13 motivi perchè la gente non ascolta quello che hai da dire

non essere ascoltato

Dovremmo parlare molto meno.

Parlare troppo — e parlare male — è forse l’errore più comune che facciamo.

Quando vogliamo spiegare, convincere, impressionare
finisce che diciamo più del necessario
o usiamo espressioni e atteggiamenti che ci fanno apparire
offensivi, incompetenti o poco corretti.

Desideriamo entrare in contatto con persone degne del nostro tempo.

Ascoltare persone capaci di tenerci attenti, vivi, coinvolti.

Non vieni ascoltato? Attenzione a ciò che dici

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader”,
le persone ti valutano in base a ciò che esce dalla tua bocca.

Se il tuo contributo ha poco valore,
non otterrai — giustamente — tempo né attenzione.

Ecco 13 motivi per cui le persone non ti ascoltano.

1. Parli troppo e sei dispersivo

Salti da un punto all’altro.
Apri parentesi su parentesi.
Non arrivi mai al punto.

Poco focus, molta dispersione.

Ripetere non rafforza un concetto:
lo indebolisce.

Più ripeti, più annoi.
Più spieghi, più perdi chi ti ascolta.

Se porti le persone fuori strada,
spesso resteranno lì.
Fuori strada.

2. Ti lamenti e non porti soluzioni

C’è qualcosa di più irritante
di chi si lamenta sempre
e non costruisce mai nulla?

Se parli solo di problemi, scuse e giustificazioni
verrai etichettato come negativo e lamentoso.

Quando dalle tue parole non nasce nulla di concreto,
le persone smettono di ascoltare.

Recriminare è facile.
Agire molto meno.

3. Interrompi o “vai sopra”

Interrompere non è solo scortese.
È offensivo.

Tagliare le frasi degli altri,
anticipare conclusioni,
presumere di aver capito prima che l’altro finisca
genera frustrazione immediata.

Nessuno ascolta chi non sa ascoltare.

4. Usi cliché e frasi fatte

Superficiale.
Scontato.
Irrilevante.

Un cliché ogni tanto è umano.

Una conversazione fatta solo di luoghi comuni la dimentichi.
E poi ti chiedi perché non ti ascoltano.

5. Dici sempre le stesse cose

Stessi esempi.
Stesse battute.
Stesso copione.

Diventi prevedibile.

E la prevedibilità spegne l’attenzione.
Anche (anzi, soprattutto) l’ironia, se riciclata, diventa pesante.

6. Non sai davvero di cosa parli

Se non sai, taci.
Se sai, parla con misura.

Essere competenti non significa dimostrarlo sempre.
Vuol dire anche sapere quando imparare dagli altri.

7. Parli sempre di te

Trovi ogni appiglio per riportare il discorso su di te:
i tuoi successi, i tuoi viaggi, la tua esperienza.

All’inizio incuriosisce.
Alla lunga stanca.

Niente di male, per carità,
ma pensi davvero che riuscirai a impressionare,
sembrare più interessante e intrigante?

L’egocentrismo non crea interesse.
Crea distanza.

8. Sei ambiguo

Persone insicure comunicano in modo ambiguo.
Leader ambigui creano organizzazioni confuse.

Se non sei chiaro,
non aspettarti entusiasmo (e seguito) alle tue parole.

9. Non prendi gli altri sul serio

Sorrisi ironici.
Testa che scuote.
Espressioni di sufficienza.

Puoi non essere d’accordo,
ma se umili l’altro
stai toccando punti molto sensibili.

Vuoi rispetto?
Dai rispetto.

Comincia da qui.

10. Non mantieni la parola

La gente ascolta solo chi è affidabile.

Se prometti e non mantieni,
perdi credito.

Per sempre.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

La nuova edizione 2025 di “Autorevolezza”

e “Prima volta Leader”
sono libri pratici per lavorarci in profondità.

11. Fai il saputello

Sai tutto tu.
Correggi tutti.

Non ammetti errori.

Fai impazzire con la tua analisi e la tua esperienza,
sul modo in cui si dovrebbe fare/non-fare una certa cosa.

Dietro il “so tutto io”
c’è quasi sempre insicurezza.

E nessuno ascolta chi ha bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

12. Non trasmetti empatia né passione

Se non ti interessa davvero ciò di cui parli,
perché dovrebbe interessare agli altri?

Siamo già abbastanza distratti.
Cinici.

Se non ti curi della gente cui stai parlando,
perché loro dovrebbero interessarsi a te?

Senza empatia,
le parole cadono nel vuoto.

