10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, da subito!

autostima

L’autostima.

Tutti vorremmo averne abbastanza.

Nel lavoro e nella vita.

Eppure basta una difficoltà, una critica, un errore o un cambiamento importante per cominciare a dubitare di noi stessi.

  • “Forse non sono abbastanza sicuro.”
  • “Gli altri sembrano molto più forti di me.”
  • “Dovrei avere meno dubbi.”

Il problema è che intorno all’autostima continuano a circolare idee molto rigide su come dovrebbe comportarsi una persona sicura di sé.

E quando non corrispondiamo a quell’immagine, arriviamo facilmente alla conclusione di avere poca autostima.

Non sempre è così.

Ecco 10 false credenze che vale la pena mettere in discussione.

1. Fiduciosi si nasce

C’è chi sembra naturalmente sicuro.

Parla senza esitazioni.
Prende posizione.

Non sembra preoccuparsi troppo del giudizio degli altri.

E viene spontaneo pensare:

“Beato lui. È fatto così.”

La sicurezza personale, però, non è qualcosa che possediamo in quantità definitiva dalla nascita.

Si costruisce anche attraverso le esperienze.

Affrontando situazioni nuove.
Gestendo qualcosa che temevamo.
Superando un errore.
Ricevendo riconoscimenti.

E anche imparando a convivere con alcune fragilità.

La fiducia che hai oggi non deve necessariamente essere quella che avrai domani.

2. Una persona sicura deve essere forte in ogni situazione

È facile immaginare la persona sicura come qualcuno che non vacilla.

Decisa.
Determinata.
Sempre capace di prendere posizione.

Ma la sicurezza non è uniforme.

Puoi sentirti molto competente nel tuo lavoro e andare in difficoltà davanti a un conflitto.

Essere sicuro quando parli con il tuo team e molto meno quando devi confrontarti con il tuo capo.

Avere grande fiducia nelle tue capacità professionali e dubitare di te quando entri in un ambiente nuovo.

Non c’è contraddizione.

L’autostima non è un interruttore acceso o spento.

3. Gli altri sono più sicuri di me

Vedi un collega intervenire senza esitazione durante una riunione.

Un responsabile prendere una decisione difficile.

Una persona presentarsi con grande disinvoltura.

E pensi:

“Vorrei avere la sua sicurezza.”

Ma tu stai osservando ciò che quella persona mostra, non necessariamente ciò che sente.

Non conosci i suoi dubbi.
Non sai quanto si sia preparato.
Non sai quando va in difficoltà.

Confrontare ciò che senti dentro con ciò che gli altri mostrano fuori è un confronto inevitabilmente incompleto.

4. Per avere autostima devo essere estroverso

Essere espansivi, socievoli o disinvolti può essere facilmente scambiato per sicurezza.

Ma non è la stessa cosa.

Puoi parlare molto e avere continuamente bisogno dell’approvazione degli altri.

Oppure essere riservato e sentirti perfettamente a tuo agio con te stesso.

Non devi diventare la persona più brillante della riunione.
Non devi amare stare al centro dell’attenzione.
Non devi essere quello che ha sempre qualcosa da dire.

La sicurezza non si misura dallo spazio che occupi, ma da quanto hai bisogno di dimostrarlo.

5. Per essere sicuro devo essere arrogante

No.

Arroganza e sicurezza possono persino assomigliarsi da lontano.

Entrambe possono apparire decise.

Ma la differenza emerge nel rapporto con gli altri.

Essere sicuro non significa avere bisogno di mostrare continuamente quanto vali.

Non significa svalutare gli altri.
Non significa avere sempre ragione.

Puoi sostenere con fermezza una posizione e contemporaneamente ascoltare.

Puoi essere orgoglioso dei tuoi risultati senza trasformarli in uno strumento per sentirti superiore.

Ne ho parlato anche in “4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader”.

6. Per aumentare l’autostima devo fare qualcosa di straordinario

Non necessariamente.

A volte immaginiamo che per sentirci più sicuri servano grandi prove.

Cambiare completamente vita.
Affrontare una paura enorme.
Prendere una decisione radicale.

Ma la sicurezza può costruirsi anche attraverso piccole esperienze nelle quali smettiamo progressivamente di evitarci.

Chiedere qualcosa che solitamente non chiederesti.

Dire no.

Intervenire durante una riunione.
Affrontare una conversazione che continui a rimandare.
Esporti un po’ di più.

Grande o piccola conta ciò che quella situazione rappresenta per te.

7. Prima devo avere successo, poi avrò fiducia in me stesso

È una sequenza troppo semplice.

A volte un risultato positivo aumenta la fiducia.

Altre volte serve una certa fiducia per tentare qualcosa che potrebbe portare a un risultato.

