9 frasi che non dovresti mai dire sul tuo luogo di lavoro

frasi da evitare al lavoro

Foto di MabelAmber

Per molti di noi,
il lavoro è il luogo dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo.

Stare così tante ore nello stesso ambiente ci fa abbassare la soglia di attenzione.

Dimenticare il buon senso.

Assumere atteggiamenti che, senza accorgercene,
mettono a rischio la nostra professionalità.

Non lasciare che frasi apparentemente innocue come:

“Sei incinta?”

“Come sei magra? Perché non mangi?”

“Quanti anni hai? Davvero?”

“Come mai sei agghindato a festa? Hai un colloquio?”

danneggino la tua reputazione o ti facciano etichettare come una persona superficiale, banale, insolente.

Da evitare.

Ecco 9 frasi da evitare al lavoro per non mettere a repentaglio la tua credibilità.

1. “Scusa ma sono in ritardo”

Rispetta il tuo tempo.
E quello degli altri.
Punto.

Essere in ritardo (a una riunione, un progetto, una consegna) la dice lunga su di te.

Essere in orario significa:

  • rispetto
  • affidabilità
  • responsabilità

2. “Sì” (quando vorresti dire “no”)

Hai il “no” sulla punta della lingua,
ma per senso di colpa, paura del giudizio,
o per evitare un conflitto dici “sì”.

E poi arrivano:
ruminazioni,
colpevolizzazioni,
logorii mentali.

Se una richiesta ti mette in difficoltà,
non rispondere subito.

  • “Posso pensarci? Ti faccio sapere domani.”

Leggi il mio post su come dire NO senza offendere.

3. “No” (poi ci ripensi e dici “sì”)

Se torni facilmente indietro, comunichi che le tue posizioni sono negoziabili basta insistere un po’.

Risultato?
Le persone smettono di prenderti sul serio.

Cambiare idea è umano.

Ma non quando è guidato dalla paura del giudizio o dal bisogno di essere accettati.

4. “Sì” (quando sai già che poi dirai “no”)

Accettare per paura o indecisione,
sapendo che poi ritratterai via mail,
o tramite un collega-messaggero,
ti danneggia.

Comunica debolezza.
Mancanza di coerenza.
Scarsa assunzione di responsabilità.

I tuoi colleghi meritano una persona che ci mette la faccia.

5. “Ti rubo solo un secondo/minuto”

Quasi mai è vero.

Un minuto non basta.
E lo sappiamo entrambi.

Quando interrompi qualcuno,
stai interrompendo il suo flusso di lavoro.

Cambia approccio:
chiedi un momento, non “un minuto”.

Sarà l’altro a dirti quando è il momento giusto.

6. “Questo non è il mio lavoro”

Frase tossica.
Ti dipinge come inflessibile e poco collaborativo.

Oggi tutti svolgiamo (anche) compiti fuori dal mansionario.

Se una richiesta è davvero ingiusta,
chiedi di parlarne.
Ma non dire mai che “non è il tuo lavoro”.

La stima cala.
E la reputazione resta.

7. “Non lo so… non mi dicono mai niente”

Lamentarti del tuo scarso potere decisionale mina la tua credibilità.

È depotenziante.

Tutti, anche i dirigenti,
devono chiedere autorizzazioni.

Se ti mancano informazioni,
procuratele.
Non lamentarti.

8. “Sapete che Francesco esce con Giulia?”

Il gossip crea complicità momentanea.
Ma distrugge la fiducia.

Chi ti ascolta sa una cosa:
con te non può essere discreto.

Le vite private dei colleghi restano tali.

9. “Se tu fai/non fai… vado dal capo”

Non è una strategia.
È una minaccia.

E le minacce comunicano:
debolezza,
insicurezza,
infantilismo.

Se c’è un problema,
si affronta.

Non si ricatta.

Frasi da evitare al lavoro?

Spesso è solo buon senso.

In questa epoca di iper-controllo e politically correct,
non serve aggiungere nuove regole.

Servono:
attenzione,
consapevolezza,
rispetto.

Sono verità antiche.
Semplici.

Ma spesso dimenticate per superficialità e pigrizia.

