Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!

grinta

Foto di Mark Sebastien

“Il talento da solo vale poco.
Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro.”

Stephen King

Ogni estate, all’Accademia Militare di West Point arrivano, da tutti gli Stati Uniti,
circa un migliaio di giovani uomini e donne per iniziare un ciclo di studio di quattro anni.
Si parte con una dura formazione di base di 8 settimane e al termine solo 1 giovane su 20 riesce a varcare la soglia della classe per continuare la strada della maestria militare.

Un gruppo di ricercatori ha voluto scoprire perché solo alcuni studenti ce la fanno e la stragrande maggioranza invece non supera la prima prova.

È questione di forza?
Resistenza fisica?
Intelligenza?
Capacità di leadership?

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Niente di tutto ciò sembra.

Per i ricercatori,
il miglior indicatore di successo è una valutazione non-cognitiva,
una caratteristica non-fisica, la “Grit” (che in italiano possiamo tradurre con GRINTA).

Attraverso la sua ricerca presso l’Università della Pennsylvania e l’insegnamento al Public Schools West Point Military Academy e alla National Spelling Bee – la vincitrice del prestigioso MacArthur Fellowship – Angela Duckworth ha scoperto che la capacità di sopportare lo stress e il saper superare i fallimenti,
per raggiungere l’obiettivo, è il miglior indicatore del successo futuro.

Nel suo eccellente intervento TED Angela Duckworth ha definito la grinta come
“… perseveranza e passione per raggiunger obiettivi a lungo termine. Grit è avere resistenza. Grit è “attaccare” il futuro, giorno dopo giorno. Non solo per una settimana, non solo per un mese ma per anni”

Quindi …

La vita è una maratona non uno sprint

Grit è vivere la vita come se fosse una maratona, non uno sprint”, insiste la psicologa americana.
GRINTA è la disposizione a perseguire gli obiettivi a lungo termine con passione e tenacia.

È la capacità di resistere a distrazioni momentanee e tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
Grit, in sostanza, è l’essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.
 


 

L’enfasi è sulla capacità di resistenza, sul perseguire gli obiettivi nonostante i continui “no”.
È l’abilità di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che …

Il talento non basta occorre tenacia

Il talento non è sufficiente, occorre grinta!

Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra tenace, ma senza talento,
sarà probabilmente quest’ultima a ottenere i risultati migliori.

“Quello che mi ha colpito è stato che il Quoziente Intellettivo (QI) non è l’unica differenza tra i miei studenti”, ha condiviso la Duckworth “Alcuni dei miei migliori performer non hanno punteggi QI stratosferici. Alcuni dei miei più brillanti ragazzi non stanno andando poi così bene. Non è questione d’intelligenza, di bell’aspetto, di salute fisica, di QI.
È Grit, è solo questione di grinta!”

Ma perché alcune persone hanno grinta e altre no? Qui la scienza ha bisogno di colmare ancora tante e diverse lacune.

Una cosa però sembra sicura …

 
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Il talento non ti rende grintoso

Quello che so è che il talento non ti rende grintoso” afferma la Duckworth. “I nostri dati mostrano molto chiaramente che ci sono molte persone di talento che non raggiungono i propri obiettivi. La grinta è, spesso, persino inversamente proporzionale al talento.”.

Nonostante i progressi nel campo delle neuroscienze e delle biotecnologie,
la Grinta è straordinariamente difficile da individuare.

Per alcuni devi sperimentare (e superare) grandi avversità per ottenerla,
per altri è questione di genetica “c’è-l’hai-o-non-c’è-l’hai”.

Personalmente, penso che non esista una formula per sviluppare o coltivare la Grinta, perché è intensamente personale e soggettiva.
È un qualcosa di profondo.
È una chiave misteriosa e potente che è dentro di noi e solo noi possiamo accedervi
.

È forte la tentazione (oppure è solo una scusa?) credere che solo quelli che sembrano più bravi,
belli e intelligenti saranno premiati … quelli che alla fine arrivano ai grandi ruoli,
quelli più desiderabili, quelli più ambiti.

E certamente, spesso è così.
E certamente, è anche giusto così!

La grinta ci aiuta a non mollare

Che cosa possiamo imparare dagli studi di Angela Duckworth?

Se siamo naturalmente dotati, ci suggeriscono che il talento, da solo, non ci aprirà tutte le porte per il successo.
E se invece abbiamo poco talento ma grinta da vendere, questi dati ci incoraggiano a non fermarci, a persistere, a non mollare!

