Come essere autorevole durante il colloquio di lavoro: 17 spunti

autorevole durante il colloquio di lavoro

“Le aziende, oggi, non sono interessate a sapere dove, come e cosa avete studiato.
Vogliono sapere cosa avete imparato.”
Beppe Severgnini

Essere autorevole durante il colloquio di lavoro?

Non avrai mai una seconda possibilità di fare un’ottima prima impressione.

Prepararsi per un colloquio di lavoro è di vitale importanza se vuoi aumentare le tue chance di successo.

È importante migliorare il tuo stile, il tuo approccio, proiettare un atteggiamento fiducioso.

Padroneggiare comportamenti che “traspirano” fiducia, rendendo più efficace la tua comunicazione verbale e non verbale.

Ecco 17 spunti per essere autorevole durante il colloquio di lavoro:

1. Evita “ingressi” a sguardo basso e il-cappello-in-mano. Stai trattando un posto di lavoro non elemosina. Raddrizza le spalle!

2. Passo deciso ma non affrettato. Assicurati di salutare tutti con un sorriso.

3. Rispetta i tempi della conversazione. Non avere paura delle pause e dei silenzi.

4. Imposta bene la voce. Sii sintetico. Non bisbigliare. Alza il tono della tua voce.

5. Quando cambi argomento o spieghi un punto importante, riposizionati sulla sedia per enfatizzare il momento.

6. Quando spieghi un punto importante fai una pausa prima/dopo..crea un senso di anticipazione e sottolinea il concetto (approfondisci).

7. Evita di costruire risposte ad hoc per compiacere il selezionatore e ottenere la sua approvazione. Se ne accorgerà subito!

8. Usare spesso parole come “Immagino“, “Credo” e “Forse” vuol dire restare nel-mezzo. Sospeso nel nulla. Insipido. Banale.

9. Se sei introverso …alza i toni di una tacca. Se sei effervescente.. scala-una-marcia. In entrambi i casi, non tirare fuori la scusa “Cosa ci posso fare. Sono fatto così“!

10. La tua espressione facciale è il tuo “marchio di fabbrica”. Un sorriso va lontano. Trasmette fiducia, autorità e … calore.

11. Tieni il mento alto quando parli.

12. Ricorda che …le persone che mantengono il contatto visivo sono giudicate più autorevoli e fiduciose (approfondisci).

13. Prenditi il tempo di rispondere. Non si tratta di un “botta e risposta” in velocità. Mantieni il controllo.

14. “Entra” nei dettagli, spiegando la loro importanza e sviluppi. Ti farà sembrare più SMART. Conoscere i fatti e i dettagli sarà impressionante.

15. Se vuoi essere autorevole durante il colloquio di lavoro, non limitarti a rispondere alle domande o peggio lasciarle tutte alla fine. La precisazione di un argomento già trattato prima, apparirà fuori luogo.

16. Cerca di instaurare un vero e proprio dialogo con il tuo interlocutore. Lui/lei sta valutando te. Tu stai valutando l’azienda.

17. Saper comunicare, essere autorevole vuol dire (innanzitutto) avere qualcosa d’interessante da dire. Se così non fosse .. meglio tacere!

Nella vita una buona dose di fiducia è auspicabile.

Quando si tratta della tua vita professionale, ci sono alcune linee sottili che devono essere tratteggiate,
confini che non possono e non devono essere superati.

Autorevole durante il colloquio di lavoro: attenzione a non cadere nell’arroganza

Devi essere ambizioso senza essere impaziente.
Disponibile senza essere timoroso.
Flessibile senza essere sfruttato.

Essere sicuro di te, confidente e ambizioso,
senza alzare troppi i toni fino a diventare eccentrico e pomposo.

Desideri lavorare sulla preparazione dei colloqui di lavoro faccia-a-faccia, via skype o cellulare?

Aumentare la tua autorevolezza “lavorando” sulla tua postura, espressioni, gesti, ecc.?

