Gestire un collaboratore difficile con l’autorevolezza di un grande leader

un collaboratore difficile
Ancora.

È successo ancora.

Un collaboratore sta rendendo la vita difficile a parte del team.
E, di conseguenza, anche a te.

Richieste.
Pretese.
Atteggiamenti.

Il malcontento si diffonde.
Diventa distrazione.
Disattenzione.
Tensione.

E ora rischia di trasformarsi in conflitto aperto

Eppure, è un buon collaboratore.

Competente.
Produttivo.
Professionale.

Anche se non avete un grande feeling, ha sempre fatto il suo lavoro.

Perderlo non sarebbe strategico.
Ma nemmeno ignorare la situazione lo è.

Gestire un collaboratore difficile: serve autorevolezza, non forza

Sei il leader del tuo team.

E questa è una delle parti più difficili del tuo ruolo:

trasmettere fiducia…
ma anche autorevolezza.

Comprensione…
ma anche disciplina.

Come ho scritto nel mio libro
Autorevolezza”,
un collaboratore difficile non è solo un tuo problema.

È un problema del team.

E più aspetti, più cresce.

La prima decisione: che leader vuoi essere?

Puoi ignorare la situazione.
Sperando che si risolva da sola.

Puoi intervenire con durezza.
Fare un cazziatone.
Dare un ultimatum.

Oppure puoi scegliere la strada più difficile.

E anche la più efficace.

Affrontare la situazione con
lucidità,
presenza,
autorevolezza.

Perché la vera differenza non la farà ciò che dirai.
Ma come ti relazionerai.

Prima di agire: capisci cosa sta succedendo. Davvero

Le persone cambiano comportamento per molte ragioni:

  • stress
  • frustrazione
  • mancanza di riconoscimento
  • incomprensioni
  • insicurezza

O, a volte, arroganza.

Ma non puoi gestire ciò che non comprendi.

Il modo più efficace per capire cosa succede è sorprendentemente semplice:

chiedere.

Non supporre.
Non interpretare.

Chiedi.
E poi … ascolta. Davvero.

Scegli il momento giusto

“Il vero lavoro è saper attendere.”

Jean Rostand

Quando le emozioni sono forti, la conversazione diventa scontro.

E le parole, una volta dette, non tornano indietro.

Aspetta che la tensione si abbassi.

E quando parlerai,
porta calma.
Non reattività.

Parla a quattr’occhi.
Sempre.

Mai davanti ad altri.
Mai in pubblico.

Il confronto richiede sicurezza psicologica.

Prenditi qualche minuto prima dell’incontro.

Respira.
Rallenta.
Sciogli la tensione.

Le discussioni difficili, se gestite bene, aumentano la tua credibilità.

Esci dal tuo ufficio

Il tuo ufficio è il tuo territorio.

E può intimidire.

Vai a prendere un caffè.
Esci a pranzo.

Un ambiente neutro abbassa le difese.
E apre il dialogo.

Vai con un obiettivo preciso: ascoltare davvero

Non per rispondere.
Ma per capire.

Quando una persona si sente ascoltata davvero, cambia.

Si apre.
Si rilassa.
Fida.

E tu potresti vedere ciò che “prima non vedevi”.

Forse scoprirai che:

  • qualcosa che ritenevi una buona decisione ha creato difficoltà
  • la persona non si sente valorizzata
  • ci sono dinamiche nel team che ignoravi

Ascoltare è un atto di leadership.
Non di debolezza.

Costruisci un dialogo, non un interrogatorio

Non iniziare con accuse.
Non iniziare con giudizi.

Inizia con interesse.

Parla anche di te.
Della tua visione.
Del valore che dai al team.

Poi chiedi:

“Come stai vivendo questo momento?”

“Cosa ti sta creando difficoltà?”

“In cosa posso aiutarti?”

E ascolta.

Applica la regola del 70/30.

70% ascolto.
30% parola.

Se parli troppo, stai imponendo

Hai un collaboratore che ti fa perdere energia,
tempo,
serenità?

In due sessioni di coaching mirato mettiamo le basi per gestire il rapporto con più lucidità, equilibrio e autorevolezza.

