7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro

errore sul lavoro
Hai commesso un errore sul lavoro.

Preziosa esperienza di apprendimento?
Opportunità di crescita professionale?
Miglioramento in vista del futuro?

Sì. Ma probabilmente non è la prima cosa a cui pensi.

Quando l’errore è importante, arrivano prima il disagio, la preoccupazione e quella domanda che comincia a girarti in testa:

“E adesso cosa faccio?”

L’apprendimento verrà dopo.

Adesso devi capire che cosa è successo e come rimediare.

Hai sbagliato. Prima di recriminare, fermati e ragiona

Quel che è fatto è fatto.

Continuare a ripeterti che sei stato stupido, superficiale o distratto non modifica ciò che è successo.

E soprattutto consuma energie che ti servono per altro.

Questo non significa minimizzare.

Se l’errore sul lavoro è importante, non puoi ignorarlo sperando che si sistemi da solo.

Devi capire che cosa è successo, quali conseguenze può avere e che cosa puoi ancora fare.

Prima di reagire d’impulso, prova allora a porti queste 7 domande.

1. “Che cosa è successo davvero?”

Prima di cercare una soluzione, ricostruisci l’errore.

Dove si è interrotto il processo?
Hai lavorato troppo velocemente?
Ti mancava un’informazione?

Hai dato qualcosa per scontato?
Hai ricevuto un’indicazione poco chiara?
Ti sei fidato di un’informazione senza verificarla?

Oppure conoscevi così bene quel lavoro da aver abbassato l’attenzione?

Non cercare subito un colpevole. Cerca il punto in cui qualcosa ha smesso di funzionare.

Capire la causa dell’errore ti aiuterà sia a correggerlo sia a evitare di ripeterlo.

2. “Chi deve sapere che ho sbagliato?”

È probabilmente una delle domande più scomode.

La tentazione di non dire nulla esiste.

“Magari nessuno se ne accorge.”

“Forse riesco a sistemarlo prima.”

“Perché dovrei espormi inutilmente?”

Non tutti gli errori hanno la stessa gravità e non tutti richiedono di convocare immediatamente gli interessati.

Ma se l’errore può avere conseguenze su un cliente, un collega, una decisione, una scadenza, dei costi o il lavoro di altre persone, nasconderlo può trasformare un problema gestibile in uno molto più serio.

Chiediti allora:

“Se non dico nulla e questa cosa emerge più avanti, quali saranno le conseguenze?”

Se devi comunicarlo, fallo senza costruire una lunga autodifesa.

Spiega che cosa è successo, quali possono essere le conseguenze e che cosa stai facendo per rimediare.

Come sottolineo anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando la questione è delicata è preferibile, quando possibile, metterci la faccia anziché nascondersi dietro una mail.

Ammettere un errore può costarti qualche minuto difficile.
Nasconderlo può costarti molta più credibilità.

3. “Che cosa posso fare adesso per rimediare?”

Una volta ricostruito l’accaduto, sposta l’attenzione sulla soluzione.

Che cosa puoi ancora correggere?
Puoi intervenire da solo?
Devi coinvolgere il tuo capo?

Serve l’aiuto di un collega o di uno specialista?
Bisogna fermare temporaneamente un’attività?
C’è qualcuno che deve essere avvisato immediatamente?

Non limitarti a presentare il problema. Quando puoi, porta anche una proposta per affrontarlo.

Non sempre avrai già la soluzione.

Ma presentarti dicendo:

“È successo questo. Ho verificato queste conseguenze. Vedo queste due possibilità.”

è molto diverso dal limitarti a:

“Abbiamo un problema.”

4. “Devo chiedere scusa? E a chi?”

Gli errori capitano.

Ma se il tuo errore ha creato un problema concreto a qualcuno, una semplice correzione tecnica potrebbe non bastare.

Potresti dover chiedere scusa.

A un cliente.
A un collega.
Al tuo capo.
A un collaboratore che ha dovuto rimediare al tuo posto.

Non servono grandi dichiarazioni.

“Ho sbagliato questa valutazione e ti ho creato un problema. Mi dispiace.”

Poi spiega che cosa stai facendo per sistemare la situazione.

Una buona scusa riconosce la propria parte di responsabilità senza trasformarsi in una lunga serie di giustificazioni.

Se vuoi approfondire questo passaggio e più in generale la gestione dell’errore, puoi leggere anche “8 cose da fare dopo un errore o un fallimento”.