Scopri il mio servizio di coaching per il colloquio di lavoro!

La motivazione del personale parte inevitabilmente dal leader

motivazione del personale

Foto di Angelo Esslinger da Pixabay

Se hai già avuto problemi di motivazione nel tuo team, sai bene che una pacca sulla spalla e qualche frase di circostanza servono a poco.

Finto entusiasmo e incoraggiamenti presi in prestito dal web raramente producono effetti duraturi.

E anche quando funzionano, quanto durano?

Qualche giorno.

Poi l’ambiente torna passivo, l’energia cala e gli obiettivi iniziano di nuovo a perdere forza.

Allora la domanda è inevitabile:

  • Come si motivano davvero le persone che lavorano con te?

Di certo non basta dire loro di “darsi una mossa”.

La motivazione del personale passa inevitabilmente da te

Il lavoro è cambiato.

E con lui deve cambiare anche il modo di guidare un team.

Non basta più distribuire compiti:

“Tu fai questo.”
“Tu occupati di quello.”

Le persone hanno bisogno di capire il senso di ciò che fanno, sentirsi coinvolte e percepire che il loro contributo viene riconosciuto.

Quando il team perde motivazione, prima o poi ne risentono i risultati, i progetti, il clima e anche la tua leadership.

Per questo la motivazione non può essere delegata completamente a un corso, a un formatore o a un coach.

Il primo riferimento resti tu.

Prima di chiedere energia al team, devi chiederti quale energia stai portando tu.

Se avessi davanti un responsabile che vuole “motivare i collaboratori”, probabilmente partirei proprio da qui.

Non aspettarti una formula magica

Tempo fa mi contattò la titolare di tre centri estetici.

Voleva aumentare la motivazione del suo staff.

All’inizio cercava soprattutto strumenti da utilizzare con le collaboratrici. Poi, lavorando sulla situazione, riconobbe un aspetto importante: fino a quel momento aveva considerato la motivazione quasi esclusivamente come un problema del personale.

Lei, in fondo, si era sentita più spettatrice che protagonista.

Si era affidata soprattutto ai riconoscimenti economici e sperava di trovare qualche tecnica capace di “riaccendere” rapidamente il gruppo.

Ma la motivazione del personale raramente funziona così.

Non esiste una frase, un premio o un intervento occasionale capace di sostituire ciò che accade ogni giorno dentro il team.

Motivare è un lavoro quotidiano

La motivazione si costruisce nel tempo.

Attraverso attenzione, presenza, riconoscimento e coerenza.

Richiede interesse reale per le persone che lavorano con te.

E questo, diciamolo, costa fatica.

Hai scadenze.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.
Riunioni.
Pressioni.

È comprensibile che la motivazione del team finisca spesso in fondo alla lista.

Ma se guidi delle persone, non puoi occuparti di loro soltanto quando qualcosa non funziona.

Un leader trova il tempo per correggere.
Ma anche per riconoscere.

Per chiedere come stanno andando le cose.
Per ascoltare.
Per far capire a ciascuno quale contributo sta portando.

Se la tua attenzione arriva soltanto quando c’è un problema, il team imparerà presto che per essere notato deve sbagliare.

La motivazione non è entusiasmo permanente

Essere un leader motivante non significa arrivare ogni mattina con un sorriso forzato e una scarica di entusiasmo da distribuire al gruppo.

Non devi diventare un animatore.
Devi essere credibile.

Una persona può essere riservata, tranquilla, persino poco espansiva e riuscire comunque a motivare molto bene.

Conta ciò che trasmette.

Fiducia.
Chiarezza.
Coerenza.
Interesse.

Capacità di dare direzione.

La domanda quindi non è:

  • “Sono abbastanza energico?”

Ma:

  • “Che effetto produce il mio modo di guidare sulle persone che lavorano con me?”


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole con il team.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Valuta la tua capacità di motivare

Prova a fermarti un momento.

