7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro

errore sul lavoro
Hai commesso un errore sul lavoro.

Preziosa esperienza di apprendimento?
Opportunità di crescita professionale?
Miglioramento in vista del futuro?

Sì. Ma probabilmente non è la prima cosa a cui pensi.

Quando l’errore è importante, arrivano prima il disagio, la preoccupazione e quella domanda che comincia a girarti in testa:

“E adesso cosa faccio?”

L’apprendimento verrà dopo.

Adesso devi capire che cosa è successo e come rimediare.

Hai sbagliato. Prima di recriminare, fermati e ragiona

Quel che è fatto è fatto.

Continuare a ripeterti che sei stato stupido, superficiale o distratto non modifica ciò che è successo.

E soprattutto consuma energie che ti servono per altro.

Questo non significa minimizzare.

Se l’errore sul lavoro è importante, non puoi ignorarlo sperando che si sistemi da solo.

Devi capire che cosa è successo, quali conseguenze può avere e che cosa puoi ancora fare.

Prima di reagire d’impulso, prova allora a porti queste 7 domande.

1. “Che cosa è successo davvero?”

Prima di cercare una soluzione, ricostruisci l’errore.

Dove si è interrotto il processo?
Hai lavorato troppo velocemente?
Ti mancava un’informazione?

Hai dato qualcosa per scontato?
Hai ricevuto un’indicazione poco chiara?
Ti sei fidato di un’informazione senza verificarla?

Oppure conoscevi così bene quel lavoro da aver abbassato l’attenzione?

Non cercare subito un colpevole. Cerca il punto in cui qualcosa ha smesso di funzionare.

Capire la causa dell’errore ti aiuterà sia a correggerlo sia a evitare di ripeterlo.

2. “Chi deve sapere che ho sbagliato?”

È probabilmente una delle domande più scomode.

La tentazione di non dire nulla esiste.

“Magari nessuno se ne accorge.”

“Forse riesco a sistemarlo prima.”

“Perché dovrei espormi inutilmente?”

Non tutti gli errori hanno la stessa gravità e non tutti richiedono di convocare immediatamente gli interessati.

Ma se l’errore può avere conseguenze su un cliente, un collega, una decisione, una scadenza, dei costi o il lavoro di altre persone, nasconderlo può trasformare un problema gestibile in uno molto più serio.

Chiediti allora:

“Se non dico nulla e questa cosa emerge più avanti, quali saranno le conseguenze?”

Se devi comunicarlo, fallo senza costruire una lunga autodifesa.

Spiega che cosa è successo, quali possono essere le conseguenze e che cosa stai facendo per rimediare.

Come sottolineo anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando la questione è delicata è preferibile, quando possibile, metterci la faccia anziché nascondersi dietro una mail.

Ammettere un errore può costarti qualche minuto difficile.
Nasconderlo può costarti molta più credibilità.

3. “Che cosa posso fare adesso per rimediare?”

Una volta ricostruito l’accaduto, sposta l’attenzione sulla soluzione.

Che cosa puoi ancora correggere?
Puoi intervenire da solo?
Devi coinvolgere il tuo capo?

Serve l’aiuto di un collega o di uno specialista?
Bisogna fermare temporaneamente un’attività?
C’è qualcuno che deve essere avvisato immediatamente?

Non limitarti a presentare il problema. Quando puoi, porta anche una proposta per affrontarlo.

Non sempre avrai già la soluzione.

Ma presentarti dicendo:

“È successo questo. Ho verificato queste conseguenze. Vedo queste due possibilità.”

è molto diverso dal limitarti a:

“Abbiamo un problema.”

4. “Devo chiedere scusa? E a chi?”

Gli errori capitano.

Ma se il tuo errore ha creato un problema concreto a qualcuno, una semplice correzione tecnica potrebbe non bastare.

Potresti dover chiedere scusa.

A un cliente.
A un collega.
Al tuo capo.
A un collaboratore che ha dovuto rimediare al tuo posto.

Non servono grandi dichiarazioni.

“Ho sbagliato questa valutazione e ti ho creato un problema. Mi dispiace.”

Poi spiega che cosa stai facendo per sistemare la situazione.

Una buona scusa riconosce la propria parte di responsabilità senza trasformarsi in una lunga serie di giustificazioni.

Se vuoi approfondire questo passaggio e più in generale la gestione dell’errore, puoi leggere anche “8 cose da fare dopo un errore o un fallimento”.

5. “Che cosa devo cambiare perché non succeda di nuovo?”

Rimediare è necessario.

Ma se tutto finisce lì, hai risolto soltanto il problema di oggi.

La domanda successiva è:

“Che cosa devo modificare nel mio modo di lavorare?”

A volte basta poco:

  • introdurre un doppio controllo;
  • modificare un passaggio della procedura;
  • chiedere una conferma prima di procedere;
  • inserire un promemoria;
  • evitare di svolgere quel compito quando sei di fretta o continuamente interrotto.

La soluzione migliore non è necessariamente la più sofisticata.

Deve essere abbastanza semplice da diventare parte del tuo modo di lavorare.

6. “Come posso ricostruire la fiducia?”

Non tutti gli errori compromettono la fiducia.

Ma alcuni sì.

Soprattutto quando hanno avuto conseguenze importanti oppure quando altre persone si sono dovute assumere il peso del tuo sbaglio.

In questi casi non basta dire:

“Non succederà più.”

Devi dimostrarlo.

Per esempio:

“Ho sbagliato perché non ho verificato quei documenti. Da oggi, prima dell’invio, farò un secondo controllo e per le prossime consegne coinvolgerò anche…”

La fiducia non si ricostruisce promettendo di non sbagliare più. Si ricostruisce mostrando che hai capito perché hai sbagliato e che cosa farai diversamente.

Poi servono i fatti.

E quelli richiedono tempo.

7. “Che cosa posso imparare da questo errore?”

Solo adesso arriviamo all’apprendimento.

Quando l’urgenza è passata e hai fatto ciò che potevi per rimediare, vale la pena tornare sull’accaduto.

Non per tormentarti ancora.
Per capire.

Forse hai scoperto che sotto pressione tendi ad accelerare troppo.

Che ti fidi facilmente di informazioni non verificate.
Che quando conosci molto bene un’attività smetti di controllarla con la stessa attenzione.
Che chiedi chiarimenti troppo tardi.

Che hai bisogno di verificare un progetto quando è ancora a metà percorso, non soltanto quando è ormai concluso.

Un errore diventa realmente utile quando modifica qualcosa nel tuo comportamento successivo.

Imparare da un errore non significa trovare qualcosa di positivo in ciò che è successo.
Significa evitare che sia successo inutilmente.

Dopo un errore serve responsabilità, non autoflagellazione

Hai sbagliato.

Può essere spiacevole.
Può avere conseguenze.
Potresti anche ricevere una critica o dover affrontare una conversazione che avresti volentieri evitato.

Ma continuare a colpevolizzarti non ripara nulla.

Quello che puoi fare è assumerti la tua parte di responsabilità e chiederti:

  • che cosa è successo?
  • chi deve saperlo?
  • come posso rimediare?
  • devo chiedere scusa?
  • che cosa devo cambiare?
  • come posso ricostruire la fiducia?
  • che cosa posso imparare?

Queste sono le domande che ti permettono di passare dall’errore alla risposta.

Perché un errore sul lavoro non dimostra necessariamente quanto sei competente.

Il modo in cui reagisci dopo aver sbagliato, invece, può dire molto del professionista che sei.

5 occasioni quando puoi accontentarti di “buono” piuttosto che “perfetto”

perfezione al lavoro
Tutti vogliamo fare bene il nostro lavoro.

Essere professionali, precisi, affidabili.

Ma c’è una differenza tra ricercare la qualità e inseguire ogni dettaglio fino a quando un lavoro diventa quasi impossibile da considerare concluso.

Puoi sempre correggere qualcosa, aggiungere un particolare, trovare una parola migliore.

La domanda è:

“Quello che sto facendo migliora davvero il risultato?”

Perché ci sono situazioni in cui fermarsi a un lavoro buono non significa lavorare male. Significa capire che, per quello che serve, è già abbastanza buono.

Ecco 5 occasioni in cui vale la pena ricordarselo.

1. Quando il tempo conta quanto la qualità

Non tutti i lavori richiedono lo stesso livello di precisione.

Una bozza da discutere con il team non ha bisogno della stessa rifinitura di un documento definitivo destinato a un cliente.

Se il tuo capo aspetta un aggiornamento o una riunione serve proprio a discutere un lavoro ancora in corso, continuare a perfezionare ogni dettaglio può diventare controproducente.

La qualità consiste anche nel capire dove vale davvero la pena investire tempo e attenzione.

2. Quando la perfezione al lavoro comincia a pesare sulle relazioni

Avere standard elevati è una qualità.

Il problema nasce quando pretendi che anche gli altri lavorino esattamente secondo i tuoi standard.

Un collega consegna un buon lavoro e tu vedi immediatamente le tre cose che avrebbe potuto fare meglio.

Un collaboratore raggiunge l’obiettivo e tu ti concentri sul particolare che non ti convince.

Non significa accettare superficialità o lavori fatti male.

Significa distinguere un problema reale da qualcosa che semplicemente non corrisponde al tuo modo ideale di fare le cose.

Non tutto ciò che potrebbe essere migliorato deve necessariamente essere corretto.

3. Quando l’ambiente è già sotto forte pressione

Scadenze, problemi, clienti impazienti, carichi di lavoro elevati.

Quando la tensione è già alta, pretendere che ogni particolare sia impeccabile può aggiungere pressione senza migliorare davvero il risultato.

Chiediti allora:

“Questo livello di precisione è davvero necessario oppure sto facendo fatica ad accettare qualcosa di meno della perfezione?”

In alcuni momenti serve il massimo livello di attenzione.

In altri serve soprattutto andare avanti bene.

4. Quando gli altri ti stanno dicendo che il lavoro è già buono

Hai quasi terminato.

Poi riguardi il lavoro e trovi qualcosa da modificare. Lo riguardi ancora e trovi qualcos’altro.

Nel frattempo persone competenti continuano a dirti:

“Va bene così.”

Vale almeno la pena ascoltarle.

Quando sei troppo coinvolto in qualcosa, puoi perdere la distanza necessaria per valutarlo.

A forza di cercare ciò che manca, rischi di non vedere più ciò che funziona.

Prima dell’ennesima modifica, chiediti:

  • sto correggendo un problema reale?
  • questa modifica migliorerà concretamente il risultato?
  • il destinatario noterà davvero la differenza?
  • oppure faccio semplicemente fatica a considerare il lavoro concluso?

5. Quando continuare a perfezionare non aggiunge più valore

All’inizio, il tempo che dedichi a un lavoro può migliorarlo molto.

Rileggi una mail cinque volte.
Sposti ancora un elemento nella presentazione.
Ritocchi un documento che aveva già raggiunto il suo obiettivo.

Continui a investire tempo, ma il risultato cambia pochissimo.

Il perfezionismo diventa inefficiente quando il tempo che continui a investire vale più del miglioramento che riesci ancora a ottenere.

E mentre perfezioni quel lavoro, tutto il resto aspetta.

