Silenzio strategico: 15 volte in cui un leader deve tacere – parte 2

silenzio strategicoFoto di ZuluZulu su Pixabay

LEGGI ANCHE LA > la parte 1.

3. Taci, se rischi di dire banalità

Se la tua intera conversazione è basata su luoghi comuni e frasi fatte allora è comprensibile che le persone siano poco interessate alle tue parole.

Esistono parole adeguate ad ogni situazione. Non utilizzare sempre le stesse, riciclandole ad ogni occorrenza. Non aprire continuamente parentesi perché creano dispersione e confondono chi ascolta.

La chiarezza è la chiave.

Smettila con il tuo ronzio. Taglia i discorsi prolissi. Non aspettarti entusiasmo e passione se la tua comunicazione è ambigua.

Non fare premesse infinite.

Vai dritto al punto! Vai subito al dunque, non ti perdere in rivoli e fronzoli. I tuoi colleghi o collaboratori devono capire fin da subito, cosa dici e cosa vuoi da loro. Si aspettano da te esattamente questo: una direzione chiara e precisa!

4. Taci, quando non conosci l’argomento o i fatti

“Meglio tacere e dare l’impressione di essere stupidi,
piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio!”

Oscar Wilde

Non valutare o giudicare prima di aver capito (bene) come sono andate le cose, prima di conoscere-i-fatti.

Se parli prima di sapere, rischi di dover fare imbarazzanti dietro-front. Reagire in modo eccessivo per poi andare a scusarti e “ricucire” rapporti incrinati.

È imbarazzante.

E sicuramente è meglio stare in silenzio su un argomento che non conosci. Piuttosto che blaterare idiozie. Meglio tacere.

Quando hai in testa un’idea vaga, un pensiero che non è stato ancora formulato con precisione, anche il tuo linguaggio risulta poco accurato.

È necessario conoscere bene il concetto che vuoi esprimere. Il silenzio può essere imbarazzante; tuttavia, è meglio stare in silenzio su un argomento che non conosci, piuttosto che blaterare idiozie.

5. Taci, se vuoi fare il brillante (e non lo sei)

“OH! Questo è facile.”
Ciò che è facile per te potrebbe essere difficile per un altro.

La stupidaggine che hai detto “suona” intelligente. Solo nella tua testa.

Fare il brillante (quando non lo sei) ti fa correre il serio rischio di essere l’unico a ridere alle tue battute. Raccontare freddure che nessuno capisce. Risultare patetico e ridicolo.

E poi ti lamenti di non essere ascoltato.

Meglio mordersi la lingua, non parlare, se non hai effettivamente qualcosa di sostanziale da dire.
Lo apprezzeranno tutti.

Nel tentativo di rendere i tuoi discorsi più autorevoli e competenti, aggiungi parole ed espressioni per dare più enfasi e (ironicamente) produci esattamente l’effetto opposto: indebolisci la tua comunicazione.

Non minare la fiducia di chi ti ascolta.

Conoscerai anche tu quella persona che sembra apprezzare solo il suono della sua voce.

Quando inizia a parlare a sproposito… tutti alzano gli occhi al cielo. Attraverso un lessico troppo semplificato riduce un’idea complessa, avvilendone il concetto,
banalizzandolo o dandone una raffigurazione indefinita.

Viceversa, divagare nel tentativo di dimostrare quanto tu sia brillante e competente.

Rimbalzare da un punto all’altro. Usare cliché, luoghi comuni, frasi fatte. Non arrivare mai al punto.

Poco focus, tanta dispersione.

Un leader autentico sa quando è il momento di far parlare gli esperti.

Tentando di fare il brillante in un campo in cui non hai competenza, puoi minare la tua credibilità.

Saper tacere, dare spazio a chi ha le giuste competenze è un segnale di grande saggezza e umiltà.

Delegare la parola agli esperti non diminuisce il tuo valore di leader, anzi, rafforza la fiducia del team nelle tue capacità decisionali e nella tua trasparenza.

Come leader non hai bisogno di sapere tutto, ma devi sapere a chi rivolgersi per ottenere le migliori risposte.

Tacere al momento giusto. Valorizzare le competenze degli altri sono qualità essenziali per una leadership efficace e rispettata.

CONTINUA A LEGGERE > la parte 3.

Silenzio strategico: 15 volte in cui un leader deve tacere – parte 1

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“Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità,
se non provoca male a qualcuno, se è utile,
ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.”
Il Budda

Dovremmo parlare molto meno. Tutti.
(Spesso) parliamo troppo, male, oppure più del dovuto.

Anche non volendo, quando parliamo, diventiamo offensivi, incompetenti o poco corretti … insomma facciamo danni!

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Oggigiorno siamo travolti e soffocati dalle parole. Dalle chiacchiere.
Da un cicaleccio continuo. Le parole perdono di senso, di valore. Significato.
Di vitalità.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” , – ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 – la verità è che siamo distratti, poco interessati agli altri, concentrati su noi stessi, prevenuti, sempre pronti a giudicare. Criticare.