  • Il tuo team vede in te una persona che crede in quello che sta facendo?
  • Riconosci ciò che funziona oppure intervieni soprattutto quando qualcosa va storto?
  • Sai spiegare perché un obiettivo è importante?
  • Le persone sentono di poterti parlare?
  • Sai trasmettere fiducia anche quando la situazione è complicata?

E soprattutto:

  • chiedi ai tuoi collaboratori un atteggiamento che tu per primo riesci a mostrare?

Sono domande meno spettacolari di una tecnica motivazionale.

Ma molto più utili.

Parti da te stesso

Un corso può darti strumenti.
Un coach aiutarti a leggere meglio una situazione.
Una formazione nuove modalità di gestione.

Ma nessuno può sostituirti nel ruolo di leader.

Se vuoi un team più coinvolto, devi essere disposto a entrare per primo nella dinamica.

Non per trascinare tutti con entusiasmo artificiale.

Ma per creare le condizioni perché le persone possano lavorare con maggiore fiducia, responsabilità e coinvolgimento.

La motivazione del personale non nasce dal tentativo di “caricare” continuamente gli altri.

Nasce anche dal modo in cui li guidi ogni giorno.

Prima di chiederti come motivare il team, chiediti che cosa il team riceve ogni giorno dalla tua leadership.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento,

scopri il mio coaching mirato “Motivare il team demotivato”.

Come essere autorevoli: la comunicazione non verbale per il successo

come essere autorevoli
Come essere autorevoli?

Gli specialisti della comunicazione sono piuttosto concordi su una cosa:
la postura conta.

Una postura dritta.
Un passo deciso.
Una stretta di mano schietta (quando è possibile).
Un sorriso sincero.

Possono fare una prima impressione molto potente.

Al contrario, alcune posture comunicano l’esatto opposto:

  • corpo chiuso
  • sguardo sfuggente
  • testa inclinata
  • postura molle o eccessivamente rilassata.

Sono segnali che trasmettono insicurezza o scarsa fiducia in sé stessi.

Una buona postura, invece, crea:

  • presenza
  • energia
  • autorevolezza.

Come essere autorevoli?

Serve autocontrollo… e un pizzico di strategia

La comunicazione non verbale è spesso sottovalutata.

Eppure, incide moltissimo sull’efficacia della nostra comunicazione.

Anche quando non parliamo.

Gesti, movimenti e posture raccontano molto:

  • della nostra personalità
  • delle nostre intenzioni
  • del nostro atteggiamento.

Come essere autorevoli? Ecco 9 segnali del linguaggio del corpo che le persone sicure di sé utilizzano spesso:

1. Stai diritto

Vuoi apparire più sicuro?

Raddrizzati.

Subito.

  • piedi all’altezza dei fianchi
  • schiena allungata
  • spalle leggermente indietro
  • petto aperto.

Immagina una cordicella che ti tira verso l’alto dalla testa.

Mantieni quella sensazione di altezza, ma senza irrigidirti.

Evita di appoggiarti continuamente a muri, porte o scrivanie.
Questa postura comunica passività.

2. Tieni dritta anche la testa

Le ore davanti al computer ci fanno incurvare.

Ma la posizione della testa cambia molto la percezione che gli altri hanno di noi.

  • testa dritta
  • mento leggermente sollevato
  • sguardo in avanti.

Evita di guardare continuamente verso il basso mentre cammini.

3. Usa le mani quando parli

Le mani aiutano la comunicazione.

Usale per:

  • sottolineare un concetto
  • aggiungere energia
  • dare ritmo al discorso.

Movimenti lenti e naturali rendono la tua presenza più dinamica e professionale.

La tua voce, il tuo sguardo e la tua presenza comunicano molto più delle parole.

4. “Fronteggia” le persone

La posizione del corpo invia messaggi molto chiari.

Se tieni i piedi troppo vicini o incrociati puoi trasmettere insicurezza.