Se anche tu, come me, il talento lo ammiri solo in TV e ti sei reso conto (da un pezzo) che genio, talento, bellezza, fortuna non sono (o non sono più) frecce al tuo arco, spero possa essere da stimolo sapere che il talento è utile ma la grinta è il fattore X del successo a lungo termine .

Grit, la Grinta.

Se non c’è l’hai, devi trovarla.
Se ne hai, tienila stretta e non sprecarla su qualcosa di stupido!

Frasi e modi da evitare nell’accoglienza clienti

accoglienza clienti

“Non avrai mai una seconda occasione di dare una prima impressione.”
~Oscar Wilde

Non abbiamo una seconda possibilità per fare buona impressione.

La prima impressione, il breve istante del contatto iniziale, si rivela spesso decisivo.
Fondamentale è riuscire a entrare immediatamente in sintonia con il nostro cliente.

Dobbiamo dare grande importanza ai primi istanti di contatto, anche i piccoli dettagli diventano importanti e niente deve essere lasciato al caso. Lavorare oggi con le persone (potenziali compratori) comporta un continuo studio del cliente, per cercare di capirlo e coglierne i mutamenti nei gusti, nelle abitudini e per anticipare necessità e desideri.
 


 

Il cliente non deve essere il primo a salutare

Anticipalo sempre!

Sei occupato?
Con un cenno d’intesa fargli capire che l’hai visto, che hai percepito la sua presenza, e anche se sei impegnato, appena potrai, ti dedicherai subito a lui.

Riconoscere prontamente un cliente (che è anche un ospite) è il primo passo per rendere l’ambiente piacevole e l’atmosfera accogliente.

“Ciao” vs “Buongiorno”

“Non mi ha mai visto prima e si prende già delle confidenze”

“Mi ha dato subito del ‘tu’, allora non è professionale”

“Ma come, non sa neanche chi sono, e si permette questi toni informali!”

Altro aspetto molto importante nell’accoglienza clienti, è il primo saluto che si rivolge alla persona appena entra in negozio o nel centro.
Tanti venditori e consulenti amano salutare con un “Ciao” perché pensano di creare un clima confidenziale e disinvolto … ma quanti clienti sono dello stesso avviso?

Un approccio troppo confidenziale (non sono poche le persone che gradiscono atteggiamenti più posati e seriosi) potrebbe mettere il cliente sulla difensiva “Fa il brillante per fregarmi meglio”.

Inizia sempre in modo formale per poi passare eventualmente al “tu” in una fase successiva.
Un approccio da formale a informale (Lei/tu) deve avvenire con il tacito consenso del cliente.

Attenzione ai primi momenti di contatto

Non aggrediamo subito il cliente con le nostre offerte. Le persone oggi sono più sospettose e guardinghe che in passato.

Si tengono sempre a debita distanza.
Se insistiamo, ci blocchiamo davanti ad un muro di sfiducia e perplessità, meglio avere pazienza e dare tempo.

Anche se il suo arrivo ci costringe a interrompere quello che stiamo facendo evitiamo di guardarlo con un leggero astio o risentimento perché Il cliente non è mai un fastidio: è lo scopo del nostro lavoro.

Evitiamo di accogliere i clienti con espressioni di noia o superiorità. Molto spesso non c’è ce ne accorgiamo neppure o pensiamo di nasconderlo con un sorriso di circostanza ma quello che percepiscono le persone è ben altro.

Se siamo annoiati o altezzosi, il campo della vendita ci riserverà pochi successi.

Frasi da evitare durante l’accoglienza clienti

• Non le serve nulla?
• Cosa desidera?
• “Posso aiutarla?”
• “ Mi dica …”

Mi dica” a volte, da l’impressione al cliente di essere un possibile “scocciatore” (mi dica-cosa vuole-da me?).

Evitiamo l’accoglienza clienti con frasi tipo “Cosa desidera?”, “ Mi dica …” oppure “Posso aiutarla … ” perché, anche se oramai sono diventate di uso comune, trasmettono poca disponibilità e scarso rispetto dei ruoli.

È un modo, inconscio, di sottolineare che, in fondo, il cliente è venuto in store perché ha bisogno di qualcosa, è in difficoltà e cerca il tuo aiuto per risolvere un suo problema. “Cosa desidera-Mi dica?” (cosa vuoi tu – cliente – da me?), “Posso aiutarla?” (ti vedo in difficoltà – ti salvo io).

Non è il caso di rischiare così tanto nel primo approccio.

