6 spunti per mantenere viva la discussione (quando non sai più cosa dire)

non sapere cosa dire

Foto di Mabel Amber, still incognito… da Pixabay

Non sapere cosa dire…

Succede anche a professionisti competenti, esperti, brillanti.

Persone che, nella conversazione, finiscono per sembrare passive.

Timide.
Poco collaborative.
A volte perfino scontrose.

La scena è nota.
Stai parlando con qualcuno che hai appena incontrato.

All’inizio fila tutto liscio.

Poi, all’improvviso…

La conversazione si blocca.
La mente si spegne.
Il silenzio diventa pesante.

Cerchi qualcosa di intelligente, di rilevante, di interessante.
Ma niente.
Zero.

È imbarazzante non sapere come andare avanti

Per evitare il disagio, spesso usciamo di scena con un generico
“Ci vediamo”
(o peggio: “Alla prossima”, Ah, si davvero! Quando?).

E così rischiamo di perdere un’occasione.
Conoscere meglio una persona interessante.

Creare un contatto che potrebbe contare davvero.

Nel lavoro.
Nella vita.

O anche solo in una conversazione che valeva la pena vivere.
La vita è sorprendente.

Molto più di quanto pensiamo.
Per questo vale la pena dedicare qualche minuto a questo post.

Non per “fare colpo”,
ma per rendere le conversazioni più naturali,
evitare silenzi (innaturali) che non dicono nulla.

1. Fai domande (quando non sai cosa dire)

È il punto di partenza più semplice.
E anche il più efficace.

Fai domande aperte.

Evita quelle da sì/no,
e quelle scontate tipo “Come stai?”.

Qualche criterio:

  • niente di troppo personale
  • cerca punti in comune
  • usa il buon senso

Esempi:

  • “Che ne pensi di quel film?”
  • “Che idea ti sei fatto di questo progetto?”

Le domande tengono viva la conversazione,
senza forzarla.

2. Usa il “Dimmi di più”

  • “Dimmi di più del tuo lavoro.”
  • “Dimmi di più della tua idea.”
  • “Più di quello che accennavi prima.”

È semplice.
E funziona.

Mostra curiosità reale.
Non riempitivi.

Le persone amano sentirsi ascoltate.
E quando percepiscono interesse autentico,
parlano volentieri.

Nella stragrande maggioranza dei casi,
la conversazione riparte da sola.

3. Chiedi come è iniziato …

Esempi:

  • “Come sei entrato in azienda?”
  • “Quando hai iniziato a fare questo lavoro?”
  • “Come è nato il tuo interesse per…?”

Le persone amano raccontare le proprie storie.
Soprattutto quando non si sentono interrogate,
ma ascoltate.

E se la risposta è:

  • “Sono appena arrivato/a in azienda”.

Ottimo!
Si è appena aperta una porta.

4. Parla di qualcosa di recente o imminente

Quando sei a corto di idee,
agganciati a qualcosa che è successo,
o sta per succedere.

Può essere:

  • evento in azienda
  • fatto rilevante nel mondo
  • evento culturale o sportivo
  • tema di attualità (senza scivolare nel sensazionalismo)

È uno spunto neutro.
Condivisibile.

E spesso sufficiente per evitare il vuoto imbarazzante.

5. Chiedi cosa sta facendo ora

Domande utili:

  • “Cosa stai facendo di interessante in questo periodo?”
  • “Cosa ti piace di più del tuo ruolo?”
  • “Qual è la parte più delicata del tuo lavoro?”

Ogni attività ha delle sfide.
Parlarne dà profondità alla conversazione.

A volte aiuta persino l’altra persona
a chiarirsi le idee.


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Autorevolezza e leadership → scopri

Carriera e cambi di lavoro → scopri

6. Non devi essere interessante ..

devi essere interessato.
Questa è la regola.

Se vuoi creare connessione,
devi essere presente.

Davvero presente.
Non distratto.
Non già altrove.

Far sentire l’altro l’unica persona nella stanza,
è una forma rara di rispetto.

È per questo che alcune persone risultano carismatiche.

Non perché brillano.
Ma perché ascoltano.

Guardare il telefono non ti aiuterà a superare il silenzio.

Ti allontanerà soltanto.