13. Vuoi essere ascoltato, ma non ascolti

La comunicazione è reciproca.
Non è un monologo.

Fai dell’ascolto la tua prima priorità.

Paradossalmente,
è così che ti verrà chiesto di parlare.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Il percorso di coaching mirato
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
lavora proprio su questo.

Conclusione

Se desideri essere ascoltato — davvero —
servono attenzione, interesse sincero e presenza.

Fallo
e diventerai un punto di riferimento al lavoro di colleghi, collaboratori e capi.

9 ragioni perché le persone seguono un leader

seguire il leader

Perché alcune persone sono disposte a seguire il proprio leader anche nei momenti difficili, mentre altre smettono progressivamente di fidarsi?

Non basta avere un ruolo.
Non bastano le competenze.

E non basta nemmeno essere una persona brillante o carismatica.

Le persone osservano come ti comporti, come prendi le decisioni, come le tratti e che cosa succede quando le cose si complicano.

Ecco 9 ragioni per cui un team può riconoscere la tua autorevolezza ed essere disposto a seguirti.

1. Ti interessi davvero alle persone

Le persone si accorgono abbastanza velocemente se per te sono soltanto collaboratori che devono produrre risultati oppure persone con cui lavori ogni giorno.

Interessarti a loro non significa coccolarle, diventare loro amico o evitare di essere esigente.

Significa conoscerle.

Ascoltarle.

Accorgerti quando qualcosa cambia.

Sapere che cosa stanno facendo bene e dove stanno incontrando difficoltà.

Puoi chiedere molto alle persone e, nello stesso tempo, far sentire che per te contano.

2. Dai una direzione

Un team ha bisogno di sapere dove sta andando.

Non devi avere una risposta per tutto né prevedere esattamente che cosa succederà.

Devi però riuscire a rendere sufficientemente chiari la direzione, le priorità e il senso delle decisioni che prendi.

Quando tutto sembra urgente, il leader aiuta a capire che cosa viene prima.

Quando qualcosa cambia, spiega che cosa cambia.

Quando c’è confusione, prova a riportare il team su ciò che conta.

Le persone non hanno bisogno di un leader che conosca sempre la strada.
Hanno bisogno di capire in quale direzione stanno andando.

3. Aiuti le persone a dare il meglio

È facile accorgersi di ciò che un collaboratore non sa fare.

Più difficile è vedere ciò che sa fare bene e capire come utilizzarlo meglio.

Far crescere una persona non significa ignorarne i limiti.

Significa lavorare su entrambi:

  • riconoscere e utilizzare i suoi punti di forza;
  • aiutarla a sviluppare ciò che ancora le manca.

Puoi chiederti:

  • “Sto utilizzando bene le capacità di questa persona?”
  • “Che cosa posso fare per aiutarla a crescere?”

Un leader non deve trasformare ogni collaboratore nella propria idea di collaboratore perfetto.

Deve cercare di far emergere il meglio dalla persona che ha davanti.

4. Costruisci fiducia

La fiducia non nasce perché dici:

  • “Puoi fidarti di me.”

Si costruisce nel tempo.

In quello che fai dopo aver preso un impegno.

Nel modo in cui reagisci quando qualcuno sbaglia.

La coerenza fra quello che chiedi agli altri e quello che fai tu.

Può essere danneggiata rapidamente, ma non direi che una volta persa sia necessariamente impossibile recuperarla.

A volte si può ricostruire.

Richiede però tempo, coerenza e comportamenti concreti.

La fiducia dipende molto meno da ciò che dichiari e molto più da ciò che le persone imparano ad aspettarsi da te.

5. Sei coerente con ciò che chiedi agli altri

Se chiedi puntualità e sei continuamente in ritardo, il team lo vede.

Se chiedi trasparenza ma nascondi le informazioni quando ti conviene, lo vede.

Se pretendi che gli altri riconoscano gli errori ma tu trovi sempre una giustificazione per i tuoi, lo vede.

L’integrità non richiede di essere perfetto.

Richiede una ragionevole coerenza fra quello che dici, quello che chiedi e quello che fai.

Ed è proprio questa coerenza che, nel tempo, contribuisce alla tua credibilità.

6. Dai una prospettiva nei momenti difficili

Quando le cose vanno bene è relativamente facile.

È quando aumentano incertezza, cambiamenti e problemi che il comportamento del leader diventa particolarmente visibile.

Non devi distribuire ottimismo artificiale.

Non serve dire:

  • “Andrà tutto bene.”

se non sai affatto se andrà tutto bene.