“Posso esserle d’aiuto?” oppure “Come le posso essere utile?” sono i modi più indicati per iniziare l’approccio.
Sei tu, come venditore che ti offri per essere utile, che desideri aiutare. Sei tu al servizio del cliente. Chi lavora con il pubblico, deve trasmettere disponibilità e giusto rispetto dei ruoli. “Come posso (io – venditore) essere d’aiuto-utile (a te – cliente)?”.

Non saranno queste prime parole a determinare la vendita, ma sicuramente aiuteranno a partire con il piede giusto!

I clienti sono sempre più esigenti e suscettibili

Durante l’accoglienza clienti utilizziamo spesso frasi-fatte o modi-di-fare che, ripetuti più volte al giorno, perdono la freschezza e l’energia originaria, diventano espressioni e azioni vuote, che non trasmettono più quell’entusiasmo e quella professionalità che tanto desideriamo comunicare ai nostri clienti.

Non dimentichiamoci che siamo esseri umani e in quanto tali siamo molto irrazionali.
Come clienti, siamo tutti, chi più chi meno, facili a risentirci e offenderci!

Siamo sempre più esigenti, competenti e suscettibili e vogliamo essere considerati diversi dagli altri

Di questi tempi, acquisire un cliente è difficile per l’enorme concorrenza, perderlo è un attimo, basta una parola sbagliata, un gesto o una smorfia inappropriata.
Esagerazioni? Purtroppo no, leggi questo articolo!

Coaching store manager: sempre più leader del tuo store!

coaching store manager

Il personal coaching è un vero e proprio “allenamento personale” per sviluppare i tuoi “muscoli caratteriali” e la tua performance di store manager. Si sviluppa tramite sessioni (incontri formativi) individuali e riservate con me, il coach professionista.

Ricevi immediatamente un forte stimolo all’azione, rafforzi la tua autostima, migliori le tue competenze con effetti positivi “a cascata” sui risultati del tuo lavoro. Il mio proposito sarà di accompagnarti passo per passo fino al raggiungimento degli obiettivi che hai definito.

Ecco come posso esserti utile …

Vuoi motivare il tuo team?

Molti store manager pensano che si “faccia team” solo negli aperitivi post-lavoro o durante lunghe riunioni motivazionali. Niente di così sbagliato.

Che cosa facciamo, per prima cosa, quando “lavoriamo” sulla motivazione del tuo team?
Mi concentro, subito e principalmente, su di te, sul tuo atteggiamento, sul tuo approccio!

Perché?

 


 

Perché, prima di darti tutti gli strumenti che ti servono per la motivazione del tuo personale, voglio assicurarmi che, d’ora in poi, consapevolizzerai una verità fondamentale: la motivazione non “sgorga spontanea” dai tuoi collaboratori e che non la puoi nemmeno delegare a un corso, un formatore o a un coach (pur bravo che sia!).

La motivazione del tuo team passa inevitabilmente da te! Sei tu (il capo, lo store manager) quello che per primo deve motivarsi, entusiasmarsi, ispirarsi, e dopo, solo dopo, la puoi chiedere, anzi pretendere, dai tuoi collaboratori.

Che cosa facciamo durante le sessioni di coaching store manager?

No:

Nessuno slogan motivazionale, nessuna frase a effetto da ripetere come un mantra o lunghe teorie sulla motivazione. Se anche tu hai avuto, come tutti, problemi di motivazione sai perfettamente che se anche dai una pacca sulla spalla a un tuo collaboratore e dici: “Forza, dai motivati!” non gli sarà di grande aiuto.

SI:

Entriamo subito nel concreto. Quali sono le azioni che ti permettono di gratificare e potenziare il tuo team? Come puoi celebrare e incoraggiare i vari membri del tuo team? Come riconoscere e potenziare ogni singolo collaboratore? Ecco, ci concentriamo solo su questo!

Vuoi gestire il rapporto con il tuo team?

Gestire i rapporti personali sul lavoro è tutt’altro che semplice e lo sai bene anche tu, poiché ogni giorno ti trovi a convivere con comportamenti e atteggiamenti che possono provocare contrasti e tensioni nel tuo team e nel tuo punto vendita.

Ognuno ha il suo stile, il suo carattere e le sue manie.

C’è chi è troppo passivo e chi, al contrario, è troppo aggressivo. Chi è maleducato, chi è troppo permaloso, pettegolo o poco disponibile verso gli altri.

E tu, come ti relazioni con i tuoi collaboratori?
Sei socievole, chiuso o diffidente?
Vorresti essere più empatico e disponibile ma la paura di sbagliare ti blocca e ti fa “irrigidire”?

