Il lavoro non ti dà un senso. Sei tu che lo porti al lavoro.

È lunedì mattina.

Arrivi al lavoro, accendi il computer e inizi la giornata. Controlli le mail, rispondi ai primi messaggi, partecipi a una riunione. Tutto procede normalmente.

Eppure, a un certo punto, compare un pensiero difficile da ignorare:

“Ma che senso ha tutto questo?”

Non perché il lavoro sia terribile.
Non perché tu voglia licenziarti.

Semplicemente perché qualcosa sembra mancare.

Molte persone passano anni a cercare il lavoro che finalmente darà significato alle loro giornate.

Il ruolo giusto.
L’azienda giusta.
Il capo giusto.
Le condizioni giuste.

L’idea è semplice:

Da qualche parte esiste un lavoro capace di dare finalmente senso alle mie giornate.

Forse però stiamo cercando nel posto sbagliato.

Il tuo capo non può darti uno scopo

Può aiutarti a crescere, valorizzarti e offrirti opportunità. Può rendere il tuo lavoro più interessante oppure più difficile.

Ma non può decidere perché ti alzi dal letto ogni mattina.

Quella parte spetta a te.

Lo stesso vale per l’organizzazione. Visione, valori, obiettivi condivisi e senso di appartenenza sono importanti.

Ma non bastano.

Il significato non dipende solo dal lavoro

Immagina due persone che lavorano nello stesso ufficio amministrativo.

Entrambe gestiscono pratiche, documenti e scadenze. Svolgono attività molto simili.

Se chiedi alla prima che lavoro fa, potrebbe risponderti:

  • “Compilo moduli tutto il giorno.”

La seconda potrebbe dire:

  • “Aiuto le persone a ottenere ciò di cui hanno bisogno.”

Le attività sono quasi identiche.

Il significato no.

Questo non significa che la seconda abbia capito tutto e la prima debba semplicemente cambiare atteggiamento.

Un lavoro può essere davvero povero, ripetitivo, mal pagato o lontano da quello che desideriamo. Un cattivo ambiente di lavoro rimane un cattivo ambiente di lavoro.

Il lavoro conta.
Ma conta anche il significato che attribuisci a ciò che stai facendo.

Quando aspetti che sia il lavoro a darti un senso

Quando aspetti che sia il lavoro a darti un significato, rischi di far dipendere troppo da ciò che succede intorno a te.

Dal capo.
Dall’ambiente.
Dai riconoscimenti.
Dall’approvazione degli altri.

E quando qualcosa manca può iniziare un altro pensiero:

Forse sono nel posto sbagliato.

A volte è vero.

Altre volte, prima di cambiare lavoro, vale la pena capire meglio che cosa stai cercando di cambiare.

Se ti riconosci in questa situazione, può esserti utile anche leggere “Hai davvero scelto la carriera sbagliata?”. Perché non sempre una fase difficile dice qualcosa sull’intera carriera.

Perché lavori davvero?

Per garantire serenità alla tua famiglia?
Per costruire qualcosa?
Per sentirti utile?
Per crescere?
Per avere maggiore libertà?

Le risposte possono essere molto diverse.

Non devono essere nobili.
Non devono essere perfette.

Devono essere sincere.

Magari lavori soprattutto perché hai bisogno di uno stipendio. Non c’è niente da nobilitare.

Ma anche dentro quella risposta può esserci qualcosa che conta: l’autonomia, la sicurezza, la possibilità di occuparti delle persone che ami, una vita fuori dal lavoro che vuoi proteggere.

Il tuo scopo non deve necessariamente coincidere con la tua professione.

Forse è proprio questo uno degli equivoci: chiediamo al lavoro di dare un senso alla nostra vita quando potrebbe bastare capire quale posto vogliamo che abbia nella nostra vita.

Avere uno scopo non significa amare ogni giornata

Anche le cose più significative possono essere faticose.

Chi è genitore lo sa bene. Essere genitori può dare un senso profondo alla vita e, allo stesso tempo, portare stanchezza, preoccupazioni e frustrazioni.

Lo stesso vale per il lavoro.

Le difficoltà non spariscono. Le persone difficili restano difficili.

E il lunedì resta lunedì.

Non sempre continui perché sei motivato.
A volte continui perché sai perché lo stai facendo.

E se davvero non lo trovi più?

Può succedere.

Puoi guardare il tuo lavoro e non trovare più una risposta che ti convinca. Quello che per anni ti ha fatto andare avanti oggi potrebbe non bastare più.

Non devi per forza inventarti un significato.

E nemmeno convincerti che va tutto bene.

Forse è arrivato il momento di cambiare qualcosa. Ma prima di decidere cosa, può essere utile capire che cosa si è svuotato.

Il lavoro?
Il ruolo?
L’ambiente?
Le prospettive?
Oppure il significato che quel lavoro aveva per te?

Non sono la stessa cosa.

Se ti senti fermo, svuotato o senza direzione professionale, il mio percorso “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” nasce proprio da qui: fare chiarezza prima di prendere decisioni affrettate.

Domani mattina

Quando inizi a lavorare, prova per un momento a non chiederti:

  • “Che cosa mi dà questo lavoro?”

Chiediti invece:

  • “Che cosa porto io dentro questo lavoro?”

Non serve trovare una risposta importante.

Può essere il modo in cui tratti una persona.
La sicurezza economica che stai costruendo.
Qualcosa che vuoi imparare.
Il fatto di fare bene una cosa anche quando nessuno la vede.

E se non trovi niente, non forzare la risposta.

Anche quello può dirti qualcosa.

Forse il senso non è nascosto da qualche parte nel tuo lavoro, in attesa che tu lo trovi.

Forse una parte entra con te dalla porta ogni mattina.

Oppure non entra affatto.

Ti senti troppo vecchio per il mercato del lavoro? Forse non sai ancora quali carte hai

troppo vecchio per il mercato del lavoro
Lorenzo ha avuto una buona carriera professionale.

Per molti anni ha lavorato come funzionario bancario, ricoprendo ruoli di responsabilità e ottenendo risultati. Non aveva particolari motivi per dubitare del proprio valore professionale.

Poi, intorno ai 50 anni, la banca nella quale lavorava attraversa una ristrutturazione.

Lorenzo vede persone con molta esperienza lasciare l’organizzazione e nuovi profili, più giovani, prendere spazio.

Probabilmente osserva anche qualcosa di reale: in certe aziende e per certe posizioni, essere senior può effettivamente rendere le cose più difficili.

Ma da quel momento succede anche qualcos’altro.

Il dubbio gli si installa in testa.

Lorenzo comincia a utilizzare spesso una parola: vecchio.

Troppo vecchio per essere interessante.
Troppo vecchio rispetto a chi arriva.
Troppo vecchio per essere scelto da un’azienda che può puntare su qualcuno di dieci o quindici anni più giovane.

Troppo vecchio per il mercato del lavoro.

Quando cominci a guardarti con gli occhi dell’età

Qualche giorno fa stavamo lavorando sul suo curriculum.

Arriviamo alla fotografia e scopro che l’ha ritoccata. Non semplicemente per migliorarla: per sembrare più giovane.

Poi c’è la questione della data di nascita. Preferisce non indicarla.

La sua posizione è chiara:

“Devono valutarmi per le mie competenze, non per la mia età.”

Posso capirlo.

Ma proprio quella frase mi ha fatto pensare a una domanda:

E se una parte delle tue competenze esistesse proprio grazie alla tua età?

Quando gli anni diventano esperienza

Essere più anziano non significa automaticamente essere più competente.

Puoi avere trent’anni di lavoro alle spalle senza aver trasformato quegli anni in particolare esperienza. Così come puoi incontrare professionisti molto più giovani con capacità, maturità e competenze notevoli.

La seniority non è una medaglia che ricevi al raggiungimento di una certa età.
È ciò che sei riuscito a costruire attraverso gli anni.

E gli anni, quando riesci a trasformarli in esperienza, possono lasciarti molto:

  • situazioni già vissute e problemi affrontati;
  • errori commessi, riconosciuti e non ripetuti;
  • persone molto diverse con cui hai imparato a lavorare;
  • decisioni prese senza avere tutte le informazioni;
  • la capacità di riconoscere prima una situazione che rischia di diventare problematica;
  • maggiore consapevolezza di ciò che sai fare e anche dei tuoi limiti.

A venticinque o trent’anni molte di queste cose semplicemente non potevi averle.

Non perché fossi meno bravo. Non avevi ancora avuto il tempo di viverle.

Non devi convincerti che “vecchio è bello”

È qui che tornerei per un momento a Lorenzo.

Sarebbe ingenuo dirgli, o dirti, che l’età nel mercato del lavoro non conta. A volte conta eccome e può rappresentare uno svantaggio.

Ma non devi convincerti che “vecchio è bello”.

Devi fare un lavoro più serio: guardare il tuo percorso professionale e chiederti che cosa ti ha lasciato che un tempo non possedevi.

Perché c’è una differenza tra essere consapevole degli ostacoli che puoi incontrare come senior sul mercato e cominciare a considerare te stesso un professionista “vecchio”.

Non dovresti essere tu il primo a svalutare ciò che gli anni hanno costruito.

La domanda allora cambia:

Che cosa so vedere, capire e gestire oggi che 15-20 anni fa non avrei saputo vedere, capire e gestire allo stesso modo?

La risposta non sarà: “Ho vent’anni di esperienza”.

Sarà ciò che quei vent’anni hanno costruito.

Prima di giocare le tue carte devi riconoscerle

Capacità di giudizio.
Mestiere.
Lettura delle situazioni.
Consapevolezza dei tuoi limiti.

Capacità di non agitarti davanti a problemi già incontrati. E magari quella lucidità che ti permette di capire quando intervenire e quando, invece, è meglio aspettare.

Sono queste le carte che puoi ancora giocare sul mercato. Ma per giocarle devi prima riconoscerle tu stesso.

Quando ti senti troppo vecchio per il mercato del lavoro, è facile concentrarti su ciò che gli anni sembrano averti tolto.

È proprio allora che vale la pena fare il percorso contrario:

Fare l’inventario di ciò che gli anni ti hanno lasciato.

Non per vivere di rendita sul passato.

Ma per riconoscere le situazioni che hai affrontato, le responsabilità che ti sei assunto, i problemi che oggi sai gestire meglio e quelle competenze diventate talmente naturali da non considerarle più un valore.


Fai fatica a riconoscere il tuo valore professionale o a capire quali carte puoi ancora giocare?

Un percorso di coaching può aiutarti a fare chiarezza su ciò che hai costruito e su come ripartire da lì.

Scopri il percorso “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

Lorenzo vorrebbe essere valutato per le sue competenze e non per la sua età.

Ma forse non dovrebbe avere troppa fretta di separare le due cose. E nemmeno tu.

