minuto per qualcosa che ti piace.

Continua a leggere la parte 2.