Gestire un collaboratore difficile con l’autorevolezza di un grande leader

un collaboratore difficile
Ancora.

È successo ancora.

Un collaboratore sta rendendo la vita difficile a parte del team.
E, di conseguenza, anche a te.

Richieste.
Pretese.
Atteggiamenti.

Il malcontento si diffonde.
Diventa distrazione.
Disattenzione.
Tensione.

E ora rischia di trasformarsi in conflitto aperto

Eppure, è un buon collaboratore.

Competente.
Produttivo.
Professionale.

Anche se non avete un grande feeling, ha sempre fatto il suo lavoro.

Perderlo non sarebbe strategico.
Ma nemmeno ignorare la situazione lo è.

Gestire un collaboratore difficile: serve autorevolezza, non forza

Sei il leader del tuo team.

E questa è una delle parti più difficili del tuo ruolo:

trasmettere fiducia… ma anche autorevolezza.

Comprensione…
ma anche disciplina.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, un collaboratore difficile non è solo un tuo problema.

È un problema del team.

E più aspetti, più cresce.

La prima decisione: che leader vuoi essere?

Puoi ignorare la situazione.
Sperando che si risolva da sola.

Puoi intervenire con durezza.
Fare un cazziatone.
Dare un ultimatum.

Oppure puoi scegliere la strada più difficile.

E anche la più efficace.

Affrontare la situazione con lucidità, presenza, autorevolezza.

Perché la vera differenza non la farà ciò che dirai.
Ma come ti relazionerai.

Prima di agire: capisci cosa sta succedendo. Davvero

Le persone cambiano comportamento per molte ragioni:

  • stress
  • frustrazione
  • mancanza di riconoscimento
  • incomprensioni
  • insicurezza

O, a volte, arroganza.

Ma non puoi gestire ciò che non comprendi.

Il modo più efficace per capire cosa succede è sorprendentemente semplice:

chiedere.

Non supporre.
Non interpretare.

Chiedi.
E poi … ascolta. Davvero.

Scegli il momento giusto

“Il vero lavoro è saper attendere.”

Jean Rostand

Quando le emozioni sono forti, la conversazione diventa scontro.

E le parole, una volta dette, non tornano indietro.

Aspetta che la tensione si abbassi.

E quando parlerai, porta calma.
Non reattività.

Parla a quattr’occhi.
Sempre.

Mai davanti ad altri.
Mai in pubblico.

Il confronto richiede sicurezza psicologica.

Prenditi qualche minuto prima dell’incontro.

Respira.
Rallenta.
Sciogli la tensione.

Le discussioni difficili, se gestite bene, aumentano la tua credibilità.

Esci dal tuo ufficio

Il tuo ufficio è il tuo territorio.

E può intimidire.

Vai a prendere un caffè.
Esci a pranzo.

Un ambiente neutro abbassa le difese.
E apre il dialogo.

Vai con un obiettivo preciso: ascoltare davvero

Non per rispondere.
Ma per capire.

Quando una persona si sente ascoltata davvero, cambia.

Si apre.
Si rilassa.
Fida.

E tu potresti vedere ciò che “prima non vedevi”.

Forse scoprirai che:

  • qualcosa che ritenevi una buona decisione ha creato difficoltà
  • la persona non si sente valorizzata
  • ci sono dinamiche nel team che ignoravi

Ascoltare è un atto di leadership.
Non di debolezza.

Costruisci un dialogo, non un interrogatorio

Non iniziare con accuse.
Non iniziare con giudizi.

Inizia con interesse.

Parla anche di te.
Della tua visione.
Del valore che dai al team.

Poi chiedi:

“Come stai vivendo questo momento?”

“Cosa ti sta creando difficoltà?”

“In cosa posso aiutarti?”

E ascolta.

Applica la regola del 70/30.

70% ascolto.
30% parola.

Se parli troppo, stai imponendo

Hai un collaboratore che ti fa perdere energia, tempo, serenità?