Se sei in gruppo:

  • ascolta tutti
  • guarda chi parla
  • distribuisci l’attenzione

Se l’altra persona non partecipa,
o non ha voglia di conversare,
va bene concludere.

Con educazione.
Senza forzare.

Puoi parlare con qualcun altro.
Le buone conversazioni non si inseguono.

Si incontrano.
Si creano.

 

6 spunti per superare la paranoia “Non ho idea di cosa sto facendo” al lavoro

inadeguato al lavoro

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” , a volte non ci sentiamo all’altezza del lavoro che stiamo facendo.

Pensiamo che tutti siano più bravi.
Succede quando cambiamo lavoro, ruolo, dipartimento oppure sono in atto cambiamenti strutturali o cambi di leadership.

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Altre volte questi sentimenti di inadeguatezza avvengono quando non siamo riconosciuti, poco considerati oppure stiamo vivendo sentimenti negativi in altre sfere della vita (affetti, famiglia, ecc..) e questa negatività la riversiamo nel lavoro.

Sfortunatamente,
la sindrome di “Non ho idea di cosa sto facendo” spazza via le certezze e può davvero avere un impatto negativo sul nostro percorso professionale.

Ecco 6 spunti per superare la paranoia di non essere adeguato al lavoro:

1. Basta pensare che tutti gli altri siano migliori

Pensare che tutti siano migliori una sensazione tanto penalizzante quanto demoralizzante.

Stop … guardare il collega che sembra prendere ogni decisioni con disinvoltura.
Basta … invidiare la collega che sembra sempre capace di uscire da una situazione spinosa.

Sì, a volte tutti sembrano più bravi.
Più SMART.
Più efficaci … e allora?

Confrontarsi con gli altri e preoccuparsi di non essere all’altezza, significa solo irrigidirsi ancora di più e prendere un colpo di sfiducia.

La prossima volta che ti accorgi di cadere in questo vortice,
cerca un pensiero positivo che può interrompere questa spirale negativa “Sto facendo il meglio con quello che ho” oppure “Non ho più bisogno di confrontarmi con gli altri. Ognuno è migliore o peggiore su varie scale di valori“.

 


 

2. Gli altri sbagliano proprio quanto te

E anche di più.
Non stare a credere!
Anche gli altri fanno passi falsi quanto te, sono altrettanto incoerenti e contraddittori.

Anche i tuoi colleghi di lavoro (pure il tuo capo che ti sembra così brillante e competente) hanno paura di sbagliare, indietreggiano ai primi ostacoli,
sono paralizzati all’azione.

3. Smettila di credere che tu debba capire tutto

Non è vero che devi sapere tutto-tutto!

Fare cose che non hai mai fatto, richiede … una certa quantità di incertezza.
Guidare un nuovo team, iniziare un nuovo lavoro, cambiare azienda richiede doti (quali adattamenti, creatività, ecc) che solo l’incertezza è in grado di stimolare e “allenare”.

Senza l’insicurezza c’è solo sterile ripetizione di pratiche che già conosci.

Affrontare con curiosità i nuovi ostacoli “cammin facendo” è un modo efficace di crescere professionalmente.

Solo così puoi creare un reale valore aggiunto.


Conquista fiducia in ciò che fai > Inizia ora il tuo percorso di coaching

4. Riconosci la “trappola” della perfezione

Ti senti soddisfatto quando termini il tuo lavoro, oppure pensi che “non sia abbastanza”?
Alzi continuamente l’asticella dei tuoi standard?
Anneghi in ansia da perfezione?

Quando vuoi essere sempre perfetto ed efficiente,
stai per imboccare uno dei percorsi più veloci per compromettere la tua fiducia.

Non devi puntare alla perfezione ma mirare al miglior risultato possibile.

La perfezione (sproporzionata) è un ostacolo,
e non qualcosa di cui essere orgogliosi.

5. Vai a “caccia” di informazioni

Se -in effetti- le tue capacità non sono buone quanto quelle degli altri,
prepara un piano d’azione per uscire da questa empasse.

Inizia a leggere di più.
Rivedi i concetti importanti.

Segui un corso.
Vai ai seminari.

Invia una mail di richiesta di delucidazioni a un amico o un professore che conosci.
Fatti seguire da un coach.
Fai domande.
Non restare paralizzato!

