13 errori da evitare come nuovo leader del team

nuovo leader

Stai iniziando un nuovo ruolo.

Adesso sei tu a guidare il team.

Probabilmente c’è entusiasmo. Ma può esserci anche un po’ di apprensione, soprattutto se è la prima volta che ti trovi dall’altra parte.

Ottenere l’incarico è stato un passaggio importante. Esercitarlo è un’altra cosa.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto anche la storia di Jonathan e le difficoltà che incontra entrando nel suo nuovo ruolo.

Perché, indipendentemente dalla tua esperienza, quando arrivi in un nuovo team devi capire persone, equilibri, abitudini, aspettative e modi di lavorare che ancora non conosci.

Ed è proprio qui che puoi commettere alcuni degli errori più comuni.

La tentazione può essere quella di partire velocemente, dimostrare quanto vali e lasciare subito la tua impronta.

Ma prima di cambiare qualcosa devi capire dentro che cosa sei entrato.

Ecco 13 errori da evitare quando sei il nuovo leader del team.

1. Arrivare con tutte le risposte

Sei il nuovo leader.

Sei stato scelto per quel ruolo e vuoi dimostrare che la scelta è stata giusta.

È comprensibile.

Il rischio è arrivare e cominciare immediatamente a correggere procedure, cambiare abitudini e spiegare agli altri come dovrebbero lavorare.

Prima osserva.

Cerca di capire come vengono prese le decisioni, quali equilibri esistono, che cosa funziona e che cosa invece crea realmente difficoltà.

Può darsi che alcune cose vadano cambiate.

Ma cambiare prima di aver capito il contesto può creare resistenze che avresti potuto evitare.

Quando entri in un nuovo team, non devi dimostrare quanto sai.
Prima devi capire come funziona.

2. Pretendere che gli altri funzionino come te

Tu hai il tuo modo di lavorare.
I tuoi tempi.
Il tuo bisogno di autonomia, confronto, precisione o velocità.

I tuoi collaboratori potrebbero funzionare diversamente.

Questo non significa adattarti continuamente a tutti o rinunciare alle tue aspettative.

Significa evitare di utilizzare te stesso come unico metro di misura.

Una persona necessita di più indicazioni.
Un’altra di maggiore autonomia.
Una può esporsi facilmente.
Un’altra necessita di più tempo.

Guidare un team significa anche imparare a riconoscere queste differenze.

3. Aspettare troppo prima di confrontarti con il tuo capo

Potresti pensare:

  • “Prima devo capire meglio la situazione.”
  • “Non ho ancora niente di importante da dire.”
  • “Aspetto che sia lui a cercarmi.”

Non aspettare troppo.

Nei primi tempi hai bisogno di capire che cosa il tuo responsabile si aspetta da te, quali sono le priorità e su quali aspetti hai autonomia.

Meglio chiarirlo presto che scoprire dopo qualche settimana che stavate lavorando con aspettative differenti.

4. Gestire il team senza sostenerlo

Essere responsabile non significa soltanto distribuire compiti, controllare risultati e valutare prestazioni.

Una parte del tuo ruolo di nuovo leader consiste anche nel capire che cosa impedisce alle persone di lavorare bene.

Puoi chiedere:

  • “Che cosa ti serve per procedere?”
  • “Dove stai incontrando difficoltà?”
  • “Che cosa puoi fare tu e dove invece serve il mio intervento?”

Essere di supporto non significa risolvere ogni problema al posto loro.

Al contrario: un buon supporto dovrebbe aumentare l’autonomia, non la dipendenza dal leader.

5. Non chiarire le aspettative

Molti problemi iniziano da aspettative mai esplicitate.

Tu pensi che una cosa sia evidente.

Il collaboratore ne interpreta un’altra.

Poi arriva la delusione:

  • “Pensavo fosse chiaro.”

Probabilmente per te lo era.

Chiarisci invece ciò che ritieni importante: responsabilità, priorità, autonomia, modalità di comunicazione, qualità attesa e comportamenti che consideri essenziali nel lavoro del team.

Non puoi pretendere che gli altri rispettino aspettative che conosci soltanto tu.

6. Lamentarti continuamente

Se sei appena arrivato e cominci subito a lamentarti dell’azienda, dei processi, del tuo capo o delle persone che lavorano con te, stai già comunicando qualcosa sul tuo modo di affrontare le difficoltà.

Questo non significa fingere che tutto funzioni.