In conclusione

La professionalità non si gioca nei grandi discorsi,
ma nelle frasi quotidiane.

Quelle che dici senza pensarci.
Ed è proprio lì che vale la pena diventare più consapevoli.

Nuovo lavoro: 10 modi per farsi apprezzare subito dai nuovi colleghi

nuovi colleghi
Come il primo giorno di scuola.

Cominciare un nuovo lavoro è un po’ come il primo giorno di scuola.

Di tempo ne è passato.
Ora sei grande.
Le apprensioni sembrano diverse.

Eppure, se ci pensi bene…
le domande sono le stesse.

Già nella prima settimana riaffiorano le insicurezze tipiche di quel giorno lì.

Soprattutto una:

sarò accettato dai nuovi colleghi?

  • “Come saranno?”
  • “Disponibili o arroganti?”
  • “Mi troverò bene?”
  • “Sarò giudicato?”
  • “Mi accetteranno o mangerò da solo come un reietto?”
  • “Piacerò a tutti?”

Domande normali.
Umanissime.

La buona notizia è che qualcosa puoi farla.
Per dare la giusta impressione.
E costruire rispetto fin dall’inizio.

Ecco 10 modi per farsi apprezzare dai nuovi colleghi, subito.

1. Essere in orario

Partiamo da una banalità grande quanto una casa.
Eppure, quanti ci cascano.

Traffico.
Parcheggio.
“Non pensavo che…”

No.

Essere in orario dice molto di te.
Rispetto.
Affidabilità.
Responsabilità.

2. Presentati

Non penserai davvero di nasconderti dietro al PC tutto il giorno. Vero?

Fatti coraggio.
Prendi iniziativa.
Presentati.
A tutti.

Apprezzeranno lo sforzo.

E prova a ricordare i nomi:
salutare qualcuno per nome il giorno dopo fa più effetto di mille parole.

Per ricordarsi i nomi dei nuovi colleghi leggi il mio post:
7 trucchi per ricordare il nome dei nostri clienti

3. Conosci i tuoi colleghi

Durante il pranzo o le pause caffè,
prenditi tempo.

Chiedi (davvero):
“Come stai?”

Potresti sorprenderti di quanto avete in comune.

E ricordati di sorridere.
La tensione del nuovo ruolo può “stamparti” in faccia un’espressione chiusa.

Messaggio sbagliato.
Persone lontane.

4. Offri il tuo aiuto

Fai sapere che sei disponibile.
Anche su progetti che non sono nel tuo to-do.

Con rispetto.
Senza invadere.
Senza prevaricare.

Dimostri spirito di squadra.
E impari come funzionano davvero le cose.

Una frase semplice:
“Posso aiutarti in qualche modo?”

La reputazione viaggia veloce.

5. Fai domande. Parla poco. Ascolta.

Nei primi giorni è facile parlare troppo di sé.
Per piacere.
Per dimostrare.

Fermati.
Ascolta.

Lascia l’ultima parola agli altri.
Non interrompere chi è concentrato o impegnato.

Un cenno, un “a più tardi”, è già rispetto.

6. Esprimi il piacere di unirti al team

Se ti senti davvero grato per l’opportunità,
dillo.

Ringrazia.
Riconosci l’aiuto ricevuto.

Ricorda anche questo:
per qualcuno, il tuo arrivo potrebbe sembrare una minaccia.
Anche se non lo sei.

7. “Posso sedermi qui?”

Non aspettare sempre l’invito.
Respira.
Mettiti in gioco.
Chiedi.

Sederti con gli altri a pranzo comunica apertura e sicurezza.
Accetta inviti per un caffè.

E, ogni tanto, non parlare solo di lavoro.

8. Non fare il saputello

“L’auto-presunzione può condurre all’auto-distruzione.”
Esopo

Resisti alla tentazione di impressionare.
Di correggere.
Di dimostrare.

Umiltà e rispetto battono competenza esibita.
Sempre.

Osserva.
Capisci come funziona l’azienda.
Mostra interesse genuino per le persone.

I risultati arriveranno.

9. Non lamentarti e non spettegolare

È una trappola facile.
E velocissima.

Stai fuori dalla “zona piagnucolosa”.
Evita gossip e lamentele, soprattutto all’inizio.

