L’importanza di ricordare i nomi dei nostri clienti

nomi dei clienti

Il mio cognome è Ferrarelli.

Ma rispondo anche quando mi chiamano Ferrarelle, Peverelli, Ferareli. L’ultima volta mi hanno cercato dicendo ”Non mi ricordo il nome … ma si chiama come l’acqua … quella famosa”.

Non mi lamento. Capitava anche a me (e succede ancora) di confondermi e di tanto in tanto storpio il nome degli altri.

I nomi non sono il mio forte, pensavo.

Adesso, però, ho capito una cosa … imparare, ricordare e pronunciare correttamente i nomi di altre persone (soprattutto dei miei clienti se riferito al lato professionale) è molto più di una questione di educazione, è una questione di professionalità e di buon servizio.

 


 

Perché? Cosa c’è in un nome?
Tutto!
Il nome è la nostra identità.

Se usi i nomi dei clienti crei un tocco personale

In un periodo in cui si parla (e spende) tanto per la fidelizzazione dei compratori (ci si lamenta che quando vai in uno store, centro o fitness ti senti un numero, senza un’identità, ecc.) troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole essere trattata come un individuo, vuole sentirsi unico e speciale.

Quando usiamo il nome (oltre ad essere educati e gentili) stiamo creando un legame, perché riconosciamo il valore e l’unicità della persona. Così facendo, rendiamo l’incontro importante e metteremo di buon umore il nostro interlocutore, che si sentirà accettato.

Questa semplice cortesia ti aiuterà a costruire rapporti duraturi (chiamalo poco in tempi come questi!).

Quando fai riferimento a un tuo cliente con il suo nome, gli stai dando tutto il tuo rispetto!

Quando utilizziamo il nome del cliente, stiamo dando un tocco personale che ci può anche aiutare a sdrammatizzare e “neutralizzare” una situazione spiacevole (un fraintendimento, un errore, un reclamo, ecc.).

Semplicemente utilizzando il nome, può essere molto efficace per calmare o “sbollire” il nostro cliente.

Perché non ricordiamo i nomi dei clienti?

1. Indifferenza

Non ci interessa, semplicemente.

Pensiamo che non sia così importante. Molte persone conoscono il nome di un cliente ma sono riluttanti a usarlo, perché non si rendono conto dell’importanza. Eppure ci basterebbe capire la rilevanza di questo semplice gesto per concentrarci sul nome e ricordarlo.

2. Mancanza di attenzione

Nessuno si aspetta che tu conosca il nome di qualcuno la prima volta che lo senti ma se non sei attento come puoi ricordare?

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Se presti tutta la tua attenzione all’interlocutore, concentrandoti su di lui e non su te stesso …
vedrai da subito la differenza!

3. Mancanza di allenamento

Non hai una strategia per ricordare i nomi. Non l’hai mai avuta e non ci hai neanche mai provato.

Ti conviene fare molta pratica (la ripetizione è la madre di tutte le abilità) in modo da concentrarti sul nome per sentirlo chiaramente al momento opportuno.

4. Agitazione

Se sei distratto dall’agitazione, sei preoccupato dal ”compra-non compra”, di fare la “bella figura” del venditore o del consulente e sei completamente focalizzato sulla vendita e su te stesso diventa difficile ricordarsi del nome. Vero?

Per comprendere quant’è importante usare il nome di una persona prova a pensare …
come ti senti quando qualcuno ti chiama per nome?
Ti fa sentire importante o speciale?

Quante volte la tua banca, assicurazione o ente sanitario ti chiamano per nome?
Come ti senti se si ricordano sempre il tuo nome o lo utilizzano spesso?
E al contrario … come ti senti quando qualcuno dimentica il tuo nome?
A nessuno piace essere dimenticato, vero?

Ora il tuo obiettivo numero 1 è ricordare i nomi dei clienti, uno per volta.
Stupisci il tuo cliente con il tuo tocco personale e ricorda che i clienti sono le persone più importanti per tutto il nostro business (grande o piccolo che sia).

Ma come possiamo ricordare i nomi dei nostri clienti? Ecco un articolo ad hoc.

6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore

collaboratore amico

Foto di StockSnap

Si comincia così…

Parlando dei problemi e delle difficoltà
incontrate sul lavoro
con quel collaboratore ritenuto particolarmente professionale e affidabile.

Oppure,
come ho raccontato nel mio libro “Prima volta Leader”,
la storia di Sarah.

