Approcciare (senza mal di testa) una persona logorroica al lavoro

persona logorroica
Che sia il capo, un collega, un collaboratore o un cliente… poco importa.

Prima o poi incontri una persona logorroica.
E sì, te la ricordi bene.

Si perde in dettagli inutili.
Salta da un argomento all’altro.
Parte dal meteo e finisce… chissà dove.

Chi è davvero la persona logorroica

“La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.”
Nicolás Gómez Dávila

La persona logorroica parla tanto perché ha bisogno di piacere.
Oppure teme di non essere ascoltata.

Il problema?

Non ascolta.
Nemmeno quando fa una domanda.

Se provi a rispondere, ti interrompe.
Se resta in silenzio… è solo una pausa per ripartire.

Ogni frase diventa un pretesto per continuare.
All’infinito.

Ignorarla non è possibile.
Evitarla, nemmeno.

Soprattutto se è un cliente o il tuo capo.

Non lasciarti trascinare

Quando la conversazione parte male, finisce peggio.

Tempo perso.
Energia sprecata.
E spesso… mal di testa.

La prima regola è semplice:
non farti portare fuori strada.

Evita argomenti che aprono discussioni infinite:
politica, crisi, sport, religione.

Se un cliente parte dal meteo, rispondi con educazione… e riporta il focus:

“Sì, in effetti fa caldo. Come posso esserle d’aiuto?”

Gentile.
Diretto.
Efficace.

Non interrompere subito

All’inizio, lascia spazio.

Ha bisogno di parlare.
Di sentirsi ascoltato.

Non bloccarlo di colpo.

Ascolta.
Osserva.
Cerca un aggancio.

Ogni frase può diventare un ponte per riportarlo al punto.

Poi, quando è il momento…

Prendi il controllo della conversazione

Qui serve decisione.

Fai domande chiuse:

  • “Sì o no”
  • “Questo punto è corretto?”

Se si allontana, riporta il focus.
Con calma. Ma con fermezza.

Ripeti la domanda, se necessario.

Non cedere al flusso.

Se lavori con clienti, puoi usare anche il tempo come leva:

  • “Prima di seguire gli altri clienti, voglio assicurarmi che…”
  • “Abbiamo pochi minuti, concentriamoci su…”

Non è scortesia.
È gestione.

Riformula e sintetizza

Chi parla tanto teme di non essere capito.

E allora ripete.

Il modo più veloce per fermarlo?

Dimostrare che hai capito.

Riassumi:

  • “Se ho compreso bene, il punto principale è…”

Così ottieni due risultati:

  • verifichi la comprensione
  • dai all’altro la conferma che è stato ascoltato

E la conversazione si accorcia.

Mantieni la rotta

Se lasci a lui la guida, perderai il controllo.

Parla poco.
Intervieni quando serve.

Evita domande aperte.
Non rilanciare nuovi temi.

Non alimentare il flusso.

Guida.

Sempre.

Quando serve, sii diretto

Se hai già provato tutto e nulla cambia, chiarisci.

Con rispetto.

  • “Capisco quello che mi stai dicendo, ma devo occuparmi anche di altro. Andiamo al punto.”

Educazione e fermezza possono convivere.

E funzionano.

LA TUA COMUNICAZIONE AUTOREVOLE >
trovi spunti interessanti nei miei libri “Autorevolezza” e “Prima volta Leader”.

Non aspettare che si fermi da solo

È un errore comune.

“Prima o poi smetterà…”

No.

Non succederà.

Chi è logorroico trova piacere nel parlare.
E il tempo, per lui/lei, non è un problema.

Se non intervieni tu, la conversazione continua.

Non è questione di farlo tacere.

È questione di guidare.

Ansia da nuovo lavoro? Cosa è normale e cosa è solo una tua paranoia

ansia da nuovo lavoro

Foto: Moshehar

Ansia da nuovo lavoro?

Iniziare in un nuovo posto può essere stimolante ed entusiasmante.

Ma anche stressante.
A tratti perfino “schiacciante”.