Un sorriso neutro basta.
Chi capisce, capisce.

10. Mostra interesse per i ruoli

Sapere chi fa cosa ti fa lavorare meglio.
E prima.

Fare domande sul ruolo degli altri dimostra interesse vero.

Osserva il contesto:

  • Ambiente informale o formale?
  • Dopo il lavoro si socializza o si scappa a casa?
  • Il tempo insieme è valore o inefficienza?

Adatta il tuo stile.
Almeno all’inizio.

Chi ben comincia…

In definitiva

Non devi piacere a tutti.
Devi essere rispettoso, autentico e presente.

Comprendere il contesto aiuta.
Adeguarsi per farsi accettare, all’inizio, è intelligente.

Ma perdere sé stessi per piacere… no.

Rispetto e assertività possono convivere.
E fanno la differenza,
da subito.

Gestire ex colleghi: 11 spunti di successo per la tua leadership

gestire ex colleghi
Diventare il capo è una transizione entusiasmante e appagante.

Ma può anche rivelarsi piuttosto stressante.

Soprattutto quando diventi il leader di persone che, fino a poco tempo prima, erano tuoi colleghi.

“La leadership è azione, non posizione.”

Donald H. McGannon

C’è l’ex collega che, dopo la tua promozione, comincia a guardarti con sospetto o gelosia.

Quello che continua a trattarti come uno del gruppo. E quello che ti considera ancora un amicone e non ha ancora realizzato che adesso il tuo ruolo è cambiato.

Fino a ieri anche tu parlavi del capo.
Adesso, dall’altra parte, ci sei tu.

E forse scopri che è un po’ più complicato di quanto immaginavi.

Dovrai costruire credibilità e autorevolezza senza comportarti come se la promozione ti avesse dato alla testa.

Perché adesso sei responsabile anche della produttività e dei risultati del team.

Ecco 11 spunti per gestire questa delicata transizione.

1. Accetta che i rapporti con gli ex colleghi cambieranno

Prima ne prendi consapevolezza, meglio è.

Cambiano le dinamiche, le responsabilità, gli obiettivi e la pressione. Potresti anche essere costretto a prendere decisioni impopolari.

Fino a ieri condividevi malcontento, confidenze e magari qualche critica. Oggi assegni il lavoro, valuti risultati e prestazioni, prendi decisioni che riguardano quelle stesse persone.

Il rapporto non può rimanere identico.

Non sei diventato un’altra persona.
È cambiato il tuo ruolo.

2. Stabilisci nuovi confini

Il rapporto con i tuoi ex colleghi deve essere rimodellato.

Alcuni confini devono essere ridefiniti. Alcuni argomenti che prima potevi affrontare liberamente, oggi richiedono maggiore attenzione.

Questo non significa diventare improvvisamente freddo, distante o indisponibile.

Significa capire che non puoi continuare a comportarti esattamente come prima.

Può capitare anche di sentirti un po’ più solo o escluso. Fa parte della transizione.

L’importante è non compensare questa sensazione cercando continuamente di tornare a essere uno del gruppo.

3. Rendi chiara la transizione

Normalmente è l’azienda ad annunciare formalmente una promozione.

Se non avviene, concorda con il tuo responsabile o con le Risorse Umane come comunicare il cambiamento.

L’importante è che ruolo e responsabilità siano chiari a tutti.

Evita però proclami o dimostrazioni di forza.

Non hai bisogno di ricordare continuamente agli altri che adesso sei tu il capo.

4. Non cambiare tutto appena arrivi

La tentazione può essere forte.

Finalmente puoi modificare quelle procedure che hai sempre criticato, sistemare ciò che secondo te non funzionava e dimostrare subito che hai idee.

Calma.

Cambiamenti troppo rapidi possono generare resistenza e, soprattutto, farti prendere decisioni senza avere ancora la prospettiva del nuovo ruolo.

Parti dalle questioni più semplici.

Per quelle importanti, osserva, raccogli informazioni, ascolta le persone e poi decidi.

La promozione non ti obbliga a dimostrare immediatamente che cambierai tutto.

5. Costruisci la tua autorità senza esibirla

Essere al comando non significa dare continue dimostrazioni di autorità.