Non considerarti inadeguato al lavoro.
Sei – semplicemente- una persona che sta incontrando problemi e sta lavorando per trovare soluzioni.

6. Smettila di angosciarti che – prima o poi – sarai “scoperto”

Sei convinto che per i colleghi sei “l’anello debole”?
Si chiedono come diavolo passi il tuo tempo lavorativo?
Ti preoccupi che il tuo capo ti chiamerà per chiedere conto delle tue malefatte?

Pensare “Non ho idea di quello che sto facendo” è raramente reale.
Non avere la minima idea di quello che si fa, è certamente …
improbabile.

Preoccuparsi che gli altri –prima o poi- scoprano che sei un impostore,
ti farà girare in tondo, sprecare tanta energia nel tentativo di soddisfare gli altri.

L’inadeguatezza può diventare una spinta.

Sentirti inadeguato al lavoro può davvero spingerti a fare molto di più

Ti dà la propulsione,
la forza necessaria per lavorare con più impegno e più attenzione.

Ti spinge a fare ulteriore formazione, coaching, corsi di aggiornamento, insomma tutto quello che ti serve per colmare questo (presunto?) gap di competenza.

Invece di impantanarti nel dubbio ed essere paralizzato dalla tensione,
lascia che questa sensazione (anche se poco gradevole),
ti porti fuori della tua zona di comfort e ti spinga ad andare oltre.

La paura di essere inadeguato al lavoro può diventare (davvero) il tuo più grande alleato perché ti può spingere a persistere ad andare oltre . . .

Non temere, ce la farai!

Paura del cambiamento: timore di lasciare la sicurezza dell’attuale lavoro

paura del cambiamento

Foto di engin akyurt da Pixabay

“Se non cambi la tua direzione,
potresti finire dove stai andando.”

Lao Tzu

Hai paura di lasciare la sicurezza del tuo lavoro attuale?
La tua confortevole –anche se poco stimolante– routine professionale?
Di non andare d’accordo con il nuovo capo o i nuovi colleghi?

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Se desideri la stabilità e non ami le interruzioni della quotidianità

… è naturale aver paura del cambiamento e dell’ignoto

Avere paura di smuovere lo status quo.
Ci sta.

Se decidi un cambiamento professionale,
stai imboccando una strada affascinante e stimolante ma anche sconosciuta e (forse) piena di difficoltà.

Anche se l’ignoto può spesso apparire inizialmente minaccioso, può essere un catalizzatore per andare incontro alle soddisfazioni nella vita, tra cui una carriera piacevole e gratificante.

 


 

Come far fronte all’incertezza che accompagna il cambiamento?

Innanzitutto,
devi cercare di vivere i cambiamenti come incentivi e opportunità per la tua crescita (professionale e non) e non come minacce alla tua sicurezza e stabilità.

La reale sicurezza significa aver consapevolezza delle proprie difficoltà e sviluppare una sana fiducia in se stessi, che ti dà la certezza di essere in grado di gestire l’imprevisto.

Senza tale consapevolezza,
corriamo il serio pericolo di diventare troppo esitanti e titubanti oppure, al contrario, di buttarci con troppa foga senza calcolare rischi e conseguenze.

Temi l’ignoto perché non puoi anticipare il risultato

Non puoi controllare l’esito.
Preoccuparsi non farà che peggiorare le cose.

Tuttavia,
capire cosa sta succedendo nella tua mente può ridurre l’ansia. Aumenterà le tue possibilità di prosperare quando l’inatteso busserà alla tua porta.

Non ti sembra assurdo? Come società, adoriamo il progresso (che porta opportunità e miglioramenti) ma tuttavia –inconsciamente- tutti noi ne temiamo le conseguenze.

Desideriamo e temiamo il cambiamento allo stesso tempo.
Questo è il paradosso.

Il cambiamento è -sempre- incerto e rischioso

Se non c’è cambiamento … le organizzazioni muoiono.
Tutto ciò che resiste al cambiamento … si spegne!

Il cambiamento è vita.
L’assenza di cambiamento è morte. Estinzione.

La paura del cambiamento richiede coraggio.
Il coraggio è un muscolo che cresce lentamente e si indebolisce rapidamente.
Rimani aperto alla possibilità di sbagliare.

