La chiave per non prendere le critiche come offese personali

critiche

Foto di I-Martin da Pixabay

A un certo punto, accadrà.

Sarai criticato.
Anche se non ti va.
Anche se non ti piacerà.

Non puoi aspettarti una vita senza critiche.

Guarda qualsiasi persona di successo:
riceve apprezzamenti, certo.

Ma anche critiche.
A volte dure.
A volte ingiuste.

Spesso … gratuite.

Come ho scritto in “Autorevolezza”, quando ho pubblicato il mio primo articolo (marzo 2013), avevo timore.

Paura di scrivere banalità.
Di essere poco incisivo.
Di non piacere.

Volevo approvazione.
Commenti positivi.
Consensi.

“Bravo.”
“Fantastico.”
“Wow.”

Pensavo quasi di meritarli.

Su quale base, poi?

Non avevo mai scritto.
Non sono uno scrittore.

Forse perché mi sentivo onesto? Coraggioso?

Volevo essere trattato con gentilezza.
Scrivere senza essere criticato.

Ovviamente… non funziona così.

Sono arrivati messaggi poco incoraggianti.
Inviti a smettere.
A cambiare strada.

“Ferrarelli? Chi?”
“Coaching? Cosa?”

Ecco perché, se vuoi crescere davvero,
devi imparare a non prendere tutto sul personale.

Prendere le critiche troppo sul personale è estenuante

Se avessi preso tutto sul personale,
avrei smesso subito.

Mi sarei sentito:
inutile
inadeguato
fuori posto

E probabilmente oggi non starei scrivendo queste righe.

È stancante.
Logorante.
Insostenibile.

L’autostima scivola… e arriva il dubbio

Le critiche, se non gestite, ti tirano giù.

Inizi a pensare:

“Non sono abbastanza.”
“Non sono capace.”
“Neanche all’altezza.”

Diventi dipendente dall’approvazione.

Hai bisogno di un elogio per sentirti bene.

E se non arriva?
Crolli.

È un meccanismo pericoloso.

Metti al centro l’opinione degli altri

La critica può essere utile.

Può aiutarti a migliorare.

Ma se diventa il tuo unico riferimento…
sei in balia degli altri.

Una critica? Ti abbatti.
Un complimento? Ti esalti.

Non è equilibrio.
È instabilità.

Regalare il tuo potere

Quando lasci che una critica determini come ti senti…
stai cedendo il controllo

Stai dicendo:
“Decidi tu come devo stare.”

È un lusso che non puoi permetterti di concedere.

Riprendi il controllo.
Decidi tu.

Diventi una facile preda

Se reagisci sempre alle critiche…
qualcuno lo noterà.

E basterà poco per colpirti!

Una parola.
Un commento.
Una battuta.

E la tua giornata è rovinata.

Non è forza.
È vulnerabilità esposta.

E perdi la parte più importante

Quando prendi tutto sul personale…
smetti di imparare.

La critica non è più uno strumento.

Diventa un attacco.

E tu ti difendi.
Ti chiudi.
Ti irrigidisci.

Invece di chiederti:
“C’è qualcosa di utile qui dentro?”

Se vuoi lavorare sulla tua comunicazione, sulla gestione delle emozioni e sull’autorevolezza, trovi qui un percorso concreto:

“Voce, attitudine e presenza: comunica autorevolezza da Executive “

Se prendi tutto sul personale… soffri per niente

Il mondo può criticarti.

Ma sei tu che scegli quanto peso dare.

Quando smetti di prendere tutto sul personale…
senti una libertà nuova.

Più leggerezza.
Più lucidità.
Maggiore energia.

Altrimenti preparati:
a soffrire… spesso inutilmente.

La chiave: accettare la polarità

Come scriveva Hermann Hesse:

“I dolori, le delusioni e la malinconia non servono a toglierci valore, ma a maturarci.”

Non puoi avere solo una parte.

Vuoi l’elogio?
Devi accettare anche la critica.

Sono due facce della stessa medaglia.

Il nostro ego vorrebbe solo il lato piacevole.
Non funziona così.

Crescere significa accettare anche ciò che non ti piace

La crescita personale passa da qui:

Accettare la critica
senza farti travolgere

Non significa subirla.
Non significa darle ragione.

Significa:

  • valutarla
  • filtrarla
  • usarla (se serve)

E lasciare andare il resto.