Non devi lavorare peggio. Devi scegliere meglio dove lavorare al massimo

Accontentarsi di “buono” non significa diventare superficiali.

Ci sono attività nelle quali precisione e controllo sono imprescindibili. Altre nelle quali un risultato buono, affidabile e consegnato al momento giusto è esattamente ciò che serve.

Il problema nasce quando non riesci a considerare concluso qualcosa che potrebbe ancora essere migliorato.

Se questa ricerca della perfezione al lavoro ti accompagna spesso nel lavoro, puoi approfondire il tema in “7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro”.

Prima dell’ennesima correzione, prova allora a chiederti:

“Farlo ancora meglio, in questo momento, serve davvero?”

Il miglior risultato possibile non è sempre quello più vicino alla perfezione.
È quello adeguato a ciò che conta davvero.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 2

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Leggi anche la parte 1.

6. Non sprecano tempo per preoccuparsi

Le donne sicure sanno che il tempo è prezioso,
quindi non si crogiolano su “cosa-se“,
solo-se” o “cosa-sarebbe-stato“.

Non perdono tempo preoccupandosi di cose che non possono controllare.
Si concentrano solo su ciò che sono in grado di risolvere.
Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione.
E lasciano scivolare tutto il resto.

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Hanno sperimentato che possono gestire soltanto la propria reazione,
il proprio atteggiamento.

Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi,
si concentrano sulle prossime azioni da intraprendere.

Le donne sicure sanno che pensando tanto al lavoro,
si ha spesso la sensazione di padroneggiare la nostra ansia e di riuscire a risolvere un problema.

In realtà è proprio questa percezione che ci impedisce di “chiudere” con le preoccupazioni.
Le donne determinate sanno che chi rimugina continuamente non raggiunge mai la soluzione del problema.

7. Non si fanno bloccare dalla paura

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

La paura può diventare prudenza, accortezza e riflessione.
E questo (spesso) può essere un bene.
Può evitare capitomboli.

Le donne sicure sanno che sperare che il problema si risolva da solo,
oppure essere frenati dalla paura di sbagliare (o di venir giudicato dagli altri)…
è veramente il peggiore degli errori!

Decidere, anche sbagliando,
spesso è comunque sempre meglio che non decidere.
Le persone che non commettono errori generalmente non fanno nulla e non raggiungono niente.

8. Non mascherano la fiducia con la supponenza

Sentirci non abbastanza è sufficiente per farci girare la testa,
per diventare esitanti e incerti,
perdere fede nelle nostre capacità,
smarrire l’autostima.

 


 

Le donne insicure mascherano spesso le loro debolezze con la sfacciataggine.
L’arroganza è una compensazione per la mancanza di fiducia in sé.

Le donne (davvero) sicure di se stesse sanno che è importante evitare di nascondere, celare, velare
ma costruire giorno-per-giorno una sicurezza reale, tangibile, concreta.
Inattaccabile.

9. Non vedono i fallimenti come sconfitte

In realtà,
riconoscono che ci sono sempre punti di apprendimento sulla strada del successo.
La facilità con cui recuperano permette a queste donne determinate di continuare a progredire verso i propri obiettivi.

Le donne di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare,
fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato,
cosa dovremo fare di diverso la prossima volta.
Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.

Le donne che più ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade,
ma quante volte ci si rialza.

10. Non basano il proprio valore sulla percezione di altre persone

Le donne sicure vedendo la “vita attiva” di altre persone sui social non si sentono inferiori.

Probabilmente non avranno 2000 amici di Facebook e una marea di ammiratori su Instagram,
ma sanno che la cosa importante è il contenuto,
non i numeri.

Valutano l’autenticità e vogliono solo amici con i quali condividere una connessione profonda.

Amano le conversazioni impegnative pur sapendo che non portano alla popolarità.
Ma non importa.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Qualità anziché quantità.

Queste donne sicure amano i loro amici e la loro famiglia,
ma sanno che è importante avere il tempo per se stesse,
dove possono esplorare la crescita personale e prendere tempo per ritrovarsi.

Non trovano il silenzio scomodo.
Anzi,
il silenzio le ricarica.

Le donne sicure sono anche arroganti e sfrontate?

Purtroppo,
questo è un timore di molte donne.

Si può mostrare sicurezza di sé ma anche comprensione e femminilità,
pur avendo una posizione lavorativa di responsabilità,
gestendo team e budget importanti.

Anche la donna può essere assertiva senza aver paura della propria femminilità:
essere sexy e femminile non è l’antitesi dell’essere una donna indipendente,
libera e di potere.

Determinato “non è l’opposto di timido”.
Una donna può avere qualsiasi tipo di personalità e ancora essere autosufficiente e coraggiosa.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 1

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Se pensi sia tutta una questione di bellezza,
di attrattiva fisica,
beh, ti sbagli!

Le donne sicure vanno-oltre.

Quando entrano in una stanza, te ne accorgi subito,
si portano dietro quest’aurea di fascino, grazia e determinazione,
di successo.
Sono memorabili.

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Prendono decisioni con accuratezza,
ma una volta che hanno deciso,
lo hanno fatto davvero.
Non le vedrete titubare.
L’esitazione non fa parte del loro processo.

Sanno cosa stanno facendo e perché lo fanno,
in ogni momento.

Se anche tu vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita,
è senz’altro utile sapere cosa-fanno le donne di successo.
Altrettanto importante è conoscere cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le donne che più ammiri non-fanno:

1. Rifiutano l’immagine della donna perfetta imposta dai media

Le donne sicure rifiutano le tendenze.
Non lasciano che i media dettino il loro aspetto fisico e i loro comportamenti.
Non si fanno imporre da spettacoli televisivi e fiction come parlare e come essere cool.

Difficilmente si conformano a qualcosa.
Sanno adattarsi finemente alle proprie esigenze e preferenze.
Si concentrano solo su ciò che vogliono.

Queste donne sono sicure nelle loro scelte di stile di vita,
di carriera, di sposarsi, di avere una famiglia o meno.

E non hanno paura di chiedere quello che vogliono.

2. Non reprimono i sentimenti

Le donne sicure sanno che l’istinto è l’alleato più forte nel processo decisionale.
Ascoltano la loro voce interiore come un amico di fiducia.

Se vogliono dirti qualcosa,
te lo faranno sapere,
stanne certo.

Sanno che il modo più veloce per ottenere qualcosa è …
l’onestà.

 


 

3. Le donne sicure non spettegolano

Spettegolare a volte può essere salutare perché stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero.
Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo.

I pettegolezzi e il gossip diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati,
con un’escalation dei toni e della forma,
o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Le donne sicure non parlano di altre donne,
hanno di meglio da fare che sparlare di altre persone.

Parlano piuttosto dei loro sogni,
dei loro obiettivi, dei loro piani,
e delle loro aspirazioni.

Non perdono tempo in gossip.
Le donne di successo evitano di farsi coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i loro rapporti interpersonali o di trovarsi in situazioni spiacevoli.

4. Non hanno paura dell’imperfezione

Meglio un diamante con un’imperfezione che un sasso senza.
Confucio

Le donne sicure sanno che l’equilibrio è tutto,
e che bisogna prendersi cura di se stesse.

Ricercano (costantemente) un sano equilibrio tra lavoro e vita privata e prendono tempo per mangiare bene.

Vogliono arrivare in palestra in orario,
ma sanno che il mondo non finirà, anche se … arriva un imprevisto sul lavoro,
o si concedono un gelato occasionale.

Le donne sicure sono ben consce del valore di una buona prima impressione,
ma conoscendo anche l’importanza del tempo, sanno che talvolta comporta …
niente-trucco e pantaloni da tuta.

Senza fare drammi!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Non cercano di soddisfare le aspettative degli altri

Una donna determinata non ha bisogno di continue approvazioni esterne.

Non han bisogno di accontentare tutti,
in ogni momento.

Non ha paura di dire di “no” o spiegare “perché”.

Si sforza di essere gentile e leale,
sapendo anche che è impossibile compiacere tutti.
Non si sconvolge se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

Continua a leggere la parte 2.

7 ragioni perché farai molta fatica a trovare lavoro – anche con un buon CV

trovare un lavoro
Se cerchi lavoro già da un po’, è comprensibile sentirti frustrato, scoraggiato e qualche volta anche confuso.

Mandi candidature.
Aspetti.
Ricevi poche risposte.
Arrivi a qualche colloquio,
ma poi non succede nulla.

Naturalmente non dipende tutto da te.

Il settore può essere in difficoltà, la concorrenza alta, le opportunità poche.

Ma ci sono anche modi di affrontare la ricerca che possono ridurre ulteriormente le tue possibilità, persino quando hai un buon CV, competenze ed esperienza.

Eccone 7.

1. Sei diventato troppo negativo

Dopo molti rifiuti è facile diventare pessimisti.

Il problema non è avere momenti di sconforto. È lasciare che frustrazione, amarezza e sfiducia entrino stabilmente nel modo in cui ti presenti.

Durante un colloquio si possono percepire nel tono, nelle risposte, nel modo in cui parli delle precedenti esperienze o dei datori di lavoro.

Non devi fingerti entusiasta quando non lo sei.

Devi però evitare che la tua delusione diventi il messaggio principale che trasmetti.

Puoi essere stanco della ricerca senza presentarti come qualcuno che ha smesso di credere nel proprio valore.

2. Non sai esattamente che cosa stai cercando

“Cerco un lavoro. Sono aperto a tutto.”

Lo sento spesso.

Può sembrare un modo per aumentare le possibilità. Qualche volta produce l’effetto contrario.

Se non sai verso quali ruoli, settori o aziende orientarti, diventa difficile capire quali competenze valorizzare, quali offerte selezionare e come presentarti.

Essere flessibili non significa essere senza direzione.

Puoi avere più possibilità aperte, ma dovresti riuscire a rispondere almeno a queste domande:

  • Quali lavori posso realisticamente svolgere?
  • Quali competenze posso offrire?
  • Dove possono avere maggior valore?
  • Su quali opportunità voglio concentrare maggiormente le mie energie?

Cambiare lavoro è una scelta importante — e va preparata bene.

Questo percorso di coaching ti guida a chiarire cosa vuoi davvero e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”.

3. Valuti così tanto che finisci per non muoverti

“Sì, ma non è quello che cercavo.”
“Sì, ma è un po’ lontano.”
“Ok, ma è un contratto a termine.”
“Ma ho sentito dire che…”

Valutare un’opportunità è giusto.

Ma se sei senza lavoro da tempo, può essere necessario distinguere ciò che per te è davvero irrinunciabile da ciò che sarebbe semplicemente preferibile.

Questo non significa accettare qualsiasi lavoro.

Significa evitare di scartare troppo presto un’opportunità di rientrare nel mercato, acquisire esperienza, creare contatti o aprire una strada che oggi non riesci ancora a vedere.

Essere selettivi è utile.
Diventa un problema quando la selezione impedisce qualsiasi movimento.

4. Mandi una candidatura e poi aspetti

Invii il dossier.
Aspetti.
Arriva il colloquio.
Aspetti ancora.

Ti sembra sia andato bene e aspetti la decisione.

Nel frattempo possono passare settimane.

Una selezione promettente non non vuol dire che stai per trovare un lavoro.

