6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro

lavoro che non piace
A volte succede.

Sentirsi ingabbiati nel proprio lavoro.
Sentirsi inadeguati.
In balia degli eventi.

Non saper decidere.
Pentirsi delle scelte fatte.
Credere che l’infelicità sia un destino.

Rendersi conto di non riuscire a cambiare la propria vita.

Una sensazione precisa: costrizione

Sentirsi in trappola.

Ci chiediamo cosa diavolo stiamo facendo.

Tratteniamo la voglia di spaccare tutto
(una volta si lanciavano i fogli…
Oggi? La tastiera contro lo schermo?).

E di tornarcene a casa.

Ci ritroviamo con le spalle al muro.
Nessuna via d’uscita visibile.

Vorremmo urlare.
Scappare.
Spaccare tutto.

Ma questa situazione ci inchioda.
E non ci permette di muoverci.

Cosa ci tiene legati a un lavoro che non ci piace?

L’obbligo.
Il dovere.
Lo stipendio fisso.

La paura.
La comodità.
La codardia (chiamiamola col suo nome).

Il fatto è questo:
restiamo paralizzati
anche quando il lavoro non ci piace più.

Qualunque sia la prigionia in cui siamo finiti,
l’importante è non mollare
e trovare il modo di uscirne …

… il prima possibile

Sentirsi intrappolati logora.
Fa vacillare la sicurezza.
Consuma l’autostima.

Se non vedi un futuro nel tuo lavoro,
forse è il momento di ripensare il tuo percorso.

Non mi piace l’idea
che qualcuno si senta intrappolato.

Per questo cerchiamo di fare luce
sui pensieri e sui motivi
che ti tengono fermo.

Metto a tua disposizione la mia esperienza di career coaching e reinserimento professionale
per aiutarti a fare chiarezza.

Questo percorso breve e mirato
ti aiuta a capire cosa vuoi davvero
e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

Scopriamo insieme i sei motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro:

1. Sei convinto che tutti siano migliori di te

Vedere gli altri come più bravi, più capaci, più talentuosi
è uno dei modi più efficaci
per sentirsi una nullità
e restare fermi.

Il confronto può stimolare.
Ma se pensi che tutti siano migliori di te,
ti stai costruendo un alibi.

Un muro.
Per proteggerti dai riflettori.
Evitare critiche.
Non entrare in gioco.

Ma così ti metti in trappola.
Da solo.

Ognuno è migliore e peggiore
su infinite scale di valore.

Marco è un grande broker.
Sergio vende benissimo.
Margherita è creativa.

E allora?

Marco non ha la tua intuizione.
Sergio non ha la tua competenza tecnica.
Margherita non ha la tua concretezza.

Il confronto non finisce mai.
Nemmeno quando hai successo.

2. Sei convinto che “là fuori” è difficile

Non sono d’accordo.

“Là fuori” non è difficile.
È molto difficile.

È tosta.
Ma cosa ti aspettavi?
Il tappeto rosso?

Viviamo un momento complicato.
Lo sappiamo tutti.

Ma parlarne in termini catastrofici
produce solo ansia
e immobilità.

È una questione di credo.

Se credi che non ci siano possibilità,
ogni porta resta chiusa.

Se credi che una possibilità esista,
puoi prepararti.
Lavorare.
Muovere il primo passo.

E, insistendo,
alla fine ce la fai.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza attuale

Il lavoro non ti entusiasma,
ma lo conosci!

Conosci le dinamiche.
Le persone.
È una routine “sicura”.

  • Se poi il nuovo capo fosse peggio?
  • E se i colleghi fossero tossici?

Paura normale.
Legittima.

Ma l’ignoto, spesso,
è ciò che accelera la crescita.

La paura non sparirà mai.
Va accettata.

Accettarla non significa essere deboli.
Ma essere lucidi.

4. Non sai dove andare

Rimanere fermi in attesa della risposta
è una trappola elegante.

La vera alternativa è farsi domande serie.
Scomode.
Oneste.

  • Cosa cerchi davvero?
  • Più autonomia?
  • Più creatività?
  • Responsabilità (ma la sai reggere)?

Spesso “non so dove andare”
è solo una scusa
per non muoversi.

Ecco un post approfondito dedicato a capire se è arrivato il momento .. → “Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto

5. Stai aspettando di essere pronto

Aspettare ha senso
solo se fa parte di una strategia.

Altrimenti è immobilità travestita da prudenza.