Sarah voleva dimostrare di non essere
il “solito” capo o imprenditore senza scrupoli.

Basta con i capi direttivi e seriosi?

Sarah essere un capo friendly.
Una che condivide informazioni con la sua truppa.

Compresi commenti
e foto su Facebook.

Oppure sei giovane.
Alla prima esperienza.

E non riesci a trattenerti
dal confidarti con la collaboratrice più giovane,
o con quella che senti più simile a te
per difficoltà o incertezze.

Niente di male, per carità…

Eppure,
un po’ alla volta,
si costruisce un rapporto di amicizia.

Ed è lì che nasce la confusione:
confidenza ≠ parità di ruolo.

Non importa quanto tu possa sentirti vicino
a un tuo collaboratore o dipendente.

Un rapporto professionale
non è una vera amicizia.

Il ruolo di un manager trascende l’amicizia,
perché crea uno scenario
che tra veri amici non dovrebbe mai esistere.

I pericoli di un collaboratore “amico”

Costruire un rapporto coinvolgente
ma gerarchico
non è semplice.

Questo non significa essere freddi,
antipatici
o non disponibili.

Significa stabilire una distanza minima,
oltre la quale non si deve andare.

Sempre con cortesia.
Sempre con educazione.
Ma anche con educata fermezza.

Ecco 6 buoni motivi per cui
non è una buona idea
che un manager e un collaboratore
si definiscano amici.

1. Si crea la percezione di favoritismo

Anche se pensi di essere equo al 100%,
gli altri collaboratori potrebbero interpretare male
alcune tue decisioni.

Pensando che tu stia proteggendo
o favorendo chi ti è più vicino.

Questa percezione influenza —
consciamente o no —
decisioni su promozioni, incarichi
o licenziamenti.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione, serve metodo, non istinto.

Nel percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori sulla tua comunicazione,
limiti e autorevolezza.

2. Rischi di frustrare le aspettative (tue e sue)

Se consideri un collaboratore un amico,
nascono aspettative implicite:

  • “Un amico non farebbe mai…”
  • “Un amico dovrebbe dirmelo…”

Ma anche dall’altra parte:

  • “Un amico mi lascerebbe uscire prima.”
  • “Che sarà mai questo favore, fra amici…”

Quando un’aspettativa viene delusa,
restano delusione
e rancore.

E il rancore sul lavoro
è sempre pericoloso.

3. Confondi amicizia e professionalità

Il confine diventa nebuloso.

E questo può insinuare nel collaboratore
l’idea di poter fare meglio di te.

A volte senza rendersene conto,
inizia a boicottarti.

A remarti contro.

4. Non riesci a valutare in modo obiettivo

Dare feedback.
Criticare.
Disciplinare.

Fa parte del ruolo di capo.

Ma come puoi farlo
in modo lucido e imparziale
con un amico?

Ti capita di non dire ciò che pensi
per evitare tensioni —
o di dirlo male
e poi portartelo dietro?

Con → “Sviluppare assertività senza perdere empatia
impari a comunicare con chiarezza e rispetto,
anche nelle situazioni difficili.



5. Prendi le critiche sul personale

Un po’ di pettegolezzo
tra colleghi
può essere fisiologico.

Tutti, prima o poi,
si lamentano dei capi.

Ma se il collaboratore è tuo amico,
la prenderai sul personale.

Ti sentirai ferito.
Tradito.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,
puoi leggerlo qui →La chiave per non prendere le critiche come offese personali“.

Un consiglio:

quando esci a bere qualcosa con il team…
vai via per primo
(o almeno non per ultimo).

Così li dai il tempo
di lamentarsi di te.

Dai, non prenderla sul personale.
Capita a tutti.
Davvero pensavi di esserne immune?

6. Comprometti la tua leadership

Essere amici
significa anche lasciarsi andare fuori dal lavoro.

E qui entra in gioco il modello di ruolo.

Forse non ti piacerà
vedere le tue foto
(in braghette corte e birra in mano)
sul profilo social del collaboratore.

Alcuni potrebbero vivere
i tuoi tentativi di amicizia
come invadenti
o come bisogno di approvazione.

Non proprio il massimo
per la tua leadership.

Se desideri lavorare sul tuo approccio,
trovi spunti concreti nel mio libro

Autorevolezza
ora nella NUOVA versione aggiornata 2025,

per diventare un riferimento solido
e carismatico per i tuoi collaboratori.

In conclusione

Evita confidenze e pettegolezzi.
Evita di farti coinvolgere troppo.