Perché una parte delle competenze che oggi ti rendono un professionista migliore è nata proprio negli anni che potresti essere tentato di nascondere.

Che cosa mi hanno lasciato tutti questi anni che oggi posso ancora mettere sul tavolo?

Il valore della seniority non sono gli anni accumulati.

È quello che, professionalmente, sei riuscito a farne.

Faccia a faccia con la persona più difficile da gestire

persona difficile da gestire
Qualche tempo fa una cliente (funzionaria di una nota banca italiana) arrivò in coaching convinta di sapere quale fosse il problema.

Il capo.

Non aveva dubbi.

Durante la prima mezz’ora parlò quasi esclusivamente di lui.

Di ciò che avrebbe dovuto fare.
Di come avrebbe dovuto comunicare.
Di tutto quello che stava sbagliando.
Di quanto fosse una persona difficile da gestire.

Alla fine le chiesi:

“Immaginiamo che il tuo capo non cambi mai. Tu che cosa puoi fare?”

Mi guardò in silenzio.

Come se quella possibilità non l’avesse mai presa in considerazione.

Ed è in quel momento ho capito una cosa.

Molte persone non rimangono bloccate perché hanno un capo difficile.

Rimangono bloccate perché consegnano al capo il controllo della propria crescita.

Mentre leggi queste righe, probabilmente il volto di qualcuno ti è già venuto in mente.

È normale.

Il nostro cervello è incredibilmente bravo a individuare ciò che gli altri dovrebbero fare meglio.

È veloce.
Preciso.
Quasi instancabile.

Riesce a trovare con facilità gli errori del capo, le mancanze del team, le debolezze dei colleghi, le incoerenze dell’azienda.

Il problema è che, mentre osserva gli altri, smette di osservare te.

Ed è qui che nasce una delle trappole più frequenti nella vita professionale.

Quando il problema è sempre fuori da te

Ogni volta che qualcosa non funziona, la tua attenzione va immediatamente all’esterno.

“Se il mio capo comunicasse meglio…”

“Se il mio collaboratore fosse più responsabile…”

“Se il team fosse più motivato…”

“Se il cliente fosse più ragionevole…”

Molte di queste osservazioni possono essere vere.

Esistono capi incompetenti.
Collaboratori arroganti.
Clienti impossibili.
Aziende disorganizzate.

Non sto dicendo che il problema sia sempre tu.

Sto dicendo un’altra cosa.

Molto più scomoda.

La vera trappola

Ogni volta che concentri tutta la tua attenzione su ciò che dovrebbero fare gli altri, senza accorgertene, consegni a loro il controllo della tua crescita.

È questa la trappola.

Perché se il miglioramento della tua situazione dipende da qualcun altro, tu puoi fare ben poco.

Aspetti.
Speri.
Ti lamenti.

Ti convinci che il giorno in cui il tuo capo cambierà, finalmente lavorerai bene.

Che quando il collega diventerà più collaborativo, tutto sarà più semplice.

Che quando il team maturerà, riuscirai finalmente a guidarlo.

Nel frattempo, però, la tua crescita rimane in pausa.

È una scena che vedo spesso nel coaching

Mi capita frequentemente.

Una persona arriva convinta che il problema sia il capo.

Oppure il team.
Oppure l’azienda.

Per buona parte dell’incontro parliamo degli altri.

Poi, lentamente, la conversazione cambia direzione.

Non perché gli altri smettano di avere responsabilità.

Ma perché emerge una domanda diversa.

“Su che cosa hai davvero il potere di intervenire?”

È quasi sempre in quel momento che qualcosa si sblocca.

Non cambia il capo.
Non cambia il collega.

Cambia la qualità delle domande che la persona inizia a farsi.

Ed è lì che ricompare il margine di azione.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

La persona difficile da gestire sulla quale hai più influenza

Esiste una persona che puoi osservare ogni giorno.

Puoi cambiare il suo modo di comunicare.

Il suo atteggiamento.
Le sue reazioni.
Le sue abitudini.
Il modo in cui ascolta.
Il modo in cui guida.
Il modo in cui affronta un conflitto.

Quella persona sei tu.

È anche quella sulla quale hai il margine di intervento più grande.

Più tempo investi nel progettare il cambiamento degli altri, meno tempo rimane per cambiare l’unica persona sulla quale hai davvero un’influenza.

Ed è un investimento che, quasi sempre, produce risultati migliori.

Non significa darsi tutte le colpe

Attenzione.

Questa non è un’esortazione a sentirti responsabile di tutto.

Ci sono situazioni profondamente ingiuste.
Ci sono ambienti tossici.
Ci sono persone manipolatorie.

A volte la scelta migliore è cambiare azienda, ruolo o progetto.

Ma anche in quei casi rimane una domanda fondamentale.

Qual è la parte che dipende da me?

È una domanda meno comoda.

Ma infinitamente più utile.

Perché restituisce il controllo dove può fare davvero la differenza.


Non puoi cambiare il tuo capo, ma puoi cambiare il modo in cui gestisci la relazione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” e trasforma una fonte di stress in un’occasione di crescita professionale

La prossima volta…

Ogni mattina ti capita di guardarti allo specchio.

La prossima volta fermati qualche secondo in più.

La persona che hai davanti potrebbe essere anche la persona difficile da gestire.

La più testarda.
La più esigente.
La più severa con se stessa.

Quella che pretende il cambiamento dagli altri, ma resiste al proprio.

Non per giudicarti.

Per ricordarti una cosa.

La tua crescita comincia esattamente nel punto in cui smetti di aspettare che cambino gli altri e inizi a chiederti che cosa puoi cambiare tu.

14 modi per gestire l’ansia sul lavoro senza perdere presenza

nascondere l'ansia sul lavoro
Articolo aggiornato nel 2026

Che tu ci creda o no, anche le persone più sicure…

…quelle che invidi per la loro disinvoltura, sono almeno un po’ nervose prima di:

una riunione,
la presentazione di un progetto,
un confronto importante con il capo o un collaboratore.

  • Ti senti a disagio quando devi parlare davanti agli altri?
  • Hai la sensazione di non essere abbastanza?
  • Ti capita di annegare in dubbi, fantasie e giudizi poco lusinghieri?

Allora sai esattamente di cosa sto parlando.

Ti sei mai chiesto perché per alcuni sembri tutto naturale, mentre per altri è così difficile?

La risposta è semplice:

Alcuni hanno una predisposizione naturale,
altri hanno imparato tecniche e meccanismi per gestire il nervosismo.

La buona notizia è che puoi impararle anche tu.

1. Respira

Quando arriva l’ansia, il respiro cambia.

Diventa corto.
Irregolare.
Superficiale.

La prima cosa da fare è ritrovare un ritmo regolare.

Fai un paio di respiri profondi.
Calma il corpo prima della mente.

La respirazione diaframmatica aiuta a ridurre l’attivazione nervosa e riporta il corpo in uno stato più rilassato.

2. Preparati molto più di quanto pensi serva

Spesso siamo nervosi quando ci sentiamo impreparati.

Più sei preparato, più ti sentirai stabile.

Conosci tutto quello che puoi:

  • orario
  • luogo
  • persone coinvolte
  • dress code
  • parcheggio
  • argomento dell’incontro
  • dettagli logistici

La preparazione aumenta la fiducia.

E riduce parecchio l’ansia.

3. Usa affermazioni positive

Il modo in cui parli a te stesso influenza il modo in cui ti senti.

Ripetiti:

“Sono preparato.”
“Posso gestire questa situazione.”
“Sono più forte della mia ansia.”
“Posso affrontarlo.”

Può sembrare banale.
Non lo è.

4. Non dichiarare subito il tuo nervosismo

Uno degli autogol peggiori se vuoi nascondere l’ansia sul lavoro è annunciare a tutti:

“Sono agitatissimo.”
“Oddio che ansia.”

Da una parte ti alleggerisci.
Dall’altra sposti tutta l’attenzione sul tuo nervosismo.

Magari nessuno lo aveva notato.

Un po’ come evidenziare una minuscola macchia che nessuno aveva visto.

Se l’ansia è forte, parlane con una persona fidata.
Non con chiunque.

5. Limita le persone negative

Non sempre puoi evitarle.
Ma puoi ridurne l’impatto.

Le persone negative sono contagiose.

Catastrofisti.
Pessimisti.
Succhiatori di energia.

Proteggiti.

Cerca invece chi ti incoraggia e ti restituisce lucidità.

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.

6. Parla più lentamente

Quando siamo nervosi, acceleriamo.

Parole veloci.
Frasi mangiate.
Respiro corto.

Rallenta intenzionalmente.

Fai pause.
Scandisci meglio le parole.
Respira tra una frase e l’altra.

Anche se a te sembrerà lentissimo, agli altri sembrerai più sicuro.

7. Ricorda le tue vittorie

Nei momenti di ansia, la mente dimentica tutto quello che hai già superato.

Per nascondere l’ansia sul lavoro riporta alla memoria:

  • un esame andato bene
  • una presentazione riuscita
  • un cliente soddisfatto
  • una promozione
  • un complimento ricevuto

Ricordare i successi passati aiuta a ritrovare fiducia.

8. Festeggia i tuoi risultati

Spesso minimizziamo quello che facciamo bene.

Errore.

Celebrare i risultati — anche piccoli — rafforza autostima e sicurezza.

Ti ricorda il tuo valore.

E rende più facile affrontare l’ansia futura.

9. Non agitarti continuamente

Il nervosismo si vede anche dal corpo.

Toccarsi i capelli.
Muovere la gamba.
Controllare il telefono.
Giocherellare con le mani.

Evita movimenti rapidi e compulsivi.

Meglio sembrare un po’ rigido che completamente “tarantolato”.

Personalmente, preferisco passare per “ingessato” piuttosto che nervosamente incontrollato.

10. Mantieni il contatto visivo

Gli occhi comunicano molto.

Se continui a guardarti intorno in modo agitato, trasmetti insicurezza.

Guardare negli occhi le persone comunica invece calma, presenza e leadership.

11. Fai una domanda

Se senti il vuoto o perdi il filo, fai una domanda.

Sposti immediatamente l’attenzione dagli occhi puntati su di te alla conversazione.

Nel frattempo:

respiri,
ti ricomponi,
rimetti ordine nei pensieri.

12. Trasforma l’ansia in eccitazione

Invece di ripeterti:

  • “Sono nervoso.”

prova a dirti:

  • “Sono carico.”
  • “Sono attivato.”
  • “Mi sento pronto.”

Può sembrare una sfumatura.
In realtà cambia completamente il focus mentale.

13. Non combattere il nervosismo

Più cerchi disperatamente di nascondere l’ansia sul lavoro, più rischi di alimentarla.

Accettarla non significa arrendersi.

Significa riconoscere:

“Ok, in questo momento sono agitato.”

E basta.

Siediti.
Respira.
Lascia passare la sensazione senza combatterla continuamente.