Devi:

  • imparare nuove procedure
  • assorbire una quantità enorme di informazioni
  • conoscere molte persone
  • fare una buona impressione sul nuovo capo.

Insomma… pressione!

È normale sentirsi:

  • nervosi
  • incerti
  • ansiosi.

L’ansia da nuovo lavoro è quasi inevitabile.

Quando entri in un ambiente nuovo, la mente comincia a “galoppare” per ritrovare equilibrio.

Alcuni pensieri sono realistici.

Altri… sono semplicemente ansie amplificate dalla nostra testa.

Vediamo alcune situazioni tipiche.

“Non capisco subito gli argomenti” → normale

Sei seduto a una delle prime riunioni.

E qualcuno comincia a parlare usando termini e concetti che non conosci.

E dentro di te pensi:
“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Succede a tutti.

Puoi:

  • chiedere spiegazioni
  • far ripetere un concetto
  • prendere appunti e approfondire dopo.

Non capire tutto subito è assolutamente normale.

Serve tempo per entrare nei meccanismi di un nuovo lavoro.

“Tutti gli altri sono più bravi di me” → paranoia

È uno dei pensieri più comuni.

E anche uno dei più dannosi.

Come scrivo nel mio libro
Autorevolezza”, confrontarsi continuamente con gli altri è quasi sempre frustrante.

Perché?

Perché il confronto avviene spesso con un’immagine ideale.

Quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo, troverai sempre qualcuno che sembra avere qualcosa più di te.

Il confronto continuo raramente aiuta.

“Sono esausto” → normale

A fine giornata ti senti distrutto.

Nonostante i caffè.

Arrivi a casa e crolli sul divano.

Tranquillo.
È normale.

Quando inizi un nuovo lavoro il cervello lavora tutto il giorno:

  • per fare buona impressione
  • per apprendere informazioni
  • per orientarsi nel nuovo contesto.

È stancante.

Ma è una fase temporanea.
Nel giro di qualche settimana ti sentirai di nuovo più energico.

“Mi licenzieranno perché non sono esperto” → paranoia

All’inizio nessuno si aspetta che tu sia perfetto.

Chi ti ha assunto sa benissimo che:

  • devi imparare
  • devi adattarti
  • crescere nel ruolo.

Se ti hanno scelto, probabilmente è anche perché hanno visto:

  • potenziale
  • motivazione
  • voglia di imparare.

E questo conta molto.

“Non ho ancora amici qui” → normale

Nel lavoro precedente conoscevi tutti.

Ridevi con i colleghi.
Uscivate insieme.

Qui invece… ancora no.

È normale.

Le relazioni sul lavoro richiedono tempo.

Un consiglio: evita di creare legami attraverso il gossip.

Spettegolare per sembrare “uno del gruppo” spesso danneggia la reputazione.

Molto più di quanto immagini.

Creare buone relazioni nel nuovo lavoro non è solo questione di tempo, ma anche di atteggiamento.

“Nessuno vuole mangiare con me” → paranoia

I primi giorni può capitare di pranzare da soli.
Non c’è ancora confidenza.

Non aspettare sempre che siano gli altri a invitarti.

A volte basta fare il primo passo:
“Posso sedermi con voi?”

È più semplice di quanto sembri.

E ti farà apparire una persona aperta e disponibile.

“Non piaccio a nessuno” → paranoia

Non puoi controllare il giudizio degli altri.
È impossibile.

Anche se sei:

  • disponibile
  • gentile
  • professionale

ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarti.
E a vederti come una minaccia per la sua carriera.

Prima lo accetti, meglio è.

Metti a tacere la tua voce interiore negativa e concentrati su ciò che conta davvero:
allinearti al nuovo lavoro.

“Non sono adeguato per questo ruolo” → paranoia

Capita spesso nei primi mesi.

Ti guardi intorno e pensi:
“Ma dove mi sono cacciato?”

Hai la sensazione di non sapere abbastanza.
Di non essere all’altezza.