“Conosco delle barche che si dimenticano di partire…
hanno paura del mare a furia di invecchiare.”

Jacques Brel

Autostima al lavoro: il problema non è dire “non posso”. È crederci.

autostima sul lavoro

Foto by Engin Akyut – Pixabay

Hai mai detto una frase come questa?

“Non sono portato.”
“Non riesco.”
“Non fa per me.”

Oppure:

“Non sono capace di parlare in pubblico.”
“Non saprei mai cambiare lavoro.”
“Non riuscirei ad aprire un’attività.”

Sono frasi che sembrano descrivere la realtà.

In realtà fanno qualcosa di molto più pericoloso.

Trasformano una difficoltà temporanea in una definizione di chi sei.

Ed è qui che nasce il problema.

“Non posso” non descrive il presente

Descrive il futuro.

Quando dici:

“Non sono bravo.”

stai parlando del presente.

Quando dici:

“Non posso.”

stai già decidendo il tuo domani.

È una sentenza.

Come se il tribunale avesse già emesso il verdetto.

Caso chiuso.

Una parola cambia completamente il significato

Seth Godin propone un esercizio tanto semplice quanto potente.

Aggiungi due parole.

“Non ancora.”

Diventa:

“Non sono bravo a parlare in pubblico… non ancora.”
“Non riesco a cambiare lavoro… non ancora.”
“Non sono capace di scrivere… non ancora.”

Non è ottimismo.
Non è pensiero positivo.

È una lettura più onesta della realtà.

Perché ammette un limite senza trasformarlo in un’identità definitiva.

Anch’io ci sono passato

Quando ho iniziato a fare formazione, parlare davanti a un gruppo non mi veniva naturale.

Quando ho aperto il blog, non avevo mai scritto un articolo.

Non conoscevo la SEO.
Non sapevo come si costruisse un sito.

Se allora mi fossi definito con un semplice:

“Non sono capace.”

probabilmente oggi questo blog non esisterebbe.

Quelle frasi erano vere.

Ma erano vere in quel momento.
Non per sempre.

Autostima sul lavoro? Il problema non è il limite.

È quello che significa per te.

Molte persone credono che la fiducia arrivi prima.

In realtà spesso succede il contrario.

Prima fai esperienza.
Poi arriva la fiducia.

Chi aspetta di sentirsi pronto rischia di non iniziare mai.

Chi accetta di non esserlo ancora, invece, comincia a costruire quella competenza che oggi gli manca.

Attenzione, però

Aggiungere “non ancora” non è una formula magica.

Non ti rende più competente.
Non elimina la paura.
Non accorcia il percorso.

Ti impedisce semplicemente di fare l’errore più costoso: fare danni alla tua autostima sul lavoro.

Confondere ciò che sei oggi con ciò che potresti diventare domani.

Ed è una differenza enorme.

La prossima volta ascolta le tue parole

Ogni volta che ti sorprendi a dire:

“Non posso.”

fermarti un istante.

Chiediti se stai descrivendo una situazione…

oppure stai scrivendo una sentenza sulla tua carriera.

Perché le parole con cui racconti te stesso diventano spesso i confini dentro cui finirai per vivere.

E quei confini, molte volte, non li ha costruiti la realtà.

Li hai costruiti tu.

Il rispetto sul lavoro: 13 atteggiamenti che dovresti evitare – parte 2

il rispetto sul lavoro

Leggi anche la parte 1.

8. Parlare a voce troppo alta al cellulare

Quando sei alle prese con una situazione particolarmente delicata è facile scivolare in un “trip” telefonico che ti fa perdere completamente la dimensione di dove-sei e con-chi-sei.

Preso dal vortice della telefonata il tuo tono sale, sale, sale e ti ritrovi letteralmente a urlare nel tuo telefono cellulare.
È molto imbarazzante per chi ti sta intorno e … non ci fai davvero una bella figura!

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9. Interrompere e finire le frasi

Quando interrompi, non solo frustri la persona con cui stai parlando, ma dai un’impressione negativa di te stesso. Impara ad ascoltare.
Otterrai ammirazione e rispetto.