5. “Che cosa devo cambiare perché non succeda di nuovo?”

Rimediare è necessario.

Ma se tutto finisce lì, hai risolto soltanto il problema di oggi.

La domanda successiva è:

“Che cosa devo modificare nel mio modo di lavorare?”

A volte basta poco:

  • introdurre un doppio controllo;
  • modificare un passaggio della procedura;
  • chiedere una conferma prima di procedere;
  • inserire un promemoria;
  • evitare di svolgere quel compito quando sei di fretta o continuamente interrotto.

La soluzione migliore non è necessariamente la più sofisticata.

Deve essere abbastanza semplice da diventare parte del tuo modo di lavorare.

6. “Come posso ricostruire la fiducia?”

Non tutti gli errori compromettono la fiducia.

Ma alcuni sì.

Soprattutto quando hanno avuto conseguenze importanti oppure quando altre persone si sono dovute assumere il peso del tuo sbaglio.

In questi casi non basta dire:

“Non succederà più.”

Devi dimostrarlo.

Per esempio:

“Ho sbagliato perché non ho verificato quei documenti. Da oggi, prima dell’invio, farò un secondo controllo e per le prossime consegne coinvolgerò anche…”

La fiducia non si ricostruisce promettendo di non sbagliare più. Si ricostruisce mostrando che hai capito perché hai sbagliato e che cosa farai diversamente.

Poi servono i fatti.

E quelli richiedono tempo.

7. “Che cosa posso imparare da questo errore?”

Solo adesso arriviamo all’apprendimento.

Quando l’urgenza è passata e hai fatto ciò che potevi per rimediare, vale la pena tornare sull’accaduto.

Non per tormentarti ancora.
Per capire.

Forse hai scoperto che sotto pressione tendi ad accelerare troppo.

Che ti fidi facilmente di informazioni non verificate.
Che quando conosci molto bene un’attività smetti di controllarla con la stessa attenzione.
Che chiedi chiarimenti troppo tardi.

Che hai bisogno di verificare un progetto quando è ancora a metà percorso, non soltanto quando è ormai concluso.

Un errore diventa realmente utile quando modifica qualcosa nel tuo comportamento successivo.

Imparare da un errore non significa trovare qualcosa di positivo in ciò che è successo.
Significa evitare che sia successo inutilmente.

Dopo un errore serve responsabilità, non autoflagellazione

Hai sbagliato.

Può essere spiacevole.
Può avere conseguenze.
Potresti anche ricevere una critica o dover affrontare una conversazione che avresti volentieri evitato.

Ma continuare a colpevolizzarti non ripara nulla.

Quello che puoi fare è assumerti la tua parte di responsabilità e chiederti:

  • che cosa è successo?
  • chi deve saperlo?
  • come posso rimediare?
  • devo chiedere scusa?
  • che cosa devo cambiare?
  • come posso ricostruire la fiducia?
  • che cosa posso imparare?

Queste sono le domande che ti permettono di passare dall’errore alla risposta.

Perché un errore sul lavoro non dimostra necessariamente quanto sei competente.

Il modo in cui reagisci dopo aver sbagliato, invece, può dire molto del professionista che sei.

5 occasioni quando puoi accontentarti di “buono” piuttosto che “perfetto”

perfezione al lavoro
Tutti vogliamo fare bene il nostro lavoro.

Essere professionali, precisi, affidabili.

Ma c’è una differenza tra ricercare la qualità e inseguire ogni dettaglio fino a quando un lavoro diventa quasi impossibile da considerare concluso.

Puoi sempre correggere qualcosa, aggiungere un particolare, trovare una parola migliore.

La domanda è:

“Quello che sto facendo migliora davvero il risultato?”

Perché ci sono situazioni in cui fermarsi a un lavoro buono non significa lavorare male. Significa capire che, per quello che serve, è già abbastanza buono.

Ecco 5 occasioni in cui vale la pena ricordarselo.

1. Quando il tempo conta quanto la qualità

Non tutti i lavori richiedono lo stesso livello di precisione.

Una bozza da discutere con il team non ha bisogno della stessa rifinitura di un documento definitivo destinato a un cliente.

Se il tuo capo aspetta un aggiornamento o una riunione serve proprio a discutere un lavoro ancora in corso, continuare a perfezionare ogni dettaglio può diventare controproducente.

La qualità consiste anche nel capire dove vale davvero la pena investire tempo e attenzione.