  • “Non è il momento giusto.”
  • “Quando passa questo periodo…”
  • “Non sono ancora pronto.”

Quando lo sarai?

La verità è semplice:
non lo saremo mai.

Si parte.
E si migliora strada facendo.

Un passo alla volta.

6. Hai paura di sbagliare

Hai già fallito una volta
e temi di rifarlo.

Ma non esistono garanzie.

Chi entra in campo
accetta di potersi fare male.

Eppure, chi va avanti,
cade, si rialza
e prosegue.

Il fallimento non è la fine.
È parte del percorso.

Anche se fa male.

Come uscire dalla sensazione di trappola

Senza vittimismo.
Senza scuse.

Accettando i limiti.
Imparando dagli errori.
Passando all’azione.

La sfortuna conta meno di quanto crediamo.
I risultati sono una conseguenza diretta
delle nostre azioni.

Se ti senti intrappolato,
non aspettare oltre.

Se senti che è il momento di cambiare
ma ti mancano direzione o sicurezza,
lavoriamo insieme per esplorare alternative
e costruire un piano concreto di transizione.

In finale

Sentirsi in trappola
non significa essere deboli.

Significa che qualcosa dentro di te
sta chiedendo spazio.

E prima o poi,
va ascoltato.

13 cose che deve fare un manager il primo giorno di lavoro

primo giorno di lavoro
Che tu stia per entrare in
una startup innovativa,
una piccola impresa familiare,
un lussuoso store in centro
o una multinazionale,

il tuo approccio iniziale farà una differenza enorme
tra il successo e il fallimento
della tua permanenza in azienda.

Come comportarsi il primo giorno di lavoro?

“Chi ben comincia…” dice il detto.
E quale inizio è più importante del primo giorno di lavoro?

Ti stanno aspettando.
Sarai stimolato ed emozionato.
Ti troverai davanti a difficoltà e opportunità.

Il tuo obiettivo è uno solo:
sfruttare al meglio ogni situazione,
a partire dal giorno uno.

Ecco 13 suggerimenti per partire con il piede giusto.

1. Dormire bene

Se vuoi essere lucido, reattivo e presente,
devi essere riposato.

La notte prima non basta.
Gli esperti parlano di un periodo di “riallineamento”.

Tradotto:
vai a dormire prima e svegliati prima
almeno due settimane prima dell’inizio.

Lo so, suona poco comodo.
Ma funziona.

2. Controllare il tragitto casa–lavoro

Arrivare in ritardo il primo giorno è imperdonabile.
Punto.
Prova il percorso prima del “grande giorno”.
Considera l’effetto ora di punta.

Hai un piano B?
(Scioperi, maltempo, imprevisti.)

Calcola il tempo reale
e aggiungi altri 10 minuti di margine.

Arrivare un po’ in anticipo non è mai un problema.

3. Vestirsi professionalmente

Il modo in cui ti vesti
influenza il modo in cui verrai trattato.

Curato = affidabile.
Trasandato = disorganizzato (almeno all’inizio).

Ti piaccia o no,
il tuo aspetto parla prima di te.

Abbigliamento, capelli, mani, alito, profumo (discreto):
tutto contribuisce all’immagine che dai.

4. Avere un atteggiamento positivo

Nulla funziona meglio, il primo giorno,
di un atteggiamento positivo.

Postura dritta.
Passo deciso.
Stretta di mano schietta.
Sorriso sincero (non caricaturale).

Evita l’entrata da star.
Niente proclami.

Qualche battuta?
Poche e appropriate.
Se non è il tuo stile, lascia perdere.

5. Salutare il team personalmente

È spesso sottovalutato.
Ed è un errore.

Salutare ogni persona del team
pone una base fondamentale per la relazione.

Le persone vogliono sentirsi viste.
Non solo contate.

6. Imparare i nomi dei collaboratori

Nessuno si aspetta che li impari subito.
Ma farlo il prima possibile è essenziale.

Un nome non è solo educazione.
È identità.

Usare il nome crea legame,
riconoscimento,
rispetto.

Quando chiami una persona per nome,
stai dicendo: ti vedo.

7. Non essere te stesso (non ancora)

La parola chiave è moderazione.

Se sei molto energico, abbassa un po’ il volume.
Se sei molto pacato, alzalo leggermente.

È il primo giorno.
Osserva.
Registra.
Adattati all’ambiente.

L’umorismo?
Solo se ce l’hai davvero.

8. Parlare meno, ascoltare di più

Ascoltare è il modo più rapido per costruire fiducia.