Interrompere e finire le frasi “uccide” la tua comunicazione al lavoro.
Se finisci le frasi, non offri al tuo interlocutore la libertà di esprimersi, di esternare e di creare un contatto.
Perdi il rispetto sul lavoro!

Così facendo sprechi solo tempo, deprimi chi parla e riduci la comprensione del discorso.

10. Essere trasandato e maleducato fa perdere il rispetto sul lavoro

Certamente la società è diventata più casual.
Le persone sono molto più informali nel vestirsi al lavoro e nelle loro conversazione.

Considera l’impressione che trasmetti con il tuo look e il tuo atteggiamento.
Educazione al lavoro è sinonimo di professionalità e quando non lo sei, ti esponi ad attacchi,
dai quali non è possibile difendersi.

 


 

Puoi avere un pessimo carattere,
essere stressato o sotto pressione ma l’educazione è imprescindibile per riuscire a gestire in modo positivo i tuoi rapporti interpersonali al lavoro.

Non dare per scontato che le tue prestazioni valgano il disturbo e l’irritazione che causi.

11. Profumo o deodorante in eccesso

In un ambiente chiuso una fragranza “pungente” o “forte” può essere fastidiosa,
causare mal di testa e raffreddore da fieno.

Oltre … a subire battute spiritose e perdere il rispetto sul lavoro!


Comunica meglio, ispira di più > Scopri il coaching

12. Fare osservazioni sarcastiche

Il sarcasmo è il rifugio dei deboli.”
Jean-Paul Sartre

Utilizzare sarcasmo e ironia (di bassa lega), non è una tattica efficace durante una conversazione.
Spesso è un meccanismo di autodifesa che può essere rischioso e facile a interpretazione sbagliate.

Ci sono modi migliori per esprimere il tuo punto di vista.

Dai,
togliti quel sorrisino ironico dalla faccia mentre qualcuno ti sta parlando.

Smettila di scuotere la testa beffardamente mentre l’altro sta spiegando il suo punto di vista.

Puoi non essere d’accordo con gli altri, ma così facendo tocchi tasti molto sensibili.
Prendi seriamente gli altri se ti aspetti che prendano sul serio te!

13. Interrompere le persone dal loro lavoro

“Ti rubo solo un secondo/minuto.”
Spesso chiediamo “qualche secondo” o “un minuto” a un collega quando (in realtà) un minuto non basta.
Anzi.

Non è solo un modo di dire … è una questione di approccio!

Quando chiedi a un collega di fare qualcosa per te,
di aiutarti, di darti una mano a superare un blocco o un ostacolo,
devi essere premuroso e rispettoso perché stai interrompendo il suo flusso di lavoro.

La prossima volta che desideri il supporto di qualcuno,
chiedi un incontro, non un minuto.

Sarà la persona a valutare il momento giusto sulla base delle sue incombenze.

Il rispetto al lavoro: 13 atteggiamenti che dovresti evitare – parte 1

il rispetto al lavoro

In molti uffici il contegno è … sfuggito di mano!

Alcune persone non si accorgono neppure nel loro comportamento offensivo o -peggio- semplicemente non se ne preoccupano.

Se pensi di essere perfetto, probabilmente farai bene a leggere questa lista solo per assicurarti di essere corretto verso gli altri.

Per salvaguardare il rispetto al lavoro e il quieto vivere in ufficio, basta non violare alcune semplici ed essenziali regole:

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1. Essere negativo e lamentoso

Non aprire la bocca solo per dire “Che lavoro noioso, ma che freddo oggi, gli stipendi non sono puntuali …”.

Se parli solo di problemi e mai di soluzioni, rischi di essere pericolosamente etichettato come “negativo e lamentoso” da evitare a ogni costo.

Evita le lamentele e le frasi “È impossibile” o “Non si può fare”. Sono molto negative, indicano scarsa voglia e che non ci si vuole nemmeno provare.

Se le cose non vanno bene, anziché lamentarti, perché non proviamo a cambiarle?

2. Fare telefonate personali

Purtroppo episodi problematici accadono.
Ma questo non significa condividere forzatamente a tutti gli altri il tuo dramma personale.

L’ufficio non è un posto dove “combattere” con ex partner, con i tuoi figli o familiari.

