6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro

lavoro che non piace

A volte succede.

Sentirti ingabbiato nel tuo lavoro.
Inadeguato.
In balia degli eventi.

Non sai decidere.
Ti penti delle scelte fatte.
Ti chiedi cosa diavolo stai facendo.

Trattieni la voglia di spaccare tutto (una volta si lanciavano i fogli… oggi la tastiera contro lo schermo?) e tornartene a casa.

Il problema è che il giorno dopo sei ancora lì.

Una sensazione precisa: costrizione

C’è un lavoro che non piace che diventa davvero insostenibile.

Altre volte, invece, la situazione è meno chiara. Non stai abbastanza male da mollare tutto, ma neppure abbastanza bene da immaginarti ancora lì tra qualche anno.

E resti.

Per lo stipendio.
Perché conosci quel lavoro.
Perché fuori non sai che cosa troverai.
Perché non sai dove andare.

Prima di decidere se restare o andartene, vale la pena capire che cosa ti sta tenendo fermo.

1. Sei convinto che tutti siano migliori di te

Marco è un grande broker.
Sergio vende benissimo.
Margherita è creativa.

E allora?

Se guardi continuamente quello che gli altri fanno meglio di te, troverai sempre qualcuno con cui perdere il confronto.

Il confronto può stimolare.

Ma può anche diventare un ottimo motivo per non esporti, non candidarti, non provare.

Il confronto non finisce mai.
Nemmeno quando hai successo.

Il punto non è dimostrare di essere migliore degli altri.

È capire che cosa sai fare tu e dove può avere valore.

2. Sei convinto che “là fuori” sia impossibile

Non ti dirò che cambiare lavoro è facile.

Non lo è.

In alcuni momenti, per alcuni profili, può essere davvero molto difficile.

Questo l’ho visto abbastanza da vicino per non raccontarti la storia del “se vuoi, puoi”.

Ma tra “sarà difficile” e “non ho nessuna possibilità” c’è una bella differenza.

La prima frase ti obbliga a guardare la realtà.

La seconda chiude la partita prima ancora di cominciare.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza attuale

Il lavoro che non piace.

Però lo conosci.

Conosci il capo, i colleghi, le dinamiche, persino le cose che ti fanno arrabbiare.

Fuori no.

  • E se il nuovo capo fosse peggio?
  • E se non superassi il periodo di prova?
  • E se mi pentissi?

Sono domande legittime.

Cambiare significa lasciare qualcosa che conosci per qualcosa che ancora non conosci.

La paura non dimostra che devi restare.
Ma neppure che devi andartene.

È un elemento da mettere sul tavolo insieme agli altri.

4. Lavoro che non piace? Ma non sai dove andare

Questa la incontro spesso.

  • “Vorrei cambiare.”

Bene. Dove vorresti andare?

  • “Non lo so. So soltanto che non voglio più stare qui.”

È già un’informazione, ma non basta ancora per prendere una buona decisione.

Che cosa cerchi davvero?

  • Più autonomia?
  • Un ambiente diverso?
  • Più responsabilità?
  • Un lavoro meno esposto?
  • Un cambiamento di professione?

A volte non serve trovare subito la risposta.

Serve cominciare a restringere il campo.

Se sei in questa fase, puoi leggere anche “Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto”.

5. Stai aspettando di essere pronto

  • “Non è il momento giusto.”
  • “Aspetto che passi questo periodo.”
  • “Prima devo sistemare alcune cose.”

A volte è vero.

Aspettare può essere una scelta intelligente. Ho visto persone fare bene a non buttarsi subito e preparare il cambiamento con calma.

Altre volte, però, passano sei mesi.
Poi un anno.

E le ragioni per aspettare cambiano, ma tu sei sempre nello stesso punto.

Aspettare ha senso se nel frattempo stai preparando qualcosa.

Altrimenti rischia di diventare un modo molto tranquillo per non decidere.

6. Hai paura di sbagliare

Forse hai già fatto una scelta professionale di cui ti sei pentito.

E adesso pensi:

  • “E se sbaglio di nuovo?”

Non è una paura da liquidare con “buttati”.

Cambiare lavoro può avere conseguenze vere. Economiche, professionali, familiari.

Per questo non ti serve coraggio a tutti i costi.