Questo stato ha anche un nome: sindrome dell’impostore.

Succede più spesso di quanto pensi.
E non significa che tu non sia capace.

A dedicato un intero capitolo del mio libro “Prima volta Leader” a tale sensazione di inadeguatezza.

“Mi hanno assunto per A e B, ma sto facendo X e Y” → attenzione

Qui la situazione è diversa.

Se il lavoro che stai facendo è molto diverso da quello per cui sei stato assunto, vale la pena parlarne.

Con il tuo responsabile.

A volte è solo una fase iniziale.
Altre volte no.

Se la discrepanza è grande e permanente, può essere il segnale che quel ruolo non è davvero quello giusto per te.

Leggi il mio post per approfondire: Il nuovo lavoro è diverso da come immaginato. E adesso?

“Ho fatto un errore” → normale

Nessuno nasce imparato.

E nessuno è perfetto.
Tutti sbagliano.

Anche le persone che oggi ti sembrano più competenti hanno commesso — e continuano a commettere — errori.

La differenza sta in una cosa:
imparare da quegli errori.

“Ho fatto un errore… mi licenzieranno” → paranoia

Un errore non provoca l’apocalisse.

Il mondo non smette di girare.

E nella maggior parte dei casi non costa il posto lavoro.

Se ti hanno assunto è perché qualcuno ha visto valore in te.
Non impegnarti a dimostrare il contrario.

Hai fatto un errore sul lavoro?
Se vuoi approfondire: Come chiedere scusa al lavoro. Basta dire “Mi dispiace”?

“Devo essere perfetto” → paranoia

Il perfezionismo spesso nasce dal bisogno di approvazione.

Se tutto è perfetto, nessuno potrà criticarti.

Ma nel lavoro reale la perfezione è raramente necessaria.

A volte “buono” è più che sufficiente.
E soprattutto è più efficace.

Meglio consegnare qualcosa di valido oggi…
che aspettare la perfezione e non consegnare nulla.

“Non pensavo fosse così dura” → normale

Il mondo del lavoro è diventato più competitivo.
Più veloce.
Più complesso.

Per ambientarsi servono:

  • impegno
  • preparazione
  • resilienza

È normale sentirsi sotto pressione all’inizio.

Ansia da nuovo lavoro? In conclusione

L’ansia da nuovo lavoro è normalissima.

Stai entrando in un ambiente nuovo, con nuove persone e nuove aspettative.
Il cervello ha bisogno di tempo per adattarsi.

Respira.
Impara.

Concediti qualche settimana.
Poco alla volta, tutto diventerà più familiare.

Quando inizi un nuovo lavoro non devi dimostrare di sapere già tutto.

Devi solo dimostrare che sei disposto a imparare.

Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interiore – 2

critico interno

Foto di cj_wells88

Leggi anche la parte 1.

5. Sostituisci pensieri eccessivamente critici con affermazioni più realistiche

Impara a riconoscere quando i tuoi pensieri critici sono esageratamente negativi.
Trasforma un pensiero eccessivamente pessimista in un’affermazione più razionale e realistica.

Quando ti ritrovi a pensare: “Non faccio mai niente di buono“,
sostituisci la frase con una più ragionevole del tipo “Quando si tratta di numeri e di contabilità, mi trovo in difficoltà”.

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Ogni volta che ti trovi in testa un pensiero esageratamente negativo,
rielabora con una dichiarazione più accurata,
guardando la situazione in modo più razionale e meno emotivo.

Se pensi “Non riuscirò mai ad avere un posto di responsabilità”,
esamina le prove che supportano questa dichiarazione ma anche quelle che contestano quest’affermazione.
Guarda l’argomento da entrambi i lati.

A volte è utile scrivere,
elencare tutte le prove che supportano ma anche quelle che contraddicono questo pensiero.
Vedrai che la notte non è così nera come l’hai dipinta.

6. Dai forza al tuo dialogo interiore

Il tuo dialogo interiore alimenterà il tuo successo o ti impedirà di raggiungere il tuo pieno potenziale.
Devi diventare il tuo migliore consigliere.