In due sessioni di coaching mirato mettiamo le basi per gestire il rapporto con più lucidità, equilibrio e autorevolezza.

Scopri il servizio dedicato.

La verità che molti leader evitano

Non puoi gestire un collaboratore difficile restando distante.

Sperando che il tempo risolva tutto.

A volte accade.
Spessissimo no.

La leadership richiede presenza.

Richiede il coraggio di entrare nella relazione.

Un vero leader non evita le conversazioni difficili

Le trasforma in punti di svolta.

Per il collaboratore.
Per il team.

E per sé stesso.

Un caso pratico di coaching: motivazione dei collaboratori

caso pratico di coaching

“Se non dico cosa fare, non fanno niente.”

“Non sono propositivi.”

“Seguono il carro.”

“Motivazione? Entusiasmo? Più facile vincere le Olimpiadi.”

“Vorrei vederli più motivati, più entusiasti. Sono bravini, però che facce lunghe…”

È così che Sonia mi descrive il suo team durante uno dei nostri primi incontri.

Poi le faccio una domanda:

“Tu, invece, come crei entusiasmo nel tuo staff?”

Mi guarda sorpresa.

“In che senso?”

Il nostro lavoro è cominciato da lì.

Il problema sembrava essere il team

Sonia è un’imprenditrice. Gestisce tre saloni di bellezza ben avviati.

Quando abbiamo iniziato il percorso, il problema sembrava piuttosto chiaro: collaboratori poco motivati, poco propositivi e da stimolare continuamente.

Almeno, questa era la sua lettura.

Il primo lavoro non è stato quindi cercare tecniche per motivare le persone.

È stato aiutare Sonia a guardare il proprio ruolo nella dinamica del team.

Prima di chiederti come motivare le persone, chiediti che cosa fai ogni giorno per non spegnere la loro motivazione.

La motivazione non nasce spontaneamente nei collaboratori. E non può essere delegata a un corso, a un formatore o a un coach.

Chi guida un team deve scendere in campo in prima persona.

In tema di motivazione non puoi essere spettatore

All’inizio Sonia ha mostrato qualche resistenza.

Poi ha riconosciuto che, fino a quel momento, aveva considerato la motivazione soprattutto come qualcosa che riguardava i suoi collaboratori.

Lei osservava.
Aspettava.

E quando non vedeva entusiasmo, concludeva che il problema fosse il loro.

Ha riconosciuto anche di aver utilizzato soprattutto gli incentivi economici, senza avere una vera idea di come lavorare quotidianamente sulla motivazione.

È stato un passaggio importante.

Perché motivare non significa continuamente caricare le persone, fare discorsi entusiasmanti o distribuire premi.

Significa anche:

  • riconoscere un lavoro fatto bene
  • dare feedback chiari
  • coinvolgere le persone
  • condividere informazioni e responsabilità
  • ascoltare idee e proposte
  • far sentire ciascuno parte del lavoro

Sonia ha iniziato anche a riconoscere alcuni suoi comportamenti che, senza volerlo, potevano spegnere la motivazione del team.

Dalla consapevolezza alla pratica

A quel punto siamo passati al lavoro concreto.

Poca teoria.

Situazioni reali del suo lavoro.

Prima di dare un feedback a un collaboratore, Sonia preparava ciò che voleva dire.

Non un discorso da imparare a memoria.

Pochi punti:

  • che cosa aveva osservato
  • quale messaggio voleva far passare
  • che cosa voleva riconoscere o correggere
  • quale risultato si aspettava dalla conversazione

Abbiamo lavorato anche sulla relazione individuale con i collaboratori.

Sonia ha iniziato a ritagliarsi brevi momenti uno-a-uno con le persone del suo staff.

Non soltanto quando c’era un problema.

Anche per riconoscere un risultato, chiedere un’opinione, coinvolgere qualcuno o raccogliere un’idea.