Meglio una posizione leggermente più ampia.

Quando parli con qualcuno:

  • orienta il corpo verso di lui/lei
  • evita le braccia conserte
  • mantieni una postura aperta.

Il corpo rivolto verso l’interlocutore comunica interesse e coinvolgimento.

Un dettaglio sottile.
Ma fa una grande differenza.

5. Rallenta

Quando siamo nervosi tendiamo a:

  • parlare velocemente
  • muoverci in modo frenetico.

Rallenta.

Passi più regolari.
Movimenti più controllati.

Anche se all’inizio ti sembrerà innaturale, questa calma trasmette subito maggiore sicurezza.

6. “Prenditi spazio”

La psicologa americana Amy Cuddy ha osservato che, nel mondo animale, le posture espansive sono associate al potere.

Occupare spazio comunica presenza.

Sia seduto che in piedi:

  • schiena dritta
  • piedi ben appoggiati a terra
  • braccia rilassate e visibili.

Se devi fare una telefonata importante, prova ad alzarti.

Quando sei in piedi:

  • respiri meglio
  • la voce diventa più piena
  • l’energia aumenta.

Voce e corpo sono profondamente collegati.

7. Mostra il tuo lato piacevole

Sorridere è uno dei segnali non verbali più potenti.

Un volto teso o corrucciato può creare distanza.

Non serve avere un sorriso permanente.

Ma mantenere un’espressione rilassata sì.

Un sorriso autentico comunica:

  • apertura
  • fiducia
  • disponibilità.

Un piccolo esercizio.

Quando incontri qualcuno:

  1. guarda il colore dei suoi occhi
  2. sorridi
  3. mantieni il sorriso un paio di secondi in più.

Il legame che si crea è sorprendente.

8. Una stretta di mano ferma (ma naturale)

La stretta di mano è un gesto antico.

Per secoli è stato il modo più comune per salutarsi negli affari e nella vita sociale.

Una stretta di mano molle fa perdere credibilità.
Ma anche stringere troppo forte non è il massimo.
Serve equilibrio.

Negli ultimi anni molte abitudini sociali sono cambiate, ma il messaggio resta lo stesso:
trasmettere apertura e cooperazione.

Come essere autorevoli?

Con il percorso di coaching
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

9. Mantieni il contatto visivo

Molte persone distolgono lo sguardo appena incrociano gli occhi di qualcuno.
Tu fai il contrario.
Mantieni il contatto visivo.

Guardare negli occhi comunica:

  • sicurezza
  • leadership
  • presenza.

Non serve fissare in modo intenso.

Basta tornare regolarmente con lo sguardo sull’interlocutore.

Se ti mette a disagio, puoi guardare un punto tra le sopracciglia.
La persona percepirà comunque contatto visivo.
E ricordati di sorridere.

Uno sguardo fisso e privo di espressione può risultare inquietante.

L’autorevolezza non nasce solo da ciò che dici

Nasce da come occupi lo spazio, da come cammini, da come guardi le persone.

Il tuo corpo parla continuamente.

La buona notizia?
Puoi allenarlo.

E quando postura, voce e presenza cominciano a lavorare insieme…
la tua leadership diventa immediatamente visibile.

La forza mentale: 12 domande per capire quanto sei forte

la forza mentale

Foto di Scott Webb da Pixabay

Alcune persone ce la fanno.
Altre no.

Alcune persone raggiungono i loro obiettivi.

Sono determinate.
Volitive.
Si muovono.

Altre… si lamentano.

Trovano scuse.
Restano ferme.
Si raccontano che “non è il momento”.

E spesso si sentono vittime.

La differenza? La forza mentale

La forza mentale è ciò che ti permette di affrontare:

  • momenti difficili
  • situazioni complesse
  • un capo o un collega complicato
  • un lavoro che non ti rappresenta
  • una relazione che ti toglie energia

Cambiare direzione non è facile.