Scopri il servizio dedicato.

La verità che molti leader evitano

Non puoi gestire un collaboratore difficile restando distante.

Sperando che il tempo risolva tutto.

A volte accade.
Spessissimo no.

La leadership richiede presenza.

Richiede il coraggio di entrare nella relazione.

Un vero leader non evita le conversazioni difficili

Le trasforma in punti di svolta.

Per il collaboratore.
Per il team.

E per sé stesso.

Un caso pratico di coaching: motivazione dei collaboratori

caso pratico di coaching

“Se non dici cosa fare, non fanno niente.”
“Non sono propositivi.”
“Seguono il carro.”
“Motivazione? Entusiasmo? Più facile vincere le olimpiadi”
“Cosa mi aspetto dal coaching? Vorrei vederli più motivati, entusiasti, sono bravini però che facce lunghe …”.

Ecco cosa mi ha risposto Sonia quando le ho chiesto di parlarmi del suo team e delle aspettative nel confronto del coaching.

Ma poi quando le ho chiesto come creava entusiasmo nel suo staff o se lei era motivante nel comportamento e nelle parole …
con aria stupita (di chi sente per la prima volta questo tipo di domanda) mi ha risposto
“In che senso?”.

Un caso pratico di coaching: motivazione del team

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ecco da dove siamo partiti.

Un percorso di coaching “puro” (pacchetto di base da 6 sessioni) è stato utilizzato per consapevolizzare Sonia del suo ruolo d’imprenditrice (possiede tre saloni di bellezza ben avviati e di successo),
leader e di “trascinatrice” e renderla cosciente che la motivazione non “zampilla spontaneamente” dai suoi collaboratori e non si può nemmeno delegare a un corso,
un formatore o a un coach.

Frequentare un corso motivazionale (a prescindere dalla bravura e la competenza del coach),
non basterà a far diventare la persona,
un bravo motivatore se non prende prima coscienza che deve “scendere in campo” in prima persona.
Ci deve “mettere del suo”.

Sonia adesso ha consapevolizzato che la motivazione del suo personale passa inevitabilmente da lei.
È lei quella che per prima deve motivarsi, entusiasmarsi,
ispirarsi e dopo (solo-dopo) la può pretendere dai suoi dipendenti.

In tema di motivazione non si può essere spettatori

Dopo le prime “resistenze” e riluttanze,
Sonia ha riconosciuto che in tema di motivazione è stata passiva,
“spettatrice” a volte anche indolente (tanto da ammettere che durante un mio corso in uno dei suoi centri -pur essendo presente – non ascoltava pensando che il tema motivazionale fosse di solo appannaggio del suo personale).

Ha anche riconosciuto di non avere alcuna idea sul come motivare i suoi dipendenti e di essersi (fino a quel momento) affidata solo a riconoscimenti economici.

Grazie agli ottimi risultati riportati abbiamo continuato con un altro percorso di coaching di 4 sessioni più “tecnico” focalizzato sulla capacità di dare feedback potenzianti e non critiche demotivanti, condividere le responsabilità e i compiti.
 


 

L’accento è stato messo sul fatto che quando un responsabile, un manager o un titolare di azienda (piccola o grande che sia) condivide le responsabilità,
i compiti e le informazioni crea un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto gradito a tutti i suoi collaboratori o dipendenti (siano 2 o 200, poco importa).

Un percorso di coaching? Nessuna teoria, solo pratica

Ci siamo concentrati proprio su quest’aspetto con compiti ed esercizi pratici.
Nessuna teoria.
Solo pratica.
Sonia doveva… prepararsi, (letteralmente scrivere) prima di andare da un collaboratore e dare il suo feedback.
Abbiamo creato un calendario (dove a rotazione) incontrava (anche per pochi minuti) uno-a-uno ogni singolo componente del suo staff per riconoscerlo, complimentarsi, coinvolgerlo e incoraggiarlo a contribuire con nuove idee.

Inoltre a casa doveva esercitarsi su alcuni particolari esercizi di autocoaching,
utili per la sua auto motivazione.

La riuscita di questo 2° percorso è stato possibile solo grazie alla “nuova “ consapevolezza di Sonia.