E altre ancora agiamo pur non sentendoci affatto sicuri.

È proprio dopo aver affrontato quella situazione che scopriamo qualcosa di nuovo su noi stessi.

Fiducia e risultati possono quindi alimentarsi reciprocamente.

Il rischio è aspettare:

  • “Quando mi sentirò finalmente sicuro, allora lo farò.”

Potresti aspettare parecchio.

8. Se ho autostima, parlare davanti agli altri non dovrebbe mettermi in difficoltà

Puoi avere una buona considerazione di te stesso e sentire comunque tensione quando devi parlare davanti a un gruppo.

Le due cose non si escludono.

Parlare in pubblico espone.
Gli altri ti guardano.
L’attenzione è concentrata su di te.

È comprensibile sentire una certa attivazione.

Il punto non è dimostrare la tua autostima non provando ansia.

È riuscire a fare ciò che devi fare anche se senti un po’ di ansia.

9. Se sono sicuro di me non devo avere paure e incertezze

Questa è probabilmente una delle false credenze più insidiose.

  • “Se fossi davvero sicuro, non avrei tutti questi dubbi.”

Ma puoi avere fiducia in te stesso e attraversare un periodo nel quale non sai che cosa fare.

Puoi sentirti competente e avere paura di sbagliare.

Puoi conoscere il tuo valore e sentirti disorientato dopo un licenziamento, una riorganizzazione o un cambiamento importante.

La sicurezza non consiste nell’assenza permanente di dubbi.

Conta anche ciò che fai quando i dubbi arrivano.

Avere un momento di insicurezza non significa essere diventato improvvisamente una persona insicura.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza? È il momento di rimettere al centro te stesso. Scopri il coaching per “Ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.”

10. Basta sembrare sicuro per diventarlo

Puoi certamente modificare alcuni comportamenti.

Alzare lo sguardo.
Parlare più lentamente.
Evitare di scusarti continuamente.

Prepararti meglio prima di una situazione difficile.

Fare attenzione al modo in cui entri in una conversazione.

Tutto questo può aiutarti a comunicare maggiore sicurezza e, in alcuni casi, anche a sentirti più a tuo agio.

Ma non confondiamo il comportamento con ciò che senti davvero.

Puoi imparare a gestire una situazione senza aver risolto ogni tua insicurezza.

E va bene così.

Il problema nasce quando tutta la tua energia viene utilizzata per sembrare sicuro agli occhi degli altri, mentre dentro continui a dipendere completamente dal loro giudizio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Le false credenze sull’autostima possono diventare una trappola

Forse l’errore più grande è immaginare l’autostima come uno stato definitivo.

  • “Adesso sono sicuro di me.”

E da quel momento niente più dubbi.

Niente paura.
Niente esitazioni.
Non funziona così.

Ci saranno situazioni nelle quali ti sentirai forte e altre che toccheranno proprio uno dei tuoi punti più vulnerabili.

Momenti nei quali saprai esattamente che cosa fare e altri nei quali avrai bisogno di fermarti, chiedere aiuto o ritrovare un po’ di equilibrio.

Costruire autostima non significa eliminare per sempre l’insicurezza.
Significa evitare che ogni momento di insicurezza diventi una sentenza sul tuo valore.

Come gestire con efficacia un collaboratore non professionale

collaboratore non professionale
Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure il responsabile di un piccolo team, poco importa.

Sicuramente conosci la complessità di dover convivere con le diverse personalità dei tuoi collaboratori.

È un compito spesso difficile.

Soprattutto quando un tuo dipendente o collaboratore mostra un comportamento poco professionale.

Ma cosa vuol dire, concretamente, non professionalità?

La non-professionalità ha molte facce.

Si va dal ritardo abituale alle assenze continuate.
Dal molestare o criticare i colleghi al mettere zizzania nel team.

Dal “gossippare” in ufficio al portare costantemente i problemi personali sul lavoro.

Poi ci sono altri segnali:
abbigliamento trascurato,
comunicazione poco consona,
informazioni false,
furto.

Insomma, gli esempi non mancano.

Il comportamento non professionale di un collaboratore dovrebbe essere affrontato il più rapidamente possibile.

Non è solo un problema per te.

Un collaboratore poco professionale può diventare un fattore destabilizzante per tutto il team, creando tensioni e malumori tra gli altri dipendenti.

Se non intervieni — per debolezza, quieto vivere o convenienza — il resto del personale potrebbe vederti come un capo debole o ingiusto.

E questo ha conseguenze rapide su motivazione,
performance,
risultati.

Ecco quindi 6 passi per affrontare con successo un collaboratore poco professionale.

1. Documentare i comportamenti non professionali

È importante documentare con precisione tutti i comportamenti errati.

