Vuoi un ruolo di leader nella tua azienda ma nessuno te lo propone?

ruolo di leader
Durante una sessione di coaching, ho fatto una domanda semplice-semplice a un responsabile tecnico.

Era molto stimato dal suo team.

Competente.
Affidabile.
Rispettato.

Eppure, profondamente insoddisfatto della sua crescita professionale.

Gli ho chiesto:

“Hai mai espresso apertamente il desiderio di assumere un ruolo di leader?”

Mi ha guardato, quasi sorpreso.

  • “Non proprio. Ma si vede.
    Gestisco progetti, risolvo problemi critici. Sono il primo a entrare e l’ultimo a uscire.
    Ho formato colleghi più giovani. Mi prendo responsabilità che neanche mi spettano.
    Come fanno a non capirlo?”

Poi gli ho chiesto:

“Ne hai mai parlato esplicitamente con il tuo responsabile?”

Ha fatto una pausa.

– “Sì. Durante il colloquio annuale.”

“E cosa hai detto?”

– “Se ho qualcosa da dire? Tutto a posto. Grazie.”

Ed è qui il punto.

Il mondo del lavoro non funziona per implicito

In un mondo ideale, basterebbe essere pronti.

Nella realtà, non basta.

Puoi essere competente.
Affidabile.
Preparato.

Ma se nessuno ti vede come un leader, non verrai considerato tale.

Il problema non è l’ambizione. È l’invisibilità.

Molti professionisti capaci restano fermi non perché manchino di valore, ma perché non comunicano intenzione.

Per prudenza.
Per educazione.
Paura di sembrare arroganti.

E mentre aspettano che qualcuno “capisca” … il ruolo di leader va a qualcun altro.

Spesso meno esperto.
Ma più visibile.

Non è una questione di capacità. È una questione di comunicazione

Molti aspettano di essere notati.
Ma il mondo del lavoro non è un talent show.

Potresti non sentire mai:

“Ecco il tuo momento. Ora tocca a te.”

Se vuoi un ruolo di leadership, devi iniziare a comportarti da leader.

E anche a comunicarlo.

Con chiarezza.
Con intenzione.
Responsabilità.

Sei davvero chiaro su ciò che vuoi?

Molti dicono:

  • “Voglio crescere.”
  • “Voglio più responsabilità.”

Ma queste non sono richieste. Sono aspirazioni vaghe.

Chiediti:

  • Quale ruolo, esattamente, desidero?
  • Voglio coordinare persone?
  • Gestire risorse?
  • Contribuire alla strategia?
  • Quali risultati dimostrano che sono pronto?
  • Quale beneficio concreto avrebbe l’azienda?

Per esempio:

  • “Mi piacerebbe guidare il team X. Negli ultimi mesi ho contribuito a (esempi concreti).
    Ho supportato il gruppo in situazioni complesse e sviluppato una visione operativa chiara.
    Sono pronto ad assumere responsabilità di coordinamento e contribuire alla strategia.”

La chiarezza cambia la percezione.

Chiedi con consapevolezza.
Non solo con ambizione.

Ti stai già comportando come un leader?

Le aziende non promuovono solo il potenziale.

Promuovono chi dimostra leadership nei-fatti.

Questo significa:

  • assumersi responsabilità
  • supportare gli altri
  • prendere decisioni quando serve
  • creare contesto, non solo eseguire compiti

Chiediti:

  • Sono un punto di riferimento per gli altri?
  • Porto soluzioni, non solo problemi?
  • Aiuto gli altri a crescere?
  • Contribuisco oltre il mio ruolo formale?

Non aspettare il titolo.
Spesso, il titolo segue il comportamento.

Se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole, trovi strumenti concreti nei miei libri:

Autorevolezza — NUOVA edizione aggiornata 2025

Prima volta Leader — ideale se hai iniziato da poco a guidare persone

Hai mai espresso apertamente il tuo obiettivo?

Molti evitano questa conversazione per paura di sembrare arroganti.

Il vero rischio è restare invisibili.

Puoi dire, ad esempio:

  • “Sto riflettendo sul mio percorso e sento che il prossimo passo per me è assumere un ruolo di leadership.
    Mi piacerebbe confrontarmi su come prepararmi e contribuire in quella direzione.”