Spiega piuttosto come intendi lavorare, quali sono le tue aspettative e quali obiettivi vuoi raggiungere con il gruppo.

Può essere utile incontrare il team insieme e poi, quando possibile, parlare individualmente con ogni collaboratore.

Chiarisci:

  • cosa ti aspetti;
  • quali saranno le priorità;
  • come intendi lavorare;
  • cosa possono aspettarsi da te.

E soprattutto ascolta.

Non devi convincere tutti che sarai un grande capo. Devi iniziare a comportarti come un buon leader.

6. Non aspettarti che tutti continuino a parlarti come prima

Quando passi da collega a responsabile, qualcosa inevitabilmente cambia.

Le persone possono diventare più guardinghe.
Alcune confidenze spariscono.
Potresti non essere più coinvolto in certe conversazioni.

Non prenderla necessariamente sul personale.

I tuoi collaboratori stanno ridefinendo il rapporto con te esattamente come tu lo stai ridefinendo con loro.

Lascia loro il tempo necessario.

7. Affronta il collega deluso dalla tua promozione

La situazione diventa più delicata se uno dei tuoi ex colleghi desiderava proprio il ruolo che hai ottenuto tu.

Potrebbe essere deluso, frustrato o arrabbiato.

Non ignorarlo.

Non devi scusarti per essere stato scelto, ma puoi riconoscere la situazione e mostrare rispetto per la persona.

Potresti dirgli:

  • “Capisco che tu possa essere deluso. Per me rimani una parte importante del team e vorrei continuare a valorizzare il tuo contributo.”

Poi saranno soprattutto i tuoi comportamenti nel tempo a rendere credibili queste parole.

8. Rimani disponibile al dialogo

La maggiore distanza professionale non deve trasformarsi in chiusura.

Continua a confrontarti, ascoltare idee e accogliere opinioni.

Se la precedente confidenza crea qualche imbarazzo o tensione, affronta la questione direttamente e con rispetto.

Potresti scoprire che anche il tuo ex collega non sa bene come comportarsi con te.

Un rapporto professionale diverso non deve necessariamente diventare un rapporto peggiore.

9. Esci dal circuito dei pettegolezzi

Fino a ieri magari partecipavi anche tu a qualche commento sul capo, sull’azienda o sui colleghi.

Adesso devi stare molto più attento.

Una battuta che prima sembrava innocua può assumere un peso completamente diverso se arriva dal responsabile.

Non significa diventare rigido o perdere il senso dell’umorismo.

Significa evitare pettegolezzi, schieramenti e confidenze che potrebbero compromettere la fiducia nel tuo ruolo.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Al gestire ex colleghi ho dedicato un intero capitolo nel mio libro “Prima volta Leader”.

10. Tratta tutti con rispetto e imparzialità

Probabilmente hai costruito rapporti più stretti con alcuni colleghi.

È naturale.

Ma ora devi evitare che queste relazioni influenzino — o sembrino influenzare — assegnazioni, opportunità, valutazioni e decisioni.

Anche se sei convinto di essere imparziale, gli altri osservano i tuoi comportamenti.

Fai attenzione soprattutto a:

  • chi coinvolgi più spesso;
  • a chi concedi maggiore flessibilità;
  • chi ascolti maggiormente;
  • come distribuisci opportunità e responsabilità.

Non devi rinnegare le vecchie amicizie.
Devi impedire che diventino favoritismi.

11. Non cercare l’approvazione dei tuoi ex colleghi

Questa probabilmente è una delle trappole più insidiose.

Vuoi continuare a essere apprezzato. Non vuoi sembrare quello che, appena promosso, cambia atteggiamento.

Così rischi di diventare troppo accomodante, evitare decisioni difficili o concedere ciò che non concederesti ad altri.

Ma guidare un team non significa essere popolari.

Significa prendere decisioni, assumersi responsabilità, trattare le persone con rispetto e mantenere l’attenzione sugli obiettivi.

Se hai continuamente bisogno dell’approvazione dei tuoi ex colleghi, saranno loro a guidare te.


Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Gestire ex colleghi: sfrutta ciò che già conosci, senza pensare di sapere tutto

In questa transizione hai anche un vantaggio importante: conosci già le persone e il funzionamento del team.