2. Quando la perfezione al lavoro comincia a pesare sulle relazioni

Avere standard elevati è una qualità.

Il problema nasce quando pretendi che anche gli altri lavorino esattamente secondo i tuoi standard.

Un collega consegna un buon lavoro e tu vedi immediatamente le tre cose che avrebbe potuto fare meglio.

Un collaboratore raggiunge l’obiettivo e tu ti concentri sul particolare che non ti convince.

Non significa accettare superficialità o lavori fatti male.

Significa distinguere un problema reale da qualcosa che semplicemente non corrisponde al tuo modo ideale di fare le cose.

Non tutto ciò che potrebbe essere migliorato deve necessariamente essere corretto.

3. Quando l’ambiente è già sotto forte pressione

Scadenze, problemi, clienti impazienti, carichi di lavoro elevati.

Quando la tensione è già alta, pretendere che ogni particolare sia impeccabile può aggiungere pressione senza migliorare davvero il risultato.

Chiediti allora:

“Questo livello di precisione è davvero necessario oppure sto facendo fatica ad accettare qualcosa di meno della perfezione?”

In alcuni momenti serve il massimo livello di attenzione.

In altri serve soprattutto andare avanti bene.

4. Quando gli altri ti stanno dicendo che il lavoro è già buono

Hai quasi terminato.

Poi riguardi il lavoro e trovi qualcosa da modificare. Lo riguardi ancora e trovi qualcos’altro.

Nel frattempo persone competenti continuano a dirti:

“Va bene così.”

Vale almeno la pena ascoltarle.

Quando sei troppo coinvolto in qualcosa, puoi perdere la distanza necessaria per valutarlo.

A forza di cercare ciò che manca, rischi di non vedere più ciò che funziona.

Prima dell’ennesima modifica, chiediti:

  • sto correggendo un problema reale?
  • questa modifica migliorerà concretamente il risultato?
  • il destinatario noterà davvero la differenza?
  • oppure faccio semplicemente fatica a considerare il lavoro concluso?

5. Quando continuare a perfezionare non aggiunge più valore

All’inizio, il tempo che dedichi a un lavoro può migliorarlo molto.

Rileggi una mail cinque volte.
Sposti ancora un elemento nella presentazione.
Ritocchi un documento che aveva già raggiunto il suo obiettivo.

Continui a investire tempo, ma il risultato cambia pochissimo.

Il perfezionismo diventa inefficiente quando il tempo che continui a investire vale più del miglioramento che riesci ancora a ottenere.

E mentre perfezioni quel lavoro, tutto il resto aspetta.

Non devi lavorare peggio. Devi scegliere meglio dove lavorare al massimo

Accontentarsi di “buono” non significa diventare superficiali.

Ci sono attività nelle quali precisione e controllo sono imprescindibili. Altre nelle quali un risultato buono, affidabile e consegnato al momento giusto è esattamente ciò che serve.

Il problema nasce quando non riesci a considerare concluso qualcosa che potrebbe ancora essere migliorato.

Se questa ricerca della perfezione al lavoro ti accompagna spesso nel lavoro, puoi approfondire il tema in “7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro”.

Prima dell’ennesima correzione, prova allora a chiederti:

“Farlo ancora meglio, in questo momento, serve davvero?”

Il miglior risultato possibile non è sempre quello più vicino alla perfezione.
È quello adeguato a ciò che conta davvero.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 2

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Leggi anche la parte 1.

6. Non sprecano tempo per preoccuparsi

Le donne sicure sanno che il tempo è prezioso,
quindi non si crogiolano su “cosa-se“,
solo-se” o “cosa-sarebbe-stato“.

Non perdono tempo preoccupandosi di cose che non possono controllare.
Si concentrano solo su ciò che sono in grado di risolvere.
Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione.
E lasciano scivolare tutto il resto.

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Hanno sperimentato che possono gestire soltanto la propria reazione,
il proprio atteggiamento.

Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi,
si concentrano sulle prossime azioni da intraprendere.

Le donne sicure sanno che pensando tanto al lavoro,
si ha spesso la sensazione di padroneggiare la nostra ansia e di riuscire a risolvere un problema.

In realtà è proprio questa percezione che ci impedisce di “chiudere” con le preoccupazioni.
Le donne determinate sanno che chi rimugina continuamente non raggiunge mai la soluzione del problema.