I risultati sono stati davvero ottimi.
Adesso Sonia ha preso “in mano” la motivazione del suo team,
è consapevole della sua leadership, si sente più sicura e fiduciosa.
Soprattutto si sente davvero motivatrice.
E i risultati (sentendo lei) si vedono.
Eccome!

Incontro Sonia una volta il mese dove si confronta con me su situazioni particolari che li succedono e trova velocemente le sue risposte strategiche. “Conoscendo entrambi il coaching” ci mettiamo veramente poco ad arrivare al nocciolo della questione.

 

10 suggerimenti per dare cattive notizie con professionalità (e dormire la notte)

cattive notizie

In tempi antichi,
i messaggeri che portavano cattive notizie rischiavano di essere uccisi.

I tempi sono cambiati.
Ma una cosa no.

A nessuno piace essere il portatore di cattive notizie.

Comunicare cattive notizie
è uno dei compiti più difficili per un team leader.

Dire alle persone qualcosa che non vogliono sentirsi dire
non è mai semplice.

Cali di performance.
Profitti in diminuzione.
Progetti rimandati o cancellati.

Per non parlare di chiusure di reparto,
tagli a salari e benefit
o persone licenziate.

Inoltre, c’è la preoccupazione per la reazione

Della singola persona.
Del team.
Della produttività.

Purtroppo molti team leader
non sanno come gestire questo tipo di comunicazione
e (spesso) rovinano tutto.

L’intenzione è buona.
Il risultato pessimo.

Ecco 10 spunti per comunicare cattive notizie in modo professionale.

1. Aspettare di avere tutte le informazioni

Non condividere una cattiva notizia
in modo incompleto o frammentario.

Non fa bene a nessuno.
E ti fa perdere il controllo della situazione.

Assicurati di avere tutte le risposte.

Altrimenti rischi di creare stress inutile
e pericoloso gossip da corridoio.

2. Le cattive notizie non dovrebbero mai cogliere di sorpresa

Una cattiva notizia
non dovrebbe mai essere una sorpresa.

Se le persone restano spiazzate,
non stai onorando la tua professionalità.

Di persona o via e-mail,
è importante chiarire lo scopo generale
della riunione o del colloquio.

Senza entrare nei dettagli.
Senza false rassicurazioni.

Comunica quando/dove,
e anticipa che si parlerà di “prossimi sviluppi”.

Consenti alle persone di iniziare a preoccuparsi.
Ma non “tenerle a mollo” troppo a lungo.

3. La tempistica è fondamentale

Aspettare fino all’ultimo minuto
non migliora la situazione.

La peggiora.

Prima o poi la notizia uscirà comunque.
E più tardi arriva,
più arriva distorta.

Una cattiva notizia data in ritardo
è una cattiva notizia… peggiorata.

Pettegolezzi e informazioni false
si diffondono velocemente.

Se possibile,
comunica il prima possibile.
Prima che la situazione “lieviti”.

4. Prepararsi

Se la comunicazione riguarda molte persone,
suddividerle in piccoli gruppi
aiuta a creare uno spazio più gestibile.

Se è un incontro uno-a-uno,
meglio non essere soli nella stanza.
Ad esempio con un rappresentante HR.

Più la notizia è spiacevole,
più la posta in gioco si alza.

Questo è il momento
di scegliere le parole con cura.

Può aiutare preparare la persona con frasi come:

  • “Non è semplice per me dire questo…”
  • “Non ti piacerà quello che sto per dirti…”
  • “Non so come reagirai a questa notizia…”

5. Essere chiari e diretti

Troppo spesso le cattive notizie
vengono annunciate con giri di parole.

Spiegazioni confuse.
Eccesso di rassicurazioni.
Ambiguità.

Il risultato?
Le persone non capiscono.
Si confondono.
Immaginano scenari peggiori.

Siamo diventati diffidenti verso i leader.
E tentare di “addolcire” i fatti
viene percepito come manipolazione.

Mai come in questi casi
serve rispetto.

Le cattive notizie vanno date
in modo breve, chiaro e diretto.

6. Prepararsi a reazioni inaspettate

Quando ricevono cattive notizie,
le persone non sono razionali.