Segna:

  • data e ora
  • descrizione dell’accaduto
  • persone coinvolte

Comprovare con accuratezza i comportamenti scorretti è fondamentale.

In questo modo il collaboratore non potrà eludere o contraddire i fatti sostenendo che le informazioni siano vaghe o imprecise.

Anche (e soprattutto) se la tua azienda è piccola, documentare i fatti dà maggiore incisività e ufficialità alle tue parole.

2. Incontrare il collaboratore

Incontra personalmente il collaboratore lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Prima dell’incontro prenditi qualche minuto.

Respira profondamente.
Rilassati.
Sciogli la tensione dal viso.

Ti servirà.

Durante l’incontro metti in chiaro che il suo comportamento è diventato un problema che interferisce con il buon andamento del lavoro.

3. Fare esempi specifici

Porta uno o due episodi concreti in cui il comportamento del collaboratore ha influenzato negativamente il lavoro o l’immagine dell’azienda.

Evita frasi generiche come:

“Hai un atteggiamento poco professionale.”
“Hai sbagliato.”

La critica deve essere specifica.

Spiega chiaramente:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando

Descrivi azioni,
comportamenti
e parole.

Evita etichette o giudizi personali come:

  • arrogante
  • egoista
  • presuntuoso.

Concentrati sulle azioni, non sulla persona.

Non toccare l’autostima del collaboratore: un passo falso può danneggiare il rapporto per sempre.

4. Ascoltare e permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegare la propria versione dei fatti.

Ascolta senza giudicare.

Se un collaboratore ha avuto un comportamento poco professionale, non dargli la possibilità di difendersi sarebbe altrettanto poco professionale.

Spiega i tuoi punti, ma non interrompere il tuo interlocutore mentre espone le sue giustificazioni.
Anche se non sei d’accordo.

Interrompere porta solo a inasprire il dialogo.

Questo momento è anche un’occasione per imparare a dare critiche costruttive, bilanciando garbo e autorità.

Così aumenterai rispetto, credibilità e produttività nel team.

Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato possono aiutarti a comprendere meglio le dinamiche, ritrovare più calma e impostare una strategia efficace.

→ Scopri il servizio.

5. Chiedere di cambiare approccio

Dopo aver chiarito che il comportamento non è accettabile, chiedi un cambiamento concreto.

Sii molto preciso.

Spiega quali comportamenti devono cambiare e quali azioni non sono più tollerabili.

Il collaboratore deve sapere esattamente cosa ci si aspetta da lui.

Informalo anche che, se non si noteranno miglioramenti, sarai costretto a prendere provvedimenti.

6. Fare una richiesta perentoria

Un periodo di prova può essere una soluzione ragionevole.

Definisci chiaramente che dopo un certo tempo vi incontrerete di nuovo.

Se l’atteggiamento non sarà migliorato, potrebbero essere presi provvedimenti seri, fino al licenziamento.

È importante che ogni passaggio sia pianificato e gestito correttamente, anche per evitare problemi legali per te e per l’azienda.

Il tuo obiettivo deve essere aiutare il collaboratore a “rientrare” nel team.

Ma, alla fine, potresti dover prendere decisioni difficili per il bene del gruppo e della tua organizzazione.

Questi suggerimenti non sono una guida da seguire alla lettera

Sono spunti di riflessione.

I rapporti professionali — proprio come quelli personali — sono complessi.

Non esistono regole valide in ogni situazione.

Ogni caso va contestualizzato e adattato:
all’azienda,
alla situazione,
alla tua personalità
e a quella del tuo collaboratore.

Gestire un collaboratore poco professionale non è mai piacevole.

Ma ignorare il problema è quasi sempre la scelta peggiore.

La leadership richiede anche questo:
affrontare le situazioni scomode con chiarezza,
rispetto
e responsabilità.

Perché un team funziona davvero solo quando le regole sono chiare per tutti.

Smartphone e portatili sono dannosi alla tua autostima

smartphone e autostima

Smartphone e autostima.
Avrete senz’altro letto (o forse no) come l’uso incessante di smartphone, laptop, tablet,
può influire negativamente sui nostri rapporti e sulla nostra performance.

Un gruppo di ricerca ha scoperto che tenere lo smartphone sul comodino danneggia il nostro riposo.
Ci rende più stanchi e meno produttivi il giorno dopo.

Sembra, infatti,
che il telefono cellulare interferisca con il riposo e il rendimento lavorativo anche quando non lo usiamo.

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Tenerlo sul comodino può regalarci notti agitate perché la luce emessa all’arrivo di mail e messaggi sopprime il rilascio di melatonina,
un ormone che favorisce il sonno.