Più riuscirai a migliorare il tuo dialogo interiore,
più avrai forza per andare avanti nei momenti difficili e farai “pace” con i tuoi limiti e con te stesso.

Vedrai com’è motivante utilizzare pensieri tipo:
E’ difficile, ma mi sto impegnando e ce la posso fare” oppure “Ho fallito. Domani ricomincerò più forte dei miei errori”.

Utilizza il dialogo interiore (modificandone le parole) per darti forza,
e continua a lottare per i tuoi successi e per i tuoi sogni!

Il progresso sconfigge il critico interno.

 


 

7. Fai attenzione alle parole che utilizzi

“Le parole hanno il potere di distruggere e di creare.
Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.”

Buddha

Poni attenzione alle parole che utilizzi per descrivere la realtà, ma anche per parlare di quello che pensi di te stesso, dei limiti che ti dai, degli obiettivi che ti poni.

Il tuo critico interiore imposta obiettivi irragionevoli e poi ti dice… “Dai forza, vai a prenderlo” .

Il tuo critico prova vergogna davanti a traguardi facilmente raggiungibili.
I suoi obiettivi sono l’auto-sconfitta,
il sogno irrealizzabile e a sfiducia.

8. Sii comprensivo con te stesso

Hai notato come siamo indulgenti con gli amici,
e quanto diventiamo duri e spietati quando si tratta di noi stessi?

Abbiamo poco o nessun controllo su come ci sentiamo e su cosa pensiamo. Molte delle nostre risposte emotive e cognitive sono automatiche.
Non dovremmo mai giudicarci così duramente.

Dobbiamo sviluppare l’autoconsapevolezza per diventare coscienti di questi pensieri e azioni automatiche.
Ci vuole un piccolo sforzo e allenamento per migliorare la consapevolezza di sé.

C’è differenza …
dire sempre a te stesso che non sei abbastanza bravo,
e dire sempre a te stesso che puoi lavorare per diventare migliore.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

9. Prendi una certa distanza dal tuo critico interno

Identifica i pensieri di cui devi essere consapevole e quelli che devi lasciare andare.

Accettare le tue debolezze per quello che sono oggi, non significa che devi rimanere così per sempre.
È importante riconoscere di avere difetti ma anche decidere di sforzarsi per migliorare.

Il tuo critico interno detesta il progresso, ama la sicurezza, si concentra solo su “non voglio” e “non mi piace”.
Non ti supporta mai.

Qual è il più grande passo in avanti che puoi completare oggi?
Non preoccuparti di quanto sia piccolo, minimo.
Fallo.

Se riesci a distaccarti e operare contro questo pensiero distruttivo,
diventerai più forte, mentre il tuo critico interno si indebolirà.

Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interno – 1

critico interno

Foto di cj_wells88

Tutti abbiamo un critico interiore.
Questa “voce interna” che esprime di continuo un commento negativo su chi-siamo e come-ci-comportiamo.

“Avresti dovuto…”
“Sei fottuto.”
“C’è qualcosa che non va in te.”
“A loro non piaci.”
“Non puoi farlo.”
“Sei un perdente.”
“Tanto non ce la farai. Come sempre.”
“Sei brutto/stupido/grasso”
“Sei diverso dagli altri.”

Questa voce critica si forma dalle nostre esperienze di vita;
esperienze dolorose e spiacevoli che producono emozioni negative e pensieri depotenzianti.

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A ogni particolare situazione stressante o dannosa che ci capita,
ecco che spunta la voce critica che è in noi.

Il critico interiore non analizza oggettivamente

Piuttosto alimenta continuamente un dialogo interno eccessivamente negativo che crea ostacoli e impedimenti.
È autodistruttivo, può essere dannoso per te e per gli altri.