Continua quindi a candidarti, coltivare contatti e cercare altre opportunità anche quando una possibilità sembra concreta.

Finché non hai una proposta definita, la ricerca continua.

5. Sei troppo passivo

Cercare lavoro non significa soltanto rispondere agli annunci.

Se utilizzi sempre lo stesso canale e aspetti che compaia l’offerta giusta, rischi di vedere soltanto una parte delle opportunità.

Serve continuità.

Candidature mirate, contatti, aziende da seguire, persone da ricontattare, annunci da monitorare, autocandidature quando hanno senso.

Non devi passare l’intera giornata a trovare un lavoro.

Devi però evitare che la ricerca dipenda dall’umore o dall’ispirazione del momento.

Una buona ricerca ha bisogno anche di metodo e regolarità.

6. Guardi soltanto ciò che vuoi tu e poco ciò che cerca il mercato

Tu hai esigenze legittime.

Vuoi un certo stipendio, determinate condizioni, magari un contratto stabile, una distanza ragionevole da casa.

Ma anche il datore di lavoro ha un problema da risolvere.

Ha bisogno di una competenza, di coprire una funzione, alleggerire un team, sostituire qualcuno, sviluppare un’attività.

Una candidatura diventa più convincente quando riesce a collegare le due cose:

“Ecco quello che so fare e perché potrebbe essere utile a voi.”

Questo non significa rinunciare alle tue esigenze.

Significa ricordare che trovare lavoro richiede un incontro tra ciò che cerchi tu e ciò per cui qualcuno è disposto ad assumerti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

7. Mandi la stessa candidatura a tutti

Personalizzare richiede tempo.

Per questo è forte la tentazione di preparare un buon CV e una buona lettera e utilizzarli per ogni candidatura.

Ma un dossier può essere ottimo in generale e poco efficace per quella specifica posizione.

Ogni offerta mette l’accento su esigenze diverse.

Se hai esperienza in dieci attività, non significa che tutte e dieci debbano avere lo stesso peso in ogni candidatura.

Personalizzare non significa reinventare ogni volta il tuo CV.
Significa far emergere ciò che è più pertinente per quella posizione.

Se su questo punto tendi a rimandare, puoi leggere anche “5 scuse comode comode per non personalizzare la candidatura”.

Un buon CV è importante. Ma non cerca lavoro al posto tuo

Puoi avere competenze, esperienza e un dossier ben costruito e continuare comunque a fare fatica.

Perché la ricerca non dipende soltanto dal documento che invii.

Conta dove cerchi, cosa cerchi, come ti presenti, quanto sei costante e come reagisci quando le risposte tardano ad arrivare.

Naturalmente puoi fare tutto bene e non trovare un lavoro. Ci sono fattori che non controlli.

Ma vale la pena intervenire su quelli che puoi controllare.

Il CV può aprirti una porta.
Il modo in cui conduci la ricerca aumenta le possibilità di trovarne una aperta.

Nuovo team leader? 12 suggerimenti per partire con il piede giusto

nuovo team leader
Sei il nuovo team leader?

Bene.

Allora partiamo da qui.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” (dedicato a chi entra per la prima volta nel mondo della leadership),
non importa dove andrai:

  • una startup innovativa
  • un’azienda familiare
  • una multinazionale

il tuo approccio iniziale farà la differenza.
Tra successo… e fallimento.

“Chi ben comincia…”

I primi giorni contano (molto più di quanto pensi)

Sarai stimolato.
Entusiasta.

Ma anche sotto pressione.

Davanti a te:

  • opportunità
  • difficoltà
  • aspettative

E tutto inizia… dal primo giorno.

Se stai già pensando a come spendere il nuovo stipendio, fermati un attimo.

Una falsa partenza può bruciarti in pochissimo tempo.

Essere leader è un viaggio.
Non solo un ruolo.

Ecco 12 suggerimenti per iniziare bene.

1. Non devi dimostrare (immediatamente) quello che sai

Lo hai già fatto nel processo di selezione.

Adesso devi dimostrare:
quanto sei capace di imparare.

2. Lo stress che senti, lo sentono anche gli altri

Il tuo arrivo di nuovo team leader … crea movimento.

Le persone si chiedono:

  • “Cosa cambierà?”
  • “Cosa succederà al mio ruolo?”

Un po’ di tensione è normale.
Anche utile.

Se puoi rassicurare… fallo.

Ma senza promettere ciò che non puoi mantenere.

3. Impara i nomi (il prima possibile)

In un periodo in cui si parla tanto di team building,
troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole sentirsi
unica e speciale.

Non è solo educazione.

È leadership.

Usare il nome di una persona:

  • crea connessione
  • mostra rispetto
  • riconosce valore

E costruisce relazione.

4. Evita giudizi affrettati

“I pregiudizi sono la più grande barriera alla comunicazione.”
Carl Rogers

Attenzione.

Le etichette che metti agli altri…
influenzano il tuo comportamento.

E il loro.
E spesso diventano profezie che si auto-avverano.

5. Non credere a tutto quello che senti

Succede sempre all’arrivo del nuovo team leader.

C’è chi:

  • vuole piacerti
  • vuole influenzarti
  • metterti alla prova

Ognuno ha un motivo per “aiutarti”.
Sta a te capire quale.

6. Non fare il “so-tutto-io

Sei stato scelto perché sei bravo.
Ok.

Ma attenzione.
Se vuoi dimostrarlo subito… rischi di perdere credibilità.

Osserva.
Ascolta.
Capisci.

Poi agisci.

Se saprai resistere alla tentazione di impressionare,
i risultati saranno potenti.

7. Usa “noi”, non “io”

Fin da subito.
Crea squadra.

Includi tutti:

  • chi lavora con te ogni giorno
  • chi vedi una volta a settimana

Il senso di appartenenza nasce così, evitando di creare differenze e favoritismi tra i collaboratori.

8. Esci dall’ufficio

È un modo per far capire che-ci-sei.
Con loro.

In prima linea.

Non chiuso in ufficio,
ma accessibile e disponibile.
Fatti vedere.

Ogni giorno.

  • passa tra le persone
  • fai domande
  • ascolta

Le domande ti rendono autorevole.
Le risposte (spesso) arrivano dopo.

9. Rileggi sempre le mail

Sembra banale.
Non lo è.

Prima di inviare:

  • rileggi
  • controlla
  • rallenta

Se puoi, aspetta.

Rileggere con “occhi nuovi” cambia tutto.

Chiediti:

  • è chiara?
  • può essere fraintesa?
  • come la riceverei io?

10. Ascolta il tuo istinto

L’istinto arriva prima.
Sempre.

Fai silenzio.

Annota le sensazioni:

  • sulle persone
  • sulle dinamiche
  • sull’ambiente

Ti tornerà utile.
Un giorno.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
gli inchini e i salamelecchi che …

accompagnano il tuo arrivo.

11. Se vuoi sentirti grande vuol dire che sei (ancora) piccolo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, se senti il bisogno di:

  • mostrarti superiore
  • parlare dei tuoi successi
  • impressionare

Fermati!

Muoviti con fiducia.
Non con arroganza.

Fai parlare i fatti.

12. Le relazioni contano (più di quanto credi)

Sei stato scelto per competenze tecniche.

Ma resterai per le competenze relazionali.

All’inizio concentrati su 3 cose:

  • presentarti
  • ascoltare
  • costruire relazioni

Conosci le persone.
Non i ruoli.

Devi sistemare tutto subito?

No, non devi cambiare tutto subito.

Neanche dimostrare tutto subito.

Devi costruire.
E la costruzione… richiede tempo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

In sintesi

Essere un nuovo team leader non significa “partire forte”.

Significa:
partire bene.

Con attenzione.
Con equilibrio.
Intelligenza relazionale.

Il tuo ruolo ti è stato assegnato.

La tua autorevolezza… no.

Quella la costruisci.

Giorno dopo giorno.
Conversazione dopo conversazione.

10 frasi killer da non pronunciare davanti al tuo capo

frasi da non dire al capo
Nel rapporto con il capo, le parole contano.

Non perché esistano frasi da non dire al capo o perché tu debba pesare ossessivamente ogni parola.

Ma alcune espressioni, dette magari senza pensarci, possono trasmettere qualcosa di molto diverso da ciò che volevi comunicare.

Rigidità.
Passività.
Lamentela.
Scarico di responsabilità.

E alla lunga possono complicare il rapporto professionale.

Il problema non è soltanto quello che dici al tuo capo.
È quello che le tue parole fanno pensare di te.

Ecco 10 frasi da non dire al capo — e soprattutto come potresti dirle meglio.

1. “È un problema”

Certo che puoi dirlo, se un problema esiste.

Il punto è non fermarti alla segnalazione.

Arrivare dal capo continuamente con problemi, ostacoli e difficoltà senza aver pensato almeno a una possibile soluzione rischia di farti apparire passivo.

Meglio:

“È emersa questa difficoltà. Vedo due possibilità per affrontarla…”

Non devi avere sempre la risposta. Ma dimostrare di aver già ragionato sul passo successivo fa una grande differenza.

2. “Non posso”

A volte non puoi davvero. E devi poterlo dire.

Ma un “non posso” secco chiude la conversazione.

Se il problema è il tempo, le risorse o il carico di lavoro, rendilo esplicito:

“Per domani non riesco a completarlo mantenendo la qualità necessaria. Posso consegnarlo giovedì oppure anticiparlo se spostiamo quest’altra priorità.”

Non stai dicendo sì a tutto.

Stai trasformando un limite in una proposta.

3. “Sono stanco morto, sai nel weekend…”

Puoi avere un buon rapporto con il tuo capo e parlare tranquillamente della tua vita privata.

Il problema nasce quando le vicende personali diventano continuamente la spiegazione di ritardi, errori o prestazioni insufficienti.

Un conto è raccontare il weekend.

Un altro è utilizzarlo per giustificare sistematicamente ciò che succede durante il lavoro.

4. “Ho bisogno di un aumento”

Puoi avere assolutamente bisogno di un aumento.

Ma se vuoi negoziarlo, il tuo bisogno personale non è l’argomento più forte.

Meglio parlare di responsabilità aumentate, risultati raggiunti, competenze acquisite, valore portato e livello retributivo della posizione.

Non:

“Ho bisogno di guadagnare di più.”

Piuttosto:

“Vorrei confrontarmi sull’evoluzione del mio ruolo e sul relativo riconoscimento economico.”

5. “Non mi piace lavorare con Letizia”

Il tuo capo deve conoscere un conflitto quando sta compromettendo il lavoro.

Ma c’è differenza tra portargli un problema professionale e coinvolgerlo continuamente nelle antipatie personali.

Non limitarti a frasi da non dire al capo tipo:

“Con Letizia è impossibile lavorare.”

Spiega invece:

  • che cosa sta succedendo;
  • quale effetto produce sul lavoro;
  • che cosa hai già provato a fare;
  • quale supporto chiedi al tuo capo.

Porta fatti e comportamenti, non giudizi sulla persona.

6. “Non è il mio lavoro”

Forse hai ragione.

Ma detta così suona facilmente come:

“Non mi interessa. Arrangiati.”

Se una richiesta esce realmente dal tuo ruolo o sta diventando sistematica, affronta la questione.

