Archivio per mese: Luglio, 2020
Imparare ad ascoltare è il primo passo verso il tuo successo di leader
in Gestione collaboratori, Leadership
Foto di Med Ahabchane da Pixabay
Forse non sei così consapevole del fatto che ogni tuo collaboratore o dipendente desidera essere ascoltato.
Con attenzione.
Vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia (anche se per pochi secondi).
Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti.
Più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te (e più aumenterà la sua produttività).
Ascolta i tuoi collaboratori senza condizionamenti.
Ascolta i loro bisogni, le loro perplessità,
i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare, come possono aiutarti e …
poi agisci di conseguenza, sempre mantenendo la tua autonomia di pensiero e d’azione (guai a perderla!).
1. Se pensi che ascoltare sia facile, non ne conosci il vero significato.
2. Il 97% delle persone crede di essere un buon ascoltatore. In realtà sono solo “sentitori”.
3. Ascoltare in modo attivo è una skill fondamentale del leader di successo.
4. Il nostro ascolto è spesso distratto e prevenuto. Pronto a consigliare, giudicare, criticare, condannare .. ancor prima che le parole ci giungano all’orecchio.
5. Ricorda che … lo sciocco parla. Il saggio ascolta.
6. Meno parli, meno probabilità avrai di dire qualcosa di stupido.
7. Se sai ascoltare vuol dire che sei una persona sicura di te. Non ritieni di aver la soluzione per tutto e tutti. Non hai paura del confronto.
8. Hai notato? Desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto.
9. Ascoltare esprime interesse. Mostra rispetto. Riconosce il valore. Crea fiducia. Rafforza la connessione. Aumenta l’efficacia e l’efficienza.
10. Guadagni rispetto ascoltando (tanto). Lo perdi parlando (tanto).
11. Ascoltare è difficile quando ti senti dannatamente intelligente. Quando non hai tempo da perdere. Hai cose importanti da fare. Hai fretta.
12. Ricorda che alle persone piace essere ascoltate e comprese. Tanto quanto piace a te!
13. Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che forse stai sbagliando o non stai andando nella giusta direzione.
14. Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei … un vero leader.
15. “La differenza tra ascoltare e sentire è enorme. Il vero ascolto è la volontà di lasciare che l’altra persona ti cambi.” Alan Alda
16. “La maggior parte delle persone non ascolta con l’intento di capire; ascoltano con l’intento di rispondere.” Stephen R. Covey
Successo di leader: impara a prestare vero ascolto a quello che dicono i collaboratori o colleghi.
Diventerai il loro punto di riferimento.
Importante e irrinunciabile.
8 segnali che sei arrogante e presuntuoso al lavoro – e forse non lo sai neppure
in Sviluppo personale
Ci abbiamo a che fare già dal mattino presto…
Siamo in coda in auto e qualcuno ci taglia la strada insultandoci.
La sera, sui mezzi pubblici,
ci strattonano e ci scavalcano.
A chi piace relazionarsi con persone arroganti?
A nessuno.
Eppure, il mondo ne è pieno.
E ci abbiamo a che fare tutti i (santi) giorni.
Ci sono varie sfaccettature dell’arroganza.
Alcune sono sottili, poco eclatanti.
Quasi invisibili.
E ogni tanto è facile scivolare in atteggiamenti arroganti e spocchiosi.
Prenditi un minuto per pensarci…
non è che, anche tu,
ti stai comportando in modo prepotente e altezzoso?
Ecco 8 segnali che sei arrogante al lavoro
(e forse non te ne rendi nemmeno conto)
1. Ti concentri solo-e-sempre su te stesso
Ti comporti in modo arrogante al lavoro quando ignori completamente gli altri.
Fingi “di non vederli”.
Non dai peso alle loro parole.
Se hai una scadenza imminente,
riversi sull’altro stress e ansia per portare a termine (il prima possibile) l’incarico.
“Voglio…”,
“Ho bisogno…”,
“Devo avere…”
sono i tuoi verbi preferiti.
Se c’è una discussione o una riunione, vuoi che riguardi te.
L’attenzione di tutti deve essere su di te.
Tutti devono — ovviamente — essere d’accordo con la tua opinione.
Non hai considerazione per il lavoro degli altri.
Credi di essere migliore.
Per l’apparenza, l’intelligenza o la posizione.
Se fossi davvero una persona sicura, invece…
non esiteresti a lodare e dare credito agli altri.
Non ti sentiresti sminuito nel riconoscere i risultati altrui.
2. Sei il maestro dei complimenti “al rovescio”
- “Bella presentazione!
Molto meglio di quella della settimana scorsa.”
- “Che belle unghie!
Non sembrano neanche finte!”
Potresti pensare di lodare.