Karla Klein Murdock, psicologa americana,
ha trovato un possibile legame tra mancanza di sonno e sms.

La sua ricerca ha dimostrato che gli studenti universitari che abitualmente “messaggiano” tanto impiegano anche molto più tempo per addormentarsi,
dormono meno e si sentono più stanchi il giorno dopo. Per saperne di più.

Ma forse non hai ancora sentito l’ultima … su smartphone e autostima …

Essere incollati al dispositivo smartphone può avere un impatto negativo anche sulla tua autostima.

La Psicologa e autrice Amy Cuddy ha stabilito che, poiché la postura può influenzare gli ormoni, può anche influire sul modo in cui la nostra mente riflette la fiducia.

Quindi, se si sta regolarmente seduto in quello che la Cuddy chiama la posizione ricurva,
è probabile che parleremo con meno autorevolezza e convinzione.
Saremo percepiti dagli altri come persone poco sicure di sé.

Infatti, se una postura corretta aumenta l’autostima, giova alla salute, conferisce maggiore fiducia in se stessi, migliora la capacità intellettiva,
così … accade l’esatto contrario quando un individuo si rannicchia e “raggomitola” su se stesso assumendo una postura scorretta.

 


 

Ecco …
ci mancava anche questa!
Soprattutto in un’epoca dove l’autostima e la fiducia scarseggiano.

Stando curvi sullo schermo si rischia la iGobba

Basta guardarsi attorno in un bar, sull’autobus o nella sala d’attesa:
quante sono le persone piegate e “curvate” sullo schermo di uno smartphone?

Sono soprattutto i più giovani, che quotidianamente contorcono il corpo verso cellulari e tablet,
incombe così il rischio di sviluppare questa postura contorta che il fisioterapista neozelandese Steve Augus,
chiama la “iGobba”.

Secondo August molti adolescenti iniziano a manifestare una sorta di gobba (un inarcamento della schiena dovuta a una postura sbagliata).
Un problema che fino a qualche anno fa riguardava per lo più gli anziani,
che in decenni trascorsi chini su libri o quaderni avevano sviluppato questa deformazione.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Stare curvi può renderci abulici e passivi

Smartphone e autostima …
le ripercussioni non sono solo fisiche (cervicale, mal di testa, rigidità del collo e delle spalle).
La stessa postura può provocare o amplificare uno stato emotivo.
Stare curvi, in particolare, può farci sentire depressi, apatici e poco vitali.

Bastano piccoli accorgimenti per salvare la situazione e arginare questi effetti collaterali.
Come fare un po’ di stretching e tenere spalle e testa all’indietro quando si guarda il cellulare,
alzando di più le braccia e avvicinandolo al volto.

Posizione un po’ scomoda, ma a prova di gobba,
pardon di iGobba.

Il disagio contribuisce alla tua crescita personale

crescita personale

Il disagio fa parte della nostra crescita personale.
Il disagio è il prezzo che paghiamo per la nostra crescita.

La crescita pretende un disagio temporaneo.
Il disagio è il segnale di cambiamento.

Per cambiare e crescere devi sentirti infastidito, disturbato … a disagio.
No disagio, NO crescita.
È così.
Il disagio “spinge” per la crescita.

Il disagio arriva con il “nuovo”

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Ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, una nuova relazione, un nuovo ruolo, un trasferimento in un’altra città?
Ecco … arriva il disagio.

Irrequietezza, nervi tesi, un “ovo” sodo nella gola, bruciore di stomaco, tensione muscolare, sonno turbolento.

Calma!
Va tutto bene.
Significa che stai entrando in “una zona d’ombra“.
Stai spostando la tua zona di comfort un po’ più in là.

Provi disagio, fastidio, malessere perché non sai cosa accadrà.
È come camminare al buio con la sola luce della luna.
Andare avanti può farti sentire “strano”, pauroso, incerto.

Quando senti questa sensazione, non spaventarti

Dì a te stesso:
“È nuovo.
Va tutto bene.
Sto crescendo.”

Una parte di te sente paura.
Questa sensazione è normale.
Le cose nuove ci fanno sentire a disagio.
 


 

Però …
una volta che “ne esci fuori e ti senti ancora vivo” …
non ti sentirai più così.
La tua zona di comfort si è ingrandita, si è dilatata.

Devi “allenarti” per abituarti al disagio.
Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo, se hai sempre “vinto facile”, potresti non aver allenato i “muscoli” caratteriali, necessari quando la strada diventa in salita.

Ti sei chiesto … cosa farai quando troverai (perché li troverai) sulla tua strada difficoltà, insidie, ostacoli, impedimenti?

Disagio come catalizzatore per la crescita personale

Il disagio ci fa anelare per qualcosa di più.
Ci costringe a cambiare, allungare, e di adattarsi.