L’ansia tende a diminuire molto più velocemente quando smetti di lottarci contro.

14. Sfida i pensieri ansiogeni

L’ansia amplifica tutto.

Per questo devi imparare a mettere in discussione i pensieri automatici.

Chiediti:

  • “Questa paura è davvero realistica?”
  • “Sto ingigantendo la situazione?”
  • “Se anche andasse male… cosa succederebbe davvero?”

Parla a te stesso come parleresti a un caro amico.

Con equilibrio.
Non con ferocia.

La cosa peggiore che puoi fare è restare fermo a rimuginare pensieri negativi.

Da lì non nasce mai nulla di buono.

Lavora sulla tua presenza con il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” — coaching mirato per comunicare da vero leader.

Come confrontarsi con il capo arrabbiato (senza peggiorare tutto)

capo arrabbiatoFoto di Kampus Production

Come confrontarsi con il capo arrabbiato senza peggiorare tutto.

Succede.

Una mail non letta.
Un errore.
Un’informazione non condivisa.
Una decisione presa senza allineamento.

E dall’altra parte…
il tuo capo è arrabbiato.

Tono secco.
Frasi dirette.
Magari anche pubbliche.

In quel momento non stai gestendo solo una conversazione.

Stai gestendo una relazione ..
asimmetrica.
E questo cambia tutto.

Prima verità: non è una conversazione “alla pari”

Con un collega puoi permetterti di più.

Con un capo, no.

Non perché devi subire.
Ma perché il contesto è diverso.

C’è una gerarchia.
C’è un potere decisionale.
Una percezione in gioco.

Non lasciare che la frustrazione guidi la tua reazione.
Impara e adattati, non reagire.

E se ignori questo…
rischi di peggiorare tutto.

Ecco il primo errore: difenderti subito

Ti accusa → ti giustifichi.
Alza il tono → rispondi punto su punto.
Ti incalza → spieghi tutto, subito.

È naturale.

Ma è anche il modo più veloce per alzare il livello dello scontro.

Domandati:
sto cercando di chiarire… o di proteggermi?

Perché quando ti difendi troppo presto,
l’altro non si sente ascoltato.
E insiste.

Prendere tempo non è debolezza

Non sempre devi rispondere subito.
Anzi, spesso è meglio non farlo.

Potresti dire:

  • “Preferisco ricostruire bene la situazione e poi confrontarci.”
  • “Torniamo su questo tra poco, così ti do un quadro più completo.”

Non stai scappando.
Stai evitando una reazione impulsiva.

E questo, nel lungo periodo, è forza.

Non cercare di “chiuderla” in fretta

Quando il capo è arrabbiato, vorresti solo una cosa:
che finisca.

Subito.

Ma la fretta di chiudere…
spesso lascia aperto il problema.

Perché non hai ancora capito cosa lo ha attivato davvero.

Era davvero quell’errore?
O qualcos’altro?

Pressione sopra di lui/lei?
Aspettative non allineate?
Un problema ricorrente?

Non tutto è personale (anche se lo sembra)

È difficile.

Perché sei tu lì, davanti.
E le parole ti arrivano dirette.

Ma a volte non sei tu il problema.

Sei il punto su cui si scarica una tensione più ampia.

Ok, questo non giustifica il modo.
Ma ti aiuta a non reagire di pancia.

Chiediti:
stai addossando tutto su di te… o stai guardando il contesto?

Quando parli, scegli come posizionarti

Qui molti sbagliano.

Diventano passivi.
O difensivi.

In mezzo c’è una terza posizione.

Presente.
Chiara.
Non reattiva.

Esempi:

  • “Capisco che la situazione ti ha dato fastidio.”
  • “Voglio ricostruire bene cosa è successo.”
  • “C’è qualcosa che posso chiarire meglio adesso?”

Non ti stai sottomettendo.
Stai mantenendo una posizione.

Ascoltare prima di spiegare

Vuoi subito dire la tu? Lo capisco.

Ma se l’altro è arrabbiato,
non è ancora pronto ad ascoltarti.

Prima ha bisogno di scaricare.

E qui si gioca molto.

Se interrompi → aumenta.
Se correggi → si irrigidisce.

Se ascolti → si abbassa.

Domandati:
sto davvero ascoltando?

Chiedere è più potente che difendersi

Invece di spiegare subito, chiedi:

  • “Cosa ti ha dato più fastidio di questa situazione?”
  • “Qual era la tua aspettativa?”

Non per dargli ragione.
Per capire il quadro.

E quando capisci, puoi rispondere meglio.

Trova un punto di tua responsabilità (anche parziale)

Non devi assumerti tutte le colpe.

Ma magari qualcosa, anche di piccolo, c’è.

  • “È vero che avrei potuto aggiornarti prima.”
  • “In effetti … su questo potevo essere più chiaro.”

Questo non ti indebolisce.
Ti rende credibile.

E se il tono resta alto?

A volte succede.

Non si abbassa.
Non si apre.

In questi casi, insistere peggiora.

Meglio fermarsi.

“Preferisco riprenderla più tardi con più lucidità.”
Non è facile dirlo.
Ma a volte è necessario.

Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress, serve un confronto lucido e professionale.

Con il breve percorso mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a comunicare con calma e autorevolezza, senza compromettere il tuo benessere.

La domanda finale

Vuoi dimostrare che hai ragione…
o vuoi gestire bene la relazione con il tuo capo?

Perché non sempre coincidono.

Con un capo arrabbiato tieni la solidità se riesci a:

  • non reagire subito
  • non difenderti (a tutti i costi)
  • non trasformare tutto in uno scontro

Non è questione di forza.
Ma di stabilità.

E nel lavoro, alla lunga, è quella che fa davvero la differenza.

8 errori da evitare quando incontri persone nuove al lavoro (se non vuoi “bruciarti” subito)

incontrare persone nuove
Articolo aggiornato e ampliato nel 2026

Un nuovo collega.
Un nuovo cliente.
Il responsabile di un altro dipartimento.

Incontrare persone nuove al lavoro non è solo “fare conoscenza”.

È entrare in una relazione professionale
che, nel tempo, influenzerà collaborazione, fiducia, opportunità.

Eppure, proprio perché è importante, spesso diventa… rigido.

Ti prepari.
Pensi a cosa dire.
Vuoi fare una buona impressione.

E proprio lì iniziano gli errori.

Non perché non sei capace.
Ma perché stai cercando di controllare troppo l’effetto che fai.

1. Parlare troppo di te (soprattutto all’inizio)

Succede spesso.

Devi incontrare persone nuove al lavoro?
Ti presenti.
E inizi a raccontare tutto:
ruolo, esperienze, risultati, progetti.

Sembra sicurezza.
Spesso è tensione.

Domanda utile:
stai condividendo… o stai cercando di convincere?

Nel lavoro, le persone non hanno bisogno di un monologo.
Hanno bisogno di capire come sarà lavorare con te.

E questo non emerge da quanto parli.
Ma da quanto spazio-lasci.

2. Rompere il ghiaccio lamentandoti

“Che caos questo progetto…”
“Qui è sempre tutto complicato…”
“Abbiamo troppe riunioni inutili…”

Può sembrare un modo per creare complicità.

In realtà, è un segnale.

Stai comunicando il tuo modo di stare nel contesto.

E il messaggio implicito è:
porto criticità prima ancora di portare valore.

Domanda:
vuoi creare connessione… o sfogare tensione?

3. Ignorare il tuo linguaggio non verbale

Prima delle parole, arriva il corpo.

Sguardo basso.
Braccia conserte.
Postura rigida.
Occhi sul telefono.

Non serve dire nulla.
Il messaggio passa comunque.

Cosa trametti in quel momento?

Disponibilità?
Difesa?
Distacco?

Nel lavoro, la prima impressione non è solo cosa dici.
È come-stai nella relazione.

4. Essere troppo serio (o troppo teso)

Incontrare persone nuove al lavoro?

Non serve essere brillanti.
Ma serve essere accessibili.

Un’espressione chiusa, tesa, preoccupata
crea distanza immediata.

Domanda semplice:
stai cercando di “fare bene”… o di essere presente?

A volte basta poco:
un sorriso reale, non forzato.
Una frase semplice.
Una presenza meno rigida.

5. Cercare di essere interessante a tutti i costi

Interrompere.
Aggiungere sempre qualcosa.
Dimostrare competenza su ogni tema.

È faticoso per te.
E per chi ti ascolta.

Nel lavoro, non devi essere il più interessante.
Devi essere credibile.

E la credibilità non nasce dal riempire ogni spazio.
Nasce dal saper scegliere quando intervenire.

Domanda:
stai contribuendo… o stai occupando spazio?

6. Confondere sicurezza con arroganza

Petto in fuori.
Tono assertivo.
Opinioni nette su tutto.

Può sembrare leadership.
Spesso è copertura.

Quando incontri persone nuove, soprattutto in azienda,
non conosci ancora il contesto, le dinamiche, le sensibilità.

Mostrare sicurezza non significa imporsi.
Significa non avere bisogno di dimostrare subito tutto.

7. Dire troppo poco (per paura di esporsi)

L’altro estremo.

Risposte brevi.
Poca iniziativa.
Attesa di essere coinvolto.

Nel lavoro, questo viene letto come distanza.
O disinteresse.

La conversazione è uno scambio.
Non un interrogatorio.

Domanda:
stai partecipando davvero… o ti stai proteggendo?

8. Prendere tutto troppo sul serio

Ogni parola pesa.
Ogni risposta è calibrata.

E l’interazione diventa rigida.

Un minimo di leggerezza non è superficialità.
È capacità di stare nella relazione senza irrigidirla.

Anche nel lavoro.

La verità meno evidente

Quando incontri persone nuove al lavoro,
non stanno valutando solo cosa sai.

Stanno percependo:

  • come ascolti
  • come reagisci
  • quanto sei gestibile
  • quanto sei affidabile

E tutto questo passa in pochi minuti.

Non perché devi essere perfetto.
Ma perché sei leggibile.

Una domanda finale

Quando esci da quell’incontro, cosa resta?

Una buona impressione…
o una buona base di relazione?

Perché non sono la stessa cosa.

Molti cercano di fare colpo.
Pochi cercano di creare connessione.

Nel lavoro, nel tempo, vince sempre la seconda.

Incontrare persone nuove al lavoro? Non serve essere brillanti

Serve essere presenti.

Non serve dire tanto.
Piuttosto essere chiari.

Non serve impressionare.
Serve essere affidabili nella relazione.

Ed è qualcosa che non si costruisce con una frase perfetta.
Ma con il modo in cui stai, fin dal primo incontro.

Offerta di lavoro più alta? Non guardare solo lo stipendio

offerta di lavoro più alta

Ricevere una nuova offerta di lavoro può essere profondamente seducente.