È umano.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza
(nella NUOVA edizione aggiornata 2025),
per quanto ci si prepari,
si può essere colti di sorpresa.

Nervosismo.
Pianto.
Aggressività.
Accuse.

Rispondere con onestà
è fondamentale per mantenere credibilità
e contenere le preoccupazioni.

7. L’empatia è la chiave

Tutti abbiamo ricevuto cattive notizie.
E sappiamo quanto conti sentirsi compresi.

Riconosci le emozioni,
senza trasformare l’incontro
in una seduta terapeutica.

Nel lavoro siamo abituati
a nascondere disagio e delusione
dietro sorrisi di circostanza.

Dopo l’annuncio,
serve tempo per “accusare il colpo”.

Evita frasi automatiche.
E fai attenzione a espressioni come:

  • “Capisco quanto sia difficile…”
  • “So quanto sia deludente…”

Se suonano vuote,
rischiano di peggiorare la situazione.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,

Puoi leggerlo qui →Empatia e leadership: perché i migliori leader sono empatici

8. Motivare la cattiva notizia

Le persone vogliono sapere perché.

Che si tratti di una valutazione negativa,
un taglio di budget
o un licenziamento.

Giustificare e motivare
non è opzionale.

È rispetto.

 

9. Portare soluzioni e incoraggiare l’azione

Una cattiva notizia senza soluzione
è davvero una cattiva notizia.

Dove/se possibile,
porta un piano.
Una direzione.
Un passo successivo.

La speranza è necessaria.
Ma deve restare ancorata alla realtà.

Niente promesse impossibili.
Niente false garanzie.

I grandi leader
danno senso al lavoro
anche nei momenti difficili.

10. Trattare le persone con rispetto e dignità

Non stai comunicando una notizia.
Stai parlando a esseri umani.

Licenziare via e-mail
o scoprire di essere stati esclusi
da un organigramma
è vergognoso.

Facile.
Indolore per chi lo fa.
Vigliacco.

Il rispetto e la dignità
non sono solo etica.
Sono anche buon business.

In finale

Comunicare cattive notizie non sarà mai facile.

Ma come lo fai
determina ciò che accadrà dopo.

A volte,
la scelta più professionale
è parlare poco.

E ascoltare di più.

“Coaching? Siiii. Comincio lunedi.. no, il prossimo mese.. meglio dopo l’estate”

iniziare coaching

In questo periodo sono stressato”.
“Quando sarà passato questo periodo, lo faccio”
“Non sono ancora pronto”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.

E anche

Lo farò …
quando troverò lavoro,
quando mi promuovono,
se divento capo

Sì, sì. Come no!

Nella mia esperienza,
ho notato diversi motivi ricorrenti per cui alcune persone (pur interessate alla loro crescita professionale e affascinate dal coaching) esitano e “resistono” a intraprendere un percorso di coaching.

Uno di questi è la (presunta) mancanza di tempo.

Il tempo giusto per l’azione è oggi

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Un giorno.
Parliamo spesso al futuro o al condizionale: “Farò” o “Vorrei”,

Cambiare lavoro, mettersi in proprio, iniziare un percorso di coaching, andare a visitare la Patagonia, ecc…
Quando lo farai? Un giorno.

Non lasciarti immobilizzare dalla sindrome di “domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”.
Il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
altrimenti … non comincerai mai!

Veramente non hai tempo?
Perché le nostre giornate sembrano più corte rispetto a quelle di altre persone?
Eppure per tutti una giornata è di 24 ore!

Molto probabilmente usi il tempo per fare altro e non te ne accorgi, abbiamo sempre tempo per gli aperitivi e per discutere su Facebook …
oppure a leggere mail non importanti o a navigare (ma spesso a cazzeggiare) su Internet perdendosi negli “ultimi aggiornamenti” di gossip.

Spesso il non avere tempo è solo una scusa per non agire ( e non iniziare coaching)

In pratica,
quante ore passiamo su cose poco importanti e quanto tempo dedichiamo al nostro miglioramento e al nostro progresso?
Se diamo priorità alle cose veramente importanti,
scopriamo di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

A volte,
il non-avere-tempo diventa una scusa per non fare qualcosa e riempire, in qualche modo, la nostra giornata o semplicemente perché abbiamo paura di affrontare una certa situazione o di lanciarci in una nuova impresa.
 