Di questi tempi, è importante gestire con efficacia i tuoi collaboratori perché le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso della tua carriera di store manager.

Che cosa facciamo durante le sessioni di coaching store manager?

No:

Non applichiamo teorie comportamentali generiche ma insieme cerchiamo, piuttosto, di analizzare e verificare il tuo caso specifico. Scopriamo l’approccio migliore e personalizzato per gestire in modo positivo e costruttivo il rapporto con il tuo team.

SI:

Impari in sostanza come prepararti per un colloquio/feedback difficile, criticare un collaboratore senza compromettere il rapporto, gestire obiezioni, repliche o “attacchi” da parte di un tuo collaboratore, difendere le tue idee e mostrare il disaccordo con positività, chiedere “PERCHE” e dire “NO” ai tuoi collaboratori senza sensi di colpa.

Vuoi essere ancora più leader del tuo store?

Gli store manager eccellenti sono consapevoli dell’influenza che hanno sugli altri, hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone, ispirano i propri collaboratori a fare del loro meglio e a raggiungere grandi obiettivi.

Leadership non è solo dire ai collaboratori cosa fare, trasmettere capacità e abilità ma creare, piuttosto, dei rapporti potenti e produttivi.

Non esiste un modello di comportamento, migliore di tutti gli altri. Quello che “dici” al tuo team è importante, ma lo è ancor di più il “modo” in cui ti comporti, la congruenza delle tue parole con i fatti, la tua convinzione e la tua energia.

I tuoi comportamenti sono la chiave per comunicare, persuadere, entusiasmare e risolvere i problemi. Per questo diventa fondamentale provare, verificare, mettere a punto provando e riprovando, sino a prendere confidenza con questi nuovi comportamenti e atteggiamenti.

Che cosa facciamo durante le sessioni di coaching store manager?

No:

No assolutamente a “scimmiottamenti da grande manager”, pose plastiche e atteggiamenti “costruiti” in modo innaturale. Sarai stimolato, invece, a ricercare il tuo stile di leadership personale.

SI:

Allora cosa facciamo concretamente? Pratica, pratica, pratica!

Impara a trasmettere fiducia e a comunicare con un linguaggio più incisivo e stimolante. Apprendi come potenziare il tuo approccio relazionale: la postura, le espressioni del viso, i gesti, la voce, etc. per aumentare la tua autorevolezza. Lo sai che chi sa ascoltare aumenta il suo carisma? Apprendi come “ascoltare in modo attivo” i tuoi collaboratori.

Quanto dura il coaching per store manager?

Dipende dal tuo obiettivo.

La durata del coaching store manager lo decidi tu sulla base dell’obiettivo che hai prefissato. Mediamente, variano da 1-4 ore per un tema specifico (coaching mirato) a 6-8 ore per un obiettivo più complesso (personal coaching).

Valuta le tue specifiche esigenze, definisci il tuo obiettivo e decidi la durata del coaching store manager. Qual è la tua necessità? Una “dritta” veloce, un supporto concreto di qualche ora o un percorso formativo personalizzato ed efficace con test e verifiche?

Una volta deciso, partiamo! Coaching store managerg sull’obiettivo che hai definito. Ci incontriamo di persona oppure online (via skype) una volta la settimana. Sarò felice di accompagnarti passo per passo fino al raggiungimento dell’obiettivo che hai definito.

Stanco dei soliti risultati?

Stai perdendo fiducia e determinazione?
Ti piacerebbe migliorare alcuni aspetti del tuo approccio e della tua leadership?
Avere più grinta e determinazione?

Se hai risposto sì ad anche solo una di queste domande, ho pensato per te un servizio di personal coaching dedicato esclusivamente agli store manager.

Vedrai i risultati!

Non sei il mio capo! Come sopravvivere al collega che fa il boss

collega capo

Hai un collega che si comporta come se fosse il tuo capo?

Ti rimprovera per i ritardi.
Commenta la tua produttività.
Ti dice cosa fare, come farlo e prova anche a rifilarti più lavoro.

Se ti riconosci, sappi una cosa:

non sei il solo.

Il collega che fa il capo esiste in quasi tutti gli ambienti di lavoro.

Finché c’è un capo ufficiale,
ci sarà sempre qualcuno che prova a sostituirlo — senza titolo.

È quello che organizza riunioni non richieste,
chiede conto di ciò su cui stai lavorando,
dispensa istruzioni e ovviamente …

consigli non richiesti.

Come si sopravvive a un collega così?