Serve tempo.
Serve fatica.
Occorre costanza.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” qualunque sia la sfida…
devi tirare fuori grinta, carattere e determinazione.

Sempre.
Anche al tuo livello.

Ecco 12 domande per misurare la tua forza mentale.

Non sono comode.
Ma sono utili.

1. Ti rifugi nella routine?

La routine ti protegge.

Ti fa sentire al sicuro.

Ma ti blocca.

  • Rimani dove sei perché “almeno conosci tutto”?
  • Eviti il cambiamento per paura di peggiorare?

Le persone mentalmente forti non evitano il cambiamento.

Lo affrontano.

2. Ti senti spesso una vittima?

Ti capita di pensare:

  • “Capita tutto a me”
  • “Non è il momento giusto”
  • “Il contesto non aiuta”

Attenzione.
È una trappola.

Perfetta per non iniziare mai nulla.

Le persone forti:

  • si assumono responsabilità
  • cercano soluzioni
  • non si compiacciono del problema

3. Ti rovini la giornata per una critica?

Basta poco per farti cambiare umore?

  • una battuta
  • un’osservazione
  • un dissenso

Se resti “incastrato” per ore (o giorni) …
c’è un lavoro da fare.

La forza mentale passa anche da qui:
gestione delle emozioni.

4. Sai dire NO?

Dire NO è difficile.

Dire SÌ quando non vuoi… è peggio.

Se dici sempre sì per:

  • evitare conflitti
  • piacere agli altri
  • mantenere la pace

stai costruendo un problema.

Dire NO è una competenza.

E protegge la tua energia.

5. Ti accontenti… anche se non sei contento?

Rimani in situazioni che non ti soddisfano?

  • relazioni
  • lavoro
  • contesti

Perché cambiare è faticoso.
Così ti abitui.

Ti “affezioni” alla mediocrità.

Ma poi… non lamentarti.
Perché quella scelta è tua.

6. Dai la colpa agli altri?

È sempre facile trovare un colpevole:

  • il capo
  • il collega
  • l’azienda
  • il mercato

Ma così facendo, perdi potere.
Perché smetti di essere responsabile.

La verità?

Se vuoi cambiare qualcosa…
devi partire da te.

7. Mantieni quello che dici?

Le parole sono facili.
Le azioni no.

Quante volte hai detto:
“Da lunedì ricomincio…”

E poi?

Le persone mentalmente forti fanno una cosa semplice:
fanno ciò che dicono.

8. Ti confronti continuamente con gli altri?

Ti senti sempre “meno”?

Meno bravo.
Meno pronto.
Ancor meno capace.

Il confronto continuo è una trappola.

Perché qualcuno sarà sempre meglio di te… in qualcosa.

La domanda è:
stai migliorando?

9. Accetti la realtà?

Quando le cose non vanno:

  • ti chiudi
  • ti fermi
  • adatti

Oppure reagisci?
Accettare la realtà non significa arrendersi.

Significa partire da lì… per cambiare.

10. Hai paura di fallire?

Il fallimento spaventa.
Ma è inevitabile.

Chi ha successo cade.
Si rialza.
E riparte.

Chi ha paura di fallire…
non parte proprio.

11. Sei bloccato dai dubbi?

Il dubbio è sottile.

Silenzioso.

E potentissimo.
Ti ferma prima ancora di iniziare.

Diventa consapevole di questo meccanismo.

E allenati a sostituire il dubbio con pensieri più realistici.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

12. Molli troppo presto?

Ogni giorno hai la tentazione di mollare.

È normale.

Ma mollare sempre… è un’abitudine.

Le persone forti non mollano facilmente.
Non perché non faccia male.

Ma perché hanno deciso di non farlo.

Il punto chiave.

Non esiste una “pillola magica”.

La forza mentale si costruisce.

Giorno dopo giorno.

Con:

  • piccole decisioni
  • piccoli impegni mantenuti
  • piccole vittorie

In conclusione

Non serve essere perfetti.
Serve essere costanti.