7. Non si fanno bloccare dalla paura

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

La paura può diventare prudenza, accortezza e riflessione.
E questo (spesso) può essere un bene.
Può evitare capitomboli.

Le donne sicure sanno che sperare che il problema si risolva da solo,
oppure essere frenati dalla paura di sbagliare (o di venir giudicato dagli altri)…
è veramente il peggiore degli errori!

Decidere, anche sbagliando,
spesso è comunque sempre meglio che non decidere.
Le persone che non commettono errori generalmente non fanno nulla e non raggiungono niente.

8. Non mascherano la fiducia con la supponenza

Sentirci non abbastanza è sufficiente per farci girare la testa,
per diventare esitanti e incerti,
perdere fede nelle nostre capacità,
smarrire l’autostima.

 


 

Le donne insicure mascherano spesso le loro debolezze con la sfacciataggine.
L’arroganza è una compensazione per la mancanza di fiducia in sé.

Le donne (davvero) sicure di se stesse sanno che è importante evitare di nascondere, celare, velare
ma costruire giorno-per-giorno una sicurezza reale, tangibile, concreta.
Inattaccabile.

9. Non vedono i fallimenti come sconfitte

In realtà,
riconoscono che ci sono sempre punti di apprendimento sulla strada del successo.
La facilità con cui recuperano permette a queste donne determinate di continuare a progredire verso i propri obiettivi.

Le donne di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare,
fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato,
cosa dovremo fare di diverso la prossima volta.
Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.

Le donne che più ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade,
ma quante volte ci si rialza.

10. Non basano il proprio valore sulla percezione di altre persone

Le donne sicure vedendo la “vita attiva” di altre persone sui social non si sentono inferiori.

Probabilmente non avranno 2000 amici di Facebook e una marea di ammiratori su Instagram,
ma sanno che la cosa importante è il contenuto,
non i numeri.

Valutano l’autenticità e vogliono solo amici con i quali condividere una connessione profonda.

Amano le conversazioni impegnative pur sapendo che non portano alla popolarità.
Ma non importa.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Qualità anziché quantità.

Queste donne sicure amano i loro amici e la loro famiglia,
ma sanno che è importante avere il tempo per se stesse,
dove possono esplorare la crescita personale e prendere tempo per ritrovarsi.

Non trovano il silenzio scomodo.
Anzi,
il silenzio le ricarica.

Le donne sicure sono anche arroganti e sfrontate?

Purtroppo,
questo è un timore di molte donne.

Si può mostrare sicurezza di sé ma anche comprensione e femminilità,
pur avendo una posizione lavorativa di responsabilità,
gestendo team e budget importanti.

Anche la donna può essere assertiva senza aver paura della propria femminilità:
essere sexy e femminile non è l’antitesi dell’essere una donna indipendente,
libera e di potere.

Determinato “non è l’opposto di timido”.
Una donna può avere qualsiasi tipo di personalità e ancora essere autosufficiente e coraggiosa.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 1

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Se pensi sia tutta una questione di bellezza,
di attrattiva fisica,
beh, ti sbagli!

Le donne sicure vanno-oltre.

Quando entrano in una stanza, te ne accorgi subito,
si portano dietro quest’aurea di fascino, grazia e determinazione,
di successo.
Sono memorabili.

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Prendono decisioni con accuratezza,
ma una volta che hanno deciso,
lo hanno fatto davvero.
Non le vedrete titubare.
L’esitazione non fa parte del loro processo.

Sanno cosa stanno facendo e perché lo fanno,
in ogni momento.

Se anche tu vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita,
è senz’altro utile sapere cosa-fanno le donne di successo.
Altrettanto importante è conoscere cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le donne che più ammiri non-fanno:

1. Rifiutano l’immagine della donna perfetta imposta dai media

Le donne sicure rifiutano le tendenze.
Non lasciano che i media dettino il loro aspetto fisico e i loro comportamenti.
Non si fanno imporre da spettacoli televisivi e fiction come parlare e come essere cool.

Difficilmente si conformano a qualcosa.
Sanno adattarsi finemente alle proprie esigenze e preferenze.
Si concentrano solo su ciò che vogliono.

Queste donne sono sicure nelle loro scelte di stile di vita,
di carriera, di sposarsi, di avere una famiglia o meno.

E non hanno paura di chiedere quello che vogliono.

2. Non reprimono i sentimenti

Le donne sicure sanno che l’istinto è l’alleato più forte nel processo decisionale.
Ascoltano la loro voce interiore come un amico di fiducia.