E quando è solo veleno?

Ci sono critiche che non servono a niente.

Non costruiscono.
Non aiutano.
Ancor meno migliorano.

Servono solo a colpire.

In quel caso?

Non analizzare.
Non rimuginare.
Evita di trattenerti.

Passa oltre.
Senza sprecare un secondo.

Non puoi evitare le critiche.

Ma puoi evitare di diventarne prigioniero.

È lì che smetti di difenderti…

17 spunti per riuscire a dire quello che pensi (veramente)

dire quello che pensi

C’è chi dice NO canta Vasco Rossi.

Invece c’è chi dice SI.
Sempre.

È addirittura entusiasta delle idee altrui.Pur di non creare conflitto.
Pur di mantenere la pace.

Altri invece la prendono così alla lontana da non arrivare mai al punto.

Altri ancora restano in silenzio, confidando che l’interlocutore intuisca il suo disaccordo.
Magicamente.

In tutti i casi, senti la – grande – frustrazione di non riuscire a dire quello che pensi veramente.

Perché hai timore del giudizio degli altri.
Paura di non essere accettato.
Di non essere amato.

Ecco 17 spunti per dire quello che pensi – veramente –

1. Rilassati. Siediti. Respira profondamente. Parla lentamente.

2. Smettila di indossare maschere per piacere agli altri, per essere alla moda, per non essere tagliato fuori dal gruppo. Così ti tagli da solo ..

3. Basta pensare che gli altri possano leggere i tuoi pensieri. Non dedurre. Chiedi. Parla.

4. Scegli il momento giusto per parlare. Presta attenzione. Il momento giusto è quando il tuo interlocutore è più ricettivo.

5. Non complicare la situazione con giri di parole. Inizia dal nocciolo della questione. Esprimilo chiaramente.

6. “Potrei sbagliarmi” è meglio di “Ti sbagli”. Non far seguire “Potrei sbagliarmi” con ” ma ..”.

7. Il messaggio TU (“E’ colpa tua”, “Sei egoista”, “Non mi ascolti mai”) offende e sminuisce. La conseguenza è chiusura e difesa.

8. Poni domande prima di fare dichiarazioni. Non sei furbo quanto credi. Gli altri non sono stupidi come sembrano.

9. Non invidiare troppo quelli “senza peli sulla lingua”. Spesso sono persone impulsive, senza filtri e limiti. Rigide e bloccate sulle loro posizioni.

10. Chiediti “In che modo le mie idee/parole avranno un impatto su altre persone/lavoro/team?” (È così che pensano i leader)

11. Non dire “Tu”. Concentrati sulle questioni, non sulle persone. Le conversazioni diventano personali quando attacchi.

12. Pianifica risposte semplici a possibili obiezioni. La spontaneità è una strategia pericolosa quando sei sotto stress.

13. Costruisci relazioni. Una relazione forte include il diritto di non essere d’accordo.

14. Ascolta in modo attivo. Ascolta per capire, non per controbattere.

15. A volte le cose che ti danno fastidio riguardano te, non gli altri.

16. Mostra rispetto e gentilezza alle persone perché sei-fatto-così, non perché se lo meritano!

17. Ricorda che le persone vogliono “qualcosa” per se stesse.

10 errori di comunicazione che non ti fanno decollare come leader

comunicazione del leader

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Puoi avere una strategia brillante.

Conoscere il mercato.
Essere competente.

Ma se non sai comunicare con il tuo team, prima o poi qualcosa inizierà a incrinarsi.

Non succede da un giorno all’altro.

Succede poco alla volta.

Una frase poco chiara.
Un feedback ambiguo.
Una porta sempre chiusa.
Un riconoscimento che non arriva mai.

La comunicazione del leader non serve solo a trasmettere informazioni.

Serve a creare fiducia.

E quando la fiducia diminuisce, diminuiscono anche coinvolgimento, iniziativa e responsabilità.

Ecco gli errori che vedo più spesso.

1. Concentrarti più sugli errori che sui punti di forza

Correggere è necessario.

Ma se ogni conversazione ruota attorno a ciò che non funziona, i collaboratori iniziano a lavorare per evitare gli errori, non per dare il meglio.

Le persone crescono quando qualcuno riconosce anche ciò che sanno fare bene.