Sai chi ha esperienza, chi è autonomo, chi ha bisogno di maggiore supporto. Conosci molti punti di forza, alcune difficoltà e diversi meccanismi di lavoro.

Usa questa conoscenza come punto di partenza, non come sentenza definitiva.

Il tuo nuovo ruolo potrebbe farti vedere persone e situazioni da una prospettiva diversa.

Dai fiducia.
Chiedi suggerimenti.
Rimani aperto alle idee.
Riconosci i contributi.
Sostieni la crescita delle persone.

Aumenta, quando necessario, la distanza professionale, ma rimani connesso al team.

Gestire ex colleghi?

Rimani te stesso, ma accetta che il tuo ruolo sia cambiato.

Gestire ex colleghi è allo stesso tempo una sfida e un’opportunità di crescita. Può diventare anche uno dei primi veri banchi di prova della tua leadership.

4 pensieri folli che ti assalgono quando attendi una risposta da troppo tempo

stress al lavoro
Dovremmo pensare molto meno.

O meglio: dovremmo rimuginare molto meno.

Soprattutto sul lavoro, dove basta una risposta tardiva per mettere in moto pensieri, interpretazioni e conclusioni che spesso hanno poco a che fare con la realtà.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto la vicenda di Jonathan.

Ogni volta che un collega, il capo o un cliente impiegava “troppo tempo” a rispondere a una sua richiesta, la sua mente iniziava a correre.

E a presumere il peggio.

Più o meno funzionava così:

“Non mi risponde.
Allora c’è un problema.
Il problema sono io.
Non mi darà l’informazione che mi serve.
Resterò indietro con il progetto.
Non rispetterò la scadenza…”

Da una semplice risposta che non arriva, in pochi passaggi Jonathan era già arrivato al disastro professionale.

Altro che stress al lavoro. Esagerato?

Forse. Ma quando siamo sotto pressione è facile riempire il vuoto con le nostre interpretazioni.

E più aspettiamo, più la fantasia può prendere il posto dei fatti.

Ecco 4 pensieri che possono assalirti quando aspetti una risposta per quello che tu consideri “troppo tempo”.

1. “Non mi tengono in considerazione”

Hai inviato una mail.

Aspetti.

Niente.

Passa altro tempo e ancora silenzio-radio.

A quel punto può partire il pensiero:

“Ecco, non mi considerano.”

La sensazione di essere ignorati è frustrante, soprattutto quando ritieni che il tuo lavoro sia importante e che la richiesta meriti attenzione.

Ma una mancata risposta non dimostra automaticamente una mancanza di considerazione.

L’altra persona potrebbe essere impegnata, avere altre priorità, aver rimandato la risposta o semplicemente essersi dimenticata.

Il silenzio dell’altro lascia uno spazio vuoto.
E noi siamo bravissimi a riempirlo con le nostre interpretazioni.

2. “E se non piaccio?”

Qui il salto diventa ancora più grande.

Non ti hanno risposto e cominci a chiederti se il problema non sia soltanto la tua richiesta.

Forse il problema sei tu.

Non piaci.
Non sei considerato abbastanza competente.
Non sei apprezzato come professionista.

Quando siamo troppo condizionati da ciò che pensano gli altri, anche un semplice ritardo può trasformarsi in una valutazione personale.

Ma attenzione: stai passando da un fatto…

“Non ho ancora ricevuto risposta.”

…a un’interpretazione:

“Non mi risponde perché non mi considera.”

Sono due cose molto diverse.

3. “Si sarà offeso?”

Rileggi la mail.

Una volta.

Poi ancora.

“Forse sono stato troppo diretto.”

“Quella frase poteva essere interpretata male.”

“Forse avrei dovuto scriverla diversamente.”

La comunicazione scritta può effettivamente creare incomprensioni: mancano tono della voce, espressioni e molti segnali che aiutano a interpretare le intenzioni dell’altro.

Una frase sintetica può sembrare brusca. Una richiesta diretta può apparire fredda.

Quindi il dubbio può anche essere legittimo.

Il problema nasce quando dal dubbio passi direttamente alla certezza di aver offeso qualcuno.

