Il percorso di coaching: investi su te stesso – parte 7
in Il "mio" coaching

“Conquista te stesso, non il mondo.”
Cartesio
Cerchi risposte? Forse stai cercando nel posto sbagliato.
Quanto tempo ti ci è voluto per capirlo?
Pochi anni?
Diversi mesi?
Oppure neanche il tempo di finire la prova lavoro?
Ti è bastato poco.
Molto poco.
Per capire che i libri che hai letto, i diplomi che hai ottenuto, i corsi che hai frequentato e le competenze tecniche che possiedi non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.
Le qualità personali non si sviluppano leggendo un libro
L’attitudine.
L’approccio alle persone.
La gestione dei collaboratori.
La capacità di reggere la pressione.
Di gestire ansia, stress e insuccessi.
Sono aspetti che difficilmente si sviluppano seguendo un corso, partecipando a un workshop o guardando un video tutorial.
Per quanto validi possano essere.
Se dopo tutto questo non è cambiato nulla.
Oppure è cambiato poco.
Forse non è quello di cui hai bisogno.
E allora cosa fai?
Continui a cercare.
Risposte.
Conferme.
Soluzioni.
Si dice che chi cerca trova.
E Google è bravissimo a darti le risposte che stai cercando.
Infatti ne trovi tante.
Tantissime.
Il problema?
Molte le conosci già.
Le hai lette.
Le hai sentite.
Persino condivise.
Eppure sei ancora qui.
Risposte generiche.
Poco personalizzate.
Spesso poco incisive.
E allora continui a cercare.
Ancora.
A inseguire.
A tentare.
Sperare.
Senza guardare nell’unico posto dove probabilmente troverai le risposte che stai cercando.
Guarda dentro di te.
Il mio obiettivo come coach non è darti le risposte.
È aiutarti a trovare le tue.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.
Possono sembrare semplici.
Ma raramente lo sono.
Perché dietro ogni risposta c’è una storia.
La tua.
Prova a fermarti qualche minuto.
E chiediti:
- Chi vuoi diventare?
- Cosa ti aspetti da te stesso?
- Dove stai andando?
- Come farai a sapere quando sei arrivato?
- Che cosa posso fare veramente per te?
C’è un mondo dentro queste domande.
Molto più di quanto sembri.
I leader più esperti pensano che i giovani vogliano tutto subito
Senza lottare.
Senza aspettare.
Non pagandone il prezzo.
Ah no?
Dimostra che si sbagliano.
Alza i tuoi standard personali
I bassi standard portano quasi sempre alla mediocrità.
Se non ce la fai, riprova.
Poi riprova ancora.
Affronta le cose difficili.
Quelle che tendi a rimandare.
Quelle che ti mettono a disagio.
Che preferiresti evitare.
La comodità può essere piacevole.
Ma raramente ti fa crescere.
La crescita passa quasi sempre da un certo livello di sforzo.
Di fatica.
Di incertezza.
Responsabilità.
Impara ad attraversare delusione e frustrazione
Le lotte di oggi possono portarti da qualche altra parte domani.
Per questo è importante sviluppare la capacità di reggere l’insuccesso.
Di sopportare la frustrazione.
Di continuare a muoversi anche quando i risultati tardano ad arrivare.
Meno lamentele.
Meno alibi.
Ancor meno scuse.
Più responsabilità.
Più azione.
Maggiore concretezza.
Non essere tu il collo di bottiglia
Perché non stai chiedendo feedback?
Perché hai smesso di farti domande?
La chiarezza nasce spesso dalle domande giuste.
Ad esempio:
- Sei consapevole dei tuoi punti di forza e delle tue aree di miglioramento?
- Sai gestire le tue reazioni e quelle degli altri?
- Come affronti attese e frustrazioni?
- Quanto riesci a reggere l’insuccesso?
È qui che dovresti concentrare i tuoi sforzi.
Soprattutto se ricopri un ruolo di responsabilità.
Se non vuoi entrare anche tu nella statistica dei fallimenti da leadership.
Cercavi risposte. Io continuo a farti domande.
Perché le risposte le devi trovare tu.
Provaci ancora.
- Ti senti un modello per il tuo team?
- Sai creare entusiasmo nel tuo staff?
- Il tuo comportamento è coerente con ciò che chiedi agli altri?
- C’è qualcuno nella tua squadra che hai ignorato, trascurato o deluso?
Fare un percorso di personal coaching significa anche questo.
Diventare più consapevoli dell’impatto che si ha sugli altri.
Perché la motivazione del team passa inevitabilmente dal leader.
Investi su te stesso
- Che cosa stai aspettando?
- Qual è il tuo prossimo passo?
- Che cosa stai imparando?
- Che cosa farai di diverso la prossima volta?
- Hai davvero capito cos’è il coaching?
Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo modo di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
Vuoi saperne di più sul personal coaching?
Hai sentito parlare di coaching ma non hai mai fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è, per me, un percorso di personal coaching.
Contattami per un incontro conoscitivo online, gratuito e senza vincoli.
Lascia che ti spieghi cos’è, per me, un percorso di personal coaching.
Il percorso di coaching: frasi che non ti dirò mai – parte 6
in Il "mio" coaching
Le parole sono importanti.
Nella mia professione di coach, le parole devono stimolare, ispirare e spronare.
Ma possono anche confondere,
allontanare,
stancare.
Per questo servono attenzione, moderazione e competenza.
Una cosa è certa.
Ecco 9 frasi che sicuramente non mi sentirai mai dire durante una sessione di coaching.
1. “Fai questo e non fare quello”
Se c’è una cosa che evito accuratamente è dirti:
- cosa fare;
- cosa scegliere;
- dove andare.
La responsabilità è tua.
Solo tua.
Non è mio compito risolvere i tuoi problemi o raggiungere i tuoi obiettivi al posto tuo.
Il mio ruolo è un altro.
Sostenerti.
Sfidarti.
Ascoltarti.
Stimolarti.
Incoraggiarti.
Offrirti strumenti, feedback e prospettive che possano aiutarti a raggiungere ciò che conta davvero per te.
2. “Ecco le risposte che cercavi”
Il coaching non è consulenza.
Un consulente viene chiamato per fornire risposte.
Un coach no.
Il mio obiettivo non è darti le risposte.
È aiutarti a trovare le tue.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.
Domande che sembrano semplici.
Ma che spesso contengono un mondo intero.
Il tuo.
Per esempio:
- Chi vuoi diventare?
- Cosa ti aspetti da te stesso?
- Che cosa stai aspettando?
- Dove stai andando?
- Che cosa posso fare veramente per te?
3. “Cercherò di essere breve, ti spiego…”
In una sessione di coaching non mi dilungo in lunghe teorie.
Anzi.
Di teoria ce n’è poca.
A volte pochissima.
Perché il rischio è trasformare tutto in qualcosa di meccanico.
Ascolti un concetto.
Impari una tecnica.
Cerchi di applicarla ovunque.
Ma i problemi che incontri nel lavoro raramente seguono uno schema.
Te ne sei accorto anche tu, vero?
4. “Fai come se fossi un tuo amico”
Chi ha un amico ha trovato un tesoro.
Coaching e amicizia, però, non sono la stessa cosa.
Un amico può offrirti sostegno.
Comprensione.
Affetto.
Ma difficilmente riuscirà a essere davvero imparziale.
E difficilmente ti farà le domande più scomode.
Quelle che a volte è necessario fare.
Un coach lavora da una posizione diversa.
Non coinvolta.
Non giudicante.
E proprio per questo più efficace.
5. “Scaviamo nel tuo passato per capire meglio”
Il coaching non è terapia.
Non si concentra sulla cura di ferite profonde.
Non tratta ansia, depressione o altre problematiche cliniche.
Per questo esistono professionisti specializzati.
Il coaching lavora prevalentemente sul presente.
E sul futuro che desideri costruire.
6. Frasi da pseudo-guru per pompare la motivazione
Niente slogan motivazionali.
Niente frasi a effetto.
Formule magiche.
Sai perché?
Perché se hai avuto problemi di motivazione — come tutti noi — sai perfettamente che una pacca sulla spalla accompagnata da un:
“Dai, forza, motivati!”
serve a ben poco.
La motivazione è più complessa di così.
7. “Scusa… rispondo un attimo a un’altra telefonata”
Quando sono con te in una sessione di coaching, sei l’unica persona con cui interagisco.
Sono completamente focalizzato su di te.
Sul tuo obiettivo.
Sulla tua situazione.
Il tuo percorso.
Il tempo che hai deciso di dedicarti appartiene a te.
E solo a te.
8. “Ecco una dritta miracolosa”
Mi spiace.
Nessuna scorciatoia segreta.
Nessuna trovata geniale.
Formula miracolosa.
Almeno secondo me.
Serve mettersi in gioco.
Serve fare esperienza.
Agire.
Ecco perché, nonostante la quantità enorme di corsi, libri, seminari e contenuti disponibili, incontrare persone che cambiano davvero resta così raro.
9. “Fidati di me” – “Credi in me”
L’onestà non si proclama.
La correttezza nemmeno.
Si dimostrano.
Con i fatti.
Con i comportamenti.
Il modo in cui si lavora.
Per questo non sento il bisogno di proclamare la mia integrità o la mia professionalità.
Preferisco che emergano da ciò che faccio.
Dalle parole.
Dai gesti.
Dalla qualità del lavoro svolto insieme.
Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo modo di lavorare, di comunicare o di affrontare le sfide professionali, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
Fai coaching.
Il percorso di coaching: 7 motivi perché resisti – parte 5
in Il "mio" coaching
STAI LEGGENDO LA PARTE 5
Perché alcune persone resistono al coaching?
Nella mia esperienza ho notato diversi motivi ricorrenti.
Persone interessate alla propria crescita professionale.
Curiose. Motivate. A volte persino affascinate dal coaching.
Eppure esitano.
Rimandano.
Resistono.
Ecco alcune delle resistenze che incontro più spesso.
1. Mancanza (presunta) di tempo
Molte persone fanno fatica a dire NO.
Sono sempre di corsa. Sempre indaffarate.
Prese da un turbinio di attività.
In altri casi, il non-avere-tempo nasconde altro.
La paura di affrontare una situazione.
La paura di iniziare qualcosa di nuovo.
Oppure stanno attraversando una fase di cambiamento.
Una transizione.
Un periodo delicato.
E non se la sentono di aggiungere un’altra sfida.
2. Paura di passare all’azione
Per molte persone è più rassicurante prepararsi che agire.
Fare corsi.
Frequentare workshop.
Comprare libri.
Guardare video, parlare, teorizzare.
Conoscono tutta la teoria.
Ma non scendono nella pratica.
Così restano fermi.
Sempre nello stesso punto.
3. “Un giorno lo farò…”
Parliamo spesso al futuro.