Non “sentire”.
Ascoltare davvero.

Nei primi giorni:
ascolta bisogni, dubbi, aspettative.
Chiedi feedback.
Poi decidi.

Chi sa ascoltare
non ha paura del confronto.

Ed è sempre percepito come leader.
Leggi il post per approfondire.

9. Capire la cultura aziendale

Osserva i segnali non detti:

  • Orari flessibili o rigidi?
  • Ambiente formale o informale?
  • Collaborazione o individualismo?

Capirlo ti evita autogol
nei “primi minuti di gioco”.

10. Prestare attenzione all’istinto

Nei primi giorni il tuo sguardo è pulito.
Non ancora condizionato.

Tutto appare come è.
Tutto si mostra come è.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
che accompagnano l’arrivo di ogni nuovo capo o manager.

Scrivi tutto:
sensazioni,
persone,
dinamiche.

Questa percezione “pura” diventerà via via sempre più sfuggente e poi sparirà.
Per sempre.

11. Evitare proclami e critiche ai predecessori

  • “Da oggi cambia tutto.”
  • “Finalmente aria nuova.”

No!

Criticare chi non c’è più è facile.
E ti fa sembrare poco sincero.

Se devi parlare del passato,
attieniti ai fatti.

Con rispetto.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader
spingere subito sul cambiamento
può sembrare coraggioso.

Spesso è solo avventato.

Studia prima l’ambiente: processi, persone, impatti.

  • Come sono prese le decisioni?
  • Quali saranno gli impatti operativi e finanziari?
  • Come la prenderanno le persone coinvolte?
  • Saranno contente, resisteranno oppure “remeranno” contro?

Resisti alla tentazione di cambiare subito in modo compulsivo.

Il cambiamento arriverà.
Ma con criterio.
Strategia.

13. Salutare il team personalmente (di nuovo?)

Sì, lo abbiamo già detto.

Ora però è fine giornata.

Passa a salutare.
Una buonasera.
Un arrivederci.

È un gesto piccolo.
Ma costruisce grandi relazioni.

Non sottovalutare mai il potere delle relazioni.

Primo giorno di lavoro?

Usa questi spunti come linee guida,
non come regole rigide.

Se vuoi un supporto mirato e personalizzato
per partire con il piede giusto:

Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

L’importante è una cosa sola:
partire bene.

Buona fortuna!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 2

parole da evitare

Leggi anche la parte 1.

4. “Credo”

Esprimi subito il tuo pensiero senza troppi preamboli.

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“Credo, secondo me, dal mio punto di vista” … non infondono fiducia. Così dicendo getti ombre sulla tua affidabilità e la tua autorevolezza. Non essere titubante (almeno non darne l’idea) ma piuttosto chiaro e deciso.

“Credo di si”
“Credo di riuscire”
“Penso che vada bene”
“Credo che riusciamo a stare nei tempi”

5. “Potrei – vorrei”

Perché gli altri dovrebbero sentirsi sicuri delle tue scelte se usi parole così piene d’incertezza?

Decidere riguardo carriera, soldi o persone è difficile, lo sappiamo. Ma questo non ci deve dare la scusa per andare in giro a dire che noi “potremmo” fare questo o “vorremmo” fare quest’altro per poi cambiare idea subito dopo. Quando ciondoliamo tra varie scelte e indecisione, la nostra credibilità (ahinoi) cola a picco.

Per esempio tra queste frasi “Vorrei diventare un formatore” e “Voglio diventare un formatore” quale trasmette più volontà e decisione d’agire?

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.

Punto.
Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice di fidarmi di lui … il mio istinto mi dice “Non fidarti!”.

 


 

“Fidati”, è degradante sia per la nostra professionalità sia per la nostra serietà. Se sono sicuro della mia parola e della mia integrità, l’ultima (ma proprio l’ultima) cosa che penso di fare è di affermare o “mettere sul piatto” la mia serietà.

Non proclamare la tua correttezza, lascia che parli di te attraverso le tue azioni, i tuoi gesti e le tue parole. Se proprio devi dimostrarla, porta esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo ti sei comportato o come hai reagito.

7. “Ad essere onesto”

Seguito dai suoi 3 fratellastri “A dire la verità … “, e “A dire il vero” oppure “Onestamente, …”

Queste frasi da evitare suonano totalmente vuote e così … poco sincere.

Come può qualcuno fidarsi della tua sincerità solo adesso … allora non sei stato onesto prima?
Chi mi assicura che adesso lo sarai veramente?