Oppure:

  • “Nel medio termine, il mio obiettivo è crescere verso una posizione di coordinamento.
    Vorrei capire quali competenze sviluppare per arrivarci.”

Non è presunzione.
È orientamento.

Ed è spesso da lì che inizia il cambiamento.

Il tuo capo non legge nella tua mente

La tua professionalità è fondamentale.

Ma non basta, se non è anche visibile.
Leggibile.
Dichiarata.

Chiediti:

  • Sto aspettando che qualcuno mi scelga?
  • O sto costruendo attivamente quella possibilità?

Nessuno ti regalerà un ruolo di leadership.

Ma puoi costruirlo.

Una conversazione alla volta.
Una scelta alla volta.

Non devi fare tutto da solo

Molti arrivano al coaching con frustrazione.
Sentono di non essere stati valorizzati.

Ma spesso non avevano mai espresso chiaramente ciò che volevano.

Serve qualcuno che ti aiuti a:

  • vedere i tuoi punti ciechi
  • rafforzare la tua comunicazione
  • posizionarti in modo credibile

Se vuoi accelerare questo processo, contattami e lavoriamo insieme sulla tua autorevolezza e sulla tua candidatura a un ruolo di leadership.

Anche i grandi leader hanno avuto una guida.

Vuoi un ruolo di leadership? Inizia a costruirlo

Non aspettare che gli altri intuiscano.

Mostrati.
Esprimiti.
Agisci.

Non è arroganza.
È responsabilità.

Perché se non lo chiedi tu, qualcun altro lo farà.

E verrà scelto al posto tuo.

Presentazione del mio libro “Prima volta Leader” all’assemblea annuale ASESC

In occasione dell’Assemblea annuale ASESC 2025 (Associazione Svizzera Esperti in Sviluppo di Carriera) avrò il piacere di presentare il mio libro Prima volta Leadercon cui ci confronteremo sul tema “Leadership e nuove generazioni”.

martedì 20 maggio 2025

ore 18.00

Villa Negroni a Lugano-Vezia

Autorevolezza oggi: non potere, ma influenza

Negli ultimi anni, lavorando come coach con leader e team intergenerazionali, ho sentito frasi sempre più ricorrente:

  • “I giovani non ascoltano”,
  • “Non rispettano le procedure”,
  • “Hanno aspettative irrealistiche.”

Ma questi non sono segnali di superficialità. Sono il riflesso di un cambiamento più profondo: un cambio di paradigma nel modo in cui il lavoro viene vissuto e vissuto con significato.

Le generazioni più giovani non accettano più passivamente modelli che sentono lontani. Chiedono flessibilità, ma anche struttura chiara. Autonomia, ma anche riferimenti autentici.

E lo fa in modo diretto, spesso scomodo

La vera sfida, quindi, non è “gestirli”, ma capire cosa ci stanno dicendo.
E avere il coraggio di ascoltarli.

  • Abbandonare i vecchi modelli basati sul controllo e sulla distanza.
  • Saper dire “non ho tutte le risposte, ma sono disposto a cercarle con voi”.
  • Creare spazi di lavoro in cui sentirsi parte di qualcosa, dove benessere, identità e visione convivano.

Chi accetta questa sfida scopre che la Gen Z non è un problema, ma una risorsa potente.
Oggi non si tratta solo di “adattarsi”, ma di evolvere insieme a loro.

Riprendere il lavoro dopo un periodo di inattività: come prepararsi davvero

riprendere il lavoro
Hai appena vissuto un periodo di pausa professionale?
Stai per rientrare nel mondo del lavoro, ma non ti senti pronto?

Provi tensione.
Ansia.
Distanza.

Come Alessia.

Dopo dieci anni in azienda — una carriera brillante nel settore bancario di Lugano — si è ritrovata disoccupata, a causa di una ristrutturazione improvvisa.

“All’inizio l’ho presa come una pausa.
Mi sono goduta il tempo libero. Ho sistemato casa.

Poi però…

il tempo passava.
E io non lo stavo usando per costruire qualcosa.”

Dopo circa un anno, Alessia trova un nuovo lavoro.

Stesso livello.
Nuovo contesto.
Nuova azienda.

Tutto bene, allora?
Non proprio.