Non con lo scontro.
E nemmeno subendo.

Cosa serve? Per primo la calma.
Poi la chiarezza.

A volte basta un “no” detto senza emozione.
Uno sguardo neutro.
Nessuna rabbia.
Zero spiegazione.

Quando capisce che non ottiene reazioni,
di solito sposta il suo bisogno di controllo altrove,
(non smette: cambia solo bersaglio).

Se però la situazione è più strutturata,
servono fiducia, tatto e strategia.

A questo proposito …

il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza; comunica autorevolezza da Executive” è pensato proprio per questo tipo di situazioni complesse.

1. Affronta il problema subito

Prima che diventi un’abitudine.

Essere trattati come subordinati da chi non lo è … fa ribollire il sangue.

Ma reagire con aggressività peggiora le cose e gli consegna ancora più potere.

Prima regola: gestisci le emozioni.

Respira.
Fermati.
Raffredda la tua reazione.
La lucidità è una forma di difesa.

2. Verifica se è davvero autorizzato

Prima domanda scomoda, ma necessaria.

E se — senza saperlo —
quella persona fosse stata incaricata di coordinare il lavoro?

Succede più spesso di quanto si creda,
a causa di comunicazioni aziendali confuse o assenti.

Prima di fare muro-muro, verifica.

Se dice di agire su indicazione del tuo capo,
scrivi o chiama il tuo supervisore e chiedi conferma delle responsabilità.

Meglio una verifica in più che un conflitto inutile.

3. Usa un umorismo leggero (non sarcastico)

Un umorismo sottile può disinnescare molte dinamiche di controllo.

Spesso chi fa il boss cerca solo riconoscimento con una “leccata” all’ego.

Con un sorriso neutro, puoi dire:
“Hai avuto una promozione e non me l’hanno detto?”

oppure
“Il capo ti ha chiesto di passarmi queste indicazioni?”

Se risponde di no, puoi aggiungere:
“Ottimo, allora assicuriamoci che sia allineato.”

Calmo.
Educato.
Fermo.
Fermissimo.

4. Riporta sempre il riferimento al capo “vero”

Se ti assegna compiti, rispondi così:
“Non posso, sto lavorando su ciò che ho concordato con il capo.”

Non attacchi.
Tantomeno accusi.
Rimarchi un fatto.

Funziona sempre?
No.
Ma spesso basta a ridimensionare.

5. Parla in privato, mai davanti agli altri

Se il comportamento continua,
serve un confronto diretto.

A quattr’occhi.
Non in corridoio.
Non davanti al team.
Prima dell’incontro, rallenta.

Respira.
Sciogli la tensione.

Poi sii chiaro, senza durezza:

– Il tuo comportamento è inappropriato
– Non rispondo a te
– Siamo pari ruolo

Puoi dire qualcosa come:

“Apprezzo l’interesse, ma sono perfettamente in grado di svolgere il mio lavoro.”

Se insiste, chiarisci che — se necessario — coinvolgerai un superiore.
Le HR.

Non è una minaccia.
È un confine.
Netto.



6. Collabora, ma mantieni distanza

Fai ciò che serve per lavorare bene.
Nulla di più.

Riduci i contatti al minimo necessario.

Evita pranzi, aperitivi, confidenze.

Confondere il confine professionale spesso peggiora la situazione.

7. Documenta tutto

Conserva e-mail.
Segna date, orari, contenuti.

Se la situazione degenera,
serviranno fatti.

Impressioni, opinioni,
accuse vaghe sono solo autogoal.

8. Se non cambia nulla, parla con il capo “quello vero”

Quando hai provato tutto e il comportamento continua,
è il momento di coinvolgere il tuo superiore o le Risorse Umane.

Attieniti ai fatti.
Niente etichette.
Niente vittimismo.

Non dire:
“Fa il capetto”.

Ma:
“Mi assegna compiti che interferiscono con il lavoro concordato con te.
Questo crea tensione e riduce la produttività.”

Questo messaggio viene ascoltato.
La lamentela vaga … no!

E se, in parte, avesse ragione?

Seconda domanda scomoda, ma onesta.

Se le critiche sono costanti,
vale la pena fare un’autovalutazione.

Sta davvero abusando del ruolo o sta cercando di far funzionare il lavoro del team?

Un capo basta e avanza.
Un collega che fa il capo, no grazie.

Ma ignorare il problema
— da una parte o dall’altra —
non lo risolve.

Se senti che il rispetto intorno a te vacilla,
affrontalo.

Con strategia.
Senza reazioni impulsive.

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