Ti servono informazioni, alternative, qualche verifica e una valutazione realistica di quello che puoi permetterti di rischiare.

Poi una quota di incertezza rimarrà comunque.

Prima di cercare l’uscita, capisci che cosa ti tiene dentro

Se ti senti intrappolato, la prima domanda non è necessariamente:

“Come faccio ad andarmene?”

Potrebbe essere:

“Che cosa mi sta tenendo qui?”

  • Lo stipendio?
  • La paura?
  • La mancanza di alternative?
  • Il fatto che non sai ancora che cosa vuoi?

Oppure, nonostante tutto, ci sono ancora buone ragioni per restare?

È da qui che partirei.

Se senti che il tuo lavoro non ti corrisponde più ma non riesci a capire se cambiare, dove andare o come muoverti,

il percorso breve e mirato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” nasce proprio per fare chiarezza prima di prendere una decisione.

Sentirti in trappola è una sensazione.

Capire che cosa ti tiene fermo è già qualcosa di più concreto.

Il primo giorno di lavoro: 13 cose che deve fare un manager

primo giorno di lavoro

Che tu stia per entrare in una startup innovativa, una piccola impresa familiare, un lussuoso store in centro o una multinazionale, il modo in cui entri conta.

Ti stanno aspettando.

Qualcuno sarà curioso.
Qualcuno contento.
Qualcun altro probabilmente ti starà già studiando.

E tu farai esattamente la stessa cosa.

Il primo giorno non devi dimostrare quanto sei bravo né far vedere immediatamente che cosa cambierai.

Devi cominciare a capire dove sei entrato e con chi lavorerai.

Ecco 13 cose che possono aiutarti a partire bene il primo giorno di lavoro.

1. Arriva riposato

Sembra banale.

Ma il primo giorno riceverai nomi, informazioni, procedure, impressioni, domande. E dovrai contemporaneamente osservare, ascoltare e presentarti.

Meglio arrivarci fresco-e-riposato.

La sera prima evita almeno di fare le due di notte.

2. Controlla il tragitto casa-lavoro

Il primo giorno di lavoro non è quello giusto per scoprire che alle 8.15 quella strada è completamente bloccata.

Controlla prima il percorso e considera un po’ di margine.

Se arrivi molto presto, aspetta.

Entrare trafelato e scusarti ancora prima di aver cominciato non è il miglior esordio.

3. Vestiti per il posto in cui stai entrando

Non devi essere elegante a tutti i costi.

Devi essere adeguato.

Un’azienda industriale, una banca, uno store del lusso e una startup possono avere codici molto diversi.

Se ancora non li conosci, il primo giorno meglio un po’ più curato che un po’ meno.

Poi osserverai.

4. Entra bene, senza entrare da star

Un atteggiamento positivo aiuta.
Saluta, sorridi, mostrati disponibile.

Ma niente proclami.
Niente bisogno di impressionare tutti nei primi venti minuti.

E se non sei uno che fa battute, non cominciare proprio oggi.

Non devi conquistare la stanza.
Devi entrarci.

5. Saluta personalmente il team

Questa continuo a considerarla importante.

Non limitarti a un saluto generale dalla porta.

Quando puoi, passa dalle persone.
Presentati.
Scambia due parole.

Non serve un discorso.

Le persone vogliono sentirsi viste, non soltanto contate.

6. Impara i nomi

Il primo giorno di lavoro probabilmente ne dimenticherai parecchi.

Normale.

Ma fai lo sforzo di impararli.

Un nome non è soltanto educazione. Ti permette di rivolgerti direttamente a una persona e comincia a togliere quella distanza inevitabile che c’è con “il nuovo capo”.

Se siete in tanti, prenditi qualche appunto.
Aiuta.

7. Non essere subito tutto te stesso

Sì, continuo a pensarla così.

La parola chiave è moderazione.

Se sei molto energico, non entrare a cento all’ora.
Se sei molto espansivo, osserva prima quanto lo è l’ambiente.

Non significa recitare una parte.

Significa che sei appena arrivato e ancora non sai leggere bene il posto in cui sei entrato.

Avrai tutto il tempo per essere te stesso.

8. Parla meno e ascolta di più

Nei primi giorni hai un vantaggio enorme: puoi fare domande senza che nessuno si stupisca.