Puoi criticare un processo.
Puoi evidenziare un problema.
Puoi proporre un cambiamento.

Ma c’è una differenza tra affrontare criticamente un problema e trasformare la lamentela in una modalità abituale di relazione.

7. Entrare nel gossip

All’inizio potresti ricevere molte informazioni.

  • “Vedrai come è fatto quello…”
  • “Con lei devi stare attento…”
  • “Qui è sempre funzionato così perché…”

Ascolta ciò che può aiutarti a comprendere il contesto, ma evita di diventare rapidamente parte delle alleanze, delle antipatie e dei giudizi già presenti nel gruppo.

Costruisci la tua lettura delle persone attraverso l’esperienza diretta.

8. Diventare difensivo quando qualcuno ti contraddice

Se sei ancora alla ricerca di una tua sicurezza nel ruolo, il dissenso può sembrarti più minaccioso di quanto sia realmente.

Un collaboratore che non è d’accordo con te non sta necessariamente mettendo in discussione la tua autorità.

Potrebbe semplicemente conoscere meglio di te una procedura, un cliente o una situazione.

Puoi dire:

  • “Spiegami meglio come la vedi.”
  • “C’è qualcosa che mi sta sfuggendo?”

Ammettere di non conoscere ancora tutto non indebolisce automaticamente la tua autorevolezza.

Pretendere di sapere ciò che ancora non conosci può farlo molto di più.

9. Cercare subito di diventare amico di tutti

Creare un buon rapporto con il team è importante.

Essere disponibile, cordiale e umano lo è altrettanto.

Ma se il tuo bisogno di essere accettato diventa troppo forte, prima o poi il ruolo ti presenterà il conto.

Dovrai correggere.
Dare un feedback scomodo.
Dire no.
Decidere qualcosa di poco gradito.

Il punto non è mantenere una fredda “distanza professionale”. È non confondere una buona relazione con il bisogno di essere approvato.

Su questo tema puoi approfondire con “6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore”.

10. Diventare eccessivamente autoritario

È l’errore opposto.

Hai finalmente un ruolo di responsabilità e senti il bisogno di far capire chiaramente chi decide.

A volte dovrai decidere tu.

La leadership non è una consultazione permanente.

Ma se utilizzi continuamente il ruolo per chiudere ogni confronto, rischi di ottenere esecuzione senza partecipazione.

Il ruolo ti dà il diritto di decidere.
Non ti garantisce automaticamente che le persone riconoscano la tua autorevolezza.

11. Evitare i feedback difficili

Quando sei appena arrivato può essere scomodo affrontare subito un comportamento che non funziona.

Potresti aspettare.
Minimizzare.
Sperare che si sistemi da solo.

Soprattutto se vuoi costruire un buon rapporto con il team.

Ma rimandare troppo può rendere il problema più difficile da affrontare successivamente.

Un feedback critico non deve essere aggressivo.

Deve essere chiaro, concreto e riferito a comportamenti osservabili, non alla persona.

12. Accorgerti delle persone soltanto quando qualcosa non funziona

C’è un altro rischio.

Sei concentrato sui risultati e quindi la tua attenzione viene attirata soprattutto da problemi, errori e prestazioni insufficienti.

Il collaboratore che lavora bene diventa quasi invisibile.

Non serve distribuire complimenti continuamente.

Serve però accorgerti anche di ciò che funziona.

Un risultato raggiunto.
Un comportamento utile.
Un miglioramento.
Una responsabilità.

Se parli con le persone solo quando qualcosa non va, finiranno per associare la tua presenza a un problema.

13. Pensare di dovercela fare da solo

Hai ricevuto una responsabilità.

Questo non significa che tu debba affrontare da solo ogni dubbio, difficoltà o passaggio delicato.

Confrontarti con qualcuno può aiutarti a vedere ciò che, mentre sei immerso nella situazione, fai fatica a vedere.

Può essere il tuo responsabile.
Un collega esperto.
Un mentore.
Un coach.

L’importante è avere uno spazio nel quale poter ragionare anche su ciò che sta succedendo a te mentre cerchi di guidare gli altri.

Se senti che il nuovo ruolo ti sta mettendo alla prova e vuoi confrontarti su una situazione concreta, contattami.

Possiamo capire insieme su che cosa è più utile lavorare e quale potrebbe essere il passo successivo.

Non devi dimostrare subito di essere un grande leader

Quando assumi il ruolo di nuovo leader è naturale voler partire bene.