Se parli con le persone soltanto quando qualcosa non funziona, non sorprenderti se ogni confronto con te viene vissuto come un problema.

Un altro passaggio ha riguardato la condivisione delle responsabilità.

Sonia tendeva a decidere molto e a chiedere esecuzione.

Abbiamo cominciato a lavorare su un principio diverso: coinvolgere non significa perdere il controllo.

Significa dare alle persone uno spazio nel quale possano assumersi responsabilità e contribuire davvero.

Il cambiamento non è stato “motivare di più”

Questo, secondo me, è il punto più interessante del percorso.

Sonia non ha imparato qualche tecnica per rendere improvvisamente entusiasti i collaboratori.

Ha cambiato il suo modo di stare nel ruolo.

Ha cominciato a osservare maggiormente:

  • come comunicava
  • quanto riconosceva
  • quanto ascoltava
  • quanto coinvolgeva
  • quanto spazio lasciava alle persone

E soprattutto ha smesso di considerare la motivazione del team come qualcosa che dipendeva esclusivamente dal team.

I cambiamenti, raccontava Sonia, cominciavano a vedersi anche nelle persone.

Ma era cambiato prima di tutto il suo modo di guidarle.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Il coaching ha funzionato quando Sonia ha iniziato a fare

Non perché qualcuno le abbia spiegato come diventare una “leader motivante”.

Sonia ha portato nel coaching le sue situazioni reali.

Le abbiamo osservate, discusse e trasformate in azioni da sperimentare sul lavoro.

Poi abbiamo guardato cosa funzionava e cosa no.

E siamo ripartiti da lì.

Il coaching diventa concreto quando ciò che accade durante una sessione entra nel lavoro del giorno dopo.

È questa, ancora oggi, la parte che considero più importante.

Se il clima si sta spegnendo e i risultati rallentano, esplora il percorso “Motivare il team demotivato”: poche sessioni focalizzate, zero teoria inutile, solo strumenti pratici e strategie su misura.

La storia di Sonia parte da collaboratori che, secondo lei, avevano perso motivazione.

Ma la domanda che ha fatto davvero partire il cambiamento è stata un’altra:

“Io, come responsabile, che cosa sto facendo per alimentarla?”

10 suggerimenti per dare cattive notizie con professionalità (e dormire la notte)

cattive notizie

In tempi antichi, i messaggeri che portavano cattive notizie rischiavano di essere uccisi.

I tempi sono cambiati.
Ma una cosa no.

A nessuno piace essere il portatore di cattive notizie.

Comunicare cattive notizie è uno dei compiti più difficili per un team leader.

Dire alle persone qualcosa che non vogliono sentirsi dire non è mai semplice.

Cali di performance.
Profitti in diminuzione.
Progetti rimandati o cancellati.

Per non parlare di chiusure di reparto,
tagli a salari e benefit o persone licenziate.

Inoltre, c’è la preoccupazione per la reazione

Della singola persona.
Del team.
Della produttività.

Purtroppo molti team leader non sanno come gestire questo tipo di comunicazione e (spesso) rovinano tutto.

L’intenzione è buona.
Il risultato pessimo.

Ecco 10 spunti per comunicare cattive notizie in modo professionale.

1. Aspettare di avere tutte le informazioni

Non condividere una cattiva notizia in modo incompleto o frammentario.

Non fa bene a nessuno.
E ti fa perdere il controllo della situazione.

Assicurati di avere tutte le risposte.

Altrimenti rischi di creare stress inutile e pericoloso gossip da corridoio.

2. Le cattive notizie non dovrebbero mai cogliere di sorpresa

Una cattiva notizia non dovrebbe mai essere una sorpresa.

Se le persone restano spiazzate,
non stai onorando la tua professionalità.

Di persona o via e-mail,
è importante chiarire lo scopo generale della riunione o del colloquio.

Senza entrare nei dettagli.
Senza false rassicurazioni.