Usalo.
Chiedi.
Ascolta le risposte.

E soprattutto ascolta quando due persone ti raccontano la stessa cosa in modo completamente diverso.

Lì spesso c’è qualcosa da capire.

Quando arrivi come manager, prima di avere qualcosa da dire hai parecchio da ascoltare.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

9. Cerca di capire la cultura aziendale

Non è quella scritta sul sito.

Quella vera.

  • Come si prendono le decisioni?
  • Chi viene ascoltato?
  • Le persone si confrontano apertamente oppure stanno attente a quello che dicono?
  • Quanto conta la gerarchia?
  • Che cosa succede quando qualcuno sbaglia?

Sono cose che difficilmente troverai in una procedura.

Le vedrai.

10. Presta attenzione alle prime impressioni

Questo punto per me è importante.

Nei primi giorni il tuo sguardo è ancora pulito.

Noti cose che tra qualche mese potrebbero sembrarti normali.

Una tensione.

Una persona che tutti ascoltano anche se sulla carta non dovrebbe contare così tanto.

Qualcuno che non parla mai durante una riunione.

Un processo assurdo che tutti considerano inevitabile.

Scrivi quello che noti.

Sensazioni, persone, dinamiche, domande.

Non perché la prima impressione abbia sempre ragione.

Ma perché tra qualche mese non riuscirai più a vedere quell’ambiente con gli occhi di chi è appena entrato.

11. Evita proclami e critiche ai predecessori

  • “Da oggi cambia tutto.”
  • “Finalmente facciamo un po’ d’ordine.”

Lascia perdere.
Non sai ancora abbastanza.

E soprattutto non sai quale rapporto avessero le persone che hai davanti con chi c’era prima di te.

Criticare chi non c’è più è facile.

Se devi parlare del passato, attieniti ai fatti.
Con rispetto.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Questa è una delle tentazioni più forti.

Sei appena arrivato, vedi cose che non funzionano e vuoi dimostrare che sei lì per fare la differenza.

Frena.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”, spingere subito sul cambiamento può sembrare coraggioso.

A volte è soltanto avventato.

Prima cerca di capire:

  • perché si lavora in quel modo;
  • chi è coinvolto;
  • che cosa è già stato tentato;
  • quali equilibri toccheresti;
  • quali conseguenze avrebbe il cambiamento.

Non significa lasciare tutto com’è.

Significa capire prima di intervenire. Se vuoi approfondire.

13. Prima di andare via, saluta di nuovo

Sì, lo abbiamo già fatto al mattino.

Fallo anche alla sera.

Una buonasera.
Un “grazie, ci vediamo domani”.
Due parole con chi incontri mentre esci.

È una cosa piccola.

Ma le relazioni professionali si costruiscono anche con cose piccole ripetute nel tempo.

Il primo giorno di lavoro non devi dimostrare che sei il manager giusto.
Devi cominciare a capire il lavoro, le persone e il posto in cui sei entrato.

Usa questi 13 punti come indicazioni, non come regole rigide.

E datti tempo.

Se stai entrando in un nuovo ruolo manageriale e vuoi lavorare in particolare sul modo in cui ti presenti, comunichi e vieni percepito, il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” può aiutarti a preparare questo passaggio.

Il cambiamento arriverà.

Il primo giorno di lavoro, soprattutto, guarda e ascolta.

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse uno degli errori più comuni che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

A volte, nel tentativo di sembrare più sicuri, autorevoli o rassicuranti, aggiungiamo parole che producono esattamente l’effetto opposto.

Quasi.
Provo.
Spero.
Credo.

Non sono frasi da evitare. Da eliminare dal tuo vocabolario.

Devi accorgerti di quando le stai usando per non prendere posizione, non assumerti un impegno o semplicemente perché non sai bene che cosa dire.

Sul lavoro questa differenza si sente.

1. “Quasi”

  • “Ho quasi finito.”
  • “Il preventivo è quasi pronto.”
  • “Sto quasi arrivando.”

Va bene.
Ma quanto manca?

Ogni volta che dici che hai quasi fatto qualcosa, la realtà è che non l’hai ancora fatta.

