Come confrontarsi con il capo arrabbiato (senza peggiorare tutto)

capo arrabbiatoFoto di Kampus Production

Come confrontarsi con il capo arrabbiato senza peggiorare tutto.

Succede.

Una mail non letta.
Un errore.
Un’informazione non condivisa.
Una decisione presa senza allineamento.

E dall’altra parte…
il tuo capo è arrabbiato.

Tono secco.
Frasi dirette.
Magari anche pubbliche.

In quel momento non stai gestendo solo una conversazione.

Stai gestendo una relazione ..
asimmetrica.
E questo cambia tutto.

Prima verità: non è una conversazione “alla pari”

Con un collega puoi permetterti di più.

Con un capo, no.

Non perché devi subire.
Ma perché il contesto è diverso.

C’è una gerarchia.
C’è un potere decisionale.
Una percezione in gioco.

Non lasciare che la frustrazione guidi la tua reazione. Impara e adattati, non reagire.

E se ignori questo…
rischi di peggiorare tutto.

Ecco il primo errore: difenderti subito

Ti accusa → ti giustifichi.
Alza il tono → rispondi punto su punto.
Ti incalza → spieghi tutto, subito.

È naturale.

Ma è anche il modo più veloce per alzare il livello dello scontro.

Domandati:
sto cercando di chiarire… o di proteggermi?

Perché quando ti difendi troppo presto,
l’altro non si sente ascoltato.
E insiste.

Prendere tempo non è debolezza

Non sempre devi rispondere subito.
Anzi, spesso è meglio non farlo.

Potresti dire:

  • “Preferisco ricostruire bene la situazione e poi confrontarci.”
  • “Torniamo su questo tra poco, così ti do un quadro più completo.”

Non stai scappando.
Stai evitando una reazione impulsiva.

E questo, nel lungo periodo, è forza.

Non cercare di “chiuderla” in fretta

Quando il capo è arrabbiato, vorresti solo una cosa:
che finisca.

Subito.

Ma la fretta di chiudere…
spesso lascia aperto il problema.

Perché non hai ancora capito cosa lo ha attivato davvero.

Era davvero quell’errore?
O qualcos’altro?

Pressione sopra di lui/lei?
Aspettative non allineate?
Un problema ricorrente?

Non tutto è personale (anche se lo sembra)

È difficile.

Perché sei tu lì, davanti.
E le parole ti arrivano dirette.

Ma a volte non sei tu il problema.

Sei il punto su cui si scarica una tensione più ampia.

Ok, questo non giustifica il modo.
Ma ti aiuta a non reagire di pancia.

Chiediti:
stai addossando tutto su di te… o stai guardando il contesto?

Quando parli, scegli come posizionarti

Qui molti sbagliano.

Diventano passivi.
O difensivi.

In mezzo c’è una terza posizione.

Presente.
Chiara.
Non reattiva.

Esempi:

  • “Capisco che la situazione ti ha dato fastidio.”
  • “Voglio ricostruire bene cosa è successo.”
  • “C’è qualcosa che posso chiarire meglio adesso?”

Non ti stai sottomettendo.
Stai mantenendo una posizione.

Ascoltare prima di spiegare

Vuoi subito dire la tu? Lo capisco.

Ma se l’altro è arrabbiato,
non è ancora pronto ad ascoltarti.

Prima ha bisogno di scaricare.

E qui si gioca molto.

Se interrompi → aumenta.
Se correggi → si irrigidisce.

Se ascolti → si abbassa.

Domandati:
sto davvero ascoltando?

Chiedere è più potente che difendersi

Invece di spiegare subito, chiedi:

  • “Cosa ti ha dato più fastidio di questa situazione?”
  • “Qual era la tua aspettativa?”

Non per dargli ragione.
Per capire il quadro.

E quando capisci, puoi rispondere meglio.

Trova un punto di tua responsabilità (anche parziale)

Non devi assumerti tutte le colpe.

Ma magari qualcosa, anche di piccolo, c’è.

  • “È vero che avrei potuto aggiornarti prima.”
  • “In effetti … su questo potevo essere più chiaro.”

Questo non ti indebolisce.
Ti rende credibile.

E se il tono resta alto?

A volte succede.

Non si abbassa.
Non si apre.

In questi casi, insistere peggiora.

Meglio fermarsi.

“Preferisco riprenderla più tardi con più lucidità.”
Non è facile dirlo.
Ma a volte è necessario.

Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress, serve un confronto lucido e professionale.

Con il breve percorso mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a comunicare con calma e autorevolezza, senza compromettere il tuo benessere.

La domanda finale

Vuoi dimostrare che hai ragione…
o vuoi gestire bene la relazione con il tuo capo?

Perché non sempre coincidono.

Con un capo arrabbiato tieni la solidità se riesci a:

  • non reagire subito
  • non difenderti (a tutti i costi)
  • non trasformare tutto in uno scontro

Non è questione di forza.
Ma di stabilità.

E nel lavoro, alla lunga, è quella che fa davvero la differenza.

8 errori da evitare quando incontri persone nuove al lavoro (se non vuoi “bruciarti” subito)

incontrare persone nuove
Articolo aggiornato e ampliato nel 2026

Un nuovo collega.
Un nuovo cliente.
Il responsabile di un altro dipartimento.

Incontrare persone nuove al lavoro non è solo “fare conoscenza”.

È entrare in una relazione professionale
che, nel tempo, influenzerà collaborazione, fiducia, opportunità.

Eppure, proprio perché è importante, spesso diventa… rigido.

Ti prepari.
Pensi a cosa dire.
Vuoi fare una buona impressione.

E proprio lì iniziano gli errori.

Non perché non sei capace.
Ma perché stai cercando di controllare troppo l’effetto che fai.

1. Parlare troppo di te (soprattutto all’inizio)

Succede spesso.

Devi incontrare persone nuove al lavoro?
Ti presenti.
E inizi a raccontare tutto:
ruolo, esperienze, risultati, progetti.

Sembra sicurezza.
Spesso è tensione.

Domanda utile:
stai condividendo… o stau cercando di convincere?

Nel lavoro, le persone non hanno bisogno di un monologo.
Hanno bisogno di capire come sarà lavorare con te.

E questo non emerge da quanto parli.
Ma da quanto spazio-lasci.

2. Rompere il ghiaccio lamentandoti

“Che caos questo progetto…”
“Qui è sempre tutto complicato…”
“Abbiamo troppe riunioni inutili…”

Può sembrare un modo per creare complicità.

In realtà, è un segnale.

Stai comunicando il tuo modo di stare nel contesto.

E il messaggio implicito è:
porto criticità prima ancora di portare valore.

Domanda:
vuoi creare connessione… o sfogare tensione?

3. Ignorare il tuo linguaggio non verbale

Prima delle parole, arriva il corpo.

Sguardo basso.
Braccia conserte.
Postura rigida.
Occhi sul telefono.

Non serve dire nulla.
Il messaggio passa comunque.

Cosa trametti in quel momento?

Disponibilità?
Difesa?
Distacco?

Nel lavoro, la prima impressione non è solo cosa dici.
È come-stai nella relazione.

4. Essere troppo serio (o troppo teso)

Incontrare persone nuove al lavoro?

Non serve essere brillanti.
Ma serve essere accessibili.

Un’espressione chiusa, tesa, preoccupata
crea distanza immediata.

Domanda semplice:
stai cercando di “fare bene”… o di essere presente?

A volte basta poco:
un sorriso reale, non forzato.
Una frase semplice.
Una presenza meno rigida.

5. Cercare di essere interessante a tutti i costi

Interrompere.
Aggiungere sempre qualcosa.
Dimostrare competenza su ogni tema.

È faticoso per te.
E per chi ti ascolta.

Nel lavoro, non devi essere il più interessante.
Devi essere credibile.

E la credibilità non nasce dal riempire ogni spazio.
Nasce dal saper scegliere quando intervenire.

Domanda:
stai contribuendo… o stai occupando spazio?

6. Confondere sicurezza con arroganza

Petto in fuori.
Tono assertivo.
Opinioni nette su tutto.

Può sembrare leadership.
Spesso è copertura.

Quando incontri persone nuove, soprattutto in azienda,
non conosci ancora il contesto, le dinamiche, le sensibilità.

Mostrare sicurezza non significa imporsi.
Significa non avere bisogno di dimostrare subito tutto.

7. Dire troppo poco (per paura di esporsi)

L’altro estremo.

Risposte brevi.
Poca iniziativa.
Attesa di essere coinvolto.

Nel lavoro, questo viene letto come distanza.
O disinteresse.

La conversazione è uno scambio.
Non un interrogatorio.

Domanda:
stai partecipando davvero… o ti stai proteggendo?

8. Prendere tutto troppo sul serio

Ogni parola pesa.
Ogni risposta è calibrata.

E l’interazione diventa rigida.

Un minimo di leggerezza non è superficialità.
È capacità di stare nella relazione senza irrigidirla.

Anche nel lavoro.

La verità meno evidente

Quando incontri persone nuove al lavoro,
non stanno valutando solo cosa sai.

Stanno percependo:

  • come ascolti
  • come reagisci
  • quanto sei gestibile
  • quanto sei affidabile

E tutto questo passa in pochi minuti.

Non perché devi essere perfetto.
Ma perché sei leggibile.

Una domanda finale

Quando esci da quell’incontro, cosa resta?

Una buona impressione…
o una buona base di relazione?

Perché non sono la stessa cosa.

Molti cercano di fare colpo.
Pochi cercano di creare connessione.

Nel lavoro, nel tempo, vince sempre la seconda.

Incontrare persone nuove al lavoro? Non serve essere brillanti

Serve essere presenti.

Non serve dire tanto.
Piuttosto essere chiari.

Non serve impressionare.
Serve essere affidabili nella relazione.

Ed è qualcosa che non si costruisce con una frase perfetta.
Ma con il modo in cui stai, fin dal primo incontro.

Offerta di lavoro più alta? Non guardare solo lo stipendio

offerta di lavoro più alta

Ricevere una nuova offerta di lavoro può essere profondamente seducente.

Non solo per i soldi.
Ma per ciò che rappresenta.

È un segnale.
Qualcuno ti ha scelto.
È disposto a investire su di te.

E questo, spesso, tocca corde più profonde dello stipendio stesso.

Ma è proprio qui che potresti commettere un errore.

Confondere il piacere di essere scelto…
con la qualità reale della scelta.

Non sono la stessa cosa.

Il denaro è evidente.
Il resto è più difficile da vedere.

Lo stipendio è concreto.
Misurabile.
Comparabile.

Il resto no.

Il tipo di energia che ti aspetta.
La qualità del tuo futuro.
Il tipo di pressione che vivrai.
Il margine reale di crescita.

Queste cose non sono scritte nel contratto.

Eppure, sono quelle che, nel tempo, determinano la qualità della tua vita professionale.

La domanda non è: “Quanto guadagnerò?”

La vera domanda è:

“Chi diventerò?”

Non tutte le offerte sono passi avanti

Nel mio lavoro di coach ho visto persone accettare ruoli meglio retribuiti…
e ritrovarsi più svuotate dopo pochi mesi.

Non perché il lavoro fosse “sbagliato”.
Ma perché non le faceva crescere.

Ripetevano le stesse attività.
Nessuna nuova competenza.
Nessuna nuova esposizione.
Tantomeno evoluzione.

Solo uno stipendio più alto.

E una sensazione difficile da spiegare:
essere fermi…
in movimento. Stile tapis roulant.

Il denaro aveva migliorato il loro stile di vita.
Ma non la loro direzione.

Fermati un momento.
E chiediti qualcosa di scomodo.

Non cosa ti offre questa azienda.
Cosa questa azienda tirerà-fuori-da-te.

  • Ti renderà più competente… o solo più occupato?
  • Tra tre anni, sarai una versione “migliore” di te stesso…
    o solo una versione più stanca,
    anche se meglio pagata?
  • Questo ruolo ti porta qualcosa di nuovo?
    Ti costringe a crescere?
  • Ti mette in contatto con persone da cui puoi imparare?
  • Oppure ti offre solo una zona di comfort meglio retribuita?