Non solo per i soldi.
Ma per ciò che rappresenta.

È un segnale.
Qualcuno ti ha scelto.
È disposto a investire su di te.

E questo, spesso, tocca corde più profonde dello stipendio stesso.

Ma è proprio qui che potresti commettere un errore.

Confondere il piacere di essere scelto…
con la qualità reale della scelta.

Non sono la stessa cosa.

Il denaro è evidente.
Il resto è più difficile da vedere.

Lo stipendio è concreto.
Misurabile.
Comparabile.

Il resto no.

Il tipo di energia che ti aspetta.
La qualità del tuo futuro.
Il tipo di pressione che vivrai.
Il margine reale di crescita.

Queste cose non sono scritte nel contratto.

Eppure, sono quelle che, nel tempo, determinano la qualità della tua vita professionale.

La domanda non è: “Quanto guadagnerò?”

La vera domanda è:

“Chi diventerò?”

Non tutte le offerte sono passi avanti

Nel mio lavoro di coach ho visto persone accettare ruoli meglio retribuiti…
e ritrovarsi più svuotate dopo pochi mesi.

Non perché il lavoro fosse “sbagliato”.
Ma perché non le faceva crescere.

Ripetevano le stesse attività.
Nessuna nuova competenza.
Nessuna nuova esposizione.
Tantomeno evoluzione.

Solo uno stipendio più alto.

E una sensazione difficile da spiegare:
essere fermi…
in movimento. Stile tapis roulant.

Il denaro aveva migliorato il loro stile di vita.
Ma non la loro direzione.

Fermati un momento.
E chiediti qualcosa di scomodo.

Non cosa ti offre questa azienda.
Cosa questa azienda tirerà-fuori-da-te.

  • Ti renderà più competente… o solo più occupato?
  • Tra tre anni, sarai una versione “migliore” di te stesso…
    o solo una versione più stanca,
    anche se meglio pagata?
  • Questo ruolo ti porta qualcosa di nuovo?
    Ti costringe a crescere?
  • Ti mette in contatto con persone da cui puoi imparare?
  • Oppure ti offre solo una zona di comfort meglio retribuita?

Molte decisioni sbagliate nascono dalla fretta di uscire

Non dalla lucidità di entrare.

Se stai valutando un’offerta, probabilmente qualcosa nel tuo lavoro attuale non funziona più.

Ti senti fermo.
Poco riconosciuto.
Scarico.

E la nuova offerta diventa una via d’uscita emotiva.

Il sollievo iniziale può essere intenso.
Nuove persone.
Nuovo ruolo.
Nuova energia.

Ma poi la realtà torna.

E se non hai scelto con lucidità, rischi di ritrovarti nello stesso punto, in un contesto diverso.

C’è una domanda che pochi si fanno davvero

“Questo lavoro mi aiuterà a diventare la persona e il professionista che voglio essere?”

La risposta nasce quando senti che stai costruendo qualcosa che ha senso.
Valore.

Stai crescendo,
non solo performando.

E poi c’è un altro elemento che molti trascurano

Il tempo!

Più soldi,
ma meno tempo.

Più status,
ma meno spazio mentale.

Maggiore riconoscimento,
ma meno presenza nella tua vita.

Vale la pena?

Solo tu puoi rispondere.
È una domanda che merita onestà.

Attenzione anche a un altro aspetto sottile:

il tuo ego.

A volte non accettiamo un’offerta per il lavoro in sé.

La accettiamo per ciò che significa su di noi.
“Mi hanno scelto.”
“Valgo di più.”
“Sto crescendo.”

Ma una decisione presa per nutrire l’ego…
raramente nutre la tua stabilità.

Le buone decisioni non sono quelle che ti fanno sentire importante per qualche giorno.

Sono quelle che ti fanno sentire allineato per anni.

Non devi rispondere subito

Il Mercato moderno spinge alla velocità.
Tuttavia, le decisioni di carriera hanno conseguenze lente.

Prenditi il tempo di ascoltarti,
non solo di reagire.

Chiediti, con onestà:

Sto andando verso qualcosa…
o sto solo scappando da qualcosa?

Sono attratto dal ruolo…
o dal sollievo che immagino mi darà?

Questa scelta espande chi sono…
o anestetizza solo il disagio che provo oggi?

La verità è questa…

Lo stipendio migliora la tua vita.
Ma non sostituisce la direzione.

Un buon aumento può darti comfort.
Ma solo la crescita può darti stabilità interiore.

Le scelte migliori, spesso, non sono le più eccitanti.
Sono le più coerenti.

E la coerenza, nel tempo, vale più di qualsiasi aumento.

Quando una nuova proposta arriva,
entusiasmo,
dubbi si mescolano.

Il coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?” ti aiuta a fare chiarezza prima di scegliere, con equilibrio e visione.

Sentirsi bloccati nel lavoro: la prima cosa da fare è non decidere

bloccati nel lavoro
Quando ci sentiamo bloccati nel lavoro, la prima reazione è quasi sempre la stessa:

devo decidere!

Restare o cambiare.
Accettare o rifiutare.
Resistere o mollare.

La mente cerca una via d’uscita.
Come se una decisione potesse togliere di colpo il peso che senti.

Ma c’è una verità poco comoda, e per questo raramente detta:
decidere troppo presto spesso peggiora il blocco che senti.

Perché?

Stai cercando una risposta mentre sei ancora sotto pressione

Quando sei stanco,
confuso o
sotto stress,
ogni opzione sembra sbagliata.

Se resti, ti senti debole.
Cambi?
Temi di fare un errore.

Se aspetti, ti giudichi immobile.

E così la scelta diventa una lotta interna,
non un atto lucido.

La mente cerca una via d’uscita

Quando il peso diventa troppo, parte la ricerca compulsiva di una soluzione.

Una decisione qualsiasi.
Anche imperfetta.
Anche affrettata.

Perché la nostra mente associa la decisione a: “Se decido, smette di fare male.”

Non sta cercando la scelta migliore.
Sta cercando sollievo immediato.

È per questo che, sotto pressione, la mente:

  • sopravvaluta le soluzioni rapide
  • sottovaluta le conseguenze a medio termine
  • confonde urgenza con importanza

Decidere diventa un “anestetico”

Non una strategia.

E il paradosso è che la decisione presa per “togliere peso” spesso crea …
nuovo peso.

La vera uscita non è decidere in fretta.

È reggere la tensione abbastanza a lungo da decidere con lucidità.

Quindi?

La prima cosa da fare, quando ci sentiamo bloccati nel lavoro, è non decidere.

Sospendere l’urgenza della decisione

Non per scappare.
Non per rimandare all’infinito.
Ma per creare uno spazio mentale in cui puoi pensare senza dover agire subito.

Uno spazio in cui puoi farti domande scomode,
senza doverle risolvere all’istante.

Ad esempio:

  • Cosa ti pesa davvero oggi nel tuo lavoro: il ruolo, il contesto, le persone, o l’immagine che hai costruito di te lì dentro?
  • Se restassi, cosa dovresti accettare di perdere o di cambiare?
  • Se cambiassi, cosa speri davvero di salvare?
  • Stai cercando una scelta o stai cercando sollievo?

È quello ho chiesto a Karin

42 anni,
un ruolo solido,
una carriera (diciamo) coerente.

Insomma, nulla che “non funzioni”.

Eppure, da quasi un anno sente un peso costante.
Non è crisi aperta.
È una stanchezza sottile, che non passa nemmeno dopo le ferie.

Quando prova a capire cosa non va, si dice: forse dovrei cambiare lavoro!

Ma ogni volta che immagina di farlo,
si irrigidisce.

Cosa ti pesa davvero oggi, Karin?

il ruolo,
il contesto,
le persone… o l’immagine che hai costruito?

Karin, si accorge che non è il lavoro in sé, ma il personaggio che sente di dover interpretare ogni giorno.

Ammette che restare significherebbe rinunciare all’idea di essere vista come quella sempre affidabile,
sempre disponibile,
quella “forte”.

Quella-che-decide (appunto!)

A quel punto emerge la domanda più scomoda:
Karin stai cercando una scelta
o stai cercando sollievo?

Karin capisce che non è pronta a decidere.
Almeno non ancora.

Ma per la prima volta smette di sentirsi sbagliata per questo.

E il blocco, lentamente,
inizia a sciogliersi.

Molti dicono “sono bloccati nel lavoro”: in realtà sono solo saturi

Pieni.
Sfibrati.

In queste condizioni,
forzare una decisione non porta chiarezza.
Porta solo una “nuova tensione”.

La chiarezza non nasce dall’urgenza.

Nasce da un confronto
onesto,
lento,
non giudicante.

Dal riconoscere cosa non funziona più, senza dover subito sapere cosa verrà dopo.

Solo dopo questo passaggio una scelta smette di essere una fuga
e diventa una decisione.

Se oggi ti senti bloccato, forse non ti serve un piano.

Forse ti serve uno spazio per capire,
prima di decidere.

E no,
non è debolezza.

È (l’inizio) di lucidità.

Non sai se restare dove sei
o cercare qualcosa di nuovo?

In due sessioni iniziamo a esplorare motivazioni,
alternative,
primi passi concreti.

Scopri il coaching mirato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” e ritrova un po’ di consapevolezza.

Quando un’offerta migliore ti mette in crisi (non per il lavoro, ma le persone)

offerta migliore
Come prendere una decisione senza rimpianti?

Ricevi un’offerta migliore.
Più stimolante.
Più coerente con quello che vuoi oggi.
Perché no? Anche meglio retribuita.

Offerta migliore? Eppure, non riesci a gioire davvero

Perché insieme all’entusiasmo
arriva anche il senso di colpa.

Verso il team.
Il capo che ti ha dato fiducia (anni fa).
I colleghi con cui hai condiviso carichi,
tensioni,
responsabilità.

E allora la domanda non è più:

  • “È una buona opportunità?”

Ma:

  • “Posso andarmene senza sentirmi una persona sleale/scorretta?”

Il senso di colpa non è una prova che stai sbagliando

Prima verità, scomoda ma necessaria:
sentirti in colpa non significa automaticamente che la scelta sia sbagliata.

Significa che sei una persona che tiene alle relazioni.
Che non vivi il lavoro con freddezza.
Che ascolti l’empatia quando deve decidere.

Il problema nasce quando il senso di colpa
diventa il criterio decisionale.

Se scegli solo per non deludere qualcuno,
stai delegando la tua carriera professionale
alle emozioni degli altri.

E questo, nel tempo,
ti crea rancore.

Dapprima silenzioso.
Poi via via sempre più forte!

Una domanda che quasi nessuno si fa

Fermati un attimo e chiediti:

  • Se questa offerta migliore non esistesse,
    resterei qui per scelta… o per inerzia?

Sono due cose molto diverse.

Restare per scelta implica consapevolezza.
Per inerzia implica paura del cambiamento,
mascherata da lealtà.