Puoi invece aiutare il team a distinguere ciò che sapete da ciò che ancora non sapete, ciò che potete controllare da ciò che non dipende da voi.

E soprattutto indicare quale può essere il prossimo passo.

A volte è molto più utile di una rassicurazione.

7. Sai essere fermo senza sentirti superiore

Essere leader significa anche assumerti responsabilità che gli altri non hanno.

Decidere.
Dire no.
Intervenire quando qualcosa non funziona.

Ma avere più responsabilità non significa avere sempre ragione.

Puoi essere fermo e, nello stesso tempo, ascoltare.
Puoi decidere e riconoscere il contributo degli altri.
Puoi sapere molto e ammettere:

  • “Su questo ne sai più di me.”

L’umiltà non indebolisce la leadership quando è accompagnata dalla capacità di assumersi le proprie responsabilità.

8. Mantieni la calma sotto pressione

Il team osserva il leader soprattutto quando qualcosa va storto.

Se ogni imprevisto produce agitazione, fretta e reazioni impulsive, quella tensione tende facilmente a propagarsi.

Mantenere la calma non significa essere impassibile.

Puoi essere preoccupato.
Puoi non sapere come risolvere il problema.
Puoi avere bisogno di tempo.

La differenza sta nel non trasformare automaticamente la tua pressione nella pressione di tutti.

Su questo tema puoi approfondire con “Autorevolezza al lavoro: il potere della calma”.

Nei momenti difficili il team non si aspetta che tu abbia tutto sotto controllo.
Ha bisogno di vedere che non perdi il controllo di te stesso.

9. Produci risultati senza dimenticare le persone

Anche i risultati contano.

Un leader che costruisce ottime relazioni ma non riesce mai a portare il team verso gli obiettivi ha un problema.

Così come ce l’ha chi raggiunge risultati importanti lasciandosi dietro persone esauste, demotivate o incapaci di lavorare senza di lui.

La leadership deve tenere insieme entrambe le dimensioni.

Risultati e persone.

Non sempre sarà possibile trovare un equilibrio perfetto.

Ma se una delle due dimensioni scompare continuamente, prima o poi ne risentirà anche l’altra.

Il titolo non basta per essere seguito

Tempo fa un cliente mi disse:

  • “Sono il direttore, ho il ruolo e le competenze. Non vedo perché il mio team non dovrebbe fidarsi di me e seguirmi.”

Ruolo e competenze sono importanti.

Ma il ruolo stabilisce una responsabilità. Non obbliga le persone a riconoscerti automaticamente autorevolezza.

È qualcosa che costruisci nel tempo attraverso il modo in cui lavori con loro.

Se senti che fai fatica a farti ascoltare, a ottenere fiducia oppure a trovare il tuo modo di guidare il team, contattami.

Possiamo partire da ciò che sta realmente accadendo nel tuo ruolo e capire su che cosa è più utile lavorare.

E alla fine la domanda più interessante non è:

  • “Perché le persone seguono un leader?”

È molto più personale:

  • “Perché le persone dovrebbero seguire proprio me?”

Come tirare fuori il meglio dal collaboratore timido o introverso

collaboratore timido

Da adolescente ero timido e introverso.

Ricordo che, quando mi piaceva una ragazza, le esortazioni degli amici producevano su di me esattamente l’effetto contrario.

  • “Dai, vai!”
  • “Al massimo ti dice di no.”
  • “Adesso o mai più.”

Più cercavano di spingermi, più mi bloccavo.

Avrei avuto bisogno di una cosa molto più semplice: un po’ di tempo per prepararmi e decidere da solo quando agire.

Anche sul lavoro può succedere qualcosa di simile.

Quando un collaboratore parla poco, non interviene immediatamente o sembra poco propenso a esporsi, il primo impulso può essere quello di spronarlo.

Ma non sempre funziona.

E soprattutto, parlare poco non significa avere poco da dire.

1. Non metterlo continuamente sotto pressione

  • “Coraggio, buttati!”
  • “Devi essere più sicuro.”
  • “Devi farti vedere di più.”

Dette con le migliori intenzioni, queste frasi possono produrre l’effetto contrario.

Non tutte le persone funzionano bene quando vengono spinte a reagire immediatamente.

Alcune hanno bisogno di osservare, raccogliere le idee e capire come muoversi prima di esporsi.

Questo non significa evitare ogni situazione scomoda.

Significa non confondere la pressione con l’incoraggiamento.

Se una persona ha bisogno di più tempo per esporsi, spingerla più forte non significa necessariamente aiutarla.