Non trasmettiamo empatia.

Siamo poco consapevoli della potenza delle parole.

Eppure, ti basterebbe pensare, come a volte, un semplice lapsus, una svista, una parola di troppo o fuori posto può distruggere … un intero progetto, un colloquio di lavoro, un rapporto con un cliente importante, con il collega o il capo, la tua immagine di leader!

I leader parlano per stimolare le persone ma i grandi leader usano anche la strategia opposta.
Stare in silenzio.

A volte, la cosa più intelligente da dire è … non dire niente!
C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere.
E ascoltare.



Spesso stare zitti vuol dire essere più forti.

Non c’è bisogno di parlare solo perché l’altra persona sta chiedendo,
si aspetta una risposta o una reazione da parte tua.

Il silenzio è una parte “normale” della comunicazione.

Silenzio strategico: è un comportamento (non verbale) che, se usato correttamente può portare un significativo effetto positivo sul tuo modo di comunicare.

Chi riesce a stare in silenzio e ascoltare possiede carisma. Ha relazioni più forti e durature.
Infatti, la leadership sta (spesso) nel tacere.

Dare disposizioni, porgere feedback ai tuoi collaboratori è fondamentale per un manager eccellente. Ricorda che come-e-quando è tanto importante quanto il feedback stesso.

Il silenzio “parla”.

In un clima di rabbia o insicurezza, dare troppe spiegazioni è solo tempo perso.

Nell’amarezza, le persone potrebbero beneficiare più della tua presenza silente piuttosto che delle tue commiserazioni di circostanza.

Se non sei sicuro su come/cosa dire, fermati un attimo,
prendi il tempo di pensare prima di parlare.

Magari sei stressato o hai un’urgenza che ti sta “riempendo” la mente,
è facile essere distratto, pensieroso, essere in “un altro luogo”.

Se (ancora) non riesci a pesare, selezionare, scegliere al meglio le tue parole. Se rischi di sembrare insensibile, vittima, ingrato, permaloso, esagerato, inadeguato … meglio tacere!

Silenzio strategico? Spesso è meglio tacere

Se non riesci a immaginare l’effetto delle tue parole.
È meglio il silenzio.

La tua immagine professionale include anche ciò che (non) dici.
C’è il rischio di parlare troppo. Monopolizzare la conversazione.

Quando apri la bocca … offri contributi di valore!

Ecco 15 volte quando (come leader) dovresti scegliere il silenzio strategico:

1. Taci, quando qualcuno parla, non interrompere

Devi saper ascoltare, se vuoi praticare l’ascolto attivo.

Ascolta attentamente. Non interrompere, se vuoi comprendere meglio le preoccupazioni, idee e feedback dei tuoi collaboratori.

Questo approccio dimostra rispetto e valorizzazione delle loro opinioni.
Permetti alle persone di esprimere pienamente i propri sentimenti e sentirsi ascoltati.

Durante una discussione con il team dovresti tacere, in modo da permettere a tutti di partecipare equamente.

Questo incoraggia una maggiore condivisione di idee e una partecipazione attiva da parte di tutti i membri del tuo team, promuovendo un ambiente collaborativo.


Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità?

Lavora sulla tua presenza con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” — per comunicare da vero leader.

2. Taci, se non hai qualcosa di significativo da aggiungere

Saper comunicare vuol dire (innanzitutto) avere qualcosa da dire.
Se non hai nulla d’interessante da dire … meglio tacere!

Anche i contributi più interessanti possono perdere di efficacia se si dilungano eccessivamente,
portano a una perdita di attenzione e di interesse da parte degli ascoltatori.

Questo approccio non solo dimostra rispetto per il tempo e l’attenzione degli altri,
ma permette anche di valorizzare maggiormente i tuoi interventi.

La vera leadership non consiste nel dire sempre qualcosa,
ma dire le cose giuste al momento giusto.

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2.

Empatia e leadership: perché i migliori leader sono empatici

empatia e leadership

Foto di StockSnap

Il tuo team è sotto pressione per la scadenza di un progetto importante.

Noti che Fabio, uno dei tuoi collaboratori, è diverso dal solito.

Sembra stressato.

Commette errori di concentrazione — anche banali — che non fanno parte del suo modo di lavorare.

Decidi di invitarlo a prendere un caffè.

Per parlare.

Durante la conversazione fai una cosa semplice, ma rara:
ascolti.

Empatia e leadership.

Non interrompi.
Lasci spazio alle sue preoccupazioni.

Riconosci le difficoltà che sta vivendo.

Poi offri un feedback costruttivo.

Sottolinei l’importanza di affrontare e correggere gli errori…
ma lo fai con rispetto.

Proponi anche una soluzione concreta:
per qualche giorno redistribuire parte del lavoro con un collega.

In questo modo dimostri due cose:

  • che tieni ai risultati
  • ma anche al benessere delle persone.

Empatia e leadership: ascolto e supporto

Prima di concludere l’incontro, fai un’altra cosa importante.