Se vogliono dirti qualcosa,
te lo faranno sapere,
stanne certo.

Sanno che il modo più veloce per ottenere qualcosa è …
l’onestà.

 


 

3. Le donne sicure non spettegolano

Spettegolare a volte può essere salutare perché stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero.
Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo.

I pettegolezzi e il gossip diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati,
con un’escalation dei toni e della forma,
o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Le donne sicure non parlano di altre donne,
hanno di meglio da fare che sparlare di altre persone.

Parlano piuttosto dei loro sogni,
dei loro obiettivi, dei loro piani,
e delle loro aspirazioni.

Non perdono tempo in gossip.
Le donne di successo evitano di farsi coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i loro rapporti interpersonali o di trovarsi in situazioni spiacevoli.

4. Non hanno paura dell’imperfezione

Meglio un diamante con un’imperfezione che un sasso senza.
Confucio

Le donne sicure sanno che l’equilibrio è tutto,
e che bisogna prendersi cura di se stesse.

Ricercano (costantemente) un sano equilibrio tra lavoro e vita privata e prendono tempo per mangiare bene.

Vogliono arrivare in palestra in orario,
ma sanno che il mondo non finirà, anche se … arriva un imprevisto sul lavoro,
o si concedono un gelato occasionale.

Le donne sicure sono ben consce del valore di una buona prima impressione,
ma conoscendo anche l’importanza del tempo, sanno che talvolta comporta …
niente-trucco e pantaloni da tuta.

Senza fare drammi!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Non cercano di soddisfare le aspettative degli altri

Una donna determinata non ha bisogno di continue approvazioni esterne.

Non han bisogno di accontentare tutti,
in ogni momento.

Non ha paura di dire di “no” o spiegare “perché”.

Si sforza di essere gentile e leale,
sapendo anche che è impossibile compiacere tutti.
Non si sconvolge se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

Continua a leggere la parte 2.

7 ragioni perché farai molta fatica a trovare lavoro – anche con un buon CV

trovare un lavoro
Se cerchi lavoro già da un po’, è comprensibile sentirti frustrato, scoraggiato e qualche volta anche confuso.

Mandi candidature.
Aspetti.
Ricevi poche risposte.
Arrivi a qualche colloquio,
ma poi non succede nulla.

Naturalmente non dipende tutto da te.

Il settore può essere in difficoltà, la concorrenza alta, le opportunità poche.

Ma ci sono anche modi di affrontare la ricerca che possono ridurre ulteriormente le tue possibilità, persino quando hai un buon CV, competenze ed esperienza.

Eccone 7.

1. Sei diventato troppo negativo

Dopo molti rifiuti è facile diventare pessimisti.

Il problema non è avere momenti di sconforto. È lasciare che frustrazione, amarezza e sfiducia entrino stabilmente nel modo in cui ti presenti.

Durante un colloquio si possono percepire nel tono, nelle risposte, nel modo in cui parli delle precedenti esperienze o dei datori di lavoro.

Non devi fingerti entusiasta quando non lo sei.

Devi però evitare che la tua delusione diventi il messaggio principale che trasmetti.

Puoi essere stanco della ricerca senza presentarti come qualcuno che ha smesso di credere nel proprio valore.

2. Non sai esattamente che cosa stai cercando

“Cerco un lavoro. Sono aperto a tutto.”

Lo sento spesso.

Può sembrare un modo per aumentare le possibilità. Qualche volta produce l’effetto contrario.

Se non sai verso quali ruoli, settori o aziende orientarti, diventa difficile capire quali competenze valorizzare, quali offerte selezionare e come presentarti.

Essere flessibili non significa essere senza direzione.

Puoi avere più possibilità aperte, ma dovresti riuscire a rispondere almeno a queste domande:

  • Quali lavori posso realisticamente svolgere?
  • Quali competenze posso offrire?
  • Dove possono avere maggior valore?
  • Su quali opportunità voglio concentrare maggiormente le mie energie?

Cambiare lavoro è una scelta importante — e va preparata bene.

Questo percorso di coaching ti guida a chiarire cosa vuoi davvero e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”.

3. Valuti così tanto che finisci per non muoverti

“Sì, ma non è quello che cercavo.”
“Sì, ma è un po’ lontano.”
“Ok, ma è un contratto a termine.”
“Ma ho sentito dire che…”

Valutare un’opportunità è giusto.