Se devi iniziare alcune frasi con la parola “onestamente”, implica che sei stato poco onesto in altri momenti. Dietro un onestamente o una dichiarazione di sincerità si nasconde spesso una bugia altrimenti non avremmo il bisogno di “addolcire” il nostro discorso con queste parole.

Non rifugiamoci dietro queste espressioni fumose che ci danno solo l’illusione di trasmettere rassicurazione e tranquillità.
Non mercanteggiare la tua onestà e sincerità.

So che stai anche pensando … usi questa espressione quando hai bisogno di rispondere a una domanda (davvero) difficile in modo (davvero) onesto. Devi dichiarare una verità profonda, scomoda, spiacevole e anche imbarazzante e questo “onestamente” ti serve come preambolo e a “preparare il campo” prima del botto.

Ok ci sta.
Ma è meglio non dirlo lo stesso.

Piuttosto usa qualcosa del tipo “Sai che sono sempre stato onesto e sincero con te/voi e la risposta che darò può essere difficile da sentire … “.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Frasi da evitare? Non è semplice

“Parlare è la peggiore forma di comunicazione.
L’uomo non si esprime pienamente che attraverso i suoi silenzi.”
Frédéric Dard

Quasi, forse, credo, provo, ecc”.
Il punto non è eliminare queste parole ma solo controllarle e non inserirle in quasi tutte le frasi. Un conto è usarle con gli amici al bar, un altro è utilizzarle sul lavoro quando si discute di un progetto, un compito o un problema.

È vero… hai “sempre detto così” e diventa difficile cambiare e migliorare. Una cattiva abitudine si modifica soltanto con attenzione e costanza. Da domani, presta attenzione a quello che dici, conta quante volte usi queste frasi da evitare … e comincia a invertire la tendenza.

Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturale!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 1

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

Magari pensiamo di fare grandi conversazioni profonde, invece purtroppo la maggioranza delle frasi che diciamo hanno poco senso o non significano addirittura nulla.

Oppure, nel tentativo di rendere i nostri discorsi più autorevoli,
aggiungiamo qua e là delle parole per dare più enfasi e,
ironicamente, produciamo esattamente l’effetto opposto.

Ci sono parole da evitare sul lavoro?

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Certo che si!
Più che parole da evitare direi sono da controllare,
da non utilizzare spesso.

Devi imparare a prestare molta attenzione a tutte quelle espressioni, frasi o parole che possono, a livello inconscio,
essere interpretate negativamente o che rischiano di minare la fiducia del tuo capo,
dei colleghi o dei collaboratori nei tuoi confronti.

Queste tipiche espressioni riempitive, che indeboliscono la comunicazione,
sono entrate talmente in uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più …
perché le diciamo.

E poi c’è dell’altro …
se con (alcune) di queste frasi pensiamo, di essere rassicuranti e trasmettere tranquillità agli altri, ci sbagliamo di grosso.

Al contrario, spesso aumentiamo dubbi e perplessità

Perché?

Sono frasi approssimative,
con le quali pensiamo di colpire favorevolmente il nostro interlocutore,
di solleticare la fiducia della persona oppure (semplicemente) non sappiamo cosa dire,
e allora le utilizziamo solo per darci un pò più di tono.

Prima di iniziare un’altra conversazione con il tuo capo, un collaboratore o un amico,
assicurati di non utilizzare (spesso) queste 7 parole da evitare che compromettono la tua credibilità e trasmettono mancanza d’impegno e di capacità:

1. “Quasi”

Non sono da meno anche “Più o meno” e “Forse”.

Sono parole da evitare, apparentemente innocue,
sono usate quando non si vuole dire qualcosa a titolo definitivo.

 


 

Che danni possono fare?
Usate spesso diventano particolarmente negative perché trasmettono insicurezza e incertezza,
e dai l’idea di uno che è o non sarà in grado di prendere decisioni.

“Ho quasi finito.”
“Sto quasi arrivando”
“Il preventivo è quasi pronto”
“Forse riusciamo …”

Pensaci la prossima volta che stai per dirlo ai tuoi collaboratori, colleghi o capo.
Ogni volta che diciamo che abbiamo “quasi” fatto qualcosa,
la verità è che non l’abbiamo ancora fatta. Non abbiamo ancora finito,
non siamo ancora arrivati, non siamo riusciti, il preventivo non è pronto, ecc …

È meglio invece,
condividere i progressi fatti, dare una stima del tempo restante oppure indicare un termine preciso.
Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto per domani alle 9.00”.

