7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro – 2

errore al lavoro

Leggi anche la parte 1.

3. “Come posso correggere questo errore sul lavoro?”

Questo è il momento di capire quali azioni “correttive” devi intraprendere.

Puoi fare tutto da solo?
Devi coinvolgere i tuoi superiori o altri colleghi?
Necessita l’intervento di una persona specialistica di quell’area/settore?
Chi potrebbe darti una mano al di fuori del tuo ambiente professionale?
Devi fermare tutto il processo finché non è eliminato il tuo errore?

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Determina le azioni necessarie per rimediare,
e inizia da lì.

4. “Devo chiedere scusa? E a chi?”

“Scusarsi non significa sempre che tu hai sbagliato e l’altro ha ragione.
Significa semplicemente che tieni più a quella relazione del tuo orgoglio.”

Fabio Volo.

Ecco una fase spesso trascurata.

Precisare la “natura” del tuo errore sul lavoro è importante.
Gli errori si verificano.
Dopotutto, tutti facciamo errori sul lavoro.

Ma se la tua (eventuale) negligenza e superficialità ha avuto conseguenze importanti o ha gettato un’ombra su qualcun altro, dovresti avere l’umiltà, non solo di “riparare”,
ma anche di scusarti per il tuo errore.

La tua disponibilità ad ammettere o mascherare/scaricare gli errori …
la può dire lunga su di te!

Successivamente bisogna trovare il modo giusto per chiedere scusa,
evitando di farle sembrare giustificazioni o peggio scaricando i propri sbagli su altri.

Se non ti senti di porgere scuse sincere e genuine,
lascia perdere …

5. “Come posso impedire questo errore nel futuro?”

Ora è il momento di rivolgere la tua attenzione verso il futuro.
Come impedirai il ripetersi di questo stesso errore sul lavoro?

Le strategie sono diverse,
ma devono essere semplici ed efficaci.

Inserendo un nuovo passo nella procedura?
Programmando un avviso sul tuo cellulare o PC?
Semplicemente attaccando un post-it al monitor del computer?

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Scopri cosa puoi fare per impedirti di commettere questo stesso errore in futuro.
Un errore può essere perdonato,
ma cosa succede se continui a farlo ripetutamente?

6. “Come posso ricostruire la fiducia?”

Per riconquistare la fiducia devi dimostrare di aver capito dove hai sbagliato.

Assicurati di trasmettere il messaggio –al tuo capo o ai tuoi colleghi- che hai capito dove hai errato,
di aver compreso le conseguenze delle tue azioni e capito cosa avresti potuto fare meglio.
Soprattutto che ti impegnerai al fine che questo errore sul lavoro non accada più.

Riporta esempi concreti.
“Ho commesso un errore quando non ho controllato con attenzione quei documenti.
So che il mio sbaglio è costato la perdita del cliente.
La prossima volta effettuerò un doppio controllo incrociato.
Ho già parlato con Massimo del dipartimento post – vendita per controllare … ”

7. “Cosa posso imparare da questa esperienza?

La riflessione non si deve fermare qui.

Spesso molti errori ci sfuggono perché siamo fin troppo sicuri e familiari con quel che stiamo facendo.
I nostri occhi si abituano a quello che abbiamo davanti.
Diventiamo non-vedenti.

Oltre alle misure preventive che prenderai in avanti,
dovresti anche prendere qualche tempo per identificare una lezione-chiave.

Molto probabilmente hai imparato che i tuoi colleghi o collaboratori (pur competenti e in buona fede) a volte danno risposte frettolose, approssimative o forvianti.
Meglio – dunque – chiedere chiarimenti o verificare di persona prima che sia troppo tardi.

Oppure … la prossima volta,
prima di compiere quella determinata azione, ricorda che devi sempre fare un doppio controllo.

 


 

Prima di lanciare il link/email/report … chiudilo, riaprilo dopo un certo tempo, cercando di guardarlo con occhi nuovi, freschi, come se lo stessi vedendo la prima volta.
Questo lo faccio spesso.

Altrimenti … prima di lanciarti a capofitto dopo l’OK del tuo collaboratore hai capito che è meglio chiedere, controllare, verificare e accertarsi di avere preso la giusta direzione.
Pianificare di controllare e verificare quando sei a metà percorso/processo,
non una volta arrivata alla fine.

Se l’errore è dovuto alla distrazione, alla fretta o alla pressione della deadline,
prenditi del tempo per pianificare e organizzare meglio il lavoro.

Il concetto è chiaro.
Quel che conta è capitalizzare l’errore per far sì che non si ripeta più.
Devi dare una risposta adulta, impegnarti al massimo per ridurre le perdite e rimediare alla “scivolata”.
È questa la grande opportunità di crescita.

7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro – 1

errore sul lavoro

Errore sul lavoro?

Preziosa esperienza di apprendimento?
Opportunità di crescita professionale?
Miglioramento in vista del futuro?
Macchè!

Appena hai commesso un errore sul lavoro, la prima cosa che senti è … la tua bocca asciutta,
la testa che gira e lo stomaco che si chiude.
E se l’errore è di quelli tosti … le gambe che iniziano a tremare, si rischia di svenire e arriva un principio di tachicardia
… altro che apprendimento e crescita professionale!

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Ok, quella si, ma solo in seguito.

Adesso si deve rimediare.
È necessario dare una risposta adulta e impegnarsi al massimo per ridurre le perdite e rimediare alla “frittata”.

Errore sul lavoro? Non recriminare, calmati e rifletti

Quel che è fatto,
è fatto.
Non darti (troppo) dell’idiota e non commiserarti troppo.
Questo non è il momento per le recriminazioni perché sprechi un sacco di energie preziose.

Ora serve lucidità e azione;
devi concentrati solo sul modo più intelligente ed efficace di gestire e rimediare il tuo errore sul lavoro.

Allora, come ti comporti?
Come uscirne fuori?
Agire o aspettare?
Far finta di niente magari tutto si aggiusti magicamente?

A volta funziona,
spesso no.

Una cosa è sicura.
Se l’errore è di quelli “tosti”,
non puoi sottovalutarlo o peggio ignorarlo.

Ecco 7 domande che devi porti,
per dimostrare con i fatti le capacità di problem solving che tanto ami decantare nel tuo CV:

1. “Che cosa è successo?”

Innanzitutto,
prima di passare all’azione e di cercare di salvare la faccia,
è importante capire cosa è successo.

Cerca di comprendere cosa sia andato storto; di pensare cosa avresti potuto fare-dire oppure non fare-non dire per evitare tal errore.

 


 

Hai commesso un errore sul lavoro per via della fretta?
Della superficialità o della troppa sicurezza? È solo questione di distrazione?
Non avevi informazioni sufficienti e sei andato avanti lo stesso?
Ti sei fidato (senza controllare) di quello che ha riferito il tuo collega/collaboratore/assistente?
In quale punto esattamente le cose si sono “incasinate”?
Sei incappato in un’indicazione forviante o un’istruzione confusa?

Trovare la radice del tuo errore,
ti aiuterà ad affrontare meglio i passi futuri.

2. “Lo dico o faccio finta di niente?”

Siamo sinceri, dai.
A chi fa piacere confessare un errore (magari ridicolo o gravoso) in una riunione o davanti al capo.

Alzi la mano chi non ha pensato almeno per un minuto davanti ad un errore al lavoro di far finta di niente, sperando di farla franca.
La tentazione di spazzolarlo sotto il tappeto è forte. Poi si vedrà …

Personalmente,
piuttosto che spazzare il malfatto sotto il tappeto sperando che nessuno se ne accorga,
preferisco deglutire il mio orgoglio, dichiararlo,
prendere le misure, fare di tutto per risolvere l’errore,
per tutto il tempo e l’impegno che è necessario.

Se si tratta di un errore banale,
probabilmente te la puoi cavare con delle scuse e qualche ora di disagio.

Se l’errore è più grave,
meglio presentarsi con il problema portando con sé anche delle soluzioni.
Concrete.

Non devi certo trasformarti in una vittima, un martire,
piuttosto devi fare del tuo meglio per risolvere l’accaduto.
Semplicemente.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza strategie e tecniche per diventare il riferimento carismatico dei tuoi collaboratori e colleghi” se decidi di esporti,
evita –se ne hai la possibilità- di gestire la faccenda via e-mail.
In queste cose ci devi mettere la faccia.
Ecco perché devi preferire un incontro faccia-a-faccia.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

2 bis. “Se non dico niente, quali possono essere le conseguenze se esce dopo?”

Dipende dalla tipologia dell’errore.

Ti chiedo …
è una buona idea non dire niente, se l’errore sul lavoro è uno di quelli che con il tempo lievita, accresce, fermenta, fino a diventare ingestibile tanto da causare perdite d’immagine o di soldi?
Uhm, non credo.