Ma partire bene non significa solo impressionare il team nelle prime settimane.

Significa cominciare a capire.
Osservare.
Fare domande.
Chiarire le aspettative.
Intervenire quando serve.

E concederti anche il tempo necessario per imparare un ruolo che, fino a poco tempo prima, non era il tuo.

Quando diventi leader, non devi dimostrare subito quanto vali.
Prima devi conoscere il team che hai davanti.

È da lì che puoi cominciare a costruire la tua autorevolezza.

Vuoi far crescere il tuo team? Non aiutarlo

crescere il team

Immagina una bambina che sta cercando di allacciarsi le scarpe da sola.

Ci prova.
Non riesce.
Riprova.

Comincia a innervosirsi.

Il tuo primo impulso probabilmente è intervenire e aiutarla.

È comprensibile.

Ma se lo fai immediatamente, risolvi il problema delle scarpe. Non necessariamente la aiuti a imparare ad allacciarle.

Con i collaboratori può accadere qualcosa di simile.

A volte aiutare troppo presto non aiuta

Quando un collaboratore arriva con un problema, soprattutto se conosci già la soluzione, è molto facile rispondere immediatamente.

  • “Fai così.”
  • “Parla con questa persona.”
  • “Mandami tutto, ci penso io.”

È veloce.
È efficiente.

E spesso è anche fatto con le migliori intenzioni.

Ma se diventa il tuo modo abituale di intervenire, può produrre un effetto che probabilmente non desideri: il collaboratore impara a portarti i problemi prima ancora di aver provato ad affrontarli.

A quel punto il problema passa di mano.
Prima era suo.

Adesso è tuo.

E se questo meccanismo si ripete, non dovrebbe sorprenderti trovare sempre più persone alla tua porta in cerca di una risposta.

Se dai sempre tu la soluzione, il team impara a cercare te.
Non necessariamente a cercare una soluzione.

Prima di aiutare, prova a capire che cosa serve

Non tutti i problemi devono essere lasciati al collaboratore.

A volte devi intervenire.

Perché mancano informazioni.
Perché la persona non ha le competenze.
Perché il rischio di errore è troppo alto.
Perché la decisione spetta a te.

Oppure semplicemente perché, in quel momento, il tuo aiuto è davvero necessario.

Ma prima di prendere in mano il problema puoi fermarti e chiedere:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Che cosa hai già provato?”
  • “Quali possibilità vedi?”
  • “Che cosa ti serve da me?”

Sono domande semplici, ma cambiano la posizione del collaboratore.

Non è più soltanto qualcuno che arriva con un problema.

Rimane parte della sua soluzione.

Non aiutare subito può essere un modo per dare fiducia

Fare un passo indietro non significa abbandonare la persona.

Può significare:

  • “Credo che tu possa provare ad affrontare questa situazione.”

È una forma di fiducia.

Quando il collaboratore riesce a risolvere qualcosa senza ricevere immediatamente la soluzione dal responsabile, non acquisisce soltanto una risposta.

Costruisce esperienza, autonomia e maggiore fiducia nelle proprie capacità.

Ed è proprio questo che rischi di sottrargli quando intervieni troppo presto.

A volte il bisogno di aiutare è anche tuo

C’è poi una domanda un po’ più scomoda.

  • Perché senti il bisogno di intervenire subito?

Naturalmente può essere perché vuoi aiutare.

Ma qualche volta può esserci anche altro:

  • ti piace sentirti utile;
  • sai già come risolvere il problema e fai prima a occupartene tu;
  • fai fatica a vedere qualcuno procedere in modo diverso dal tuo;
  • temi che un errore del collaboratore ricada su di te;
  • essere quello che “sa come fare” ti fa sentire più sicuro nel tuo ruolo.

Non c’è bisogno di trasformare tutto questo in un problema psicologico.

È sufficiente accorgersene.

Perché anche un aiuto dato con le migliori intenzioni può togliere all’altro lo spazio necessario per imparare.

E far crescere il team.

Lasciare spazio non significa lasciare solo

Nel vecchio modo di intendere la leadership, il responsabile competente era spesso quello che aveva le risposte.

Ma se vuoi far crescere l’autonomia del team, qualche volta devi riuscire a non dare immediatamente la tua.

Puoi restare presente.
Osservare.
Fare domande.
Dare un’indicazione quando serve.

E intervenire se la situazione supera le capacità, l’autonomia o le responsabilità del collaboratore.