2. “Provare”

Preferisci un collaboratore che sta provando a risolvere il problema o l’altro che vuole risolvere il problema?
Quest’ultimo, di sicuro.

Certo … provare è importante per risolvere un problema,
decidere una nuova strategia … ma a un certo punto si deve smettere di cercare e solo iniziare a fare.

In caso contrario, i tuoi collaboratori o colleghi perderanno fiducia nelle tue capacità.

Se ripeti spesso che stai provando, dai quasi per scontato che non ce la farai …
stai solo provando, infatti! È una questione d’approccio … dicendo “sto provando” significa che non sei disposto ad assumerti la piena responsabilità.
Io ci provo ma se non va …”, “Boh! Non lo so se funziona … ci provo”.

Quando si tratta di parlare di progetti o programmi incompiuti meglio evitare quello che si è tentato di fare.
Se è necessario,
presentare l’obiettivo finale evidenziando solo i punti di azione concreti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

3. “Spero”

Se è vero (e lo è) che “La speranza è l’ultima a morire” altra verità è che “Chi vive sperando muore caxxxxo”.

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ascolta.
Se poi le usi spesso …
il negativo e il dubbioso diventi tu!

Indica poco convinzione e insicurezza.
Se “speri”, significa che sei tu il primo poco convinto di quello che stai dicendo o proponendo.

“Spero vi piaccia”
“Auspico di ricevere la merce in tempo”
“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì”

Assicurati di essere assolutamente certo di quello che dici o esponi anche (e soprattutto) quando devi esprimere difficoltà o perplessità.

Continua a leggere la parte 2.

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 2

scuse dei collaboratori

Leggi anche la parte 1.

5. Fare domande mirate per capire

Le domande ti permetteranno di approfondire, di chiarire la questione, capire la causa principale del problema e arrivare alla radice della scusa.

Fare domande trasmetterà ai tuoi collaboratori che non sei il tipo che accetta le scuse senza dire una parola. Anche perché quando fai le domande giuste, molto spesso le scuse si rilevano tutt’altro che scusabili.

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La chiave è concentrarsi su domande aperte. Evita risposta con SI/No. Questo costringerà la persona a pensare davvero cosa rispondere e non buttare lì una delle solite frasi di circostanza.

Per esempio, se un collaboratore insiste nel dire che non ha trovato il tempo di portare a termine quanto richiesto, puoi chiedere:
“Quando ti è stato assegnato il progetto/compito?”
“Quando hai iniziato?”
“A cosa hai dato la priorità in tutto questo tempo?”
“Che cosa hai fatto/provato/pensato quando vedevi che eri in ritardo?”
“Cosa ti ha spinto a comunicarmelo solo adesso?”

Come puoi vedere è difficile dare risposte banali o scontate a queste domande.

A volte, può anche accadere che invece alcune scuse siano legittime o giustificabili ma tocca a te, come manager o responsabile, scavare, scoprire e decidere il da farsi.

Mi ricordo di una collaboratrice che continuava ad arrivare in ritardo (anche se di pochi minuti).
La scusa era riferita una volta al treno in ritardo, un’altra al bus che non aspettava la coincidenza, ecc.

Sono stato tentato di respingere malamente le continue scuse ma poi ho deciso di dare un’occhiata più da vicino alla questione. In effetti, il paesino dove abitava era mal servito dai mezzi pubblici. Per arrivare 5 minuti prima sarebbe dovuta partire da casa 1 ora prima, cambiare 3 mezzi e fare un giro più lungo. Mi è bastato darle un piccolo orario flessibile in entrata per risolvere la questione e non sentire le sue continue scuse (che m’innervosivano parecchio).

6. Chiedere al collaboratore di trovare soluzioni

La cosa importante da trasmettere ai collaboratori è non cercare scuse ma trovare piuttosto soluzioni per superare il problema.
Spetta a loro garantire l’efficacia e prevenire futuri problemi.

Cosa gli serve?
Spostare la pausa di mezzogiorno, uscire prima da casa, un parcheggio nelle vicinanze,
un supporto per svolgere quel determinato compito?
 


 

Rimani in attesa delle loro risoluzioni o proposte. Non assumere tu la responsabilità di trovare una soluzione. Evita di cedere alla tentazione di fare il consulente o il papà/mamma (non è il tuo ruolo).

Se ricominciano di nuovo le scuse dei collaboratori,
puoi sempre chiedere il motivo per cui la prima soluzione non ha funzionato.