Ma se sei senza lavoro da tempo, può essere necessario distinguere ciò che per te è davvero irrinunciabile da ciò che sarebbe semplicemente preferibile.

Questo non significa accettare qualsiasi lavoro.

Significa evitare di scartare troppo presto un’opportunità di rientrare nel mercato, acquisire esperienza, creare contatti o aprire una strada che oggi non riesci ancora a vedere.

Essere selettivi è utile.
Diventa un problema quando la selezione impedisce qualsiasi movimento.

4. Mandi una candidatura e poi aspetti

Invii il dossier.
Aspetti.
Arriva il colloquio.
Aspetti ancora.

Ti sembra sia andato bene e aspetti la decisione.

Nel frattempo possono passare settimane.

Una selezione promettente non non vuol dire che stai per trovare un lavoro.

Continua quindi a candidarti, coltivare contatti e cercare altre opportunità anche quando una possibilità sembra concreta.

Finché non hai una proposta definita, la ricerca continua.

5. Sei troppo passivo

Cercare lavoro non significa soltanto rispondere agli annunci.

Se utilizzi sempre lo stesso canale e aspetti che compaia l’offerta giusta, rischi di vedere soltanto una parte delle opportunità.

Serve continuità.

Candidature mirate, contatti, aziende da seguire, persone da ricontattare, annunci da monitorare, autocandidature quando hanno senso.

Non devi passare l’intera giornata a trovare un lavoro.

Devi però evitare che la ricerca dipenda dall’umore o dall’ispirazione del momento.

Una buona ricerca ha bisogno anche di metodo e regolarità.

6. Guardi soltanto ciò che vuoi tu e poco ciò che cerca il mercato

Tu hai esigenze legittime.

Vuoi un certo stipendio, determinate condizioni, magari un contratto stabile, una distanza ragionevole da casa.

Ma anche il datore di lavoro ha un problema da risolvere.

Ha bisogno di una competenza, di coprire una funzione, alleggerire un team, sostituire qualcuno, sviluppare un’attività.

Una candidatura diventa più convincente quando riesce a collegare le due cose:

“Ecco quello che so fare e perché potrebbe essere utile a voi.”

Questo non significa rinunciare alle tue esigenze.

Significa ricordare che trovare lavoro richiede un incontro tra ciò che cerchi tu e ciò per cui qualcuno è disposto ad assumerti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

7. Mandi la stessa candidatura a tutti

Personalizzare richiede tempo.

Per questo è forte la tentazione di preparare un buon CV e una buona lettera e utilizzarli per ogni candidatura.

Ma un dossier può essere ottimo in generale e poco efficace per quella specifica posizione.

Ogni offerta mette l’accento su esigenze diverse.

Se hai esperienza in dieci attività, non significa che tutte e dieci debbano avere lo stesso peso in ogni candidatura.

Personalizzare non significa reinventare ogni volta il tuo CV.
Significa far emergere ciò che è più pertinente per quella posizione.

Se su questo punto tendi a rimandare, puoi leggere anche “5 scuse comode comode per non personalizzare la candidatura”.

Un buon CV è importante. Ma non cerca lavoro al posto tuo

Puoi avere competenze, esperienza e un dossier ben costruito e continuare comunque a fare fatica.

Perché la ricerca non dipende soltanto dal documento che invii.

Conta dove cerchi, cosa cerchi, come ti presenti, quanto sei costante e come reagisci quando le risposte tardano ad arrivare.

Naturalmente puoi fare tutto bene e non trovare un lavoro. Ci sono fattori che non controlli.

Ma vale la pena intervenire su quelli che puoi controllare.

Il CV può aprirti una porta.
Il modo in cui conduci la ricerca aumenta le possibilità di trovarne una aperta.

Nuovo team leader? 12 suggerimenti per partire con il piede giusto

nuovo team leader
Sei il nuovo team leader?

Bene.

Allora partiamo da qui.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” (dedicato a chi entra per la prima volta nel mondo della leadership),
non importa dove andrai:

  • una startup innovativa
  • un’azienda familiare
  • una multinazionale

il tuo approccio iniziale farà la differenza.
Tra successo… e fallimento.

“Chi ben comincia…”

I primi giorni contano (molto più di quanto pensi)

Sarai stimolato.
Entusiasta.

Ma anche sotto pressione.

Davanti a te:

  • opportunità
  • difficoltà
  • aspettative

E tutto inizia… dal primo giorno.