Forse non lo sai …
una delle maggiori paure di un capo è di trovarsi davanti un “buco”, nascosto da un collaboratore,
talmente grande, impossibile da rattoppare.

A questo punto,
le conseguenze saranno ben più gravose.

Magari , se ammetti subito l’errore, te la cavi con la classica lavata-di-capo.
Se esce dopo, ti salta-la-testa.
A te la scelta.

Se non fai errori, stai lavorando su problemi che non sono abbastanza difficili.
E questo è un grosso errore.

Frank Wikzek

Continua a leggere la parte 2.

5 occasioni quando puoi accontentarti di “buono” piuttosto che “perfetto”

perfezione al lavoro

Tutti vogliamo fare del nostro meglio sul lavoro.
Tutti desideriamo essere professionali, precisi,
perfetti.

Ma c’è un’enorme differenza tra dedizione, passione,
ricerca della qualità e ossessione per ogni dettaglio, assillo per ogni particolare.
Il rischio è di diventare controproducenti.

“Le persone perfette non combattono, non mentono,
non commettono errori e non esistono.”

Aristotele

Non è mia intenzione criticare o scoraggiare (ci mancherebbe) chi lavora ricercando la perfezione al lavoro,
ma ci sono alcuni casi specifici in cui è accettabile accontentarsi di “buono” e smettere d’inseguire la perfezione assoluta.

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Accontentarsi di “abbastanza buono” potrebbe sembrare un approccio apatico e approssimativo,
ma ci sono momenti in cui è completamente giustificato e accettare le cose così-come-sono diventa la scelta più efficiente ed efficace.

Ecco 5 occasioni in cui puoi accontentarti di “buono” piuttosto che “perfetto”:

1. Quando l’urgenza è più importante della qualità

Il Mondo del Lavoro di oggi è così complesso e si muove molto velocemente.
Come puoi pensare di raggiungere la perfezione al lavoro in tempi così stretti?

Come puoi credere di finire un lavoro, un progetto, in poco tempo senza mettere in conto imprecisioni, approssimazioni o ritocchi?

Se il tuo capo o i clienti (sempre più impazienti) aspettano di vedere un qualche progresso o hai bisogno di dare un feedback per non arrivare alla riunione completamente a mani vuote,
forse non è il momento di ossessionarsi con i dettagli.

Spesso, “buono” è meglio di “perfetto”,
ma a volte anche “fatto” è meglio che “buono”.

2. Quando rischi di compromettere un rapporto consolidato

Ogni giorno,
sul lavoro può capitare di ricevere critiche e in genere non fa mai piacere.

Se sei un perfezionista accanito,
vuol dire che stai cercando di raggiungere un modello mitizzato.

Vuoi che anche gli altri siano perfetti e spesso poni obiettivi fuori dalla tua portata,
quasi impossibili da raggiungere.

Sei piuttosto critico sia con te stesso sia con gli altri,
pretendi che anche gli altri siano impeccabili quanto te.
Questa puntigliosità potrebbe causarti inevitabilmente rapporti professionali difficili.

Sarebbe un vero peccato compromettere un rapporto duraturo per un puntiglio trascurabile o per l’insistenza su un dettaglio irrilevante.

Le persone sono diverse.
Il tuo lavoro può essere perfetto,
ma le tue relazioni non lo saranno sicuramente.

3. Quando i livelli di ansia e stress nell’ambiente di lavoro sono già al limite

Il perfezionista incallito è costantemente preoccupato per gli errori e i dubbi sulle sue azioni.

Teme che un errore porterà gli altri a pensare male di lui/lei;
la prestazione è intrinseca alla visione di sè.

La perenne lotta per essere perfetto può essere molto logorante e stressante.

Quando nell’ambiente lavorativo i livelli di stress sono già alti,
una sproporzionata ricerca della perfezione (accompagnata da mancanza di empatia) può portare ulteriore irritabilità e maggiore nervosismo.

La tensione sale così alle stelle creando un’escalation di problemi e complicazioni.

 


 

4. Quando tutti pensano sia “buono”

La scadenza si sta avvicinando,
ripensandoci bene (soprattutto la notte) “escono fuori” miglioramenti così evidenti che sembra impossibile (il giorno dopo) non calarsi nuovamente su dettagli e rifiniture.

Sei troppo vicino alla scadenza di quel progetto,
e stai perdendo rapidamente di vista il quadro generale.

Siamo i nostri peggiori critici.
Non è una novità.

Per questo motivo, in questi frangenti,
è meglio ascoltare il feedback di collaboratori e colleghi.

Se per tutti, il risultato è “perfetto cosi com’è”,
probabilmente non cercano di sabotare la tua carriera ma semplicemente ti stanno assicurando che hai già fatto un buon lavoro e non c’è bisogno di “ritoccarlo continuamente” in modo ossessivo.

5. Quando sei sotto pressione

Cerca di calmarti quando sei sotto pressione al lavoro.
Fai un respiro profondo e ricorda che spesso “buono” o “fatto” è meglio che …
“perfetto”.

Nessuno vuole essere ricordato per essere un professionista superficiale e impreciso.
Tuttavia,
puoi regalarti una pausa qua e là,
e avere più tempo per controllare il tuo lavoro quando conta davvero.

So che può essere difficile da accettare,
se sei una persona alla costante ricerca della perfezione …
ma non puoi pensare che ogni “pezzo del tuo lavoro” sarà il migliore in assoluto.

Perfezione al lavoro? Punta al miglior risultato possibile

Quando vogliamo essere perfetti, efficienti e sempre “all’altezza”,
ci mettiamo sulle spalle carichi emotivi molto pesanti …
anneghiamo in ansia da prestazione o nella fantasia che gli altri ci stiano giudicando male.

Con questo presupposto …
vivere e lavorare diventa estenuante!

Non devi puntare alla perfezione al lavoro,
ma al migliore risultato possibile.

Spesso “buono” è meglio di “perfetto”,
ma a volte anche “fatto” è meglio che “perfetto”.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 2

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Leggi anche la parte 1.

6. Non sprecano tempo per preoccuparsi

Le donne sicure sanno che il tempo è prezioso,
quindi non si crogiolano su “cosa-se“,
solo-se” o “cosa-sarebbe-stato“.

Non perdono tempo preoccupandosi di cose che non possono controllare.
Si concentrano solo su ciò che sono in grado di risolvere.
Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione.
E lasciano scivolare tutto il resto.

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Hanno sperimentato che possono gestire soltanto la propria reazione,
il proprio atteggiamento.

Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi,
si concentrano sulle prossime azioni da intraprendere.

Le donne sicure sanno che pensando tanto al lavoro,
si ha spesso la sensazione di padroneggiare la nostra ansia e di riuscire a risolvere un problema.

In realtà è proprio questa percezione che ci impedisce di “chiudere” con le preoccupazioni.
Le donne determinate sanno che chi rimugina continuamente non raggiunge mai la soluzione del problema.

7. Non si fanno bloccare dalla paura

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

La paura può diventare prudenza, accortezza e riflessione.
E questo (spesso) può essere un bene.
Può evitare capitomboli.

Le donne sicure sanno che sperare che il problema si risolva da solo,
oppure essere frenati dalla paura di sbagliare (o di venir giudicato dagli altri)…
è veramente il peggiore degli errori!

Decidere, anche sbagliando,
spesso è comunque sempre meglio che non decidere.
Le persone che non commettono errori generalmente non fanno nulla e non raggiungono niente.

8. Non mascherano la fiducia con la supponenza

Sentirci non abbastanza è sufficiente per farci girare la testa,
per diventare esitanti e incerti,
perdere fede nelle nostre capacità,
smarrire l’autostima.

 


 

Le donne insicure mascherano spesso le loro debolezze con la sfacciataggine.
L’arroganza è una compensazione per la mancanza di fiducia in sé.

Le donne (davvero) sicure di se stesse sanno che è importante evitare di nascondere, celare, velare
ma costruire giorno-per-giorno una sicurezza reale, tangibile, concreta.
Inattaccabile.

9. Non vedono i fallimenti come sconfitte

In realtà,
riconoscono che ci sono sempre punti di apprendimento sulla strada del successo.
La facilità con cui recuperano permette a queste donne determinate di continuare a progredire verso i propri obiettivi.

Le donne di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare,
fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato,
cosa dovremo fare di diverso la prossima volta.
Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.

Le donne che più ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade,
ma quante volte ci si rialza.

10. Non basano il proprio valore sulla percezione di altre persone

Le donne sicure vedendo la “vita attiva” di altre persone sui social non si sentono inferiori.

Probabilmente non avranno 2000 amici di Facebook e una marea di ammiratori su Instagram,
ma sanno che la cosa importante è il contenuto,
non i numeri.

Valutano l’autenticità e vogliono solo amici con i quali condividere una connessione profonda.

Amano le conversazioni impegnative pur sapendo che non portano alla popolarità.
Ma non importa.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Qualità anziché quantità.