Ecco 9 spunti per “domare” il tuo critico interiore,
far tacere la sua negatività e migliorare il benessere della tua vita:

1. Sviluppa consapevolezza dei tuoi pensieri

Quando usciamo dalla nostra zona di comfort, il nostro critico interiore inizia ad avvertirci dei potenziali modi in cui potremmo fallire… con pensieri spesso esagerati, prevenuti, sproporzionati.

Siamo così abituati a sentire i nostri stessi racconti che è difficile diventare consapevoli dei messaggi che ci stiamo mandando.

Riconoscere che il tuo critico interiore è al lavoro …
è il primo passo per ridurre la sua presa su di te.

2. Ricorda che la voce del critico interiore non è la realtà

“Nel reale si rischia di soffocare,
nell’irreale di perdersi.”

Mario Andrea Rigoni

Ricorda che la tua voce interiore critica non è un riflesso della verità.
È una prospettiva che hai adottato sulla base di esperienze e atteggiamenti negativi che hai vissuto e interiorizzato.

 


 

Il tuo critico interiore sta cercando di proteggerti da possibili danni,
alcuni pensieri potrebbero essere veri,
spesso sono falsi, raramente sono utili.

Non lottare con il tuo critico,
piuttosto vedilo per quello-che-è
una “voce” che propina opinioni, piuttosto che fatti.

Non agire sulle direttive del tuo critico interiore.

3. Smettila di rimuginare

A volte,
potresti sorprenderti a pensare e ripensare più volte a quella cosa imbarazzante che hai fatto,
o a quella frase che non avresti dovuto dire,
ma oramai è fatta.

Se continui a ruminare, rimasticare,
non farai altro che sentirti peggio e non risolverai il problema.

Non cercare di evitare di pensarci,
perché più probabilmente ti concentrerai e rafforzerai questo pensiero.

Invece,
è importante distrarsi con un’attività – tipo fare una passeggiata, parlare di un argomento completamente diverso, ecc. – per fermare i pensieri critici,
prima che vadano fuori controllo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

4. Parla a te stesso come se parlassi a un amico

Che cosa diresti a un caro amico che ti confida pensieri di inadeguatezza e sentimenti di insicurezza?

Non penso qualcosa del tipo: “È giusto così … sei così insicuro e goffo” oppure
“Per l’ennesima volta hai dato prova di non saper fare niente di buono”
“Sei un perdente, non puoi farci niente!”

Eppure,
con te stesso saresti capace di dire cose molto più dure e crudeli.
Il tuo critico interiore è felice quando costruisci muri.

Invece (anche a te stesso) dovresti offrire parole compassionevoli, di incoraggiamento,
d’incitamento, proprio come faresti con il tuo migliore amico.

Continua a leggere la parte 2.

12 differenze tra chi ha successo e chi non ce la farà mai

avere successo
C’è sempre una differenza.

Tra successo e insuccesso.

Non è solo una questione di risultati.

È una differenza di approccio, di abitudini, di decisioni.
Di pensieri che diventano azioni.

E, alla fine, fanno la differenza.

Avere successo — cioè raggiungere i propri obiettivi, grandi o piccoli — significa:

  • lavorare duro
  • essere determinati
  • perseverare

Non c’è molto altro da aggiungere.

Ecco 12 differenze che contano. Davvero.

1. Chi ha successo agisce. Chi fallisce rimanda

Le persone che arrivano:

  • si muovono
  • provano
  • sbagliano
  • riprovano

Le altre … aspettano.
Aspettano il momento giusto.

La situazione perfetta.
La sicurezza totale.

Che non arriva mai.

“Chi diventa bravo a inventare scuse,
non sarà mai bravo in nient’altro.”

2. Chi ha successo riconosce i limiti. Chi fallisce li nasconde

Molti passano la vita a mascherare debolezze ed emozioni.

Chi cresce davvero fa l’opposto:

  • riconosce i propri limiti
  • li accetta
  • ci lavora sopra

Non spreca energia a “sembrare”.
La usa per migliorare.

3. Chi ha successo abbraccia il cambiamento. Chi fallisce lo teme

Il cambiamento è scomodo.

Sempre.