A volte al condizionale.
“Farò.”
“Vorrei.”
Dietro queste parole si nascondono spesso delle paure.
Timori che impediscono di passare all’azione.
Subito.
Così continuiamo a parlare di ciò che faremo.
Un giorno.
Nel frattempo rimandiamo.
E il presente resta fermo.
Spesso perché il passato continua a influenzarci.
Temiamo che una delusione, un errore o un fallimento possano ripetersi.
E quindi aspettiamo.
4. Paura di mettersi in gioco
Se facciamo quello che abbiamo sempre fatto, otterremo sempre gli stessi risultati.
Una frase conosciuta.
Ma ancora attuale.
Se non usciamo allo scoperto difficilmente accadrà qualcosa di nuovo.
Qualcosa di stimolante.
Di vitale.
Di esaltante.
Spesso è più semplice attribuire tutto alla fortuna.
Al caso.
Al destino.
Piuttosto che mettersi davvero in gioco.
5. “Coaching? Non sono mica incompetente”
Iniziare un percorso di coaching non significa essere impreparati.
Non significa essere incapaci.
Non significa essere incompetenti.
Il coaching non è un atto d’accusa.
Non certifica una mancanza.
Non evidenzia un difetto.
Un segnale di debolezza.
È semplicemente uno strumento per crescere.
6. Paura di non riuscire
Nella vita, quando decidiamo di scendere in campo, veniamo feriti.
A volte più di una volta.
Più sei stato ferito, più temi di esserlo ancora.
Più temi di esserlo ancora, più sviluppi meccanismi di protezione.
Meccanismi spesso inconsci.
Strategie di evitamento.
Difese.
Difese che cercano di proteggerti.
Ma che finiscono per bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di cambiamento.
E spesso anche qualsiasi ambizione professionale.
7. “È tutta colpa del capo…”
O del collega.
O dell’azienda.
Colpa del mercato.
Alcune persone guardano alla propria carriera e vedono soprattutto ostacoli esterni.
Un capo menefreghista.
Un collega traditore.
La sfortuna.
Tutto viene attribuito all’esterno.
Poco spazio viene lasciato a una domanda importante:
“Cosa avrei potuto fare diversamente?”
A questo punto del percorso professionale il coaching viene percepito come interessante.
Ma inutile.
Perché non può riparare un torto.
Non può cancellare una delusione.
Non può riscrivere il passato.
E il costo di un percorso di coaching?
Nella mia esperienza il costo raramente rappresenta la vera resistenza.
Le persone tendono a vederlo come un investimento.
Su sé stesse.
Sulla propria crescita.
Sul proprio futuro.
Generalmente chi è determinato non ha bisogno di essere spinto.
Chi desidera una svolta.
Chi è stanco dei soliti risultati.
Vuole lavorare su sé stesso.
Prima o poi trova il modo.
C’è una cosa che non faccio mai con un potenziale cliente
Non convinco.
Non persuado.
Ancor meno vendo.
Non faccio pressione.
Sentirsi attratti dall’idea di intraprendere un percorso di coaching è già un segnale importante.
Sentirsi curiosi.
Coinvolti.
Persino un po’ emozionati.
Spesso è proprio da lì che inizia il cambiamento.
Il percorso di coaching online: funziona? – parte 4
in Il "mio" coaching
STAI LEGGENDO LA PARTE 4
Il coaching online funziona davvero?
La hall di un hotel vicino alla Stazione Centrale.
La biblioteca dell’università.
Lo snack bar di fronte all’università.
Il locale trendy di Milano all’ora dell’aperitivo.
I tavolini esterni dello stesso locale.
La saletta interna quando l’aperitivo è finito.
E ancora…
Il retro di un salone di estetica.
La saletta riunioni di uno studio professionale.
L’area di servizio lungo l’autostrada dei Laghi.
L’ufficio elegante di una società di formazione.
L’ufficio-finto-elegante del cliente di turno.
No.
Non sono luoghi dove ho fantasticato di “famolo strano“, come nel film di Verdone.
Sono alcuni dei posti dove ho fatto coaching.
A questi dovrei aggiungere il mio studio.
L’ufficio di Lugano.
La videoconferenza.
E naturalmente il telefono.
Personalmente non mi sono mai posto il problema.
Lascio scegliere alla persona.
- “Dove preferisci. C’è rumore? C’è gente? Se va bene a te, va bene anche a me.”
Se però mi chiedi come preferisco lavorare, la risposta è diversa.
Un luogo tranquillo.
La possibilità di incontrarsi di persona.
Stringere la mano.
Guardarsi negli occhi.
Sentire la presenza fisica dell’altro e costruire un rapporto.
Se invece mi chiedi quale modalità considero più efficace, rispondo quasi senza esitazione:
il telefono.
Cuffiette nelle orecchie.
Una passeggiata senza meta per casa.
Camminare mentre parlo è diventato un gesto automatico.
Mi aiuta a tagliare fuori il resto.
Le distrazioni.
Gli stimoli visivi.
Le interferenze.
Resto concentrato sulla conversazione.
Su quello che la persona dice.
E soprattutto su quello che non dice.
Per me funziona.
Ma, soprattutto, funziona anche per il coachee.
Il coaching online funziona?
Anni fa avrei avuto qualche dubbio.
Le connessioni erano instabili.
L’audio arrivava a singhiozzo.
L’immagine si bloccava.
Spesso proprio nel momento più importante.
Oggi, nella maggior parte dei casi, questi problemi non esistono più.
Una sessione online ben organizzata può essere efficace quanto una sessione in presenza.
Nella mia esperienza può essere altrettanto profonda.
A volte persino più intensa.
Perché tutta l’attenzione si concentra sulla conversazione.
E il coaching, prima di tutto, è una conversazione.
Il coaching online funziona? Sì… se funziona il coach
Online.
Telefono.
Presenza.
Quello che conta davvero è il professionista.
Deve essere preparato.
Competente.
Deve saper ascoltare.
Trasmettere fiducia.
Creare uno spazio sicuro in cui la persona possa riflettere, mettersi in discussione e passare all’azione.
La modalità viene dopo.
Coaching significa innanzitutto ascolto
Ascolto sincero.
Ascolto curioso.
Completo.
Per certi aspetti trovo che questo sia persino più facile al telefono.
Non ci sono distrazioni.
La voce racconta moltissimo.
Le pause.
Le esitazioni.
Il tono.
Le parole che scegliamo.
E quelle che evitiamo.
Il linguaggio del corpo è importante.
Ma spesso sottovalutiamo quanto le emozioni emergano chiaramente dalla voce.
I vantaggi del coaching online
- Puoi collegarti dalla comodità di casa o dall’ufficio.
- Eviti traffico e spostamenti.
- Hai maggiore flessibilità negli orari.
- Le distanze smettono di essere un problema.
Puoi trovarti in Italia, in Svizzera o in qualsiasi altro Paese.
Serve solo una connessione internet.
O una linea telefonica.
Molte persone si sentono più rilassate nel proprio ambiente.
Più a loro agio.
Più libere di parlare.
E questo, nel coaching, fa una grande differenza.
Una curiosità
Non sono poche le persone che preferiscono fare coaching mentre tornano a casa dal lavoro.
In auto.
In treno.
Durante una passeggiata.
Quando chiedo il motivo, la risposta è spesso la stessa.
“Sono più rilassato.”
E forse è proprio questo il punto.
Il coaching non ha bisogno di una stanza perfetta.
Ha bisogno di uno spazio mentale dove fermarsi, riflettere e guardare le cose con maggiore chiarezza.
Tutto il resto è solo il contorno.
Il percorso di coaching: 6 segnali che sei pronto – parte 3
in Il "mio" coaching
STAI LEGGENDO LA PARTE 3
Poco importa quanto abbiamo ricevuto dalla vita.
Dentro di noi esiste quasi sempre un desiderio di miglioramento.
Desideriamo di più.
Più soddisfazione.
Più serenità.
Ancor più successo.
Più libertà.
Cerchiamo relazioni migliori.
Una carriera più appagante.
Una versione più completa di noi stessi.
Non è un caso se grandi manager, imprenditori, politici e atleti lavorano con un allenatore.
Tutti noi, in momenti diversi della vita, potremmo beneficiare di un coach.
Una persona che ci aiuti a vedere più chiaramente.
A prendere decisioni.
A superare ostacoli.
Trasformare intenzioni in azioni.
Il coaching è una delle risposte più efficaci alle sfide dei nostri tempi.
Ecco 6 segnali che potrebbero indicare che sei pronto a iniziare.
1. Hai capito che non sarai mai veramente pronto
Hai aspettato.
Riflettuto.
Raccolto informazioni.
Hai cercato di capire tutto prima di partire.
Ma a un certo punto diventa evidente una verità:
non ti sentirai mai completamente pronto.
Perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort.
Verso qualcosa di nuovo.
Stimolante.
Incerto.
Puoi leggere cento libri.
Puoi informarti per mesi.
Continuare a prepararti.
Ma prima o poi dovrai fermarti.
Respirare.
E partire.
2. Sei disposto a investire (almeno un pò) tempo ed energia
Il coaching richiede impegno.
Tempo.
Energia.
Disponibilità a metterti in discussione.
Molte persone si concentrano sul costo.
Quelle davvero determinate guardano invece al ritorno dell’investimento.
Nuove competenze.
Maggiore consapevolezza.
Obiettivi raggiunti più rapidamente.
Decisioni più lucide.
Chi vuole davvero cambiare raramente si blocca sul prezzo.
Si chiede piuttosto:
“Quanto mi costa restare fermo?”
3. Hai deciso che è arrivato il momento di cambiare
Per anni la routine ti ha dato sicurezza.
Protezione.
Stabilità.
Oggi però qualcosa è cambiato.
Hai capito che continuare a fare sempre le stesse cose produrrà sempre gli stessi risultati.
E non ti basta più!
Vuoi crescere.
Vuoi evolvere.
Uscire allo scoperto.
Il coaching può aiutarti a vivere il cambiamento non come una minaccia, ma come un’opportunità.
4. Hai bisogno di una spinta per superare un ostacolo
Forse sai già cosa dovresti fare.
Eppure continui a rimandare.
Trovi spiegazioni.
Giustificazioni.
Motivi per aspettare ancora.
Quando la salita si fa impegnativa, tendi a fermarti.
Oppure a cercare qualcuno o qualcosa a cui attribuire la responsabilità.
Il coaching ti aiuta a interrompere questo schema.
A trasformare le difficoltà in occasioni di crescita.
A passare dall’intenzione all’azione.
5. Vuoi fare un salto di qualità
Iniziare un percorso di coaching non significa essere incompetenti.
O impreparati.
Significa voler migliorare.
Tutto qui.