Poco prima di iniziare, emerge una sensazione difficile da spiegare:

“Ho desiderato tanto questo rientro.
Ma ora che ci sono quasi dentro, mi sento spaesata.
Come se il tempo si fosse fermato solo per me…
ma non per il resto del mondo.”

Alessia ha ritrovato il lavoro.
Ma non ancora il suo “posto interiore” nel lavoro.

Ansia.
Pressione.
Dubbio.

Da qui, la decisione di iniziare un percorso di coaching mirato.

Il vero impatto di una pausa professionale

Una pausa prolungata
— causata da una ristrutturazione, una scelta personale o una necessità familiare — lascia spesso un segno più profondo di quanto si immagini.

Riprendere il lavoro? Ci si aspetta di tornare “come prima”.

Ma non sempre accade.

Il contesto è cambiato.
Le persone sono cambiate.
Eh si, anche tu sei cambiato!

Alessia lo descrive così:

“Ho la sensazione di dover dimostrare tutto da capo.
Come se fossi in prova ogni giorno.
Anche se nessuno me lo dice apertamente.”

In questi casi, non è il ruolo a essere sbagliato.

È la transizione a non essere stata ancora elaborata.

Riprendere il lavoro significa accettare che sei cambiato

Potresti non essere più la persona che eri prima.

Forse hai maturato:

  • nuovi valori
  • nuove priorità
  • una diversa idea di equilibrio

E questo può creare attrito.
Non perché sei fuori posto.

Ma perché stai entrando in una nuova fase.

Se ti fermi ad ascoltarti, puoi iniziare a portare nel lavoro chi-sei-oggi.

Non chi-eri-ieri.

Datti il permesso di essere in transizione

È normale sentirsi:

  • arrugginiti
  • vulnerabili
  • temporaneamente insicuri

Non è debolezza.
È un passaggio identitario.

Stai attraversando un ponte tra chi-eri e chi-stai-diventando.

Accettarlo è il primo passo per ritrovare solidità.
Ogni rientro è anche un nuovo inizio.

Non è solo una ripartenza. È un’evoluzione.

Il punto non è cosa è successo.
È come lo integri nella tua storia.

Chiediti:

  • Cosa ho imparato su di me durante questo periodo?
  • Qualcosa è cambiato nei miei valori professionali?
  • Cosa non voglio più tollerare?
  • Cosa desidero costruire ora, in modo diverso?

Una pausa può diventare un vuoto.

Oppure un punto di svolta.

Dipende da come la elabori.
E da come la racconti.

Allenati a raccontarti con una voce nuova

Preparati alle domande che inevitabilmente arriveranno:

  • “Cosa hai fatto durante questo periodo?”
  • “Perché hai lasciato il tuo ultimo lavoro?”

Non servono risposte perfette.
Servono risposte consapevoli.

Non negare la pausa.
Non giustificarla con imbarazzo.

Integrala.

Forse hai studiato.
Riflettuto.
Riorganizzato la tua vita.
Sviluppato resilienza.

Questa è crescita.
Non è un vuoto nel tuo percorso.

È parte del tuo percorso.

Non devi dimostrare. Devi contribuire

Dopo una pausa, molti sentono il bisogno di dimostrare il proprio valore.

Questo crea pressione.
Ansia.
Tensione costante.

Prova invece a spostare il focus.

Non su quanto vali.
Ma su cosa puoi portare.

Il contributo genera sicurezza.
La dimostrazione genera tensione.

Attenzione a come parli a te stesso.

Le parole che usi costruiscono la tua identità.

Se ti dici:

  • “Sono rimasto indietro.”

Ti sentirai indietro.

Se ti dici:

  • “Sto reintegrando le mie competenze.”

Ti comporterai in modo diverso.
Il modo in cui ti racconti è il primo passo per ritrovare solidità.

Non devi affrontare questo passaggio da solo

Riprendere il lavoro dopo una pausa è uno dei momenti più delicati della vita professionale.

Serve chiarezza.
Serve struttura.
Supporto.

Il percorso di coaching mirato
Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile
ti aiuta a ricostruire fiducia, presenza e direzione.

Una pausa non interrompe la tua identità professionale.
La trasforma.
Il vero rischio non è esserti fermato.

È tornare… senza riconoscere chi sei diventato.