7. Focus sulle azioni non sulla persona

Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi.

Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona. L’autostima del tuo collaboratore non va toccata! Qui siamo su un terreno minato e molto sensibile. Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

La critica si deve riferire esclusivamente a un comportamento, un compito o una situazione particolare. Evita di usare parole tipo ogni volta, sempre, mai, che rischiano di trasformare la critica in un rimprovero scoraggiante “Sei sempre in ritardo” oppure “Ogni volta sbagli”.

Evita anche “Sei inaffidabile”, “Sei il solito ritardatario” come pure “Sei un incapace” oppure “Sei uno stupido”.

Se impari a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità, aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

8. Definire le aspettative per la prossima volta

Dopo aver ordinato per bene spiegazioni, motivazioni e problemi, è il momento di determinare chiare aspettative per il futuro.

Se, per esempio, il collaboratore ha avuto difficoltà a organizzare il suo tempo puoi ripetere le strategie di gestione del tempo che avete stabilito e decidete una serie di controlli periodici, per essere sicuri di mantenere la giusta direzione.

Se invece il collaboratore “non sapeva come fare“, devi assicurarti che adesso è consapevole delle risorse disponibili e che capisca che deve prendere l’iniziativa, invece di aspettare passivamente la scadenza o di incolpare ad altri.

Prova a esprimere un auspicio positivo per il futuro.

Per esempio, anziché dire, “Sei il solito ritardatario” prova con “Sarei molto contento se le prossime volte riuscissi ad arrivare puntuale”.

Anziché criticare la persona, tipo “Non sei bravo per questo compito” molto meglio dire “Per questo compito, penso che potresti procedere in modo diverso”.

9. Riaffermare la fiducia e chiudere la questione

Rinnova la tua fiducia nella persona, nelle sue capacità e poi … smettila di parlarne! Non ripeterti e non fare battutine.

Un leader eccellente non cerca rivincite o vendette, sa che è parte del suo lavoro coinvolgere il personale sulle prestazioni e le scuse o resistenze che inevitabilmente seguono quando si tenta di cambiare o migliorare un comportamento.

E se le scuse dei collaboratori continuano?

A volte, può capitare che il feedback, dato anche a più riprese, non porti ad alcun risultato o cambiamento accettabile.
Se il tuo collaboratore rifiuta di ascoltare il tuo feedback o lo fa con sufficienza, significa che non è capace di accettarlo.

Prendine atto, cambia strategia e trova un’altra soluzione.
E questa è tutta un’altra storia!

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 1

scuse dei collaboratori

Le scuse dei collaboratori ti stanno sfibrando?
Che siano legate a un grande progetto o a una semplice consegna poco importa … la lista sembra non finire mai.


“Non ne ho avuto tempo”
“Ho troppe cose da fare in questo momento”
“Non ho mai imparato a farlo”
“Non ho trovato il parcheggio”
“il treno/bus/metro era in ritardo”
“Non è colpa mia”
“Ero di libero”
“Non ne so niente”
“Boh! Non lo so, chiedete a Luigi”
“Scusa … ma quale progetto?”

Molte volte la scusa inizia alla chetichella, dei piccoli ritardi 1 o 2 volte la settimana per via del traffico o il parcheggio. Ben presto il ritardo si trasformerà in un fatto quotidiano. E quel che è peggio che anche altri dipendenti inizieranno a trarre subito vantaggio da quest’opportunità, che sentono non essere stata affrontata subito e con la dovuta decisione.

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Le persone si accorgono rapidamente quando sono ammesse scuse. Alla fine rischia di diventare un vero e proprio fenomeno morale all’interno di un’azienda perché si è creata una cultura della prevenzione piuttosto che della responsabilità!

E poi ci sono i professionisti.

Quel collaboratore/trice che rifiuta assolutamente di accettare la responsabilità per qualsiasi azione o errori, anche di fronte a prove inconfutabili. Non si assume mai le responsabilità e se ne tira sempre fuori. Non era lì, e se c’era, era occupato a fare altro … ne ha sempre pronta una!

Come sei messo con le scuse dei collaboratori?

Il tuo dipendente ha davvero troppo lavoro? C’è davvero tanto da fare e così poco tempo? O forse sei un capo che-è-facile-da-metter-via? O forse sei uno che si logora per giorni per poi esplodere di botto davanti a quello che (ironia della sorte) arriva in ritardo per la prima volta e di soli 58 secondi? Sai comunicare in modo efficace con il tuo team?