Un’ipotesi non diventa un fatto soltanto perché continui a pensarci.

Se hai davvero motivo di credere che il tuo messaggio sia stato poco chiaro o eccessivamente brusco, puoi sempre chiarirlo.

Altrimenti, aspetta prima di costruire una storia che potrebbe esistere soltanto nella tua testa.

4. “Oddio… sto per essere licenziato?”

Ecco lo stress al lavoro: qui la fantasia ha ormai messo il turbo.

Una risposta tarda ad arrivare e inizi a collegare altri piccoli segnali:

  • nessuno ti ha aggiornato su quella riunione;
  • non hai ancora ricevuto un’informazione;
  • il capo ultimamente sembra più distante.

Ed eccola lì:

“Mi stanno facendo fuori.”

Naturalmente esistono situazioni nelle quali determinati cambiamenti meritano attenzione.

Ma una mail senza risposta, da sola, non è una prova di esclusione o di un imminente licenziamento.

Prima di arrivare alla conclusione peggiore, chiediti quali fatti concreti hai realmente a disposizione.

Stress al lavoro? Quando aspetti troppo, resta ai fatti

“Il buio e l’attesa hanno lo stesso colore.”
Giorgio Faletti

Quando senti che la mente sta iniziando a costruire scenari sempre più negativi, fermati un momento.

Chiediti:

  • Che cosa so realmente?
  • Che cosa sto invece immaginando?
  • Ho elementi concreti per arrivare a questa conclusione?
  • Posso semplicemente chiedere un aggiornamento?

Molto spesso il fatto è uno solo:

non hai ancora ricevuto una risposta.

Tutto il resto, almeno per il momento, è interpretazione.

E ricorda che non tutti condividono le stesse priorità. Ciò che per te è urgente e fondamentale, per un’altra persona potrebbe essere una delle tante questioni da affrontare durante la giornata.

Se hai bisogno di una risposta entro una certa data, comunicalo chiaramente.

Fai un follow-up semplice e professionale:

“Ti ricontatto rispetto alla mia mail.
Quando pensi di riuscire a darmi un riscontro?”

Non serve tormentarti per ore cercando di capire cosa significhi quel silenzio.

Chiedi.
Verifica.
Resta ai fatti.

Perché finché lavoreremo con altre persone saremo esposti ad attese, incomprensioni, stress al lavoro, ma anche ritardi e risposte diverse da quelle che vorremmo.

Non possiamo controllare tutto questo.

Possiamo però evitare di lasciare che una risposta che tarda ad arrivare diventi, nella nostra testa, una catastrofe che non è ancora accaduta.

9 spunti per diventare un modello agli occhi dei tuoi collaboratori

grande leader
La prima volta che ti trovi a guidare un gruppo di persone è facile sentirsi impreparati.

Puoi reagire con troppa rigidità, poca fiducia oppure, al contrario, con eccessiva sicurezza.

Ma per diventare un leader credibile non basta distribuire compiti, inviare mail e controllare che tutti facciano il proprio lavoro.

La leadership si vede soprattutto nel modo in cui le persone vivono il rapporto con te.

Ed è proprio qui che puoi diventare, nel tempo, un punto di riferimento per il tuo team.

1. Indica una direzione chiara

Le persone vogliono sapere dove state andando.

Qual è la priorità?

Qual è il risultato atteso?

Cosa conta davvero?

Un team senza direzione si riempie facilmente di dubbi, interpretazioni e dispersione.

Non devi avere tutte le risposte.

Devi però riuscire a dare un orientamento comprensibile e coerente.

Un leader non deve sapere tutto.
Deve aiutare il team a capire dove sta andando.

2. Tira fuori il meglio dalle persone

Non parlare soltanto di ciò che non funziona.

Osserva anche i punti di forza.

Aiuta i collaboratori a svilupparli.

Concedi spazio per imparare e, quando è possibile, anche per sbagliare senza trasformare ogni errore in una condanna.

Un leader che vuole diventare un riferimento dovrebbe chiedersi spesso:

  • dove questa persona può crescere?
  • cosa sa fare bene?
  • cosa posso fare per responsabilizzarla di più?