Non per freddezza.
Ma per rispetto dei ruoli.

Comportati in modo corretto e coerente
con tutti i tuoi collaboratori,
senza l’aspettativa di farteli amici.

Un po’ come gli studenti con i professori:
rispetto, educazione…
e giusta distanza.

Le amicizie coltivale altrove.
In contesti meno formali dell’ufficio.

Essere un buon capo

Non significa essere amici di tutti.

Significa essere affidabili.
Coerenti.

E, quando serve,
scomodi.

I miei servizi

Percorsi di coaching mirati, brevi e concreti su un tema specifico: autorevolezza, team leadership, carriera.

Un esempio:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione. Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto.

Scopri tutti i percorsi mirati.

I miei libri

La NUOVA edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se muovi i primi passi nella gestione di un team.

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12 spunti per approcciare con successo un collaboratore demotivato – parte 2

motivare il personale

LEGGI ANCHE > la parte 1.

4. Evitare slogan e frasi a effetto

Meglio evitare tutte quelle esortazioni all’ottimismo per motivare il personale,
il classico consiglio di “tirarsi su” o slogan motivazionali presi in prestito da qualche coach-di-grido.

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Gli slogan non sono inutili,
ma in un contesto di demotivazione possono essere quasi controproducenti.

5. Parlare poco ed evitare le prediche

“Certe prediche mi fanno venir voglia di commettere i peccati che condannano.”
Roberto Gervaso

Anche le prediche,
non sono solo controproducenti perché contribuiscono a colpevolizzare una persona (che magari si colpevolizza già abbastanza di suo) ma sono anche perfettamente inutili.

Dire a un demotivato di “tirarsi su” è come dire a una persona con una gamba rotta di alzarsi e di camminare.
Ormai è rotta!

6. Permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegarsi o di rifiutare le tue dichiarazioni.

Potrai certamente spiegare tutti i tuoi punti ma assicurati di non interrompere il tuo collaboratore o dipendente in modo che spieghi le sue motivazioni o preoccupazioni.

Lascia parlare il tuo interlocutore, anche se non sei d’accordo,
perché interrompendolo, otterrai solo il risultato di inasprire il dialogo.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Magari ci saranno sorprese!

7. Ascoltare senza giudicare e interrompere

Ascolta senza giudicare.
Non controbattere, fallo finire e poi replica, se è il caso.

Evita l’atteggiamento del “io avrei fatto …”, “io avrei detto…”, “se …ma…”.
 


 

Ricorda che …
se impari a muovere a critiche costruttive bilanciando garbo e autorità,
aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

8. Focus sulle azioni non sulla persona

Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi.
Concentrati solo sulla prestazione.
Evita attacchi personali o commenti sulla persona
.

Non toccare l’autostima del tuo collaboratore!

Qui siamo su un terreno minato e molto sensibile.
Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

Fai riferimento esclusivamente a un suo comportamento,
una situazione o un problema particolare.

9. Commentare un comportamento specifico

Evita di usare parole tipo OGNI VOLTA, SEMPRE, MAI,
che rischiano di trasformare le tue osservazioni in un rimprovero scoraggiante
“Sei SEMPRE demotivato” “Non hai MAI grinta” oppure “OGNI VOLTA sei negativo”.

La critica deve essere sempre riferita a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico.
Devi essere chiaro su cosa, dove e quando;
spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

 
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10. Non criticare o mortificare

Lo stile mortificatore, a mio avviso, è quello in assoluto meno indicato per la motivazione di una persona.
Può avere (forse) un effetto immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

11. Rinnovare la fiducia e chiudere la questione per motivare il personale

Riafferma la tua fiducia nella persona, nelle sue capacità e poi chiudi la questione (almeno per il momento!).
Non ritornare, anche in modo indiretto, sui motivi dei dissapori.

Se ripeti continuamente un concetto,
perdi d’incisività.

Non nutrire rancore anche perché rischi di infilarti in un tunnel di rinfacci reciproci.
Il tuo obiettivo è “recuperare” il più velocemente possibile un collaboratore produttivo e non stabilire un vincitore e un vinto.

Se “l’operazione di recupero” non avviene,
avete perso qualcosa entrambi!

12. Evitare approcci via email

Il tuo collaboratore deve avere la possibilità di difendersi personalmente e di far valere la sua opinione.
La critica via mail è più veloce, più diretta, meno coinvolgente, emotivamente,
ma il feedback motivazionale si fa guardandosi negli occhi.