Anche chi sta già ottenendo buoni risultati può desiderare di crescere ancora.
Più efficacia.
Più autorevolezza.
Maggiore chiarezza.
Più impatto.
A volte la differenza tra dove sei e dove vuoi arrivare è semplicemente il supporto giusto.
6. Hai capito che un supporto professionale può fare la differenza
Quando abbiamo bisogno di competenze specifiche ci rivolgiamo a professionisti.
Un medico.
Un avvocato.
Il commercialista.
Un tecnico informatico.
Lo facciamo perché sappiamo che alcune sfide richiedono uno sguardo esterno.
Il metodo.
Un’esperienza.
Un confronto competente.
Anche il coaching funziona così.
Il coach non ha una bacchetta magica.
Non prende decisioni al posto tuo.
Ti aiuta a vedere possibilità che oggi non stai vedendo.
A mantenere la direzione.
A utilizzare meglio il tuo potenziale.
Il coaching è cambiamento
Un nuovo modo di pensare genera nuove idee.
Nuove idee portano a nuove azioni.
Nuove azioni aprono nuove opportunità.
Se senti che è arrivato il momento di cambiare qualcosa nella tua vita professionale o personale, forse sei più pronto di quanto immagini.
Il percorso di coaching: 9 credenze da sfatare. Subito – parte 2
in Il "mio" coaching
STAI LEGGENDO LA PARTE 2
Sul coaching si sente dire un po’ di tutto.
Alcune opinioni nascono da informazioni incomplete. Altre da esperienze raccontate male.
Altre ancora si sono diffuse nel tempo fino a diventare convinzioni accettate senza essere mai messe davvero in discussione.
Il risultato è semplice: molte persone si fanno un’idea del coaching senza averlo mai sperimentato.
Ecco alcuni dei miti che incontro più spesso.
1. “Sto lavorando bene. Non ho bisogno di un coach”
Ottimo.
Ma il coaching non nasce per chi è in crisi.
Molte persone immaginano il coaching come una sorta di pronto soccorso professionale.
In realtà viene utilizzato spesso proprio da chi sta già ottenendo buoni risultati e desidera fare un ulteriore passo avanti.
Più responsabilità.
Maggiore autorevolezza.
Una leadership più efficace.
Un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata.
Il coaching non lavora soltanto sui problemi. Lavora soprattutto sulle potenzialità e sul miglioramento continuo.
Molte persone chiedono aiuto quando sono in difficoltà. Le più lungimiranti iniziano a crescere prima.
2. “Il coach mi dà le risposte”
In realtà succede quasi il contrario.
Come coach il mio lavoro consiste soprattutto nel fare domande.
Domande che aiutano a osservare una situazione da prospettive diverse, a mettere in discussione convinzioni radicate e a vedere possibilità che prima non erano evidenti.
Il coaching non è consulenza e non consiste nel dirti cosa fare.
Consiste nell’aiutarti a trovare risposte che abbiano senso per te e per la tua situazione.
3. “Il coach mi dà consigli”
Molti immaginano il coaching come una conversazione nella quale una persona esperta distribuisce suggerimenti e indicazioni.
Funziona raramente così.
Il coaching parte da un presupposto diverso: tu sei la persona che conosce meglio la tua realtà.
Il mio compito è aiutarti a ragionare con maggiore lucidità, non sostituirmi alle tue decisioni.
Un consiglio può essere utile.
Una consapevolezza, spesso, vale molto di più.
4. “Ma io voglio soluzioni, non domande”
Capisco questa obiezione.
Viviamo in un mondo pieno di risposte. Ti basta aprire Google, guardare un video o leggere un articolo. Le informazioni non mancano.
Anzi.
Sono ovunque.
Il problema è che molte di quelle risposte sono generiche.
Pensate per tutti.
Applicabili a chiunque.
Adattate a nessuno.
Ecco perché tante persone sanno già cosa dovrebbero fare ma continuano a non farlo.
Il problema raramente è la mancanza di informazioni. Molto più spesso è la difficoltà di trasformarle in azione.
5. “Allora … posso semplicemente parlarne con il mio migliore amico”
A volte sì.
Un amico può ascoltarti, sostenerti e aiutarti a superare un momento difficile. Tuttavia difficilmente riuscirà a essere davvero neutrale.
Ti conosce troppo bene.
Ha una sua opinione.
Ha una sua storia con te.
Ha un suo coinvolgimento emotivo.
Un coach osserva invece la situazione dall’esterno. Può permettersi di fare anche le domande che spesso amici e familiari evitano.
Quelle più scomode.
E spesso anche le più utili.
6. “Il coaching richiede moltissimo tempo”
Dipende dall’obiettivo.
Se desideri lavorare su una situazione specifica, poche sessioni possono già produrre cambiamenti significativi.
Se invece l’obiettivo è più ampio, il percorso sarà inevitabilmente più articolato.
Preparare una riunione difficile.
Gestire un conflitto.
Potenziare la leadership.
Rafforzare l’autorevolezza.
Non tutti gli obiettivi richiedono lo stesso investimento di tempo.
Per questo non esiste una durata valida per tutti.
Esiste la durata più adatta alla tua situazione e al risultato che desideri ottenere.
7. “Il coaching è solo per manager e professionisti famosi”
Questo è uno dei miti più resistenti.
Nel corso degli anni ho lavorato con persone molto diverse tra loro.
Neo-leader.
Professionisti.
Persone in cerca di lavoro.
Responsabili di team.
Persone che stanno affrontando un cambiamento.
Il coaching non appartiene a una categoria particolare. È uno strumento di sviluppo personale e professionale accessibile a chiunque desideri crescere.
8. “Il coaching è una forma di terapia”
Questo è probabilmente il malinteso più diffuso.
Coaching e terapia non sono la stessa cosa.
La terapia si occupa di aspetti clinici e psicologici e, quando necessario, lavora anche sull’analisi di esperienze passate.
Il coaching, invece, lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.
- Su ciò che desideri migliorare.
- Sugli obiettivi che vuoi raggiungere.
- Sulle azioni che puoi mettere in campo.
Quando emergono esigenze che richiedono competenze diverse, il percorso corretto è rivolgersi ai professionisti più adatti.
9. “Il coaching non produce risultati”
Questa convinzione mi ha sempre incuriosito.
Perché il coaching nasce proprio per produrre risultati.
Un percorso efficace parte da un obiettivo, definisce tappe intermedie, monitora i progressi e corregge la direzione quando necessario.
Naturalmente non esistono formule magiche e non esistono scorciatoie.
Esiste però una cosa.
L’impegno personale.
Perché nessun percorso può sostituirsi alla tua volontà di cambiare.
Il coaching non fa il lavoro al posto tuo. Ti aiuta a smettere di evitarlo.
Una riflessione finale
Forse il problema è che molte persone lo giudicano attraverso stereotipi, racconti superficiali o aspettative poco realistiche.
Quando poi lo sperimentano davvero, scoprono quasi sempre la stessa cosa.
Che il coaching è molto meno misterioso di quanto immaginavano.
E molto più concreto.
Il percorso di coaching: cosa è – parte 1
in Il "mio" coaching
STAI LEGGENDO LA PARTE 1
Come funziona davvero un percorso di coaching?
Una delle domande che ricevo più spesso è questa:
“Michele, in concreto, cosa succede durante un percorso di coaching?”
La domanda è più che legittima.
Molte persone hanno sentito parlare di coaching, hanno letto articoli, visto video o ascoltato testimonianze.
Quando però arriva il momento di valutare un percorso per sé, il dubbio rimane.
Che cosa faremo concretamente?
Tutto parte da un obiettivo
Il coaching non è una conversazione generica. Non è nemmeno uno spazio dove parlare senza una direzione precisa.
Tutto parte da un obiettivo.
Qualcosa che desideri migliorare, risolvere o affrontare.
A volte si tratta di un’esigenza molto specifica:
- Gestire un rapporto difficile con un collaboratore.
- Preparare un colloquio di lavoro importante.
- Affrontare una riunione delicata.
- Imparare a dare feedback più efficaci.
In altri casi l’obiettivo è più ampio:
- Migliorare l’autorevolezza.
- Potenziare la leadership.
- Rafforzare l’autostima professionale.
- Guidare meglio un team.
Più l’obiettivo è specifico, più il percorso tende a essere breve. Più è ampio e articolato, più sarà utile costruire un lavoro graduale.
La fase iniziale
Ogni percorso inizia con una fase di conoscenza reciproca.
Definiamo l’obiettivo.
Chiarifichiamo aspettative,
priorità
risultati desiderati.
Valutiamo insieme quale potrebbe essere il numero più adatto di incontri.
Molte persone arrivano con un problema chiarissimo.
Altre arrivano con una sensazione.
Qualcosa non funziona. Si sentono bloccate. Oppure percepiscono che potrebbero ottenere di più, ma non riescono a capire da dove partire.
Anche fare chiarezza è già parte del percorso.
Più spesso di quanto immagini.
La fase centrale
Qui si svolge il vero lavoro.
Molti immaginano il coaching come una serie di conversazioni interessanti. In realtà è molto più operativo di quanto sembri.
Si riflette.
Si analizzano situazioni.
Esplorano alternative.
Costruiscono strategie.
Ma soprattutto si passa all’azione.
L’obiettivo non è avere idee più interessanti.
L’obiettivo è creare cambiamenti concreti nella realtà professionale e personale.
Tra una sessione e l’altra possono esserci scambi di email, strumenti di riflessione, esercizi o semplici spunti operativi che aiutano a mantenere vivo il lavoro svolto durante gli incontri.
Le sessioni seguono una struttura precisa
Anche quando il dialogo appare spontaneo, non si tratta di una semplice chiacchierata.
Ogni sessione segue una struttura ben definita.
Si parte da un obiettivo.
Si esplorano possibilità e alternative.
Definisce un piano d’azione.
Eventuali ostacoli.
Si conclude con un impegno concreto.
Questo permette di mantenere il focus e di evitare che l’incontro diventi soltanto uno sfogo momentaneo.
Ogni quanto ci si incontra?
Generalmente le sessioni si svolgono ogni 10-15 giorni. Una frequenza che permette di riflettere, sperimentare e mettere in pratica ciò che emerge durante gli incontri.
Una singola sessione dura mediamente tra i 50 e i 60 minuti.
Abbastanza per approfondire.
Non così tanto da diventare dispersiva.
Coaching online o in presenza?
Entrambe le modalità possono essere efficaci.
Il coaching online offre grande flessibilità. Riduce gli spostamenti e permette di collegarsi da casa o dall’ufficio. Per molte persone crea anche una maggiore sensazione di comfort e facilita l’apertura durante la conversazione.
Altri preferiscono invece l’incontro faccia a faccia.
Non esiste una modalità giusta per tutti.