Decidere qualcosa…
e portarlo fino in fondo.

Anche quando sei stanco.
Anche quando non hai voglia.
Quando dubiti.

La forza mentale non è qualcosa che hai o non hai.
È qualcosa che alleni.

Ogni volta che scegli di non mollare…
stai diventando più forte.

Come gestire il pessimista sul lavoro .. in tempi già difficili

pessimista

Foto di Pexels da Pixabay

Negativo.
Lamentoso.
Disfattista.
Catastrofico.

Proponigli un progetto interessante e troverà subito ciò che potrebbe andare storto.

Il mercato non è pronto.
I finanziamenti non arriveranno.
I clienti non capiranno.
Il piano è troppo ambizioso.

Il pessimista tende a leggere ogni situazione partendo dal rischio, dalla difficoltà o dal possibile fallimento.

A volte pensa semplicemente di essere realistico.

Il problema nasce quando questa lettura diventa l’unica possibile.

Il pessimista può condizionare tutto l’ambiente

Una persona costantemente negativa non influenza soltanto il proprio umore.

Può rallentare le discussioni, spegnere l’entusiasmo e portare il gruppo a concentrarsi continuamente su ciò che non funziona.

Se poi lavori ogni giorno con quella persona, ignorarla non è sempre possibile.

Può essere un collega.
Un collaboratore.
Il tuo responsabile.
Un cliente importante.

In questi casi il vero obiettivo è evitare che la sua visione diventi automaticamente anche la tua.

Non sprecare energie cercando di neutralizzare ogni pensiero negativo.

Prova piuttosto a riportare la conversazione sui fatti, sulle alternative e sulle possibili azioni.

Un po’ di pessimismo può essere utile

Il pessimismo non è sempre un problema.

Chi vede subito i rischi può aiutarti a individuare criticità che altri ignorano.

Può segnalare punti deboli.
Anticipare problemi.
Mettere in discussione un entusiasmo eccessivo.

In questo senso, una persona pessimista può diventare molto utile se riesce a trasformare il proprio allarme in contributo.

Il punto è proprio questo.

Vedere un rischio è utile. Fermarsi al rischio molto meno.

Quando il pessimismo si limita a dire “non funzionerà”, blocca.

Quando invece aiuta a capire perché potrebbe non funzionare e che cosa fare per evitarlo, diventa una risorsa.

Chiedi prima di reagire

Quando senti l’ennesima osservazione negativa, evita di rispondere immediatamente con un:

  • “Ma non è vero.”
  • “Sei sempre negativo.”
  • “Non ti va mai bene niente.”

Prova prima a capire cosa c’è dietro.

Puoi chiedere:

  • “Hai bisogno di sfogarti oppure vuoi ragionare su una soluzione?”
  • “Che cosa ti porta a questa conclusione?”
  • “Qual è il rischio concreto che stai vedendo?”
  • “Su quali elementi ti basi?”

Queste domande obbligano la persona a passare da una sensazione generale a qualcosa di più concreto.

E spesso già questo abbassa il livello di negatività.

Porta il pessimismo dal problema alla soluzione

Una volta identificato il problema, non lasciare che la conversazione finisca lì.

Puoi chiedere:

  • “Che cosa faresti invece?”
  • “Quale alternativa proponi?”
  • “Che cosa ci serve per andare avanti?”
  • “Come possiamo ridurre questo rischio?”
  • “Che cosa ha funzionato in passato in una situazione simile?”

Il messaggio è semplice:

Va bene segnalare un problema.

Ma se partecipi alla discussione, prova anche a contribuire alla soluzione.

Allarga la prospettiva

Il pessimista tende spesso a vedere una sola interpretazione.

Aiutalo ad aprire il campo.

Puoi dire:

  • “Hai considerato anche quest’altra possibilità?”
  • “Possiamo guardarla da una prospettiva diversa?”
  • “Capisco il rischio che vedi. Quale opportunità potrebbe esserci comunque?”
  • “Possiamo chiedere un secondo parere?”