Ma chi arriva:

  • studia
  • si aggiorna
  • si adatta

Chi resta indietro, invece:

  • resiste
  • si irrigidisce
  • rimane fermo

4. Chi ha successo parla di idee. Chi fallisce parla d’altro

Le persone che crescono:

  • discutono progetti
  • condividono visioni
  • si confrontano

Quelle che non crescono:

  • criticano
  • commentano
  • sprecano energie

5. Chi ha successo sceglie bene le persone. Chi fallisce subisce l’ambiente

Le persone con cui passi il tempo contano.
Molto.

Chi ce-la-fa si circonda di persone che:

  • stimolano
  • supportano
  • fanno crescere

Chi non resta in ambienti:

  • negativi
  • lamentosi
  • prosciuganti

E ne paga il prezzo.

6. Chi ha successo si assume responsabilità. Chi fallisce dà la colpa

Chi cresce davvero sa che:
la vita è fatta di errori.

E li affronta.

Non cerca scuse.
Non scarica responsabilità.

Le persone che non crescono fanno l’opposto:
trovano sempre qualcuno o qualcosa da incolpare.

7. Chi ha successo continua a imparare. Chi fallisce si ferma

L’unico modo per crescere è:
continuare a imparare.

Chi ha successo:

  • resta curioso
  • cerca stimoli
  • si mette in discussione

Chi si blocca:

  • si aggrappa alle proprie certezze
  • diventa rigido
  • smette di evolvere

E alla prima difficoltà… si rompe.

8. Chi ha successo chiede. Gli altri temono il rifiuto

Molti non chiedono ciò che vogliono.

Per paura.

  • di essere rifiutati
  • di fallire
  • di esporsi

Ma così facendo… si auto-escludono.

Chi raggiunge il traguardo ha capito una cosa semplice:
il “no” fa parte del gioco.

9. Chi ha successo sceglie la strada difficile. Chi fallisce quella facile

Quando arriva il momento decisivo:
chi cresce prende decisioni difficili.

Dice dei “no”.
Si espone.
Si assume dei rischi.

Chi non cresce cerca scorciatoie.

Che spesso diventano strade senza uscita.

10. Chi ha successo ascolta. Chi fallisce parla. Troppo.

L’ascolto è una delle competenze più sottovalutate.

Chi ce la fa:

  • ascolta davvero
  • fa domande
  • comprende

Chi non ce la fa:

  • parla troppo
  • interrompe
  • vuole avere sempre ragione

E perde occasioni.

Nei miei libri ho spesso sottolineato la “potenza” dell’ascolto e del silenzio.

11. Chi ha successo mantiene un atteggiamento costruttivo. Chi fallisce si fa travolgere

Un atteggiamento positivo non significa essere ingenui.

Significa:

  • restare lucidi
  • reagire in modo utile
  • non farsi trascinare

Chi non riesce:

  • si abbatte facilmente
  • reagisce emotivamente
  • si lascia condizionare da tutto

12. Chi ha successo sa che non è solo denaro. Chi fallisce guarda solo l’apparenza

Per molti, successo significa:

  • soldi
  • status
  • immagine

Per chi “arriva” davvero, invece, è altro:

  • qualità delle relazioni
  • crescita personale
  • consapevolezza
  • equilibrio

Il successo non è solo ciò che hai.

È soprattutto chi sei.

Le persone di successo curano i dettagli.

Sanno che spesso la differenza tra ordinario e straordinario
sta nelle piccole cose fatte bene.

Non esiste una formula magica. Esistono scelte quotidiane.

Piccole,
ripetute,
coerenti.

Non serve rivoluzionare tutto.
Serve iniziare.

Magari da una sola cosa:
smettere di rimandare.

Perché il successo non arriva all’improvviso.
Si costruisce.
Ogni giorno.

Quando emerge la sensazione di “non andare da nessuna parte”,
il lavoro più utile è fare ordine:

cosa vuoi davvero, cosa ti trattiene,
cosa serve per ripartire.