Esiste quella più adatta alla tua situazione.
Cosa non è il coaching
Questo punto è importante.
Il coaching non è una terapia. Non si occupa di curare disturbi psicologici e non lavora sull’analisi dei traumi passati.
Il coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.
- Su ciò che desideri migliorare.
- Sulle azioni che puoi intraprendere.
- Sui risultati che vuoi raggiungere.
La riservatezza
Durante un percorso emergono spesso temi delicati.
Rapporti difficili.
Conflitti.
Decisioni importanti.
Problemi professionali.
Per questo la riservatezza rappresenta una parte fondamentale della relazione di coaching.
La fiducia non è un dettaglio.
È la base che permette al percorso di funzionare davvero.
La riflessione finale
Molte persone iniziano un percorso di coaching pensando di trovare risposte.
Spesso scoprono qualcosa di diverso.
Scoprono che le risposte più importanti erano già presenti. Avevano semplicemente bisogno di fermarsi, osservare la situazione da una prospettiva diversa e trasformare le intuizioni in azioni concrete.
Ed è proprio lì che inizia il cambiamento.
Personal coaching: ecco 12 cose che non ti direi mai
in Il "mio" coaching
1. “Fai questo e non fare quello”
Se c’è una cosa che, come coach, evito accuratamente durante le sessioni di personal coaching è dirti:
- cosa fare;
- cosa scegliere;
- dove andare.
La responsabilità è tua.
Non spetta a me risolvere i tuoi problemi o raggiungere i tuoi obiettivi al posto tuo.
Il mio compito è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti e incoraggiarti. Posso condividere feedback e mettere a tua disposizione gli strumenti utili per aiutarti a raggiungere gli obiettivi importanti per te.
Serve però il tuo impegno.
La disponibilità a metterti in gioco.
Almeno un po’.
2. “Fidati di me: diventerai leader in un paio di sessioni”
Potenziare il tuo approccio, rafforzare la leadership, aumentare la sicurezza e sviluppare uno stile personale non è cosa da poco.
Non scherziamo.
È irragionevole promettere cambiamenti così importanti in un paio di sessioni.
La durata del percorso dipende dall’obiettivo, dalla situazione di partenza e dal lavoro che desideri fare. Per un obiettivo ampio e complesso è necessario discuterne insieme e definire una pianificazione realistica.
Non mi piace nemmeno proclamare la mia professionalità.
Onestà e professionalità non si dichiarano.
Si dimostrano attraverso:
- comportamenti;
- parole;
- fatti;
- qualità del lavoro.
Ho fiducia che siano questi elementi a parlare per me.
3. “Fai come se fossi un amico”
Chi trova un amico trova un tesoro.
Inestimabile, aggiungo io.
Ma il personal coaching non è amicizia.
Un caro amico, pur animato dalle migliori intenzioni, difficilmente sarà completamente imparziale. Potrebbe evitare le domande più scomode, proteggerti oppure consigliarti sulla base della propria esperienza.
Il coach porta la prospettiva di un professionista.
Non coinvolto.
Non giudicante.
E proprio per questo più efficace.
4. “Sarà una passeggiata”
Mi spiace.
Nessuna pillolina magica.
Nessuna scorciatoia.
Niente passeggiata.
Quelle si fanno nei boschi.
Cambiare abitudini, rafforzare il proprio approccio e mettersi in discussione può essere difficile e faticoso.
Se lo trovi impegnativo, hai perfettamente ragione.
È anche per questo che, nonostante la grande quantità di corsi, seminari, libri e contenuti motivazionali, incontrare persone che trasmettono vera autorevolezza continua a essere raro.
5. “Dai, forza: devi solo motivarti!”
Durante le mie sessioni non sentirai slogan da pseudo-guru lanciati qua e là per creare effetto.
Niente frasi motivazionali confezionate.
Niente pacche sulla spalla.
Nessun entusiasmo forzato.
Se hai attraversato un periodo di scarsa motivazione, sai perfettamente quanto possa essere poco utile sentirsi dire:
“Dai, forza, motivati!”
La motivazione non si accende a comando.
Va compresa, ricostruita e sostenuta attraverso azioni concrete.
6. “Vuoi sapere chi sono i miei clienti?”
La riservatezza è una parte essenziale della relazione di coaching.
È la base del rapporto di fiducia e trasparenza.
Il contenuto delle conversazioni, i tuoi dati personali e le informazioni sull’azienda per cui lavori restano strettamente confidenziali.
Non comunico nomi di persone o aziende.
Nel mio sito non trovi la sezione “I miei clienti”, anche se dal punto di vista promozionale potrebbe essermi utile.
Così puoi essere certo che non parlerò nemmeno di te.
7. “Facciamo una sessione di prova e vediamo che effetto fa”
Il coaching non è un prodotto da testare con distacco.
O decidi di iniziare un percorso oppure non lo inizi.
La parola “prova” porta spesso a un coinvolgimento ridotto e a un controllo eccessivo del risultato:
“Funziona oppure no?”
Così, però, difficilmente può funzionare.
Preferisco che la persona inizi il percorso con una decisione consapevole. Se poi si rende conto che il coaching non corrisponde alle sue aspettative o che il mio approccio non è adatto, è giusto fermarsi.
Continuare senza efficacia significherebbe perdere tempo entrambi.
8. “Io sono migliore del coach Taldeitali”
Non mi interessa costruire una graduatoria tra coach, formatori o scuole.
Preferisco valorizzare ciò che offro e lasciare che il mio lavoro parli attraverso:
- i servizi;
- il blog;
- i libri;
- la relazione con i clienti.
Ricevo anche richieste di pareri su corsi, scuole o altri professionisti.
L’ultima cosa che desidero fare è alimentare pettegolezzi sulla preparazione o sulla competenza altrui.
9. “Devo convincerti a comprare un percorso”
Se c’è una cosa che non faccio durante il primo contatto con un potenziale cliente è vendere il coaching a tutti i costi.
Chi è determinato, desidera una svolta ed è disposto a lavorare su di sé non ha bisogno di pressioni.
Vuole capire:
- come funziona il percorso;
- se il mio approccio è adatto;
- quali possono essere tempi e modalità.
A chi ha ancora dubbi cerco di offrire tutte le informazioni necessarie, senza forzature.
Indecisione ed esitazione possono indicare che la persona non è ancora pronta.
In questi casi preferisco consigliare di aspettare.
La relazione di coaching non può essere imposta, mercanteggiata o spinta con tecniche di vendita.
Deve essere consapevolmente volontaria.
10. “Ci vediamo sui social”
Difficile.
Come te, ho tempo e attenzione limitati.
Ho impegni, responsabilità e priorità.
Per questo la mia presenza sui social è molto ridotta. Non riuscirei a seguire personalmente commenti, messaggi e pubblicazioni con la cura che ritengo necessaria.
Potrei delegare tutto a un’agenzia.
Non mi interessa.
Non desidero aggiungere altro contenuto standardizzato al rumore già presente in Rete.
Preferisco investire il mio tempo nel blog, nei libri e nel lavoro diretto con le persone.
11. “Ecco le risposte che cercavi”
Il personal coaching non è consulenza.
Un consulente viene incaricato per fornire risposte, indicazioni e soluzioni.
Il ruolo del coach è diverso.
Il mio obiettivo non è consegnarti le risposte, ma aiutarti a scoprire le tue.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.
Domande che possono sembrare semplici, ma che in realtà aprono un mondo.
Il tuo.
Per esempio:
- Chi vuoi diventare?
- Che cosa ti aspetti da te stesso?
- Che cosa stai aspettando?
- Dove stai andando?
- Che cosa posso fare davvero per aiutarti?
12. “Scaviamo nel passato così capisco meglio”
Il coaching non è terapia.
Non si concentra sulla cura di ferite emotive profonde, sull’analisi dei traumi o sul trattamento di sintomi come ansia e depressione. Questi ambiti appartengono a professionisti specializzati.
Il personal coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.
Parte dalla situazione che stai vivendo oggi e ti aiuta a capire come desideri affrontarla.
Come cliente privato, inoltre, acquisti una sessione o un percorso definito. Una volta concluso, decidi liberamente se proseguire.
Nessun vincolo inutile.
Nessun “contrattino” costruito per trattenerti.
Vuoi iniziare un percorso di personal coaching?
Queste sono dodici cose che non ti direi mai.
Se senti che qualcosa deve cambiare nel tuo modo di lavorare, nelle relazioni professionali o nel modo in cui affronti una fase delicata della tua carriera, non aspettare una formula magica.
Prendi una decisione.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
Fai coaching.
Un percorso di coaching individuale: 8 motivi perché ancora non ti decidi
in Il "mio" coaching
Ci pensi da tempo.
C’è una situazione professionale che vorresti affrontare diversamente. Un cambiamento che continui a rimandare. Un problema con il capo, il team, la carriera o semplicemente con il modo in cui stai vivendo il tuo lavoro.
Hai pensato anche al coaching.
Poi però non fai il passo.
Non necessariamente perché non ti interessa.
A volte ciò che ci trattiene non è la mancanza di interesse, ma qualcosa che facciamo fatica a riconoscere.
Ecco 8 motivi che, nella mia esperienza, possono rendere difficile decidere di iniziare un percorso di coaching individuale.
1. “Mi piacerebbe, ma non ho tempo”
Sei sempre di corsa.
Lavoro, famiglia, impegni, problemi da risolvere. E il tempo per fermarti a lavorare su una questione professionale importante sembra non esserci mai.
Può essere vero.
Ma qualche volta il “non ho tempo” significa anche altro.
Non tutto ciò per cui non troviamo tempo ci manca davvero il tempo di fare.
Alcune cose continuiamo a rimandarle perché richiedono di fermarci, prendere una posizione, affrontare una situazione che preferiremmo lasciare com’è.
La domanda allora cambia.
Non è soltanto: “Ho tempo per farlo?”
Ma: “Quanto è importante per me affrontare questa situazione?”
2. “Lo farò quando sarà il momento giusto”
Dopo questo periodo.
Dopo le vacanze.
Quando avrò meno lavoro.
Quando sarò più tranquillo.
Aspettare può essere una scelta sensata. Non tutto deve essere affrontato immediatamente.
Il problema nasce quando il momento giusto continua a spostarsi.
Mese dopo mese.
A volte aspettiamo di sentirci pronti per fare qualcosa che, proprio perché ci mette in discussione, difficilmente ci farà sentire completamente pronti.
Puoi leggere libri, seguire corsi, ascoltare podcast e raccogliere informazioni.
Sono strumenti utili.
Ma arriva un momento in cui conoscere di più non cambia più nulla.
Serve cominciare a lavorare su ciò che sta succedendo a te.
3. “Coaching? Non ne ho bisogno”
Iniziare un percorso di coaching non significa ammettere di essere incapaci.