Molte decisioni sbagliate nascono dalla fretta di uscire

Non dalla lucidità di entrare.

Se stai valutando un’offerta, probabilmente qualcosa nel tuo lavoro attuale non funziona più.

Ti senti fermo.
Poco riconosciuto.
Scarico.

E la nuova offerta diventa una via d’uscita emotiva.

Il sollievo iniziale può essere intenso.
Nuove persone.
Nuovo ruolo.
Nuova energia.

Ma poi la realtà torna.

E se non hai scelto con lucidità, rischi di ritrovarti nello stesso punto, in un contesto diverso.

C’è una domanda che pochi si fanno davvero

“Questo lavoro mi aiuterà a diventare la persona e il professionista che voglio essere?”

La risposta nasce quando senti che stai costruendo qualcosa che ha senso.
Valore.

Stai crescendo,
non solo performando.

E poi c’è un altro elemento che molti trascurano

Il tempo!

Più soldi,
ma meno tempo.

Più status,
ma meno spazio mentale.

Maggiore riconoscimento,
ma meno presenza nella tua vita.

Vale la pena?

Solo tu puoi rispondere.
È una domanda che merita onestà.

Attenzione anche a un altro aspetto sottile:

il tuo ego.

A volte non accettiamo un’offerta per il lavoro in sé.

La accettiamo per ciò che significa su di noi.
“Mi hanno scelto.”
“Valgo di più.”
“Sto crescendo.”

Ma una decisione presa per nutrire l’ego…
raramente nutre la tua stabilità.

Le buone decisioni non sono quelle che ti fanno sentire importante per qualche giorno.

Sono quelle che ti fanno sentire allineato per anni.

Non devi rispondere subito

Il Mercato moderno spinge alla velocità.
Tuttavia, le decisioni di carriera hanno conseguenze lente.

Prenditi il tempo di ascoltarti,
non solo di reagire.

Chiediti, con onestà:

Sto andando verso qualcosa…
o sto solo scappando da qualcosa?

Sono attratto dal ruolo…
o dal sollievo che immagino mi darà?

Questa scelta espande chi sono…
o anestetizza solo il disagio che provo oggi?

La verità è questa…

Lo stipendio migliora la tua vita.
Ma non sostituisce la direzione.

Un buon aumento può darti comfort.
Ma solo la crescita può darti stabilità interiore.

Le scelte migliori, spesso, non sono le più eccitanti.
Sono le più coerenti.

E la coerenza, nel tempo, vale più di qualsiasi aumento.

Quando una nuova proposta arriva,
entusiasmo,
dubbi si mescolano.

Il coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?” ti aiuta a fare chiarezza prima di scegliere, con equilibrio e visione.

Sentirsi bloccati nel lavoro: la prima cosa da fare è non decidere

bloccati nel lavoro

Quando ci sentiamo bloccati nel lavoro, la prima reazione è quasi sempre la stessa:

devo decidere!

Restare o cambiare.
Accettare o rifiutare.
Resistere o mollare.

La mente cerca una via d’uscita.
Come se una decisione potesse togliere di colpo il peso che senti.

Ma c’è una verità poco comoda, e per questo raramente detta:
decidere troppo presto spesso peggiora il blocco che senti.

Perché?

Stai cercando una risposta mentre sei ancora sotto pressione

Quando sei stanco,
confuso o
sotto stress,
ogni opzione sembra sbagliata.

Se resti, ti senti debole.
Cambi?
Temi di fare un errore.

Se aspetti, ti giudichi immobile.

E così la scelta diventa una lotta interna,
non un atto lucido.

La mente cerca una via d’uscita

Quando il peso diventa troppo, parte la ricerca compulsiva di una soluzione.

Una decisione qualsiasi.
Anche imperfetta.
Anche affrettata
.

Perché la nostra mente associa la decisione a: “Se decido, smette di fare male.”

Non sta cercando la scelta migliore.
Sta cercando sollievo immediato.

È per questo che, sotto pressione, la mente:

  • sopravvaluta le soluzioni rapide
  • sottovaluta le conseguenze a medio termine
  • confonde urgenza con importanza

Decidere diventa un “anestetico”

Non una strategia.

E il paradosso è che la decisione presa per “togliere peso” spesso crea …
nuovo peso.

La vera uscita non è decidere in fretta.

È reggere la tensione abbastanza a lungo da decidere con lucidità.

Quindi?

La prima cosa da fare, quando ci sentiamo bloccati nel lavoro, è non decidere.

Sospendere l’urgenza della decisione

Non per scappare.
Non per rimandare all’infinito.
Ma per creare uno spazio mentale in cui puoi pensare senza dover agire subito.

Uno spazio in cui puoi farti domande scomode,
senza doverle risolvere all’istante.

Ad esempio:

  • Cosa ti pesa davvero oggi nel tuo lavoro: il ruolo, il contesto, le persone, o l’immagine che hai costruito di te lì dentro?
  • Se restassi, cosa dovresti accettare di perdere o di cambiare?
  • Se cambiassi, cosa speri davvero di salvare?
  • Stai cercando una scelta o stai cercando sollievo?

È quello ho chiesto a Karin

42 anni,
un ruolo solido,
una carriera (diciamo) coerente.

Insomma, nulla che “non funzioni”.

Eppure, da quasi un anno sente un peso costante.
Non è crisi aperta.
È una stanchezza sottile, che non passa nemmeno dopo le ferie.

Quando prova a capire cosa non va, si dice: forse dovrei cambiare lavoro!

Ma ogni volta che immagina di farlo,
si irrigidisce.

Cosa ti pesa davvero oggi, Karin?

il ruolo,
il contesto,
le persone… o l’immagine che hai costruito?

Karin, si accorge che non è il lavoro in sé, ma il personaggio che sente di dover interpretare ogni giorno.

Ammette che restare significherebbe rinunciare all’idea di essere vista come quella sempre affidabile,
sempre disponibile,
quella “forte”.

Quella-che-decide (appunto!)

A quel punto emerge la domanda più scomoda:
Karin stai cercando una scelta
o stai cercando sollievo?

Karin capisce che non è pronta a decidere.
Almeno non ancora.

Ma per la prima volta smette di sentirsi sbagliata per questo.

E il blocco, lentamente,
inizia a sciogliersi.

Molti dicono “sono bloccati nel lavoro”: in realtà sono solo saturi

Pieni.
Sfibrati.

In queste condizioni,
forzare una decisione non porta chiarezza.
Porta solo una “nuova tensione”.

La chiarezza non nasce dall’urgenza.

Nasce da un confronto
onesto,
lento,
non giudicante.

Dal riconoscere cosa non funziona più, senza dover subito sapere cosa verrà dopo.

Solo dopo questo passaggio una scelta smette di essere una fuga
e diventa una decisione.

Se oggi ti senti bloccato, forse non ti serve un piano.

Forse ti serve uno spazio per capire,
prima di decidere.

E no,
non è debolezza.

È (l’inizio) di lucidità.

Non sai se restare dove sei
o cercare qualcosa di nuovo?

In due sessioni iniziamo a esplorare motivazioni,
alternative,
primi passi concreti.

Scopri il coaching mirato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” e ritrova un po’ di consapevolezza.

Quando un’offerta migliore ti mette in crisi (non per il lavoro, ma le persone)

offerta migliore
Come prendere una decisione senza rimpianti?

Ricevi un’offerta migliore.
Più stimolante.
Più coerente con quello che vuoi oggi.
Perché no? Anche meglio retribuita.

Offerta migliore? Eppure, non riesci a gioire davvero

Perché insieme all’entusiasmo
arriva anche il senso di colpa.

Verso il team.
Il capo che ti ha dato fiducia (anni fa).
I colleghi con cui hai condiviso carichi,
tensioni,
responsabilità.

E allora la domanda non è più:

  • “È una buona opportunità?”

Ma:

  • “Posso andarmene senza sentirmi una persona sleale/scorretta?”

Il senso di colpa non è una prova che stai sbagliando

Prima verità, scomoda ma necessaria:
sentirti in colpa non significa automaticamente che la scelta sia sbagliata.

Significa che sei una persona che tiene alle relazioni.
Che non vivi il lavoro con freddezza.
Che ascolti l’empatia quando deve decidere.

Il problema nasce quando il senso di colpa
diventa il criterio decisionale.

Se scegli solo per non deludere qualcuno,
stai delegando la tua carriera professionale
alle emozioni degli altri.

E questo, nel tempo,
ti crea rancore.

Dapprima silenzioso.
Poi via via sempre più forte!

Una domanda che quasi nessuno si fa

Fermati un attimo e chiediti:

  • Se questa offerta migliore non esistesse,
    resterei qui per scelta… o per inerzia?

Sono due cose molto diverse.

Restare per scelta implica consapevolezza.
Per inerzia implica paura del cambiamento,
mascherata da lealtà.

E la lealtà vera non nasce dal sacrificio forzato.
Nasce dalla chiarezza.

Il tuo team non è fragile come pensi

Una delle paure più comuni è:
“Se me ne vado, li metto in difficoltà.”

A volte è vero, nel breve periodo.

Ma attenzione a non sovrastimare il tuo ruolo
come se fossi insostituibile.

Se c’è una cosa che ho capito (da oramai molto tempo)
che nessuno è indispensabile.

I team maturi si riorganizzano.
Le aziende sane assorbono i cambiamenti.
Le persone crescono anche quando qualcuno se ne va.

Restare solo per evitare un disagio temporaneo
significa caricarti sulle spalle
una responsabilità che non è tutta tua.

Senso di colpa o confini poco chiari?

Se provi senso di colpa vuol dire che non hai mai chiarito i confini tra:

  • ruolo professionale
  • legame emotivo
  • responsabilità personale

Se ti senti responsabile della stabilità emotiva del team,
c’è qualcosa che va oltre il tuo ruolo.

E non è sostenibile nel lungo periodo.

Un lavoro può essere importante.
Un team può contare su di te.

Ma non può diventare il motivo
per cui rinunci sistematicamente a evolvere.
Crescere.

Una distinzione fondamentale

Chiediti con onestà:

  • Sto lasciando per scappare…
    o per andare verso qualcosa?

Sono due movimenti completamente diversi.
Scappare è una reazione.
Andare verso è una scelta.

Se stai scappando da un conflitto mai affrontato,
il senso di colpa ti seguirà anche nel nuovo ruolo.

Se stai andando verso un allineamento maggiore,
il disagio iniziale è normale.
Non è un segnale di errore.

Come ridurre i rimpianti
(non il disagio)

Decidere
non significa non soffrire.

Significa soffrire nel modo giusto.

Prima di decidere, chiediti:

  • Ho comunicato in modo chiaro, onesto e rispettoso?
  • Sto lasciando spazio a una transizione dignitosa?
  • Sto dicendo addio a un contesto…
    o a un’immagine di me come “persona sempre affidabile”?

Perché a volte il vero lutto
non è lasciare il team.

È l’identità che lasci andando avanti.

Una verità poco detta

Se rinunci a un passo importante per la tua carriera
solo per non deludere qualcuno …

potresti ritrovarti tra qualche anno
con una domanda ancor più pesante:

  • “Perché non ho scelto (per me stesso)
    quando ne avevo la possibilità?”

E quel tipo di rimpianto
è molto più difficile da digerire.

In conclusione

Prendere una decisione senza rimpianti
non significa non provare colpa.

Puoi essere riconoscente
e andare via.

Puoi voler bene a un team
e scegliere un’altra strada.

Essere corretto, umano, rispettoso
senza restare fermo.

La vera lealtà, a un certo punto,
è verso la direzione che stai costruendo.
Non verso il posto in cui sei stato utile.

La maturità non sta nel restare a ogni costo

ma nel saper andare via senza distruggere
ciò che c’è stato
e senza tradire ciò che stai diventando.

Se ti senti bloccato tra la voglia di cambiare e la paura di rischiare,
fermati un momento.