Comunica quando/dove,
e anticipa che si parlerà di “prossimi sviluppi”.

Consenti alle persone di iniziare a preoccuparsi.
Ma non “tenerle a mollo” troppo a lungo.

3. La tempistica è fondamentale

Aspettare fino all’ultimo minuto non migliora la situazione.

La peggiora.

Prima o poi la notizia uscirà comunque.
E più tardi arriva, più arriva distorta.

Una cattiva notizia data in ritardo
è una cattiva notizia… peggiorata.

Pettegolezzi e informazioni false si diffondono velocemente.

Se possibile, comunica il prima possibile.
Prima che la situazione “lieviti”.

4. Prepararsi

Se la comunicazione riguarda molte persone, suddividerle in piccoli gruppi aiuta a creare uno spazio più gestibile.

Se è un incontro uno-a-uno,
meglio non essere soli nella stanza.
Ad esempio con un rappresentante HR.

Più la notizia è spiacevole, più la posta in gioco si alza.

Questo è il momento
di scegliere le parole con cura.

Può aiutare preparare la persona con frasi come:

  • “Non è semplice per me dire questo…”
  • “Non ti piacerà quello che sto per dirti…”
  • “Non so come reagirai a questa notizia…”

5. Essere chiari e diretti

Troppo spesso le cattive notizie vengono annunciate con giri di parole.

Spiegazioni confuse.
Eccesso di rassicurazioni.
Ambiguità.

Il risultato?
Le persone non capiscono.
Si confondono.
Immaginano scenari peggiori.

Siamo diventati diffidenti verso i leader.
E tentare di “addolcire” i fatti viene percepito come manipolazione.

Mai come in questi casi serve rispetto.

Le cattive notizie vanno date in modo breve, chiaro e diretto.

6. Prepararsi a reazioni inaspettate

Quando ricevono cattive notizie,
le persone non sono razionali.

È umano.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” (nella NUOVA edizione aggiornata 2025), per quanto ci si prepari, si può essere colti di sorpresa.

Nervosismo.
Pianto.
Aggressività.
Accuse.

Rispondere con onestà è fondamentale per mantenere credibilità e contenere le preoccupazioni.

7. L’empatia è la chiave

Tutti abbiamo ricevuto cattive notizie.
E sappiamo quanto conti sentirsi compresi.

Riconosci le emozioni, senza trasformare l’incontro in una seduta terapeutica.

Nel lavoro siamo abituati a nascondere disagio e delusione dietro sorrisi di circostanza.

Dopo l’annuncio,
serve tempo per “accusare il colpo”.

Evita frasi automatiche.
E fai attenzione a espressioni come:

  • “Capisco quanto sia difficile…”
  • “So quanto sia deludente…”

Se suonano vuote,
rischiano di peggiorare la situazione.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico, puoi leggerlo qui → “Empatia e leadership: perché i migliori leader sono empatici”

8. Motivare la cattiva notizia

Le persone vogliono sapere perché.

Che si tratti di una valutazione negativa,
un taglio di budget o un licenziamento.

Giustificare e motivare non è opzionale.

È rispetto.

9. Portare soluzioni e incoraggiare l’azione

Una cattiva notizia senza soluzione è davvero una cattiva notizia.

Dove/se possibile, porta un piano.
Una direzione.
Un passo successivo.

La speranza è necessaria.
Ma deve restare ancorata alla realtà.

Niente promesse impossibili.
Niente false garanzie.

I grandi leader danno senso al lavoro anche nei momenti difficili.

10. Trattare le persone con rispetto e dignità

Non stai comunicando una notizia.
Stai parlando a esseri umani.

Licenziare via e-mail o scoprire di essere stati esclusi da un organigramma è vergognoso.

Facile.
Indolore per chi lo fa.
Vigliacco.

Il rispetto e la dignità non sono solo etica.
Sono anche buon business.