Mantieni i tuoi problemi di relazione al di fuori dell’ufficio, dove altri non ti possano sentire.
Fai una pausa, o meglio ancora, rimanda fino a quando non arrivi a casa.

 


 

3. Gossippare sui colleghi

Se diffondi pettegolezzi da ufficio,
i tuoi colleghi potrebbero ascoltarti con impazienza e curiosità, ma sapranno (anche) che non potranno contare sulla tua discrezione.

È bello gossippare fuori dall’ufficio,
ma i dettagli delle vite dei tuoi colleghi non sono da condividere.

4. Trascorrere ore sui social

Sei pagato per essere produttivo, non per postare la tua ultima ricetta culinaria o ritrovare il compagno di banco del liceo.

A meno che non faccia parte del tuo lavoro, le tue attività sui social media dovrebbero essere lasciate per il pranzo o i tempi di pausa.

E anche in questo caso, usa il tuo telefono privato.


Quando le tue idee non passano, rafforza la tua autorevolezza > Fai coaching

5. Mentire per fare il “figo/a”

Sei diventato così bravo che riesci a cogliere ogni occasione per agganciarti al discorso e iniziare a parlare di te, delle cose che hai fatto, di quello che ti successo e allora …

… avanti con viaggi mai fatti, sport mai praticati, hobby mai coltivati o conoscenze importanti mai frequentate, solo per apparire più interessante o attraente agli occhi di colleghi o collaboratori.

Spesso sono solo “piccole” forzature della realtà.
Niente di grave, per carità, ma pensi davvero che -così facendo- riuscirai a impressionare gli altri e sembrare più interessante o intrigante?

6. Andare al lavoro quando sei molto malato

È ammirevole!

Il tuo impegno e la tua dedizione per il lavoro,
ma esponendo tutto l’ufficio alla tua influenza non dimostri attenzione per gli altri colleghi di lavoro.

Lavora da casa se puoi.

7. Indossare abiti provocanti fa perdere il rispetto al lavoro

Ecco uno dei modi più veloci per perdere il rispetto al lavoro, soprattutto delle altre donne.

Spesso non ce rendiamo neanche conto, ma un abbigliamento inadeguato o “sopra le righe”, oltre ad essere poco professionale, ci lascia una scia di commenti,
critiche e maldicenze che ci possono creare grandi difficoltà e nei nostri rapporti.

Continua a leggere la parte 2.

Diventare assertivo: 6 trappole che incontri nel percorso di crescita

diventare assertivo

Foto by Josdevos

Se desideri diventare assertivo e stai lavorando sul tuo approccio
sul tuo modo di comunicare … comincia in piccolo.

Con le situazioni più semplici,
a basso rischio.

La ragazza che (con aria innocente) ti supera alla cassa del supermarket, il cameriere invadente che non si fa mai i fatti suoi, l’amico che chiama solo quando li fa comodo.

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Le prime volte sarà dura, ma vedrai che dopo un po’ ti sentirai meglio e inizierai a provare una bellissima sensazione di leggerezza e libertà.

Una volta che ti senti a proprio agio in queste situazioni a basso rischio,
potrai iniziare ad alzare l’asticella un po’ alla volta.

Se stai provando a essere più assertivo, se stai cominciando a porre confini,
a dire NO e non accettare più passivamente comportamenti altrui … sono felice per te.
Mi congratulo con te per questi obiettivi raggiunti.

Desidero solo avvisarti dei pericoli e le trappole che potresti incontrare nel percorso di affermazione di te stesso:

1. Insistere troppo

Diffida dei suggerimenti pseudo-assertivi che consigliano di chiedere la stessa cosa, più e più volte fino a quando la persona cede.

Questo non è essere persistenti ma maleducati e stronzi.

2. Farsi valere sempre

Un errore comune in cui potresti cadere (insieme a molte persone sul cammino dell’assertività) è quello di cercare di farti valere per tutto il tempo.

Ci possono casi in cui prendere una posizione più grintosa o passiva diventa la scelta migliore.
Altre volte anche far finta di niente … potrebbe diventare la strategia migliore!

3. Sentirsi in colpa

Alcune persone sono deluse dal tuo nuovo approccio?
Probabilmente.

Potrebbero farti notare che sei diventato egoista o scortese.