In realtà, stai facendo tutt’altro.
Vale la pena fermarsi a riflettere per evitare i complimenti “al rovescio”.
Hai l’intenzione di offrire un apprezzamento…
ma stai sbagliando tutto.
Quando fai un complimento,
rimani concentrato solo sugli aspetti positivi.
Altrimenti sembrerai snob.
Oppure lo sai…
e sei solo un po’ stronzo?
3. Ascolti… ma poi prendi lo spunto per parlare di te
- “Strano! Non mi è mai successo, ma ricordo che…”
- “So bene cosa provi. Anche a me è successo che…”
- “E io? Cosa dovrei dire? Settimana scorsa stavo…”
Sei partito bene.
Con la buona intenzione di ascoltare.
Poi però sei partito per la tua tangente.
Ora stai parlando al posto dell’altro.
Ancora.
E sempre.
Di te.
Al tuo collega — appena colpito da un feedback-cazzotto del capo —
non interesserà sapere
che la lavanderia ti ha rovinato il pullover di cachemire.
Una cosa è l’empatia.
Un’altra è equiparare esperienze irrilevanti.
Concentrati sull’ascolto attivo.
È tutto ciò di cui quella persona ha bisogno.
4. Quando sei un “rullo compressore”… sei arrogante
Non lasci mai intervenire gli altri.
Sei un trattore della conversazione.
Pensi che ciò che hai da dire sia più importante.
È avvilente.
Fai uno sforzo consapevole per ascoltare.
Tanto quanto parli.
Non dovresti sentire il bisogno di sottolineare — ogni volta — quanto sei fantasticoooooo.
Interrompere significa avere poca considerazione per l’opinione altrui.
Le persone sicure lasciano parlare gli altri.
Sono rispettose.
5. Non accetti i feedback
La persona sicura accetta critiche costruttive.
Sa che può migliorare.
Non deve dimostrare sempre di avere ragione.
La persona arrogante, invece,
fatica ad accettare feedback.
“Tutto deve essere fatto a modo mio.”
Se ti riconosci, fai un passo indietro,
e rivedi il tuo atteggiamento.
6. Se fai di tutto per avere ragione… sei arrogante
Non puoi sbagliare.
E se sbagli, non lo ammetti.
Ti vanti.
Ti irrigidisci.
Se fossi davvero sicuro di te non avresti paura di ascoltare opinioni diverse.
7. Hai problemi a costruire relazioni
E come potrebbe essere altrimenti?
Arroganza e superbia
allontanano le persone.
Il tuo approccio sta uccidendo le relazioni
in nome del successo e dell’auto-gratificazione.
8. Proteggi l’inferiorità con un complesso di superiorità
La persona sicura è calorosa.
Non ha bisogno di continue conferme.
La persona arrogante al lavoro indossa la maschera dell’invincibilità
per proteggere la propria vulnerabilità.
Fai attenzione:
il falso carisma si riconosce subito.
E non regge nel tempo.
In definitiva
L’arroganza non è forza.
È insicurezza travestita da potere.
La vera autorevolezza non schiaccia.
Non sovrasta.
Costruisce.
Demotivazione sul lavoro: come affrontare un collaboratore stanco e scoraggiato
in Gestione collaboratori, Leadership
A volte un collaboratore attraversa un periodo difficile.
È stanco, meno coinvolto, più distante. Quella motivazione che fino a poco tempo prima sembrava naturale comincia a diminuire.
All’inizio può sembrare solo una fase.
Poi però il periodo si prolunga e il rapporto diventa più faticoso per tutti.
Il rendimento cala
La persona fa il minimo indispensabile, esegue ciò che viene richiesto ma senza partecipazione, iniziativa o interesse.
E quando questa situazione dura troppo a lungo, il rischio è che la demotivazione non riguardi più soltanto il singolo collaboratore, ma inizi a pesare anche sul clima del team.
La difficoltà aumenta soprattutto quando quella stessa persona, fino a poco tempo prima, lavorava bene e portava risultati.
Per questo è facile reagire con frustrazione.
Pensare:
- “Prima era diverso.”
- “Potrebbe fare molto di più.”
- “Non capisco cosa gli sia successo.”
Il rischio, però, è trasformare la delusione in rancore e finire in una dinamica fatta di critiche, giustificazioni e rinfacci reciproci.
L’obiettivo non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto.
Dovrebbe essere capire che cosa sta succedendo e verificare se esistono ancora le condizioni per recuperare coinvolgimento, responsabilità e qualità del lavoro.
Perché quando un collaboratore valido smette di dare il meglio, spesso perde qualcosa lui/lei.
Ma perde qualcosa anche il team.