2. Rispetta i suoi tempi senza proteggerlo troppo

Rispettare i tempi di un collaboratore timido non significa costruirli intorno una zona protetta.

Anche un collaboratore timido o introverso deve affrontare telefonate, riunioni, clienti, feedback e situazioni che possono metterlo alla prova.

Il punto è come lo accompagni verso quelle situazioni.

Puoi prepararlo prima.
Chiarire che cosa ti aspetti.
Dare il tempo di organizzarsi.
Affidargli progressivamente situazioni impegnative.

L’obiettivo non è evitare il disagio a ogni costo.

È evitare che l’unica strategia diventi:

  • “Buttati e vedrai che passa.”

3. Ascolta anche chi non cerca continuamente spazio

Nel team alcune persone rendono molto visibile ciò che fanno.

Raccontano.
Propongono.
Intervengono.
Chiedono.

Altre tendono a esporsi meno.

Se aspetti che siano sempre loro a prendere la parola, rischi di accorgerti meno delle loro idee, dei risultati e persino delle difficoltà che stanno incontrando.

Può essere utile creare momenti individuali con il collaboratore timido nei quali chiedere:

  • “Come sta andando?”
  • “C’è qualcosa che vorresti propormi?”
  • “Quale parte del tuo lavoro ti riesce particolarmente bene?”
  • “Su che cosa vorresti crescere?”

Poi ascolta.

Senza riempire immediatamente ogni silenzio.

Chi parla meno non dovrebbe dover parlare più forte degli altri per essere ascoltato.

4. Chiedi che cosa gli serve

Quando una persona rimane bloccata su un compito, la soluzione non è necessariamente darle subito la risposta.

Puoi aiutarla a capire che cosa le impedisce di procedere.

  • “Che cosa ti sta bloccando?”
  • “Che cosa hai già provato?”
  • “Che cosa ti serve per andare avanti?”
  • “C’è qualcosa che possiamo rendere più semplice?”

Potrebbe aver bisogno di più informazioni.
Di confrontarsi con qualcuno.
Di chiarire una priorità.

Oppure semplicemente di smettere di perfezionare qualcosa che è già sufficientemente buono.

Il tuo compito non è indovinare di che cosa ha bisogno.

Chiediglielo.

5. Non pretendere sempre una risposta immediata

Fai una domanda durante una riunione.

Una persona risponde immediatamente.
Un’altra rimane in silenzio.

È facile interpretare la prima come più preparata, sicura o competente.

Non necessariamente è così.

Alcune persone ragionano meglio prima di rispondere.

Puoi anticipare un argomento importante prima della riunione.

Puoi dire:

  • “Pensaci e ne riparliamo domani.”

Puoi utilizzare anche una mail quando non è necessaria una risposta immediata.

Non perché una persona introversa debba comunicare soltanto per iscritto.

Ma perché non tutte le buone risposte nascono a bruciapelo.

Questo non impedisce al collaboratore timido di imparare a muoversi anche in contesti veloci.

6. Fagli capire che credi nelle sue capacità

Un collaboratore timido non ha bisogno di essere rassicurato continuamente.

Ha però bisogno di capire che il suo responsabile vede ciò che sa fare.

Riconosci un buon lavoro.
Fagli notare un progresso.
Affidagli responsabilità coerenti con le sue capacità.

E quando pensi che possa affrontare qualcosa di più impegnativo, diglielo.

  • “Penso che tu possa gestirlo.”

Poi lasciagli lo spazio per farlo.

Credere nelle capacità di qualcuno non significa proteggerlo dagli errori.

Significa non interpretare automaticamente esitazione, riservatezza o bisogno di tempo come mancanza di capacità.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi trasformare un introverso in un estroverso

Questo è forse il punto più importante.

Il tuo obiettivo non dovrebbe essere rendere tutti i collaboratori più espansivi, veloci nel rispondere o disinvolti nell’esporsi.

Devi aiutarli a lavorare bene, crescere e assumersi le proprie responsabilità.

Qualcuno lo farà parlando molto.

Qualcun altro osservando di più prima di intervenire.

Qualcuno avrà bisogno di essere incoraggiato a esporsi maggiormente.

Qualcun altro dovrà imparare a lasciare più spazio agli altri.

Far crescere una persona non significa trasformarla nel collaboratore perfetto.
Significa aiutarla a utilizzare meglio ciò che ha e a sviluppare ciò che le manca.