Il percorso di coaching miratoNuova offerta di lavoro: accettare o restare?
ti guida passo dopo passo
verso la decisione più giusta per te.

Riprendersi dopo un periodo difficile: un lavoro tanto profondo quanto lento

riprendersi dopo un periodo difficile

Foto di Mikhail Nilov

Riprendersi dopo un periodo difficile: la guida che nessuno ti racconta.

Ci sono momenti della nostra vita professionale in cui qualcosa si spezza.
A volte con grande rumore.

  • Un licenziamento
  • La chiusura dell’azienda

Altre volte, basta una critica nel momento sbagliato,
un capo svalutante,
un progetto in cui hai dato tutto e che non porta da nessuna parte.

Cominci a dubitare di te stesso.
Riprendersi dopo un periodo difficile sembra quasi un’azione eroica.

Perché è così complesso?

Non si tratta solo di trovare la “forza dentro di te”.

Ci sono momenti in cui non c’è niente da “trovare dentro”:
solo stanchezza,
demotivazione,
smarrimento.

Riprendersi è un lavoro quotidiano, lento, a volte invisibile, spesso silenzioso.

E intanto ci sono riunioni,
obiettivi,
scadenze,
relazioni,
responsabilità…

E la vita privata: famiglia, figli…
se ci sei passato, sai cosa vuol dire.

La storia di Luca

Luca aveva costruito la sua carriera sull’idea che “uno bravo non sbaglia mai”.

Quando un progetto a cui lavorava è fallito
— per ragioni fuori dal suo controllo —
ha vissuto il fallimento come una condanna personale.

Si è chiuso, ha smesso di proporre idee, ha iniziato a temere il giudizio.
Ha ceduto sotto il peso dell’idea che “un vero professionista non sbaglia”.

Anche per lui, la ripresa è stata lenta.
Ha dovuto:

  • Ricostruire il suo rapporto con l’errore
  • Separare il proprio valore dai risultati
  • Accettare che la vulnerabilità non è un nemico, ma un maestro

Tanto lavoro “interno”.

Lento,
silenzioso,
necessario.

Riprendersi non è solo tornare forti

È tornare a fidarsi di te stesso.

Quando perdi autostima non perdi capacità o produttività.
Perdi fiducia.

E quella va ricostruita,
passo dopo passo,
con tempo e pazienza.

La ricerca interiore cambia tutto

Molti professionisti, dopo essersi rimesse in piedi, non hanno solo recuperato fiducia.

Hanno cambiato prospettiva:

  • La carriera non è più solo performance e riconoscimento
  • La vita professionale diventa uno spazio di crescita, senza sfinirsi

La salvezza spesso non è la spinta motivazionale,
ma il contatto umano, sentirsi compresi, non valutati.

Una parte personale

Anche io ho attraversato momenti in cui la mia autostima oscillava.

Nonostante il lavoro serio e profondo con i miei clienti, dentro di me si muoveva il dubbio:

  • “E se non fossi abbastanza?”
  • “Sono davvero capace?”

Non mi hanno salvato slogan, “pensa positivo” o motivazioni facili.

Ma piuttosto:

  • Il tempo
  • La sincerità con me stesso
  • La ricerca lenta e faticosa di ciò che per me ha davvero valore

Riprendersi non è un metodo

È un processo lento.

Fatto di:

  • Piccoli aggiustamenti
  • Domande scomode
  • Tentativi goffi (e spesso mal riusciti)

Non si racconta con la retorica della forza,
ma con l’onestà della fragilità.

La verità è semplice

Riprendersi dopo un periodo difficile richiede:

  • Tempo
  • Cura
  • Onestà
  • Gentilezza verso te stesso

Non devi tornare chi eri.
Non devi dimostrare niente a nessuno.

Devi solo ricominciare a fidarti di te, piano, con calma.

Il resto – lentamente – torna.

In defintiva

Anche dopo un periodo complicato puoi ricostruire:

  • Fiducia
  • Equilibrio
  • Motivazione

Non serve correre,
serve riconnettersi con te stesso, passo dopo passo.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?

È il momento di rimettere al centro te stesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

Gestire l’ansia da lavoro: come affrontare l’incertezza e guardare avanti

gestire l’ansia da lavoro
Voci di riorganizzazioni.
Tagli.
Nuovi manager.

All’improvviso, il cielo sopra la testa si fa nero.
Quello che fino a ieri sembrava sicuro, oggi non lo è più.

La paura di perdere il lavoro fa tremare la terra sotto i piedi.

La mente ansiosa parte in corsa:
“E se mi lasciano a casa?”
“Come ricomincio?”
“Dove?”

Ed è proprio qui che serve una cosa precisa:
riportare fiducia e lucidità dove ora c’è solo paura e logoramento.

Riconosci la tua ansia

È naturale sentirsi ansiosi.
Non è una debolezza.
È una risposta umana a una minaccia percepita.

L’errore più comune nel gestire l’ansia da lavoro?
Fingere di non sentirla.

Prova invece a osservarla:

  • Cosa ti sta davvero spaventando?
  • La perdita di stipendio? Di status?
    Della routine? Dell’identità?
  • Oppure la sensazione di non avere controllo?

Dare un nome alla paura
è già il primo passo per ridurre l’ansia sul tuo futuro professionale.

L’ansia non va zittita.
Va ascoltata, per capirne il messaggio.

Niente panico (davvero)

Questo è il momento di rallentare.
Di separare i fatti dalle interpretazioni.

Chiediti:

  • Ci sono segnali concreti che il mio ruolo è davvero a rischio? O sto reagendo al chiacchiericcio?
  • Se la mia posizione cambiasse,
    quali competenze mi renderebbero comunque spendibile?
  • Ho contatti, reti, persone che potrei riattivare se servisse?

L’incertezza alimenta l’ansia.
La chiarezza — anche se spiacevole — la riduce.

A volte scopri che la situazione non è così grave.

Altre volte capisci che sì, potrebbe cambiare…
ma non sei disarmato come credevi.

Piccoli passi, grande impatto

Il cervello ansioso corre:
“Devo subito trovare un nuovo lavoro!”

La stabilità, invece, si ricostruisce con l’azione.
Una alla volta. Anche piccola.

  • Aggiorna CV e profilo LinkedIn, anche solo per sentirti pronto
  • Analizza le competenze trasferibili:
    cosa sai fare oltre il ruolo attuale.
  • Parla con persone di fiducia: colleghi, ex capi, mentor.
  • Investi in formazione, anche minima:
    un breve corso può riaccendere fiducia e curiosità.

Ogni azione riduce l’ansia
perché ti ricorda una verità semplice e potente:

non controlli tutto,
ma controlli la tua reazione.

Domande che aiutano a ritrovare direzione

Se senti l’ansia salire, fermati e rifletti:

  • Cosa farei davvero, se potessi ripartire da zero?
  • Cosa mi sta insegnando questo momento
    sulla mia relazione con il lavoro?
  • Cosa posso imparare ora
    che mi renderà più forte tra 4–6 mesi?

Le crisi sono scomode.
Ma sono anche rivelatrici.

A volte ti costringono a fermarti.
Altre volte aprono possibilità
che non avresti mai esplorato se tutto fosse rimasto stabile.

Pianifica un nuovo equilibrio

Quando il lavoro è in bilico,
sembra che tutto sia in discussione.

Non è la fine del tuo percorso.

Ripartire — se sarà necessario —
non significa ricominciare da zero.

Hai competenze.
Relazioni.
Esperienza.
Visione.

Nessuno può portarti via tutto questo.

Se vuoi gestire l’ansia da lavoro,
costruisci nuove basi:
più consapevolezza, meno paura.

In definitiva

Forse non puoi controllare il futuro.

Ma puoi prepararti a incontrarlo
da protagonista,
non da spettatore.

Gestire l’ansia da lavoro? Se ti serve un punto fermo …

A volte serve qualcuno
che ti aiuti a rimettere ordine nei pensieri.

A trasformare l’ansia in un piano d’azione concreto.

È qui che il coaching fa la differenza:
uno spazio sicuro per capire dove vuoi andare
e come valorizzare ciò che hai.

Perché anche quando tutto cambia,
puoi sempre scegliere come attraversare il cambiamento.

Se pensi “mi merito di più sul lavoro”, hai ragione! Ora però dimostralo

mi merito di più sul lavoro Foto di MART PRODUCTION

Quante volte ti sei detto:
“Mi merito di più sul lavoro”?

Uno stipendio più alto.
Un ruolo diverso.
Più responsabilità.

O forse, più semplicemente:
più riconoscimento.
Più considerazione.
Rispetto.

Se pensi spesso:
“Mi merito di più sul lavoro”,
sappi una cosa: hai ragione!

Quando senti di meritare di più
significa che dentro di te
qualcosa sta crescendo.

Hai iniziato a pensarti oltre

Mi capita spesso nei percorsi di coaching:
professionisti convinti di meritare di più.
E hanno ragione!

Ma la vera sfida non è solo crederci.
È dimostrarlo,
con scelte,
comportamenti,
presenza.

Il punto, quindi, non è:
ti meriti di più?

La domanda è un’altra:

  • cosa stai facendo per dimostrarlo?

Merito e riconoscimento non sono la stessa cosa

Quante volte hai pensato:
“Se lavoro bene, qualcuno se ne accorgerà”.

È un’illusione.
La realtà è diversa.

Il merito non sempre è visibile.
Non sempre viene notato.
Anzi.
E allora la domanda diventa inevitabile:

  • Quanto del tuo lavoro è evidente
    agli occhi di-chi-decide?

Non si tratta di “venderti”,
ma di rendere visibile il tuo valore.
Se resta impercettibile,
rischia l’invisibilità.

Perché molti professionisti faticano a promuovere sé stessi

La sola idea di far emergere il tuo contributo
ti mette a disagio?

Hai paura di sembrare arrogante?

Hai sempre lavorato con modestia
e ti sembra di tradire il tuo stile?

Così resti dietro le quinte,
convinto che la qualità del tuo lavoro
parlerà da sola.

Intanto, mentre pensi
“Mi merito di più sul lavoro…”,
qualcun altro si muove.

E spesso non è il più preparato.
A volte è il collega con meno competenze,
ma più intraprendenza —
o con un po’ di insolenza e leggerezza.

Perché osa.
Si espone.
Non ha paura di sembrare “troppo”.

Non aspettare che qualcuno ti noti

Prepari una presentazione impeccabile.
Curata,
solida,
chiara.

In riunione mostri le slide
e aspetti che gli altri colgano il valore.

Nessuno critica.
Annuiscono.
Prendono nota.
E passano oltre.

Il giorno dopo,
la stessa idea viene rilanciata
da un collega più abile nel raccontarla.
E all’improvviso sembra sua.
(leggi il post su come placcare il collega scorretto).

Quindi?
Non basta fare.
Serve dare voce a ciò che fai.

Non confondere fatica con valore

Restare fino a tardi.
Dire sempre sì.
Caricarti di impegni.

Non significa automaticamente crescere.

Spesso diventi solo
il punto di appoggio.
L’esecutore affidabile.

Non la persona a cui affidare
responsabilità strategiche.
Né quella che “fa crescere il progetto”.

Il rischio è questo:
che il tuo sforzo venga visto
come abitudine,
non come valore.

Non limitarti al confronto con i colleghi

Ti guardi attorno e pensi:
“Io faccio più di lui/lei,
quindi mi spetterebbe di più”.

Ma il vero confronto
non è con i colleghi.

È con chi già occupa il ruolo
a cui aspiri.

Forse sei il più preciso.
Il più affidabile.
Il più veloce.

Ma se vuoi crescere,
devi iniziare a ragionare
— e muoverti —
come chi prende decisioni,
non solo come chi esegue.

Dimostrare, non solo pensare

Cosa significa davvero
dimostrare di meritare di più?

Non basta essere bravi.
Neanche sentirsi pronti.

Vuoi essere visto come leader?
Inizia a pensare da leader,
anche senza il titolo.