Queste donne sicure amano i loro amici e la loro famiglia,
ma sanno che è importante avere il tempo per se stesse,
dove possono esplorare la crescita personale e prendere tempo per ritrovarsi.

Non trovano il silenzio scomodo.
Anzi,
il silenzio le ricarica.

Le donne sicure sono anche arroganti e sfrontate?

Purtroppo,
questo è un timore di molte donne.

Si può mostrare sicurezza di sé ma anche comprensione e femminilità,
pur avendo una posizione lavorativa di responsabilità,
gestendo team e budget importanti.

Anche la donna può essere assertiva senza aver paura della propria femminilità:
essere sexy e femminile non è l’antitesi dell’essere una donna indipendente,
libera e di potere.

Determinato “non è l’opposto di timido”.
Una donna può avere qualsiasi tipo di personalità e ancora essere autosufficiente e coraggiosa.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 1

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Se pensi sia tutta una questione di bellezza,
di attrattiva fisica,
beh, ti sbagli!

Le donne sicure vanno-oltre.

Quando entrano in una stanza, te ne accorgi subito,
si portano dietro quest’aurea di fascino, grazia e determinazione,
di successo.
Sono memorabili.

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Prendono decisioni con accuratezza,
ma una volta che hanno deciso,
lo hanno fatto davvero.
Non le vedrete titubare.
L’esitazione non fa parte del loro processo.

Sanno cosa stanno facendo e perché lo fanno,
in ogni momento.

Se anche tu vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita,
è senz’altro utile sapere cosa-fanno le donne di successo.
Altrettanto importante è conoscere cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le donne che più ammiri non-fanno:

1. Rifiutano l’immagine della donna perfetta imposta dai media

Le donne sicure rifiutano le tendenze.
Non lasciano che i media dettino il loro aspetto fisico e i loro comportamenti.
Non si fanno imporre da spettacoli televisivi e fiction come parlare e come essere cool.

Difficilmente si conformano a qualcosa.
Sanno adattarsi finemente alle proprie esigenze e preferenze.
Si concentrano solo su ciò che vogliono.

Queste donne sono sicure nelle loro scelte di stile di vita,
di carriera, di sposarsi, di avere una famiglia o meno.

E non hanno paura di chiedere quello che vogliono.

2. Non reprimono i sentimenti

Le donne sicure sanno che l’istinto è l’alleato più forte nel processo decisionale.
Ascoltano la loro voce interiore come un amico di fiducia.

Se vogliono dirti qualcosa,
te lo faranno sapere,
stanne certo.

Sanno che il modo più veloce per ottenere qualcosa è …
l’onestà.

 


 

3. Le donne sicure non spettegolano

Spettegolare a volte può essere salutare perché stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero.
Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo.

I pettegolezzi e il gossip diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati,
con un’escalation dei toni e della forma,
o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Le donne sicure non parlano di altre donne,
hanno di meglio da fare che sparlare di altre persone.

Parlano piuttosto dei loro sogni,
dei loro obiettivi, dei loro piani,
e delle loro aspirazioni.

Non perdono tempo in gossip.
Le donne di successo evitano di farsi coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i loro rapporti interpersonali o di trovarsi in situazioni spiacevoli.

4. Non hanno paura dell’imperfezione

Meglio un diamante con un’imperfezione che un sasso senza.
Confucio

Le donne sicure sanno che l’equilibrio è tutto,
e che bisogna prendersi cura di se stesse.

Ricercano (costantemente) un sano equilibrio tra lavoro e vita privata e prendono tempo per mangiare bene.

Vogliono arrivare in palestra in orario,
ma sanno che il mondo non finirà, anche se … arriva un imprevisto sul lavoro,
o si concedono un gelato occasionale.

Le donne sicure sono ben consce del valore di una buona prima impressione,
ma conoscendo anche l’importanza del tempo, sanno che talvolta comporta …
niente-trucco e pantaloni da tuta.

Senza fare drammi!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Non cercano di soddisfare le aspettative degli altri

Una donna determinata non ha bisogno di continue approvazioni esterne.

Non han bisogno di accontentare tutti,
in ogni momento.

Non ha paura di dire di “no” o spiegare “perché”.

Si sforza di essere gentile e leale,
sapendo anche che è impossibile compiacere tutti.
Non si sconvolge se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

Continua a leggere la parte 2.

7 ragioni perché farai molta fatica a trovare lavoro – anche con un buon CV – parte 2

trovare un lavoro

LEGGI ANCHE la parte 1.

4. Sei in costante attesa di una risposta

Lento, lentissimo,
pachidermico,
un passo … attesa … poi un altro passo … attesa e così via …

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Mandi una candidatura e aspetti la risposta, speri magari che ti chiamano per il colloquio,
pensi che sia andata bene … aspetti la risposta …
infatti è andata bene (sei preparato e competente) ma la scelta è andata su un altro candidato, peccato!

Peccato sì,
perché da quando hai mandato la prima mail di candidatura alla risposta sono passati quasi 2 mesi.
E tu cosa hai fatto nel frattempo?
Niente. Hai solo aspettato.

Non aspettare che finisca l’intero iter di selezione di una singola selezione.
Apri più canali, più alternative, più sbocchi.
Porta avanti più selezioni alla volta.
Rilancia. Non fermarti.
Altrimenti è dura trovare un lavoro.

Non aspettare. Non sperare.
Devi firmare.

“La partita finisce quando arbitro fischia”.
Vujadin Boskov

5. Sei troppo passivo

Purtroppo il cellulare non squilla da solo.
Nessuno viene a bussare alla porta di casa tua.

Non accade nulla,
se non fai nulla, è talmente logico da essere banale.

Invece,
insegui attivamente le opportunità.
Otterrai risultati migliori essendo proattivo.

Sono importanti dedizione e disciplina.

Crea un piano e una routine per ogni giorno,
sviluppa un programma,
fissa degli obiettivi,
e cerca di essere il più possibile attivo e produttivo.

A quel punto sarai anche … attrattivo!

 
CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

6. Focus solo su te stesso (e non sul Mercato)

Il Mercato?
Cos’è? Cosa vuole? Ma chi se ne frega …

Ricorda però che,
il Mercato del Lavoro assume in base alle propre esigenze e non segue i tuoi bisogni.
Delle tue necessità o urgenze s’interessa ben poco.

È di fondamentale importanza (se vuoi trovare un lavoro) rimanere focalizzati sulla soddisfazione dei bisogni dei tuoi potenziali datori di lavoro (aumentare i profitti, bilanciare il carico di lavoro di un team, espandere un reparto, ecc.)

Il Mondo del Lavoro di oggi ha bisogno di mobilità più che mai.
Sono tante le persone alla ricerca del lavoro perfetto o che considerano solo le opportunità a tempo pieno o a tempo indeterminato.

È efficace essere aperti al part time, a lavori temporanei, freelance,
alla possibilità di lavorare da liberi professionisti, come lavoratori a contratto, ecc.
per massimizzare le possibilità di successo nella ricerca di lavoro.

7. Non personalizzi le tue candidature riducendo le possibilità di trovare un lavoro

Sai che è un buon consiglio,
ma sai che richiede un po’ di lavoro in più.
E così comincia il gioco del rimando,
della procrastinazione.

“Lo farò domani”, “Lunedì”, ecc…
“Tanto non se ne accorge nessuno”.
“Tanto nessuno la leggerà comunque”

 


 

Vero.
Più della metà dei selezionatori non leggono i tuoi dossier di candidatura.
Ma ti stai dimenticando di quelli che lo leggono.
Che sono tanti, comunque.

Come la prenderanno se poi dovessero leggere il tuo dossier e trovarsi davanti a una copia scialba,
incolore, standardizzata,
prodotta in serie?

Chi legge la tua candidatura è una persona.
Né più né meno come me e te.
Non puoi creare una singola candidatura e inviarla a tante aziende pensando di risparmiare tempo e fatica.

Ogni annuncio di lavoro è diverso …
anche la risposta all’annuncio deve essere unica e personalizzata.

Anche tu vuoi essere trattato come unico e speciale, vero?

7 ragioni perché farai molta fatica a trovare lavoro – anche con un buon CV – parte 1

trovare un lavoro

Se sei alla ricerca di un lavoro (magari già da un po’) è totalmente comprensibile che tu ti senta bloccato, frustrato e scoraggiato.
Confuso.

È normale.
Naturale.
Chiunque ci sia passato, sa cosa intendo e cosa vuol dire convivere con sentimenti di delusione e rassegnazione per una ricerca che sembra vana.

Trovare un lavoro? A volte è solo questione di approccio

A volte è solo sfortuna,
troppa concorrenza, crisi del settore,
altre volte si tratta di un problema di approccio, di mentalità,
di pensieri negativi e credenze depotenzianti che minano (anche indirettamente) la tua ricerca di lavoro.