Se il tuo capo o un collaboratore ha bisogno di capire a che punto sei, dagli qualcosa di più concreto:

  • “Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto domani alle 9.”

Molto meglio.

“Quasi” informa poco. Un tempo, una scadenza o quello che manca informano molto di più.

2. “Provo”

  • “Provo a finirlo per venerdì.”
  • “Provo a sentire il cliente.”
  • “Vediamo, ci provo.”

Qualche volta è esattamente quello che stai facendo: provando.

Niente di male.

Il problema è quando “provo” diventa la parola che metti davanti a ogni impegno.

L’ho sentita tante volte anche davanti a cose molto semplici.

“Riesci a chiamarlo oggi?”

“Provo.”

E viene quasi spontaneo chiedere: che cosa te lo impedisce?

Se puoi farlo, fallo.
Se non sai se riuscirai, spiega perché.
Quando dipende da qualcun altro, dillo.

3. “Spero”

“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì.”

Dipende da te?

Allora più che sperare devi capire se venerdì è una scadenza realistica.

Non dipende completamente da te?
Dillo.

“Se ricevo i dati entro mercoledì, venerdì riesco a consegnarlo.”

La speranza lasciamola pure dove serve.

Quando qualcuno ha bisogno di una risposta, servono soprattutto informazioni.

4. “Credo”

Qui farei attenzione.

Dire “credo” non significa essere insicuri.

Non è una delle frasi da evitare. A volte è la risposta più seria che puoi dare.

Se non hai tutti gli elementi, meglio:

  • “Credo di sì, ma devo verificare.”

che inventarsi una certezza che non hai.

Il problema arriva quando “credo”, “penso”, “secondo me” precedono praticamente ogni frase.

  • “Credo che potremmo…”
  • “Penso che forse sarebbe…”
  • “Secondo me magari…”

Alla terza premessa, quello che volevi dire si è già perso.

Se hai un’opinione, esprimila.
Se hai un dubbio, dichiaralo.
Non confondere le due cose.

5. “Potrei” e “vorrei”

  • “Vorrei diventare un coach.”
  • “Potrei candidarmi.”
  • “Mi piacerebbe cambiare lavoro.”

Le sento spesso.

E la domanda, prima o poi, diventa:

  • “Bene. Che cosa stai facendo?”

Perché puoi voler cambiare lavoro per anni senza mandare una candidatura.

Puoi voler diventare coach senza informarti su una formazione.

Puoi voler chiedere una promozione senza mai affrontare il discorso.

Non è la parola “vorrei” il problema.

È quando il condizionale continua per mesi e non succede niente dopo.

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.
Punto.

Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice:

“Fidati di me…”

il mio istinto risponde:

“Non fidarti!”

Se devo ricordarti continuamente che sono affidabile, qualcosa non torna.

La fiducia si costruisce in un altro modo: mantieni quello che prometti, dici le cose anche quando sono scomode, non cambi versione a seconda di chi hai davanti.

Lascia che siano i tuoi comportamenti a chiedere fiducia al posto tuo.

7. “Ad essere onesto”

Con i suoi fratelli:

  • “A dire la verità…”
  • “A dire il vero…”
  • “Onestamente…”

Qui il problema è quasi comico.

“Ad essere onesto con te…”

  • E fino a cinque minuti fa?
  • Non eri onesto?

Naturalmente è un modo di dire e qualche volta serve semplicemente a introdurre qualcosa di delicato.

Ma se devi continuamente dichiarare la tua sincerità, l’effetto può diventare quello opposto.

La sincerità perde forza quando hai bisogno di annunciarla.

Se devi dire una cosa difficile, dilla.
Con rispetto.

Ma dilla.


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Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non sono le parole il problema

Quasi, provo, spero, credo, vorrei, fidati, onestamente.

Non devi metterti davanti allo specchio e allenarti a cancellarle.

E non devi parlare come un robot.
Il punto è un altro.

Ascoltati.

Soprattutto quando devi dare una risposta, prendere posizione, assumerti un impegno o affrontare una conversazione scomoda.

Potresti scoprire che alcune di queste parole arrivano sempre nello stesso momento: proprio quando vorresti lasciare aperta una porta per poter fare un passo indietro.