In effetti, la comunicazione è l’ingrediente chiave per cambiare il modo in cui il tuo personale si comporta o lavora. Detto questo, non pensare che solo perché comunichi meglio con il tuo team, le scuse spariranno come d’incanto.

Magari.

La cosa importante da ricordare è che …
manager e gestori spesso falliscono perché permettono ai loro collaboratori o dipendenti di farla franca con le scuse.

La prossima volta che senti scuse o giustificazioni poco accettabili prova ad applicare questi 9 spunti per neutralizzarle:

1. Dare l’esempio

Il buon esempio, sosteneva il pedagogo greco Isocrate, è un dovere per chi comanda.
 


 

Non si può pretendere, infatti, che il popolo sia onesto e permettere a chi governa di non osservare le leggi. Un vero leader deve indicare la direzione e il suo comportamento deve essere irreprensibile.

Non cercare scuse neanche per te stesso.

Assumersi le responsabilità è un mezzo potente per creare rispetto e fiducia e, allo stesso tempo, incoraggia i tuoi collaboratori a fare lo stesso.

(P.S.
Mi domando cosa direbbe il buon Isocrate sentendo oggi il TG delle 20.00?)

2. Agire in fretta per affrontare il problema

Se ti senti sfibrato dalle continue scuse dei collaboratori, vuol dire che ne senti spesso, il fenomeno è già rodato e sta assumendo connotati pericolosi.

Stop.
Adesso.

È il momento di fermare questa escalation e dimostrare a tutti che ci saranno conseguenze, a prescindere delle scuse. Se consenti ancora di giustificare scarse prestazioni autorizzi tutti a fare lo stesso, anche quei dipendenti che rispettano regole e procedure.

3. Smettere di dire “Va bene”

Quando mi capitava di sentire una scusa, ricordo che rispondevo “Va bene”. Mi sembrava una soluzione facile e semplice, mi toglieva dagli impicci e soprattutto mi evitava i confronti con i collaboratori.

Tutto bene allora?
Per niente.
Ho dovuto imparare (anche più che rapidamente) che la conversazione non poteva certo chiudersi lì.

Era necessario trovare il modo di neutralizzare le scuse oppure i collaboratori, ben presto, avrebbero cominciato a camminare (ma anche a correre) sulla mia leadership.

Accettare le scuse fa male alla reputazione e fa male alla produttività del team.

Soprattutto quando sono tutt’altro che accettabili. Accettare scuse passivamente è una delle peggiori cose che un manager possa fare. Questo genera una cultura d’irresponsabilità e un ambiente in cui i collaboratori saranno sempre pronti ad alzare l’asticella della scusa per sviare ogni responsabilità.

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

4. Mostrare delusione e le conseguenze

Permetti alla persona di spiegarsi.

Il focus è sul dipendente se davvero vuoi ascoltare quello che ha da dire. Non interromperlo, non controbattere, attendi fino allo fine e poi replica.

Quando senti una scusa inaccettabile, devi trasmettere un senso di delusione e spiegare esattamente come quello che è stato fatto (o non fatto) porterà conseguenze al team e all’Azienda nel suo complesso.

Evita “Sono così deluso da te ” ma piuttosto qualcosa del tipo “Facevo davvero conto di consegnare al Cliente il preventivo entro venerdì. Adesso siamo costretti tutti ad arrampicarci sugli specchi questo weekend”.

Magari se il tuo collaboratore si renderà conto che la sua mancanza (o errore) avrà ripercussioni su tutto il team,
forse la prossima volta ci penserà meglio.
Forse.

Continua a leggere la parte 2.

Team coaching per apprendere come potenziare l’accoglienza clienti

come fare accoglienza clienti

“Dimmelo e lo dimenticherò,
insegnamelo e (forse) lo ricorderò,
coinvolgimi e lo imparerò”.

Benjamin Franklin

Formazione e Coaching hanno approcci diversi

La formazione si propone di sviluppare le competenze, il Coaching invece lavora per l’auto sviluppo delle competenze e il superamento dei problemi concreti che s’incontrano quotidianamente sul lavoro.

In altre parole, la formazione dice “Adesso ti spiego qual è il modo giusto di farlo”, il coaching invece chiede “Come lo fai adesso? Come lo puoi migliorare?” e lascia al team il piacere e l’onere di “creare” (insieme al coach) la sua risposta personalizzata.
 


 

Ecco un esempio di team coaching con obiettivo “potenziare l’accoglienza clienti”.

In apertura, dopo le presentazioni di rito, chiedo …

Cos’è (davvero) l’accoglienza clienti?