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Ecco 6 ragioni perché penso farai molta fatica a trovare un lavoro,
anche se hai ottime competenze e una rispettabile esperienza lavorativa:

1. Sei troppo negativo e pessimista

Se ti convinci di non essere “abbastanza” per quella posizione o pensi che nessuno ti chiamerà mai …
probabilmente sarà davvero così.

Il cinismo, l’amarezza e il pessimismo si trasmettono nei colloqui di lavoro
e per quanto ti possa sembrare strano anche nelle lettere e nelle email – e questi atteggiamenti negativi possono affondare le tue (residue) possibilità di trovare un lavoro.

Invece di lamentarti,
pensa a come puoi mostrare il tuo valore durante la ricerca di lavoro.

Rivolgi le tue frustrazioni personali a un caro amico o a un familiare.
Circondati il più possibile di persone positive e la tua energia automaticamente comincerà ad attrarre piuttosto che allontanare.

2. I tuoi obiettivi sono vaghi

“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.”
Lucio Seneca

Spesso sono contattato da persone che vogliono “trovare un lavoro“.

Non vogliono limitare le loro opzioni,
desiderano ampliare gli orizzonti e sono aperti a qualsiasi tipo di opportunità di lavoro.

Purtroppo fanno l’errore di avere obiettivi vaghi,
poco specifichi, il solo focus sembra nient’altro che accedere al libro paga di qualcuno.

Se la tua ricerca di lavoro è troppo indefinita,
non comunica abbastanza valore specifico.

 


 

La concorrenza è alta e devi competere con persone che conoscono esattamente quello che vogliono e sono appassionate.
Una battaglia persa in partenza.

È come andare in vacanza senza decidere dove vuoi andare.
Se non conosci la tua destinazione,
come puoi mappare un percorso?

3. Sei troppo celebrale – poco concreto

“Sì, ma … non è quello che cercavo”
“Sì, ma … è un‘azienda leader, se la tirano”
“Sì, ma … qualcuno ha detto che pagano poco”
“Sì, ma … è una start up, poche garanzie di continuità”
“Sì, ma … è part time … full time … troppo lontano di casa … come faccio per dare a mangiare al mio cane”

Si, ma … (adesso lo dico io) così facendo stai lucidando l’argenteria mentre la casa sta bruciando.
Ovvero,
ti stai perdendo in ghirigori mentali invece di “saltare” sul primo lavoro che trovi,
usare questo salvagente per prendere un po’ di respiro,
e cominciare da lì.

Mi spiego meglio, per non essere frainteso.

Faccio della strategia il mio lavoro di coach,
analizzare, valutare, scomporre e soppesare fa parte del coaching
ma ci sono momenti (nella ricerca di lavoro come nella vita in genere) in cui tutto questo deve essere messo da parte e bisogna buttarsisenza pensarci troppo.

 
CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

Se non trovi lavoro da un po’, se il tempo sta passando inesorabilmente,
le risorse economiche cominciano a scarseggiare,
il “buco” nel CV diventa sempre più difficile da giustificare,
il settore è già in forte crisi,
soppesare troppo (e non muoversi) è sintomo di “grande ignoranza nella gestione di se stessi.”

La vedo dura!

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2.

Nuovo team leader? 12 suggerimenti per partire con il piede giusto

nuovo team leader
Sei il nuovo team leader?

Bene.

Allora partiamo da qui.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” (dedicato a chi entra per la prima volta nel mondo della leadership),
non importa dove andrai:

  • una startup innovativa
  • un’azienda familiare
  • una multinazionale

il tuo approccio iniziale farà la differenza.
Tra successo… e fallimento.

“Chi ben comincia…”

I primi giorni contano (molto più di quanto pensi)

Sarai stimolato.
Entusiasta.

Ma anche sotto pressione.

Davanti a te:

  • opportunità
  • difficoltà
  • aspettative

E tutto inizia… dal primo giorno.

Se stai già pensando a come spendere il nuovo stipendio, fermati un attimo.

Una falsa partenza può bruciarti in pochissimo tempo.

Essere leader è un viaggio.
Non solo un ruolo.

Ecco 12 suggerimenti per iniziare bene.

1. Non devi dimostrare (immediatamente) quello che sai

Lo hai già fatto nel processo di selezione.

Adesso devi dimostrare:
quanto sei capace di imparare.

2. Lo stress che senti, lo sentono anche gli altri

Il tuo arrivo di nuovo team leader … crea movimento.

Le persone si chiedono:

  • “Cosa cambierà?”
  • “Cosa succederà al mio ruolo?”

Un po’ di tensione è normale.
Anche utile.

Se puoi rassicurare… fallo.

Ma senza promettere ciò che non puoi mantenere.

3. Impara i nomi (il prima possibile)

In un periodo in cui si parla tanto di team building,
troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole sentirsi
unica e speciale.

Non è solo educazione.

È leadership.

Usare il nome di una persona:

  • crea connessione
  • mostra rispetto
  • riconosce valore

E costruisce relazione.

4. Evita giudizi affrettati

“I pregiudizi sono la più grande barriera alla comunicazione.”
Carl Rogers

Attenzione.

Le etichette che metti agli altri…
influenzano il tuo comportamento.

E il loro.
E spesso diventano profezie che si auto-avverano.

5. Non credere a tutto quello che senti

Succede sempre all’arrivo del nuovo team leader.

C’è chi:

  • vuole piacerti
  • vuole influenzarti
  • metterti alla prova

Ognuno ha un motivo per “aiutarti”.
Sta a te capire quale.

6. Non fare il “so-tutto-io

Sei stato scelto perché sei bravo.
Ok.

Ma attenzione.
Se vuoi dimostrarlo subito… rischi di perdere credibilità.

Osserva.
Ascolta.
Capisci.

Poi agisci.

Se saprai resistere alla tentazione di impressionare,
i risultati saranno potenti.

7. Usa “noi”, non “io”

Fin da subito.
Crea squadra.

Includi tutti:

  • chi lavora con te ogni giorno
  • chi vedi una volta a settimana

Il senso di appartenenza nasce così, evitando di creare differenze e favoritismi tra i collaboratori.

8. Esci dall’ufficio

È un modo per far capire che-ci-sei.
Con loro.

In prima linea.

Non chiuso in ufficio,
ma accessibile e disponibile.
Fatti vedere.

Ogni giorno.

  • passa tra le persone
  • fai domande
  • ascolta

Le domande ti rendono autorevole.
Le risposte (spesso) arrivano dopo.

9. Rileggi sempre le mail

Sembra banale.
Non lo è.

Prima di inviare:

  • rileggi
  • controlla
  • rallenta

Se puoi, aspetta.

Rileggere con “occhi nuovi” cambia tutto.

Chiediti:

  • è chiara?
  • può essere fraintesa?
  • come la riceverei io?

10. Ascolta il tuo istinto

L’istinto arriva prima.
Sempre.

Fai silenzio.

Annota le sensazioni:

  • sulle persone
  • sulle dinamiche
  • sull’ambiente

Ti tornerà utile.
Un giorno.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
gli inchini e i salamelecchi che …

accompagnano il tuo arrivo.

11. Se vuoi sentirti grande vuol dire che sei (ancora) piccolo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, se senti il bisogno di:

  • mostrarti superiore
  • parlare dei tuoi successi
  • impressionare

Fermati!

Muoviti con fiducia.
Non con arroganza.

Fai parlare i fatti.

12. Le relazioni contano (più di quanto credi)

Sei stato scelto per competenze tecniche.

Ma resterai per le competenze relazionali.

All’inizio concentrati su 3 cose:

  • presentarti
  • ascoltare
  • costruire relazioni

Conosci le persone.
Non i ruoli.

Devi sistemare tutto subito?

No, non devi cambiare tutto subito.

Neanche dimostrare tutto subito.

Devi costruire.
E la costruzione… richiede tempo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

In sintesi

Essere un nuovo team leader non significa “partire forte”.

Significa:
partire bene.

Con attenzione.
Con equilibrio.
Intelligenza relazionale.

Il tuo ruolo ti è stato assegnato.

La tua autorevolezza… no.

Quella la costruisci.

Giorno dopo giorno.
Conversazione dopo conversazione.

10 frasi killer da non pronunciare davanti al tuo capo – 2

frasi da non dire al capo

Leggi anche la parte 1.

5. “Non mi piace lavorare con Letizia”

Nulla infastidisce il tuo capo più di ascoltare (grandi o piccole, poco importa) beghe personali tra i membri del suo team.

Non può risolvere ogni piccolo conflitto che si presenta sul posto di lavoro,
quindi non rendere il suo lavoro più difficile con lamentele sui colleghi.

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Un suggerimento:
anche se hai ragione sul conto di quella persona,
lo sforzo per lavorare bene accanto a lui/lei,
sarà più proficuo delle (continue) lamentele con il tuo capo.