Se vuoi approfondire puoi leggere “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se invece vuoi lavorare sul modo in cui comunichi e vieni percepito nelle situazioni professionali, il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” parte proprio dal tuo modo reale di parlare, ascoltare e stare nella relazione.

Non sono frasi da evitare. Non devi cercare parole più autorevoli.

Devi sapere che cosa vuoi dire.
E dirlo.

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle

scuse dei collaboratori

Le scuse dei collaboratori ti stanno sfibrando?

Che si tratti di un progetto importante o di una semplice consegna, la lista sembra non finire mai.

“Non ne ho avuto tempo.”
“Ho troppe cose da fare.”
“Non ho mai imparato a farlo.”
“Non è colpa mia.”
“Non ne so niente, chiedi a Luigi.”
“Scusa… ma quale progetto?”

Poi ci sono i professionisti della materia.

Quelli che, qualunque cosa sia successa, non c’erano. E se c’erano, stavano facendo altro.

Ne hanno sempre pronta una.

Ma attenzione.

Non tutto quello che a te sembra una scusa lo è davvero.

L’ho imparato anch’io.

Prima di “neutralizzare” una scusa devi capire che cosa hai davanti: una giustificazione comoda, una difficoltà reale, qualcosa che non hai spiegato bene tu oppure una responsabilità che il collaboratore sta evitando.

E poi devi parlarne.

1. Comincia da te

Se arrivi in ritardo e hai sempre un motivo, dimentichi una consegna e la colpa è degli altri, cambi continuamente le priorità e poi chiedi puntualità assoluta al team, parti male.

Non cercare scuse neanche per te stesso.

Quando sbagli:

  • “Ho sbagliato.”
  • “Questa cosa era mia.”
  • “Dovevo controllarla.”

Non perdi autorevolezza.

Fai vedere come si assume una responsabilità.

2. Non lasciare che il problema diventi normale

Un ritardo può capitare.
Una consegna mancata anche.

Se però la stessa situazione continua a ripetersi, affrontala.

Non aspettare settimane accumulando fastidio, per poi esplodere davanti a quello che arriva in ritardo per la prima volta e di soli 58 secondi.

Questa l’ho vista succedere parecchie volte.

Parla quando c’è ancora un problema da risolvere, non quando hai già una montagna di irritazione da scaricare.

3. Smetti di dire sempre “Va bene”

Quando mi capitava di sentire scuse dei collaboratori, ricordo che spesso rispondevo:

“Va bene.”

Soluzione facile.

Mi toglieva dagli impicci e soprattutto mi evitava il confronto con il collaboratore.

Tutto bene allora?
Per niente.

Ho dovuto imparare, anche abbastanza rapidamente, che la conversazione non poteva sempre finire lì.

Puoi comprendere una spiegazione senza per questo chiudere la questione.

“Capisco. Adesso vediamo però che cosa è successo e come evitiamo che ricapiti.”

È diverso da “Va bene”.

4. Lascia spiegare prima di concludere

Se hai già deciso che è una scusa, probabilmente ascolterai soltanto quello che conferma la tua idea.

Lascia parlare la persona.

Non interromperla dopo dieci secondi perché hai già capito tutto.

Poi riporta la conversazione sui fatti:

  • “Contavo di consegnare il preventivo venerdì. Non è successo e adesso dobbiamo riorganizzare il lavoro.”

Non serve:

  • “Sono molto deluso da te.”

Il punto non è far sentire in colpa il collaboratore.

È fargli vedere che cosa ha prodotto quello che è successo.

5. Fai domande. Poi decidi se era davvero una scusa

Se qualcuno dice di non aver avuto tempo, puoi chiedere:

  • Quando hai ricevuto il compito?
  • Quando hai iniziato?
  • A che cosa hai dato priorità?
  • Quando hai capito che non saresti riuscito a finire?
  • Che cosa hai fatto a quel punto?
  • Perché me lo stai dicendo soltanto adesso?

Le domande servono anche a te.

Mi ricordo di una collaboratrice che continuava ad arrivare in ritardo di qualche minuto.

Una volta il treno.
Un’altra il bus che non aspettava la coincidenza.
La cosa cominciava a innervosirmi parecchio.

Ero tentato di liquidare tutto come le solite scuse. Poi ho guardato meglio.