Non serve negare ciò che dice.

Anzi, farlo potrebbe irrigidirlo ancora di più.

Meglio riconoscere il punto valido e poi ampliare la lettura.

Metti un limite quando la negatività diventa ripetitiva

Non tutte le conversazioni possono durare all’infinito.

Se il problema è già stato discusso, analizzato e affrontato, puoi anche chiudere il cerchio.

Per esempio:

  • “Grazie, il rischio è chiaro. Ora dobbiamo decidere come procedere.”
  • “Abbiamo capito cosa non funziona. Concentriamoci su ciò che possiamo fare.”
  • “Preferisco usare il tempo che resta per lavorare sulle alternative.”

Essere disponibili ad ascoltare non significa lasciare che la lamentela occupi tutto lo spazio.

Chiedi al pessimista di spiegarsi

Una delle strategie più semplici è proprio questa:

chiedere di approfondire.

Una frase negativa generica ha molta forza finché resta vaga.

  • “Non funzionerà.”
  • “È impossibile.”
  • “Non ne vale la pena.”

Quando chiedi:

  • “Perché?”
  • “In base a cosa?”
  • “Che cosa pensi succederà concretamente?”

la persona deve iniziare a costruire un ragionamento.

A quel punto puoi distinguere meglio tra una preoccupazione fondata e una reazione automatica.

Non farti trascinare

Lavorare con una persona pessimista può diventare stancante.

Per questo è importante proteggere anche il tuo modo di leggere la situazione.

Ascolta.
Valuta.

Prendi sul serio i rischi reali.

Ma non assorbire automaticamente ogni previsione negativa.

Più sei centrato sulle tue valutazioni, sui fatti e sulle possibilità concrete, meno sarai influenzato dal clima emotivo degli altri.

Non devi vincere contro il pessimista.

Devi evitare che il suo modo di vedere diventi l’unico modo possibile di vedere.

Delusione professionale? Non rinunciare ai tuoi sogni.. mettili in stand by

delusione professionale

Foto di Pexels da Pixabay

Una delusione professionale può arrivare proprio quando pensavi di essere finalmente sulla strada giusta.

Hai avviato un progetto.
Investito tempo, energie e denaro.

Hai fatto sacrifici, rinunciato ad altro e immaginato ciò che sarebbe potuto accadere.

Poi qualcosa cambia.

Un ostacolo inatteso. Una decisione che non dipende da te. Il mercato che risponde diversamente da quanto avevi previsto.

E ciò che avevi costruito sembra sgretolarsi in poco tempo.

Se ti è successo, sai quanto sia difficile continuare a crederci quando l’obiettivo si allontana.

La delusione prende spazio.
Le certezze diminuiscono.

E inizi a chiederti se abbia ancora senso proseguire.

La strada professionale raramente è lineare

Ci piace immaginare il percorso professionale come una linea progressiva.

Parti.
Ti impegni.
Migliori.
Raggiungi l’obiettivo.

Nella realtà, quasi mai funziona così.

La strada cambia direzione. Si interrompe. Ti obbliga a rallentare, tornare indietro o prendere una via che non avevi previsto.

Ognuno procede con il proprio passo e attraversa fasi diverse.

Non esiste un unico percorso corretto.

Esistono traiettorie personali, influenzate dalle scelte che facciamo ma anche da circostanze che non possiamo controllare.

Una battuta d’arresto non cancella il percorso

Un progetto che non funziona può compromettere la fiducia che avevi costruito.

Non metti più in discussione soltanto l’idea.

Inizi a mettere in discussione te stesso.

“Non sono capace.”
“Ho sbagliato tutto.”
“Non funzionerà mai.”

Ma un risultato negativo non racconta necessariamente il tuo valore.

Racconta che, in quelle condizioni, quel progetto non ha prodotto il risultato sperato.