E la lealtà vera non nasce dal sacrificio forzato.
Nasce dalla chiarezza.

Il tuo team non è fragile come pensi

Una delle paure più comuni è:
“Se me ne vado, li metto in difficoltà.”

A volte è vero, nel breve periodo.

Ma attenzione a non sovrastimare il tuo ruolo
come se fossi insostituibile.

Se c’è una cosa che ho capito (da oramai molto tempo)
che nessuno è indispensabile.

I team maturi si riorganizzano.
Le aziende sane assorbono i cambiamenti.
Le persone crescono anche quando qualcuno se ne va.

Restare solo per evitare un disagio temporaneo
significa caricarti sulle spalle
una responsabilità che non è tutta tua.

Senso di colpa o confini poco chiari?

Se provi senso di colpa vuol dire che non hai mai chiarito i confini tra:

  • ruolo professionale
  • legame emotivo
  • responsabilità personale

Se ti senti responsabile della stabilità emotiva del team,
c’è qualcosa che va oltre il tuo ruolo.

E non è sostenibile nel lungo periodo.

Un lavoro può essere importante.
Un team può contare su di te.

Ma non può diventare il motivo
per cui rinunci sistematicamente a evolvere.
Crescere.

Una distinzione fondamentale

Chiediti con onestà:

  • Sto lasciando per scappare…
    o per andare verso qualcosa?

Sono due movimenti completamente diversi.
Scappare è una reazione.
Andare verso è una scelta.

Se stai scappando da un conflitto mai affrontato,
il senso di colpa ti seguirà anche nel nuovo ruolo.

Se stai andando verso un allineamento maggiore,
il disagio iniziale è normale.
Non è un segnale di errore.

Come ridurre i rimpianti
(non il disagio)

Decidere
non significa non soffrire.

Significa soffrire nel modo giusto.

Prima di decidere, chiediti:

  • Ho comunicato in modo chiaro, onesto e rispettoso?
  • Sto lasciando spazio a una transizione dignitosa?
  • Sto dicendo addio a un contesto…
    o a un’immagine di me come “persona sempre affidabile”?

Perché a volte il vero lutto
non è lasciare il team.

È l’identità che lasci andando avanti.

Una verità poco detta

Se rinunci a un passo importante per la tua carriera
solo per non deludere qualcuno …

potresti ritrovarti tra qualche anno
con una domanda ancor più pesante:

  • “Perché non ho scelto (per me stesso)
    quando ne avevo la possibilità?”

E quel tipo di rimpianto
è molto più difficile da digerire.

In conclusione

Prendere una decisione senza rimpianti
non significa non provare colpa.

Puoi essere riconoscente
e andare via.

Puoi voler bene a un team
e scegliere un’altra strada.

Essere corretto, umano, rispettoso
senza restare fermo.

La vera lealtà, a un certo punto,
è verso la direzione che stai costruendo.
Non verso il posto in cui sei stato utile.

La maturità non sta nel restare a ogni costo

ma nel saper andare via senza distruggere
ciò che c’è stato
e senza tradire ciò che stai diventando.

Se ti senti bloccato tra la voglia di cambiare e la paura di rischiare,
fermati un momento.

Il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?”
ti guida passo dopo passo
verso la decisione più giusta per te.

Riprendersi dopo un periodo difficile: un lavoro tanto profondo quanto lento

riprendersi dopo un periodo difficile

Foto di Mikhail Nilov

Riprendersi dopo un periodo difficile: la guida che nessuno ti racconta.

Ci sono momenti della nostra vita professionale in cui qualcosa si spezza.
A volte con grande rumore.

  • Un licenziamento
  • La chiusura dell’azienda

Altre volte, basta una critica nel momento sbagliato,
un capo svalutante,
un progetto in cui hai dato tutto e che non porta da nessuna parte.

Cominci a dubitare di te stesso.
Riprendersi dopo un periodo difficile sembra quasi un’azione eroica.

Perché è così complesso?

Non si tratta solo di trovare la “forza dentro di te”.

Ci sono momenti in cui non c’è niente da “trovare dentro”:
solo stanchezza,
demotivazione,
smarrimento.

Riprendersi è un lavoro quotidiano, lento, a volte invisibile, spesso silenzioso.

E intanto ci sono riunioni,
obiettivi,
scadenze,
relazioni,
responsabilità…

E la vita privata: famiglia, figli…
se ci sei passato, sai cosa vuol dire.

La storia di Luca

Luca aveva costruito la sua carriera sull’idea che “uno bravo non sbaglia mai”.

Quando un progetto a cui lavorava è fallito
— per ragioni fuori dal suo controllo —
ha vissuto il fallimento come una condanna personale.

Si è chiuso, ha smesso di proporre idee, ha iniziato a temere il giudizio.
Ha ceduto sotto il peso dell’idea che “un vero professionista non sbaglia”.

Anche per lui, la ripresa è stata lenta.
Ha dovuto:

  • Ricostruire il suo rapporto con l’errore
  • Separare il proprio valore dai risultati
  • Accettare che la vulnerabilità non è un nemico, ma un maestro

Tanto lavoro “interno”.

Lento,
silenzioso,
necessario.

Riprendersi non è solo tornare forti

È tornare a fidarsi di te stesso.

Quando perdi autostima non perdi capacità o produttività.
Perdi fiducia.

E quella va ricostruita,
passo dopo passo,
con tempo e pazienza.

La ricerca interiore cambia tutto

Molti professionisti, dopo essersi rimesse in piedi, non hanno solo recuperato fiducia.

Hanno cambiato prospettiva:

  • La carriera non è più solo performance e riconoscimento
  • La vita professionale diventa uno spazio di crescita, senza sfinirsi

La salvezza spesso non è la spinta motivazionale,
ma il contatto umano, sentirsi compresi, non valutati.

Una parte personale

Anche io ho attraversato momenti in cui la mia autostima oscillava.

Nonostante il lavoro serio e profondo con i miei clienti, dentro di me si muoveva il dubbio:

  • “E se non fossi abbastanza?”
  • “Sono davvero capace?”

Non mi hanno salvato slogan, “pensa positivo” o motivazioni facili.

Ma piuttosto:

  • Il tempo
  • La sincerità con me stesso
  • La ricerca lenta e faticosa di ciò che per me ha davvero valore

Riprendersi non è un metodo

È un processo lento.

Fatto di:

  • Piccoli aggiustamenti
  • Domande scomode
  • Tentativi goffi (e spesso mal riusciti)

Non si racconta con la retorica della forza,
ma con l’onestà della fragilità.

La verità è semplice

Riprendersi dopo un periodo difficile richiede:

  • Tempo
  • Cura
  • Onestà
  • Gentilezza verso te stesso

Non devi tornare chi eri.
Non devi dimostrare niente a nessuno.

Devi solo ricominciare a fidarti di te, piano, con calma.

Il resto – lentamente – torna.

In defintiva

Anche dopo un periodo complicato puoi ricostruire:

  • Fiducia
  • Equilibrio
  • Motivazione

Non serve correre,
serve riconnettersi con te stesso, passo dopo passo.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?

È il momento di rimettere al centro te stesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

Gestire l’ansia da lavoro: come affrontare l’incertezza e guardare avanti

gestire l’ansia da lavoro
Voci di riorganizzazioni.
Tagli.
Nuovi manager.

All’improvviso, il cielo sopra la testa si fa nero.
Quello che fino a ieri sembrava sicuro, oggi non lo è più.

La paura di perdere il lavoro fa tremare la terra sotto i piedi.

La mente ansiosa parte in corsa:
“E se mi lasciano a casa?”
“Come ricomincio?”
“Dove?”

Ed è proprio qui che serve una cosa precisa:
riportare fiducia e lucidità dove ora c’è solo paura e logoramento.

Riconosci la tua ansia

È naturale sentirsi ansiosi.
Non è una debolezza.
È una risposta umana a una minaccia percepita.

L’errore più comune nel gestire l’ansia da lavoro?
Fingere di non sentirla.

Prova invece a osservarla:

  • Cosa ti sta davvero spaventando?
  • La perdita di stipendio? Di status?
    Della routine? Dell’identità?
  • Oppure la sensazione di non avere controllo?

Dare un nome alla paura
è già il primo passo per ridurre l’ansia sul tuo futuro professionale.

L’ansia non va zittita.
Va ascoltata, per capirne il messaggio.

Niente panico (davvero)

Questo è il momento di rallentare.
Di separare i fatti dalle interpretazioni.

Chiediti:

  • Ci sono segnali concreti che il mio ruolo è davvero a rischio? O sto reagendo al chiacchiericcio?
  • Se la mia posizione cambiasse,
    quali competenze mi renderebbero comunque spendibile?
  • Ho contatti, reti, persone che potrei riattivare se servisse?

L’incertezza alimenta l’ansia.
La chiarezza — anche se spiacevole — la riduce.

A volte scopri che la situazione non è così grave.

Altre volte capisci che sì, potrebbe cambiare…
ma non sei disarmato come credevi.

Piccoli passi, grande impatto

Il cervello ansioso corre:
“Devo subito trovare un nuovo lavoro!”

La stabilità, invece, si ricostruisce con l’azione.
Una alla volta. Anche piccola.

  • Aggiorna CV e profilo LinkedIn, anche solo per sentirti pronto
  • Analizza le competenze trasferibili:
    cosa sai fare oltre il ruolo attuale.
  • Parla con persone di fiducia: colleghi, ex capi, mentor.
  • Investi in formazione, anche minima:
    un breve corso può riaccendere fiducia e curiosità.

Ogni azione riduce l’ansia
perché ti ricorda una verità semplice e potente:

non controlli tutto,
ma controlli la tua reazione.

Domande che aiutano a ritrovare direzione

Se senti l’ansia salire, fermati e rifletti:

  • Cosa farei davvero, se potessi ripartire da zero?
  • Cosa mi sta insegnando questo momento
    sulla mia relazione con il lavoro?
  • Cosa posso imparare ora
    che mi renderà più forte tra 4–6 mesi?

Le crisi sono scomode.
Ma sono anche rivelatrici.

A volte ti costringono a fermarti.
Altre volte aprono possibilità
che non avresti mai esplorato se tutto fosse rimasto stabile.

Pianifica un nuovo equilibrio

Quando il lavoro è in bilico,
sembra che tutto sia in discussione.

Non è la fine del tuo percorso.

Ripartire — se sarà necessario —
non significa ricominciare da zero.

Hai competenze.
Relazioni.
Esperienza.
Visione.

Nessuno può portarti via tutto questo.

Se vuoi gestire l’ansia da lavoro,
costruisci nuove basi:
più consapevolezza, meno paura.

In definitiva

Forse non puoi controllare il futuro.

Ma puoi prepararti a incontrarlo
da protagonista,
non da spettatore.