6. “Non è il mio lavoro”

Una delle classiche frasi da non dire al capo.
Ecco una frase tossica che ti dipinge come una persona inflessibile e non cooperativa.

Se il tuo capo ti chiede di farlo,
probabilmente vede questa richiesta come parte del tuo lavoro.

Se senti veramente che ti è stato chiesto qualcosa d’ingiusto,
chiedi al tuo capo di discutere di questa nuova incombenza,
ma non dire mai (se ti è chiesto di fare qualcosa) che non fa parte del tuo lavoro!

7. “Non posso farlo ora, ho altre priorità”

Questa frase ti farà apparire come qualcuno che non vuole imparare e crescere.
E poi…
stai bloccando la comunicazione!

Molto meglio dire: “Ho una serie di mansioni in scadenza.
A tuo parere, a quali daresti la priorità
?”

 


 

8. “Non mi avevi detto di fare così”

“Tutti cercano qualcuno a cui dare la colpa.”
Tom Waits

Può darsi che tu abbia (davvero) ragione e ti abbia dato un’indicazione sbagliata,
ma il tuo capo non si chiederà se hai ragione o no,
noterà solo che tu stai sfidando la sua autorità.

Meglio dire “Ora ho capito che cosa vuoi, lo faccio subito”.
Così metti l’accento sul fatto che c’è stato un errore di comunicazione,
non stai negando il problema e stai (comunque) cercando la soluzione.

È importante, fare una verifica di comprensione, ripetendo ad alta voce la richiesta,
per evitare ulteriori problemi.

In questo modo,
invece dimostrerai di essere attento e disponibile.

9. “Il vecchio capo non faceva così”

Oppure “Prima le cose erano gestite meglio qui”

Non vorresti essere confrontato con un ex collaboratore, vero?
Per il tuo capo è lo stesso!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Anche il tuo capo può pensare che tu sei bloccato,
poco duttile e disponibile,
che non ti sei adattato bene al cambiamento e che non sei flessibile.

Questo potrebbe tagliarti fuori da nuovi progetti o assegnazioni,
perché (sembra) che tu non sia capace di gestire al meglio il cambiamento.

10. Qualsiasi domanda a cui si possa rispondere facilmente

La tecnologia oggi mette il mondo a portata di mano,
e ti dà la risposta alla maggior parte delle domande.

Evita di preoccupare il tuo capo con richieste generali,
che si possono facilmente risolvere con un minimo d’iniziativa e una semplice connessione a Google.

Attento ai social!

“Che palle!”.
“Non ne posso più oggi”
“Ho un’allergia, sto a malapena in piedi, ma devo tirare fino alle 6”.
“Non ho mai avuto un boss più intelligente di me”.

Quando pubblichi qualcosa, ricorda che (forse) anche il tuo capo potrebbe leggerlo.
Equivale quasi a dirlo direttamente in faccia.

Banale?
No, banalissimo.
Ma sono in tanti a cascarci!

Frasi da non dire al capo? La prudenza non è mai troppa

Se pensi che l’onestà paghi sempre e che dire quello che pensi sia comunque la strada più efficace …
ricorda che sul posto di lavoro possono verificarsi situazioni in cui è preferibile maggior cautela,
per non compromettere o rovinare del tutto le tue possibilità di carriera.

A volte è consigliabile un eccesso di prudenza,
così da formulare un dialogo costruttivo e professionale,
piuttosto che farfugliare la prima cosa che viene in mente e rimpiangerla subito dopo.

Infatti,
dire qualcosa nel modo sbagliato è un attimo,
ma l’impressione negativa (che ne scaturisce) può diventare duratura e controproducente.

10 frasi killer da non pronunciare davanti al tuo capo – 1

frasi da non dire al capo

Se chiedi al tuo capo qual è l’aspetto più importante nel mondo del lavoro di oggi,
(probabilmente) ti dirà la comunicazione.
E ha ragione.

Infatti, quando parliamo,
(anche se quello che diciamo conta solo il 7-8% della nostra comunicazione),
dobbiamo stare ben attenti a non usare espressioni che ci fanno apparire offensivi,
incompetenti o poco corretti nei confronti del nostro capo/a.

Ecco 10 frasi da non dire al capo:

Occhio a tutte quelle espressioni, piccole frasi (che sembrano innocue) che possono,
anche a livello inconscio, essere interpretate negativamente e sabotare il tuo rapporto professionale.
E poi sono …
dolori!

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Poco importa quanto il tuo capo/a sia aperto di vedute,
ci sono ancora alcuni punti di discussione che sono tabù.

Ecco 10 frasi frasi da non dire al capo e che non dovresti mai lasciarti sfuggire:

1. “È un problema”

La scelta delle parole la dice lunga su di te.
E su chi-sei.

Un problema rappresenta un ostacolo,
una barriera o un blocco insormontabile.

Se “etichetti” tutto come un problema,
rischi di essere visto come “negativo e porta sfiga”.

I problemi sul posto di lavoro si presentano ogni giorno.
E ogni giorno vengono risolti!
Non devi farne una “ragione di stato” tutte le volte che ti trovi davanti una difficoltà.

Se c’è un problema,
prova a offrire al tuo capo una possibile soluzione.
Te ne sarà grato!

Leggi il mio post su come migliorare il tuo rapporto con il capo.

2. “Non posso”

Ecco una delle frasi da non dire al capo.. in compagnia dei suoi fratellastri “È impossibile” o “Non si può fare”.

Nessuno si aspetta che tu sia in grado di fare tutto,
ma il tuo capo vuole sentire cosa puoi fare e cosa è possibile,
non quello che non puoi fare o quello che per te è impossibile.

 


 

Così, invece di dire,
“Non riesco a finire per domani, è impossibile”,
offri al tuo capo una scadenza realistica.

Se ritieni che ti sia stato chiesto l’impossibile,
spiega esattamente quello di cui hai bisogno “Posso terminarlo per domani,
se avrò il supporto di Roberto e Camilla”.
Così. Positivo!

Evita lamentele e frasi di uno
che non si vuole mettere alla prova.

3. “Sono stanco morto, sai nel weekend… ”

Questo potrebbe sembrare ovvio,
ma succede, potrebbe scapparti,
anche accidentalmente.

Potresti aver chiuso il locale sabato sera e qualcuno ti ha accompagnato a riprendere l’auto perché non ti ricordavi dove l’avevi parcheggiata.
E allora?

Anche se hai un rapporto amichevole con il tuo capo,
le tue questioni personali dovrebbero essere lasciate fuori dal contesto lavorativo,
perché potrebbero condizionare il tuo rapporto.

Se continui a vantare notti di follia in città e allo stesso tempo ti presenti in ritardo,
il tuo capo ti richiamerà al concetto del lavoro-è-lavoro,
alle tue responsabilità sul lavoro e gli obiettivi della società.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

4. “Ho bisogno di un aumento”

Il punto non è chiedere un aumento.
Un adeguamento.
Un ritocco.

Non ha assolutamente niente a che fare con il merito del tuo lavoro,
non ha assolutamente niente a che vedere con la qualità di ciò che stai facendo.

I salari e le promozioni si basano sul tuo contributo all’azienda,
i tuoi punti di forza e le tue realizzazioni,
piuttosto che sui tuoi bisogni.

Il tuo capo vuole sapere perché ti meriti l’aumento,
non perché ne hai bisogno
(la necessità di solito implica un problema finanziario personale).

Se vuoi negoziare uno stipendio più elevato,
è necessario chiederlo in un modo più efficace,
dimostrando i tuoi successi e mantenendo fuori le tue esigenze personali.

Nessun capo terrà mai un impiegato che ha sempre ragione.
Arthur Bloch

Continua a leggere la parte 2.

8 spunti per aumentare l’autorevolezza della tua voce (così tutti ascolteranno)

autorevolezza della voce

“Oggi il segreto della leadership di successo è l’autorevolezza,
non l’autorità.”

Ken Blanchard

Autorevolezza al lavoro: la voce conta più di quanto pensi.

Apparire più autorevoli al lavoro non significa fare il bullo o il dittatore.

Se inizi a impartire ordini ai tuoi amici,
ti ritroverai presto… da solo.

Detto questo,
se qualcuno — un collaboratore, un collega, perfino un amico —
non rispetta i tuoi confini,

hai tutto il diritto di usare un tono deciso
per dirgli di fermarsi
e di considerare i tuoi limiti.

Alza di una tacca l’autorevolezza della voce

Se la tua voce suona autorevole,
gli altri ascoltano più facilmente ciò che hai da dire.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” (nuova edizione 2025),
le ricerche mostrano una forte correlazione tra potere e tono di voce.

Le persone in posizioni di alto livello parlano diversamente.
E l’autorevolezza si percepisce anche solo dal suono della voce.

Attenzione però:

la voce che senti nella tua testa
può essere molto diversa da quella che sentono gli altri.