Questo è molto diverso dal lasciare qualcuno solo davanti a un problema che non è in grado di gestire.

Se vuoi approfondire questo modo di guidare le persone, puoi leggere anche “Pensa come un coach, muoviti come un coach”.

Far crescere una persona non significa lasciarla sola.
Significa capire quando sostenerla e quando lasciarle spazio.

Anche la frustrazione va letta

Quando una persona sta imparando qualcosa di nuovo, una certa difficoltà è inevitabile.

Non riuscire subito può costringerla a provare, ragionare, cercare alternative.

Ma questo non significa che più frustrazione produce automaticamente più crescita.

C’è una differenza tra una difficoltà che stimola e una situazione nella quale la persona non ha strumenti, informazioni o possibilità concrete di riuscire.

È qui che entra in gioco il tuo ruolo.

Non devi eliminare ogni difficoltà.
Ma nemmeno osservare da lontano aspettando di far crescere il team.

Devi capire che cosa gli serve in quel momento.

Una domanda?
Un’indicazione?
Più autonomia?
Un confronto?

Oppure un tuo intervento diretto?

Non aiutare non significa fregarsene

Questo è il punto decisivo.

Non aiutare troppo presto non significa diventare distante.

Non significa liberarti delle tue responsabilità.

E non significa rispondere:

  • “È un problema tuo, arrangiati.”

Sei comunque il leader.
Devi esserci quando serve.

Ma esserci non significa necessariamente prendere il controllo.

A volte il tuo contributo migliore è dare una risposta.
Altre volte è fare una domanda.
Altre ancora è aspettare e vedere che cosa riesce a fare la persona senza di te.

Se ti accorgi che nel tuo team tutto finisce sulla tua scrivania, oppure fai fatica a trovare il confine tra supportare e sostituirti agli altri, contattami.

Possiamo partire da una situazione concreta e capire dove il tuo intervento aiuta davvero e dove, invece, rischia di non far crescere il team.

Il tuo compito non è risolvere tutti i problemi del team.
È aiutare il team a diventare sempre più capace di affrontarli.

6 fattori da ricordare quando ti senti inadeguato nel nuovo lavoro

inadeguato nel lavoro

Foto di Stocksnap.

Prima l’agonia della ricerca lavoro.
Poi i salti di gioia.

E infine… la doccia fredda: sentirti completamente inadeguato nel nuovo lavoro o ruolo!

I primi giorni possono sopraffarti.

Hai una sola certezza (auto-sabotante):

da qualche parte — nel processo di selezione o nell’organizzazione — qualcuno ha fatto un errore.

E la persona sbagliata sei tu.

Perché ti senti inadeguato nel lavoro?

Nel mio libro Autorevolezza, questo tema emerge spesso.
Soprattutto nei nuovi team leader.

C’è troppo da sapere.
Troppe competenze da dimostrare.

Ogni incarico sembra impossibile.
Ogni incontro con il capo può essere “quello decisivo”.

Quello in cui scopriranno che non sei all’altezza.
Inadeguato nel lavoro.

Responsabilità scoraggianti. Disagio nel ruolo.

Idee poche.
Anzi: idee zero.

Non sapere cosa fare

Non sapere a chi chiedere.

Oppure chiedere aiuto per quasi-tutto.

E anche se l’azienda e il team sembrano soddisfatti… tu dubiti di te stesso.

Martelli la tua fiducia.
E ti chiedi:

“Dove mi sono cacciato?”

Suona familiare?

Potrei dirti:

  • “Non preoccuparti. Basta avere fiducia.”

Ma so che serve a poco. Sono parole.

Non sciolgono il groppo che senti in gola.

Allora cosa puoi fare?

Puoi camminare sulle uova. Rinunciare. Oppure aspettare che qualcuno ti smascheri.

Oppure puoi affrontare la realtà.

E ricordarti di queste 6 verità:

1. Sei stato assunto per un motivo

Durante il colloquio hai mentito?
Hai recitato una parte?
Hai ingannato tutti?

Se la risposta è no, allora chi ti ha assunto ha visto qualcosa.

Una competenza.
Una potenzialità.
Un valore.

I processi di selezione oggi sono (potenzialmente) lunghi, articolati, rigorosi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni.

Ti hanno osservato attentamente. E alla fine hanno scelto te!

Questa è la realtà.

2. All’inizio non si aspettano che tu sia perfetto

Non si aspettano che tu sappia tutto.

Si aspettano che tu impari.