Che tu sia manager, piccolo imprenditore o responsabile di un piccolo team, di questi tempi,
una delle sfide più grandi per chi, come te,
si trova a gestire un team di collaboratori è motivare il personale.
Tenere alto il morale della “truppa”.

Le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso della tua attività.
Non sei d’accordo?

12 spunti per approcciare con successo un collaboratore demotivato – parte 1

motivare il personale

Il tuo collaboratore di fiducia è stanco e demotivato?
La tua assistente sta saturando l’atmosfera attorno a lei con la sua negatività?
La tua venditrice più esperta è in fase-down e hai paura che anche tutto il team o,
peggio, i clienti percepiscano, consapevolmente o inconsapevolmente,
quest’atmosfera pesante e che siano influenzati negativamente?

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Di questi tempi ci mancava anche questo!

Sul lungo periodo la situazione può diventare ingestibile e sfiancante

Spesso succede che una persona attraversi un periodo delicato o di fragilità.
Quando però il periodo si fa lungo, il rapporto diventa sempre più faticoso e stressante per tutti (soprattutto per te),
e la situazione rischia di diventare ingestibile e sfiancante,
anche perché sembra non ci sia niente da fare per motivare il personale!

Che peccato!

Anche perché Il collaboratore o dipendente in questione (magari) ha sempre lavorato bene e con profitto.
I suoi risultati, fino a poco tempo prima,
apprezzabili ora presentano numeri imbarazzanti …
il suo rendimento si è bloccato senza motivazione apparente.

Adesso,
fa il “compitino”, si limita a esaudire le richieste, ”tira la chiusura”,
non si mette più in gioco e, inevitabilmente,
questa percezione influenza il suo atteggiamento e la produttività.

Se poi la persona demotivata è a contatto diretto con i clienti,
a lungo andare, questo potrebbe significare una riduzione del volume d’affari e delle vendite.

Per motivare il personale basta dire “qualcosa di motivante”?

Sono sicuro che hai provato più volte a dire “qualcosa di motivante”,
a dare una scossa ma ti sei ritrovato, subito, al punto di partenza.
Sai perchè?
 


 

Se anche tu hai avuto, come tutti,
problemi di motivazione sai perfettamente che se anche dai una pacca sulla spalla per motivare il personale,
o dici: “Dai, forza motivati!” non gli sarà di grande aiuto.

Allora … come ti comporti? Come uscire dall’empasse?
Come lo approcci? Carota o bastone?
Agire o aspettare sperando che “torni quello di prima”?

Una cosa è sicura.
Non puoi sottovalutare, o peggio ignorare,
questa situazione.

Cosa fare per motivare il personale?

Devi intervenire.

I collaboratori in crisi sono spesso persone demotivate e occorre che ricevano una nuova iniezione di energia,
ad esempio con l’assegnazione di nuove mansioni o con percorsi di formazione e coaching specifici.

Vediamo come approcciare in modo efficace un collaboratore demotivato:

1. Armati di pazienza se vuoi motivare il personale

“La pazienza è anche una forma di azione.”
Auguste Rodin

Se vuoi salvare il rapporto professionale e “ritrovare” il tuo collaboratore o dipendente devi consapevolizzare che non sarà una cosa breve;
ti prenderà tempo e, soprattutto, energie.

2. Non reagire con emotività

Può darsi che tu sia, anche inconsciamente,
incacchiato-nero con il tuo collaboratore (“Ci mancava anche questo” oppure “Proprio adesso che le cose andavano bene” anche “ Adesso che contavo su di lui/lei” e ancora “Con tutto quello che ho fatto per lui/lei”).

L’emotività è cattiva consigliera.
Se, per il momento, non sei in grado di gestire e controllare la tua emotività,
prendi tempo e aspetta di sbollire.

Come ho scritto nel mio libro meglio non approcciare qualcuno quando si è incavolati o agitati.
Rischi di dire o fare qualcosa di sconveniente che può compromettere definitivamente il tuo rapporto lavorativo.

 
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3. Parlare lontano da occhi indiscreti

Non discutere con il tuo collaboratore davanti ai colleghi o ai clienti,
si sentirà sminuito davanti agli altri,
ferito e ancor meno propenso ad aumentare il suo impegno e la sua produttività.

Utilizza feedback negativi solo nel privato e a quattr’occhi.
Chiama la persona nel tuo ufficio,
in una saletta conferenze libera o in qualsiasi altro posto lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Come puoi immaginare,
il tuo collaboratore sarà teso (sapendo il motivo della tua convocazione).
Poco prima dell’incontro, prenditi qualche minuto per rilassati più che puoi,
respira profondamente, sorridi per sciogliere la tensione dalla tua faccia.