Se vuoi approfondire il tema della timidezza e dell’introversione in un’altra situazione professionale, puoi leggere anche “6 strategie che timidi e introversi dovrebbero conoscere prima di un’intervista di lavoro”.

E se con un collaboratore la differenza di stile è diventata ormai fonte di incomprensioni o tensioni, può essere utile lavorare sul modo in cui gestisci la relazione.

Nel percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori su comunicazione, limiti e autorevolezza, per tornare a guidare con chiarezza. → Scopri come funziona.

Perché fare errori è indispensabile per la tua crescita

fare errori

“Una vita spesa a commettere errori, non solo è più onorevole, ma è molto più utile di una vita consumata a non far niente.”
George Bernard Shaw

Non commettere errori potrebbe essere l’errore peggiore.
Un errore ci insegna molto di più di quanto faccia il successo.

Proprio quando siamo messi alla prova, solo quando non riusciamo, possiamo vedere dove abbiamo sbagliato, scopriamo di più su noi stessi, sui nostri punti di forza e di debolezza, sulle cose che vogliamo o non vogliamo fare.

Ecco 5 motivi per cui non fare errori potrebbe essere il più grande errore della tua vita:

1. Gli errori ci aiutano a crescere

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Se non ti metti in gioco, non puoi farti domande importanti.
Se le cose ti sono sempre arrivate “facili”, grazie alla fortuna o con poco sforzo, potresti non aver allenato i “muscoli” della perseveranza.

Quanto sei abituato a perseverare di fronte all’ostacolo?
Continui a provare, non ti fermi fino a quando non trovi il modo di superarlo?

Non è realistico credere che non farai mai sbagli, però è fondamentale esercitare la tua capacità di recuperare dall’errore (e rialzarti) il prima possibile quando la salita si fa dura o finisci muso-a-terra.

Pensi davvero che commettere errori, sbagliare, perdere … renda perdenti?

2. Gli errori sono bagni di umiltà

Siamo onesti, tutti noi pensiamo di essere (davvero) speciali.
Gli errori ci permettono di vedere che siamo, né più né meno, come gli altri.

Ahinoi. Non siamo speciali.

Ma va bene lo stesso.
Molto probabilmente (anzi sicuramente) siamo speciali per certe persone e … speciali sono stati alcuni momenti nella nostra vita.

Partiamo da qui. Dallo speciale-zero.
 


 

Sbagliare ci insegna a essere più comprensivi verso noi stessi e anche verso gli altri.
Ci dà più empatia.
Solo quando ci permettiamo di non essere perfetti, di sbagliare, di provare e riprovare possiamo evolvere e migliorare.

3. Gli errori sono un avvertimento

Hai cancellato alcuni file e hai perso 2 ore per rifare il lavoro?
Guidato con la febbre e hai preso il marciapiede all’incrocio?
Hai fatto tardi la sera e alla riunione eri lento e impacciato?

Certo, errori rimediabili e non drammatici.
Spesso, però gli errori sono un monito.
Un avvertimento.
È un segnale che ci grida, “fai più attenzione”.

Ascolta questi avvertimenti.
Errori differenti … possono significare guai!

Hai cancellato per errore dei file e hai perso 2 mesi per rifare il lavoro,
con un grande danno economico e d’immagine per la tua azienda?
Guidato con la febbre e hai investito una passante all’incrocio?
Hai fatto tardi e alla riunione si vedeva che eri lento e impacciato (e il titolare te ne ha subito chiesto conto, mettendoti con le spalle al muro)?

4. Fare errori è essenziale per vivere una vita senza rimorsi

Come puoi scoprire cosa-ti-piace o cosa-non-ti-piace, se non ci provi?
Come fai a saperlo se non commetti errori?

Hai sempre desiderato quel lavoro all’Istituto per giovani disadattati per poi accorgerti che è stata la peggiore esperienza della tua vita, che non sei “tagliato” o sei troppo “sensibile”?
Hai sprecato davvero il tuo tempo?
È stato davvero un errore di prendere quel lavoro?

Se non avessi mai lavorato nel Sociale, avresti passato tutta la vita a pensare che saresti potuto diventare un grande educatore, un Salvatore e … invece ti ritrovi triste e rancoroso … e non avresti mai potuto sapere quanto (invece) effettivamente l’avresti odiato.

Sbagliare significa vivere una vita senza rimpianti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Gli errori portano al successo

“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli:
per esempio, la torre di Pisa”

Gianni Rodari

Gli errori aiutano a “correggere il tiro”.
Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
Più errori facciamo, più ci avviamo velocemente alla meta.