Scopri il mio percorso di coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi – coaching mirato

7 metodi infallibili per fare scappare i collaboratori migliori – parte 2

errori dei manager

Foto di Kaz

Leggi anche la parte 1.

5. Mancanza di considerazione

A chiunque farebbe piacere sapere che sta lavorando bene.
Eppure…

Perché non chiediamo mai (a chi lavora con noi) pareri e feedback?
Perché tratteniamo le informazioni e non le condividiamo?
Condividere le informazioni è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente per chi lavora con te.

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Distribuire le varie responsabilità,
condividere le informazioni è un attestato di fiducia per i collaboratori …
è come dire a ciascuno di loro “Io mi fido di te”.

Quando i leader sono trasparenti, sinceri e onesti,
le persone sono motivate.

I dipendenti che non si sentono compresi e apprezzati (per i loro sforzi) perdono gradualmente entusiasmo.

Ricevere solo disposizioni dall’alto, senza partecipare (pur minimamente) al processo decisionale,
fa sentire le persone senza importanza,
inutili. Uno dei maggiori errori dei manager!

6. I favoritismi sono uno dei principali errori dei manager

In Paradiso si entra per favoritismo. Se si entrasse per merito, tu resteresti fuori ed il tuo cane entrerebbe al posto tuo.
Mark Twain

Spesso (forse senza rendercene neanche conto),
coinvolgiamo sempre e solo le stesse persone… manifestando le nostre preferenze in maniera evidente.

È naturale e normale,
sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre,
ma se poi dimostriamo faziosità, promuoviamo non il migliore ma il più fortunato o il più raccomandato,
perdiamo la stima di tutto il team e creiamo demotivazione.

Naturalmente ci sono collaboratori che sono e devono essere più coinvolti rispetto ad altri ma è necessario coinvolgere (con le dovute differenze) ogni membro del tuo team.

È importante dimostrare che viene promosso chi davvero svolge il proprio lavoro con costanza,
impegno e professionalità.

Leggi questo post per approfondire.

 


 

7. Tutto è dovuto

Se vuoi essere proprio sicuro di generare genera noia e sensazione di inutilità nel tuo team,
c’è una cosa semplicissima che puoi fare… anzi non fare.
Non fare niente.
Semplice no!

Aspettarsi che il lavoro venga fatto impeccabile come sempre, come se tutta la fatica non contasse nulla,
considerare i risultati ottenuti come qualcosa di dovuto, scontato,
semplicemente il frutto del lavoro.
E ci mancherebbe …

Non dire “Per favore” e “Grazie”.
Tutto è dovuto.
Ecco uno dei fondamentali errori dei manager.

Eppure spesso sono proprio i complimenti,
le gratificazioni e le ricompense (non per forza economiche) a stimolare il dipendente a crescere e non cambiare azienda.

“Grazie”e “Per favore” sono parole che si sentono sempre meno (non solo in ambito lavorativo),
nonostante racchiudano un grande valore positivo,
soprattutto nei momenti più difficili.

Leggi questo post per approfondire!

Nella gestione del team devi dare un valore aggiunto

Se gestisci un team (piccolo o grande, non fa differenza), quando operi a contatto con le persone,
se il tuo successo dipende dai collaboratori che gestisci,
devi riuscire a dare un valore aggiunto.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua gestione del team
 

Devi prendere coscienza dei mutamenti, adattarti a questi cambiamenti e porti domande su come migliorare e approcciare con più efficacia i tuoi collaboratori,
attraverso la comunicazione, i gesti e i comportamenti.

A volte,
una stretta di mano e un semplice “Grazie” o “Ottimo lavoro!” detto con sincerità,
guardando negli occhi il tuo collaboratore possono fare piccoli miracoli motivazionali!

Pochi considerano la gestione del team un valore o un’area strategica su cui investire.
Chi lo fa, vince!

7 metodi infallibili per fare scappare i collaboratori migliori – parte 1

errori dei manager

Foto di Kaz

Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?
Un modo affrettato e semplicistico di rispondere potrebbe essere: ottenere buoni risultati.
E senz’altro è (anche) vero.