2. Essere difficile da avvicinare

“È sempre occupato.”
“Non è il momento.”
“Ci penserà lui.”

Quando un collaboratore smette di farti domande, non significa che sia diventato autonomo.

A volte significa semplicemente che ha smesso di chiedere.

E questo è molto più pericoloso.

3. Pensare che il silenzio significhi che va tutto bene

Molti leader ragionano così:

Se nessuno mi dice niente, significa che non ci sono problemi.

Purtroppo funziona raramente.

Molte persone preferiscono adattarsi, aspettare o arrangiarsi piuttosto che esporsi.

Per questo il dialogo va cercato.
Non aspettato.

4. Dare per scontato il lavoro fatto

Un “bravo” generico dura pochi secondi.

Un riconoscimento preciso rimane molto più a lungo.

Non limitarti a dire:

“Ottimo lavoro.”

Spiega cosa hai apprezzato.

Le persone hanno bisogno di capire quale comportamento desideri vedere ancora.

5. Comunicare in modo ambiguo

Ironia.
Allusioni.
Messaggi lasciati a metà.
Frasi interpretabili.

Quando la comunicazione del leader non è chiara, il team riempie i vuoti.

Con supposizioni.
Dubbi.
Paure.

La chiarezza riduce l’ansia molto più di tante rassicurazioni.


Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

6. Nascondere la verità

Essere trasparenti non significa raccontare tutto.

Esistono informazioni riservate.
Decisioni ancora in corso.
Temi che non possono essere condivisi.

Ma una cosa è non poter parlare.
Un’altra è mentire.

Se oggi perdi la fiducia del tuo team, domani nessuna comunicazione sarà davvero credibile.

7. Sottovalutare le persone

Molti collaboratori hanno già capito che qualcosa non sta funzionando.

Aspettano soltanto che qualcuno glielo dica.

Pensare:

“Tanto non capirebbero.”

è spesso un errore.

Se una decisione è complessa, il compito del leader non è semplificarla fino a renderla banale.

È spiegarla meglio.

8. Usare il canale sbagliato

Non tutti i messaggi meritano una mail.

E non tutte le conversazioni devono avvenire davanti a tutti.

Una critica importante.
Un feedback delicato.
Un cambiamento organizzativo.

Sono temi che richiedono presenza, tono di voce e possibilità di confronto.

Scegliere il canale giusto fa già parte della comunicazione.

9. Ignorare ciò che il team non dice

Le parole raccontano solo una parte della storia.

L’altra emerge dai silenzi.

Dalle esitazioni.
Dalle riunioni in cui nessuno interviene.
Le domande che non arrivano più.

Un buon leader ascolta anche quello che non viene espresso apertamente.

10. Pensare che comunicare significhi parlare

Molti leader parlano molto.
Pochi verificano davvero che il messaggio sia arrivato.

La comunicazione non finisce quando hai spiegato.
Finisce quando l’altro ha capito.

La comunicazione del leader non misura quanto sei bravo a parlare.
Misura quanto riesci a creare fiducia.

Ogni parola può aumentare oppure ridurre la distanza tra te e il tuo team.

E spesso non sono i grandi discorsi a fare la differenza.

Sono le piccole conversazioni di ogni giorno.

15 suggerimenti per farsi prendere sul serio al lavoro .. e tutti ascolteranno

farsi prendere sul serio al lavoro

Foto di StockSnap da Pixabay

A volte ti sembra di non essere preso sul serio sul lavoro?

Senti poco coinvolgimento?

Una fastidiosa sensazione di invisibilità?

Nessuno ti contraddice.
Ma nessuno si complimenta.
Nessuno commenta il tuo lavoro.

Complimenti!
Hai un super-potere da super-eroe: sei invisibile.

Spesso mi contattano persone (giovani e alla prima esperienza, ma non solo)
che vogliono una cosa molto semplice:
farsi prendere sul serio sul lavoro.

Essere notate.
Riconosciute.

Non è sempre facile, soprattutto quando intorno ci sono colleghi più anziani.
Ma con un po’ di strategia e consapevolezza puoi migliorare molto.

Ecco 15 dritte concrete per farti prendere sul serio sul lavoro
(per approfondire trovi altri spunti nel mio libro “Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025).