In finale

Comunicare cattive notizie non sarà mai facile.

Ma come lo fai determina ciò che accadrà dopo.

A volte, la scelta più professionale è parlare poco.

E ascoltare di più.

“Coaching? Siiii. Comincio lunedi.. no, il prossimo mese.. meglio dopo l’estate”

iniziare coaching

“In questo periodo sono troppo stressato.”
“Quando sarà passato questo periodo.”
“Non sono ancora pronto.”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”

E poi ci sono i grandi classici:

  • “Lo farò quando avrò più tempo.”
  • “Quando troverò lavoro.”
  • “Quando mi promuoveranno.”
  • “Quando diventerò capo.”

Insomma: non adesso.

Nella mia esperienza di coach ho incontrato diverse persone interessate alla propria crescita professionale, incuriosite dal coaching e consapevoli di avere qualcosa su cui lavorare.

Eppure rimandano.

Uno dei motivi più ricorrenti è la mancanza di tempo.

Reale, qualche volta.
Presunta, molte altre.

Il momento giusto difficilmente arriva

Quando qualcosa ci mette un po’ in difficoltà, è naturale rimandare.

Ne parliamo al futuro:

  • “Farò.”
  • “Vorrei.”
  • “Prima o poi comincerò.”

Cambiare lavoro, affrontare un problema con il capo, prendere una decisione importante, iniziare un percorso di coaching.

Prima o poi.

Il problema è che quel momento ideale, con poco stress, tutto sotto controllo e la testa completamente libera, potrebbe non arrivare.

Finisce un periodo complicato e ne comincia un altro.

Passa una scadenza e ne arriva una nuova.

Aspettare il momento perfetto può diventare un modo molto efficace per non cominciare mai.

“Non ho tempo” può voler dire molte cose

Non credo che chi dice di non avere tempo stia necessariamente cercando una scusa.

A volte il tempo manca davvero.

Ci sono periodi nei quali lavoro, famiglia, problemi e responsabilità occupano quasi tutto lo spazio disponibile.

Altre volte, però, “non ho tempo” nasconde qualcosa di diverso.

Può voler dire:

  • non è ancora una priorità
  • non sono convinto
  • ho paura di quello che potrei scoprire
  • so che dovrei cambiare qualcosa, ma non me la sento
  • preferisco rimandare una decisione difficile

Ed è qui che vale la pena fermarsi.

Non per colpevolizzarsi.

Per capire.

Una cliente era convinta di non avere un minuto libero

Ricordo una cliente con la quale persino fissare le sessioni era diventato complicato.

“Non ho tempo.”

Era la frase ricorrente.

A un certo punto abbiamo messo nero su bianco una sua giornata tipo.

Non per dimostrarle che aveva torto.

Volevamo capire dove finiva realmente il suo tempo.

Sono emerse attività poco importanti, altre che potevano essere delegate e diversi impegni ai quali continuava a dire sì quasi automaticamente.

Ma è emerso soprattutto un altro aspetto.

Il problema non era soltanto trovare un’ora per il coaching.

Quell’ora significava fermarsi e affrontare qualcosa che continuava a rimandare.

Questa consapevolezza ha cambiato completamente la prospettiva.

Prima di dire “non ho tempo”, fatti una domanda

Non serve riempire ancora di più l’agenda.

E neppure convincerti che, se vuoi veramente qualcosa, devi trovare il tempo a tutti i costi.

Prova piuttosto a chiederti:

“Mi manca davvero il tempo oppure sto rimandando qualcosa che mi mette in difficoltà?”

La risposta può essere scomoda.

Ma almeno è una risposta.

Perché continuare a raccontarsi delle scuse permette di rimandare ancora.

Capire perché stai rimandando ti permette invece di decidere.

Anche di decidere che questo non è il momento.

Ma consapevolmente.

Il primo passo non deve essere enorme

Iniziare non significa necessariamente prendere una decisione definitiva.