Facendo sempre le stesse cose, otterremo sempre gli stessi risultati. Gli errori ci insegnano cosa non funziona, cosa fare di diverso la prossima volta.

Fare errori, ci aiuta a chiudere le vecchie porte (quelle del comportamento, scelte o strategie che ci hanno portato a sbagliare) e aprirne delle nuove. La maggior parte delle invenzioni sono state realizzate attraverso tentativi ed errori.

Fare errori porta al miglioramento

Anch’io ho fatto tanti errori, che però mi hanno anche dato prospettive diverse.
Non sarei la persona che sono oggi.
Nel bene e nel male.

Spesso, per arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.
Ognuno di noi prende traiettorie differenti e strani percorsi.

Se hai sbagliato. Se hai fallito.
Continua.
Prova ancora.
Prenditi una pausa e … fallo di nuovo!

Più provi a fare qualcosa di nuovo, prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

9 motivi perchè come giovane leader non farai molta strada

giovane leader

Una cosa è far parte di un team.

Un’altra è assumerti la responsabilità di guidarlo.

Finché sei soprattutto responsabile del tuo lavoro, puoi contare sulle tue competenze, sulla tua esperienza e sulla qualità di ciò che fai.

Quando diventi leader cambia qualcosa.

Adesso devi prendere decisioni che riguardano anche gli altri, dare feedback, gestire tensioni, chiarire aspettative, assumerti responsabilità e affrontare situazioni per le quali la competenza tecnica non basta più.

È proprio qui che come giovane leader potresti scoprire che il passaggio è più impegnativo del previsto.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” affronto proprio questo passaggio: diventare responsabile di altre persone significa imparare un lavoro che, almeno in parte, è nuovo.

Ecco 9 atteggiamenti che possono rendere molto più difficile il tuo percorso come giovane leader.

1. Vuoi diventare bravo troppo in fretta

Hai ricevuto una promozione.
Hai finalmente il tuo team.
È naturale voler dimostrare che sei pronto.

Il rischio è pretendere di sentirti subito sicuro, autorevole e perfettamente a tuo agio nel nuovo ruolo.

La leadership richiede tempo.

Devi conoscere le persone, fare esperienza, sbagliare qualche valutazione, correggere il tiro e capire quale modo di guidare funziona per te e per il team che hai davanti.

Non devi dimostrare subito di essere un grande leader. Devi cominciare a imparare a esserlo.

2. Smetti di ascoltare e imparare

La promozione può produrre uno strano effetto.

Prima facevi domande perché dovevi imparare.

Adesso pensi che, essendo diventato responsabile, dovresti essere tu quello che dà le risposte.

Non funziona così.

Più aumentano le tue responsabilità, più diventa importante continuare a osservare, ascoltare e chiedere.

Anche alle persone che coordini.

Essere leader non significa essere arrivato.

Significa assumerti una responsabilità diversa, continuando a imparare mentre la eserciti.

3. Pensi di dover avere tutte le risposte

Questo è uno dei rischi più comuni quando assumi per la prima volta un ruolo di responsabilità.

Qualcuno ti fa una domanda e senti di dover rispondere.

Subito.

Anche quando non sei sicuro.

Puoi invece dire:

  • “Non lo so ancora.”
  • “Verifico e ti faccio sapere.”
  • “Prima di decidere voglio capire meglio.”
  • “Tu come la vedi?”

Non perdi autorevolezza perché non conosci una risposta.

Rischi di perderne molta di più quando fingi di sapere ciò che non sai.

4. Conosci poco il tuo modo di funzionare

Sai quali sono i tuoi punti di forza professionali.

  • Ma sai che cosa succede a te quando sei sotto pressione?
  • Come reagisci quando qualcuno ti contraddice?
  • Che cosa fai quando un collaboratore non segue le tue indicazioni?
  • Come vivi un errore?
  • Quanto hai bisogno di essere approvato?
  • Quanto fai fatica a dire no?

Come giovane leader comincia a osservare anche te stesso.

Perché il modo in cui reagisci entra inevitabilmente nel modo in cui guidi gli altri.

Prima di imparare a gestire un team, devi cominciare a capire che cosa succede a te mentre lo gestisci.

5. Non accetti di essere più esposto

Quando diventi responsabile, ciò che fai diventa più visibile.

Una decisione può essere apprezzata da qualcuno e contestata da qualcun altro.

Un feedback può essere accolto bene oppure male.

Una scelta che per te sembra ragionevole può creare malcontento nel team.

Non significa che devi diventare indifferente alle reazioni degli altri.