Il disagio può diventare il nostro più grande alleato.
Quando senti il disagio … accoglilo come se fosse un ospite inatteso che si presenta alla porta di casa tua in un momento inopportuno.

“Lasciati andare al disagio, resta con esso, in sua compagnia: è questa la via per sbarazzarsene”.
Bruce Lee

“E se non riesco?”: la paura dell’insuccesso

paura dell'insuccesso

Hai sempre lavorato bene.

Sei competente, affidabile, preciso.

I risultati arrivano e anche chi sta sopra di te comincia ad accorgersene.

Poi arriva una possibilità concreta.
Una promozione.
Più responsabilità.

Un ruolo che, fino a qualche tempo prima, avresti considerato un riconoscimento importante.

Dovresti essere soddisfatto.

E invece compare una domanda:

“E se non riesco?”

Ti sei preparato al grande salto?

Finché una promozione è soltanto un’ipotesi, è facile concentrarsi su ciò che potrebbe portare.

Una retribuzione migliore.
Più autonomia.
Maggiore responsabilità.
Il riconoscimento del lavoro svolto.

Quando però quella possibilità diventa concreta, cambia il punto di osservazione.

Non guardi più soltanto ciò che potresti ottenere.

Cominci a vedere anche ciò che potrebbe esserti richiesto.

Ed emergono altre domande:

  • “Sarò capace di gestire il team?”
  • “E se prendo una decisione sbagliata?”
  • “Come reagirò alla pressione?”
  • “E se scoprono che non sono pronto?”

Se queste domande cominciano ad accompagnarti anche fuori dal lavoro, ne ho parlato anche in “Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno”.

Hai considerato anche l’altro lato della medaglia?

Una nuova responsabilità professionale non porta soltanto maggiore riconoscimento.

Porta anche situazioni che prima potevano non appartenerti:

  • prendere decisioni che coinvolgono altre persone;
  • gestire collaboratori e conflitti;
  • rispondere dei risultati del team;
  • confrontarti con aspettative più elevate;
  • affrontare problemi per i quali non hai ancora esperienza.

Prima potevi essere molto competente nel tuo ruolo.

Adesso ti viene chiesto qualcosa di diverso.

Ed è proprio qui che può comparire la paura dell’insuccesso.

Non necessariamente perché non sei capace. Ma perché non hai ancora la prova di esserlo in quel nuovo ruolo.

Essere stato bravo nel ruolo precedente non ti garantisce di sentirti subito sicuro in quello nuovo.

La paura dell’insuccesso può frenarti

Quando la posta in gioco aumenta, anche l’errore può sembrarti più pesante.

Non pensi soltanto:

  • “Potrei sbagliare.”

Pensi:

  • “Potrei scoprire di non essere all’altezza.”

È una differenza importante.

Nel primo caso stai valutando la possibilità di commettere un errore.

Nel secondo stai trasformando l’eventuale errore in un giudizio su di te.

Ed è qui che la paura può diventare paralizzante.

Cominci a rimandare decisioni.
Cerchi continue conferme.
Eviti situazioni nelle quali potresti esporti.

Oppure cerchi di controllare tutto per ridurre al minimo la possibilità di sbagliare.

La paura dell’insuccesso non riguarda più soltanto ciò che potrebbe accadere.

Riguarda ciò che quell’insuccesso potrebbe significare per l’immagine che hai di te stesso.

E se il nuovo ruolo non fosse quello giusto?

C’è anche un’altra possibilità che vale la pena considerare.

Non tutte le promozioni sono necessariamente un passo avanti.

A volte desideri un ruolo per quello che rappresenta per la tua carriera.

Poi lo conosci più da vicino e scopri che non ti corrisponde.

Gestire persone potrebbe non interessarti.

Il livello di pressione potrebbe essere incompatibile con ciò che desideri oggi.

Potresti scoprire di preferire un ruolo specialistico a uno manageriale.

Questo non significa aver fallito.

Significa che una carriera non deve necessariamente svilupparsi nella direzione che avevamo immaginato qualche anno prima.

Per questo è importante non rispondere automaticamente alla paura con:

“Devo farmela passare.”

Prima vale la pena capire che cosa quella paura ci sta dicendo.

Conosci te stesso prima di chiederti se ce la farai

Di fronte a una nuova responsabilità, la domanda “Ce la farò?” è comprensibile.

Ma da sola serve a poco.

Può essere più utile chiederti:

  • quali competenze possiedo già;
  • quali devo ancora sviluppare;
  • quali aspetti del nuovo ruolo mi attirano davvero;
  • quali mi mettono maggiormente in difficoltà;
  • che cosa temo concretamente di non riuscire a gestire.