A volte significa semplicemente informarsi.

Fare una telefonata.
Parlarne con qualcuno.
Capire meglio che cosa vuoi.

Il primo passo serve soprattutto a uscire dall’immobilità.

Se stai pensando da tempo a un percorso di coaching ma continui a rimandare, puoi semplicemente contattarmi.
Ci confrontiamo sulla situazione e capiamo se, e come, posso esserti utile.

Senza aspettare lunedì.
Il prossimo mese.

O, naturalmente, dopo l’estate.

10 modi di apparire più autorevole al lavoro (anche se non lo sei)

autorevole al lavoro
Quando dai una disposizione ti sudano le mani?
Sei timido, schivo.
Introverso.

Sembri più giovane del tuo ruolo (per via del look, dell’abbigliamento, ecc.)
e senti di dover accumulare più credito e considerazione intorno a te?

Ti senti un “tenerone” ma devi gestire collaboratori — 2 o 20 poco importa — e hai bisogno di emanare più rigore e autorevolezza?

Essere più autorevole al lavoro parte da te.

Potrei dirti:

“È solo una questione di approccio” oppure potresti leggerlo nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025).

Ma lo sai già:
queste frasi non ti faranno sentire, per magia,
più sicuro, rilassato e solido.

Molti — soprattutto giovani leader — minano la propria autorità senza rendersene conto.

Poi si chiedono (e mi chiedono) perché non vengono rispettati.

L’autorevolezza non è una questione di posizione.
È una questione di percezione.

Ecco 10 modi per “traspirare” fiducia ed essere più autorevole al lavoro:

1. Sapere cosa dire quando non sai la risposta

Dire “non lo so” non è una tragedia.
Ripeterlo spesso, senza alternativa, sì.

Se ti imbarazzi, quando non conosci la risposta,
e te-ne-esci con un arrendevole “Non lo so”,
spingi le persone ad andare da altri …

a non venire da te, la prossima volta!

Addio essere autorevole al lavoro.
Meglio prepararsi risposte più efficaci.

Approfondisci nel mio post
“Cosa dicono i leader quando non conoscono la risposta”.

2. Non arrabbiarti (né mostrarlo)

Chi è sicuro non ha bisogno di ostilità.

Puoi essere serio, pensieroso, fermo.
Non aggressivo.

Sei consapevole di avere l’autorità e la competenza per risolvere i contrasti e i problemi.

3. Fai della comunicazione la tua alleata

Parla più lentamente.
Alza il volume.
Abbassa il tono a fine frase.

Usa pause.

Elimina riempitivi tossici
(“uhm”, “credo”, “vero?”).

Presta attenzione al tuo tono di voce.
Non essere esitante o incerto.

Evita di finire le frasi innalzando il tono come se stessi facendo una domanda, a meno che sia veramente una domanda.

Non aver fretta di rispondere.
Utilizza le pause in modo efficace.

4. Sii allineato con capo e azienda

Nulla distrugge più velocemente l’autorevolezza di una tua direttiva smentita un minuto dopo dal tuo capo, il big-boss o dal titolare.

È importante che tu sia allineato su procedure,
modus operandi dell’azienda,
questioni difficili o sensibili.

Se riesci a “sincronizzarti” in anticipo,
sarai in grado di agire con più fiducia,
sapendo che nessuno ritratterà quello che hai detto o fatto.

5. Smetti di voler piacere

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità,
cerchi l’approvazione e “l’amore” degli altri.

Col tempo succede l’esatto contrario:
i problemi vanno risolti,
i collaboratori sono frustrati
e si lamentano con tanti saluti …

all’autorevolezza del leader!

Cercare approvazione indebolisce.

Il tuo obiettivo non è essere amato,
ma essere efficace e rispettato.

6. Usa una postura autorevole

Prenditi spazio.
Schiena dritta, piedi saldi, mani visibili.

Il corpo parla prima di te.