Chi ti ha assunto sa che:

  • devi crescere
  • devi adattarti
  • fare esperienza

Sa che sei un investimento.
Sa che hai margine.

Questo è normale. Fa parte del processo.

3. Il vero rischio è sabotarti da solo

Quando ti senti inadeguato, iniziano i pensieri:

  • “E se si accorgono?”
  • “E se ho sbagliato tutto?”
  • “Se fallisco?”

Così inizi a sabotarti.

Notti insonni.
Scenari catastrofici.
Dubbi continui.

Ma c’è una verità importante:

Le valutazioni dell’azienda sono più obiettive delle tue.

Noi siamo i nostri peggiori critici.

La soluzione non è fuggire.

È abbracciare la sfida. E fare il tuo lavoro.

Un passo alla volta.

4. Conta più quello che pensano loro di quello che pensi tu

Tu puoi dubitare.
Ma loro ti hanno scelto.
Questo è il fatto.

Spesso siamo più severi con noi stessi di quanto lo siano gli altri.

Nel mondo del lavoro ci sono persone che si sopravvalutano… e altre — molto valide — che si sottovalutano.

Molto probabilmente, tu appartieni alla seconda categoria.

Smetti di giudicarti.

Concentrati sul migliorare.

5. Il disagio può diventare il tuo più grande alleato

La sensazione di inadeguatezza è scomoda.

Ma può diventare una forza.

Ti spinge a:

  • imparare più velocemente
  • osservare di più
  • migliorarti continuamente

Ti porta fuori dalla tua zona di comfort.

Trova un mentore.
Un coach.
Studia.
Osserva.

Prenditi dei rischi.

Paradossalmente, potresti riuscire proprio grazie a questa sensazione.

6. Le aziende non fanno beneficenza

Le aziende non pagano stipendi per gentilezza.

Se ti hanno assunto, è perché credono in te.
Se ti confermano, è perché stai facendo bene.
Vedono potenziale, è perché esiste davvero.

Chi ti ha assunto ha già assunto molte altre persone.

Sa cosa cerca.
Sa cosa vede.
Cosa vale.

Il tuo compito è semplice:
continua a lavorare. Continua a imparare. A crescere.

Non c’è alcun motivo reale per dubitare di te stesso.
Sei dove devi essere.

In definitiva

Sentirsi inadeguati all’inizio non è un segnale di fallimento.

È un segnale di crescita.

Non sei indietro.
Sei dentro il processo.

E spesso, proprio chi dubita di sé è quello che costruisce la vera autorevolezza.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?

Scopri il coaching mirato per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

25 tratti che identificano una persona mentalmente forte

persona mentalmente forte

La persona mentalmente forte si distingue dalla folla.

Non sai spiegare perché…
ma senti che ha qualcosa in più.

È affascinante.
Intrigante.

Dove molti vedono barriere e limiti invalicabili, lei vede sfide. Opportunità.

La forza mentale – insieme a quella emotiva e spirituale – è ciò che ti permette di reggere …

una situazione difficile,
un capo o collega difficile,
un lavoro che non ami,
una relazione che ti prosciuga energia.

Raggiungere obiettivi, rompere schemi, cambiare direzione non è semplice.

Serve tempo.
Fatica.
Coraggio.
Costanza.

A qualunque livello.
Grande o piccolo che sia.

Ecco 25 tratti che identificano una persona mentalmente forte.

1. Non perde il controllo

Sa che i risultati migliori nascono da una mente lucida.

Anche sotto pressione, sceglie la calma.

Sa che alzare la voce significa abbassarsi.
Perdere il controllo, subire la sconfitta.

2. Bilancia emozioni e logica

Non nega le emozioni.

Le governa.

Unisce passione e riflessione, impulso e ponderazione.

3. Accetta i feedback (anche negativi)

Non ha paura delle opinioni altrui.

Ascolta.
Impara.
Cresce.

È aperta all’apprendimento.

4. Pensa positivo… e anche negativo

Il pensiero positivo è importante ma lo è altrettanto quello negativo.

Essere ottimista, fiducioso, speranzoso ma anche previdente, accorto, prudente.

Essere flessibile.
Positivo e negativo.

5. Sa chiedere scusa

Non teme di “perdere la faccia”.

Ammettere un errore è una dimostrazione di forza.

Sul leader che chiede scusa trovi spunti nel mio libro “Prima volta Leader”.