Vuoi più autonomia?
Mostra che sai gestirla.
Non aspettare che ti venga concessa.

Vuoi più riconoscimento?
Rendilo visibile.
Non sperare che venga letto tra le righe.

3 domande scomode (ma necessarie):

Se pensi “mi merito di più sul lavoro”,
prova a chiederti:

  • Sto lavorando per compiacere
    o per creare valore visibile?
  • Se fossi io il capo,
    promuoverei una persona come me? Perché sì/no?
  • Mi sto già comportando
    come chi è un passo avanti?

Sono domande scomode.
Ma sono quelle che ti spostano
dal desiderio all’azione.

Dire “mi merito di più”
è consapevolezza.
Dimostrarlo è responsabilità.

Responsabilità significa
non aspettare che qualcosa cada dall’alto,
ma creare le condizioni perché accada.

Questo vuol dire:

  • costruire relazioni, non solo lavorare bene
  • avere il coraggio di chiedere, non solo aspettare
  • agire oggi come vorresti essere domani

In conclusione

Se ti chiedi spesso
“Mi merito di più sul lavoro”,
probabilmente hai ragione.

Ma ricordalo:
il sistema non promuove ciò che è nascosto.

Il vero salto avviene
quando smetti di aspettare
che gli altri vedano il tuo valore
e inizi a viverlo,
incarnarlo,
mostrarlo
ogni giorno.

Perché sì, te lo meriti.
Ma ora tocca a te dimostrarlo.

Nota finale importante

Ragionare come chi prende decisioni
non significa diventare autoritari
o sentirsi “più in alto” degli altri.

Significa cambiare prospettiva.

Spostare lo sguardo
dal compito al risultato:
non solo “Cosa devo fare?”,

a “A cosa serve davvero questo lavoro?”.

Vuol dire valutare alternative,
scegliere tempi e responsabilità,
allineare le persone coinvolte
e assumersi la responsabilità dei risultati,
non solo delle attività.

Nei miei percorsi di coaching
lavoro proprio su questo:

trasformare la consapevolezza di valere di più
in strategie concrete di crescita e riconoscimento.

Momento di cambiare lavoro o solo un periodo difficile?

momento di cambiare lavoroFoto di Pavel Danilyuk

Ci sono momenti in cui andare al lavoro diventa più pesante del solito.

Ti svegli e sei già stanco.
La motivazione è bassa.
Ogni riunione sembra inutile.

Inserisci il pilota automatico.

Tutto pesa.
Le giornate scorrono senza stimoli.
I progetti non ti entusiasmano più.

E ti ritrovi a pensare,
sempre più spesso:

“Ha ancora senso restare?”

È una voce di fondo.
Cresce.
Ogni giorno un po’ di più.

  • È una fase passeggera?
  • È solo stanchezza?
  • O è arrivato il momento di voltare pagina?

Cambiare o restare?

Cambiare lavoro è una decisione importante.

Ma anche restare lo è.

Quando sei stanco o frustrato rischi due cose:

  • reagire di impulso
  • oppure restare bloccato, aspettando che qualcosa cambi da sé

La domanda vera è:

  • come distinguere una crisi passeggera da un segnale di cambiamento?

Cambiare azienda può essere un atto di coraggio.
Ma può diventare una fuga mascherata, se non affronti prima te stesso.

Fermati. E ascolta.

Nel turbinio delle giornate è facile non accorgerti
che qualcosa dentro di te si sta spostando.

Forse non ti riconosci più in quello che fai.
Oppure stai solo attraversando un periodo intenso.

La domanda non è solo:
“Mi piace ancora questo lavoro?”

Ce ne sono altre.

Non per avere una risposta immediata.
Ma per iniziare un dialogo onesto con te stesso.

1. È stanchezza o è qualcosa di più?

Tutti attraversiamo periodi difficili.

Ma se la fatica è diventata la norma,
forse c’è qualcosa di più profondo da esplorare.

2. Stai ancora crescendo?

La crescita non è solo promozioni o corsi.

È sentirsi stimolati.
Curiosi.
Mossi da una sfida.

Se da mesi vivi una routine stagnante,
è legittimo chiederti:
c’è ancora spazio per evolvere qui?

3. Hai ancora un “perché”?

Quando perdi il senso di ciò che fai,
la motivazione crolla.

Chiediti:

  • Che impatto ho oggi?
  • Cosa sto costruendo davvero, anche nel piccolo?

Ritrovare il “perché” cambia tutto.

4. È il contesto o sei cambiato tu?

Può essere il capo.
L’ambiente.
La cultura aziendale.

Ma potresti essere cambiato anche tu.

Nuove priorità.
Nuovi bisogni.
Nuova fase di vita.

Non sempre è colpa dell’esterno.
A volte sei semplicemente pronto per altro.

5. Cosa succede se tutto resta così per 4–10 mesi?

Proiettati nel futuro.

Se questa idea ti spegne,
ti demotiva,
ti fa sentire intrappolato…

ascolta quel segnale.

Cambiare lavoro può spaventare.

Ma restare bloccato in una situazione che non ti soddisfa
è ancora peggio.

Hai già provato a cambiare qualcosa… dove sei ora?

Prima di pensare di andartene, chiediti:

  • Hai davvero esplorato tutte le possibilità?

A volte basta:

  • un confronto sincero con il capo
  • un progetto diverso
  • una ridefinizione delle priorità
  • negoziare meglio orari o aspettative
  • rimettere un confine chiaro

Non sempre serve cambiare tutto.
A volte serve cambiare posizione dentro la stessa realtà.

NOTA:
Finché non rispondi a queste domande,
ogni nuova opportunità rischia di essere solo una ripetizione.
In un altro contesto.

La risposta potrebbe non essere immediata

Forse non è il momento di cambiare.

Forse è il momento di prepararti al cambiamento.
O di trasformare ciò che puoi,
prima di decidere.

La chiarezza arriva più facilmente
quando ti concedi uno spazio fuori dal rumore quotidiano.

Vuoi esplorare questo momento con lucidità?

Momento di cambiare lavoro? Prenota una sessione conoscitiva gratuita.

Parleremo di:

  • dove ti trovi ora
  • cosa senti muoversi dentro
  • quali opzioni reali puoi valutare

Senza pressioni.
Senza forzature.

Solo uno spazio per capire meglio se restare,
cambiare o
trasformare.

Scopri il percorso di → coaching mirato.

In finale

Non tutte le stanchezze chiedono una fuga.
Alcune chiedono ascolto.

E a volte la vera svolta
non è cambiare lavoro.

È cambiare consapevolezza.

È troppo tardi per cambiare strada? Riflessioni e consigli per una nuova direzione

cambiare strada
Spesso, nelle mie sessioni di coaching, incontro persone insoddisfatte del loro percorso professionale.

Hanno investito tempo,
energia,
risorse.

Con scarsi risultati.

E pensano che sia “troppo tardi per cambiare lavoro”.

Oppure hanno paura.

Di sbagliare.
Di perdere ciò che hanno costruito.
Danneggiare la propria reputazione.
Di fare brutta figura.

Così restano fermi.
Bloccati.

Non dalla realtà.
Ma dalla convinzione che non ci sia alternativa.

La verità è un’altra …

Non è mai troppo tardi per fare ciò che è ancora possibile.
Ciò che ti entusiasma.
Ciò che ti fa sentire vivo.

Il punto non è cambiare impulsivamente.
Piuttosto è scegliere consapevolmente.

Basandoti sulle risorse e sulle possibilità che hai oggi.

Perché hai paura di cambiare strada?

La paura del cambiamento è naturale.

Hai paura dell’ignoto.
Di perdere stabilità.
Di fallire.
Del giudizio degli altri.

Ma non esiste una regola che ti obbliga a restare dove sei.
Se quel luogo non ti rappresenta più.

La vera domanda è un’altra:

A cosa stai rinunciando restando fermo?

Fermati un momento e rifletti:

  • Ti senti soddisfatto del tuo lavoro?
  • Ti senti motivato?
  • Oppure senti che qualcosa, lentamente, si sta spegnendo?

Se non cambi nulla, dove sarai tra cinque anni?
E soprattutto: sarai felice di esserci rimasto?

Non è mai troppo tardi per reinventarsi

Molti pensano che esista un momento giusto per cambiare.

Non è così.

Non esistono scadenze per la realizzazione personale.

La tua carriera non è statica.
È viva. Si evolve con te.

Ciò che aveva senso a 25 anni può non averlo a 40.
Ciò che funzionava ieri può non bastare oggi.

Cambiare può destabilizzare.
È vero.

Ma restare immobili, quando sai che qualcosa deve cambiare, ha un costo più alto.

Piccoli passi. Grandi cambiamenti.

Il cambiamento non richiede gesti estremi.

Richiede chiarezza.
E piccoli passi.

Durante il coaching, lavoriamo proprio su questo:
esplorare senza rischiare tutto.
Capire, prima di decidere.

Ricordo un cliente di 50 anni che voleva diventare istruttore di fitness.
All’inizio della formazione ha scoperto una verità importante:
amava il fitness.

Ma non insegnarlo.

Si è reso conto che ciò che lo “nutriva” era
il silenzio dell’allenamento,
la concentrazione,
la sfida con sé stesso.

Non il dover osservare gli altri.
Correggere,
motivare,
spiegare.

Non il sentirsi responsabile dell’energia e dei risultati di altri.

Quella scoperta gli ha evitato una scelta sbagliata.

Esplorare prima di cambiare ti protegge da decisioni impulsive.

Inizia a costruire la tua “nuova” direzione

Non serve stravolgere tutto. Subito.

Puoi iniziare così:

  • sviluppando nuove competenze
  • partecipando a corsi o workshop
  • parlando con persone del settore
  • sperimentando gradualmente

Ogni passo crea chiarezza.

Ogni passo rafforza la tua direzione.

Chiediti:

  • Qual è il primo piccolo passo che posso fare oggi?
  • Cosa posso esplorare, senza stravolgere tutto?

Parla con chi ha già fatto quel percorso

Il modo più veloce per capire una strada è parlare con chi la vive già.

Fai domande.
Ascolta.
Osserva.

Per esempio:

  • Quali sono le vere sfide del settore?
  • Quali competenze sono davvero necessarie?
  • Quali errori dovrei evitare?

Anche io vengo spesso contattato da chi desidera entrare nel mondo del coaching.

La chiarezza nasce dal confronto.
Non dall’isolamento.

Un lavoro che ti svuota non resta confinato al lavoro.
Influenza la tua energia.
La tua identità.
La tua vita.

Per questo esiste il percorso:
Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi“.

Uno spazio protetto e strutturato per aiutarti a capire quale direzione è davvero giusta per te.

Conclusione: cambiare strada è possibile

Cambiare strada non è facile.
È inutile fare-slogan.

Ma è possibile.

E spesso è l’unico modo per tornare ad essere pienamente te stesso.

Le nostre vite cambiano.
Noi cambiamo.

E a volte, il passo più importante non è sapere già dove andare.

È smettere di restare dove-non-vuoi-più-stare.

Perché il cambiamento non inizia quando sei pronto.

Inizia quando smetti di rimandare.

Ansia del leader: 5 strategie per affrontare le tue sfide con più calma

ansia del leader
Foto di cottonbro studio

Ti è mai capitato di rigirarti nel letto la notte
ripensando a riunioni,
decisioni,
progetti?

Ti chiedi se avresti potuto fare di più.
O semplicemente meglio.

Le responsabilità di un leader portano spesso con sé
un senso di pressione costante:

il timore di deludere le aspettative,
il peso delle decisioni complesse,
quella vocina che incalza:
“Sarò all’altezza?”

Questa tensione
— che molti provano ma pochi confessano —
è l’ansia da leadership.

Quando l’ansia non resta solo nella testa

Non invade solo la mente.
Si manifesta nel corpo.

La senti nello stomaco.
Nelle spalle.
Nel collo.

Se non gestita, l’ansia:

  • riduce la creatività
  • prosciuga la determinazione
  • amplifica le difficoltà

Combatterla non serve.
Resisterle la rende più forte.