Prova a registrarti durante una conversazione…
e non sorprenderti se la mascella ti cade a terra.

Sì.
Quella voce monotona e scontata…
potrebbe essere proprio la tua!

8 spunti per rendere la tua voce più autorevole
(così, sì: adesso ti ascoltano)

1. Rilassati, se vuoi autorevolezza nella voce

Inizia dalla postura.

Per migliorare la voce devi ridurre la tensione nel corpo:
spalle, collo, mascella, viso.

Rilassati.
Lascia che tutto il corpo partecipi.

Distribuisci il peso in modo uniforme sui piedi
e senti il contatto con il suolo.

Il tono della tua voce è il primo passo per costruire fiducia.

2. Usa più risonanza toracica

Per “suonare” sicuro devi respirare meglio.

Molte persone parlano in modo esitante
non per un problema linguistico,
ma perché respirano male.

Respiri corti = frasi spezzate = insicurezza.

La risonanza toracica produce una voce:
profonda, stabile, adulta.

La voce autorevole parla con il diaframma.

3. Abbassa il tono alla fine delle frasi

La fine della frase è cruciale.

Se il tono sale,
sembra che tu stia facendo una domanda.

Risultato?
Credibilità minata.

Peggio ancora se stai dando indicazioni:
sembri incerto, in cerca di approvazione.

Regola semplice:
il tono che scende con decisione
è quello delle affermazioni e dei comandi.

4. Alzati in piedi quando parli al telefono

La voce è corpo.

In piedi hai più energia
che seduto, afflosciato sulla sedia.

I polmoni si espandono meglio.
L’aria circola.
La voce si potenzia.

Sì, può sembrare esagerato.
Ma per una telefonata importante funziona.

5. Parla più lentamente. E un po’ più forte.

Parliamo tutti troppo velocemente.

Crediamo che così manterremo l’attenzione.
Non è vero.

Scandisci le parole.
Prenditi tempo.

E probabilmente…
non stai parlando abbastanza forte.

Se nessuno ti chiede mai
“Scusa, cosa?”
allora sei sulla strada giusta.

6. Non affrettarti a rispondere

Quando vieni chiamato a parlare all’improvviso,
l’ansia gioca brutti scherzi.

Prenditi qualche secondo.
Una persona sicura di sé non ha paura del silenzio.

Pensa alla frase completa.
Respira.
Poi parla.

Non correre.
Hai più tempo di quanto credi.

E sì:
apparirai più autorevole.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Scopri il percorso mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
e rafforza la tua leadership comunicativa.

7. Usa le pause

Le pause sono potere.

Usale alla fine,
ma anche dentro le frasi.

Dici qualcosa.
Ti fermi.

Aspetti.

Così dai alle parole il tempo di colpire.

Senza pause,
l’effetto si dissolve nel rumore della conversazione.

8. Parla con passione (non con rabbia)

Le voci piatte annoiano.
Sottolinea le parole importanti.

Usa espressioni facciali.
Coinvolgi il corpo.

Se ti appassiona ciò che dici,
anche chi ascolta lo percepirà.

Attenzione però:
passione non è rabbia.

Non alzare troppo il volume.
Aggiungi forza, non rumore.

Se non controlli te stesso,
le persone non ti rispettano.

In finale

L’autorevolezza non si impone.
Si sente.

E spesso,
arriva prima dal tono della tua voce
che dalle tue parole.

8 insicurezze al lavoro che tutti temono (anche il tuo capo)

insicurezze al lavoro

Foto di BarbaraAlane

Non sono pochi i professionisti che mi contattano per fare coaching
perché si sentono insicuri sul lavoro.

Dubbi sulle proprie qualità.
Perplessità sulle proprie competenze.
La sensazione di non essere abbastanza.

Desiderano lavorare bene.
Essere apprezzati.
Fare la differenza.

Eppure, attraversano momenti di incertezza

Momenti che, se ignorati, rischiano di trasformarsi in capitomboli professionali.

Se hai paura che le tue insicurezze emergano sul lavoro, ricordati una cosa.

Anche le persone che sembrano più sicure di sé — incluso il tuo capo — hanno:

  • dubbi
  • paure
  • incertezze.

La differenza è che hanno imparato a gestirle.

Ecco 8 insicurezze molto comuni sul lavoro
(anche tra i professionisti più esperti).

1. Sentirsi invisibili

Molte persone hanno paura di non essere viste o ascoltate.

Nessuno critica il tuo lavoro.
Ma nessuno lo apprezza nemmeno.

Invii una mail…
silenzio radio.

Hai chiesto un follow-up?

Nessuna risposta.
Non sei criticato.
Non sei elogiato.

Sei semplicemente… ignorato.

Complimenti: hai sviluppato il superpotere dell’invisibilità.

Ed è frustrante.

Perché sai che il tuo lavoro è utile.
Sai che ciò che fai ha valore.

Se solo qualcuno lo notasse!

2. Dire qualcosa di ridicolo

“Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere ciò che non sono.”

— Giacomo Leopardi

Molti temono di dire qualcosa che li faccia apparire:

  • poco professionali
  • inesperti
  • fuori luogo.

Nessuno vuole essere visto come il principiante della situazione.

Il problema è che non esiste il tasto rewind per le parole.

A volte la soluzione è più semplice di quanto credi:

  • scusarsi
  • chiarire
  • oppure usare un po’ di autoironia.

Una piccola gaffe non distruggerà la tua carriera.

3. Non avere nulla da dire

Sta per iniziare l’ennesima riunione.

E tu inizi a sudare freddo.
Sai perché.

Temi di non avere nulla di utile da dire.

In molte riunioni succede sempre la stessa cosa:
alcune persone dominano la conversazione
mentre altri restano in silenzio.

E restare seduti lì, senza contribuire, può essere una sensazione terribile.

Nessuno vuole essere la persona che “non aggiunge mai valore”.

4. Non capire

Sei seduto in riunione.

E mentre scorrono:

  • tecnicismi
  • acronimi
  • concetti complessi

pensi:

“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Non capire è una delle insicurezze più diffuse.

In teoria la soluzione è semplice:
chiedere.

In pratica, molti fanno altro.

Annuiscono.
Fingono di capire.

Sperando che nessuno faccia loro una domanda.

5. Non consegnare il lavoro in tempo

Essere in ritardo nella consegna di un lavoro è una delle cose meno tollerate.

Comunica una cosa molto precisa:
inaffidabilità.

Le scadenze raccontano molto di te:

  • del tuo metodo di lavoro
  • della tua organizzazione
  • del tuo senso di responsabilità.

Rispettarle è una delle regole più importanti.

6. Non essere riconosciuti

“Posso vivere due mesi grazie a un bel complimento.”

— Mark Twain

Anche nel lavoro abbiamo bisogno di riconoscimento.

Non vogliamo solo timbrare il cartellino e aspettare lo stipendio.

Vogliamo sapere che il nostro lavoro:

  • è utile
  • apprezzato
  • visto.

Quando un progetto su cui hai lavorato duramente passa inosservato…
è difficile non sentirsi scoraggiati.

Ancora peggio quando il merito viene attribuito a qualcun altro.

7. Sentirsi inadeguati

Molti professionisti hanno una sensazione costante:
non essere all’altezza del ruolo.

Ogni nuovo incarico sembra enorme.
Ogni incontro con il capo genera tensione.

“E se si accorgessero che non sono così competente?”

Ma c’è una verità semplice.

Se non fossi qualificato per il tuo ruolo…
probabilmente non lo avresti!

Se vuoi approfondire l’inadeguatezza della sindrome dell’impostore ho dedicato un capitolo nel mio libro “Prima vola Leader”.

8. Pensare di non avere talento

Confrontarsi con gli altri è inevitabile.

E spesso sembra che qualcuno sia:

  • più veloce
  • più brillante
  • più talentuoso.

Questo confronto può generare:

  • gelosia
  • frustrazione
  • insicurezza.

Ma ecco una cosa importante.
Il talento, da solo, non basta.

Servono anche costanza, duro lavoro e
determinazione.

Tra una persona talentuosa ma poco determinata
e una meno talentuosa ma tenace…
personalmente scommetto sempre sulla seconda!

Se senti di non essere abbastanza incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, potrebbe essere il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il percorso di coaching mirato:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Una riflessione finale

Le insicurezze sul lavoro sono normali.

A volte possono spingerti a migliorare.
Altre volte rischiano di bloccarti.

Anche i professionisti più sicuri hanno dubbi.

La differenza è che non permettono alle insicurezze di fermarli.

Le ascoltano.
Imparano da loro.

E poi… continuano ad andare avanti.

8 frasi tossiche da evitare quando chiedi un aumento di stipendio


Chiedere un aumento: 8 frasi da evitare (se vuoi davvero ottenerlo)

In un mondo del lavoro ideale, la soluzione sarebbe semplice:
vuoi più soldi? Li chiedi.