Finché esprimi le tue esigenze con garbo e gentilezza, non sei responsabile della loro reazione.
Non c’è bisogno di sentirsi in colpa.

4. Sentirsi offeso e frustrato

Non sentirti frustrato o arrabbiato se la tua famiglia, amici e colleghi mettono in dubbio o addirittura cercano di contrastare il tuo nuovo approccio alla vita.

Questa risposta è del tutto normale.

Se sei stato un avversario facile per la maggior parte della tua vita, le persone intorno a te,
sono abituate e confortevoli alla tua accondiscendenza,
e probabilmente resisteranno ai tuoi sforzi sulla strada dell’assertiva.

5. Non scendere più a compromessi

Riconosci le situazioni in cui devi essere intransigente e quelle in cui puoi scendere a compromessi.

A volte chi ti chiede un favore potrebbe avere una reale emergenza,
altre invece potrebbe trattarsi semplicemente di cattiva organizzazione,
o di dare per scontato la tua disponibilità.

Ogni circostanza è a sé e solo tu puoi stabilire quando è il caso di puntare i piedi e quando cedere.
Tieni conto dei sentimenti altrui.

 


 

6. Essere inflessibile non vuol dire diventare assertivo

Diventare assertivo non significa diventare freddo e inflessibile,
rivendicare solo i propri diritti.

Impara a distinguere ciò che è davvero importante,
riconosci le situazioni in cui devi essere intransigente e quelle in cui puoi scendere a compromessi.

Personal coaching per apprendere come esprimere le tue opinioni e, soprattutto, come far rispettare la legittimità di un tuo parere, un compromesso o un rifiuto servirà, a prescindere dal risultato,
a fare di te una persona che sa come affermare se stesso,
con una maggiore percezione di controllo sulla sua vita.

15 segnali evidenti che devi ancora crescere come professionista e come Uomo

crescere professionalmente

Crescere professionalmente come Uomo e come Donna…

Tanti pensano di essere leader.

La maggior parte ne è ancora lontano.

Prima di essere un grande professionista devi essere una grande persona.

Crescere professionalmente vuol dire possedere qualità morali e valori etici.
Fare ciò in cui credi veramente o ritieni giusto, anche se è impopolare, faticoso o scomodo.

Crescere professionalmente significa guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.

Vuol dire coerenza tra azioni, valori, metodi, principi e risultati.

La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

Crescere professionalmente vuol dire fare-la-cosa-giusta a prescindere le circostanze

È più che essere onesti.

Si tratta di uno stile di vita impostato verso l’eccellenza professionale e morale.

Il professionista fiducioso ha fede nelle sue capacità e nelle sue conoscenze.
Non ha bisogno di spingere gli altri verso il basso per emergere.

Guadagna la fiducia della gente con la sua forza interiore.
Quando entra nella stanza, tutti ne prendono atto.

Ecco 15 segnali che evidenziano che devi ancora crescere come professionista e come Uomo (o Donna):

1. Ti offendi facilmente

2. Hai bisogno di essere amato e riconosciuto

3. Valuti o giudichi prima di conoscere-i-fatti

4. Parli di te la maggior parte del tempo

5. Sei geloso di quelli che “riescono”

6. Le tue idee sono sempre le idee “migliori”


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

7. Non dici mai “Ho sbagliato”

8. Sono sempre gli altri a non-capire

9. Ti aspetti che le persone leggano la tua mente

10. Ami conversazioni con duelli, vincitori e vinti

11. Le tue frasi iniziano sempre con “No, Ma, Non è giusto…”

12. Ti piace dare feedback, ma non li accetti

13. Hai paura del talento degli altri

14. Non sai ridere di te stesso

15. Ti lamenti costantemente degli altri

Le tue espressioni facciali sono il tuo “marchio di fabbrica” come leader

essere un leader

Sei concentrato sul lavoro. Stai pensando a un problema. Hai una scadenza che ti preoccupa.

La fronte si corruga.
Lo sguardo diventa più duro.
Il viso si chiude.

Tu stai semplicemente pensando.

Chi ti incontra, però, potrebbe leggere tutt’altro.

È arrabbiato?
Ho fatto qualcosa che non va?
Meglio non disturbarlo.
Oggi non è giornata.

È facile dimenticarlo: il tuo volto comunica anche quando non vuoi comunicare nulla.