1. Smettila di scusarti (se non hai fatto nulla)

  • “Scusa il disturbo”
  • “Mi dispiace…”
  • “Scusa, era solo un’idea”
  • “Spero di non aver sbagliato…”

Scusarsi troppo spesso indebolisce il messaggio.

Chiedi scusa solo se hai davvero sbagliato.

Devi scusarti per aver espresso un’idea?
Quasi mai.

2. Spettegolare è il modo più rapido per perdere credibilità

Il pettegolezzo incuriosisce.
Ma distrugge la fiducia.

Chi ascolta capisce subito una cosa:
con te non è al sicuro.

E senza discrezione non c’è professionalità.

3. Essere sempre “troppo gentile” non aiuta

Non hai bisogno di essere né stronzo né aggressivo.

Ma nemmeno perennemente accomodante.

L’approccio migliore – per farsi prendere sul serio – è sapere misurare …

secondo le circostanze,
grinta e diplomazia.

Non devi cambiare personalità.
Solo alcuni automatismi.

4. Taci, se non hai qualcosa di buono da dire

Dire cose inopportune ti rende fragile agli occhi degli altri.

Meglio il silenzio
che parole confuse, inutili o mal posizionate.

Quando parli:

  • pensa prima
  • struttura
  • sii conciso

Ogni parola deve valere.

5. Diventa proattivo

Non subire.
Non aspettare sempre indicazioni.

Valuta alternative.
Proponi soluzioni.
Esci dai “non posso” e “non riesco”.

L’iniziativa comunica affidabilità.

6. Vai preparato alle riunioni

Preparati più di quanto pensi.

Magari userai solo il 30% di ciò che hai preparato.
Ma quel 30% farà la differenza.

La preparazione costante costruisce la tua reputazione.

Sarà difficile per le persone non prenderti seriamente.

7. Non far perdere tempo alle persone

“Hai un minuto?”
Spesso… non è così.

Quando interrompi qualcuno, stai entrando nel suo flusso di lavoro.

Chiedi un incontro.
Lascia all’altro la scelta del momento.

È una forma di rispetto.
E di intelligenza relazionale.

8. Cura il tuo aspetto

Il modo in cui ti presenti parla per te.

Vestirsi con cura comunica:

  • attenzione
  • rispetto
  • affidabilità

Scarpe consumate e camicia stropicciata trasmettono – invece – disimpegno,
superficialità e poca professionalità.

9. Se non sai, meglio tacere

Non giudicare prima di capire.
Non parlare senza dati.

Meglio il silenzio
che un dietrofront imbarazzante.

Meglio il silenzio su un argomento che non conosci
che blaterare idiozie.

10. Ascolta di più

Evita monologhi.
Prediche.
Rumore inutile.

Regola semplice:
una parola è poco.
Due parole sono spesso troppe.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Scopri il percorso mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”.

11. La postura parla per te

Il 55% della comunicazione è non verbale.

Postura, gesti, sguardo raccontano:

  • sicurezza
  • apertura
  • intenzioni

Prestaci attenzione.
Anche quando non parli.

12. Far ridere tutti non ti rende autorevole

L’ironia è una risorsa.
Il bisogno di attenzione no.

Ancora meno guadagnarsi la reputazione
di “clown” e “buffone” dell’ufficio.

Un’etichetta poco edificante.

13. Non esagerare. E non mentire

  • “La riunione di ieri è stata l’esperienza più straordinariamente appagante della mia vita.”
  • “Oh mio Dio, sono letteralmente esplosa quando ho visto la mail”
  • “Ho lavorato tutto il week end. Notte e giorno… ininterrottamente …”

L’enfasi continua svuota le parole.
La bugia distrugge la fiducia.

E senza fiducia
nessuno ti prende sul serio.

14. Non essere eccessivamente emotivo

Ti offendi subito?
Ti chiudi al primo dissenso?

Mostrare fragilità emotiva costante
ti fa apparire immaturo.

Autoironia e autocritica – invece – sono segni di forza.

15. Fai quello che dici che farai

Mantieni le promesse.
Sempre.

Se qualcuno ti chiede di fare qualcosa di impossibile,
sii onesto.

Meglio un no sincero
che un sì non mantenuto.

Un’ultima cosa

Farsi prendere sul serio è importante.
Ma non diventare un fanatico della serietà.

Mascella rigida, sguardo spento, rigidità costante
non sono autorevolezza.