Per un manager, un imprenditore o un responsabile, una delle sfide più delicate è proprio questa: intervenire senza ignorare il problema, ma anche senza ridurre tutto a una questione di volontà o atteggiamento.
Serve equilibrio.
Capacità di osservare.
E la lucidità necessaria per distinguere tra un momento di difficoltà, un problema organizzativo e una reale perdita di motivazione.
Anche il modo in cui dai un feedback fa la differenza
Una critica costruttiva, capace di unire chiarezza e rispetto, può aiutare la persona a comprendere ciò che non sta funzionando senza sentirsi semplicemente sotto accusa.
Da qui puoi partire per affrontare la situazione in modo più utile e concreto.
Vediamo i punti chiave per approcciare la demotivazione sul lavoro:
1. Se vuoi “salvare” il rapporto devi consapevolizzare che ti prenderà tempo e (soprattutto) energie.
2. L’emotività è cattiva consigliera. Se, al momento, non sei in grado di gestire e controllare la tua reattività, prendi tempo.
3. Utilizza feedback negativi lontano da occhi indiscreti. In privato e a quattr’occhi.
4. Se ti senti teso e nervoso ricorda che il tuo collaboratore lo sarà ancora di più (sapendo il motivo della convocazione).
5. Evita di partire con un’osservazione positiva sulla persona, tanto per “addolcire la pillola”. Susciteresti immediatamente ancor più chiusura. Vai dritto al punto!
6. Meglio evitare tutte le esortazioni all’ottimismo, il classico consiglio di “tirarsi su” o slogan motivazionali presi in prestito dal web.
7. Parla poco ed evita prediche. “Certe prediche mi fanno venir voglia di commettere i peccati che condannano.” Scrive Roberto Gervaso
8. Ricorda … dire a un demotivato di “tirarsi su” è come dire a una persona con una gamba rotta di alzarsi e di camminare.
9. Evita l’atteggiamento tipo “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Se …ma…”.
10. Permetti alla persona di spiegarsi. Ascolta senza giudicare e interrompere. Anche se non ti piace quello che dice.
11. Focus sulle azioni non sulla persona. Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona.
13. Commenta un comportamento specifico. Evita parole generiche tipo OGNI VOLTA, SEMPRE, MAI.
14. Devi essere chiaro su cosa/dove/quando. Spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.
15. Non mortificare la persona. Può avere (forse) un effetto immediato ma perde velocemente la sua efficacia.
16. Riafferma la fiducia nella persona e nelle sue capacità. Poi chiudi la questione. Non ripeterti, perdi incisività.
17. Evita approcci via e-mail. Il feedback motivazionale si fa guardandosi negli occhi.
Autorevole al colloquio di lavoro: entrare nella stanza come un leader
in Colloquio di lavoro + CV, Leadership
Un ingresso impacciato, frettoloso o troppo contratto può indebolire la prima impressione ancora prima che il colloquio inizi davvero.
Non significa che tutto si giochi nei primi secondi.
Ma quei primi momenti contano.
Essere autorevole al colloquio di lavoro comincia infatti molto prima di attraversare la porta. Parte dalla preparazione, dal modo in cui gestisci il nervosismo e dalla presenza che riesci a trasmettere quando incontri il tuo interlocutore.
Non devi entrare fingendo sicurezza per essere autorevole al colloquio.
Devi creare le condizioni per sentirti sufficientemente preparato da non doverla fingere.
Preparazione significa sicurezza
Più sei preparato, più sarà facile sentirti tranquillo e presente.
Arrivare trafelato perché non hai trovato parcheggio, scoprire all’ultimo momento di aver sbagliato sede o confondere il nome della persona che incontrerai sono errori evitabili.
Prima del colloquio verifica:
- luogo e orario;
- nome e ruolo delle persone che incontrerai;
- posizione per cui ti candidi;
- informazioni essenziali sull’azienda;
- modalità per raggiungere la sede;
- abbigliamento adeguato al contesto.
Un imprevisto può sempre capitare.
La mancata preparazione, invece, no.
La sicurezza non nasce dall’improvvisazione. Nasce anche dal sapere di aver fatto ciò che potevi fare prima di entrare.
Vestiti in modo coerente con il contesto
Vuoi essere ricordato per ciò che dici, per le tue competenze e per il modo in cui ti presenti.
Non per un abbigliamento trascurato o completamente fuori contesto.
Non serve vestirsi per impressionare.
Serve presentarsi con cura.
Scegli un abbigliamento professionale, sobrio e coerente con l’ambiente in cui stai entrando.
Meglio evitare sia l’eccessiva informalità sia l’effetto opposto: sentirti così “ingessato” da non riconoscerti più.
Il tuo abbigliamento dovrebbe sostenere la tua presenza.