 

Per esempio,
una cliente che lamentava pochissimo tempo libero per se stessa (in effetti fissare le sessioni di coaching con lei era diventata un’impresa) è rimasta spiazzata nel vedere nero-su-bianco la sua giornata tipo piena di azioni irrisorie che potevano essere evitate o delegate facilmente.
Ha realizzato così che la sua mancanza di tempo era solo una “scusa” per non mettersi in gioco.

L’importante è fare il primo passo, evitando di accampare scuse:
solo allora l’azione sostituirà la procrastinazione.

L’azione come antidoto alla procrastinazione

Quando farai coaching?
Dopo una lunga e meditata riflessione?
Dopo averci dormito sopra?
Aspettando il segnale dal cielo o da un sogno?
Oppure semplicemente aspettando un altro “domani”?

Devi fare il primo passo.
Fallo adesso, subito.
Perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.
E non sarai mai pronto (davvero).

Non hai ancora deciso se iniziare un percorso di coaching?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

10 modi di apparire più autorevole al lavoro (anche se non lo sei)

autorevole al lavoro
Quando dai una disposizione ti sudano le mani?
Sei timido, schivo.
Introverso.

Sembri più giovane del tuo ruolo
(per via del look, dell’abbigliamento, ecc.)
e senti di dover accumulare più credito e considerazione intorno a te?

Ti senti un “tenerone” ma devi gestire collaboratori — 2 o 20 poco importa —
e hai bisogno di emanare più rigore e autorevolezza?

Essere più autorevole al lavoro parte da te.

Potrei dirti:

“È solo una questione di approccio”
oppure potresti leggerlo nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025).

Ma lo sai già:
queste frasi non ti faranno sentire, per magia,
più sicuro, rilassato e solido.

Molti — soprattutto giovani leader —
minano la propria autorità senza rendersene conto.

Poi si chiedono (e mi chiedono) perché non vengono rispettati.

L’autorevolezza non è una questione di posizione.
È una questione di percezione.

Ecco 10 modi per “traspirare” fiducia ed essere più autorevole al lavoro:

1. Sapere cosa dire quando non sai la risposta

Dire “non lo so” non è una tragedia.
Ripeterlo spesso, senza alternativa, sì.

Se ti imbarazzi, quando non conosci la risposta,
e te-ne-esci con un arrendevole “Non lo so”,
spingi le persone ad andare da altri …

a non venire da te, la prossima volta!

Addio essere autorevole al lavoro.
Meglio prepararsi risposte più efficaci.

Approfondisci nel mio post
Cosa dicono i leader quando non conoscono la risposta”.

2. Non arrabbiarti (né mostrarlo)

Chi è sicuro non ha bisogno di ostilità.

Puoi essere serio, pensieroso, fermo.
Non aggressivo.

Sei consapevole di avere l’autorità e
la competenza per risolvere i contrasti
e i problemi.

3. Fai della comunicazione la tua alleata

Parla più lentamente.
Alza il volume.
Abbassa il tono a fine frase.

Usa pause.
Elimina riempitivi tossici
(“uhm”, “credo”, “vero?”).

Presta attenzione al tuo tono di voce.
Non essere esitante o incerto.

Evita di finire le frasi innalzando il tono come se stessi facendo una domanda, a meno che sia veramente una domanda.

Non aver fretta di rispondere.
Utilizza le pause in modo efficace.

4. Sii allineato con capo e azienda

Nulla distrugge più velocemente l’autorevolezza
di una tua direttiva smentita un minuto dopo
dal tuo capo, il big-boss o dal titolare.

È importante che tu sia allineato su procedure,
modus operandi dell’azienda,
questioni difficili o sensibili.

Se riesci a “sincronizzarti” in anticipo,
sarai in grado di agire con più fiducia,
sapendo che nessuno ritratterà quello che hai detto o fatto.

5. Smetti di voler piacere

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità,
cerchi l’approvazione e “l’amore” degli altri.