Gestire l’ansia da lavoro? Se ti serve un punto fermo …

A volte serve qualcuno
che ti aiuti a rimettere ordine nei pensieri.

A trasformare l’ansia in un piano d’azione concreto.

È qui che il coaching fa la differenza:
uno spazio sicuro per capire dove vuoi andare
e come valorizzare ciò che hai.

Perché anche quando tutto cambia,
puoi sempre scegliere come attraversare il cambiamento.

Se pensi “mi merito di più sul lavoro”, hai ragione! Ora però dimostralo

mi merito di più sul lavoro Foto di MART PRODUCTION

Quante volte ti sei detto:
“Mi merito di più sul lavoro”?

Uno stipendio più alto.
Un ruolo diverso.
Più responsabilità.

O forse, più semplicemente:
più riconoscimento.
Più considerazione.
Rispetto.

Se pensi spesso:
“Mi merito di più sul lavoro”,
sappi una cosa: hai ragione!

Quando senti di meritare di più significa che dentro di te qualcosa sta crescendo.

Hai iniziato a pensarti oltre

Mi capita spesso nei percorsi di coaching:
professionisti convinti di meritare di più.
E hanno ragione!

Ma la vera sfida non è solo crederci.

È dimostrarlo con scelte,
comportamenti,
presenza.

Il punto, quindi, non è:
ti meriti di più?

La domanda è un’altra:

  • cosa stai facendo per dimostrarlo?

Merito e riconoscimento non sono la stessa cosa

Quante volte hai pensato:
“Se lavoro bene, qualcuno se ne accorgerà”.

È un’illusione.
La realtà è diversa.

Il merito non sempre è visibile.
Non sempre viene notato.
Anzi.
E allora la domanda diventa inevitabile:

  • Quanto del tuo lavoro è evidente
    agli occhi di-chi-decide?

Non si tratta di “venderti”, ma di rendere visibile il tuo valore.

Se resta impercettibile, rischia l’invisibilità.

Perché molti professionisti faticano a promuovere sé stessi

La sola idea di far emergere il tuo contributo
ti mette a disagio?

Hai paura di sembrare arrogante?

Hai sempre lavorato con modestia
e ti sembra di tradire il tuo stile?

Così resti dietro le quinte, convinto che la qualità del tuo lavoro
parlerà da sola.

Intanto, mentre pensi “Mi merito di più sul lavoro…”,
qualcun altro si muove.

E spesso non è il più preparato.

A volte è il collega con meno competenze, ma più intraprendenza — o con un po’ di insolenza e leggerezza.

Perché osa.
Si espone.
Non ha paura di sembrare “troppo”.

Non aspettare che qualcuno ti noti

Prepari una presentazione impeccabile.

Curata, solida, chiara.

In riunione mostri le slide e aspetti che gli altri colgano il valore.

Nessuno critica.
Annuiscono.
Prendono nota.
E passano oltre.

Il giorno dopo, la stessa idea viene rilanciata
da un collega più abile nel raccontarla.

E all’improvviso sembra sua.
(leggi il post su come placcare il collega scorretto).

Quindi?
Non basta fare.
Serve dare voce a ciò che fai.

Non confondere fatica con valore

Restare fino a tardi.
Dire sempre sì.
Caricarti di impegni.

Non significa automaticamente crescere.

Spesso diventi solo il punto di appoggio.
L’esecutore affidabile.

Non la persona a cui affidare responsabilità strategiche.

Né quella che “fa crescere il progetto”.

Il rischio è questo:
che il tuo sforzo venga visto come abitudine, non come valore.

Non limitarti al confronto con i colleghi

Ti guardi attorno e pensi:
“Io faccio più di lui/lei, quindi mi spetterebbe di più”.

Ma il vero confronto non è con i colleghi.

È con chi già occupa il ruolo a cui aspiri.

Forse sei il più preciso.
Il più affidabile.
Il più veloce.

Ma se vuoi crescere, devi iniziare a ragionare — e muoverti —
come chi prende decisioni, non solo come chi esegue.

Dimostrare, non solo pensare

Cosa significa davvero dimostrare di meritare di più?

Non basta essere bravi.
Neanche sentirsi pronti.

Vuoi essere visto come leader?
Inizia a pensare da leader, anche senza il titolo.

Vuoi più autonomia?
Mostra che sai gestirla.
Non aspettare che ti venga concessa.

Vuoi più riconoscimento?
Rendilo visibile.
Non sperare che venga letto tra le righe.

3 domande scomode (ma necessarie):

Se pensi “mi merito di più sul lavoro”,
prova a chiederti:

  • Sto lavorando per compiacere
    o per creare valore visibile?
  • Se fossi io il capo,
    promuoverei una persona come me? Perché sì/no?
  • Mi sto già comportando
    come chi è un passo avanti?

Sono domande scomode.
Ma sono quelle che ti spostano dal desiderio all’azione.

Dire “mi merito di più” è consapevolezza.
Dimostrarlo è responsabilità.

Responsabilità significa non aspettare che qualcosa cada dall’alto,
ma creare le condizioni perché accada.

Questo vuol dire:

  • costruire relazioni, non solo lavorare bene
  • avere il coraggio di chiedere, non solo aspettare
  • agire oggi come vorresti essere domani

In conclusione

Se ti chiedi spesso “Mi merito di più sul lavoro”,
probabilmente hai ragione.

Ma ricordalo:
il sistema non promuove ciò che è nascosto.

Il vero salto avviene quando smetti di aspettare che gli altri vedano il tuo valore
e inizi a viverlo, incarnarlo, mostrarlo.

Ogni giorno.

Perché sì, te lo meriti.
Ma ora tocca a te dimostrarlo.

Nota finale importante

Ragionare come chi prende decisioni non significa diventare autoritari
o sentirsi “più in alto” degli altri.

Significa cambiare prospettiva.

Spostare lo sguardo dal compito al risultato:
non solo “Cosa devo fare?”,

a “A cosa serve davvero questo lavoro?”.

Vuol dire valutare alternative, scegliere tempi e responsabilità,
allineare le persone coinvolte e assumersi la responsabilità dei risultati.

Non solo delle attività.

Nei miei percorsi di coaching lavoro proprio su questo:

trasformare la consapevolezza di valere di più
in strategie concrete di crescita e riconoscimento.

Momento di cambiare lavoro o solo un periodo difficile?

momento di cambiare lavoroFoto di Pavel Danilyuk

Ci sono momenti in cui andare al lavoro diventa più pesante del solito.

Ti svegli e sei già stanco.
La motivazione è bassa.
Ogni riunione sembra inutile.

Inserisci il pilota automatico.

Tutto pesa.
Le giornate scorrono senza stimoli.
I progetti non ti entusiasmano più.

E ti ritrovi a pensare,
sempre più spesso:

“Ha ancora senso restare?”

È una voce di fondo.
Cresce.
Ogni giorno un po’ di più.

  • È una fase passeggera?
  • È solo stanchezza?
  • O è arrivato il momento di voltare pagina?

Cambiare o restare?

Cambiare lavoro è una decisione importante.

Ma anche restare lo è.

Quando sei stanco o frustrato rischi due cose:

  • reagire di impulso
  • oppure restare bloccato, aspettando che qualcosa cambi da sé

La domanda vera è:

  • come distinguere una crisi passeggera da un segnale di cambiamento?

Cambiare azienda può essere un atto di coraggio.
Ma può diventare una fuga mascherata, se non affronti prima te stesso.

Fermati. E ascolta.

Nel turbinio delle giornate è facile non accorgerti
che qualcosa dentro di te si sta spostando.

Forse non ti riconosci più in quello che fai.
Oppure stai solo attraversando un periodo intenso.

La domanda non è solo:
“Mi piace ancora questo lavoro?”

Ce ne sono altre.

Non per avere una risposta immediata.
Ma per iniziare un dialogo onesto con te stesso.

1. È stanchezza o è qualcosa di più?

Tutti attraversiamo periodi difficili.

Ma se la fatica è diventata la norma,
forse c’è qualcosa di più profondo da esplorare.

2. Stai ancora crescendo?

La crescita non è solo promozioni o corsi.

È sentirsi stimolati.
Curiosi.
Mossi da una sfida.

Se da mesi vivi una routine stagnante,
è legittimo chiederti:
c’è ancora spazio per evolvere qui?

3. Hai ancora un “perché”?

Quando perdi il senso di ciò che fai,
la motivazione crolla.

Chiediti:

  • Che impatto ho oggi?
  • Cosa sto costruendo davvero, anche nel piccolo?

Ritrovare il “perché” cambia tutto.

4. È il contesto o sei cambiato tu?

Può essere il capo.
L’ambiente.
La cultura aziendale.

Ma potresti essere cambiato anche tu.

Nuove priorità.
Nuovi bisogni.
Nuova fase di vita.

Non sempre è colpa dell’esterno.
A volte sei semplicemente pronto per altro.

5. Cosa succede se tutto resta così per 4–10 mesi?

Proiettati nel futuro.

Se questa idea ti spegne,
ti demotiva,
ti fa sentire intrappolato…

ascolta quel segnale.

Cambiare lavoro può spaventare.

Ma restare bloccato in una situazione che non ti soddisfa
è ancora peggio.

Hai già provato a cambiare qualcosa… dove sei ora?

Prima di pensare di andartene, chiediti:

  • Hai davvero esplorato tutte le possibilità?

A volte basta:

  • un confronto sincero con il capo
  • un progetto diverso
  • una ridefinizione delle priorità
  • negoziare meglio orari o aspettative
  • rimettere un confine chiaro

Non sempre serve cambiare tutto.
A volte serve cambiare posizione dentro la stessa realtà.

NOTA:
Finché non rispondi a queste domande,
ogni nuova opportunità rischia di essere solo una ripetizione.
In un altro contesto.

La risposta potrebbe non essere immediata

Forse non è il momento di cambiare.

Forse è il momento di prepararti al cambiamento.
O di trasformare ciò che puoi,
prima di decidere.

La chiarezza arriva più facilmente
quando ti concedi uno spazio fuori dal rumore quotidiano.

Vuoi esplorare questo momento con lucidità?

Momento di cambiare lavoro? Prenota una sessione conoscitiva gratuita.

Parleremo di:

  • dove ti trovi ora
  • cosa senti muoversi dentro
  • quali opzioni reali puoi valutare

Senza pressioni.
Senza forzature.

Solo uno spazio per capire meglio se restare,
cambiare o
trasformare.

Scopri il percorso di → coaching mirato.

In finale

Non tutte le stanchezze chiedono una fuga.
Alcune chiedono ascolto.

E a volte la vera svolta
non è cambiare lavoro.

È cambiare consapevolezza.

È troppo tardi per cambiare strada? Riflessioni e consigli per una nuova direzione

cambiare strada
Spesso, nelle mie sessioni di coaching, incontro persone insoddisfatte del loro percorso professionale.