Significa accettare che non puoi utilizzare l’approvazione delle persone come unico criterio per capire se stai guidando bene.

A volte dovrai prendere una decisione che non piace.
Spiegarla.
Ascoltare le obiezioni.

E, se continui a ritenerla corretta, sostenerla.

6. Confondi autorevolezza e arroganza

Essere deciso non significa essere arrogante.

Essere autorevole non significa avere sempre l’ultima parola.

E avere responsabilità maggiori non rende automaticamente le tue opinioni migliori di quelle degli altri.

L’arroganza può manifestarsi in molti modi:

  • interrompere continuamente;
  • non accettare osservazioni;
  • svalutare le idee degli altri;
  • utilizzare il ruolo per chiudere una discussione;
  • trattare ogni dissenso come una sfida personale.

Puoi approfondire questo aspetto in “4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader”.

La fermezza ti permette di prendere posizione. L’arroganza ti impedisce di vedere quando quella posizione merita di essere rivista.

7. Pensi che bastino titolo e competenze

Se sei stato promosso, probabilmente qualcosa sai fare bene.

Ma essere competente nel tuo lavoro e saper guidare altre persone sono due competenze diverse.

Come giovane leader, il titolo ti assegna una responsabilità.

Non ti garantisce automaticamente fiducia, ascolto e autorevolezza.

Quelli si costruiscono.

Nel modo in cui comunichi.
Nel modo in cui prendi decisioni.
Nel modo in cui affronti gli errori.
Nel modo in cui tratti le persone quando qualcosa non funziona.

Il ruolo può renderti responsabile del team.
Non può obbligare il team a riconoscerti come leader.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto.

Scopri il servizio dedicato.

8. Vedi il collaboratore soltanto attraverso il lavoro

Una collaboratrice deve uscire prima perché suo figlio sta male.

Un collaboratore attraversa un periodo complicato.

Qualcuno ha bisogno di maggiore flessibilità per qualche giorno.

Non puoi sempre risolvere i problemi personali delle persone che lavorano con te.

E non devi nemmeno farlo.

Ma puoi ricordarti che dietro il ruolo professionale c’è una persona.

Comprendere una situazione non significa rinunciare alle esigenze del lavoro.

Significa cercare, quando è possibile, di tenere presenti entrambe.

Un leader che vede soltanto compiti, scadenze e risultati rischia di perdere informazioni importanti sulle persone con cui lavora.

9. Pensi che certe difficoltà capitino soltanto agli altri

All’inizio può essere facile pensare:

  • “Io non farò quell’errore.”
  • “Con il mio team sarà diverso.”
  • “Io saprò farmi rispettare.”

Forse.

Ma la leadership ha un modo molto concreto di mettere alla prova le convinzioni che avevi prima di esercitarla.

Potresti scoprire di essere impaziente.
Più sensibile alle critiche.
Più bisognoso di approvazione.
Oppure meno bravo a gestire un conflitto di quanto immaginavi.

Non è una condanna.
È materiale su cui lavorare.

Il problema non è scoprire di avere qualcosa da imparare. È convincerti troppo presto di non averne più bisogno.

Diventare leader è un passaggio, non una consacrazione

Molte aziende promuovono una persona perché è competente nel proprio lavoro e poi si aspettano che sappia automaticamente guidare gli altri.

Non sempre offrono preparazione, confronto o accompagnamento.

E così il nuovo leader può trovarsi a imparare mentre sta già facendo.

È una situazione impegnativa, ma non significa che tu debba arrivare al nuovo ruolo già completamente preparato.

Devi però essere disposto a osservarti.
Fare domande.
Chiedere confronto quando serve.
Correggere qualcosa.

E accettare che diventare leader non dimostra che sei arrivato: significa che hai appena cominciato a imparare.

10 cose che le persone di successo non fanno

persone di successo

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita è senz’altro utile comprendere cosa-fanno le persone di successo.
Altrettanto importante è conoscere anche cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le persone che più ammiri non-fanno:

1. Non si aspettano risultati immediati

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Le persone che ammiri non si aspettano risultati immediati.

Non pensano che il successo arriverà “rapido” o “facile”. Sanno che occorre tempo e fatica. Ognuno si evolve al suo ritmo, nessuno sa quanto tempo ci vorrà per ottenere progressi rilevanti.

Sorridono guardando le persone che si lasciano intrappolare da sogni facili tipo “Perdere fino 5 kg di peso in 1 settimana”, “Arricchirsi rapidamente”, “Fare un blog di successo in 1 mese”, “Diventare un grande leader in 4 passaggi”.