Al contrario, posture non pertinenti
(chiuso in te stesso, testa e sguardo di lato,
postura molle o troppo rilassata, ecc.)
indicano scarsa fiducia e bassa autostima.

7. Impara a reggere il silenzio

Il silenzio è una fonte di grande forza.
Lao Tzu

Molte persone sentono il silenzio come un segno di debolezza, e lo “colmano” parlando.

Purtroppo.

Utilizza le pause e il silenzio per creare maggior effetto mentre parli,
aiuta a conferire autorità al tuo pensiero.

Prenditi qualche secondo (per raccogliere i pensieri),
prima di rispondere.

Quel piccolo periodo di silenzio dimostrerà la forza del tuo pensiero.

8. Non metterti sulla difensiva

Accogli obiezioni e aggiustamenti.
Mostrano sicurezza, non debolezza.

Se ti metti sulla difensiva,
quando le tue idee o le tue azioni sono messe in discussione,
in realtà metti in evidenza la tua insicurezza.

9. Sii diretto

Dire ciò che va detto è sempre più autorevole che evitarlo.

La comunicazione efficace è il primo passo verso il tuo successo.

Non evitare conversazioni difficili o scomode,
apparirai molto più autorevole al lavoro dicendo quello-che-deve-essere-detto.

Semplicemente.

10. Fronteggia e guarda negli occhi

Non fissare.
Ma torna con lo sguardo.

La tua presenza passa anche da lì.

Se guardi verso il basso mentre parli,
sembrerai insicuro,
e le tue parole perderanno effetto.

Forza.

Come un animale afferma la sua autorità, così tu puoi assumere la posizione di “potere”,
fronteggiando (nel senso di stare di fronte) direttamente il tuo interlocutore.

Si può imparare a essere più autorevoli al lavoro?

Sì.

L’errore più grande è dire:
“Sono fatto così”.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a trasformare il tuo stile senza snaturare chi sei.

Autorevolezza non è durezza.
È chiarezza, presenza e coerenza.

Quando cambi il modo in cui ti esprimi, cambia il modo in cui vieni trattato.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro

odiare il capo

“Pillola azzurra: fine della storia , domani ti risveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai ”

“Pillola rossa”: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio ”

Morpheus (Matrix)

Avere un lavoro che si odia può essere terribile.

Ecco perché la maggior parte delle persone ti dirà che, se hai un lavoro che ami, devi tenertelo ben stretto.

È perfetto.
Ti rappresenta.
Ti appassiona.

Il vero problema è il capo.

Se vuoi continuare a vivere il tuo sogno professionale e sai per certo che questa persona continuerà a girarti intorno, a controllarti, a logorarti …

allora devi trovare un modo per uscire da questa trappola.

Che fare?

Resistere o gettare la spugna?
Pillola rossa o pillola blu?

  • Non è una situazione facile
  • Mollare? E se poi non trovi nulla?
  • Restare? Con il rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, avere un capo ingestibile è uno dei motivi principali per cui le persone iniziano a cercare un nuovo lavoro.

A volte lavoriamo con persone che rispettiamo e che ci rispettano.

Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.

Alcuni boss sono stronzi perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.

Altri lo sono diventati, un po’ alla volta.

Il mercato del lavoro è quello-che-è

Non possiamo uscirne ogni volta solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Ecco come farci crescere la pelle più spessa…

e come gestire una persona che non possiamo decidere di non vedere ogni (santa) mattina.

1. Fermati a riflettere

Tutti credono di essere nel giusto.
Anche il tuo capo.

È il momento di fare un passo indietro e porti alcune domande scomode:

  • Sei tu (in parte) il problema?
  • Stai contribuendo a questa situazione?
  • Hai l’abitudine di puntare il dito contro gli altri per insoddisfazione?
  • Hai avuto rapporti difficili anche in altri lavori?
  • Qual è il comune denominatore?