Hanno investito tempo,
energia,
risorse.

Con scarsi risultati.

E pensano che sia “troppo tardi per cambiare lavoro”.

Oppure hanno paura.

Di sbagliare.
Di perdere ciò che hanno costruito.
Danneggiare la propria reputazione.
Di fare brutta figura.

Così restano fermi.
Bloccati.

Non dalla realtà.
Ma dalla convinzione che non ci sia alternativa.

La verità è un’altra …

Non è mai troppo tardi per fare ciò che è ancora possibile.
Ciò che ti entusiasma.
Ciò che ti fa sentire vivo.

Il punto non è cambiare impulsivamente.
Piuttosto è scegliere consapevolmente.

Basandoti sulle risorse e sulle possibilità che hai oggi.

Perché hai paura di cambiare strada?

La paura del cambiamento è naturale.

Hai paura dell’ignoto.
Di perdere stabilità.
Di fallire.
Del giudizio degli altri.

Ma non esiste una regola che ti obbliga a restare dove sei.
Se quel luogo non ti rappresenta più.

La vera domanda è un’altra:

A cosa stai rinunciando restando fermo?

Fermati un momento e rifletti:

  • Ti senti soddisfatto del tuo lavoro?
  • Ti senti motivato?
  • Oppure senti che qualcosa, lentamente, si sta spegnendo?

Se non cambi nulla, dove sarai tra cinque anni?
E soprattutto: sarai felice di esserci rimasto?

Non è mai troppo tardi per reinventarsi

Molti pensano che esista un momento giusto per cambiare.

Non è così.

Non esistono scadenze per la realizzazione personale.

La tua carriera non è statica.
È viva. Si evolve con te.

Ciò che aveva senso a 25 anni può non averlo a 40.
Ciò che funzionava ieri può non bastare oggi.

Cambiare può destabilizzare.
È vero.

Ma restare immobili, quando sai che qualcosa deve cambiare, ha un costo più alto.

Piccoli passi. Grandi cambiamenti.

Il cambiamento non richiede gesti estremi.

Richiede chiarezza.
E piccoli passi.

Durante il coaching, lavoriamo proprio su questo:
esplorare senza rischiare tutto.
Capire, prima di decidere.

Ricordo un cliente di 50 anni che voleva diventare istruttore di fitness.
All’inizio della formazione ha scoperto una verità importante:
amava il fitness.

Ma non insegnarlo.

Si è reso conto che ciò che lo “nutriva” era
il silenzio dell’allenamento,
la concentrazione,
la sfida con sé stesso.

Non il dover osservare gli altri.
Correggere,
motivare,
spiegare.

Non il sentirsi responsabile dell’energia e dei risultati di altri.

Quella scoperta gli ha evitato una scelta sbagliata.

Esplorare prima di cambiare ti protegge da decisioni impulsive.

Inizia a costruire la tua “nuova” direzione

Non serve stravolgere tutto. Subito.

Puoi iniziare così:

  • sviluppando nuove competenze
  • partecipando a corsi o workshop
  • parlando con persone del settore
  • sperimentando gradualmente

Ogni passo crea chiarezza.

Ogni passo rafforza la tua direzione.

Chiediti:

  • Qual è il primo piccolo passo che posso fare oggi?
  • Cosa posso esplorare, senza stravolgere tutto?

Parla con chi ha già fatto quel percorso

Il modo più veloce per capire una strada è parlare con chi la vive già.

Fai domande.
Ascolta.
Osserva.

Per esempio:

  • Quali sono le vere sfide del settore?
  • Quali competenze sono davvero necessarie?
  • Quali errori dovrei evitare?

Anche io vengo spesso contattato da chi desidera entrare nel mondo del coaching.

La chiarezza nasce dal confronto.
Non dall’isolamento.

Un lavoro che ti svuota non resta confinato al lavoro.
Influenza la tua energia.
La tua identità.
La tua vita.

Per questo esiste il percorso:
“Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi“.

Uno spazio protetto e strutturato per aiutarti a capire quale direzione è davvero giusta per te.

Conclusione: cambiare strada è possibile

Cambiare strada non è facile.
È inutile fare-slogan.

Ma è possibile.

E spesso è l’unico modo per tornare ad essere pienamente te stesso.

Le nostre vite cambiano.
Noi cambiamo.

E a volte, il passo più importante non è sapere già dove andare.

È smettere di restare dove-non-vuoi-più-stare.

Perché il cambiamento non inizia quando sei pronto.

Inizia quando smetti di rimandare.

Ansia del leader: 5 strategie per affrontare le tue sfide con più calma

ansia del leader
Foto di cottonbro studio

Ti è mai capitato di rigirarti nel letto la notte ripensando a riunioni, decisioni, progetti?

Ti chiedi se avresti potuto fare di più.

O semplicemente meglio.

Le responsabilità di un leader portano spesso con sé un senso di pressione costante:
il timore di deludere le aspettative,
il peso delle decisioni complesse.

Quella vocina che incalza:
“Sarò all’altezza?”

Questa tensione — che molti provano ma pochi confessano —
è l’ansia da leadership.

Quando l’ansia non resta solo nella testa

Non invade solo la mente.
Si manifesta nel corpo.

La senti nello stomaco.
Nelle spalle.
Nel collo.

Se non gestita, l’ansia:

  • riduce la creatività
  • prosciuga la determinazione
  • amplifica le difficoltà

Combatterla non serve.
Resisterle la rende più forte.

La chiave non è negarla,
ma risponderle con consapevolezza e azione strategica.

Ecco 5 strategie per trasformare l’ansia del leader in una forza:

1. Consapevolizza: l’ansia è normale

L’ansia non è debolezza.
È una reazione naturale alle responsabilità e all’incertezza.

Anche i leader più esperti la provano.

Accettarla è il primo passo per ridimensionarla.
Ignorarla o fingere che vada tutto bene, nel tempo, peggiora le cose.

Chiediti:

  • Qual è la vera causa del disagio?
  • Cosa è sotto il mio controllo?

Su questo tema parlo in modo approfondito nel mio libro
“Prima volta Leader”.

Ciò che non puoi controllare,
lascialo andare.

2. Cambia il tuo rapporto con l’ansia

Invece di resisterle, prova a collaborare con la tua ansia.

Trattala come un messaggero e chiediti:

  • “Cosa mi sta segnalando?”
  • “È legata a una decisione concreta o a una paura più profonda?”

L’ansia amplifica scenari negativi.
Usa la logica per ridimensionarli.

Senti le emozioni,
non reprimerle.
Poi lasciale andare.

Condividerle con una persona fidata o con un coach
aiuta a trovare nuove prospettive.

Non devi avere tutte le risposte subito.
Anche le pause sono uno strumento di leadership.

3. Dai un nome alle tue ansie

Quando l’ansia ha un nome,
diventa qualcosa su cui puoi lavorare.

Esempio.

Devi fare una presentazione importante davanti al management.
Da giorni ti tormentano pensieri come:

  • “E se sbaglio?”
  • “E se non sono all’altezza?”

Fermati e chiediti:

  • “Cosa sto davvero provando?”

Forse è insicurezza sulla tua comunicazione.

Ora l’ansia non è più indefinita:
è una paura specifica.

Puoi:

  • esercitarti
  • chiedere feedback
  • prepararti alle domande critiche

Non sei un leader-ansioso.
Sei una persona che affronta una situazione complessa.

Questo cambio di prospettiva non elimina l’ansia,
ma la rende affrontabile.

4. Ansia del leader? Passa all’azione

Puoi ignorare i problemi.
Ma non puoi evitarne le conseguenze.

Alcuni si risolvono da soli.
Quelli che non lo fanno, peggiorano.

Il non-fare-niente (se non come scelta strategica)
alimenta l’ansia.

La paura si nutre di indecisione.

L’azione, quasi sempre, è meglio dell’inazione.

Strategie pratiche:

  • Prioritizza: affronta ciò che è urgente
  • Resta nel presente: meno ruminazione, più realtà
  • Cerca supporto: confronto e nuove prospettive

L’azione non deve essere perfetta.
Deve essere migliorativa.

5. Trasforma l’ansia in una forza positiva

Se gestita con consapevolezza, l’ansia può diventare un motore.

  • Usala come motivazione
  • Impara ciò che ti segnala
  • Costruisci resilienza

Non serve essere perfetti per essere efficaci.
Spesso “fatto” è meglio di “perfetto”.

Ogni passo ti avvicina ai tuoi obiettivi.

A questo proposito approfondisci con il mio post:
“5 circostanze in cui è preferibile accettare un risultato sufficiente anziché perfetto”

La risposta all’ansia del leader: leadership consapevole

Affrontare l’ansia non significa eliminarla.
Significa integrarla nel tuo percorso di crescita.

Con consapevolezza, strategie e
supporto professionale,
può diventare un’opportunità concreta di evoluzione.

In finale

L’ansia non è il segnale che non sei adatto.

Spesso è la prova che
stai prendendo sul serio ciò che fai.

La differenza non è tra chi la prova e chi no,
ma tra chi la subisce
e chi impara a usarla come alleata.

Soliti buoni propositi di nuovo anno? Invece di focalizzarti su cosa-fare, chiediti chi-essere

buoni propositi per il nuovo anno

Foto di Pixabay

Il nuovo anno è arrivato.

È il momento dei bilanci.

Tra delusioni che — forse — ti hanno insegnato qualcosa
e successi che, mi auguro, ti hanno fatto brillare.

Ma all’inizio di un nuovo anno c’è una domanda più importante di tutte:

Cosa desideri davvero per questo 2025?

Quali sono i tuoi buoni propositi?

Di solito partiamo con una lunga lista di cose da fare:

  • “A gennaio mi iscrivo in palestra!”
  • “Quest’anno dieta ferrea!”
  • “Visiterò Tokyo… o Londra… oppure la California!”
  • “Imparerò qualcosa di nuovo: uncinetto, ballo latino, tiro con l’arco…”

E così via.

Stop.

Fermati un attimo.

E se invece di chiederti cosa vuoi fare,
ti chiedessi chi vuoi essere?

Buoni propositi per il nuovo anno? Dal fare all’essere

Prova a fare un esercizio diverso.

Invece della solita lista di cose-da-fare,
scrivi una lista di chi-vuoi-diventare.

Può sembrare una sfumatura.

In realtà cambia completamente prospettiva.

Ti connette ai tuoi valori più profondi
e diventa una bussola per prendere decisioni più coerenti.

Prova a cambiare le domande:

“Chi desidero diventare quest’anno?”
“Cosa è davvero importante per me?”

Sono domande molto più potenti di:

  • “Cosa devo fare quest’anno?”
  • “Come posso impressionare gli altri?”

Questo cambio di prospettiva ti libera dalla corsa continua.

Perché essere sempre impegnati non significa automaticamente sentirsi realizzati.