La chiave non è negarla,
ma risponderle con consapevolezza e azione strategica.

Ecco 5 strategie per trasformare l’ansia del leader in una forza:

1. Consapevolizza: l’ansia è normale

L’ansia non è debolezza.
È una reazione naturale alle responsabilità e all’incertezza.

Anche i leader più esperti la provano.

Accettarla è il primo passo per ridimensionarla.
Ignorarla o fingere che vada tutto bene, nel tempo,
peggiora le cose.

Chiediti:

  • Qual è la vera causa del disagio?
  • Cosa è sotto il mio controllo?

Su questo tema parlo in modo approfondito nel mio libro
Prima volta Leader”.

Ciò che non puoi controllare,
lascialo andare.

2. Cambia il tuo rapporto con l’ansia

Invece di resisterle, prova a collaborare con la tua ansia.

Trattala come un messaggero e chiediti:

  • “Cosa mi sta segnalando?”
  • “È legata a una decisione concreta o a una paura più profonda?”

L’ansia amplifica scenari negativi.
Usa la logica per ridimensionarli.

Senti le emozioni,
non reprimerle.
Poi lasciale andare.

Condividerle con una persona fidata o con un coach
aiuta a trovare nuove prospettive.

Non devi avere tutte le risposte subito.
Anche le pause sono uno strumento di leadership.

3. Dai un nome alle tue ansie

Quando l’ansia ha un nome,
diventa qualcosa su cui puoi lavorare.

Esempio.

Devi fare una presentazione importante davanti al Management.
Da giorni ti tormentano pensieri come:

  • “E se sbaglio?”
  • “E se non sono all’altezza?”

Fermati e chiediti:

  • “Cosa sto davvero provando?”

Forse è insicurezza sulla tua comunicazione.
Ora l’ansia non è più indefinita:
è una paura specifica.

Puoi:

  • esercitarti
  • chiedere feedback
  • prepararti alle domande critiche

Non sei un leader-ansioso.
Sei una persona che affronta una situazione complessa.

Questo cambio di prospettiva non elimina l’ansia,
ma la rende affrontabile.

4. Ansia del leader? Passa all’azione

Puoi ignorare i problemi.
Ma non puoi evitarne le conseguenze.

Alcuni si risolvono da soli.
Quelli che non lo fanno,
peggiorano.

Il non-fare-niente (se non come scelta strategica)
alimenta l’ansia.
La paura si nutre di indecisione.

L’azione, quasi sempre,
è meglio dell’inazione.

Strategie pratiche:

  • Prioritizza: affronta ciò che è urgente
  • Resta nel presente: meno ruminazione, più realtà
  • Cerca supporto: confronto e nuove prospettive

L’azione non deve essere perfetta.
Deve essere migliorativa.

5. Trasforma l’ansia in una forza positiva

Se gestita con consapevolezza, l’ansia può diventare un motore.

  • Usala come motivazione
  • Impara ciò che ti segnala
  • Costruisci resilienza

Non serve essere perfetti per essere efficaci.
Spesso “fatto” è meglio di “perfetto”.

Ogni passo ti avvicina ai tuoi obiettivi.

A questo proposito approfondisci con il mio post:
5 circostanze in cui è preferibile accettare un risultato sufficiente anziché perfetto

La risposta all’ansia del leader: leadership consapevole

Affrontare l’ansia non significa eliminarla.
Significa integrarla nel tuo percorso di crescita.

Con consapevolezza,
strategie
e supporto professionale,
può diventare un’opportunità concreta di evoluzione.

In finale

L’ansia non è il segnale che non sei adatto.

Spesso è la prova che
stai prendendo sul serio ciò che fai.

La differenza non è tra chi la prova e chi no,
ma tra chi la subisce
e chi impara a usarla come alleata.

Soliti buoni propositi di nuovo anno? Invece di focalizzarti su cosa-fare, chiediti chi-essere

buoni propositi per il nuovo anno

Foto di Pixabay

Il nuovo anno è arrivato.

È il momento dei bilanci.

Tra delusioni che — forse — ti hanno insegnato qualcosa
e successi che, mi auguro, ti hanno fatto brillare.

Ma all’inizio di un nuovo anno c’è una domanda più importante di tutte:

Cosa desideri davvero per questo 2025?

Quali sono i tuoi buoni propositi?

Di solito partiamo con una lunga lista di cose da fare:

  • “A gennaio mi iscrivo in palestra!”
  • “Quest’anno dieta ferrea!”
  • “Visiterò Tokyo… o Londra… oppure la California!”
  • “Imparerò qualcosa di nuovo: uncinetto, ballo latino, tiro con l’arco…”

E così via.

Stop.

Fermati un attimo.

E se invece di chiederti cosa vuoi fare,
ti chiedessi chi vuoi essere?

Buoni propositi per il nuovo anno? Dal fare all’essere

Prova a fare un esercizio diverso.

Invece della solita lista di cose-da-fare,
scrivi una lista di chi-vuoi-diventare.

Può sembrare una sfumatura.

In realtà cambia completamente prospettiva.

Ti connette ai tuoi valori più profondi
e diventa una bussola per prendere decisioni più coerenti.

Prova a cambiare le domande:

“Chi desidero diventare quest’anno?”
“Cosa è davvero importante per me?”

Sono domande molto più potenti di:

  • “Cosa devo fare quest’anno?”
  • “Come posso impressionare gli altri?”

Questo cambio di prospettiva ti libera dalla corsa continua.

Perché essere sempre impegnati non significa automaticamente sentirsi realizzati.

Il potere dei valori

I valori sono il fondamento di chi sei
e di chi vuoi diventare.

Vale la pena fermarsi e riflettere:

cosa rende davvero significativa la mia vita?

Potrebbero essere:

  • gentilezza
  • coraggio
  • autenticità
  • resilienza
  • integrità.

Quando parti dai valori, il fare diventa una naturale conseguenza dell’essere.

Ogni azione allineata ai tuoi valori ti avvicina ai tuoi obiettivi
e allo stesso tempo dà più senso a quello che fai.

Puoi chiederti:

Sto agendo in linea con chi voglio essere?
Cosa è davvero importante per me?
Le mie scelte riflettono i miei valori?

Stabilisci obiettivi che ti facciano crescere

Gli obiettivi più potenti sono quelli che riflettono la persona che vuoi diventare.

Non servono cambiamenti giganteschi.

Anche piccoli gesti possono fare la differenza.

Vuoi essere più empatico?

Dedica più tempo alle persone importanti:
la tua famiglia, il tuo team, i tuoi collaboratori.

Vuoi essere più integro?

In una riunione difficile scegli chiarezza e onestà,
anche se sarebbe più facile evitare il confronto.

Vuoi essere una persona in continua crescita?

Iscriviti a un corso.
Leggi di più.
Allarga le tue competenze.

Ogni scelta diventa un passo verso la persona che vuoi diventare.

I miei buoni propositi per il nuovo anno

Una delle aspirazioni più importanti, per me, è la coerenza.

L’allineamento tra ciò che:

  • penso
  • dico
  • faccio.

Il mio proposito non è diventare rigido.

Ma restare fedele ai miei valori anche quando le decisioni sono difficili.

Per esempio:
dire no a un progetto interessante
se non è allineato con i miei obiettivi a lungo termine.

Significa scegliere con intenzione
dove mettere la mia energia.

Per avere il massimo impatto nelle cose che contano davvero.

Una domanda che può cambiare il tuo anno

Quest’anno prova a fare una cosa diversa.

Invece della solita lista di obiettivi, chiediti:

Chi voglio diventare nel 2025?

Vuoi essere più resiliente?
Impara a vedere le difficoltà come occasioni di crescita.

Vuoi essere più presente?
Riduci il tempo sui social e dedica più attenzione alle persone.

Vuoi essere più generoso?
Offri il tuo tempo o le tue competenze per aiutare qualcuno.

Focalizzati sulle cose che nutrono la tua energia

Fai una lista di ciò che:

  • ti entusiasma
  • ti rilassa
  • ti fa sentire vivo.

Non sarà solo una lista di obiettivi.
Sarà il riflesso autentico di chi sei.

Quando inizi dall’essere,
il fare si allinea naturalmente.

Il nuovo anno non cambia la tua vita.
Le tue scelte quotidiane sì.

Scegli i tuoi valori.
Lascia che guidino le tue decisioni.

E costruisci, giorno dopo giorno,
la persona che vuoi diventare.

P.S.
Ti auguro un fantastico 2025.

Giornata no al lavoro? 8 attività che puoi rimandare per riprendere il controllo

giornata no al lavoro
Ti svegli con un accenno di emicrania.

Versi il caffè dappertutto.
La chiave gira a vuoto nella toppa della porta.

E sono solo le 6:45 del mattino.

Per qualche strano motivo ti sei alzato con il piede sbagliato.
E tutto sembra più pesante del solito.

Succede.

Alcuni giorni sono semplicemente peggiori di altri.

Ci sentiamo:

  • sopraffatti
  • sfiduciati
  • ansiosi.

A volte perfino “non abbastanza”

Sai di cosa parlo.

Quando hai una giornata no al lavoro,
probabilmente non è il momento giusto per prendere decisioni importanti.

O per affrontare compiti complessi.

Potresti facilmente peggiorare la situazione.
Certo, rimandare non sempre è possibile.

Ma se hai un minimo di margine…
ecco 8 cose che è meglio posticipare quando capisci di essere in una giornata storta.

1. Non soffermarti sui numeri sensibili

Se non è indispensabile, evita di fissarti su:

  • incassi
  • budget
  • rendiconti
  • previsioni.

Sono numeri che attivano facilmente stress e pensieri negativi.

Il rischio è entrare in uno stato di allerta continuo.

Meglio stabilire un momento preciso della giornata — anche solo 30 minuti — per analizzarli con calma.

Quando non è necessario,
non saturarti di dati e cifre.

Raccogli solo le informazioni davvero utili.

2. Compiti che richiedono creatività

Creatività e pensiero strategico richiedono energia mentale.

Se sei stanco o stressato, è difficile accedervi.

Meglio rimandare queste attività
a quando sarai più lucido.

Nel frattempo, concentrati su compiti più semplici o ripetitivi.

Non serve essere brillanti tutto il tempo.

3. Conversazioni difficili

Una telefonata con un cliente delicato.
Un confronto con un collaboratore.
Una discussione con il capo.

Se sei già di cattivo umore, il rischio è reagire male.

Rabbia e risentimento sono cattivi consiglieri.

Hai una giornata no al lavoro: se possibile, rimanda.

Puoi dire qualcosa come:

  • “Avevamo programmato questo incontro, ma oggi è stata una giornata molto intensa. Preferirei dedicarti la mia piena attenzione. Possiamo spostarlo a…?”

Meglio una conversazione rimandata
che una conversazione gestita male.

4. Aggiornamenti amministrativi non urgenti

Manuali.
Procedure.
Report.

Sono attività utili, ma spesso non urgenti.

Se hai la testa pesante, rimandale.

Le affronterai con più precisione e meno fatica quando avrai recuperato energia mentale.

5. Non chiedere subito spiegazioni

Hai ricevuto un feedback del capo che ti ha colpito.

Ti senti:

  • ferito
  • arrabbiato
  • sottovalutato.

La tentazione è chiedere immediatamente spiegazioni.

Attenzione.

Non sempre possiamo migliorare una situazione.
Ma possiamo peggiorarla molto facilmente.

Se sei nel pieno di una giornata storta…
meglio aspettare.

Respira.
Prenditi tempo.

6. Non rispondere a una mail “incazzosa”

Un collega.
Un cliente.
Il capo.

Qualcuno ti ha scritto una mail piena di tensione.

La tentazione è rispondere subito.

Non farlo.

Uno dei vantaggi della mail è che non devi rispondere immediatamente.

Prenditi tempo.

Lascia raffreddare le emozioni.
E poi rispondi con lucidità e professionalità.