E nemmeno avere necessariamente un problema.
Puoi essere competente, esperto e perfettamente in grado di gestire il tuo lavoro, ma trovarti davanti a una situazione che non riesci più a leggere con sufficiente distacco.
È normale.
Quando siamo dentro un problema, vediamo inevitabilmente la situazione dalla nostra prospettiva.
Un confronto esterno può aiutare proprio qui.
Non perché qualcuno debba dirti cosa fare, ma perché può aiutarti a vedere meglio ciò che da solo continui a guardare nello stesso modo.
Chiedere un confronto non significa avere meno risorse. Può significare volerle utilizzare meglio.
4. “Ci sto pensando…” ma temi di non riuscire
Qualche volta non è il coaching a spaventare.
È quello che potrebbe succedere dopo.
Se metti davvero a fuoco ciò che vuoi, potresti dover prendere una decisione.
Affrontare una conversazione.
Cambiare comportamento.
Fare qualcosa che hai sempre evitato.
E potresti anche scoprire che non tutto funzionerà come speravi.
Finché rimani nel “ci sto pensando”, invece, nulla cambia e nulla rischia di fallire.
Ma restare fermi è comunque una scelta.
La domanda non è se riuscirai sicuramente.
È se vuoi continuare a lasciare che sia la paura di non riuscire a decidere per te.
5. “Quanto dura? Quanto costa? Dove mi porta?”
È una resistenza che comprendo bene.
Un percorso di coaching non dovrebbe essere qualcosa di indefinito, in cui entri senza sapere quanto durerà, cosa farai e quale impegno richiederà.
Prima di iniziare dovresti poter capire almeno:
- su quale obiettivo lavorerai;
- quale approccio verrà utilizzato;
- quale impegno sarà richiesto;
- quali sono costi e modalità;
- come valuterete l’utilità del percorso.
Non tutto può essere previsto in anticipo.
Ma questo non significa partire alla cieca.
Un buon percorso non dovrebbe creare dipendenza dal coach, ma aumentare progressivamente la tua autonomia.
6. “Il problema non sono io. È il capo”
Può essere.
A volte il problema è davvero un capo difficile, un ambiente poco sano, un collega scorretto o un’organizzazione che non riconosce il tuo valore.
Il coaching non serve a convincerti che sia sempre colpa tua.
Ma neppure a stabilire chi abbia ragione.
Serve a capire cosa puoi fare tu dentro quella situazione.
Perché il comportamento degli altri potrebbe non cambiare.
Il tuo margine di azione, invece, può cambiare molto.
Puoi decidere come comunicare, quali confini mettere, cosa accettare, quale strategia adottare e, in alcuni casi, se sia arrivato il momento di andare altrove.
Non puoi controllare tutto ciò che accade nel lavoro. Puoi però lavorare sul modo in cui scegli di affrontarlo.
7. “Non so quanto fidarmi del coaching”
È una perplessità legittima.
Sotto la parola coaching trovi approcci, percorsi e professionalità molto diversi.
Per questo non dovresti scegliere soltanto sulla base di una promessa, di una frase motivazionale o di una bella presenza online.
Informati.
Chiedi quale formazione possiede il coach, quale esperienza ha, come lavora e quali sono i confini del suo intervento.
E fai domande.
Anche quelle scomode.
Prima di iniziare un percorso dovresti capire se quella persona e quel modo di lavorare sono adatti a te.
La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe costruirsi.
8. “E il costo?”
Il costo conta.
Non ha senso fingere il contrario.
Un percorso di coaching richiede denaro, ma anche tempo, attenzione e disponibilità a lavorare su di sé.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:
“Quanto costa?”
Ma nemmeno cadere nell’eccesso opposto e convincerti che qualsiasi cifra sia giustificata perché “stai investendo su te stesso”.
La domanda più utile è:
“Questa situazione è abbastanza importante da giustificare questo investimento?”
Se la risposta è no, probabilmente non è il momento.
Se la risposta è sì, allora puoi valutare se quel percorso, quel professionista e quell’investimento abbiano senso per te.
Forse il punto non è deciderti a fare coaching
Non credo che tutti abbiano bisogno di un coach.
E non penso che ogni difficoltà professionale richieda un percorso di coaching.
Ci sono problemi che puoi affrontare da solo.
Altri che si risolvono con una conversazione, una decisione o semplicemente con il tempo.
Il coaching diventa interessante quando continui a girare intorno alla stessa situazione senza riuscire a trovare una lettura diversa.
Quando sai che qualcosa dovrebbe cambiare, ma non capisci ancora cosa.
Oppure quando sai perfettamente cosa dovresti fare, ma continui a non farlo.
A quel punto la domanda non è più:
- “Ho bisogno di un coach?”
Potrebbe essere:
- “Questa situazione merita ancora di essere rimandata?”
Se la risposta è sì, aspetta.
Se la risposta è no, forse non devi essere completamente pronto.
Devi soltanto decidere di cominciare a guardarla davvero.
Formazione a distanza. Funziona il coaching via skype o telefono?
in Il "mio" coaching
Hotel, biblioteche, uffici, sale riunioni, aree di servizio, bar affollati, il mio studio, casa del cliente.
Negli anni ho svolto sessioni di coaching praticamente ovunque.
E poi c’è il telefono.
Se mi chiedi dove preferisco lavorare, ti rispondo senza esitazione: in un luogo tranquillo, dove possiamo parlare senza interruzioni.
Se invece mi chiedi quale modalità ritengo più efficace, la risposta potrebbe sorprenderti.
Molto spesso è proprio il coaching al telefono.
Il coaching online funziona?
È una delle domande che ricevo più spesso.
La risposta è semplice: sì, funziona.
A una condizione.
Che funzioni il coach.
La qualità del percorso non dipende tanto dallo strumento utilizzato, quanto dalla capacità del professionista di ascoltare, fare le domande giuste, creare fiducia e aiutarti a trovare nuove prospettive.
Una buona sessione online può essere profonda quanto un incontro in presenza.
Videochiamata o telefono?
Utilizzo entrambe le modalità.
Nelle prime sessioni preferisco la videochiamata. Aiuta a conoscerci, dare un volto alla voce e creare un primo contatto.
Successivamente molte persone scelgono il telefono.
Anch’io lo trovo estremamente efficace.
Camminare mentre parlo mi permette di concentrarmi completamente sulla conversazione, eliminando gran parte delle distrazioni visive.
E lo stesso accade spesso anche al cliente.
Perché il telefono può essere così efficace?
Quando viene meno il contatto visivo, tutta l’attenzione si sposta sulla comunicazione.
Ascolti di più.
Presti maggiore attenzione alle pause, al tono della voce, alle esitazioni, alle parole che scegli.
In altre parole, ascolti davvero.
Per questo motivo molte persone mi raccontano di sentirsi addirittura più libere di affrontare temi delicati durante una sessione telefonica.
Quando il coaching online è la scelta migliore?
Naturalmente quando la distanza rende difficile incontrarsi.
Lavoro con persone che vivono in Svizzera, in Italia e all’estero.
In questi casi il coaching online permette di costruire un percorso senza perdere tempo in spostamenti.
Ma non è solo una questione di distanza.
Molti clienti scelgono questa modalità perché è più semplice inserirla nella giornata lavorativa.
C’è chi si collega da casa, dall’ufficio o da una sala riunioni riservata.
L’importante è trovare un ambiente tranquillo e privo di distrazioni.
I principali vantaggi del coaching online
- Puoi collegarti ovunque ti trovi;
- elimini tempi e costi di spostamento;
- hai maggiore flessibilità nella programmazione degli incontri;
- lavori in un ambiente familiare e spesso più rilassante;
- puoi mantenere continuità nel percorso anche se viaggi o cambi città.
Cosa serve davvero?
Molto meno di quanto immagini.
Una connessione stabile (oppure una buona linea telefonica), un luogo tranquillo e la disponibilità a dedicare quel tempo esclusivamente a te stesso.
Il resto lo costruiremo insieme.
Una curiosità
Non sono poche le persone che, dopo aver provato entrambe le modalità, continuano a preferire il telefono.
La motivazione è quasi sempre la stessa:
- “Riesco a concentrarmi meglio e mi sento più libero di parlare.”
In fondo il coaching nasce soprattutto da una buona conversazione.
E quando quella conversazione è autentica, il luogo da cui avviene passa decisamente in secondo piano.
Comunicazione autorevole: un percorso di coaching (caso di studio reale)
in Autorevolezza, Il "mio" coaching
Sono convinto che uno dei modi migliori per spiegare cosa succede davvero durante un percorso di coaching sia partire da un caso concreto.
Ti racconto quello di Antony.
Quando mi ha contattato, guidava un team di 11 persone. Aveva esperienza, competenze e un ruolo riconosciuto.
Eppure sentiva che qualcosa non funzionava.
La sua comunicazione con i collaboratori risultava spesso dispersiva, poco incisiva. Le sue indicazioni non avevano la forza che avrebbe voluto trasmettere.
La cosa interessante era proprio questa: Antony era il leader, ma non sempre comunicava come tale.
Il problema non era cosa diceva
Durante le prime sessioni abbiamo osservato con attenzione il suo modo di comunicare.
Quando Antony terminava una frase, tendeva spesso ad alzare il tono della voce, quasi stesse facendo una domanda.
Una direttiva poteva quindi suonare più o meno così:
“Prepariamo il documento per domani?”
Formalmente era un’indicazione. Il tono, però, sembrava chiedere conferma.
A questo si aggiungevano numerosi intercalari:
“Vero?”
“Giusto?”
“Ok?”
Piccole parole, apparentemente innocue, che ripetute continuamente finivano per indebolire il messaggio.
Antony cercava inconsapevolmente conferma proprio mentre avrebbe dovuto trasmettere chiarezza.
L’autorevolezza può perdersi nei dettagli
Questo è un punto importante.
Quando pensiamo alla comunicazione autorevole, immaginiamo spesso grandi capacità oratorie, carisma, sicurezza, frasi particolarmente incisive.
Ma nella quotidianità di un team l’autorevolezza passa anche attraverso dettagli molto più semplici.
Il tono con cui concludi una frase.
Una pausa.
Lo sguardo.
La quantità di parole che utilizzi.
Il bisogno continuo di verificare se l’altro è d’accordo con te.
Non sempre devi imparare a dire qualcosa di nuovo. A volte devi accorgerti di come stai dicendo quello che dici già.
Il primo percorso: lavorare sulla comunicazione
Nel primo percorso di coaching abbiamo lavorato soprattutto su questi aspetti.
Un lavoro pratico e concreto.
Prima di comunicare una direttiva importante, Antony doveva fermarsi e preparare il messaggio:
- Cosa voleva ottenere?