“Posso occuparmene questa volta. Vorrei però capire se questa attività entrerà stabilmente nelle mie responsabilità.”

Mettere un confine non significa essere poco collaborativi.

7. “Non posso farlo ora, ho altre priorità”

Anche questa frase può essere perfettamente legittima.

Il problema è stabilire unilateralmente che ciò che ti sta chiedendo il capo viene dopo tutto il resto.

Meglio:

“In questo momento sto lavorando su A e B, entrambi in scadenza. Se inseriamo anche questo, quale preferisci che consideri prioritario?”

Così non subisci tutto e non rifiuti tutto.

Chiedi di definire le priorità.

8. “Non mi avevi detto di fare così”

Magari è vero.

Ma se la pronunci soltanto per dimostrare che la colpa è del capo, la conversazione si sposta immediatamente dal problema alla ricerca del responsabile.

Meglio chiarire i fatti:

“Io avevo compreso che dovessimo procedere in questo modo. Evidentemente c’è stato un fraintendimento. Vediamo come correggerlo.”

Poi, se l’indicazione iniziale era effettivamente diversa, è giusto farlo presente.

Assumersi le proprie responsabilità non significa assumersi anche quelle degli altri.

9. “Il vecchio capo non faceva così”

Forse il vecchio capo faceva davvero meglio alcune cose.

Ma il confronto diretto raramente aiuta quello nuovo ad ascoltarti.

Se il vecchio metodo aveva dei vantaggi, parla di quelli:

“Prima utilizzavamo questa procedura e funzionava bene soprattutto per questo motivo. Potrebbe essere utile recuperare qualche elemento?”

Stesso messaggio.
Molto meno antagonismo.


Vuoi potenziare la tua assertività anche con il capo?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

10. “Ma questa cosa dove la trovo?”

Non devi sapere tutto e chiedere aiuto non è incompetenza.

Ma prima di interrompere continuamente il tuo capo per informazioni facilmente reperibili, prova a cercare autonomamente.

Se non trovi la risposta, chiedi.

La differenza è semplice:

“Dove trovo questa cosa?”

oppure:

“Ho controllato qui e qui ma non sono riuscito a trovarla. Sai indicarmi dove posso recuperarla?”

La seconda frase comunica iniziativa.

Non devi avere paura di parlare con il tuo capo

Questo è il punto più importante.

L’obiettivo non è diventare prudente al punto da controllare ogni frase, annuire sempre o evitare qualsiasi disaccordo.

Anzi.

Puoi dire no,
segnalare un errore,
contestare una decisione,
chiedere un aumento,
mettere un confine o
dire che non sei d’accordo.

Conta come lo fai.

Essere professionali con il proprio capo non significa essere sempre d’accordo.
Significa saper esprimere anche il disaccordo senza trasformarlo in uno scontro.

Se vuoi lavorare più in generale sulla relazione, puoi leggere anche “Vuoi migliorare il rapporto con il tuo capo? Ecco 9 azioni tanto semplici quanto potenti”.

E se il problema non è una singola frase, ma un rapporto complesso che ormai ti mette continuamente in difficoltà:

Scopri il mio breve percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” e ritrova equilibrio, lucidità e strategie concrete per affrontare la situazione.

8 spunti per aumentare l’autorevolezza della tua voce (così tutti ascolteranno)

autorevolezza della voce

“Oggi il segreto della leadership di successo è l’autorevolezza,
non l’autorità.”

Ken Blanchard

Autorevolezza al lavoro: la voce conta più di quanto pensi.

Apparire più autorevoli al lavoro non significa fare il bullo o il dittatore.

Se inizi a impartire ordini ai tuoi amici,
ti ritroverai presto… da solo.

Detto questo,
se qualcuno — un collaboratore, un collega, perfino un amico —
non rispetta i tuoi confini,

hai tutto il diritto di usare un tono deciso
per dirgli di fermarsi
e di considerare i tuoi limiti.

Alza di una tacca l’autorevolezza della voce

Se la tua voce suona autorevole,
gli altri ascoltano più facilmente ciò che hai da dire.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” (nuova edizione 2025),
le ricerche mostrano una forte correlazione tra potere e tono di voce.

Le persone in posizioni di alto livello parlano diversamente.
E l’autorevolezza si percepisce anche solo dal suono della voce.

Attenzione però:

la voce che senti nella tua testa
può essere molto diversa da quella che sentono gli altri.

Prova a registrarti durante una conversazione…
e non sorprenderti se la mascella ti cade a terra.

Sì.
Quella voce monotona e scontata…
potrebbe essere proprio la tua!

8 spunti per rendere la tua voce più autorevole
(così, sì: adesso ti ascoltano)

1. Rilassati, se vuoi autorevolezza nella voce

Inizia dalla postura.

Per migliorare la voce devi ridurre la tensione nel corpo:
spalle, collo, mascella, viso.

Rilassati.
Lascia che tutto il corpo partecipi.

Distribuisci il peso in modo uniforme sui piedi
e senti il contatto con il suolo.

Il tono della tua voce è il primo passo per costruire fiducia.

2. Usa più risonanza toracica

Per “suonare” sicuro devi respirare meglio.

Molte persone parlano in modo esitante
non per un problema linguistico,
ma perché respirano male.

Respiri corti = frasi spezzate = insicurezza.

La risonanza toracica produce una voce:
profonda, stabile, adulta.

La voce autorevole parla con il diaframma.

3. Abbassa il tono alla fine delle frasi

La fine della frase è cruciale.

Se il tono sale,
sembra che tu stia facendo una domanda.

Risultato?
Credibilità minata.

Peggio ancora se stai dando indicazioni:
sembri incerto, in cerca di approvazione.

Regola semplice:
il tono che scende con decisione
è quello delle affermazioni e dei comandi.

4. Alzati in piedi quando parli al telefono

La voce è corpo.

In piedi hai più energia
che seduto, afflosciato sulla sedia.

I polmoni si espandono meglio.
L’aria circola.
La voce si potenzia.

Sì, può sembrare esagerato.
Ma per una telefonata importante funziona.

5. Parla più lentamente. E un po’ più forte.

Parliamo tutti troppo velocemente.

Crediamo che così manterremo l’attenzione.
Non è vero.

Scandisci le parole.
Prenditi tempo.

E probabilmente…
non stai parlando abbastanza forte.

Se nessuno ti chiede mai
“Scusa, cosa?”
allora sei sulla strada giusta.

6. Non affrettarti a rispondere

Quando vieni chiamato a parlare all’improvviso,
l’ansia gioca brutti scherzi.

Prenditi qualche secondo.
Una persona sicura di sé non ha paura del silenzio.

Pensa alla frase completa.
Respira.
Poi parla.

Non correre.
Hai più tempo di quanto credi.

E sì:
apparirai più autorevole.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Scopri il percorso mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
e rafforza la tua leadership comunicativa.

7. Usa le pause

Le pause sono potere.

Usale alla fine,
ma anche dentro le frasi.

Dici qualcosa.
Ti fermi.

Aspetti.

Così dai alle parole il tempo di colpire.

Senza pause,
l’effetto si dissolve nel rumore della conversazione.

8. Parla con passione (non con rabbia)

Le voci piatte annoiano.
Sottolinea le parole importanti.

Usa espressioni facciali.
Coinvolgi il corpo.

Se ti appassiona ciò che dici,
anche chi ascolta lo percepirà.

Attenzione però:
passione non è rabbia.

Non alzare troppo il volume.
Aggiungi forza, non rumore.

Se non controlli te stesso,
le persone non ti rispettano.

In finale

L’autorevolezza non si impone.
Si sente.

E spesso,
arriva prima dal tono della tua voce
che dalle tue parole.

8 insicurezze al lavoro che tutti temono (anche il tuo capo)

insicurezze al lavoro

Foto di BarbaraAlane

Non sono pochi i professionisti che mi contattano per fare coaching
perché si sentono insicuri sul lavoro.

Dubbi sulle proprie qualità.
Perplessità sulle proprie competenze.
La sensazione di non essere abbastanza.

Desiderano lavorare bene.
Essere apprezzati.
Fare la differenza.

Eppure, attraversano momenti di incertezza

Momenti che, se ignorati, rischiano di trasformarsi in capitomboli professionali.

Se hai paura che le tue insicurezze emergano sul lavoro, ricordati una cosa.

Anche le persone che sembrano più sicure di sé — incluso il tuo capo — hanno:

  • dubbi
  • paure
  • incertezze.

La differenza è che hanno imparato a gestirle.

Ecco 8 insicurezze molto comuni sul lavoro
(anche tra i professionisti più esperti).

1. Sentirsi invisibili

Molte persone hanno paura di non essere viste o ascoltate.

Nessuno critica il tuo lavoro.
Ma nessuno lo apprezza nemmeno.

Invii una mail…
silenzio radio.

Hai chiesto un follow-up?

Nessuna risposta.
Non sei criticato.
Non sei elogiato.

Sei semplicemente… ignorato.

Complimenti: hai sviluppato il superpotere dell’invisibilità.

Ed è frustrante.

Perché sai che il tuo lavoro è utile.
Sai che ciò che fai ha valore.

Se solo qualcuno lo notasse!

2. Dire qualcosa di ridicolo

“Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere ciò che non sono.”

— Giacomo Leopardi

Molti temono di dire qualcosa che li faccia apparire:

  • poco professionali
  • inesperti
  • fuori luogo.

Nessuno vuole essere visto come il principiante della situazione.

Il problema è che non esiste il tasto rewind per le parole.

A volte la soluzione è più semplice di quanto credi:

  • scusarsi
  • chiarire
  • oppure usare un po’ di autoironia.

Una piccola gaffe non distruggerà la tua carriera.

3. Non avere nulla da dire

Sta per iniziare l’ennesima riunione.

E tu inizi a sudare freddo.
Sai perché.

Temi di non avere nulla di utile da dire.

In molte riunioni succede sempre la stessa cosa:
alcune persone dominano la conversazione
mentre altri restano in silenzio.

E restare seduti lì, senza contribuire, può essere una sensazione terribile.

Nessuno vuole essere la persona che “non aggiunge mai valore”.

4. Non capire

Sei seduto in riunione.

E mentre scorrono:

  • tecnicismi
  • acronimi
  • concetti complessi

pensi:

“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Non capire è una delle insicurezze più diffuse.

In teoria la soluzione è semplice:
chiedere.

In pratica, molti fanno altro.

Annuiscono.
Fingono di capire.

Sperando che nessuno faccia loro una domanda.

5. Non consegnare il lavoro in tempo

Essere in ritardo nella consegna di un lavoro è una delle cose meno tollerate.

Comunica una cosa molto precisa:
inaffidabilità.

Le scadenze raccontano molto di te:

  • del tuo metodo di lavoro
  • della tua organizzazione
  • del tuo senso di responsabilità.

Rispettarle è una delle regole più importanti.

6. Non essere riconosciuti

“Posso vivere due mesi grazie a un bel complimento.”

— Mark Twain

Anche nel lavoro abbiamo bisogno di riconoscimento.

Non vogliamo solo timbrare il cartellino e aspettare lo stipendio.

Vogliamo sapere che il nostro lavoro:

  • è utile
  • apprezzato
  • visto.

Quando un progetto su cui hai lavorato duramente passa inosservato…
è difficile non sentirsi scoraggiati.