7. Cercare la soluzione perfetta

Trovare una soluzione richiede:

  • apertura mentale
  • lucidità
  • creatività.

In una giornata no al lavoro spesso abbiamo davanti agli occhi una specie di velo.

È difficile pensare con chiarezza.

Meglio fare una cosa semplice:
prendere distanza dal problema.

A volte basta qualche ora.
A volte una notte di sonno.

Quando tornerai a guardarlo, vedrai più opzioni.

8. Non prendere decisioni importanti

Budget.
Scelte strategiche.
Decisioni delicate.

Se non è urgente, rimanda.

Prendere decisioni con la mente affaticata porta spesso a scelte peggiori.

Se qualcuno sta aspettando una risposta, puoi semplicemente dire che stai lavorando alla decisione e che la comunicherai entro una data precisa.

Meglio una decisione presa domani…
che una presa male oggi.

Concediti il diritto di avere una giornata no al lavoro

Capita a tutti.
Non è un segno di debolezza.

Le tue energie mentali ed emotive sono risorse preziose.

A volte la cosa più intelligente da fare è gestirle con attenzione.

Oggi non sei al massimo?
Succede.

Non serve ripetersi l’imperativo — molto di moda — di essere sempre:

  • positivi
  • brillanti
  • performanti.
  • UP

La vita (anche professionale) include momenti di rabbia
tristezza
frustrazione
dubbio.

Sono parte del percorso.

Non devi essere sempre al massimo

Ma puoi imparare a proteggere le tue energie nei giorni difficili.

A volte la scelta più intelligente non è fare di più.
È rimandare le cose giuste… al momento giusto.

14 spunti per nascondere quanto sei ansioso sul lavoro

nascondere l'ansia sul lavoro
Che tu ci creda o no, anche le persone più sicure, quelle che tanto invidi per la loro disinvoltura, sono almeno un po’ nervose prima di una riunione, la presentazione del nuovo prodotto,
una discussione importante con il collaboratore o il capo.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.


Ti senti a tuo agio a parlare davanti gli altri (anche poche persone)? Ti senti nervoso, “non abbastanza”? Sei talmente terrorizzato da “annegare” in un mare di dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri?

Non c’è molto da aggiungere. Sai di cosa sto parlando.

Ti sei mai chiesto perché per alcuni tutto sembra semplice e naturale e per altri (invece) risulta così difficile?

La risposta è semplice:
per alcuni è predisposizione naturale, altri ancora hanno imparato meccanismi di copertura del nervosismo e accorgimenti per mascherare il suo effetto.

Per fortuna, ci sono tecniche per gestire in modo efficace l’ansia.

Quindi calma! Anche tu puoi impararli. Puoi nascondere l’ansia sul lavoro.
Puoi affrontare l’ansia proprio qui, proprio ora:

1. Respira

Sentirsi nervosi può interrompere la normale respirazione: il respiro diventa superficiale e irregolare.

La prima cosa da fare quando arriva l’ansia, se vuoi contrastare il nervosismo con le sue spiacevoli manifestazioni, è mantenere un respiro regolare.

Fai un paio di respiri profondi e ritrova la tua respirazione normale.
Il respiro profondo ti aiuterà a rilassarti.

La respirazione diaframmatica è una potente tecnica di riduzione dell’ansia perché attiva la risposta di rilassamento del corpo.

 


 

2. Preparazione, preparazione, preparazione

Spesso siamo nervosi quando ci sentiamo poco preparati.

Più sarai preparato in anticipo, più ti sentirai a tuo agio e rilassato.

La preparazione può alleviare l’ansia in quanto aumenta il tuo livello di fiducia.

Assicurati di conoscere tutti i dettagli dell’evento: ora d’inizio, posizione precisa, codice di abbigliamento, l’argomento dell’incontro, il nome delle persone, le opzioni di parcheggio, le indicazioni per arrivarci, ecc.

3. Usa affermazioni positive

Un atteggiamento positivo può cambiare la tua prospettiva.

Le affermazioni positive ti aiutano ad aumentare l’autostima e la fiducia.

Ripetile ad alta voce:

  • “Sono fiducioso nelle mie capacità.”
  • “Posso raggiungere qualsiasi obiettivo.”
  • “Avrò successo!”
  • “Sono più forte della mia ansia.”

4. Non ammettere di essere nervoso

Uno dei peggiori autogol che puoi fare, è ammettere di essere ansioso.

Se da una parte hai il sollievo di sgravarti dal carico emotivo,
dall’altra porti tutta l’attenzione su di te e sul tuo nervosismo.

Esprimendolo, rendi evidente una cosa che (probabilmente) nessuno fino a quel momento ha notato.

Spesso le persone mettono in risalto la microscopica macchia sull’orlo della giacca che nessuno ha visto.

Se ti senti molto ansioso, parlane onestamente con un collega o un manager fidato.
Evita, tuttavia, di comunicarlo a tutti, se vuoi nascondere l’ansia sul lavoro.

 


 

5. Evita persone negative sul lavoro

Anche se non è sempre possibile, perché spesso le persone le abbiamo accanto nel lavoro, elimina o limita il tempo che trascorri con le persone negative.

Positività e negatività sono contagiose.
Sei hai intorno persone positive, diventi più positivo.

Pranza con qualcuno che ti incoraggia.

Proteggiti dai negativi, catastrofisti,
pessimisti e dai succhiatori di energia.

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

6. Parla più lentamente

Parlare velocemente è un segno di nervosismo.

Quando siamo ansiosi,
parliamo (dannatamente) troppo in fretta.

Per nasconderlo, fai uno sforzo consapevole per parlare più lentamente e chiaramente.

Prova a rallentare.
Fai una pausa tra le frasi e respira profondamente prima di continuare.
Scandisci le frasi e pronuncia distintamente le parole.

Anche se ti sembra di essere troppo lento, chi ti sta ascoltando, non se ne accorgerà.
Sarai riuscito così a nascondere l’ansia sul lavoro.

 


 

7. Ricorda le vittorie del passato

Per superare un momento di ansietà è molto efficace riportare alla mente un momento specifico in cui sei stato all’altezza, hai ottenuto apprezzamenti o hai ricevuto riscontri positivi:

  • la maturità o la tesi di laurea,
  • un apprezzamento da un cliente, capo, amico, partner,
  • la prima promozione,
  • l’acquisizione di un cliente importante,
  • la vittoria al torneo di calcetto della città, ecc.

Ricordare le esperienze di successo genera positività.

8. Festeggia i tuoi successi

Celebra i risultati che raggiungi, completare compiti impegnativi, raggiungere obiettivi, può creare fiducia, aiutarti a ricordare le tue capacità e il tuo valore sul lavoro.

Questo può anche darti la motivazione per superare i sentimenti di ansia.

 
LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

9. Non agitarti

Un segno di nervosismo è l’agitazione:
toccarsi i capelli, controllare in modo ossessivo il cellulare, mordersi le unghie,
avere la gamba “ballerina”, ecc.

Evita movimenti rapidi, scatti,
mosse goffe o gesti nervosi che trasmettano sfiducia e ansia.

Combatti l’impulso di agitarti.

Ti sentirai (probabilmente) un po’ rigido, mentre cerchi di rilassarti e calmare le reazioni nervose del tuo corpo.
Rilassa i muscoli del viso in modo da non assumere espressioni accigliate o preoccupate.

Personalmente, preferisco passare per “ingessato” piuttosto che “tarantolato”.

10. Mantieni il contatto visivo

Come puoi pensare di nascondere il tuo nervosismo se i tuoi occhi vagano nervosamente per la stanza?

Sembrerai insicuro, e le tue parole perderanno effetto.
Forza. È una dichiarazione: “Ebbene sì, sono nervoso”.

Guardare negli occhi le persone (invece) comunica sicurezza,
calma e leadership.

11. Fai una domanda

Se hai un momento di difficoltà, vuoi nascondere l’ansia sul lavoro, poni una domanda in modo da spostare l’attenzione di colpo su altri, e non più su di te.

Questo ti darà il tempo di fare un respiro profondo, di calmarti,
e di raccogliere i pensieri per articolare meglio ciò che stai cercando di dire.

12. Trasforma l’ansia in eccitazione

Invece di essere nervoso e ripeterti (tutto il tempo) che ti senti nervoso,
prova a sentirti eccitato e ripeterti che ti senti eccitato.

Incanalando i tuoi sentimenti e trasformando il nervosismo in eccitazione, tenderai a concentrarti sui risultati positivi, invece che su tutte le cose che potrebbero andare storte perché ti senti nervoso.

13. Non combattere il nervosismo

L’ansia è una sensazione, è semplicemente una reazione emotiva,
in quanto tale è possibile accoglierla e accettarla.

L’accettazione è fondamentale, perché più resisti e cerchi di eliminare l’ansia,
più aumenti gli effetti del nervosismo.

Infatti, tante problematiche sono effettivamente causate dal tentativo di sopprimere l’agitazione.

Accettare l’ansia non significa rassegnarsi a questa sensazione spiacevole

Vuol dire invece accettare la realtà così com’è in questo momento.

Siediti in silenzio.
Apri le porte ai tuoi sentimenti nervosi.

Lascia libero sfogo a queste spiacevoli sensazioni, per tutto il tempo che vogliono.
Non porre un limite.

Ci si sente a disagio per qualche minuto,
poi ci si inizia a sentire molto meglio.
L’ansia defluisce e se ne va.

14. Fatti domande per sfidare i pensieri ansiogeni

Saper domare i desideri, i pensieri e il comportamento, vuol dire sapere gestire le emozioni e gli impulsi,
incanalare quell’energia in attività positive non è cosa facile.

E non è da tutti.

Utilizza il tuo monologo interiore per influenzare il modo in cui ti senti e ti comporti.

Poniti domande potenti.

Sostituisci i pensieri eccessivamente negativi con pensieri più realistici.
Chiediti:

  • “Questa preoccupazione è davvero realistica? È così probabile che accadrà?”
  • “Se il peggior risultato possibile accade, che cosa potrei fare?”
  • “È davvero così? Oppure sto esagerando, ampliando e ingigantendo tutta la questione?”

Parla a te stesso positivamente. Parla a te stesso come se parlassi a un caro amico.

La cosa peggiore che puoi fare è sederti passivamente e ossessionarsi con pensieri di ansia e negatività.
Non ne uscirà niente di buono!

Ti senti inadatto nel nuovo lavoro? 12 spunti per riprendere fiducia

inadatto nel nuovo lavoro

Cominciare un nuovo lavoro è come il primo giorno di scuola.

Di tempo ne è passato ma, anche se ora sei adulto e le apprensioni sembrano diverse,
se ci pensi bene … in fondo in fondo le domande che ti poni sono le stesse.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

  • “Piacerò?”
  • “I miei colleghi saranno disponibili o arroganti?”
  • “Mi accetteranno o mangerò da solo come un reietto?”
  • “Mi troverò bene?”
  • “Sarò capace? Competente?”
  • “E se non riesco?”

La notte riaffiorano timori e preoccupazioni di qualcosa d’indefinito e pauroso … di essere inadatto nel nuovo lavoro. Bloccato dalla paura e di non essere all’altezza.

Ecco 12 spunti per ritrovare la fiducia in te stesso … e non sentirti più inadatto nel nuovo lavoro:
 

1

I processi di assunzione sono lunghi. Ti hanno “passato” ai raggi X.
Se ti hanno assunto … vuol dire che credono in te!

2

Non devi puntare alla perfezione ma mirare al miglior risultato possibile. La perfezione (sproporzionata) è un ostacolo, non qualcosa di cui essere orgogliosi.

3

Sei il tuo peggiore critico.
Le tue valutazioni sono molto lontane dalla realtà.

4

La sensazione di essere inadeguato sul lavoro può davvero spingerti a fare molto di più. Dà propulsione, la forza necessaria per lavorare con più impegno, più attenzione.

 


 

5

Se sei convinto di sbagliare, se sei ossessionato di non essere all’altezza, sei destinato a fallire. Per il solo fatto di crederlo!