Forse è il momento di fare un lavoro interiore per ritrovare serenità professionale.

Un mio cliente desiderava ardentemente una promozione.

Quando tardò ad arrivare,
iniziò a odiare il capo.

Diventò svogliato.
Ridusse l’impegno.
Si sentiva “giustificato”.

Il risultato?
Peggiorò tutto.

2. Capire il motivo di odiare il capo

Un passo fondamentale è identificare le vere ragioni del tuo malessere.

Chiediti:

  • Cosa ti dà davvero fastidio?
  • È solo un coxxxxne?
  • È offensivo?
  • Non ti dà direzione, priorità, guida?

È un cattivo manager o una cattiva persona?

Nel primo caso, puoi lavorare su struttura e strategia.

Nel secondo, devi affrontare il problema subito o trovare una via d’uscita.

Il tuo lavoro merita passione, non risentimento.

3. Considera la prospettiva del tuo capo

Domande scomode (di nuovo):

  • Gli hai dato motivi per non fidarsi?
  • Arrivi spesso in ritardo?
  • Sembri annoiato o disattento?

Il tuo capo è davvero prepotente o sta semplicemente assumendosi la responsabilità di decidere?

Anche se risponde male,
potrebbe avere sulle spalle pressioni
che non immagini nemmeno.

Provare a comprendere la sua prospettiva non significa giustificarlo.

4. Quando sei frustrato, ricordati perché ami il tuo lavoro

Quando la tolleranza scende a zero,
l’unica tentazione è dimettersi.

Aspetta un attimo!
Hai lavorato duramente per arrivare lì.

In questo momento, migliaia di persone svolgono lavori che odiano perché non hanno alternative.

Ricordati perché ami ciò che fai:
creatività, impatto, utilità, significato.

Davvero vuoi buttare tutto per colpa di uno stronzo?

5. I capi passano. La passione resta.

Chi raggiunge grandi risultati è spinto da una vocazione.

Sportivi, imprenditori, artisti.
Fanno ciò che amano.

Quando ami quello che fai:

  • sei più energico
  • più creativo
  • efficace

E ottieni di più.

6. Mai perdere la calma

È la chiave di tutto.

Perdere la calma significa perdere autorevolezza.

E spesso, il lavoro!

7. Odiare il capo? Le opzioni

  • Opzione 1 – Trasferimento interno

Se ha senso e se disponibile.

  • Opzione 2 – Cambiare lavoro (dopo averne trovato un altro)

È il motivo più comune per cui le persone se ne vanno.

  • Opzione 3 – Lasciare senza alternativa

Rischioso.
A volte necessario.
Valuta bene.

  • Opzione 4 – Riparare il rapporto

Confronto diretto.
Con o senza mediatore.
Rischioso, ma possibile se l’altro è ricettivo.

  • Opzione 5 – Accettare e aspettare

A volte, chi è tossico si auto-elimina.
Serve tempo.
E nervi saldi.


Prima di bussare alla porta del tuo capo:

prepariamo come posizionarti,
cosa dire esattamente,
come sostenere la conversazione.

Il percorso di coaching ti dà strategia + sicurezza reale, non solo incoraggiamento. →
Scopri il servizio.

8. Come convivere con un capo che detesti

Il risentimento non cambia nulla.
Puoi cambiare solo la tua reazione.

Concentrati su ciò che vi unisce:
obiettivi, risultati, stipendio.

Accetta critiche costruttive.
Mai screditarlo davanti agli altri.

Sfogati pure.
Ma davanti a uno Spritz.
Con un amico fidato.

Conclusione

Odiare il capo non deve spegnere il tuo entusiasmo.
Può diventare:

  • un banco di prova
  • una palestra di leadership
  • un punto di svolta

La pillola rossa non è scappare.
È scegliere consapevolmente come reagire.

Se vuoi prendere il controllo e rafforzare le tue abilità, sai dove trovarmi.