Ancora peggio quando il merito viene attribuito a qualcun altro.

7. Sentirsi inadeguati

Molti professionisti hanno una sensazione costante:
non essere all’altezza del ruolo.

Ogni nuovo incarico sembra enorme.
Ogni incontro con il capo genera tensione.

“E se si accorgessero che non sono così competente?”

Ma c’è una verità semplice.

Se non fossi qualificato per il tuo ruolo…
probabilmente non lo avresti!

Se vuoi approfondire l’inadeguatezza della sindrome dell’impostore ho dedicato un capitolo nel mio libro “Prima vola Leader”.

8. Pensare di non avere talento

Confrontarsi con gli altri è inevitabile.

E spesso sembra che qualcuno sia:

  • più veloce
  • più brillante
  • più talentuoso.

Questo confronto può generare:

  • gelosia
  • frustrazione
  • insicurezza.

Ma ecco una cosa importante.
Il talento, da solo, non basta.

Servono anche costanza, duro lavoro e
determinazione.

Tra una persona talentuosa ma poco determinata
e una meno talentuosa ma tenace…
personalmente scommetto sempre sulla seconda!

Se senti di non essere abbastanza incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, potrebbe essere il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il percorso di coaching mirato:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Una riflessione finale

Le insicurezze sul lavoro sono normali.

A volte possono spingerti a migliorare.
Altre volte rischiano di bloccarti.

Anche i professionisti più sicuri hanno dubbi.

La differenza è che non permettono alle insicurezze di fermarli.

Le ascoltano.
Imparano da loro.

E poi… continuano ad andare avanti.

8 frasi tossiche da evitare quando chiedi un aumento di stipendio


Chiedere un aumento: 8 frasi da evitare (se vuoi davvero ottenerlo)

In un mondo del lavoro ideale, la soluzione sarebbe semplice:
vuoi più soldi? Li chiedi.

Fine.

Nel mondo reale, invece, tutto si complica.
Ti blocchi.
Rimandi.
Ci giri intorno.

Perché?

Perché chiedere un aumento non è solo una questione economica.
È una questione (anche) emotiva.

La vera paura non è il “no”

Temiamo il rifiuto.

Non tanto per quello che comporta…
ma per quello che ci fa sentire.

Rifiutati.
Non abbastanza.
Sostituibili.

E così evitiamo.

Oppure arriviamo alla trattativa già indeboliti.

Eppure c’è una cosa da chiarire subito:

una negoziazione spesso inizia con un “no”.

Se fosse tutto facile e lineare, non si chiamerebbe trattativa.

Il punto, quindi, non è evitare il rifiuto.
È non sabotarsi prima ancora di iniziare.

Ecco 8 frasi da evitare quando chiedi un aumento:

1. “So che non è il momento giusto…”

Se lo pensi davvero, perché lo stai chiedendo?

Il timing conta.

Conta molto.

Se l’azienda cresce, fattura, investe…
hai un terreno favorevole.

Se invece si parla solo di tagli, riduzioni e contenimento costi,
stai entrando in salita.

Chiedere nel momento sbagliato non è coraggioso.
È poco strategico.

2. “Non ho un aumento da…”

Capisco la frustrazione.

Anni senza riconoscimenti.
Impegno dato per scontato.

Succede.

Ma attenzione: questo argomento parla di te.
Dei tuoi bisogni.

L’azienda ragiona in modo diverso.

Vuole capire il tuo valore.
Non il tuo malcontento.

3. “Sto facendo il lavoro di tre persone”

Forse è vero.

Ma probabilmente non sei l’unico.

Molti team lavorano sotto pressione.
Molti colleghi sono nella stessa situazione.

Se porti questo argomento come lamentela, perdi forza.

Se invece mostri risultati concreti, cambia tutto.

4. “Sono qui da un anno e …”

La permanenza non è un merito.

È una base.

Rimanere non significa crescere.

Non significa creare valore.

Non significa meritare automaticamente di più.

Il tempo da solo non giustifica un aumento.

5. “Ho fatto tutto quello che dovevo fare”

Appunto.

Quello che dovevi.

Un aumento non premia il minimo richiesto.

Premia ciò che va oltre.

Iniziativa.
Impatto.
Risultati.

Se non riesci a dimostrare questo,
la richiesta si indebolisce.

6. “Ho bisogno di più soldi per…”

Mutuo.
Famiglia.
Spese personali.

Sono motivazioni reali.
Legittime.

Ma non sono criteri aziendali.

L’azienda investe su ciò che produci,
non su ciò che ti serve.

È una distinzione dura, ma necessaria.

Se vuoi lavorare in modo concreto sulla tua crescita professionale, sulla negoziazione e sul tuo posizionamento:

Scopri il coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”.

7. “Ho scoperto che Filippo guadagna più di me”

Il confronto è una trappola.

Non conosci tutti i dati.
Non conosci le condizioni.
Neanche conosci la storia.

Filippo potrebbe avere:

  • più esperienza
  • più risultati
  • una negoziazione iniziale diversa

Portare questo argomento ti indebolisce.

La tua richiesta riguarda te.
Solo te.

8. “Se non mi date un aumento, me ne vado”

È una leva.

Può funzionare.

Ma è rischiosa.

Funziona solo se:

  • sei davvero disposto ad andartene
  • hai alternative concrete
  • hai un valore riconosciuto

Se bluffi… si vede.

E perdi credibilità.

Come impostare davvero la richiesta

Chiedere un aumento non è un atto impulsivo.

È una costruzione.

Serve preparazione.
Serve chiarezza.
Posizionamento.

Parti da qui:

  • Quali risultati hai ottenuto?
  • Che impatto hanno avuto?
  • In cosa sei diventato più efficace?
  • Dove stai creando valore concreto?

Parla di fatti.

Numeri.
Progetti.
Risultati.

Esplicita con chiarezza.

Senza giustificarti.
Scusarti.
Attaccare.

Hai ricevuto una nuova offerta di lavoro ma non sai se accettare o restare dove sei?

Scopri il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?
per valutare con lucidità pro e contro e prendere una decisione davvero consapevole.

Chiedere un aumento oggi non è semplice

Serve lucidità.
Serve coraggio.
Preparazione.

“Valutati di più: ci penseranno gli altri ad abbassare il prezzo.”
Anton Čechov

Non è il “no” a fermarti.

È il modo in cui ti presenti prima ancora di chiedere.

E quello… puoi cambiarlo.

Ecco dove tenere e non tenere le mani durante il colloquio di lavoro

mani durante il colloquio di lavoro

“Le mani sono dei simboli e talvolta delle rivelazioni.”
Eve Belisle

Quando rispondi alle domande durante un colloquio di lavoro,
non parlano solo le parole.

Parla il tuo corpo.
E spesso arriva prima.

Puoi avere risposte perfette,
ma postura, sguardo e gestualità possono cambiare completamente la percezione.

Basta poco per trasmettere sicurezza.
Schiena dritta.
Contatto visivo.
Movimenti controllati.

Questi elementi, con un po’ di pratica, diventano naturali.

Poi c’è un dettaglio che molti sottovalutano.

Le mani.

Le mani parlano prima di te

La gestualità è uno dei segnali più potenti durante un colloquio.

Può comunicare apertura, sicurezza, coinvolgimento.
Oppure chiusura, tensione, insicurezza.

C’è chi incrocia le braccia,
chi nasconde le mani sotto il tavolo,
chi le lascia immobili lungo il corpo.

All’estremo opposto, chi gesticola troppo e distrae.

Il punto non è bloccarle.
Il punto è usarle.

Le mani devono accompagnare il messaggio, non sovrastarlo.

Cosa comunicano le tue mani

Palmi aperti, visibili, rivolti verso l’alto:
trasmettono trasparenza.
Invitano alla fiducia.

Palmi rivolti verso il basso o nascosti:
possono dare un senso di controllo e chiusura.
A volte sembrano trattenere qualcosa.

Anche le spalle contano.
Se sono rigide, la tensione si vede.
Se sono rilassate, tutto il corpo comunica più sicurezza.

Dove NON mettere le mani durante un colloquio

Alcuni gesti parlano più forte delle parole.
E non nel modo giusto.

Evita di:

  • tenerle sotto le gambe
  • incrociare le braccia sul petto
  • metterle in tasca
  • lasciarle cadere lungo il corpo senza energia
  • nasconderle alla vista
  • toccarti continuamente viso, capelli o vestiti
  • tamburellare le dita
  • scrocchiare le nocche
  • stringerle a pugno
  • portarle dietro la nuca
  • rosicchiarti le unghie

Sono segnali che comunicano nervosismo, chiusura o insicurezza.

Dove mettere le mani durante il colloquio di lavoro

Non serve complicare.

Serve presenza.

Puoi:

  • tenerle appoggiate sul tavolo
  • mostrare i palmi quando parli
  • muoverle con naturalezza (senza superare l’altezza delle spalle)
  • mantenere le dita rilassate, non rigide
  • unire leggermente i polpastrelli per dare enfasi

hands

La regola è semplice:
meno è meglio, ma quel poco deve essere coerente.

Un piccolo trucco se sei nervoso

Capita.

Le mani tremano.
Non sai dove metterle.

In questi casi puoi usare un supporto semplice.

Chiedi se puoi prendere appunti.

Carta e penna diventano un punto di appoggio.
Ti aiutano a “centrare” le mani.

Non servono pagine di scrittura.
Bastano poche parole.

È un modo per gestire la tensione senza bloccare la comunicazione.

Allenarsi fa la differenza.

Il modo migliore per migliorare le mani durante il colloquio di lavoro?

Provare.

Seduto, davanti a uno specchio.
A voce alta.

Rispondi alle domande come se fossi davvero in colloquio.
Osserva le mani.

Sono rigide?
Sono eccessive?
Assenti?

Puoi usare un dito per elencare punti.
Puoi accompagnare una frase con un piccolo gesto in avanti.
Fermarti un attimo, mano sotto il mento, prima di rispondere.

Piccoli dettagli.
Grande impatto.

Nel mio lavoro lo vedo spesso.

La differenza tra una persona preparata e una persona percepita come sicura
non è nei contenuti.

È in come li porta.

Nel libro “Autorevolezza” trovi strumenti concreti per lavorare proprio su questo: presenza, comunicazione, impatto.

Le parole spiegano.
Le mani convincono.

6 cose da ricordare quando ti senti uno stupido al lavoro

errori al lavoro

“A volte mi sento così stupida e incompetente al lavoro.
Eppure la posizione mi sembrava relativamente facile.

Cerco di fare del mio meglio.
Rivedo il mio lavoro prima di sottoporlo al mio superiore.
Cerco di essere positiva.

Eppure ho paura di commettere sempre più errori.

Questa sensazione sta uccidendo la mia fiducia
e ha effetti negativi su quasi tutti gli aspetti della mia vita.

Sinceramente, non so più cosa fare.

Mi sento meno efficace degli altri anche nei compiti più semplici.

Ho paura di essere lenta.
Ho paura che i colleghi mi vedano come inadatta.

Il mio incubo più grande?

Essere destinata a fare lavori semplici e monotoni per tutta la vita.

Questo mondo smart, efficiente e competitivo non fa per me.”