È diverso.

Può significare che l’idea deve essere modificata.

Che il momento non era favorevole.

Che servono competenze, risorse o alleanze diverse.

Oppure che quella direzione non è più adatta a te.

Ciò che conta è come affronti l’ostacolo

Non tutti gli ostacoli hanno lo stesso peso.

Alcuni richiedono una piccola correzione.
Altri ti costringono a rivedere completamente il piano.

Ce ne sono anche di così importanti da obbligarti a fermarti.

In ogni caso, il punto non è fingere che non facciano male.

È capire che cosa puoi imparare da ciò che è accaduto.

Chiediti:

  • Che cosa non ha funzionato?
  • Quali segnali non avevo considerato?
  • Che cosa rifarei diversamente?
  • Quale parte dipendeva da me?
  • Che cosa, invece, era fuori dal mio controllo?

Gli errori non garantiscono automaticamente una crescita.

Diventano utili solo quando li osservi abbastanza da correggere il tiro.

Non confondere perseveranza e ostinazione

“Non mollare mai” è una frase potente.

Ma non sempre è un buon consiglio.

Continuare a fare la stessa cosa, nello stesso modo, soltanto perché hai già investito molto, può diventare ostinazione.

La perseveranza è diversa.
Non significa insistere ciecamente.

Significa restare fedele a ciò che vuoi ottenere, conservando però la disponibilità a cambiare strada, metodo o tempi.

Puoi continuare a credere in un progetto senza doverlo portare avanti a qualsiasi costo.

A volte perseverare significa proprio avere il coraggio di fermarsi.

Mettere un sogno in pausa non significa rinunciare

Ci sono momenti in cui non possiedi le condizioni necessarie per continuare.

Mancano tempo, denaro, energie o stabilità.

Forse devi occuparti di altro.
Forse la situazione professionale o personale non ti permette di sostenere ancora quel progetto.

Metterlo in stand-by non significa dichiararlo fallito.

Significa riconoscere che, in questo momento, continuare potrebbe logorarti più di quanto possa aiutarti.

Puoi concederti una pausa.
Recuperare energie.
Imparare qualcosa di nuovo.
Osservare come cambia il contesto.

E decidere più avanti se riprendere, modificare o abbandonare definitivamente quella direzione.

La pausa non è sempre immobilità o delusione professionale.
Può essere preparazione.

Non tutto ciò che interrompi deve essere ripreso

Anche questo va accettato.

Durante la pausa potresti scoprire che quel sogno non ti appartiene più.

Forse era nato in una fase diversa della tua vita.

Oppure era legato al bisogno di dimostrare qualcosa, ottenere approvazione o riscattarti.

Non devi riprendere ogni progetto soltanto perché un tempo ci hai creduto.

Puoi anche lasciarlo andare.

La differenza sta nel farlo con consapevolezza, non soltanto perché sei ferito o deluso.

Riprendere il cammino non significa tornare al punto di partenza

Quando ricominci, non riparti da zero.

Porti con te ciò che hai imparato.

Gli errori.
Le competenze.
Le persone incontrate.

La maggiore conoscenza di te stesso e di ciò che vuoi davvero.

Anche un progetto fallito può averti lasciato qualcosa di utile.

Magari non il risultato che speravi.

Ma una lettura più realistica, un metodo migliore o una direzione più adatta.

In conclusione

Una delusione professionale può costringerti a rallentare.

Può obbligarti a cambiare strada.
A volte può persino convincerti a fermarti.

Ma non deve necessariamente decidere, al posto tuo, che la storia sia finita.

Non tutti i sogni devono essere inseguiti senza sosta.

Alcuni hanno bisogno di essere rivisti.
Altri lasciati andare.
Altri ancora soltanto messi in pausa.

Rinunciare significa decidere che non ne vale più la pena. Mettere un sogno in stand-by significa riconoscere che, forse, non è ancora il momento.