Più riesci a rendere specifica la paura, meno rimane una sensazione indistinta di inadeguatezza.

  • “Non sono capace.”

è molto diverso da:

  • “Non ho ancora esperienza nella gestione di un conflitto tra due collaboratori.”

La seconda frase individua qualcosa su cui puoi lavorare.

La prima mette sotto accusa tutta la persona.

Se dopo una pausa o una delusione professionale senti di aver perso un po’ di sicurezza, scopri come il coaching può aiutarti a riconnetterti ai tuoi punti di forza e tornare a brillare.

Non devi sapere già fare tutto

Una nuova responsabilità, proprio perché nuova, contiene inevitabilmente qualcosa che ancora non conosci.

Non devi dimostrare di essere già perfettamente pronto.

Devi capire che cosa sai fare, che cosa devi imparare e dove hai bisogno di supporto.

E soprattutto evitare che ogni difficoltà diventi immediatamente la conferma della paura iniziale:

“Lo sapevo. Non sono all’altezza.”

Il fatto che un nuovo ruolo ti faccia dubitare di te non dimostra che hai fatto il passo sbagliato.
Dimostra che non puoi più affidarti alle stesse certezze che avevi prima.

La sicurezza, in un nuovo ruolo, non arriva necessariamente prima.

Molto spesso si costruisce in corso d’opera.

Se hai assunto da poco un ruolo di leadership potresti trovare spunti interessanti nel mio libro “Prima volta Leader” .

“Vince la personalizzazione”: la mia intervista sulla rivista Toy Store

come conquistare nuovi clienti

Ecco la versione integrale della mia intervista su Toy Store su come conquistare nuovi clienti nel settore retail.

Oggi più che mai, è sempre più importante conoscere il proprio cliente.
Come è possibile per un negoziante capire chi sono i suoi consumatori?

Dati, cifre, analisi, ricerche per conoscere e capire il cliente sono utili, spesso necessari, ma allo stesso tempo è vitale non rimanere “vittima” dei numeri.

I dati non sono la fonte di tutto il sapere.
Il contatto umano, guardarsi negli occhi, parlarsi e ascoltare sono ancora i modi migliori per un negoziante per comprendere al meglio chi sono e cosa desiderano i suoi consumatori.
L’ascolto attivo è un mezzo potente per cogliere sfumature, sogni, desideri, bisogni, obiettivi del cliente e un’occasione di crescita come professionista e comunicatore.

Ascoltare è diverso che sentire.
Ascoltare significa placare il chiacchiericcio interno e prestare la più totale attenzione a quello che il cliente sta dicendo.

Purtroppo, già dal primo istante cominciamo a dedurre, ipotizzare o crediamo di sapere come-e-cosa ci dirà il cliente.

Con queste idee preconcette, rischiamo di filtrare la conversazione, saltare velocemente alle conclusioni e non comprendere il reale messaggio o bisogno.

Quando il cliente si renderà conto di essere ascoltato, si sentirà importante, si accorgerà di essere seguito da professionista competente, aumenterà il suo desiderio di comunicare e di creare un saldo rapporto di fiducia.

L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio e della soddisfazione della clientela. L’obiettivo è diventare partner del cliente, non un semplice fornitore.

Quali domande è importante che un negoziante si ponga per conoscere al meglio la propria clientela?

Per un negoziante, porsi domande mirate e “scomode” è il primo passo per conoscere la propria clientela. Più le risposte saranno oneste, più saranno incisive le azioni:

“Sono aperto al dialogo o sto, semplicemente, convincendo le persone ad acquistare il mio prodotto o servizio?”

“Comincio a vendere fin dal primo momento che il cliente mette piede nel mio store? Penso di avere un buon intuito, di capire se acquisterà, oppure no, e mi concentro subito e solo su quello?

“Se il mio cliente sta parlando (esprimendo le sue esigenze, necessità, i suoi timori) ed io sto pensando a come presentare meglio il mio prodotto, quanto avrò veramente ascoltato quello che ha detto?”

“Il mio fine ultimo è “piazzare” il prodotto o la soddisfazione del cliente?”
“Come preferiscono acquistare il mio prodotto?
Online, di persona o per telefono?”
“Come posso informarli frequentemente senza essere insistente?”
“Sono soddisfatti principalmente del prodotto o dell’esperienza in-store?”

Quali investimenti può portare avanti un retailer per capire chi sono i suoi consumatori?
In quali direzioni?

Sono sempre più numerose le persone continuamente connesse in Rete che si “lasciano” orientare e influenzare nei loro acquisti da recensioni, opinioni, consigli online e dai suggerimenti ricevuti attraverso i social.