Il potere dei valori

I valori sono il fondamento di chi sei e di chi vuoi diventare.

Vale la pena fermarsi e riflettere:

cosa rende davvero significativa la mia vita?

Potrebbero essere:

  • gentilezza
  • coraggio
  • autenticità
  • resilienza
  • integrità.

Quando parti dai valori, il fare diventa una naturale conseguenza dell’essere.

Ogni azione allineata ai tuoi valori ti avvicina ai tuoi obiettivi
e allo stesso tempo dà più senso a quello che fai.

Puoi chiederti:

  • Sto agendo in linea con chi voglio essere?
  • Cosa è davvero importante per me?
  • Le mie scelte riflettono i miei valori?

Stabilisci obiettivi che ti facciano crescere

Gli obiettivi più potenti sono quelli che riflettono la persona che vuoi diventare.

Non servono cambiamenti giganteschi.

Anche piccoli gesti possono fare la differenza.

Vuoi essere più empatico?

Dedica più tempo alle persone importanti:
la tua famiglia, il tuo team, i tuoi collaboratori.

Vuoi essere più integro?

In una riunione difficile scegli chiarezza e onestà,
anche se sarebbe più facile evitare il confronto.

Vuoi essere una persona in continua crescita?

Iscriviti a un corso.
Leggi di più.
Allarga le tue competenze.

Ogni scelta diventa un passo verso la persona che vuoi diventare.

I miei buoni propositi per il nuovo anno

Una delle aspirazioni più importanti, per me, è la coerenza.

L’allineamento tra ciò che:

  • penso
  • dico
  • faccio.

Il mio proposito non è diventare rigido.

Ma restare fedele ai miei valori anche quando le decisioni sono difficili.

Per esempio:
dire no a un progetto interessante
se non è allineato con i miei obiettivi a lungo termine.

Significa scegliere con intenzione
dove mettere la mia energia.

Per avere il massimo impatto nelle cose che contano davvero.

Una domanda che può cambiare il tuo anno

Quest’anno prova a fare una cosa diversa.

Invece della solita lista di obiettivi, chiediti:

Chi voglio diventare nel 2025?

Vuoi essere più resiliente?
Impara a vedere le difficoltà come occasioni di crescita.

Vuoi essere più presente?
Riduci il tempo sui social e dedica più attenzione alle persone.

Vuoi essere più generoso?
Offri il tuo tempo o le tue competenze per aiutare qualcuno.

Focalizzati sulle cose che nutrono la tua energia

Fai una lista di ciò che:

  • ti entusiasma
  • ti rilassa
  • ti fa sentire vivo.

Non sarà solo una lista di obiettivi.
Sarà il riflesso autentico di chi sei.

Quando inizi dall’essere,
il fare si allinea naturalmente.

Il nuovo anno non cambia la tua vita.
Le tue scelte quotidiane sì.

Scegli i tuoi valori.
Lascia che guidino le tue decisioni.

E costruisci, giorno dopo giorno,
la persona che vuoi diventare.

P.S.
Ti auguro un fantastico 2025.

Giornata no al lavoro? 8 attività che puoi rimandare per riprendere il controllo

giornata no al lavoro
Ti svegli con un accenno di emicrania.

Versi il caffè dappertutto.
La chiave gira a vuoto nella toppa della porta.

E sono solo le 6:45 del mattino.

Per qualche strano motivo ti sei alzato con il piede sbagliato.
E tutto sembra più pesante del solito.

Succede.

Alcuni giorni sono semplicemente peggiori di altri.

Ci sentiamo:

  • sopraffatti
  • sfiduciati
  • ansiosi.

A volte perfino “non abbastanza”

Sai di cosa parlo.

Quando hai una giornata no al lavoro,
probabilmente non è il momento giusto per prendere decisioni importanti.

O per affrontare compiti complessi.

Potresti facilmente peggiorare la situazione.
Certo, rimandare non sempre è possibile.

Ma se hai un minimo di margine…
ecco 8 cose che è meglio posticipare quando capisci di essere in una giornata storta.

1. Non soffermarti sui numeri sensibili

Se non è indispensabile, evita di fissarti su:

  • incassi
  • budget
  • rendiconti
  • previsioni.

Sono numeri che attivano facilmente stress e pensieri negativi.

Il rischio è entrare in uno stato di allerta continuo.

Meglio stabilire un momento preciso della giornata — anche solo 30 minuti — per analizzarli con calma.

Quando non è necessario,
non saturarti di dati e cifre.

Raccogli solo le informazioni davvero utili.

2. Compiti che richiedono creatività

Creatività e pensiero strategico richiedono energia mentale.

Se sei stanco o stressato, è difficile accedervi.

Meglio rimandare queste attività
a quando sarai più lucido.

Nel frattempo, concentrati su compiti più semplici o ripetitivi.

Non serve essere brillanti tutto il tempo.

3. Conversazioni difficili

Una telefonata con un cliente delicato.
Un confronto con un collaboratore.
Una discussione con il capo.

Se sei già di cattivo umore, il rischio è reagire male.

Rabbia e risentimento sono cattivi consiglieri.

Hai una giornata no al lavoro: se possibile, rimanda.

Puoi dire qualcosa come:

  • “Avevamo programmato questo incontro, ma oggi è stata una giornata molto intensa. Preferirei dedicarti la mia piena attenzione. Possiamo spostarlo a…?”

Meglio una conversazione rimandata
che una conversazione gestita male.

4. Aggiornamenti amministrativi non urgenti

Manuali.
Procedure.
Report.

Sono attività utili, ma spesso non urgenti.

Se hai la testa pesante, rimandale.

Le affronterai con più precisione e meno fatica quando avrai recuperato energia mentale.

5. Non chiedere subito spiegazioni

Hai ricevuto un feedback del capo che ti ha colpito.

Ti senti:

  • ferito
  • arrabbiato
  • sottovalutato.

La tentazione è chiedere immediatamente spiegazioni.

Attenzione.

Non sempre possiamo migliorare una situazione.
Ma possiamo peggiorarla molto facilmente.

Se sei nel pieno di una giornata storta…
meglio aspettare.

Respira.
Prenditi tempo.

6. Non rispondere a una mail “incazzosa”

Un collega.
Un cliente.
Il capo.

Qualcuno ti ha scritto una mail piena di tensione.

La tentazione è rispondere subito.

Non farlo.

Uno dei vantaggi della mail è che non devi rispondere immediatamente.

Prenditi tempo.

Lascia raffreddare le emozioni.
E poi rispondi con lucidità e professionalità.

7. Cercare la soluzione perfetta

Trovare una soluzione richiede:

  • apertura mentale
  • lucidità
  • creatività.

In una giornata no al lavoro spesso abbiamo davanti agli occhi una specie di velo.

È difficile pensare con chiarezza.

Meglio fare una cosa semplice:
prendere distanza dal problema.

A volte basta qualche ora.
A volte una notte di sonno.

Quando tornerai a guardarlo, vedrai più opzioni.

8. Non prendere decisioni importanti

Budget.
Scelte strategiche.
Decisioni delicate.

Se non è urgente, rimanda.

Prendere decisioni con la mente affaticata porta spesso a scelte peggiori.

Se qualcuno sta aspettando una risposta, puoi semplicemente dire che stai lavorando alla decisione e che la comunicherai entro una data precisa.

Meglio una decisione presa domani…
che una presa male oggi.

Concediti il diritto di avere una giornata no al lavoro

Capita a tutti.
Non è un segno di debolezza.

Le tue energie mentali ed emotive sono risorse preziose.

A volte la cosa più intelligente da fare è gestirle con attenzione.

Oggi non sei al massimo?
Succede.

Non serve ripetersi l’imperativo — molto di moda — di essere sempre:

  • positivi
  • brillanti
  • performanti.
  • UP

La vita (anche professionale) include momenti di rabbia
tristezza
frustrazione
dubbio.

Sono parte del percorso.

Non devi essere sempre al massimo

Ma puoi imparare a proteggere le tue energie nei giorni difficili.

A volte la scelta più intelligente non è fare di più.
È rimandare le cose giuste… al momento giusto.

Ti senti inadatto nel nuovo lavoro? 12 spunti per riprendere fiducia

inadatto nel nuovo lavoro
Cominciare un nuovo lavoro è un po’ come il primo giorno di scuola.

È passato tempo.
Ora sei adulto.
Le responsabilità sono diverse.

Eppure, se ci pensi bene…
le domande che ti fai sono ancora molto simili.

“Piacerò?”
“I colleghi saranno disponibili o arroganti?”
“Mi accetteranno?”
“Mi troverò bene?”
“Sarò capace?”
“E se non fossi all’altezza?”

Di notte riaffiorano dubbi e preoccupazioni.

Una sensazione difficile da spiegare.
Indefinita.
Ma molto reale.

La paura di sentirti inadatto nel nuovo lavoro.
Di non essere abbastanza competente.
Di non riuscire a reggere il confronto.

E più ci pensi, più rischi di bloccarti.

Ecco 12 spunti per ritrovare fiducia in te stesso… e smettere di sentirti inadatto nel nuovo lavoro.

1

I processi di assunzione sono lunghi. Ti hanno “passato” ai raggi X.
Se ti hanno assunto … vuol dire che credono in te!

2

Non devi puntare alla perfezione ma mirare al miglior risultato possibile. La perfezione (sproporzionata) è un ostacolo, non qualcosa di cui essere orgogliosi.

3

Sei il tuo peggiore critico.
Le tue valutazioni sono molto lontane dalla realtà.

4

La sensazione di essere inadeguato sul lavoro può davvero spingerti a fare molto di più. Dà propulsione, la forza necessaria per lavorare con più impegno, più attenzione.

5

Se sei convinto di sbagliare, se sei ossessionato di non essere all’altezza, sei destinato a fallire. Per il solo fatto di crederlo!

6

La domanda “Merito davvero questo lavoro?” può influenzare tutti i tuoi pensieri.
Ti hanno “passato ai raggi X”. Ti hanno assunto. Credono in te.
Non farli cambiare opinione!

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.

7

Devi lavorare su te stesso, sviluppare i tuoi punti di forza, accettare e superare le tue debolezze. Iniziare a convogliare le tue energie.

8

Domande tipo “Sono capace? Competente?” possono monopolizzare tutto il tuo essere. Metti a tacere la tua voce interiore negativa.
Adesso!

9

Liberati del peso … di dover capire SEMPRE e TUTTO.

10

Devi smetterla di angosciarti che – prima o poi – sarai “scoperto”. Preoccuparti ti farà girare in tondo, sprecare tanta energia nel tentativo di soddisfare gli altri.

11

La paura di essere inadatto nel nuovo lavoro può diventare stimolo, spinta, azione…
la tua più grande alleata!

12

Non devi temere, ce la farai.
Anche questa volta!