2. Non aspettano il “momento perfetto” per agire

Le persone di successo non aspettano il momento giusto per agire perché sanno che il momento perfetto potrebbe non arrivare mai.

Anche loro (come tutti noi) hanno timore di fallire e di non fare la scelta giusta, ma accettano che nella vita non ci sono certezze e non esistono garanzie di successo.

Cercano di vincere la paura e la pigrizia.

Vuoi una garanzia di successo prima di fare qualcosa? Mi spiace, non esiste ma se non provi (se non ti butti) è garantito che fallirai.

3. Non si lasciano condizionare da persone negative

Ignorano gli scettici e i pessimisti.

Ma anche … quelli che si lamentano, quelli che rimandano, quelli che succhiano l’energia, quelli che trovano scuse per tutto, quelli negativi, quelli drammatici.
 


 

Le persone che ammiri sanno che l’energia è contagiosa.

Hanno imparato che ascoltando continuamente problemi, lamentele, pessimismo si sentiranno a loro volta stanche e logore.

Invece, chi ha successo frequenta regolarmente solo persone con un atteggiamento mentale positivo, che danno una spinta o una prospettiva nuova.

4. Non lasciano “lievitare” i problemi

Le persone che più ammiri non ignorano le preoccupazioni.
Affrontano i problemi appena possibile.

Sono tentate (come tutti noi) di trascurare le cose più difficili, ma hanno capito che invece devono affrontarle subito. Hanno compreso che rimandare o (peggio) ignorare un problema vuol dire trasformarlo in “qualcosa” di sempre più grande, magari ingestibile.

Se rimandiamo, per esempio, di telefonare a una persona/cliente/collega/capo perché proviamo disagio, quando poi saremo costretti a farlo proveremo ancora più malessere e saremo ancor più logorati dallo stillicidio di attesa, ansia e stress.

5. Non si fermano di fronte gli ostacoli

La vita non sempre ci riserva quello che desideriamo.
È una verità.

Le persone che raggiungono il successo sono disposte a fare sacrifici.
Non indietreggiano davanti alle avversità.

Sono consapevoli che non otterranno sempre quello che desiderano.

Trovano costantemente il modo di migliorare se stessi. Credono che il successo sia una scelta … per questo scelgono di concentrare il loro tempo e le loro energie solo sulle cose che li condurrà a quel traguardo.

 
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6. Non sprecano energia su cose che non possono controllare

Prendono le distanze dalle cose che non possono controllare. Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione!

Non sprecano energia e capacità su cose e fatti che non dipendono da loro. Hanno sperimentato (sulla loro pelle) che non possono controllare gli altri ma solo gestire la propria reazione, il proprio atteggiamento. Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi, si concentrano sulle prossime azioni e su ciò che possono controllare nella loro vita.

7. Non si preoccupano di piacere a tutti

Le persone che più ammiri riconoscono che non hanno bisogno di accontentare tutti, in ogni momento.

Non hanno paura di dire di “no” o “perché”, quando è necessario.

Si sforzano di essere gentili e leali, sanno anche che è impossibile compiacere tutti e non sono sconvolte se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

8. Non mollano dopo un fallimento

Le persone di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Invece, usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare, fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato, cosa dovremo fare di diverso la prossima volta. Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.
Le persone che ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade, ma quante volte ti rialzi (più forti di prima).

Cadi sette volte, rialzati otto.
Proverbio giapponese

9. Le persone di successo non cercano scuse

Le persone di successo si assumono la responsabilità dei loro errori.

Se le cose non vanno come previsto o qualcosa va storto, si prendono l’onere di risolvere il problema.
Non cercano scuse.

Le scuse sono a uso esclusivo di indecisi e incompetenti.

10. Non percepiscono le difficoltà come ostacoli

Quando le persone di successo si trovano di fronte a una difficoltà, non fanno drammi, non si disperano o rassegnano. Vedono questo impedimento semplicemente come un problema da risolvere … un ostacolo da superare … proprio come hanno fatto con tutti gli ostacoli che hanno oltrepassato in passato.

Sanno che quest’esperienza li renderà ancora più intelligenti e più forti.
Sono determinate a ottenere i loro obiettivi -non importa quanto grande- ogni giorno.

Raggiungere il successo non è facile

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi può essere d’ispirazione sapere cosa-non-fanno le persone di successo.

Avere successo nella vita non è facile.
Ci vuole tempo.
Fatica.
Dedizione, coraggio, costanza.
Anche al tuo livello (grande o piccolo che sia, non importa).