Fine.

Nel mondo reale, invece, tutto si complica.
Ti blocchi.
Rimandi.
Ci giri intorno.

Perché?

Perché chiedere un aumento non è solo una questione economica.
È una questione (anche) emotiva.

La vera paura non è il “no”

Temiamo il rifiuto.

Non tanto per quello che comporta…
ma per quello che ci fa sentire.

Rifiutati.
Non abbastanza.
Sostituibili.

E così evitiamo.

Oppure arriviamo alla trattativa già indeboliti.

Eppure c’è una cosa da chiarire subito:

una negoziazione spesso inizia con un “no”.

Se fosse tutto facile e lineare, non si chiamerebbe trattativa.

Il punto, quindi, non è evitare il rifiuto.
È non sabotarsi prima ancora di iniziare.

Ecco 8 frasi da evitare quando chiedi un aumento:

1. “So che non è il momento giusto…”

Se lo pensi davvero, perché lo stai chiedendo?

Il timing conta.

Conta molto.

Se l’azienda cresce, fattura, investe…
hai un terreno favorevole.

Se invece si parla solo di tagli, riduzioni e contenimento costi,
stai entrando in salita.

Chiedere nel momento sbagliato non è coraggioso.
È poco strategico.

2. “Non ho un aumento da…”

Capisco la frustrazione.

Anni senza riconoscimenti.
Impegno dato per scontato.

Succede.

Ma attenzione: questo argomento parla di te.
Dei tuoi bisogni.

L’azienda ragiona in modo diverso.

Vuole capire il tuo valore.
Non il tuo malcontento.

3. “Sto facendo il lavoro di tre persone”

Forse è vero.

Ma probabilmente non sei l’unico.

Molti team lavorano sotto pressione.
Molti colleghi sono nella stessa situazione.

Se porti questo argomento come lamentela, perdi forza.

Se invece mostri risultati concreti, cambia tutto.

4. “Sono qui da un anno e …”

La permanenza non è un merito.

È una base.

Rimanere non significa crescere.

Non significa creare valore.

Non significa meritare automaticamente di più.

Il tempo da solo non giustifica un aumento.

5. “Ho fatto tutto quello che dovevo fare”

Appunto.

Quello che dovevi.

Un aumento non premia il minimo richiesto.

Premia ciò che va oltre.

Iniziativa.
Impatto.
Risultati.

Se non riesci a dimostrare questo,
la richiesta si indebolisce.

6. “Ho bisogno di più soldi per…”

Mutuo.
Famiglia.
Spese personali.

Sono motivazioni reali.
Legittime.

Ma non sono criteri aziendali.

L’azienda investe su ciò che produci,
non su ciò che ti serve.

È una distinzione dura, ma necessaria.

Se vuoi lavorare in modo concreto sulla tua crescita professionale, sulla negoziazione e sul tuo posizionamento:

Scopri il coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”.

7. “Ho scoperto che Filippo guadagna più di me”

Il confronto è una trappola.

Non conosci tutti i dati.
Non conosci le condizioni.
Neanche conosci la storia.

Filippo potrebbe avere:

  • più esperienza
  • più risultati
  • una negoziazione iniziale diversa

Portare questo argomento ti indebolisce.

La tua richiesta riguarda te.
Solo te.

8. “Se non mi date un aumento, me ne vado”

È una leva.

Può funzionare.

Ma è rischiosa.

Funziona solo se:

  • sei davvero disposto ad andartene
  • hai alternative concrete
  • hai un valore riconosciuto

Se bluffi… si vede.

E perdi credibilità.

Come impostare davvero la richiesta

Chiedere un aumento non è un atto impulsivo.

È una costruzione.

Serve preparazione.
Serve chiarezza.
Posizionamento.

Parti da qui:

  • Quali risultati hai ottenuto?
  • Che impatto hanno avuto?
  • In cosa sei diventato più efficace?
  • Dove stai creando valore concreto?

Parla di fatti.

Numeri.
Progetti.
Risultati.

Esplicita con chiarezza.

Senza giustificarti.
Scusarti.
Attaccare.

Hai ricevuto una nuova offerta di lavoro ma non sai se accettare o restare dove sei?

Scopri il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?
per valutare con lucidità pro e contro e prendere una decisione davvero consapevole.

Chiedere un aumento oggi non è semplice

Serve lucidità.
Serve coraggio.
Preparazione.

“Valutati di più: ci penseranno gli altri ad abbassare il prezzo.”
Anton Čechov

Non è il “no” a fermarti.

È il modo in cui ti presenti prima ancora di chiedere.

E quello… puoi cambiarlo.

Ecco dove tenere e non tenere le mani durante il colloquio di lavoro

mani durante il colloquio di lavoro

“Le mani sono dei simboli e talvolta delle rivelazioni.”
Eve Belisle

Quando rispondi alle domande durante un colloquio di lavoro,
non parlano solo le parole.

Parla il tuo corpo.
E spesso arriva prima.

Puoi avere risposte perfette,
ma postura, sguardo e gestualità possono cambiare completamente la percezione.

Basta poco per trasmettere sicurezza.
Schiena dritta.
Contatto visivo.
Movimenti controllati.

Questi elementi, con un po’ di pratica, diventano naturali.

Poi c’è un dettaglio che molti sottovalutano.

Le mani.

Le mani parlano prima di te

La gestualità è uno dei segnali più potenti durante un colloquio.

Può comunicare apertura, sicurezza, coinvolgimento.
Oppure chiusura, tensione, insicurezza.

C’è chi incrocia le braccia,
chi nasconde le mani sotto il tavolo,
chi le lascia immobili lungo il corpo.

All’estremo opposto, chi gesticola troppo e distrae.

Il punto non è bloccarle.
Il punto è usarle.

Le mani devono accompagnare il messaggio, non sovrastarlo.

Cosa comunicano le tue mani

Palmi aperti, visibili, rivolti verso l’alto:
trasmettono trasparenza.
Invitano alla fiducia.

Palmi rivolti verso il basso o nascosti:
possono dare un senso di controllo e chiusura.
A volte sembrano trattenere qualcosa.

Anche le spalle contano.
Se sono rigide, la tensione si vede.
Se sono rilassate, tutto il corpo comunica più sicurezza.

Dove NON mettere le mani durante un colloquio

Alcuni gesti parlano più forte delle parole.
E non nel modo giusto.

Evita di:

  • tenerle sotto le gambe
  • incrociare le braccia sul petto
  • metterle in tasca
  • lasciarle cadere lungo il corpo senza energia
  • nasconderle alla vista
  • toccarti continuamente viso, capelli o vestiti
  • tamburellare le dita
  • scrocchiare le nocche
  • stringerle a pugno
  • portarle dietro la nuca
  • rosicchiarti le unghie

Sono segnali che comunicano nervosismo, chiusura o insicurezza.

Dove mettere le mani durante il colloquio di lavoro

Non serve complicare.

Serve presenza.

Puoi:

  • tenerle appoggiate sul tavolo
  • mostrare i palmi quando parli
  • muoverle con naturalezza (senza superare l’altezza delle spalle)
  • mantenere le dita rilassate, non rigide
  • unire leggermente i polpastrelli per dare enfasi

hands

La regola è semplice:
meno è meglio, ma quel poco deve essere coerente.

Un piccolo trucco se sei nervoso

Capita.

Le mani tremano.
Non sai dove metterle.

In questi casi puoi usare un supporto semplice.

Chiedi se puoi prendere appunti.

Carta e penna diventano un punto di appoggio.
Ti aiutano a “centrare” le mani.

Non servono pagine di scrittura.
Bastano poche parole.

È un modo per gestire la tensione senza bloccare la comunicazione.

Allenarsi fa la differenza.

Il modo migliore per migliorare le mani durante il colloquio di lavoro?

Provare.

Seduto, davanti a uno specchio.
A voce alta.

Rispondi alle domande come se fossi davvero in colloquio.
Osserva le mani.

Sono rigide?
Sono eccessive?
Assenti?

Puoi usare un dito per elencare punti.
Puoi accompagnare una frase con un piccolo gesto in avanti.
Fermarti un attimo, mano sotto il mento, prima di rispondere.

Piccoli dettagli.
Grande impatto.

Nel mio lavoro lo vedo spesso.

La differenza tra una persona preparata e una persona percepita come sicura
non è nei contenuti.

È in come li porta.

Nel libro “Autorevolezza” trovi strumenti concreti per lavorare proprio su questo: presenza, comunicazione, impatto.

Le parole spiegano.
Le mani convincono.

Un percorso di coaching senza la paura di mettersi in gioco

percorso di coaching

Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo,
se hai sempre “vinto facile”, potresti non aver allenato i “muscoli” caratteriali,
necessari quando la strada diventa in salita.