Riconosci i punti di forza di Fabio.
Il suo contributo al team.

Bilanci così la critica con l’apprezzamento.

Il risultato?

Fabio si sente:

  • ascoltato
  • supportato
  • rispettato.

Il morale migliora.
La motivazione torna.

E tutto il team beneficia di un clima di collaborazione e fiducia.

Questo esempio — semplice ma molto realistico — mostra cosa significa leadership empatica.

Che cos’è l’empatia?

L’empatia è la capacità di riconoscere le emozioni degli altri.

Comprendere pensieri, sentimenti e preoccupazioni.

In altre parole:
mettersi nei panni dell’altra persona.

Un leader empatico riconosce le emozioni del proprio team
e crea un ambiente di lavoro più sano e produttivo.

Questa connessione emotiva favorisce:

  • comunicazione aperta
  • rispetto reciproco
  • relazioni di fiducia.

Più motivazione e coinvolgimento

Quando mostri empatia, le persone si sentono:

  • viste
  • considerate
  • comprese.

Questo aumenta la motivazione.
E quando le persone sono motivate…
danno il meglio di sé!

I leader empatici sanno anche riconoscere e celebrare i successi — individuali e di squadra — rafforzando il senso di appartenenza.

Gestione efficace dei conflitti

L’empatia è fondamentale anche nei momenti di tensione.

Un leader empatico:

  • ascolta tutte le parti
  • comprende i diversi punti di vista
  • cerca soluzioni equilibrate.

Questo riduce le tensioni e favorisce un clima di collaborazione.

Le persone si sentono rispettate.
E il team diventa più forte.

Comunicazione aperta e sincera

Un leader empatico pratica ascolto attivo.
Non ascolta solo le parole.

Ascolta anche le emozioni dietro le parole.

Questo crea un ambiente in cui le persone si sentono libere di esprimere:

  • idee
  • dubbi
  • difficoltà.

Senza paura di essere giudicate.
La fiducia cresce.
E con essa anche la collaborazione.

Riconoscimento e apprezzamento

Il riconoscimento è uno dei più grandi motori della motivazione.

Dire semplicemente “grazie” non basta.

È importante essere specifici.

Riconoscere i risultati.
Celebrare i progressi.

Un’idea semplice:

dedicare ogni venerdì 15-20 minuti per riconoscere i successi della settimana.
Anche quelli piccoli.

Questo rafforza il senso di realizzazione e di appartenenza.

Supporto emotivo e benessere

Un leader empatico è attento ai segnali di stress.

Sa riconoscere quando qualcuno è:

  • sovraccarico
  • stanco
  • vicino al burnout.

E interviene per tempo.

Per esempio introducendo:

  • pause regolari
  • maggiore flessibilità
  • momenti di recupero.

A volte può essere utile anche organizzare workshop sulla gestione dello stress.

Quando le persone sentono che il leader si preoccupa davvero del loro benessere, cresce anche la loro lealtà verso il team.

Coinvolgere il team negli obiettivi

L’empatia aiuta anche a coinvolgere le persone negli obiettivi.

Quando i collaboratori capiscono il perché del loro lavoro:

  • aumenta il senso di appartenenza
  • cresce la motivazione.

Il lavoro non è più solo una lista di compiti.

Diventa un contributo a qualcosa di più grande.

Per questo è utile coinvolgere il team nella definizione degli obiettivi.

Chiedere idee.
Raccogliere suggerimenti.

Sviluppo professionale

Un leader empatico si interessa alla crescita delle persone.

Vuole capire:

  • le aspirazioni professionali
  • gli obiettivi di carriera.

Puoi farlo attraverso incontri individuali.

Creando percorsi di sviluppo che includano:

  • formazione
  • coaching
  • progetti sfidanti.

Quando le persone vedono opportunità di crescita…
aumentano impegno e motivazione.

Empatia non significa permissività

Un punto importante.

Essere empatici non significa essere indulgenti.
Un leader empatico mantiene standard elevati.

E responsabilizza le persone.
La differenza sta nel modo in cui dà feedback.

Per esempio, invece di dire:
“Hai gestito male il progetto.”

puoi dire:

“Ho notato difficoltà nel rispettare alcune scadenze.
Possiamo capire insieme cosa è successo e come migliorare?”

Poi puoi fare domande utili:

  • “Cosa pensi sia andato storto?”
  • “Come possiamo evitare questo problema in futuro?”
  • “Di quale supporto hai bisogno?”

Così la critica diventa un’occasione di crescita.
Non un attacco personale.

Empatia e leadership: in conclusione

La leadership empatica crea ambienti di lavoro più sani, più motivanti e più produttivi.

Non è buonismo.

L’empatia non indebolisce la leadership.
La rende più forte.

Perché quando le persone si sentono comprese…
sono molto più disposte a dare il meglio di sé.

Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso di coaching
Sviluppare assertività senza perdere empatia
trovi l’equilibrio tra fermezza e sensibilità.

Per farti ascoltare. Davvero.