Non diventare il protagonista.
Gestisci il nervosismo prima di entrare
Essere nervosi prima di un colloquio è normale.
Non devi eliminare completamente la tensione. Devi evitare che prenda il controllo.
Può aiutarti ricordare una situazione in cui ti sei sentito competente e apprezzato.
Un risultato importante.
Un problema che hai risolto.
Un feedback positivo.
Un momento in cui hai affrontato bene una situazione impegnativa.
Puoi anche utilizzare gli ultimi minuti per fare qualcosa che ti aiuti a staccare mentalmente: ascoltare musica, fare due passi, respirare con calma.
L’obiettivo è arrivare presente.
Non già esausto per il colloquio che hai vissuto nella tua testa prima ancora di cominciare.
Prima di entrare, rallenta
Gli ultimi minuti non servono per ripassare freneticamente tutto ciò che sai.
Servono per recuperare presenza.
Raddrizza la postura.
Respira.
Rilassa le spalle.
Evita di entrare camminando troppo velocemente, con lo sguardo basso e il corpo contratto.
Non devi assumere una posa artificiale.
Devi semplicemente evitare che la tensione riduca la tua presenza.
Rallentare leggermente comunica più sicurezza che precipitarsi nella stanza cercando di sembrare sicuro.
Entra nella stanza con presenza
La prima impressione non nasce soltanto dalle parole.
Prima ancora che inizi la conversazione, il tuo interlocutore vede come entri, come ti muovi, dove guardi e come reagisci all’incontro.
Tieni la testa dritta.
Cammina con un ritmo naturale.
Non trascinarti, ma nemmeno correre.
Apri leggermente le spalle ed evita di chiuderti su te stesso.
Non stai chiedendo un favore.
Sei lì perché l’azienda vuole capire se le tue competenze e il tuo modo di lavorare possono rispondere a un’esigenza.
E tu devi capire se quell’opportunità è adatta a te.
Questa consapevolezza cambia già il modo in cui entri nella stanza.
Autorevole al colloquio? Cerca il contatto visivo
Quando incontri il tuo interlocutore, cerca naturalmente il suo sguardo.
Il contatto visivo comunica attenzione, interesse e disponibilità al confronto.
Non significa fissare.
Significa evitare di parlare continuamente guardando il pavimento, la scrivania o altrove.
Se fai fatica a mantenere il contatto visivo, non trasformarlo in un esercizio meccanico.
Guarda la persona quando saluti, quando ascolti e nei momenti importanti della conversazione.
Poi lascia che lo sguardo si muova naturalmente.
Essere autorevole al colloquio non nasce dal fissare qualcuno negli occhi.
Nasce dal riuscire a restare presente nella relazione.
Saluta in modo semplice e sicuro
Quando entri, saluta con naturalezza.
Presentati chiaramente.
Sorridi.
Anche la stretta di mano falla in modo semplice e professionale, senza cercare di dimostrare sicurezza attraverso la forza della presa.
Non hai bisogno di costruire una performance.
Le persone sicure non cercano continuamente di dimostrare di esserlo.
Siediti con naturalezza
Aspetta che ti venga indicato dove accomodarti.
Poi siediti evitando i due estremi.
Non afflosciarti sulla sedia.
Ma non stare nemmeno rigido come se fossi sull’attenti.
Mantieni una postura aperta e comoda, con i piedi ben appoggiati e il corpo orientato verso l’interlocutore.
Anche qui vale la stessa regola:
presente, non impostato.
Una postura naturale ti permette anche di respirare meglio, ascoltare con maggiore attenzione e rispondere senza quella sensazione di dover controllare ogni gesto.
Essere autorevole non significa recitare il leader
È facile trasformare il colloquio in una performance.
La postura giusta.
Lo sguardo giusto.
La stretta di mano giusta.
La frase giusta.
Ma se pensi continuamente a come stai apparendo, rischi di smettere di ascoltare.
L’autorevolezza non nasce dalla perfezione dei gesti.
Nasce dalla combinazione di preparazione, presenza e consapevolezza del proprio valore.
Entra con rispetto.
Ma senza sentirti inferiore.
Ascolta. Parla con calma.
Non cercare di impressionare a ogni costo.
Se sei stato invitato a quel colloquio, qualcuno ha già visto qualcosa di interessante nel tuo profilo.
Adesso il tuo compito è permettere che quella persona incontri te, non una versione costruita per l’occasione.
Poi, probabilmente, arriverà la domanda:
“Mi parli di lei.”
Ma questa è un’altra storia.
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Michele Ferrarelli
Formatore e Coach.
Coaching per trasmettere più forza e autorevolezza sul lavoro. Lavoro su comunicazione, dinamiche relazionali e carriera.
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