- Qual era il punto essenziale?
- Come poteva esprimerlo senza aggiungere spiegazioni inutili?
Durante le sessioni abbiamo lavorato sul tono della voce, sugli intercalari e sulla capacità di arrivare al punto senza cercare continuamente conferme.
Tra una sessione e l’altra utilizzava alcuni esercizi di autocoaching per osservare e correggere progressivamente queste abitudini.
Non cercavo di trasformare Antony in un’altra persona.
Volevo rendere più coerente il suo modo di comunicare con il ruolo che già ricopriva.
Poi abbiamo lavorato sulla sua “presenza” di leader
Dopo una pausa e i primi risultati positivi, abbiamo ripreso il lavoro con un secondo percorso più breve.
Questa volta il focus si è spostato sulla sua presenza.
Abbiamo osservato postura, atteggiamenti e sguardo durante l’interazione con i collaboratori.
Anche qui è emerso un dettaglio interessante: Antony tendeva spesso a guardare verso il basso mentre parlava.
Preso singolarmente può sembrare insignificante.
Ma comunicazione verbale e non verbale arrivano insieme.
Puoi utilizzare parole chiare e precise, ma se il corpo comunica esitazione il messaggio perde parte della sua forza.
Abbiamo quindi lavorato per rendere più coerenti parole, voce, postura e sguardo.
Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:
“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.
“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.
Antony non aveva bisogno di “diventare più duro”
Questo forse è l’aspetto più importante del percorso.
Antony non aveva bisogno di trasformarsi nel capo autoritario, parlare più forte o assumere atteggiamenti artificialmente dominanti.
Aveva bisogno di togliere dalla sua comunicazione alcuni segnali che non rappresentavano ciò che realmente voleva trasmettere.
Progressivamente ha acquisito maggiore consapevolezza del proprio modo di comunicare e più sicurezza nella gestione del team.
Oggi mi contatta quando sente il bisogno di confrontarsi su una situazione specifica. Il lavoro è molto più rapido perché conosce meglio i propri meccanismi e riesce ad arrivare velocemente al punto.
La comunicazione autorevole non nasce da una posa
Il caso di Antony mi ricorda una cosa che vedo spesso nel coaching.
Quando una persona sente di non essere abbastanza autorevole, pensa immediatamente di dover aggiungere qualcosa.
Più sicurezza.
Più carisma.
Più fermezza.
Più tecniche.
Non sempre è così.
A volte il lavoro più importante consiste nel togliere.
Togliere una parola inutile.
Una spiegazione di troppo.
Una richiesta continua di conferma.
Uno sguardo che sfugge.
Perché la comunicazione autorevole non consiste nel sembrare qualcuno che non sei.
Consiste nel fare in modo che ciò che dici, come lo dici e il ruolo che occupi raccontino la stessa persona.
Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità?
Lavora sulla tua presenza con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” — un coaching mirato per comunicare da vero leader.
6 segnali che indicano che vuoi davvero lavorare per affermarti sul lavoro
in Il "mio" coaching, News
“Troppa gente si occupa dei sensi unici e dei sensi vietati,
senza mai mettersi in cammino.”
Fabrizio Caramagna
Poco importa quanto abbiamo ricevuto dalla vita,
abbiamo un costante desiderio di miglioramento.
Desideriamo di più.
Vogliamo di più.
Più successo, più soldi, più felicità, rapporti più solidi e …
pensiamo, sogniamo e lottiamo per ottenere quello che stiamo cercando.
I grandi manager, politici e atleti hanno un allenatore.
Tutti abbiamo bisogno di un coach.
Il professionista di fiducia che ti “allena” e prepara mentalmente ad affrontare con più fiducia e determinazione i cambiamenti improvvisi,
i problemi quotidiani e la competitività sempre più aggressiva.
Ecco 6 segnali che indicano che vuoi un cambiamento e desideri mostrare agli altri le tue reali capacità:
1. Hai capito che “pronto” non lo sarai mai
Hai aspettato,
rimandato, rinviato,
hai raccolto tutte le informazioni necessarie …
adesso devi fare il primo passo!
Non aspettare di essere preparato, perfetto o di “saperne di più”.
Non aspettare di essere pronto per iniziare il percorso di coaching.
Perché “veramente pronto”non lo sarai mai.
Non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort,
stai prendendo una strada stimolante e affascinante ma anche ignota e (forse) insidiosa.
Anche se conosci tutta la teoria,
ma non “scendi” nella pratica sei sempre al punto di partenza.
Potresti leggere 1000 libri e informarti per giorni o per anni,
ma non saprai mai tutto quello che c’è da sapere.
A un certo punto dovrai fermarti,
respirare e … lanciarti!
2. Sei disposto a investire tempo ed energia
Il coaching richiede tempo ed energia.
Vero!
Non guardare solo l’investimento,
prendi in considerazione (piuttosto) il ritorno di questo investimento: centrare i tuoi obiettivi,
migliorare alcuni aspetti della tua leadership,
andare incontro all’opportunità di sentirti ancora più vivo,
più leader, pieno di energia e deciso a mostrare al mondo le tue reali capacità.
Vale la pena investire tempo ed energia?
Certo che si!
E il costo?
Nella mia esperienza,
la spesa non rientra nelle “resistenze”.
Generalmente,
chi è determinato, chi desidera dare una svolta, chi è stufo dei soliti risultati,
chi vuole lavorare su se stesso, il costo lo vede come un investimento e …
vuole cominciare subito!
3. Sei stufo dei soliti risultati.
Per tanto tempo la routine ti ha dato un senso di sicurezza e di protezione?
Difficilmente hai fatto un passo fuori dal conosciuto,
dalla certezza, dalla zona di comfort?
Adesso basta.
Non ne puoi più.
Se fai quello che hai sempre fatto,
se ti comporti/reagisci come sempre … otterrai sempre gli stessi risultati.
Non hai bisogno della sfera magica per sapere che è così.
Adesso,
hai capito che se non esci allo scoperto, non succederà mai niente …
di stimolante, vitale.
Niente di esaltante.
Devi vivere i cambiamenti come incentivi e opportunità per la tua crescita
e non come minacce alla tua sicurezza e stabilità.
4. Hai capito di aver bisogno di una “spinta” per superare un ostacolo
Hai capito che non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché prendere l’opportunità per metterti alla prova, tiri fuori un ventaglio di giustificazioni per non continuare (o iniziare) e getti subito la spugna.
Piuttosto che metterti in gioco, te la prendi con la fortuna, il caso o il destino.
Perché ti nascondi dietro queste scuse per non-fare?
Che cosa succederà se continui a rimandare?
Se rispondi onestamente,
ti renderai conto che è importante iniziare subito.
Non importa quale sia il tuo obiettivo.
5. Hai capito che se chiedi aiuto non sei un incapace
Anche se stai lavorando bene, in questi tempi incerti e complessi,
la sfida è essere sempre motivati e determinati nell’affrontare i cambiamenti improvvisi e la competizione organizzata.
Coaching non è un solo un intervento per risolvere problemi o superare limiti.
Iniziare un percorso di coaching non vuol dire essere impreparati,
incompetenti
incapaci.
Coaching non è un atto d’accusa verso la tua competenza o un’indicazione della tua non-capacità.
6. Hai capito che per un reale cambiamento hai bisogno di un supporto professionale
Commercialisti, medici, avvocati ma anche architetti (per interni),
hair stylist e tecnici informatici sono professionisti cui ci rivolgiamo quando abbiamo bisogno di cure specifiche,
consigli tecnici o assistenza pratica.
Di solito si fa così.
Chiedi aiuto e sostegno in caso di bisogno e necessità.
Per il coaching è la stessa cosa perchè è una metodologia all’avanguardia nell’area della formazione.
Il coach non ha la bacchetta magica,
ma ti affianca personalmente per aiutarti a raggiungere obiettivi più ambiziosi e appaganti,
investendo meno tempo, risorse ed energie.
Il coaching è cambiamento.
Un nuovo modo di pensare porta a nuove idee,
nuove strategie e nuove opportunità.
Se sei pronto per il cambiamento positivo,
sei pronto per il coaching (altrimenti segui la mia guida d’introduzione).
Un percorso di coaching? Siii, ma solo se facile e veloce
in Il "mio" coaching, News
Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo,
se hai sempre “vinto facile”,
potresti non aver allenato i muscoli caratteriali,
quelli necessari quando la strada diventa in salita.
Cosa fai quando trovi sulla tua strada difficoltà,
ostacoli o impedimenti?
Insisti e persisti finché non raggiungi il tuo obiettivo oppure …
getti la spugna al primo intralcio.
Il successo non è facile.
Questo è il motivo per cui un sacco di gente non raggiunge il livello di successo che (davvero) desidera.
Il successo non è veloce.
Questo è il motivo per cui molte persone mollano troppo presto.
Su certe cose bisognerebbe essere (brutalmente) onesti
Continuo a vedere annunci e slogan in tutto il web che invitano a
“Scaricare la guida gratuita per creare un cambiamento facile e veloce” in tutti i settori della tua vita.
Gratuito, facile e veloce!
Che cosa vogliamo di più?
Cambiare vuol dire fare, essere e pensare in modo diverso.
Quanto sia difficile dipende da te e dalla tua situazione,
ma dire che il cambiamento è facile, senza sforzo e rapido è senza dubbio una bugia assoluta.
Il cambiamento è un processo graduale e non è un lavoro di una notte.
Non lasciarti ingannare,
non pensare che cambiare sia così facile.
Perché non lo è.
Non ci sono scorciatoie magiche per cambiare e la maggior parte delle persone ha bisogno di lavorare su se stessa per creare una nuova realtà.
Il cambiamento non è facile ma neanche impossibile
“Quella che il bruco chiama fine del mondo,
il resto del mondo chiama farfalla.”
Lao Tzu
Che succede quando ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, una nuova relazione, un nuovo ruolo,
un trasferimento in un’altra città oppure un percorso di coaching per potenziare un tuo atteggiamento con il tuo team o il tuo capo?
Ecco … arriva (almeno un po’) il disagio.
Calma!
Va tutto bene.
Significa che stai entrando in “una zona d’ombra“ alla quale non sei abituato.
Stai spostando la tua zona di comfort un po’ più in là.
Provi fastidio perché non sai cosa accadrà.
È come camminare al buio con la sola luce della luna.
Non spaventarti!
Dì a te stesso:
“È nuovo. Va tutto bene.
Sto crescendo.”
Quando “entriamo” nel nuovo “incontriamo” il disagio
Le cose nuove ci fanno sentire a disagio.
Però …
una volta che “ne esci fuori e ti senti ancora vivo” non ti sentirai più così.
La tua zona di comfort si è ingrandita, si è dilatata.
Ti senti più vivo, più forte.
Fiducioso.