Ironia, leggerezza e umanità
sciolgono tensione e apprensione in un mondo del Lavoro
sempre più opprimente e cupo.

“Se non riesci a ridere di te,
è giusto che lo facciano gli altri.”

Mirko Badiale

L’autorevolezza non si impone.

Si costruisce, giorno dopo giorno,
con coerenza,
presenza e
responsabilità.

Come rapportarsi con successo con un capo diffidente e sospettoso

capo diffidente

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Sospettoso e guardingo.

Se li vai incontro, si ritrae.

Il capo diffidente .. è sempre a debita distanza

Se cerchi un contatto, ti blocchi davanti ad un muro di sfiducia e perplessità.

Ritiene (a torto o a ragione) di avere avuto precedenti esperienze negative. È diventato ancora più diffidente e chiuso per paura di soffrire nuovamente.

È convinto che gli altri vogliano raggirarlo, truffarlo o sfruttarlo.

Non agisce sotto lo stimolo di prove concrete ma secondo pregiudizi e preconcetti.
E ne ha tantissimi.

Per tenersi lontani dai pericoli evita tantissime situazioni lavorative che potrebbero essere piacevoli o vantaggiose.

Ecco 15 spunti per lavorare con successo con un capo diffidente:

1. Non cercare di diventare suo “amico”. Manterrà sempre i limiti professionali.

2. Il capo diffidente ti studia. Vuole capire le tue intenzioni. Anche dopo anni …

3. Non credere che siccome non parla o risponde a fatica non sia interessato a cosa dici oppure è arrabbiato.

4. Non credere che siccome non parla o risponde a fatica sia soddisfatto del tuo lavoro.

5. È convinto che tutti vogliano raggirarlo o sfruttarlo. Tu compreso.

6. Il capo diffidente parla pochissimo, quasi senza espressione del viso, non capisci se è interessato o invece non vede l’ora che la pianti e te ne vai …

7. Non interrompere una persona diffidente durante i suoi brevi interventi.

8. Evita assolutamente le pause che potrebbero imbarazzarlo.

9. Non parlare e argomentare troppo, insistere, premere o mettere fretta.

10. Evita i complimenti pomposi o eccessivi. Lo imbarazzerai e penserà che tu voglia aggirarlo o manipolarlo.

11. Usa una comunicazione trasparente, onesta e autentica. Sempre.

12. Non sorvolare, nascondere o eludere eventuali argomenti delicati e spinosi. Sempre.

13. Non cambiare opinione o versione perché li suonerà ambiguo o manipolatore.

14. Non sono le tue parole che lo convinceranno, ma le tue azioni.

15. Calma e pazienza sono fondamentali per relazionarsi con un capo/a diffidente.

Collaboratore negativo: come gestirlo con successo in 11 passi

il collaboratore negativo

Foto di Christian Supik (Fotografie) + Manuela Pleier (Design) da Pixabay

È successo.
Ancora.

Uno dei tuoi collaboratori è improvvisamente (ma forse non così all’improvviso) diventato un problema.

Sempre di cattivo umore.
Rifiuta le buone idee.
Mette in circolo quelle cattive.

Si lamenta costantemente,
di un collega,
di ogni iniziativa.

Il collaboratore negativo vede solo nero

Mai positivo.
Solo negativo.

Questo atteggiamento distruttivo (per qualsiasi dinamica di gruppo) sta influenzando i tuoi collaboratori
nel restare concentrati e motivati sul lavoro.

Un collaboratore negativo può intossicare un gruppo di lavoro più velocemente di quanto tu possa immaginare.

Gestire il comportamento di un dipendente negativo
può essere incredibilmente esasperante.

Potresti avere l’impulso di lasciarlo fare.
Sperare che la persona si dimetta.

Non sperare che la situazione si risolva da sola

Non succederà.

Spesso gli altri membri del team si rivolgono a te (il manager / leader / capo) per risolvere la questione.

Se stai pensando di evitare o sviare questo compito,
sappi che il resto del team resterà deluso
dal fatto che tu accetti questa situazione improduttiva.

Il tuo approccio migliore
è evitare che la negatività si “espanda”
a tutto il luogo di lavoro.

Ecco 11 passaggi per gestire il collaboratore negativo:

1. È un periodo storto o la sua vera natura?

Di tanto in tanto tutti attraversiamo un periodo sfavorevole.