Qualsiasi azienda che voglia conoscere, creare o ampliare la conoscenza dei suoi consumatori deve puntare sul dialogo e l’interazione con i clienti e una presenza qualificata sul web.

Il cliente, una volta sul sito dell’azienda desidera trovare informazioni, contenuti, commenti e testimonianze, articoli del blog, video per la risoluzione di un problema, indicazioni e suggerimenti su come usare i prodotti, vedere il processo lavorativo oppure l’anteprima visuale dei nuovi prodotti.

La comunicazione non è “a senso unico” ma deve trasmettere voglia di ascoltare e spazio per condividere esperienze ed emozioni. In questo modo si dimostra attenzione, interesse e riconoscenza per la scelta e la fedeltà dei consumatori.

Il segreto per conquistare nuovi clienti: costruire dei rapporti con la clientela, mantenendo un dialogo che li coinvolga in una conversazione continua.

Come conquistare nuovi clienti?
Quali strategie è necessario mettere in campo?

Una strategia vantaggiosa per conquistare nuovi clienti potrebbe essere quella di combinare una solida e autorevole presenza web a un servizio clienti personalizzato, flessibile e produttivo.

Il cliente, sul sito dell’azienda avrebbe la possibilità di trovare informazioni, contenuti pertinenti e di qualità, verificare la visibilità delle scorte (ovvero costatare se un articolo è disponibile prima di recarsi ad acquistarlo in negozio), comunicare con un venditore o consulente mentre è online, chiedere o disdire un appuntamento, trasmettere e ricevere messaggi, prenotare velocemente un articolo, ricevere una notifica, ecc..

Una volta in negozio, il personale di vendita (abbandonata definitivamente la veste del venditore classico per quella del consulente di vendita) è pronto a offrire al consumatore promozioni personalizzate sulla base degli acquisti precedenti o delle preferenze manifestate.

Oltre ai dati che si trovano nei vari sistemi gestionali (ultimo acquisto, media di acquisto, ecc.) compito dei consulenti di vendita è annotare nella scheda cliente le preferenze, le abitudini, tutte le informazioni utili per preparare offerte sempre più personalizzate e mirate.

La personalizzazione dell’offerta è sempre più al centro delle strategie di marketing.
Fornire al cliente la massima possibilità di scelta e un servizio sempre più personalizzato è diventato l’imperativo principale.

Chi è il nuovo consumatore?
Cosa pretende quando entra in negozio?

Il consumatore di oggi è più informato, analizza i vari prodotti e confronta prezzi da solo.

Risponde a tono e con precisione.
Prima di acquistare, si domanda di cosa si tratta, quali vantaggi avrà, se soddisfa le sue aspettative, se li serve veramente, chi lo vende e com’è la marca.
Se reputa di aver subito un torto, si lamenta con tutti ma non con l’interessato.
Una volta insoddisfatto non ritorna più. Desidera essere trattato in modo speciale, diverso dagli altri.

Il consumatore di oggi quando entra in negozio esige di essere aiutato nella scelta da un professionista competente, capace di ascoltare, capire le sue esigenze e proporli l’articolo o il servizio giusto … invece (spesso) si trova davanti ad una persona impegnata a parlare, plasmare, manovrare e convincere … a vendere!

Questa visione è superata.
Il nuovo consumatore non vuole sentirsi più manipolato, non accetta più che la vendita passi attraverso una fase in cui debba farsi convincere ad acquistare. Non si fa più metter via da una frase a effetto e un sorriso di circostanza!

Pretende di essere ascoltato, ricevere risposte, spiegazioni e soluzioni pertinenti. Chiede di essere orientato in mare d’informazioni. Desidera sempre la massima chiarezza su argomenti delicati quale prezzo, garanzia, reso, ecc.

La chiave per conquistare nuovi clienti è essere sinceri, appassionati del lavoro, ascoltare con attenzione, essere attenti ai bisogni, non pensare (solo) a vendere e diventare per il consumatore un punto di riferimento concreto, fidato e irrinunciabile.

6 spunti per rispondere a domande scortesi durante il colloquio di lavoro

domande scortesi al colloquio

Può succedere.

Il colloquio procede normalmente e, all’improvviso, arriva una domanda che ti spiazza.

  • “Un po’ variopinto il suo curriculum, non trova?”
  • “Come mai ha cambiato così tanti lavori?”

Oppure un commento personale che ti sembra poco delicato.

Non sto parlando di domande illegittime o discriminatorie, che richiedono un discorso diverso.

Parlo di quelle domande inopportune, provocatorie o semplicemente scortesi che possono arrivare durante un colloquio.

Non sempre puoi sapere perché l’intervistatore le abbia fatte.

Potrebbe voler vedere come reagisci a una domanda scomoda.
Potrebbe essere curioso.
Oppure potrebbe semplicemente avere poco tatto.