E se gestisci delle persone, questo conta ancora di più.

Il tuo team guarda il tuo viso più di quanto pensi

Le persone osservano il proprio leader.

Non soltanto quando parla, dà indicazioni o conduce una riunione. Lo osservano anche nei momenti apparentemente insignificanti.

Quando entra in ufficio.
Quando ascolta una proposta.
Riceve una brutta notizia.
Qualcuno gli fa una domanda.

Un’espressione infastidita, uno sguardo sfuggente o una fronte costantemente corrucciata possono trasmettere freddezza, tensione o disapprovazione.

Anche se non era questa la tua intenzione.

Ed è proprio qui il punto.

Nella comunicazione non conta soltanto ciò che volevi trasmettere. Conta anche ciò che l’altro ha percepito.

La tua espressione facciale diventa il tuo “marchio di fabbrica”

Ci sono persone che sembrano perennemente arrabbiate.

Non lo sono necessariamente.

Sono concentrate, stressate, immerse nei propri pensieri. E probabilmente non si rendono nemmeno conto dell’espressione che hanno sul volto.

Ma gli altri quell’espressione la vedono.

E alla lunga iniziano ad associarla alla persona.

Freddo.
Distaccato.
Inavvicinabile.
Sempre sotto pressione.

È questo il messaggio che vuoi inviare?

Soprattutto: è questo il messaggio che stai inviando senza accorgertene?

Un sorriso può cambiare il tono di una conversazione

Non significa andare in giro con un sorriso stampato sulla faccia.

Non devi fare il “piacione”, apparire artificialmente allegro o mostrare continuamente un sorriso di circostanza.

Anzi.

Un sorriso forzato si vede. E spesso produce l’effetto contrario.

Parliamo di qualcosa di molto più semplice: rilassare il volto e lasciare spazio a un sorriso naturale quando la situazione lo permette.

Un sorriso autentico comunica apertura.

Riduce la distanza.
Rende più facile avvicinarti.
Invita l’altro a parlare.
Può cambiare completamente il tono di una conversazione.

E spesso genera una piccola reazione a catena: sorridi, l’altro sorride, tu percepisci apertura e la conversazione diventa più naturale.

Non devi controllare continuamente la tua faccia

Essere un leader non è trasformarti in un attore.

Se durante una riunione inizi a chiederti continuamente “Come sono i miei occhi? Sto sorridendo abbastanza? Ho la fronte corrugata?”, probabilmente otterrai soltanto l’effetto di sembrare ancora più rigido.

La questione è un’altra: diventare consapevole dell’effetto che produci sugli altri.

Prova a osservarti.

  • Come reagisce il tuo volto quando qualcuno non è d’accordo con te?
  • Che espressione assumi quando un collaboratore ti porta un problema?
  • Quando ascolti qualcuno, il tuo viso comunica interesse oppure impazienza?
  • Quando sei sotto pressione, diventi improvvisamente freddo e inavvicinabile?

Potresti scoprire che alcune espressioni che consideri neutre non vengono percepite affatto come tali.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Essere leader significa anche sapere cosa comunichi senza parlare

Puoi scegliere con attenzione le parole.

Puoi preparare perfettamente una riunione, un feedback o una conversazione difficile.

Ma se mentre l’altro parla alzi gli occhi, irrigidisci il volto, corrughi la fronte o mostri impazienza, il tuo viso potrebbe comunicare qualcosa di molto più forte delle tue parole.

Non significa che devi sorridere sempre.

Ci sono momenti in cui devi essere serio, preoccupato, contrariato. Sarebbe artificiale nasconderlo.

Significa piuttosto essere consapevole che, quando sei leader, le persone cercano segnali anche quando non pensi di mandarli.

Osservano le tue parole.
Ma osservano anche il tuo sguardo, il tuo volto, le tue reazioni.

E da quei piccoli segnali decidono se possono avvicinarsi, parlare, esporsi oppure se è meglio stare alla larga.

La tua espressione facciale, giorno dopo giorno, diventa così una parte del tuo “marchio di fabbrica”.

L’autorevolezza non passa soltanto da ciò che dici. Passa anche da ciò che gli altri leggono sul tuo volto mentre li ascolti.

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