Così una mia cliente — che lavora nel marketing di una nota marca di moda —
mi descriveva la sua paura di sbagliare e di non essere all’altezza.

E non è un caso isolato.

Molti di noi, prima o poi,
si sentono insicuri, stupidi, confusi.

Dubitiamo delle nostre qualità e delle nostre competenze.

Ecco 6 cose da ricordare quando attraversiamo momenti di dubbio, paura e incertezza:

1. Tutti fanno errori al lavoro

“Tutti commettono errori.
È per questo che c’è una gomma per ogni matita.”

Proverbio giapponese

Nessuno è perfetto.
Nessuno nasce imparato.

Probabilmente ti è capitato di guardare un collega e pensare:
“Perché sembra così efficace, facendo lo stesso lavoro?”

La verità è che anche loro sbagliano.

Smetti di confrontarti.
Concentrati invece su cosa puoi imparare per evitare l’errore la prossima volta.

Relativizza.
Non trasformare una goccia in un oceano.

Il mondo non smetterà di girare
perché hai commesso un errore.

2. Non cadere nella trappola della perfezione

Ti tormenti per ogni dettaglio?
Pensi di non essere mai “abbastanza”?

Alzi l’asticella, aumenti l’ansia
e quando sbagli — come tutti —
ti colpevolizzi duramente.

La ricerca della perfezione
è una delle strade più rapide per distruggere la fiducia.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Sei il tuo critico più feroce

Nel mio libro “Prima volta Leader” lo sottolineo spesso:
siamo molto più duri con noi stessi che con gli altri.

Impietosi.
Intransigenti.
Incapaci di perdonarci un errore.

Ci osserviamo, giudichiamo, valutiamo continuamente.
Come se aspettassimo solo l’errore per condannarci.

Non ci parliamo con rispetto.
E questo, alla lunga, pesa.

4. Distaccati dall’errore

Abbiamo imparato ad associare l’errore alla persona.

Se sbaglio → sono sbagliato.

Ma non è così.

Impara a dire:

  • Ho commesso un errore”

non

  • “Io sono un errore”.

La differenza è enorme.
E cambia tutto.

5. Se fossi davvero stupido, non saresti lì

L’azienda ha avuto tempo e modo di valutarti.

Se ti hanno assunto,
è perché hanno visto qualcosa in te.

Una competenza.
Una potenzialità.
Una possibilità di crescita.

Chi ti ha scelto,
in questo momento, crede in te più di quanto tu creda in te stesso.

6. Prenditi meno sul serio

Imparare a ridere delle proprie insicurezze
richiede coraggio e umiltà.

Ma è liberatorio.

Per crescere,
per fare bene le cose,
dobbiamo prima imparare a sbagliare.

Inadeguatezza sul lavoro? Accetta la sfida.

Se non ti senti all’altezza, puoi migliorare. Sempre.

Iscriviti a un corso.
Trova un mentore.
Affidati a un coach.

Lavora su di te.
Sviluppa i tuoi punti di forza.
Accetta e supera le tue fragilità.

L’insicurezza non è una condanna.
È spesso il primo segnale di crescita.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza sul lavoro?

È il momento di rimettere al centro-te-stesso.

Scopri il percorso di coaching mirato
Ritrova autostima dopo una pausa o un momento difficile
per recuperare solidità e fiducia dopo una fase complessa.

Puoi approfondire con i miei libri:

Autorevolezza” – edizione aggiornata 2025
Per rafforzare impatto, carisma e presenza.

Prima volta Leader
Se affronti per la prima volta la gestione di un team.

8 ragioni perché non farai una grande carriera (anche se hai le capacità)

fare carriera
Hai sempre lavorato sodo.
Sei competente,
preparato,
puntuale.

Hai tutte le credenziali.
Davvero.

Eppure…

Sono passati anni
e non è ancora accaduto niente.

Nessuna promozione.
Nessuna prospettiva.
Neanche un aumento.
Nemmeno un riconoscimento.

A volte è sfortuna, spesso un problema di approccio

E intanto cresce la frustrazione
per un lavoro che non stimola più.
Che non motiva più.

È il momento di un cambiamento.
Dentro l’organizzazione?
In un’altra azienda?
O forse un cambio radicale?

Forse.
Ma la prima persona che deve essere convinta
sei tu.

Lo sei davvero?
Fingere non funziona.

A volte è sfortuna, sì.
Spesso però entrano in gioco mentalità, atteggiamento, fame, grinta.

E anche pensieri negativi,
credenze depotenzianti
che scavano sottotraccia
e minano la tua possibilità di fare carriera.

A volte non serve una rivoluzione.
Serve una decisione chiara.

Ecco 8 ragioni per cui farai molta fatica a fare carriera
anche se sei competente e capace.

1. Pensi che fare carriera sia solo questione di fortuna

“È stato fortunato.”
“La fortuna aiuta sempre gli altri.”

È la frase che le persone di successo
sono stanche di sentire.

La parola “fortunato” si applica a chi ha vinto la lotteria o che è scampato a un disastro aereo.

Le grandi vittorie/traguardi
non arrivano solo perché eri nel posto giusto al momento giusto.
Si costruiscono.

La fortuna conta, certo.

Ma entra in gioco dopo …
dedizione,
sacrifici
e lavoro duro.

“La fortuna aiuta gli audaci”
non è una frase romantica.

È un invito all’azione.

Se invidi (solo) la fortuna del tuo amico o collega,
non riconosci il suo talento,
la sua esperienza,
la sua passione,
quanto abbia duramente lottato
e lavorato …

sei davvero fuori strada!

2. La vuoi facile. E subito

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”,
se la parola gavetta ti sembra antiquata,
probabilmente non hai capito una cosa:

il successo non è né facile
né veloce.

È il motivo per cui molti mollano presto.

Chi arriva lontano
non si aspetta risultati immediati.

Sa che servono anni di lavoro,
perseveranza
e sì, anche un pizzico di fortuna.

Tu quando incontri ostacoli,
cosa fai?
Insisti?
O getti subito la spugna?

3. Sicurezza o passione?

“Devi inseguire le tue passioni.”
Lo leggi ovunque.

Ma poi non lo fai.

La passione non è un concetto razionale.
È emozione.
È energia.
Anima.

Ti trovi bloccato tra ragione e sentimento,
tra sicurezza e desiderio,
tra ciò che “si dovrebbe fare”
e ciò che “senti di dover fare”.

Se non scegli fino in fondo,
qualsiasi strada percorrerai
la farai con il freno-a-mano-tirato.

E fallirai.

Se stai pensando di cambiare lavoro ma non sai da dove partire,
potresti trovare interessanti i miei percorsi di coaching mirato,
ti aiuto a fare chiarezza e definire il prossimo passo.

4. Sei paralizzato dalla paura di fallire

Hai paura di provarci.
Di sbagliare.
Di sentirti giudicato.

E allora trovi scuse per non fare.

Il fallimento, gli errori, sono opportunità per crescere,
imparare e correggere la direzione.

Senza errori non impari.
Non cresci.
Resti fermo.

Le persone che fanno una grande carriera (quelle che più ammiri)
hanno sperimentato che non importa
quante volte si cade,
ma quante volte
ci si rialza …

più forti di prima.

5. Pensi di non essere speciale o geniale

“Non sono un genio.”
“Non ho talento.”

Nemmeno io!

Tra una persona talentuosa senza tenacia
e una tenace senza talento,
io punto sulla seconda.

Il talento non è sufficiente,
occorrono duro lavoro e tenacia.
Grinta.

Il talento aiuta.
La tenacia vince.

Se ti sei reso conto che genio,
talento,
bellezza,
fortuna
non sono (o non sono più)
frecce al tuo arco …

prendi forza dal sapere che il talento è utile,
ma il duro lavoro e la tenacia …

sono il fattore X del successo a lungo termine!

Se vuoi approfondire leggi il mio post:
Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!

6. Sei convinto che basti lavorare sodo

Guarda quanta gente è sempre occupata.
Riunioni,
mail,
urgenze.

Il Mondo attuale del Lavoro ti darà l’opportunità di lavorare tanto,
ma proprio tanto,
ma sei sicuro che ti concederà di fare anche una grande carriera?

Quanti producono davvero valore?

Lavorare tanto non è lavorare in modo efficace.
È solo il percorso più lungo verso il successo.

7. Pensi che senza raccomandazioni non arriverai mai

“È inutile … arrivano sempre i soliti raccomandati”
“Non ho le conoscenze giuste”

Clientelismo,
favoritismo e
spintarelle ci sono sempre stati.

E ci saranno sempre.
Sorpreso?
Certo che no!

Ma usarli come alibi,
scusa per non muoversi.
Per non agire.

Ti toglie energia e iniziativa.

Questa credenza limitante
riduce il tuo potenziale
prima ancora di metterti in gioco.

8. Vuoi gestire gli altri ma non sai gestire te stesso

Sei concentrato su cosa fanno gli altri.
Su cosa dovrebbero cambiare.

La volontà di correggere gli altri ti “rende cieco” su te stesso.

La crescita inizia con la consapevolezza che il problema non sono gli altri
ma sei tu!

Gestire sé stessi
è il primo vero atto di leadership.

Sai gestire i tuoi comportamenti?
O vai in tilt non appena si alza la pressione?

Sai gestire le attese,
la frustrazione,
l’insuccesso?

Oppure ti squagli come la neve al sole di aprile?

Pensa più a cambiare te stesso
e meno a cambiare gli altri.

Quello che fai determina il tuo destino

La carriera non è una questione di merito “automatico”.

È una combinazione di consapevolezza,
strategia,
azione.

Quando smetti di aspettare
e inizi a decidere,
qualcosa finalmente si muove!

Sei il nuovo team leader? 20 regole per sopravvivere i primi mesi (e non solo)

nuovo lavoro di team leader

Nuovo lavoro di team leader?
Complimenti!

Hai superato la prova di colloquio,
hai ottenuto l’offerta,
hai accettato i termini
e ora sei pronto per il nuovo lavoro.

Nuovo lavoro di team leader? I primi 3 mesi sono fondamentali

Appena si entra in un nuovo team o organizzazione, è difficile capire “come” fare le cose.

Poco importa quanto sei competente, bravo, esperto o alla prima esperienza.

Ci sono nuove regole da assimilare,
nuove persone da conoscere e una nuova cultura da comprendere.

Questa fase iniziale può essere sia stimolante che sfidante. Ma è anche una straordinaria opportunità per crescere, imparare e dimostrare la tua capacità di adattamento.

Per navigare con successo in questa transizione…

ci sono alcune strategie che possono aiutarti a costruire rapidamente fiducia, stabilire relazioni e inserirti nella nuova dinamica del team.

Il malinteso è sempre in agguato,
un approccio sbagliato diventa un autogol,
un atteggiamento frainteso, una trappola.

Ora che si sta avvicinando il gran giorno,
i dubbi sulla tua leadership e le perplessità sui possibili ostacoli ti stanno tenendo sveglio la notte.

Tieni a portata di mano o di smartphone queste 20 regole per trovare forza nella tua leadership.

Partire con sicurezza ed entusiasmo verso il tuo nuovo lavoro di team leader.

Puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Prima volta Leader”.