Per fortuna sono molto bravo a “gestire il silenzio” (sono un coach) perché la risposta quasi sempre si fa attendere.

Poi qualcuno … il più temerario (o il più logorato dal silenzio) comincia a dire qualcosa tipo “ Quando entra la gente … dire buongiorno”, “salutare, essere gentili”, seguito da altri partecipanti … “dire arrivederci”, “Dire buongiorno, buonasera e buonanotte”, ecc.

La maggior parte delle volte, per il personale il concetto d’accoglienza non va aldilà di un’idea di buona educazione e riguarda solo i brevissimi momenti nei quali il cliente entra o esce dal punto vendita, centro estetico, fitness, hotel, banca o SPA che sia.

Inoltre, c’è poca consapevolezza degli errori e dei rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata ed è raro che “escano fuori” parole tipo ascolto, riconoscimento, disponibilità, empatia e qualità.

Poi è la volta delle domande su come fare accoglienza clienti …

“Come fare accoglienza clienti oggi?”

Con giochi di ruolo, il team è invitato ad accogliere dei ”finti” clienti. S’identificano errori, ostacoli, aree di miglioramento, ecc…

Una parte (sempre pratica) è dedicata agli errori e ai rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata, in altre parole come fare per evitare di trasmettere al cliente: noia, superiorità, risentimento, effetto “invisibile” o come non aggredire con le offerte, forzare l’acquisto, mostrare poca professionalità, ecc.

Adesso viene messo l’accento sulla domanda …

Come possiamo migliorare l’accoglienza?

Il team è coinvolto attivamente in questa “fase di costruzione”: si sperimentano nuove possibilità o alternative d’accoglienza, si lavora sulle espressioni, si perfeziona la postura, si affinano i gesti e le distanze.
 


 

Io come coach, lascio libera creatività al team per poi indirizzare, stimolare e appassionare. Il mio compito di coach, in questo frangente, è quello di coinvolgere tecnicamente ed emotivamente ogni singolo partecipante e renderlo partecipe su come fare accoglienza clienti del suo store o centro.

Poi è il turno di simulazioni per apprendere come “rispondere” a situazioni pratiche quotidiane tipo …

“Che succede se …?”

… entrano due clienti contemporaneamente? Se si apre la porta e suona il telefono chi-fa-cosa? Se parli con cliente A … come ti disponi per non dare le spalle al cliente B? Se la cliente deve pagare e tutti sono occupati?

Il team coaching è svolto nello store, centro o ufficio proprio per personalizzarlo su misura del cliente. I tuoi collaboratori hanno il bisogno di sapere (in modo chiaro) come possono/devono comportarsi in particolari frangenti.

Un’eccellente accoglienza clienti si basa sulla cura dei piccoli dettagli senza però essere frivola, ampollosa o invadente.

I punti di forza del team coaching sono il coinvolgimento, la personalizzazione e la concretezza. Poca teoria tanta pratica!

Le regole sono poche:
Il team coaching è riservato al personale … titolari, store manager, gerenti sono invitati solo all’eventuale sessione successiva.
Non c’è una durata prestabilita: si finisce “quando il messaggio è passato” per tutti i membri dello staff! Il team coaching è diverso da store a store perché è personalizzato sulle necessità del personale e dei clienti.

I vantaggi:

– Ogni partecipante è coinvolto tecnicamente ed emotivamente
– È un efficace mix di formazione e coaching
– Il team “costruisce” la sua personale risposta
– Ogni partecipante deve reagisce prontamente a domande o situazioni mirate
– Ogni partecipante si muove davanti ai colleghi “rompendo” resistenze, timidezza, ecc..
– Il coinvolgimento e le prove pratiche rendono efficace l’apprendimento

Gli obiettivi

Team coaching si può applicare a diversi obiettivi. Il mio proposito di coach è accompagnare il tuo team passo dopo passo verso l’obiettivo definito:

– Migliorare l’accoglienza e il servizio clienti
– Aumentare l’efficacia durante la fase di trattativa di vendita o consulenza
– Dare un cambio di marcia, di approccio e di produttività
– Formare e istruire il team per una nuova apertura
Massimizzare i risultati

Se desideri approfondire l’argomento – come fare accoglienza clienti-, contattami in assoluta tranquillità e trasparenza.

Senza alcun impegno, potremo definire il preventivo su misura, comprensivo di una panoramica delle attività che andremo a coprire e dei risultati che potremo ottenere.