Se un collaboratore sta vivendo un momento difficile,
la strategia migliore è essere di supporto.

Ma se i giorni difficili diventano tanti,
non aspettare che la crisi si allarghi a tutto il team.

Un atteggiamento negativo si diffonde.
E continuerà a farlo.
A meno che tu non lo fermi.

È tempo di una conversazione seria.

2. Chiediti: i dipendenti negativi sono un’eccezione?

Se non lo sono,
forse il problema è più grande.

Un modello di negatività può guidare l’organizzazione.

Gli atteggiamenti sono contagiosi.

È tempo di parlare con le persone chiave
e assicurarti che stiano dando l’esempio giusto.

A volte, senza volerlo, inviano messaggi sbagliati.
Controversi.
Negativi.

3. Verifica i tuoi pregiudizi

Prima di formulare ipotesi,
fermati.

Rifletti davvero su chi-è il tuo collaboratore negativo.

Controlla i tuoi pregiudizi.

Chiediti:

  • È negativo cosa dice o il modo in cui lo espone?
  • È davvero distruttivo?
  • E se fosse un problema solo di comunicazione?
  • Nessuno gli ha mai detto che non può comportarsi così?

4. Non ingigantire il problema

Come leader sei responsabile anche del clima emotivo.

Il collaboratore può essere frustrante,
ma non devi abbassarti al suo livello.

Evita di puntare il dito.
Di sparlare con il team.

  • “È davvero una persona distruttiva!”

Gli altri si chiederanno:

  • .. e di me cosa dice quando non ci sono?

È il modo più rapido per perdere fiducia.

5. Iniziare la conversazione

Ora la parte difficile.
(Eh sì, la leadership non è comoda.)

Sedersi e parlare di comportamento.
Dare feedback.

È scomodo.
Per entrambi.

Valuta il livello di soddisfazione professionale del tuo collaboratore.

Poni domande aperte:

  • Come ti senti a lavorare qui?
  • Quanto le tue aspettative sono state soddisfatte?
  • Quando ti senti felice al lavoro?
  • Cosa trovi più frustrante o più stimolante ora?

Ascolta.
“Dimmi di più…”

Sii diretto, ma non conflittuale.

6. Evita di diventare difensivo

In situazioni stressanti è facile irrigidirsi.

Non prendere sul personale
parole o atteggiamenti.

Non sono diretti a te.
C’è qualcosa che non funziona per lui/lei.

Nel lavoro.
O nella vita.

7. Poni un feedback specifico

Porta esempi concreti.

Evita:

  • “Stai facendo questo. Non farlo più!”

Descrivi fatti,
azioni,
comportamenti.

Spiega l’impatto sul team.

Sottolinea come il continuo monologo su ciò-che-non-funziona, senza soluzioni, abbassi l’umore e l’energia di tutti.

Fai una richiesta chiara:
cosa vuoi vedere cambiato in futuro.

A questo proposito puoi approfondire con il mio post

→ “Feedback difficile: come dire a un collaboratore che deve migliorare senza attaccarlo

8. Chiedi se sta accadendo qualcosa di negativo

Non sei un terapeuta.

Tuttavia, mostra empatia.
Ascolta davvero.

Alcune difficoltà personali possono influire pesantemente sul lavoro.

Chiedi però con fermezza che i problemi personali non ricadano sulle prestazioni.

9. Concentrati sulle soluzioni

Non fossilizzarti sul negativo.

Rinforza ciò che funziona.
Valorizza i contributi positivi.
Riconosci i progressi.

Se la persona non è disposta a collaborare, termina il confronto.

10. Effettua controlli regolari

Incontri one-to-one.
Feedback.
Incoraggiamento.

Chiedi spesso:

  • Come posso aiutarti?
  • Di cosa hai bisogno per avere successo?

11. Sapere quando è abbastanza

A volte la negatività persiste.

Hai dato tempo.
Hai dato feedback.
Opportunità.

Se non cambia nulla,
è necessario separarsi.

È un beneficio per tutti.

Per il team.
Per te come leader.

E — spesso — anche per la persona.

In conclusione

La vera leadership
non è evitare i problemi.

È affrontarli prima che diventino contagiosi.

Se anche tu hai un collaboratore ti mette continuamente alla prova
o ti fa perdere la calma …

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