Evita di cominciare con un’osservazione positiva sulla persona,
tanto per addolcire la pillola “Ascolta Cristina, ci conosciamo da tempo e apprezzo molto la tua collaborazione …” susciteresti immediatamente ancor più chiusura e diffidenza.

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2.

6 semplici spunti per essere uno store manager eccellente

store manager migliore

Foto di Ryan Hyde

Essere un manager è senza dubbio soddisfacente.
Ma può anche essere difficile.
E stressante.

Ogni giorno sei chiamato a trovare il giusto equilibrio
tra cordialità e autorità.
Tra clima positivo
e risultati da raggiungere.

Creare una buona atmosfera di squadra non è un optional:
è ciò che ti permette di centrare obiettivi sempre più ambiziosi.

Come trovare questo equilibrio?

Ecco 6 spunti semplici, ma molto potenti,
che puoi mettere in pratica già da domani.

Tra due settimane sarai uno store manager migliore.

Non ci credi?
Prova.
E guarda cosa succede.

1. Parti appassionato ogni mattina

Appena arrivi nello store o nel centro,
saluta ogni membro del team con un “Buongiorno!” sincero e positivo.

Passa da ciascun collaboratore.
Fai sentire presenza,
partecipazione,
sostegno.

Può sembrare banale, ma non lo è affatto:
molti collaboratori impostano l’intera giornata
dal modo in cui vengono accolti al mattino.

Il buon clima nasce lì.

La vera sfida?
La costanza, soprattutto nei giorni in cui sei stanco,
sotto pressione,
poco motivato.

Allenare il tuo entusiasmo mattutino
è una vera competenza manageriale.

2. Osserva il team mentre lavora con i clienti

Osserva come ogni collaboratore interagisce con i clienti.

Poi trova un momento (anche breve) per un feedback individuale.

Strutturalo così:

  • 3 cose fatte bene
  • 3 cose migliorabili

Sii breve,
specifico,
concreto.

Chiudi sempre ribadendo:

  • la tua fiducia
  • il tuo apprezzamento per l’impegno

Sì, è coaching.
E l’eccellenza di uno store manager passa anche da qui.

3. Passa più tempo in sala vendita

“La leadership è azione,
non posizione.”

Donald H. McGannon

Uno degli errori più frequenti è chiudersi in ufficio.

Col tempo, quelle mura diventano un muro di gomma:
ti allontanano dalla realtà della vendita,
dal tuo team,
dai clienti.

Se definisci standard alti di servizio,
devi essere il primo a incarnarli.

In prima linea.
Davanti.
A dare l’esempio.

4. Affianca il team all’apertura e alla chiusura

Lavorare fianco a fianco nelle fasi di apertura e chiusura
aumenta enormemente il rispetto del team.

So che hai mille cose da fare.
Ma quei momenti valgono oro per la tua leadership.

Appendice ai punti 3 e 4
Domanda classica:
“Ok, ma non ho tempo …
report,
statistiche,
piani,
riunioni…
come faccio?”

Risposta: delega.

Trova 3 compiti semplici che puoi delegare
e inizia da domani.

5. Parla meno e ascolta di più

Lo ripeto spesso perché è fondamentale:
saper ascoltare è la base di una comunicazione efficace.

Ogni collaboratore vuole sentirsi:

  • ascoltato
  • considerato
  • preso sul serio

Chiedi:

  • come migliorerebbe lo store
  • cosa renderebbe il lavoro più fluido
  • cosa può aiutare le vendite

Ascolta davvero.
Poi agisci, mantenendo la tua autonomia decisionale.

Chi ascolta non è debole.
È sicuro di sé.
È leader.

6. Vuoi essere uno store manager migliore? Investi su di te

Investi nella tua formazione.

Libri,
riviste,
aggiornamento continuo.

E soprattutto percorsi di coaching personalizzati,
perché sono mirati, concreti e adattati alle tue reali esigenze.

La crescita del team passa dalla tua crescita.

Ora fermati un attimo.

Da domani, su quale di questi punti metterai più attenzione
per diventare uno store manager migliore?

La leadership non si costruisce con grandi gesti occasionali,
ma con piccole scelte quotidiane,
ripetute nel tempo.

E spesso, la differenza tra uno store che funziona
e uno che arranca…
sei proprio tu!