6

La domanda “Merito davvero questo lavoro?” può influenzare tutti i tuoi pensieri.
Ti hanno “passato ai raggi X”. Ti hanno assunto. Credono in te.
Non farli cambiare opinione!

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

7

Devi lavorare su te stesso, sviluppare i tuoi punti di forza, accettare e superare le tue debolezze. Iniziare a convogliare le tue energie.

8

Domande tipo “Sono capace? Competente?” possono monopolizzare tutto il tuo essere. Metti a tacere la tua voce interiore negativa.
Adesso!

 


 

9

Liberati del peso … di dover capire SEMPRE e TUTTO.

10

Devi smetterla di angosciarti che – prima o poi – sarai “scoperto”. Preoccuparti ti farà girare in tondo, sprecare tanta energia nel tentativo di soddisfare gli altri.

 
PIÙ AUTOSTIMA SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace per te
 

11

La paura di essere inadatto nel nuovo lavoro può diventare stimolo, spinta, azione…
la tua più grande alleata!

12

Non devi temere, ce la farai.
Anche questa volta!


 
PIÙ AUTOSTIMA SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace per te

15 motivi perché non piaci ai colleghi: 9 è colpa tua, 6 no

piacere ai colleghi

Foto di NoName_13 da Pixabay

“Non si può piacere a tutti”
non è solo una bella frase.

È una verità.

Tuttavia, quando il problema diventa una consuetudine
è necessario fermarsi
e fare una riflessione su sé stessi.

Non piacere ai colleghi,
non sentirsi accettati sul luogo di lavoro,
può influenzare profondamente la tua autostima.

Ci sono 15 motivi per cui potresti non piacere ai colleghi

Di questi, 9 dipendono (anche) da te:

dal tuo approccio,
dal tuo stile comunicativo,
dalle aspettative su cosa gli altri devono o non devono fare o dire.

Ecco i 9 motivi per cui non piaci ai colleghi

e la colpa è tutta tua!

1. Sei un menzognero seriale

A nessuno piacciono i bugiardi.
Anche se, sul lavoro, tutti mentiamo.

Sì. Come no!

Se dicessimo sempre quello che pensiamo davvero,
le relazioni professionali sarebbero spesso disastrose.

Le cosiddette bugie bianche
servono a evitare imbarazzi
e a non ferire inutilmente.

Ma se menti di continuo,
ti troverai presto isolato.

Giustamente.

2. Sei presuntuoso e arrogante (ed è difficile piacerti)

  • Vivi il lavoro come una giungla?
  • Pensi che “la miglior difesa sia l’attacco”?

Così, a ogni osservazione,
reagisci contrattaccando.

Ti imponi.
Usi sarcasmo e battute per svalutare gli altri.
Sei critico.
Sempre.

Attenzione:
non stai confondendo arroganza e prepotenza
con grinta e carattere?

Spesso l’aggressività
è solo un tentativo (vano)
di nascondere un profondo senso di inferiorità.

La vera sicurezza
si manifesta con calma,
misura,
presenza.

3. Sei sempre ipercritico

  • Hai standard altissimi?
  • Pretendi che tutti siano al tuo livello?
  • Devi sempre puntualizzare?
  • Usi sarcasmo o provocazioni?

Forse pensi che la critica
stimoli gli altri a migliorare.

In realtà,
logora le relazioni.

Genera tensione.
Spinge i colleghi a evitarti.

La polemica gratuita
va trasformata.

L’energia critica può diventare
costruttiva.

4. Ricerchi costantemente attenzioni

  • Giochi a fare la vittima?
  • Vuoi essere sempre al centro?
  • Metti in scena comportamenti teatrali?

Esageri storie, gesti, mimica.
Drammatizzi.
Usi toni seduttivi o provocatori.

Vuoi piacere ai colleghi.

Il problema?

Lo fai con persone
che non hanno alcun interesse
nelle tue vicende personali.

Risultato:
nonostante gli sforzi,
fatichi a creare
una vera vicinanza emotiva.

5. Empatia zero

  • Eviti di condividere emozioni?
  • Le vedi come segno di debolezza?

Così facendo
nascondi il tuo lato umano.

Non ti sintonizzi con gli altri.

Prova a condividere un po’ di più
(non dettagli intimi).
Esperienze.
Prospettive.

Gli altri seguiranno.

Senza trasformare l’ufficio
in una seduta terapeutica.

6. Non ti assumi mai responsabilità

  • “Non è colpa mia.”
  • “Io non c’ero.”
  • “Chiedete a Manuel.”

Ne hai sempre una pronta.

Possibile che sbaglino sempre gli altri?

Assumersi responsabilità
crea rispetto e fiducia.

E incoraggia gli altri a fare lo stesso.

7. Sei un ambizioso “tritatutto”

Sminuisci gli altri
per apparire migliore.
Manipoli.
Calcoli.

È un modo sicuro
per farti nemici.

C’è una grande differenza
tra vendere sé stessi
ed essere arroganti.

L’egoismo
non porta successo duraturo.
Solo relazioni povere.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

Con la nuova edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza
e il volume complementare “Prima volta Leader
hai strumenti pratici per migliorare
impatto, carisma e leadership.

8. Parli sempre e solo di te

“So bene cosa provi… infatti
anche a me è successo…”

Parti con buone intenzioni.
Poi prendi la scena.

Viaggi.
Hobby.
Successi.
Sempre tu.

Alla lunga diventi prevedibile.
E vieni evitato.

9. Sei un lecchino

Complimenti strategici.
Accondiscendenza.

Mai un’opinione vera. Sincera.

Credi davvero
che bastino quattro salamelecchi
per manipolare gli altri?

6 motivi per cui non piaci ai colleghi

Ma stavolta non è colpa tua!

1. Fai da “specchio” agli altri

Spesso ricordi, in modo inconsapevole,
proprio quei tratti che l’altro non accetta di sé.

Vediamo negli altri atteggiamenti che ci infastidiscono
perché non li riconosciamo (o non li accettiamo) dentro di noi.

Così li proiettiamo all’esterno.

Risultato:
chi ti ha davanti
reagisce con fastidio o ostilità
senza sapere nemmeno perché.

Cosa puoi fare?
Molto poco.

Non puoi cambiare le dinamiche inconsce degli altri.

2. I tuoi successi suscitano invidia

Ogni successo — anche piccolo —
porta con sé approvazione e riconoscimento.

Ma anche invidia.

Quando possiedi carisma, talento, creatività
(o semplicemente una vita che funziona),
per qualcuno sei una minaccia.

L’invidia è universale.
È fatta di paura, insicurezza, confronto continuo.

3. Il tuo aspetto fisico “disturba”

Potresti non piacere ai colleghi
semplicemente perché sei di bell’aspetto.

La bellezza sul lavoro
è un’arma a doppio taglio.

Porta vantaggi,
ma anche pregiudizi e rivalità.

C’è chi ti vede come una minaccia.
Chi ti svaluta.
Chi ti giudica meno competente
solo per come appari.

Non dipende da te.
Dipende dalle insicurezze altrui.

4. Dici la verità (e hai il coraggio di farlo)

Sei trasparente.
Diretto.
Leale.

Ma la verità, sul lavoro,
non è sempre ben accolta.

Dire ciò che si pensa
può creare attriti,
risentimenti,
chiusure.

Non tutti sono pronti
a ricevere verità scomode.

E molti non amano
chi pensa in modo indipendente.

Perché non è facilmente manipolabile.

5. Sei vittima di pregiudizi

  • “Le donne sono nevrotiche”
  • “I giovani non hanno voglia di lavorare”
  • “I senior sono lenti”

Se qualcuno ha preconcetti su di te,
non è colpa tua.

I pregiudizi nascono da scorciatoie mentali:
età, genere, origine, aspetto, modo di vestire o parlare.

Limitano.
Impoveriscono il pensiero.
Ma sono difficili da scardinare.

Chi li usa
spesso non se ne rende nemmeno conto.

6. Sei bersaglio della frustrazione altrui

Alcune persone hanno bisogno di attenzione.

Pettegolezzi.
Malignità.
Commenti fuori luogo.

Scaricano la loro frustrazione
svalutando gli altri.

Anche qui,
puoi fare ben poco.

Se non mantenere una distanza sana
e condividere solo ciò che è necessario
per il lavoro quotidiano.

Non sempre, quindi, il problema sei tu.

Puoi migliorare comunicazione, atteggiamento e consapevolezza quanto vuoi …

ma se dall’altra parte trovi persone rigide, insicure o invidiose,
la tua responsabilità finisce lì.

La vera competenza sta nel riconoscerlo …

senza rinunciare a essere professionale, autentico e autorevole.

Il post più letto nel 2022 sul mio portale ferrarelli-coaching

Ecco il post che ha conteggiato più letture nel 2022 sul mio portale ferrarelli.coaching (ca. 15.000 volte – dati Analytics).

Penso che ci sia poco da aggiungere.
La tematica la dice lunga sulla complessità dei tempi che stiamo vivendo.
Buona lettura.

Cosa dire a qualcuno che sta attraversando un momento difficile


La vita in questo particolare periodo non è facile.
Per nessuno.

Ci sono buone probabilità che anche tu abbia un collega, un amico o un conoscente che sta attraversando un momento ancora più difficoltoso.

Perdita di lavoro, solitudine, problemi economici, rapporti in crisi, malattia o morte di una persona cara.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.


Di fronte a qualcuno che sta attraversando un momento difficile,
il primo istinto potrebbe essere quello di sentirsi a disagio e non dire nulla.

Per paura di dire qualcosa di sbagliato.
Infatti, in queste situazioni, consigli, aneddoti e frasi fatte possono fare più male che bene.

Però quando qualcuno sta attraversando un momento difficile,
dire qualcosa è decisamente preferibile che non dire niente.

Dire la cosa errata, con buone intenzioni, è sempre meglio che tacere.

In un momento difficile il proposito è più importante delle parole

Proprio come il nostro istinto rileva la falsità,
possiamo anche notare la gentilezza.

La tua intenzione, la tua empatia e la tua genuinità contano molto di più delle tue parole.
Le tue parole saranno dimenticate, ma la gentilezza e il calore saranno ricordate.
Apprezzate.

Un semplice “Mi dispiace tanto ” può essere il miglior sentimento che puoi offrire.
Esprime empatia e genuino interesse, che spesso è ciò di cui la persona ha più bisogno.
È immensamente importante e spesso di grande conforto.

Quando qualcuno sta attraversando un momento difficile, concentriamoci meno sul dire la cosa giusta. Piuttosto riconosciamo empaticamente la difficoltà della situazione.

Gli amici non sono solo quelli con cui condividiamo momenti divertenti.

 


 

Chiedi il permesso

  • “Preferisci stare da solo in questo momento o vuoi un po’ di compagnia?”
  • “Vuoi parlarne?”

Magari la persona si rende conto che non vuole parlarne, o lo farà in un momento successivo,
per ora preferisce restare da sola oppure concentrarsi sulla difficoltà.

Chiedi cosa preferisce e fai esattamente quello che dice.

Offri il tuo supporto in questo momento difficile

Non sempre saprai cosa dire a qualcuno che sta attraversando un momento difficile.
Non è qualcosa che facciamo spesso.

  • “Se hai bisogno di un riferimento, aiuto o qualcosa d’altro, fammelo sapere. Sarò felice di aiutare!”

Un collega potrebbe attraversare un momento difficile perché (per esempio) è stato licenziato inaspettatamente. Ci sono buone possibilità che tu possa aiutarlo fungendo da riferimento o presentando il CV del tuo collega a persone che conosci di altre aziende.

Offrire aiuti pratici farà sentire molto meglio la persona.
Chiedi e ascolta con attenzione:

  • “Come posso supportarti al meglio in questo momento?”
  • “Vuoi dirmi di più su cosa sta succedendo?”
  • “Mi dispiace davvero sentire che ti senti così in questo momento”
  • “Se vuoi dirmi di più, sono qui per ascoltare”

 
NEWS> Puoi prendere qualche spunto interessante dal mio libro “Autorevolezza”.
 