È certamente utile comprendere cosa-fanno i manager di successo, ma altrettanto importante è conoscere cosa-non-fanno. Quali sono i principali errori dei manager.

Un buon manager è anche quello che non lascia fuggire i migliori talenti.
Infatti, non sono pochi i collaboratori che decidono di licenziarsi o di cambiare azienda proprio a causa dei propri superiori.

Ecco 7 metodi infallibili che provocano la fuga dei dipendenti migliori (e i concorrenti sentitamente ringraziano):

1. Rapporti professionali freddi

Che cosa trasmetti,
che cosa percepisce una persona quando entra nel tuo ufficio?
Avverte un’attenzione particolare, la tua partecipazione,
la tua disponibilità?

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Oppure rimane la gelida sensazione di essere accolto con sufficienza,
indifferenza o risentimento (sembra che si sta disturbando)?

Non sono pochi i responsabili di team che mi contattano,
lamentando problemi di rapporti con i collaboratori, con tutto il seguito di conflitti,
scarsi risultati, bruciori di stomaco e… notti insonni.

Distinguiamo professionalità e comportamento.
Allo stesso tempo puoi essere professionale e competente ma anche gelido,
scortese o scostante.

Le soddisfazioni emotive (riconoscimento, disponibilità, apprezzamento, empatia, ascolto, ecc.)
sono quelle più gratificanti ma anche quelle più sensibili e “pericolose”,
quando non sono soddisfatte.

Cerca di essere un team leader empatico e comprensivo, disposto all’ascolto,
capace di dialogare con i propri dipendenti,
alleggerisci la pressione e invoglia a parlare dei problemi … prima che sia troppo tardi!

2. Il micro-management è uno dei principali errori dei manager

I dipendenti migliori sono quelli che possono lavorare in autonomia,
perché sono in grado di autogestirsi senza nette direttive.

Allora che senso ha pretendere di verificare la corrispondenza, le mail,
di bloccare tutto finché non dai il tuo “OK”,
anche per questioni di secondaria importanza?

 


 

Lo sai che così facendo, limiti la capacità delle persone, scoraggi l’iniziativa,
blocchi la motivazione, la crescita professionale?

Se sei riluttante a delegare,
ti concentri sui dettagli e scoraggi le persone nel prendere l’iniziativa,
è facile che diventi “il collo di bottiglia” della tua attività e il motivo principale della fuga dei tuoi migliori collaboratori.

3. Azioni senza motivo

Sono sicuro che le azioni che proponi abbiano una ragione e uno scopo …
ma se le conosci solo tu… per il tuo team diventa demotivante e scoraggiante.

Le persone che lavorano con te hanno bisogno di conoscere lo scopo, il fine o il traguardo più alto.
Se non capiscono il significato del loro lavoro,
perdono passione ed entusiasmo.

I collaboratori (che lavorano per raggiungere obiettivi) che inaspettatamente vengono spostati … sentono spegnere il loro fuoco motivazionale.

Se imposti scadenze e obiettivi non realistici, le persone rinunciano;
stai demotivando i tuoi collaboratori perché le persone sono consapevoli che non potranno mai raggiungere quel traguardo impossibile.
Già alla partenza.

Senza scopo,
le ore di lavoro sono prive di significato.

 
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4. Incoerenza

“Credo ciò che dico, faccio ciò che credo.”
Victor Hugo

Per uccidere la fiducia delle persone in un colpo solo – e senza possibilità di espiazione – è sufficiente …
non mantenere la parola data.

Non sono pochi i lavoratori che si lamentano di un’opportunità promessa che non si è mai materializzata o del proprio capo che ha preso credito per il lavoro…
fatto dai collaboratori!

Onestà, integrità e fiducia sono assolutamente essenziali per la gestione del team e per il successo professionale.
L’incoerenza è un boccone amaro da digerire.
Per tutti.
È uno dei principali errori dei manager.

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