Abitava in un paese mal servito dai mezzi pubblici. Per arrivare cinque minuti prima avrebbe dovuto partire un’ora prima, cambiare tre mezzi e fare un giro assurdo.

Le ho dato un piccolo margine di flessibilità in entrata.

Problema risolto.

E non ho più sentito quelle “scuse”.

Prima di “combattere” una scusa, assicurati che sia davvero una scusa.

6. Chiedi al collaboratore che cosa propone

Se il problema è reale, non devi necessariamente essere tu a trovare la soluzione.

Chiedi:

  • “Come pensi di evitare che succeda di nuovo?”
  • “Che cosa puoi fare diversamente?”
  • “Che cosa ti serve?”

Poi ascolta.

Evita di trasformarti immediatamente nel consulente, nel papà o nella mamma.

Il collaboratore deve avere una parte attiva nella soluzione.

Altrimenti il problema rimane tuo.

7. Parla del comportamento, non della persona

C’è una bella differenza tra:

“Sei inaffidabile.”

e:

“È la terza volta che la consegna arriva dopo la scadenza concordata.”

Tra:

“Sei il solito ritardatario.”

e:

“Questa settimana sei arrivato in ritardo tre volte.”

Rimani su quello che è successo.

Evita sempre, mai, ogni volta se non corrispondono ai fatti.

E soprattutto evita di trasformare un errore in un’identità.

Se vuoi approfondire questo passaggio, puoi leggere “9 spunti per criticare il tuo collaboratore senza compromettere il rapporto”.

8. Chiarisci che cosa deve succedere la prossima volta

Una conversazione non serve a molto se alla fine nessuno sa che cosa deve cambiare.

Se il problema era l’organizzazione del tempo, chiarite le priorità.

Se il collaboratore non sapeva fare qualcosa, verificate che adesso sappia dove trovare supporto.

Se ha aspettato fino alla scadenza prima di segnalare il problema, concordate quando deve avvisarti la prossima volta.

Non basta:

“Mi raccomando.”

Meglio uscire dalla conversazione sapendo entrambi che cosa vi aspettate.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Chiudi la questione

Avete parlato.
Avete chiarito.
Avete concordato che cosa fare.

Adesso dagli la possibilità di farlo.

Non ricordargli l’errore per le tre settimane successive.

Niente battutine durante la riunione.

Niente:

“Eh, speriamo che stavolta…”

Se dici di avere fiducia, comportati di conseguenza.

E guarda che cosa succede dopo.

E se le scuse dei collaboratori continuano?

Può succedere.

Hai ascoltato.
Hai verificato.
Avete cercato una soluzione.
Hai chiarito le aspettative.

E il comportamento continua.

A quel punto non serve ripetere la stessa conversazione all’infinito.

Devi prendere atto che il problema non è più la scusa che ti viene raccontata, ma ciò che continua a non cambiare.

E decidere di conseguenza.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” puoi lavorare su una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

Non devi diventare quello che non accetta scuse dei collaboratori.
E neppure quello a cui va sempre bene tutto.

Devi capire che cosa sta succedendo.
E poi affrontarlo.

Team coaching per apprendere come potenziare l’accoglienza clienti

come fare accoglienza clienti

“Dimmelo e lo dimenticherò,
insegnamelo e (forse) lo ricorderò,
coinvolgimi e lo imparerò”.

Benjamin Franklin

Formazione e Coaching hanno approcci diversi

La formazione si propone di sviluppare le competenze, il Coaching invece lavora per l’auto sviluppo delle competenze e il superamento dei problemi concreti che s’incontrano quotidianamente sul lavoro.

In altre parole, la formazione dice “Adesso ti spiego qual è il modo giusto di farlo”, il coaching invece chiede “Come lo fai adesso? Come lo puoi migliorare?” e lascia al team il piacere e l’onere di “creare” (insieme al coach) la sua risposta personalizzata.

Ecco un esempio di team coaching con obiettivo “potenziare l’accoglienza clienti”.

In apertura, dopo le presentazioni di rito, chiedo …

“Cos’è (davvero) l’accoglienza clienti?”

Per fortuna sono molto bravo a “gestire il silenzio” (sono un coach) perché la risposta quasi sempre si fa attendere.