Qualunque sia la ragione, il rischio è che la domanda ti faccia reagire d’impulso e sposti il colloquio su un terreno che non ti aiuta.

Ecco 6 modi per gestire la situazione.

1. Mantieni la calma

È probabilmente la cosa più difficile.

Una domanda ti infastidisce e immediatamente senti il bisogno di difenderti.

Prima di rispondere, però, prenditi qualche secondo.

Non devi sorridere per forza.
Non devi fingere che la domanda ti faccia piacere.
E non devi neppure dimostrare immediatamente che l’intervistatore ha torto.

Puoi semplicemente chiederti:

“Come posso rispondere senza lasciare che sia il fastidio a decidere per me?”

Una domanda scortese non ti obbliga a dare una risposta impulsiva.

2. Rispondi alla domanda, non al tono

La stessa domanda può essere posta in molti modi.

Alcuni più rispettosi di altri.

Se il contenuto della domanda è comunque pertinente al colloquio, prova a separarlo dal modo in cui è stata formulata.

  • “Il suo curriculum è piuttosto confuso, non trova?”

Potresti rispondere:

  • “Ho effettivamente avuto esperienze diverse. Se vuole, le spiego il filo che le collega e perché oggi mi sto orientando verso questa posizione.”

Non hai accettato il giudizio.
Non hai attaccato l’intervistatore.

Hai riportato la conversazione sul tuo percorso professionale.

3. Usa anche il silenzio

Non devi rispondere immediatamente a tutto.

Una breve pausa può essere utile.

Ti permette di capire che cosa vuoi dire e impedisce alla prima reazione emotiva di trasformarsi automaticamente nella tua risposta.

Se la domanda ti sorprende, puoi anche dire:

  • “Mi lasci un momento per pensarci.”

Non c’è nulla di sbagliato.

Prendersi qualche secondo non significa essere in difficoltà. Significa scegliere la risposta invece di subirla.

4. Riporta la conversazione su ciò che conta

Alcune domande scortesi al colloquio possono contenere un giudizio implicito.

  • “Non pensa di essere un po’ troppo qualificato per questa posizione?”

Puoi trascorrere cinque minuti a difenderti.

Oppure puoi utilizzare la domanda per spiegare perché quella posizione ti interessa davvero.

  • “Capisco la domanda. Proprio per la mia esperienza ho valutato con attenzione questa candidatura. Quello che mi interessa particolarmente del ruolo è…”

Non stai evitando la domanda.

Stai riportando il colloquio su informazioni utili per valutare la tua candidatura.

5. Chiedi di chiarire la domanda

Quando una domanda ti sembra ambigua, provocatoria o semplicemente non ne comprendi il senso, non avere fretta di rispondere.

Chiedi un chiarimento.

  • “Potrebbe spiegarmi meglio che cosa intende?”

Oppure:

  • “Mi aiuta a capire a quale aspetto del mio percorso si riferisce?”

È una strategia molto semplice.

Ti concede qualche secondo per pensare e, soprattutto, obbliga l’intervistatore a rendere più esplicito ciò che sta chiedendo.

A volte, già nel riformulare la domanda, il tono cambia.

Se vuoi arrivare al colloquio preparato anche alle domande che possono metterti maggiormente in difficoltà, può esserti utile anche “Come preparare un colloquio di lavoro vincente in 5 mosse”.

Se hai un colloquio importante e vuoi preparare risposte efficaci anche alle domande più delicate, scopri il mio coaching per il colloquio di lavoro.

6. Se il colloquio diventa davvero irrispettoso?

C’è un limite.

Se le domande scortesi al colloquio diventano ripetutamente offensive, inappropriate o estranee alla valutazione professionale, non sei obbligato a partecipare a qualsiasi costo.

Puoi non rispondere.
Puoi mettere un limite.

Puoi anche decidere che quel colloquio ti sta fornendo un’informazione importante sull’azienda nella quale stai pensando di entrare.

Potresti dire:

  • “Preferirei non rispondere a questa domanda.”

Oppure, se ritieni che il limite sia stato superato:

  • “La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato. Credo però che questa opportunità non sia adatta a me.”

E concludere il colloquio.

Senza provocazioni.
Senza bisogno di avere l’ultima parola.

Durante un colloquio non sei soltanto tu a essere valutato.
Anche il modo in cui il selezionatore conduce il colloquio ti sta dicendo qualcosa sull’azienda.

Una domanda scomoda può essere gestita.

Una domanda formulata male può essere chiarita.

Una provocazione può essere riportata sul terreno professionale.

Ma prepararsi bene a un colloquio non significa imparare a tollerare qualsiasi comportamento pur di ottenere il posto.