Sii specifico

  • “Fammi sapere cosa posso fare per aiutarti?”

È l’affermazione più comune quando qualcuno sta attraversando un momento difficile. Il proposito è senza dubbio positivo ma offrire un aiuto specifico può essere ancora più prezioso.

Ecco alcuni semplici esempi:

  • “Sono al supermercato. Cosa posso portarti? “
  • “Stasera dopo il lavoro passo in farmacia per prendere delle pastiglie per mio padre. Hai bisogno di qualcosa? “
  • “Ho del tempo libero questa settimana. Se vuoi, posso venire da te lunedì o venerdì pomeriggio? “

Queste proposte tolgono la persona dall’imbarazzo e dall’onere di dover chiedere un piacere.
Deve semplicemente accettare la tua gentilezza.

È un momento difficile: Non parlare – ascolta

È fondamentale ascoltare in modo attivo.
Significa ascoltare in modo totale, non ascoltare per rispondere.

Non è che condividere i tuoi pensieri non sia utile … solo che è così facile dominare la conversazione senza nemmeno rendersene conto. Evita:

  • “Le cose andranno meglio”
  • “Non dovresti sentirti così male”
  • “Stai reagendo in modo eccessivo”
  • “Non è così male come pensi”

Resisti all’impulso di dire “Capisco” o di condividere la tua versione di un’esperienza che sembra simile.
Non prendere spunto dall’altro per raccontare di te:

  • “So bene cosa provi. Anche a me è successo che …” ….
  • “E io cosa dovrei dire che … “.

Sei partito bene, con una buona intenzione. Purtroppo, adesso sei partito per la tua tangente. Stai parlando al posto dell’altro, hai preso spunto dalle sue parole e delle sue opinioni per parlare di te e dei tuoi problemi.

  • “Sono così esausto in questi giorni”
    “Anche io. Ultimamente non ho dormito affatto bene. Infatti, anche io stanotte …”

Non far deragliare la conversazione parlando della tua esperienza.

 
POTENZIA LA TUA LEADERSHIP> scopri il percorso di coaching ideale per te
 

Non offrire consigli non richiesti

Non provare a risolvere il problema. Non suggerire soluzioni.
Almeno non ancora.
Ciò di cui quella persona potrebbe avere bisogno è solo sentire la tua presenza e disponibilità.

  • “Vuoi i miei pensieri/consigli su questo?
  • “Vuoi parlarne/sfogarti? Sono qui per te in ogni caso.”

Questa è una buona opzione se la persona non ti sta dicendo di cosa ha bisogno in questo momento, o se tendi a dare consigli.

Prova semplicemente ad ascoltare.
Non cercare di far cambiare idea.

Non interrompere

Non interrompere e non “andare sopra”. Ascolta attentamente. A nessuno piace essere interrotto nel mezzo di un discorso. Inizia a parlare solo quando l’altro ha completato la sua frase.

Evita di trarre subito le tue conclusioni.
Non interrompere con le tue conclusioni o deduzioni. Presume di aver compreso e anticipa continuamente le tue idee e concetti.

Non c’è niente di più frustrante (e irritante) essere interrotti.
Vedere la nostra problematica poco ascoltata o fraintesa.

 
LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

Non fare troppe domande in un momento difficile

Fare troppe domande chiarificatrici può effettivamente intralciare la condivisione.

  • “…e poi cosa è successo?”
  • “…ma quando ti hanno detto X tu cosa hai fatto esattamente?”
  • “…e tu cosa gli hai risposto?”

Chiarire cosa-è successo potrebbe essere importante nel lungo termine,
ma di solito non hai bisogno di conoscere i fatti specifici per confortare qualcuno.

Questa conversazione riguarda come si sente la persona,
non i dettagli di ciò che è accaduto.

Invia un SMS o un WhatsApp

Spesso pensiamo di essere troppo invadenti.

Se non sei sicuro di come esprimere il tuo sostegno,
ricorda che un messaggio o una chiamata sarà sempre apprezzata.

Non aspettarti una risposta.
Almeno non nel breve periodo.

 
PIÙ AUTOSTIMA SUL LAVORO> scopri il percorso di coaching più efficace per te
 

Nel caso di una persona che hai poca confidenza

  • “So che non posso fare molto. Cosa hai bisogno da me? Cosa posso fare?”
  • “Ti spiego come ci occuperemo del tuo lavoro mentre sei via. Non ti preoccupare”

Non importa quanto bene conosci qualcuno,
potrebbe essere un collega che sta attraversando un momento difficile, alle prese con una malattia o con una sfida personale, che potrebbe essere costretto a “staccare” dal lavoro per un periodo di tempo.

Il tuo collega potrebbe preoccupassi e chiedersi chi si occuperà del suo lavoro.
Puoi coordinandoti con i colleghi e mostrarli come avete suddiviso le sue responsabilità, sino al suo ritorno.
Rassicurarlo che tutto è sotto controllo.

Oltremodo, una persona che conosci sta vivendo l’esperienza di vita molto simile alla tua (potrebbe essere una malattia o un licenziamento inatteso) ha senso contattarla per chiederle se vuole condividere questa esperienza di vita difficile:

  • “So che non ci conosciamo molto bene, ma ho vissuto un’esperienza molto simile e, se mai avessi bisogno, avrei molto da condividere”.

Ogni situazione, come ogni persona, è unica

Alcune persone non sono a loro agio nel chiedere supporto o un aiuto,
quindi fare/dire qualcosa di gentile e premuroso spesso è la cosa migliore.

Potrebbe trattarsi semplicemente di portare la spesa.
Accompagnare i figli a scuola.

Le stesse parole di sostegno possono essere apprezzate un giorno e detestate un altro.
Non esiste una soluzione valida per tutti per cosa dire/non dire.
Può dipendere da molte cose.

In caso di dubbio, l’approccio più gentile ed empatico è semplicemente chiedere cosa è necessario.
Un semplice “Vorresti parlarne o dovremmo discutere di qualcos’altro” può fare molto per mostrare partecipazione e interesse.

Bassa autostima: 12 segnali evidenti che mostri anche sul lavoro – 2

bassa autostima

LEGGI ANCHE > la parte 1.

8. Bassa autostima: trovi sempre delle scuse

  • “Non ho tempo”
  • “Gli altri hanno tutte le fortune”
  • “Gli altri hanno qualcosa in più”
  • “Non sono portato”

Accettare la tua “responsabilità” personale ti potrebbe sembrare una debolezza,
invece è un segno di forza interiore e consapevolezza di sé.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.


Piuttosto che osare, te la prendi con la fortuna, il caso o il destino, tiri fuori un ventaglio di giustificazioni, di scuse per non continuare (o iniziare).

Molte persone, pur con idee potenziali o geniali, non raggiungono il loro potenziale perché hanno accettato queste scuse, queste bugie come verità.

Sai … le menzogne possono diventare verità.
Soprattutto se te le ripeti abbastanza a lungo.

Diventano profezie che si auto-avverano.
Diventano la verità.
La tua realtà.

9. La tua giornata è rovinata da una critica, un parere discordante o una battuta

Metti il broncio alla minima osservazione?
Ti manca autoironia e autocritica?
Vai a piangere in bagno oppure esaurisci il tuo partner con le tue recriminazioni?

Come ho scritto nel mio libro sull’autorevolezza se ti avveleni la giornata per un nonnulla, ti prendi sempre troppo sul serio, ti innervosisce non appena ricevi una critica e metti il muso al primo dissenso (e lo tiene anche dei giorni) … dovresti lavorare sulla tua forza mentale.

Per non indispettirti eviti i confronti, i rapporti così perdono di spontaneità e sincerità, diventano rigidi e formali, privi di calore. Aridi.

Basta una piccola cosa per sprofondare in crisi, poi ci vuole tempo per riprenderti,
ma evidentemente non ti riprendi mai perché i problemi nel frattempo si sono ingranditi.

È difficile, quando sei suscettibile a continui sbalzi emotivi.
Prendi tutto sul personale, anche le critiche più costruttive. Invece di accettarle in modo obiettivo,
reagisci emotivamente o ti arrabbi e ti difendi.

Non sei ancora pronto a riconoscere che le critiche possono davvero aiutarti a crescere.
Ad avere più successo.

 
PIÙ AUTOSTIMA SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace per te
 

10. Prendi anche i feedback positivi con disagio e diffidenza

Una bassa autostima è spesso correlata al non essere in grado di accettare (almeno non completamente) i complimenti. Un feedback positivo è spesso accolto con sospetto e diffidenza.

Sei suscettibile, sempre sulla difensiva.
Ogni parola di troppo la prendi come una mancanza di rispetto,
una presa in giro o una cattiveria.

 


 

Potresti addirittura pensare che l’altra persona sia sfrontata o ironica,
perché questi complimenti non sono in linea con le convinzioni che hai di te stesso.

Bassa autostima: quando qualcuno ti porge i complimenti per un lavoro, rispondi “Grazie!” con fierezza perché credi in te e nelle parole dell’altro.

Non reagire in modo eccessivo, rivelando così una personalità ossessionata dal giudizio degli altri.
Questa reazione è sintomo di un malessere più profondo.

È insicurezza.
Bassa autostima.

11. Hai una comunicazione incerta

Certamente non devi avere tutte le risposte.
Nessuno di noi le ha.

Ma se le tue frasi di solito iniziano con “Ehm”, “Ma …”, “Eh se …” oppure rispondi regolarmente alle domande con un arrendevole “Non lo so” (accompagnato da uno sguardo vuoto) può farti sembrare non all’altezza del tuo compito. Leggi il post.

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ascolta.
Se poi le usi spesso …. il negativo e il dubbioso diventi tu!

Oppure ti scusi troppo in fretta e troppo spesso. Chiedi scusa anche quando non è nemmeno giustificato.
Sei veramente dispiaciuto?
Hai fatto qualcosa di sbagliato?

Nella maggior parte dei casi, no, non l’hai fatto.

Infine, non essere troppo disponibile o troppo “molle”.
Non parlare con voce sommessa ed esitante, non riempire le tue motivazioni di “ehm…ehm…” che indeboliscono il tuo messaggio.

 
POTENZIA LA TUA LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

12. Fai di tutto per compiacere gli altri

Hai bisogno di essere amato e riconosciuto,
non puoi fare a meno dell’approvazione degli altri.

Se non la ottieni ti senti frustrato e questo abbassa ulteriormente il tuo livello di fiducia,
perché non tutti approvano o non sono d’accordo con le tue decisioni.

La ricerca dell’approvazione altrui ti costringe a fare di tutto per assicurarti che le altre persone siano a proprio agio e felici.

Questo spesso implica trascurare i tuoi bisogni,
dire sempre sì anche quando non vuoi. Leggi il post.

Ti aspetti molto poco da te stesso

Accetti la mediocrità perché è quello che hai sempre avuto.

Credi che ti manca sempre quel “qualcosa” che ti permetta di raggiungere il successo che meriti.
Pensi di non avere controllo sulla tua vita. Di aver fatto la scelta sbagliata.

La vita sembra ingiusta, ti senti impotente.

Credi di non avere “potere” per risolvere i tuoi problemi.
Spesso ti appoggi agli altri piuttosto che seguire le tue scelte.

Questo ti può portare a ripensamenti e dubbi,
che renderanno sempre più difficili le decisioni future.

Bassa autostima: senti di avere poco controllo su ciò che ti accade

Senti di avere poca capacità di creare cambiamenti in te stesso e nel tuo “mondo”.

Impara a conoscerti meglio, analizza il tuo mondo interiore in tutta la sua complessità, focalizzando l’attenzione non solo sugli aspetti negativi, ma anche (e soprattutto) su quelli positivi.
Scopri il coaching!

Fai più chiarezza rispetto a quello che-vuoi e quello che-non-vuoi nella tua vita.
Non fare paragoni fra la tua vita e quella degli altri!