Poi qualcuno … il più temerario (o il più logorato dal silenzio) comincia a dire qualcosa tipo “ Quando entra la gente … dire buongiorno”, “salutare, essere gentili”, seguito da altri partecipanti … “dire arrivederci”, “Dire buongiorno, buonasera e buonanotte”, ecc.

La maggior parte delle volte, per il personale il concetto d’accoglienza non va aldilà di un’idea di buona educazione e riguarda solo i brevissimi momenti nei quali il cliente entra o esce dal punto vendita, centro estetico, fitness, hotel, banca o SPA che sia.

Inoltre, c’è poca consapevolezza degli errori e dei rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata ed è raro che “escano fuori” parole tipo ascolto, riconoscimento, disponibilità, empatia e qualità.

Poi è la volta delle domande su come fare accoglienza clienti …

“Come fare accoglienza clienti oggi?”

Con giochi di ruolo, il team è invitato ad accogliere dei ”finti” clienti. S’identificano errori, ostacoli, aree di miglioramento, ecc…

Una parte (sempre pratica) è dedicata agli errori e ai rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata, in altre parole come fare per evitare di trasmettere al cliente: noia, superiorità, risentimento, effetto “invisibile” o come non aggredire con le offerte, forzare l’acquisto, mostrare poca professionalità, ecc.

Adesso viene messo l’accento sulla domanda …

“Come possiamo migliorare l’accoglienza?“

Il team è coinvolto attivamente in questa “fase di costruzione”: si sperimentano nuove possibilità o alternative d’accoglienza, si lavora sulle espressioni, si perfeziona la postura, si affinano i gesti e le distanze.

Io come coach, lascio libera creatività al team per poi indirizzare, stimolare e appassionare. Il mio compito di coach, in questo frangente, è quello di coinvolgere tecnicamente ed emotivamente ogni singolo partecipante e renderlo partecipe su come fare accoglienza clienti del suo store o centro.

Poi è il turno di simulazioni per apprendere come “rispondere” a situazioni pratiche quotidiane tipo …

“Che succede se …?”

… entrano due clienti contemporaneamente? Se si apre la porta e suona il telefono chi-fa-cosa? Se parli con cliente A … come ti disponi per non dare le spalle al cliente B? Se la cliente deve pagare e tutti sono occupati?

Il team coaching è svolto nello store, centro o ufficio proprio per personalizzarlo su misura del cliente. I tuoi collaboratori hanno il bisogno di sapere (in modo chiaro) come possono/devono comportarsi in particolari frangenti.

Un’eccellente accoglienza clienti si basa sulla cura dei piccoli dettagli senza però essere frivola, ampollosa o invadente.

I punti di forza del team coaching sono il coinvolgimento, la personalizzazione e la concretezza. Poca teoria tanta pratica!

Le regole sono poche:
Il team coaching è riservato al personale … titolari, store manager, gerenti sono invitati solo all’eventuale sessione successiva.
Non c’è una durata prestabilita: si finisce “quando il messaggio è passato” per tutti i membri dello staff! Il team coaching è diverso da store a store perché è personalizzato sulle necessità del personale e dei clienti.

I vantaggi:

– Ogni partecipante è coinvolto tecnicamente ed emotivamente
– È un efficace mix di formazione e coaching
– Il team “costruisce” la sua personale risposta
– Ogni partecipante deve reagisce prontamente a domande o situazioni mirate
– Ogni partecipante si muove davanti ai colleghi “rompendo” resistenze, timidezza, ecc..
– Il coinvolgimento e le prove pratiche rendono efficace l’apprendimento

Gli obiettivi

Team coaching si può applicare a diversi obiettivi. Il mio proposito di coach è accompagnare il tuo team passo dopo passo verso l’obiettivo definito:

– Migliorare l’accoglienza e il servizio clienti
– Aumentare l’efficacia durante la fase di trattativa di vendita o consulenza
– Dare un cambio di marcia, di approccio e di produttività
– Formare e istruire il team per una nuova apertura
– Massimizzare i risultati

Se desideri approfondire l’argomento – come fare accoglienza clienti-, contattami in assoluta tranquillità e trasparenza.

Senza alcun impegno, potremo definire il preventivo su misura, comprensivo di una panoramica delle attività che andremo a coprire e dei risultati che potremo ottenere.