Ecco perché le persone di successo non si aspettano risultati immediati.
Non pensano che i riconoscimenti arriveranno “rapidi” e “facili”.
Sanno che nessuno diventa famoso in una notte o trova il successo senza anni di duro lavoro,
perseveranza e una quantità (pur ridicola) di fortuna.
Sorridono nel vedere persone che cadono in illusioni tipo:
“Arricchirsi rapidamente con il Market online”,
“Un percorso di coaching facile e veloce”,
“Fare un blog di successo in 1 mese”,
“Diventare leader in 4 semplici mosse”.
Le persone di successo sanno che serve applicazione (altro che coaching facile).
Impegno.
Serve mettersi in gioco.
Un percorso di coaching facile facile?
Il coaching funziona solo se sei disposto a “metterci del tuo”.
Il coaching è basato sull’azione, sulla concretezza.
Non si tratta di terapia o consulenza,
dove basta “entrare e parlare”.
Devi entrare in campo …
per questo funziona!
Se sei pronto a rimboccarti le maniche e metterti al lavoro,
puoi prendere in considerazione un percorso di coaching.
E i risultati arriveranno.
Credimi!
Un caso pratico di coaching: motivazione dei collaboratori
in Il "mio" coaching
“Se non dico cosa fare, non fanno niente.”
“Non sono propositivi.”
“Seguono il carro.”
“Motivazione? Entusiasmo? Più facile vincere le Olimpiadi.”
“Vorrei vederli più motivati, più entusiasti. Sono bravini, però che facce lunghe…”
È così che Sonia mi descrive il suo team durante uno dei nostri primi incontri.
Poi le faccio una domanda:
“Tu, invece, come crei entusiasmo nel tuo staff?”
Mi guarda sorpresa.
“In che senso?”
Il nostro lavoro è cominciato da lì.
Il problema sembrava essere il team
Sonia è un’imprenditrice. Gestisce tre saloni di bellezza ben avviati.
Quando abbiamo iniziato il percorso, il problema sembrava piuttosto chiaro: collaboratori poco motivati, poco propositivi e da stimolare continuamente.
Almeno, questa era la sua lettura.
Il primo lavoro non è stato quindi cercare tecniche per motivare le persone.
È stato aiutare Sonia a guardare il proprio ruolo nella dinamica del team.
Prima di chiederti come motivare le persone, chiediti che cosa fai ogni giorno per non spegnere la loro motivazione.
La motivazione non nasce spontaneamente nei collaboratori. E non può essere delegata a un corso, a un formatore o a un coach.
Chi guida un team deve scendere in campo in prima persona.
In tema di motivazione non puoi essere spettatore
All’inizio Sonia ha mostrato qualche resistenza.
Poi ha riconosciuto che, fino a quel momento, aveva considerato la motivazione soprattutto come qualcosa che riguardava i suoi collaboratori.
Lei osservava.
Aspettava.
E quando non vedeva entusiasmo, concludeva che il problema fosse il loro.
Ha riconosciuto anche di aver utilizzato soprattutto gli incentivi economici, senza avere una vera idea di come lavorare quotidianamente sulla motivazione.
È stato un passaggio importante.
Perché motivare non significa continuamente caricare le persone, fare discorsi entusiasmanti o distribuire premi.
Significa anche:
- riconoscere un lavoro fatto bene
- dare feedback chiari
- coinvolgere le persone
- condividere informazioni e responsabilità
- ascoltare idee e proposte
- far sentire ciascuno parte del lavoro
Sonia ha iniziato anche a riconoscere alcuni suoi comportamenti che, senza volerlo, potevano spegnere la motivazione del team.
Dalla consapevolezza alla pratica
A quel punto siamo passati al lavoro concreto.
Poca teoria.
Situazioni reali del suo lavoro.
Prima di dare un feedback a un collaboratore, Sonia preparava ciò che voleva dire.
Non un discorso da imparare a memoria.
Pochi punti:
- che cosa aveva osservato
- quale messaggio voleva far passare
- che cosa voleva riconoscere o correggere
- quale risultato si aspettava dalla conversazione
Abbiamo lavorato anche sulla relazione individuale con i collaboratori.
Sonia ha iniziato a ritagliarsi brevi momenti uno-a-uno con le persone del suo staff.
Non soltanto quando c’era un problema.
Anche per riconoscere un risultato, chiedere un’opinione, coinvolgere qualcuno o raccogliere un’idea.
Se parli con le persone soltanto quando qualcosa non funziona, non sorprenderti se ogni confronto con te viene vissuto come un problema.
Un altro passaggio ha riguardato la condivisione delle responsabilità.
Sonia tendeva a decidere molto e a chiedere esecuzione.
Abbiamo cominciato a lavorare su un principio diverso: coinvolgere non significa perdere il controllo.
Significa dare alle persone uno spazio nel quale possano assumersi responsabilità e contribuire davvero.
Il cambiamento non è stato “motivare di più”
Questo, secondo me, è il punto più interessante del percorso.
Sonia non ha imparato qualche tecnica per rendere improvvisamente entusiasti i collaboratori.
Ha cambiato il suo modo di stare nel ruolo.
Ha cominciato a osservare maggiormente:
- come comunicava
- quanto riconosceva
- quanto ascoltava
- quanto coinvolgeva
- quanto spazio lasciava alle persone
E soprattutto ha smesso di considerare la motivazione del team come qualcosa che dipendeva esclusivamente dal team.
I cambiamenti, raccontava Sonia, cominciavano a vedersi anche nelle persone.
Ma era cambiato prima di tutto il suo modo di guidarle.
Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:
“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.
“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.
Il coaching ha funzionato quando Sonia ha iniziato a fare
Non perché qualcuno le abbia spiegato come diventare una “leader motivante”.
Sonia ha portato nel coaching le sue situazioni reali.
Le abbiamo osservate, discusse e trasformate in azioni da sperimentare sul lavoro.
Poi abbiamo guardato cosa funzionava e cosa no.
E siamo ripartiti da lì.
Il coaching diventa concreto quando ciò che accade durante una sessione entra nel lavoro del giorno dopo.
È questa, ancora oggi, la parte che considero più importante.
Se il clima si sta spegnendo e i risultati rallentano, esplora il percorso “Motivare il team demotivato”: poche sessioni focalizzate, zero teoria inutile, solo strumenti pratici e strategie su misura.
La storia di Sonia parte da collaboratori che, secondo lei, avevano perso motivazione.
Ma la domanda che ha fatto davvero partire il cambiamento è stata un’altra:
“Io, come responsabile, che cosa sto facendo per alimentarla?”
“Coaching? Siiii. Comincio lunedi.. no, il prossimo mese.. meglio dopo l’estate”
in Il "mio" coaching
“In questo periodo sono troppo stressato.”
“Quando sarà passato questo periodo.”
“Non sono ancora pronto.”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”
E poi ci sono i grandi classici:
- “Lo farò quando avrò più tempo.”
- “Quando troverò lavoro.”
- “Quando mi promuoveranno.”
- “Quando diventerò capo.”
Insomma: non adesso.
Nella mia esperienza di coach ho incontrato diverse persone interessate alla propria crescita professionale, incuriosite dal coaching e consapevoli di avere qualcosa su cui lavorare.
Eppure rimandano.
Uno dei motivi più ricorrenti è la mancanza di tempo.
Reale, qualche volta.
Presunta, molte altre.
Il momento giusto difficilmente arriva
Quando qualcosa ci mette un po’ in difficoltà, è naturale rimandare.
Ne parliamo al futuro:
- “Farò.”
- “Vorrei.”
- “Prima o poi comincerò.”
Cambiare lavoro, affrontare un problema con il capo, prendere una decisione importante, iniziare un percorso di coaching.
Prima o poi.
Il problema è che quel momento ideale, con poco stress, tutto sotto controllo e la testa completamente libera, potrebbe non arrivare.
Finisce un periodo complicato e ne comincia un altro.
Passa una scadenza e ne arriva una nuova.
Aspettare il momento perfetto può diventare un modo molto efficace per non cominciare mai.
“Non ho tempo” può voler dire molte cose
Non credo che chi dice di non avere tempo stia necessariamente cercando una scusa.
A volte il tempo manca davvero.
Ci sono periodi nei quali lavoro, famiglia, problemi e responsabilità occupano quasi tutto lo spazio disponibile.
Altre volte, però, “non ho tempo” nasconde qualcosa di diverso.
Può voler dire:
- non è ancora una priorità
- non sono convinto
- ho paura di quello che potrei scoprire
- so che dovrei cambiare qualcosa, ma non me la sento
- preferisco rimandare una decisione difficile
Ed è qui che vale la pena fermarsi.
Non per colpevolizzarsi.
Per capire.
Una cliente era convinta di non avere un minuto libero
Ricordo una cliente con la quale persino fissare le sessioni era diventato complicato.
“Non ho tempo.”
Era la frase ricorrente.
A un certo punto abbiamo messo nero su bianco una sua giornata tipo.
Non per dimostrarle che aveva torto.
Volevamo capire dove finiva realmente il suo tempo.
Sono emerse attività poco importanti, altre che potevano essere delegate e diversi impegni ai quali continuava a dire sì quasi automaticamente.
Ma è emerso soprattutto un altro aspetto.
Il problema non era soltanto trovare un’ora per il coaching.
Quell’ora significava fermarsi e affrontare qualcosa che continuava a rimandare.
Questa consapevolezza ha cambiato completamente la prospettiva.
Prima di dire “non ho tempo”, fatti una domanda
Non serve riempire ancora di più l’agenda.
E neppure convincerti che, se vuoi veramente qualcosa, devi trovare il tempo a tutti i costi.
Prova piuttosto a chiederti:
“Mi manca davvero il tempo oppure sto rimandando qualcosa che mi mette in difficoltà?”
La risposta può essere scomoda.
Ma almeno è una risposta.
Perché continuare a raccontarsi delle scuse permette di rimandare ancora.
Capire perché stai rimandando ti permette invece di decidere.
Anche di decidere che questo non è il momento.
Ma consapevolmente.
Il primo passo non deve essere enorme
Iniziare non significa necessariamente prendere una decisione definitiva.
A volte significa semplicemente informarsi.
Fare una telefonata.
Parlarne con qualcuno.
Capire meglio che cosa vuoi.
Il primo passo serve soprattutto a uscire dall’immobilità.
Se stai pensando da tempo a un percorso di coaching ma continui a rimandare, puoi semplicemente contattarmi.
Ci confrontiamo sulla situazione e capiamo se, e come, posso esserti utile.
Senza aspettare lunedì.
Il prossimo mese.
O, naturalmente, dopo l’estate.