Ti hanno promosso ma non ti senti all’altezza? Come superare l’insicurezza del nuovo ruolo

superare l'insicurezza del nuovo ruolo
Ti hanno promosso.

Bene.
Benissimo.

Dovrebbe essere un momento di soddisfazione.
Eppure, nella tua testa, si affollano dubbi.

La notte diventa un vortice di pensieri.
Incertezze. Paure indefinite.

Ti senti bloccato. Inadatto.
Come se avessi “imbrogliato il sistema”.

Superare l’insicurezza del nuovo ruolo?

Senza pensare che … prima o poi qualcuno se ne accorgerà.

Questa è la sindrome dell’impostore.

Un meccanismo psicologico molto più diffuso di quanto pensi.

Colpisce anche — e soprattutto — chi è capace.
Chi è sensibile.
Chi è attento.

Non è un segno di debolezza.

È spesso il segno opposto.

Se ti hanno scelto, non è un caso

I processi di selezione oggi sono lunghi.
Strutturati.
Approfonditi.

Ti hanno osservato.
Valutato.
Messo alla prova.

Hanno analizzato le tue:

  • competenze
  • potenziale
  • attitudine
  • capacità relazionale

Se sei stato promosso o scelto per un nuovo ruolo, è perché credono in te.

Non è fortuna.

È fiducia reale. Basata su elementi concreti.

La trappola mentale dell’impostore

La sindrome dell’impostore ti spinge a minimizzare i tuoi successi.

E a sopravvalutare le difficoltà.

Ti fa dubitare di tutto.
Soprattutto di te stesso.

Ma non è la verità.
È una voce interna.

E se le permetti di guidarti, può sabotarti.

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho dedicato un capitolo intero alla Sindrome dell’Impostore.

Come superare l’insicurezza del nuovo ruolo?

Non eliminando la paura.
Ma imparando a non obbedirle.

Riconosci la voce interiore negativa

Quel continuo “non sei abbastanza” non sei tu.

È solo una parte di te.
Non ha il diritto di guidarti.

Accetta che non sarai perfetto

La perfezione non è una condizione per il successo.
È spesso un ostacolo paralizzante.

Mira al miglior risultato possibile.
Non a quello perfetto.

Hai il diritto di imparare

Nessuno nasce pronto.
Anche i migliori hanno dovuto adattarsi.

Sbagliare.
Crescere.

Concediti questo tempo.

Smetti di pensare che ti “scopriranno”

Non c’è nulla da scoprire.
Non stai fingendo.

Stai evolvendo.

E chi evolve attraversa inevitabilmente l’incertezza.

Non isolarti: chiedi supporto

Non devi dimostrare di sapere tutto.

Il confronto accelera la crescita.
Il silenzio la rallenta.

Usa la paura come energia

La paura può paralizzare.
Oppure può renderti più lucido.

Più attento.
Presente.

Dipende da come-la-usi.

Cambia le domande che ti fai

Non chiederti:

  • “Sarò capace?”

Piuttosto:

“Cosa posso imparare oggi?”

Le domande giuste aprono possibilità.

Quelle sbagliate creano gabbie.

Ricorda i tuoi punti di forza

Scrivi cosa-sai-fare-bene.

Non in modo generico. In modo concreto.
Rileggilo quando il dubbio torna.

Perché tornerà.
E tu sarai pronto.

Non legare il tuo valore ai giudizi degli altri

I giudizi cambiano.
Fluttuano.
Sono instabili.
La tua crescita no.

Concentrati solo su ciò che puoi controllare:

  • la tua presenza
  • le tue decisioni
  • la tua evoluzione

Accetta il disagio iniziale

Ogni nuovo ruolo crea disorientamento.
È normale.

Non è un segnale di inadeguatezza.

È un segnale di espansione.

Fermati. Respira. Guardati indietro

Quante volte hai pensato di non farcela?

E poi ce l’hai fatta.
Questa volta non è diversa.

La verità che pochi dicono

Sei in movimento.

Ogni passo avanti è una conferma.
Non sei un impostore.

Sei una persona che sta diventando più grande del ruolo che occupava prima.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il coaching mirato:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

In definitiva

Non devi dimostrare di meritare il ruolo.
Lo stai già facendo.

Ogni giorno che scegli di restare.
Di imparare.

Di crescere.
È così che nasce un leader.