Se stai già pensando a come spendere il nuovo stipendio, fermati un attimo.

Una falsa partenza può bruciarti in pochissimo tempo.

Essere leader è un viaggio.
Non solo un ruolo.

Ecco 12 suggerimenti per iniziare bene.

1. Non devi dimostrare (immediatamente) quello che sai

Lo hai già fatto nel processo di selezione.

Adesso devi dimostrare:
quanto sei capace di imparare.

2. Lo stress che senti, lo sentono anche gli altri

Il tuo arrivo di nuovo team leader … crea movimento.

Le persone si chiedono:

  • “Cosa cambierà?”
  • “Cosa succederà al mio ruolo?”

Un po’ di tensione è normale.
Anche utile.

Se puoi rassicurare… fallo.

Ma senza promettere ciò che non puoi mantenere.

3. Impara i nomi (il prima possibile)

In un periodo in cui si parla tanto di team building,
troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole sentirsi
unica e speciale.

Non è solo educazione.

È leadership.

Usare il nome di una persona:

  • crea connessione
  • mostra rispetto
  • riconosce valore

E costruisce relazione.

4. Evita giudizi affrettati

“I pregiudizi sono la più grande barriera alla comunicazione.”
Carl Rogers

Attenzione.

Le etichette che metti agli altri…
influenzano il tuo comportamento.

E il loro.
E spesso diventano profezie che si auto-avverano.

5. Non credere a tutto quello che senti

Succede sempre all’arrivo del nuovo team leader.

C’è chi:

  • vuole piacerti
  • vuole influenzarti
  • metterti alla prova

Ognuno ha un motivo per “aiutarti”.
Sta a te capire quale.

6. Non fare il “so-tutto-io

Sei stato scelto perché sei bravo.
Ok.

Ma attenzione.
Se vuoi dimostrarlo subito… rischi di perdere credibilità.

Osserva.
Ascolta.
Capisci.

Poi agisci.

Se saprai resistere alla tentazione di impressionare,
i risultati saranno potenti.

7. Usa “noi”, non “io”

Fin da subito.
Crea squadra.

Includi tutti:

  • chi lavora con te ogni giorno
  • chi vedi una volta a settimana

Il senso di appartenenza nasce così, evitando di creare differenze e favoritismi tra i collaboratori.

8. Esci dall’ufficio

È un modo per far capire che-ci-sei.
Con loro.

In prima linea.

Non chiuso in ufficio,
ma accessibile e disponibile.
Fatti vedere.

Ogni giorno.

  • passa tra le persone
  • fai domande
  • ascolta

Le domande ti rendono autorevole.
Le risposte (spesso) arrivano dopo.

9. Rileggi sempre le mail

Sembra banale.
Non lo è.

Prima di inviare:

  • rileggi
  • controlla
  • rallenta

Se puoi, aspetta.

Rileggere con “occhi nuovi” cambia tutto.

Chiediti:

  • è chiara?
  • può essere fraintesa?
  • come la riceverei io?

10. Ascolta il tuo istinto

L’istinto arriva prima.
Sempre.

Fai silenzio.

Annota le sensazioni:

  • sulle persone
  • sulle dinamiche
  • sull’ambiente

Ti tornerà utile.
Un giorno.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
gli inchini e i salamelecchi che …

accompagnano il tuo arrivo.

11. Se vuoi sentirti grande vuol dire che sei (ancora) piccolo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, se senti il bisogno di:

  • mostrarti superiore
  • parlare dei tuoi successi
  • impressionare

Fermati!

Muoviti con fiducia.
Non con arroganza.

Fai parlare i fatti.

12. Le relazioni contano (più di quanto credi)

Sei stato scelto per competenze tecniche.

Ma resterai per le competenze relazionali.

All’inizio concentrati su 3 cose:

  • presentarti
  • ascoltare
  • costruire relazioni

Conosci le persone.
Non i ruoli.

Devi sistemare tutto subito?

No, non devi cambiare tutto subito.

Neanche dimostrare tutto subito.

Devi costruire.
E la costruzione… richiede tempo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

In sintesi

Essere un nuovo team leader non significa “partire forte”.

Significa:
partire bene.

Con attenzione.
Con equilibrio.
Intelligenza relazionale.

Il tuo ruolo ti è stato assegnato.

La tua autorevolezza… no.

Quella la costruisci.

Giorno dopo giorno.
Conversazione dopo conversazione.