Far crescere il team significa anche smettere di guardarlo solo attraverso i suoi errori.

3. Interessati davvero alle persone

Un collaboratore non è soltanto il ruolo che occupa.

Non significa diventare invadente o trasformare il rapporto professionale in amicizia.

Significa conoscere abbastanza le persone da capire cosa le motiva, cosa le mette in difficoltà e quando hanno bisogno di essere ascoltate.

Le persone percepiscono rapidamente se il tuo interesse è autentico oppure di circostanza.

E questo incide molto sulla fiducia.

4. Dimostra integrità

Coerenza, correttezza, trasparenza.

Sono parole semplici, ma diventano molto concrete quando devi prendere una decisione difficile.

Dire una cosa e farne un’altra.

Promettere e poi dimenticare.

Cambiare criterio secondo la persona.

Sono comportamenti che erodono rapidamente credibilità.

L’autorevolezza cresce quando le persone sanno cosa aspettarsi da te.

Non devi avere sempre ragione.

Devi essere disposto a fare la cosa che ritieni corretta e ad assumertene la responsabilità.

5. Dai fiducia nei momenti difficili

Nei periodi di cambiamento, pressione o incertezza, il team osserva molto il leader.

Non serve fingere ottimismo.

Se la situazione è difficile, va detto.

Ma puoi comunque aiutare le persone a distinguere:

  • ciò che sappiamo;
  • ciò che non sappiamo ancora;
  • ciò che possiamo fare adesso.

Questo riduce confusione e senso di impotenza.

Dare fiducia non significa promettere che andrà tutto bene. Significa mostrare che c’è ancora una direzione possibile.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Costruisci fiducia con i comportamenti

La fiducia non nasce dalle dichiarazioni.

Nasce dalla coerenza.

Mantieni gli impegni. Condividi le informazioni che servono. Dai credito alle persone. Assumiti la responsabilità quando sbagli.

La fiducia richiede tempo per crescere e può essere danneggiata molto rapidamente.

Ma non è necessariamente irrecuperabile.

Si ricostruisce, se i comportamenti cambiano davvero e restano coerenti nel tempo.

7. Bilancia forza e umiltà

Essere sicuri non significa sentirsi superiori.

Puoi essere deciso e allo stesso tempo disponibile ad ascoltare.

Puoi avere responsabilità maggiori senza dimenticare il contributo degli altri.

Puoi ricevere un riconoscimento senza trasformarlo in un successo esclusivamente tuo.

La forza senza umiltà diventa facilmente arroganza.
L’umiltà senza forza rischia di diventare esitazione.

Un buon leader deve saper tenere insieme entrambe.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

8. Resta stabile sotto pressione

Nei momenti difficili, il team non ha bisogno di un leader che finga di non essere preoccupato.

Ha bisogno di qualcuno che non scarichi la propria agitazione sugli altri.

Fermati.
Raccogli le informazioni.
Distingui ciò che è urgente da ciò che può aspettare.

Comunica in modo chiaro.

Non significa essere freddi.

Significa evitare che la tua ansia diventi l’ansia di tutto il gruppo.

9. Porta a casa il risultato

Leadership non è soltanto relazione.

C’è anche un risultato da raggiungere.

Un leader deve saper mantenere il focus, prendere decisioni, correggere la rotta e aiutare il team a non disperdersi.

Questo non significa “vincere a ogni costo”.

Significa non perdere di vista ciò per cui il team esiste.

Le persone difficilmente considereranno un modello un leader molto empatico ma incapace di decidere, organizzare o ottenere risultati.

Titolo e competenze non bastano

Un cliente mi disse:

“Sono il direttore. Ho il ruolo e le competenze. Non vedo perché il mio team non dovrebbe fidarsi di me.”

Il punto è proprio questo.

Il ruolo può darti autorità formale.

Le competenze possono darti credibilità tecnica.

Ma diventare un riferimento richiede qualcosa in più.

Come ti comporti quando c’è pressione?
Come tratti le persone?
Mantieni quello che prometti?
Sai decidere?
Sai ascoltare?

È lì che nasce la risposta alla domanda più importante:

Perché le persone dovrebbero scegliere di seguirti, oltre al fatto che sei il capo?