Col tempo succede l’esatto contrario:
i problemi vanno risolti,
i collaboratori sono frustrati
e si lamentano con tanti saluti …

all’autorevolezza del leader!

Cercare approvazione indebolisce.

Il tuo obiettivo non è essere amato,
ma essere efficace e rispettato.

6. Usa una postura autorevole

Prenditi spazio.
Schiena dritta, piedi saldi, mani visibili.

Il corpo parla prima di te.

Al contrario,
posture non pertinenti
(chiuso in te stesso, testa e sguardo di lato,
postura molle o troppo rilassata, ecc.)
indicano scarsa fiducia e bassa autostima.

7. Impara a reggere il silenzio

Il silenzio è una fonte di grande forza.
Lao Tzu

Molte persone sentono il silenzio
come un segno di debolezza,
e lo “colmano” parlando.

Purtroppo.

Utilizza le pause e il silenzio per creare
maggior effetto mentre parli,
aiuta a conferire autorità al tuo pensiero.

Prenditi qualche secondo (per raccogliere i pensieri),
prima di rispondere.

Quel piccolo periodo di silenzio
dimostrerà la forza del tuo pensiero.

8. Non metterti sulla difensiva

Accogli obiezioni e aggiustamenti.
Mostrano sicurezza, non debolezza.

Se ti metti sulla difensiva,
quando le tue idee o le tue azioni sono messe in discussione,
in realtà metti in evidenza la tua insicurezza.

9. Sii diretto

Dire ciò che va detto
è sempre più autorevole
che evitarlo.

La comunicazione efficace è il primo passo
verso il tuo successo.

Non evitare conversazioni difficili o scomode,
apparirai molto più autorevole al lavoro dicendo quello-che-deve-essere-detto.

Semplicemente.

10. Fronteggia e guarda negli occhi

Non fissare.
Ma torna con lo sguardo.

La tua presenza passa anche da lì.

Se guardi verso il basso mentre parli,
sembrerai insicuro,
e le tue parole perderanno effetto.

Forza.

Come un animale afferma la sua autorità,
così tu puoi assumere la posizione di “potere”,
fronteggiando (nel senso di stare di fronte)
direttamente il tuo interlocutore.

Si può imparare a essere più autorevoli al lavoro?

Sì.

L’errore più grande è dire:
“Sono fatto così”.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica
autorevolezza da Executive”
ti aiuta a trasformare il tuo stile
senza snaturare chi sei.

Autorevolezza non è durezza.
È chiarezza, presenza e coerenza.

Quando cambi il modo in cui ti esprimi,
cambia il modo in cui vieni trattato.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro

odiare il capo

“Pillola azzurra: fine della storia , domani ti risveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai ”

“Pillola rossa”: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio ”

Morpheus (Matrix)

Avere un lavoro che si odia può essere terribile.

Ecco perché la maggior parte delle persone ti dirà che,
se hai un lavoro che ami,
devi tenertelo ben stretto.

È perfetto.
Ti rappresenta.
Ti appassiona.

Il vero problema è il capo.

Se vuoi continuare a vivere il tuo sogno professionale
e sai per certo che questa persona continuerà a girarti intorno,
a controllarti, a logorarti …

allora devi trovare un modo per uscire da questa trappola.

Che fare?

Resistere o gettare la spugna?
Pillola rossa o pillola blu?

  • Non è una situazione facile
  • Mollare? E se poi non trovi nulla?
  • Restare? Con il rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”,
avere un capo ingestibile è uno dei motivi principali per cui le persone iniziano a cercare un nuovo lavoro.

A volte lavoriamo con persone che rispettiamo
e che ci rispettano.

Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.

Alcuni boss sono stronzi
perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.

Altri lo sono diventati,
un po’ alla volta.

Il mercato del lavoro è quello-che-è

Non possiamo uscirne ogni volta
solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Ecco come farci crescere la pelle più spessa…

e come gestire una persona
che non possiamo decidere di non vedere ogni (santa) mattina.

1. Fermati a riflettere

Tutti credono di essere nel giusto.
Anche il tuo capo.