“Un percorso di coaching? Per me? Ma per favore …”
in Il "mio" coaching
Ci sono persone competenti, preparate, con anni di esperienza, che davanti alla possibilità di iniziare un percorso di coaching reagiscono più o meno così:
“Coaching? Io?”
“Non ne ho bisogno.”
“So già cosa devo fare.”
“I problemi li ho sempre risolti da solo.”
A volte dietro queste risposte c’è semplicemente la convinzione di non averne bisogno.
Altre volte c’è qualcosa di diverso: l’idea che chiedere un confronto professionale significhi ammettere di non essere abbastanza capaci.
Ma competenza e bisogno di confronto non sono affatto incompatibili.
“Un percorso di coaching? Per me? Ma figuriamoci…”
Quando hai esperienza è facile affidarti a ciò che sai.
Ed è giusto farlo.
Il problema nasce quando la sicurezza nelle tue capacità comincia a trasformarsi nella convinzione di avere già tutte le risposte.
Smetti di chiedere.
Ascolti meno.
Le osservazioni degli altri diventano facilmente critiche da respingere.
Gli errori qualcosa da giustificare.
E magari cominci anche a pensare che il problema siano quasi sempre gli altri: il capo, i colleghi, il team, l’azienda.
Essere competenti significa avere molte risposte.
Essere consapevoli significa sapere che non puoi averle tutte.
Puoi essere sicuro di te senza dover dimostrare continuamente quanto vali. Puoi essere fermo senza fare lo spaccone.
E soprattutto puoi essere molto bravo nel tuo lavoro e avere ancora qualcosa da capire su te stesso.
Cominciare un percorso di coaching non significa non essere capaci
Il coaching non è un atto d’accusa verso la tua competenza.
Non parte necessariamente da:
“C’è qualcosa che non va in me.”
Può partire da domande molto diverse:
- “Perché in questa situazione continuo a bloccarmi?”
- “Come posso gestire meglio questo passaggio professionale?”
- “Perché con quella persona reagisco sempre nello stesso modo?”
- “Che cosa non sto vedendo?”
- “Come posso essere più incisivo nel mio ruolo?”
Sono domande che può farsi anche una persona competente.
Anzi, proprio l’esperienza può rendere più difficile accorgersi di alcuni automatismi, perché nel tempo diventano parte del nostro modo abituale di lavorare.
Non sempre basta sapere cosa fare
A volte sai già perfettamente cosa dovresti fare.
Dovresti essere più diretto.
Delegare di più.
Affrontare una conversazione.
Prendere una decisione.
Cambiare qualcosa nel tuo modo di comunicare.
Eppure non lo fai.
Perché tra sapere cosa fare e riuscire realmente a farlo c’è spesso uno spazio che la sola competenza tecnica non riesce a colmare.
Il coaching può servire proprio a lavorare dentro quello spazio.
Non per consegnarti una soluzione pronta.
Ma per aiutarti a osservare la situazione, mettere a fuoco ciò che ti sta bloccando e trasformare la riflessione in qualcosa di concreto.
Avere bisogno di un confronto non significa non sapere.
A volte significa voler vedere meglio.
E vedere meglio può essere utile proprio quando sei troppo dentro una situazione per riuscire a leggerla con sufficiente distanza.
Il coaching non deve dimostrare che hai un problema
Puoi iniziare un percorso perché stai attraversando una difficoltà.
Ma anche perché hai assunto nuove responsabilità.
Perché una relazione professionale non funziona più come vorresti.
Perché vuoi prendere una decisione importante.
Oppure semplicemente perché il modo in cui hai lavorato fino a ieri non ti basta più per ciò che devi affrontare oggi.
Non c’è niente da “ammettere”.
C’è semmai qualcosa da capire.
Riconosci il coaching per quello che può essere
Uno spazio professionale nel quale fermarti.
Portare una situazione reale.
Guardarla da prospettive diverse.
Mettere in discussione qualche certezza.
E decidere che cosa fare.
Non devi dimostrare di essere incapace per avere bisogno di un coach.
E non devi nemmeno convincerti di avere un grande problema.
Devi soltanto avere qualcosa sul quale ritieni utile lavorare.
Se c’è una situazione professionale sulla quale continui a girare senza trovare una direzione chiara, puoi contattarmi.
Un primo confronto serve anche a capire se il coaching sia davvero lo strumento adatto alla tua situazione.
Non è la mancanza di competenza che rende utile un confronto.
È la disponibilità a guardare anche ciò che, da soli, facciamo fatica a vedere.
9 frasi che non sentirai mai durante le mie sessioni coaching
in Il "mio" coaching
Le parole sono importanti.
Nel coaching possono aprire una riflessione, mettere a fuoco qualcosa che fino a quel momento era confuso, oppure aiutare a guardare una situazione da un’altra prospettiva.
Ma possono anche condizionare, indirizzare troppo o riempire inutilmente lo spazio.
Per questo conta non soltanto ciò che un coach dice, ma anche ciò che sceglie di non dire.
Ecco 9 frasi che difficilmente sentirai durante le mie sessioni di coaching.
1. “Mi raccomando: fai questo e non fare quello”
Se c’è una cosa che cerco di evitare è decidere al posto tuo.
“Fai così.”
“Scegli questa strada.”
“Al tuo posto io farei…”
Posso farti domande, restituirti ciò che osservo, mettere in discussione una convinzione, aiutarti a considerare conseguenze e alternative.
Ma la decisione rimane tua.
Un coach può accompagnarti nella decisione.
Non dovrebbe appropriarsi della decisione.
Il mio compito è aiutarti a leggerlo meglio e arrivare a una decisione della quale tu possa assumerti la responsabilità.
2. “Ecco le risposte che cercavi”
Il coaching non è una consulenza nella quale qualcuno analizza il problema e ti consegna la soluzione.
Naturalmente un coach porta esperienza, metodo e competenze.
Ma una parte importante del lavoro consiste nell’aiutarti a costruire le tue risposte, anche attraverso domande che possono sembrare semplici:
- “Che cosa vuoi davvero ottenere?”
- “Che cosa ti sta bloccando?”
- “Che cosa stai evitando?”
- “Quale possibilità non hai ancora considerato?”
- “Che cosa sei disposto a fare concretamente?”
Non sempre la risposta arriva immediatamente.
Ed è proprio lì che spesso comincia la parte interessante del lavoro.
3. “Adesso ti spiego tutta la teoria…”
La teoria può essere utile.
Ma durante le sessioni di coaching non dovrebbe diventare il centro del lavoro.
Se mi racconti una difficoltà con il tuo capo, una decisione che non riesci a prendere o un problema con il team, non hai necessariamente bisogno di una lunga lezione.
Hai bisogno di lavorare su quella situazione.
Un modello, una distinzione o uno strumento possono aiutare quando servono a comprendere meglio ciò che sta accadendo.
Altrimenti rischiano soltanto di aggiungere informazioni a un problema che avevi già capito benissimo sul piano teorico.
4. “Parlami come se fossi un amico”
Un buon amico può ascoltarti, sostenerti e anche dirti cose scomode.
Ma coaching e amicizia hanno funzioni diverse.
Un coach non è coinvolto nella tua situazione come può esserlo una persona che ti conosce da anni.
Non deve proteggerti, darti ragione o prendere posizione.
Può quindi fermarsi su una frase che hai appena detto e chiederti:
“Sei sicuro che sia proprio così?”
Oppure:
“Che cosa ti fa dire questo?”
Quella distanza professionale non rende il rapporto più freddo.
Gli permette di avere una funzione diversa.
5. “Scaviamo nel tuo passato per trovare la causa”
Il coaching non è psicoterapia.
Questo non significa che durante una sessione il passato non possa emergere.
Un’esperienza precedente può essere importante per capire un comportamento, una convinzione o qualcosa che continui a ripetere.
Ma il lavoro di coaching rimane prevalentemente orientato alla situazione presente, all’obiettivo e a ciò che puoi fare da qui in avanti.
Quando invece il bisogno riguarda sofferenza psicologica o aspetti che richiedono un intervento clinico, il riferimento appropriato è un professionista sanitario qualificato.
6. “Dai, forza! Devi solo motivarti”
Non credo molto nelle pacche sulle spalle travestite da coaching.
Se sei demotivato, probabilmente dirti:
“Forza, devi crederci!”
non cambierà granché.
Preferisco capire che cosa sta succedendo alla tua motivazione.
È stanchezza?
Non credi più nell’obiettivo?
Ti senti bloccato?
Stai continuando a perseguire qualcosa che forse non vuoi più?
Prima di cercare di aumentare la motivazione, può essere molto più utile capire perché si è abbassata.
7. “Scusa, rispondo un attimo e poi continuiamo”
Durante le sessioni di coaching il tempo è tuo.
Non significa soltanto spegnere o mettere da parte il telefono.
Significa esserci.
Ascoltare quello che dici e anche accorgersi di una pausa, di un’esitazione, di una parola che ritorna.
La qualità dell’attenzione fa parte del lavoro.
E non dovrebbe essere divisa con qualcos’altro.
8. “Ti do una dritta che risolve tutto”
Magari esistesse!
A volte un piccolo cambiamento produce effetti importanti.
Uno strumento concreto può essere molto utile.
Ma diffido delle soluzioni che funzionerebbero per chiunque, in qualsiasi situazione.
Una difficoltà professionale ha un contesto, delle persone coinvolte, una storia e delle conseguenze.
Una buona soluzione non è quella che suona bene.
È quella che riesci a portare nella tua situazione reale.
Per questo nelle sessioni di coaching preferisco lavorare su passi concreti piuttosto che promettere scorciatoie.
9. “Fidati di me”
La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe costruirsi.
Attraverso il modo in cui vieni ascoltato.
La qualità delle domande.
La riservatezza.
La chiarezza del rapporto.
E anche la possibilità di dire:
“Questa cosa non mi convince.”
Non ho bisogno che tu sia d’accordo con me.
E soprattutto non ho bisogno che tu faccia qualcosa soltanto perché te l’ho suggerito io.
Il coaching funziona meglio quando il confronto rimane libero, adulto e responsabile.
Alla fine, il lavoro deve servire a te
Non mi interessa che tu esca da una sessione pensando:
“Il mio coach aveva ragione.”
Preferisco che tu esca pensando:
“Adesso vedo meglio la situazione.”
“Ho capito che cosa devo affrontare.”
“So quale passo voglio provare a fare.”
Questo, per me, è molto più importante.
Se c’è una situazione professionale sulla quale senti il bisogno di fare chiarezza, contattami per capire se un percorso di coaching può esserti utile.
Il valore di una sessione non sta nelle risposte del coach, ma nella lucidità con cui tu torni alla tua situazione.
Michele Ferrarelli
Formatore e Coach.
Coaching per trasmettere più forza e autorevolezza sul lavoro. Lavoro su comunicazione, dinamiche relazionali e carriera.
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