6. Rinuncia alle aspettative sugli altri

Sa che il mondo non gli deve nulla.

Non si sente in diritto di pretendere.

Lavora sodo.
Anzi, è grato per quello che ha.

7. Sa gestire l’incertezza

Stare in sospeso.

A metà fra le situazioni definite e quelle in divenire.
In attesa.

Ha sperimentato che più resta sospeso tanto più aumenterà la sua resistenza, a stress e pressione.

Agisce anche con informazioni incomplete.
Sviluppa intuito e flessibilità.

8. Conosce il valore della non-azione

Agisce quando serve.
Sa fermarsi quando è il momento.

Azione per amore dell’azione o per amore e basta.

Non si strugge per i risultati.
Non si aspetta solo risultati.

9. Sa gestire il fallimento

Non crede che talento e capacità siano “stabiliti” alla nascita.

Nel destino.
Nelle stelle.

Il fallimento può essere un trampolino.
La resilienza può essere appresa e praticata.

10. Non giudica

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla.
Sii gentile.
Sempre.”

Platone

Sa che ognuno combatte battaglie invisibili.
E sceglie la gentilezza.

11. Non si esalta, non si abbatte

Almeno non così facilmente.

Lo sforzo maggiore non è quello iniziale, ma quello che affrontiamo in seguito, per resistere a dubbi e perplessità.

Un successo non la ubriaca.
Un fallimento non la definisce.

Sa che la vita è (anche) questa.

12. Non è gelosa del successo altrui

Si confronta per migliorare,
non per sminuirsi.

Celebra chi riesce.

13. Sa impostare confini

Insegna agli altri come trattarla.

Con educazione.
Ma con fermezza.

14. Non ha paura di chiedere aiuto

Non è prigioniera dell’ego.

Conosce i propri limiti.
E li gestisce.

La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

15. Conosce sé stessa

Lavora sulle debolezze.
Non le nasconde.

Non cerca di coprirle, o non cerca scuse per i suoi errori.

Neanche cerca approvazione: evolve.

16. Sa stare con la paura

La persona mentalmente forte non ha bisogno di combattere con le sue paure per dimostrare che è forte.

Non lotta con la paura.
La guarda in faccia.

L’ascolta.
L’accetta.
Così l’attraversa.

17. Sa che non ogni scontro risolve

Se l’obiettivo è la soluzione,
sa mettere da parte orgoglio e rancore.

Non sempre vincere significa scontrarsi.

18. Evita la procrastinazione

La procrastinazione spesso è allettante.

La persona mentalmente forte fa ciò che va fatto.

Anche quando non ha voglia.
Sa che rimandare è il modo più sicuro per restare fermi.

19. Sa che la costanza paga

Insiste.
Si adatta.
Riprova.

Il fallimento non è un motivo per mollare.

Al contrario “utilizza” il fallimento come un’opportunità per diventare ancora più forte.

20. Impara dagli errori

Cadere non rende perdenti.

Tu quanto sei abituato a perseverare dopo un errore o un fallimento?

Se sei una persona forte, sai che commettere errori, sbagliare, perdere … non rende perdenti.

Rende più maturi.
Più resilienti.

la NUOVA edizione aggiornata 2025 del mio libro “Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se muovi i primi passi nella gestione di un team.

Due libri complementari per sviluppare la tua assertività, leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

21. Vede le avversità come opportunità

Problema o possibilità?
Immobilismo o crescita?

La differenza è nello sguardo.

22. La sua autostima non dipende da ciò che ha

Lavoro.
Successo.
Conto in banca.

Ma da ciò che è.

Si sente comunque sempre bene con sé stessa, sia che vinca o che perda.

Sa che la vita è una maratona, non uno sprint.

23. Vive secondo i propri valori

Decide con chiarezza.
Agisce con coerenza.

Vive una vita autentica.
La persona mentalmente forte è fedele a sé stessa.

Parole e comportamenti sono allineati.

24. Non cerca la perfezione

Cerca il miglior risultato possibile, con le risorse disponibili.

Senza annegare in ansia da prestazione,
fantasie che ci stanno giudicando male.

25. Parla meno, ascolta di più

Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che (forse) stai sbagliando,
o che non stai andando nella giusta direzione.

Ascoltare significa essere disposti a mettersi in discussione.

Se cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei forte.

Un vero leader.

In finale

La forza mentale non fa rumore.
Non si impone.

Si riconosce.

Ed è ciò che, nei momenti decisivi, fa davvero la differenza.