È il momento di fare un passo indietro
e porti alcune domande scomode:

  • Sei tu (in parte) il problema?
  • Stai contribuendo a questa situazione?
  • Hai l’abitudine di puntare il dito contro gli altri per insoddisfazione?
  • Hai avuto rapporti difficili anche in altri lavori?
  • Qual è il comune denominatore?

Forse è il momento di fare un lavoro interiore
per ritrovare serenità professionale.

Un mio cliente desiderava ardentemente una promozione.

Quando tardò ad arrivare,
iniziò a odiare il capo.

Diventò svogliato.
Ridusse l’impegno.
Si sentiva “giustificato”.

Il risultato?
Peggiorò tutto.

2. Capire il motivo di odiare il capo

Un passo fondamentale è identificare le vere ragioni del tuo malessere.

Chiediti:

  • Cosa ti dà davvero fastidio?
  • È solo un coxxxxne?
  • È offensivo?
  • Non ti dà direzione, priorità, guida?

È un cattivo manager
o una cattiva persona?

Nel primo caso, puoi lavorare su struttura e strategia.

Nel secondo,
devi affrontare il problema subito
o trovare una via d’uscita.

Il tuo lavoro merita passione, non risentimento.

3. Considera la prospettiva del tuo capo

Domande scomode (di nuovo):

  • Gli hai dato motivi per non fidarsi?
  • Arrivi spesso in ritardo?
  • Sembri annoiato o disattento?

Il tuo capo è davvero prepotente
o sta semplicemente assumendosi la responsabilità di decidere?

Anche se risponde male,
potrebbe avere sulle spalle pressioni
che non immagini nemmeno.

Provare a comprendere la sua prospettiva
non significa giustificarlo.

4. Quando sei frustrato, ricordati perché ami il tuo lavoro

Quando la tolleranza scende a zero,
l’unica tentazione è dimettersi.

Aspetta un attimo!
Hai lavorato duramente per arrivare lì.

In questo momento,
migliaia di persone svolgono lavori che odiano
perché non hanno alternative.

Ricordati perché ami ciò che fai:
creatività, impatto, utilità, significato.

Davvero vuoi buttare tutto
per colpa di uno stronzo?

5. I capi passano. La passione resta.

Chi raggiunge grandi risultati
è spinto da una vocazione.

Sportivi, imprenditori, artisti.
Fanno ciò che amano.

Quando ami quello che fai:

  • sei più energico
  • più creativo
  • efficace

E ottieni di più.

6. Mai perdere la calma

È la chiave di tutto.

Perdere la calma
significa perdere autorevolezza.

E spesso, il lavoro!

7. Odiare il capo? Le opzioni

  • Opzione 1 – Trasferimento interno

Se ha senso e se disponibile.

  • Opzione 2 – Cambiare lavoro (dopo averne trovato un altro)

È il motivo più comune per cui le persone se ne vanno.

  • Opzione 3 – Lasciare senza alternativa

Rischioso.
A volte necessario.
Valuta bene.

  • Opzione 4 – Riparare il rapporto

Confronto diretto.
Con o senza mediatore.
Rischioso, ma possibile se l’altro è ricettivo.

  • Opzione 5 – Accettare e aspettare

A volte, chi è tossico si auto-elimina.
Serve tempo.
E nervi saldi.


Prima di bussare alla porta del tuo capo:
prepariamo come posizionarti,
cosa dire esattamente,
come sostenere la conversazione.

Il percorso di coaching ti dà strategia + sicurezza reale, non solo incoraggiamento. →
Scopri il servizio.

8. Come convivere con un capo che detesti

Il risentimento non cambia nulla.
Puoi cambiare solo la tua reazione.

Concentrati su ciò che vi unisce:
obiettivi, risultati, stipendio.

Accetta critiche costruttive.
Mai screditarlo davanti agli altri.

Sfogati pure.
Ma davanti a uno Spritz.
Con un amico fidato.

Conclusione

Odiare il capo non deve spegnere il tuo entusiasmo.
Può diventare:

  • un banco di prova
  • una palestra di leadership
  • un punto di svolta

La pillola rossa non è scappare.
È scegliere consapevolmente come reagire.

Se vuoi prendere il controllo
e rafforzare le tue abilità,
sai dove trovarmi.