20 regole per sopravvivere i primi mesi nel tuo nuovo lavoro di team leader:

 

1. L’ansia che senti per il tuo inizio – la sentono anche gli altri (anche di più).

2. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

3. Non devi dimostrare subito quello che sai. Lo hai già fatto in fase di selezione.

4. Una parola è poco, due sono troppe. Ascolta di più, parla di meno.

5. Non credere a tutto quello che ti verrà detto.

6. Chiediti “Se faccio questo, chi ne subirà le conseguenze?

7. Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

8. Devi essere consapevole che la motivazione dello staff passa inevitabilmente da te

9. Senza il tuo team … non vai da nessuna parte!

10. Se senti il bisogno di sentirti superiore vuol dire che non lo sei.

11. Concentrati sull’unica persona che puoi controllare .. te stesso.

12. Per iniziare bene sono sufficienti 3 cose: Presentarsi – Ascoltare – Creare relazioni.

13. Non fare il brillante … soprattutto se non lo sei!

14. Se senti la necessità di parlare delle tue capacità, del tuo successo, di quanto sei bravo … non farlo. Fai parlare i fatti.

15. Se ti assalgono i dubbi sulla tua leadership .. ferma i pensieri, blocca le fantasie, concentrati sui fatti. “Dialoga” con le tue paure.

16. Ricorda che … l’autocontrollo è forza, il (giusto) pensiero è padronanza, la calma è potere.

17. Non preoccuparti troppo degli altri. La persona più difficile da gestire … sarai tu!

18. Ricorda le parole di Wolf RinkeDire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”

19. Lavora su te stesso … se non vuoi entrare nella statistica dei fallimenti da leadership.

20. Se non prendi sonno, ricorda che … i grandi leader non lottano con la paura. La guardano in faccia. L’ascoltano. L’accettano.

Sei troppo aggressivo (e forse non te ne accorgi neppure): 6 segnali di allerta

aggressivo sul lavoro
Non esprimere alcuna emozione al lavoro non ti rende più professionale.
Ti rende indecifrabile.

E quando non sei “leggibile”,
rischi di essere:

  • frainteso
  • ignorato
  • superato

Qualcuno potrebbe approfittare di quella che appare come cedevolezza.

Questo perché, come negli animali, anche nell’essere umano esiste una quota di aggressività.
Non come difetto.
Ma come energia funzionale.

È ciò che ci permette di affrontare difficoltà, confini e pressioni con:

  • coraggio
  • iniziativa
  • presenza

L’aggressività non è il problema.
È la sua gestione.

L’aggressività è un’emozione.
Come le altre.

Diventa distruttiva quando è:

  • repressa troppo a lungo

Oppure:

  • espressa senza regolazione

Quando si parla di aggressività, pensiamo subito alla forma più evidente:

  • urla
  • grida
  • contatto fisico
  • esplosioni emotive

Ma sul lavoro, le forme più comuni sono molto più sottili.

E spesso, invisibili a chi le pratica.

Molte persone credono di essere assertive.
In realtà, stanno comunicando in modo aggressivo.

Il costo è immediato:

  • conflitto
  • perdita di fiducia
  • erosione della credibilità

E il risultato è spesso l’opposto di ciò che volevano ottenere.

Qualcuno ti ha mai detto?

“Sei stato aggressivo”

Il punto non è difendersi.
È osservare.

Il primo passo è riconoscere il comportamento, mentre accade.
Prima che produca danni difficili da riparare.

6 segnali che indicano che sei aggressivo sul lavoro (e forse non te ne accorgi neanche):

1. Ti concentri solo su te stesso

Sei aggressivo sul lavoro quando i tuoi bisogni diventano l’unico riferimento.

Non ascolti davvero.
Non consideri l’impatto sugli altri.

Le frasi tipiche sono:

  • “Ho bisogno che…”
  • “Voglio che…”
  • “Devo avere…”

Lo stress diventa contagioso.
E ciò che è un tuo problema, diventa un problema per tutti.

2. Eviti la responsabilità

Vivi l’ammissione di errore come una minaccia alla tua immagine.

Cerchi un responsabile esterno.
Sempre.

Il capro espiatorio protegge il tuo ruolo.
Ma indebolisce la tua autorevolezza.

“Ho chiesto a Sabrina di farlo.
Non era chiaramente all’altezza.”

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la direzione di una relazione professionale.

3. Trasformi opinioni in verità assolute

Non proponi.
Sentenzi.

Non esplori.
Definisci.

Frasi tipiche:

  • “Questo è il motivo per cui non ha funzionato.”
  • “Dobbiamo fare così.”
  • “Non funzionerà!”

Quando non lasci spazio, non stai guidando.
Stai imponendo.

E le persone, nel tempo, smettono di contribuire.

4. Inizi le conversazioni attaccando

“Non si guidano le persone picchiandole sulla testa.
È aggressione, non leadership.”

Dwight David Eisenhower

Domande come:

  • “Perché lo hai fatto?”
  • “Cosa pensi di fare adesso?”

possono essere strumenti utili.

Io stesso le utilizzo spesso nel coaching.

Ma il timing cambia tutto.

All’inizio di una conversazione, possono essere percepite come un attacco.
Non come un’apertura.

E quando una persona si sente attaccata, smette di essere disponibile.

Diventa difensiva.

5. Dai consigli che sono, in realtà, ordini mascherati

Apparentemente stai aiutando.

In realtà stai dirigendo la conversazione.

Frasi tipiche:

  • “Se fossi in te…”
  • “La cosa migliore per te sarebbe…”
  • “Non ti preoccupare…”

Il messaggio implicito è chiaro:

“So meglio di te cosa devi fare.”

Questo riduce autonomia,
fiducia,
responsabilità.

6. Usi la voce per dominare la conversazione

Parli veloce.
Con tono alto.
Senza pause.

Non lasci spazio.
Non per chiarire.
Ma per controllare.

Quando la voce diventa uno strumento di dominio, la relazione smette di essere una relazione.

Diventa una gerarchia difensiva.

Aggressivo sul lavoro? Una verità spesso ignorata

L’aggressività non gestita danneggia prima chi la esprime.

Produce:

  • conflitti evitabili
  • deterioramento delle relazioni
  • perdita progressiva di credibilità

E, nel tempo, limita la crescita professionale.

Riconoscere questi segnali è una competenza chiave.

Permette di:

  • regolare il proprio stato interno
  • scegliere una risposta più efficace
  • evitare ostilità inutili

Autorevolezza non è volume.
È equilibrio tra voce,
corpo e
intenzione.

Il percorso di coaching mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

In finale

L’aggressività non è il contrario della professionalità.
È il contrario della consapevolezza.

Non è eliminarla che ti rende autorevole.
È imparare a riconoscerla,
regolarla e
incanalarla.

Perché la leadership non è assenza di forza.
È forza sotto controllo.

Vuoi volare nel lavoro? Ecco 5 pesi che devi mollare subito!

successo nel lavoro
Se ti chiedessi che cosa dovresti fare per avere più successo nel lavoro, probabilmente mi risponderesti con una lista di cose da aggiungere.

Essere più diplomatico.
Più audace.
Più assertivo.
Migliorare una competenza.
Imparare qualcosa di nuovo.

Insomma: fare di più.

Ed è giusto.

Ma qualche volta, per crescere professionalmente, non serve aggiungere. Serve togliere.

Alleggerirsi di alcuni pesi, soprattutto emotivi, che consumano energie e condizionano il nostro modo di lavorare.

Non sempre per andare più lontano devi aggiungere qualcosa.
A volte devi liberarti di ciò che ti sta rallentando.

Ecco 5 pesi che vale la pena mollare.

Il peso del giudizio degli altri

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho parlato anche di quanto il bisogno di approvazione possa condizionare il nostro comportamento.

Un conto è tenere in considerazione il parere degli altri. Un altro è lasciare che quel parere decida continuamente al posto nostro.

Se temi troppo il giudizio di colleghi, collaboratori o superiori, rischi di:

  • trattenerti dal dire ciò che pensi;
  • evitare decisioni impopolari;
  • compiacere per essere accettato;
  • modificare continuamente il tuo comportamento in funzione degli altri.

Alla lunga è estenuante.

Liberarti dal bisogno di piacere a tutti non significa ignorare gli altri. Significa non consegnare agli altri il metro con cui misuri continuamente te stesso.

Su questo puoi leggere anche “Come non preoccuparsi del giudizio degli altri”.

2. L’affanno della perfezione

Fare bene il proprio lavoro è importante.

Voler fare sempre tutto perfettamente è un’altra cosa.

Quando ogni dettaglio deve essere impeccabile, rischi di investire tempo ed energie anche dove non servono, rimandare una decisione, non sentirti mai soddisfatto del risultato.

Hai finito, ma pensi che potresti migliorare ancora.

Correggi.
Ricontrolli.
Ritocchi.

E il traguardo continua a spostarsi.

La qualità ti fa crescere.
L’ossessione della perfezione può tenerti fermo.

Punta al miglior risultato possibile nelle condizioni reali in cui stai lavorando. Non a uno standard ideale che continua ad allontanarsi.

3. Il bisogno continuo di complimenti e riconoscimenti

Essere apprezzati fa piacere.

Un complimento del capo, il riconoscimento di un collega, la soddisfazione di un cliente possono darci energia e confermare che stiamo andando nella direzione giusta.

Il problema nasce quando hai bisogno di quelle conferme per sentirti competente.

Perché potrebbero non arrivare.

Potresti fare un ottimo lavoro senza ricevere complimenti. Risolvere un problema senza che nessuno se ne accorga. Raggiungere un risultato che agli altri sembra semplicemente “normale”.

Impara anche a riconoscere da solo ciò che hai fatto bene.

Il silenzio degli altri non cancella il valore del tuo lavoro.

4. Il confronto continuo con gli altri

Il collega è stato promosso.
Un amico guadagna più di te.
Qualcuno della tua età sembra essere molto più avanti professionalmente.

Il confronto può essere utile quando ti offre informazioni, idee o uno stimolo. Diventa pesante quando trasformi continuamente la vita degli altri nell’unità di misura della tua.

Troverai sempre qualcuno che guadagna di più, ha una posizione migliore, sembra più sicuro, brillante o realizzato.

Ma stai confrontando percorsi, opportunità, caratteristiche e momenti di vita diversi.

Guarda pure gli altri.

Prendi spunti.
Impara.
Lasciati stimolare.

Poi torna al tuo percorso, se vuoi successo nel lavoro.

5. La paura di sbagliare

La paura di sbagliare non è necessariamente negativa.

Può renderti prudente, spingerti a controllare meglio, impedirti di prendere decisioni avventate.

Diventa una zavorra quando la paura dell’errore diventa più forte della possibilità di agire.

Aspetti di essere completamente sicuro.
Rimandi.
Cerchi altre conferme.
E qualche volta non parti affatto.

Nel lavoro sbaglierai. Come tutti.

Ciò che conta è assumerti la responsabilità dell’errore, correggerlo quando possibile e capire che cosa puoi imparare.

La sicurezza non nasce dalla certezza di non sbagliare.
Cresce anche dalla consapevolezza di saper affrontare ciò che succede quando sbagli.

Per andare più lontano, qualche volta devi alleggerirti

Giudizio degli altri.
Perfezione.
Bisogno di approvazione.
Confronto.
Paura dell’errore.

Non sono interruttori che puoi semplicemente spegnere.

E probabilmente non devi neppure eliminarli completamente.

Il punto è ridurre il peso che hanno sulle tue decisioni e sul tuo modo di lavorare.

Perché puoi continuare ad aggiungere competenze, tecniche e conoscenze. Ma se porti sulle spalle troppi pesi emotivi, ogni passo richiederà molta più fatica.

Se vuoi successo nel lavoro, qualche volta crescere non significa aggiungere. Significa alleggerire.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?
È il momento di rimettere al centro te stesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

Come farsi notare al lavoro (se nessuno si accorge quanto sei bravo)

farsi notare sul lavoro

Foto: Nadine_Em

Sei accurato.
Puntuale.
Professionale.
Concentrato.

Uno che, nel team, ci sta bene.

Sei ambizioso.
Stai crescendo.
Ti senti gratificato dai risultati e dai feedback positivi che ricevi.

I successi ti stanno solleticando.
Retribuzione più alta.
Più prestigio.
Maggiore influenza.

In fondo, te lo meriti.
Ti stai facendo il culo da anni.

Come farsi notare al lavoro?

Se desideri avere maggiori responsabilità, un nuovo progetto o livello oppure un ruolo di leadership (con 2 o 20 collaboratori, poco importa)…

devi farti notare!

E convincere il tuo capo, i piani alti o il titolare che sei pronto al lancio.

Ecco 10 spunti concreti per farsi notare al lavoro e ottenere il salto di qualità che desideri.

1. Dai il massimo in tutto quello che fai

“Come raggiungere un traguardo?
Senza fretta ma senza sosta.”

Johann Wolfgang von Goethe

Nel mio libro “Prima volta Leader” scrivo che la vita è un susseguirsi di vittorie e sconfitte.

A volte riusciamo.
Altre falliamo.

I risultati non sono sempre sotto il tuo controllo.
Il tuo impegno, sì.

Alla fine della giornata,
chi lavora con costanza, dedizione e passione,
è quello che ha più probabilità di crescere.

Dare il massimo è un impegno prima di tutto con te stesso.

Significa:
fare tutto il possibile per esprimere il meglio delle tue capacità,
anche nei compiti meno “glamour”.

Dimostra al tuo capo che:

  • sei affidabile
  • hai senso di responsabilità
  • ricerchi l’eccellenza, non la scorciatoia

Così metti le basi per essere visto come una persona smart,
su cui vale la pena investire.

2. Focus sui risultati (non solo sulle buone intenzioni)

Le promozioni arrivano per i risultati,
ma anche per la continuità (dei risultati).

Impressiona chi decide con:

  • ciò che ottieni
  • come ci arrivi

Quando emerge un problema:
non limitarti a segnalarlo.

Porta almeno una o due soluzioni concrete.

Meno parole.
Più fatti.

Niente parla più forte delle azioni.

3. Agisci come un vero giocatore di squadra

Sempre.

Sii disponibile con tutti,
non solo con chi è sopra di te gerarchicamente.

Ascolta.
Coinvolgi.
Collabora.

Le relazioni contano moltissimo, soprattutto se aspiri a un ruolo di leadership.

Un esempio semplice (ma potente) per farsi notare al lavoro:
aiutare spontaneamente un collega in difficoltà su una scadenza urgente.

Questo comunica:

  • affidabilità
  • spirito di iniziativa
  • capacità di gestione delle persone

Spesso i migliori dipendenti vengono visti come leader prima dai colleghi,
e solo dopo dai capi.

4. Prendi iniziativa (ogni giorno)

Mostra un atteggiamento positivo e proattivo.

Chiedi al tuo capo se c’è qualcosa di prioritario.

Proponiti per attività complesse o poco ambite
(spiegando perché pensi di poterle gestire bene).

Essere disponibili quando serve — anche oltre l’orario, se necessario — fa la differenza per farsi notare al lavoro.

Non per eroismo.
Per affidabilità.

5. Evita il gossip d’ufficio

Un po’ di leggerezza è normale.
Aiuta in momenti di stress.

Ma quando il gossip diventa:

  • sfogo cronico
  • lamento continuo
  • alleanza contro qualcuno

diventa pericoloso.

Evita di essere associato a persone maldicenti o costantemente negative.
Anche fuori dall’ufficio.

La reputazione si costruisce (e si rovina) più in fretta di quanto pensi.

6. Mostra interesse autentico per l’azienda

Uno dei primi modi per farsi notare da chi conta è dimostrare un interesse reale per l’azienda.

Conosci:

  • la sua storia
  • le persone chiave
  • le dinamiche interne

Se puoi, chiedi di assistere a riunioni o presentazioni.

Investi su di te:
corsi, conferenze, certificazioni.

E, se serve, affidati a un coach professionista.

7. Costruisci una rete professionale fuori dall’ufficio

Il grande salto si prepara anche fuori dall’azienda.

Crea relazioni con persone che occupano il ruolo a cui aspiri.

Possono offrirti:

  • consigli
  • orientamento
  • punti di vista preziosi

Usa il networking in modo strategico:
LinkedIn, gruppi professionali, community di settore.

8. Prima di chiedere la promozione, studia il tuo ambiente

Fermati e osserva.

Chiediti:

  • in questa realtà la crescita è davvero possibile?
  • esistono precedenti concreti?
  • chi decide davvero?

Capire il contesto ti evita di investire energie in una struttura già “ingessata” in partenza.

ESEMPIO REALE:
Mara quando ha chiesto di crescere, ha ricevuto solo rinvii:

  • “Non è il momento.”
  • “Più avanti.”

Ha insistito, investendo sempre più energie.

Poi ha osservato il contesto:
stessi ruoli,
stesse persone,
nessuna vera mobilità.

Ha capito che il problema non era lei.
Era una struttura rigida,
già “ingessata”.

Smettere di spingere non l’ha resa meno ambiziosa.
L’ha resa più lucida.

9. Comunica chiaramente il tuo desiderio di crescita

Le ambizioni non dichiarate non esistono.

Se vuoi crescere,
devi dirlo.

Preparati.
Sii chiaro.
Spiega perché sei pronto per più responsabilità.

I risultati vanno portati.
Ma vanno anche mostrati alle persone giuste.

Conosci l’organigramma.
Capisci chi-decide.

10. Impegnati ogni (santo) giorno

“Circa la metà di ciò che separa chi ha successo da chi non ce l’ha
è la perseveranza.”

Steve Jobs

Il segreto è semplice (non facile):
piccoli passi.

Ogni giorno.

La differenza la fanno:
determinazione e costanza.

Non scoraggiarti se la risposta è no.
Se non chiedi, sarà sempre no.

Chiedi feedback.
Capisci cosa migliorare.
Usa ogni rifiuto come apprendimento.

In chiusura

Prendi questi punti come spunti, non come formule magiche.

Le dinamiche di crescita sono complesse.
Ci sono favoritismi.

Ci sono resistenze.
A volte, anche paure altrui.

Per questo ogni strategia va adattata a te e al contesto in cui lavori.

Crescere non è solo farsi notare.
È capire dove, quando
e a quale prezzo vale la pena farlo.

Ricorda

La carriera non premia chi corre di più.

Piuttosto chi sa dove sta andando e costruisce, passo dopo passo, le condizioni per arrivarci.

Basta signor Gentilezza: 6 chiavi per ottenere più rispetto al lavoro

rispetto al lavoro

Sei una brava persona.
Vuoi trattare bene gli altri.
Vuoi essere gradito e apprezzato sul lavoro.

Sei generoso, flessibile, educato.
Non dici mai di NO.

Un virtuoso.

Poi, poco alla volta, inizi a notare qualcosa che non torna.
Le persone intorno a te non rispondono bene alla tua filosofia da “bravo ragazzo”.

Sei educato, ma anche esitante.
Titubante.
Indiretto.
A tratti passivo-aggressivo.
(Eh sì, capita anche a te!)

E lo capisci:
il problema sei tu.

Non sei onesto — prima di tutto con te stesso.

Non è piacevole essere sempre gentile e disponibile

Come scrivo nel capitolo sul carisma del mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione ampliata 2025 quando permetti agli altri di sovrastarti, dominarti, camminarti sopra:

diventi pieno di risentimento,
di rancore,
e ti senti sfruttato.

Perché, in effetti, lo sei.

Hai difficoltà a chiedere.
A dire NO.
Anche alle richieste più ingiustificate.

Quando hai bisogno di qualcosa, non chiedi.
Per non creare disagi agli altri.

E in compenso… li crei a te stesso.

Sprechi un’enorme quantità di energia per capire come dire NO.
E alla fine dici SÌ.

Un’altra volta!

La verità (scomoda) è questa:

nessuno apprezza davvero chi asseconda sempre gli altri.

Soprattutto se sei un team leader.

Educazione e gentilezza non sono il problema.

Diventare uno zerbino, sì.

Come smettere di essere “troppo carino” (e iniziare a essere rispettato sul lavoro)?

Non servono scatti d’ira.
Né svolte estreme.

Serve un cambio di atteggiamento.

1. Rispetta prima te stesso

“Chi rispetta sé stesso è al sicuro da tutti.”

Henry Wadsworth Longfellow

Se vuoi rispetto, chiarisci prima cosa significa per te rispettarti.

Crea più equilibrio tra lavoro e vita privata.
Inizia a essere gentile con te stesso.

2. Assumiti la responsabilità di cambiare

Non aspettare che qualcuno lo faccia al posto tuo.

Se qualcosa non funziona, è tua responsabilità agire.

Dire NO o dare un feedback non è una colpa.

3. Definisci i tuoi confini

Se non stabilisci limiti, gli altri li supereranno.
Sempre.

E questo, col tempo, diventa frustrante, castrante, corrosivo.
Perdi autostima.
Motivazione.

Chiarisci i tuoi valori.
E impegnati a difenderli.

4. Impara a dire NO

Dire NO è scomodo.
Dire SÌ controvoglia è peggio.

Ogni SÌ forzato mina la tua credibilità.
E la tua autorevolezza.

Inizia da cose semplici.
Allenati.
Scoprirai che gli altri reggono molto meglio di quanto credi.

Se vuoi approfondire leggi il mio post:
Come dire No sul lavoro senza offendere (e farsi rispettare)

5. Smetti di giustificarti

Non devi chiedere il permesso per tutto.
Né di avere bisogni.

Non sei responsabile delle reazioni degli altri.
Il senso di colpa iniziale è normale.

Con il tempo … passa.

6. Dimostra assertività (non aggressività)

Meno parole.
Più chiarezza.

Risposte semplici.
Dirette.
Gentili ma ferme.

Non servono potere, ruolo o controllo per essere rispettati.

Grintoso o diplomatico?

Né stronzo né aggressivo.

Il vero equilibrio sta nel saper dosare grinta e diplomazia,
a seconda delle situazioni.

Essere rispettati non significa piacere a tutti.
Significa non tradire te stesso per essere accettato.

E quello, sul lavoro come nella vita,
è il primo vero atto di autorevolezza.

Nel percorso di coaching mirato:
Sviluppare assertività senza perdere empatia

costruisci uno stile comunicativo diretto, autentico e rispettoso.