Ti sei già chiesto …
cosa farai quando troverai (perché li troverai) sulla tua strada difficoltà,
insidie, ostacoli, impedimenti?

La routine dà un senso di sicurezza e di protezione.
Difficilmente (o con difficoltà) facciamo un passo fuori dal conosciuto,
dalla certezza,
dalla zona di comfort.

Se fai quello che hai sempre fatto, otterrai gli stessi risultati

“Quelli che vogliono vincere vincono, quelli che hanno paura di perdere perdono:
tendiamo a conseguire ciò su cui ci concentriamo.

Se temiamo di fallire, vuol dire che siamo concentrati sul fallimento,
ed è proprio quello a cui andremo incontro.”
John Whitmore

Se fai quello che hai sempre fatto,
ti comporti o reagisci come sempre …
otterrai sempre gli stessi risultati.

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Se non usci allo scoperto,
non succederà mai niente di stimolante,
di vitale o di esaltante.
Non hai bisogno della sfera magica per sapere che è così.

Sei disposti a correre rischi e a sentirti un po’ a disagio?
All’inizio non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort,
stai prendendo una strada stimolante e affascinante ma anche ignota e (forse) piena d’insidie.

Il disagio fa parte della nostra crescita personale.
Il disagio è il prezzo che paghiamo per la nostra crescita.
La crescita pretende un disagio temporaneo.

Il disagio è il segnale di cambiamento

Per cambiare e crescere devi sentirti infastidito, disturbato …
disagiato.

Sviluppare una sana fiducia in se stessi,
quella che ci dà la certezza di essere in grado di gestire l’imprevisto.
L’ignoto.

Senza disagio, non c’è crescita.
È così.
Il disagio “spinge” per la crescita.
Devi “allenarti” al disagio.
Il coaching è basato sull’azione.

Un percorso di coaching è un’opportunità di crescita

Ecco il coaching,
per vivere i cambiamenti come incentivi e opportunità per la tua crescita (professionale e non) e non come minacce alla tua sicurezza e stabilità.

Dopo aver fatto il percorso di base,
decidi se continuare il potenziamento con percorso di coaching più avanzato e articolato,
per potenziare al massimo il tuo approccio,
il tuo “modo di proporti” e di comunicare.

Poi viaggi da solo …
 

6 cose da ricordare quando ti senti uno stupido al lavoro

errori al lavoro

“A volte mi sento così stupida e incompetente al lavoro.
Eppure la posizione mi sembrava relativamente facile.

Cerco di fare del mio meglio.
Rivedo il mio lavoro prima di sottoporlo al mio superiore.
Cerco di essere positiva.

Eppure ho paura di commettere sempre più errori.

Questa sensazione sta uccidendo la mia fiducia
e ha effetti negativi su quasi tutti gli aspetti della mia vita.

Sinceramente, non so più cosa fare.

Mi sento meno efficace degli altri anche nei compiti più semplici.

Ho paura di essere lenta.
Ho paura che i colleghi mi vedano come inadatta.

Il mio incubo più grande?

Essere destinata a fare lavori semplici e monotoni per tutta la vita.

Questo mondo smart, efficiente e competitivo non fa per me.”

Così una mia cliente — che lavora nel marketing di una nota marca di moda —
mi descriveva la sua paura di sbagliare e di non essere all’altezza.

E non è un caso isolato.

Molti di noi, prima o poi,
si sentono insicuri, stupidi, confusi.

Dubitiamo delle nostre qualità e delle nostre competenze.

Ecco 6 cose da ricordare quando attraversiamo momenti di dubbio, paura e incertezza:

1. Tutti fanno errori al lavoro

“Tutti commettono errori.
È per questo che c’è una gomma per ogni matita.”

Proverbio giapponese

Nessuno è perfetto.
Nessuno nasce imparato.

Probabilmente ti è capitato di guardare un collega e pensare:
“Perché sembra così efficace, facendo lo stesso lavoro?”

La verità è che anche loro sbagliano.

Smetti di confrontarti.
Concentrati invece su cosa puoi imparare per evitare l’errore la prossima volta.

Relativizza.
Non trasformare una goccia in un oceano.

Il mondo non smetterà di girare
perché hai commesso un errore.

2. Non cadere nella trappola della perfezione

Ti tormenti per ogni dettaglio?
Pensi di non essere mai “abbastanza”?

Alzi l’asticella, aumenti l’ansia
e quando sbagli — come tutti —
ti colpevolizzi duramente.

La ricerca della perfezione
è una delle strade più rapide per distruggere la fiducia.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Sei il tuo critico più feroce

Nel mio libro “Prima volta Leader” lo sottolineo spesso:
siamo molto più duri con noi stessi che con gli altri.

Impietosi.
Intransigenti.
Incapaci di perdonarci un errore.

Ci osserviamo, giudichiamo, valutiamo continuamente.
Come se aspettassimo solo l’errore per condannarci.

Non ci parliamo con rispetto.
E questo, alla lunga, pesa.

4. Distaccati dall’errore

Abbiamo imparato ad associare l’errore alla persona.

Se sbaglio → sono sbagliato.

Ma non è così.

Impara a dire:

  • Ho commesso un errore”

non

  • “Io sono un errore”.

La differenza è enorme.
E cambia tutto.

5. Se fossi davvero stupido, non saresti lì

L’azienda ha avuto tempo e modo di valutarti.

Se ti hanno assunto,
è perché hanno visto qualcosa in te.

Una competenza.
Una potenzialità.
Una possibilità di crescita.

Chi ti ha scelto,
in questo momento, crede in te più di quanto tu creda in te stesso.

6. Prenditi meno sul serio

Imparare a ridere delle proprie insicurezze
richiede coraggio e umiltà.

Ma è liberatorio.

Per crescere,
per fare bene le cose,
dobbiamo prima imparare a sbagliare.

Inadeguatezza sul lavoro? Accetta la sfida.

Se non ti senti all’altezza, puoi migliorare. Sempre.

Iscriviti a un corso.
Trova un mentore.
Affidati a un coach.

Lavora su di te.
Sviluppa i tuoi punti di forza.
Accetta e supera le tue fragilità.

L’insicurezza non è una condanna.
È spesso il primo segnale di crescita.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza sul lavoro?

È il momento di rimettere al centro-te-stesso.

Scopri il percorso di coaching mirato
Ritrova autostima dopo una pausa o un momento difficile
per recuperare solidità e fiducia dopo una fase complessa.

Puoi approfondire con i miei libri:

Autorevolezza” – edizione aggiornata 2025
Per rafforzare impatto, carisma e presenza.

Prima volta Leader
Se affronti per la prima volta la gestione di un team.

8 ragioni perché non farai una grande carriera (anche se hai le capacità)

fare carriera
Hai sempre lavorato sodo.
Sei competente,
preparato,
puntuale.

Hai tutte le credenziali.
Davvero.

Eppure…

Sono passati anni
e non è ancora accaduto niente.

Nessuna promozione.
Nessuna prospettiva.
Neanche un aumento.
Nemmeno un riconoscimento.

A volte è sfortuna, spesso un problema di approccio

E intanto cresce la frustrazione
per un lavoro che non stimola più.
Che non motiva più.

È il momento di un cambiamento.
Dentro l’organizzazione?
In un’altra azienda?
O forse un cambio radicale?

Forse.
Ma la prima persona che deve essere convinta
sei tu.

Lo sei davvero?
Fingere non funziona.

A volte è sfortuna, sì.
Spesso però entrano in gioco mentalità, atteggiamento, fame, grinta.

E anche pensieri negativi,
credenze depotenzianti
che scavano sottotraccia
e minano la tua possibilità di fare carriera.

A volte non serve una rivoluzione.
Serve una decisione chiara.

Ecco 8 ragioni per cui farai molta fatica a fare carriera
anche se sei competente e capace.

1. Pensi che fare carriera sia solo questione di fortuna

“È stato fortunato.”
“La fortuna aiuta sempre gli altri.”

È la frase che le persone di successo
sono stanche di sentire.

La parola “fortunato” si applica a chi ha vinto la lotteria o che è scampato a un disastro aereo.

Le grandi vittorie/traguardi
non arrivano solo perché eri nel posto giusto al momento giusto.
Si costruiscono.

La fortuna conta, certo.

Ma entra in gioco dopo …
dedizione,
sacrifici
e lavoro duro.

“La fortuna aiuta gli audaci”
non è una frase romantica.

È un invito all’azione.

Se invidi (solo) la fortuna del tuo amico o collega,
non riconosci il suo talento,
la sua esperienza,
la sua passione,
quanto abbia duramente lottato
e lavorato …

sei davvero fuori strada!

2. La vuoi facile. E subito

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”,
se la parola gavetta ti sembra antiquata,
probabilmente non hai capito una cosa:

il successo non è né facile
né veloce.

È il motivo per cui molti mollano presto.

Chi arriva lontano
non si aspetta risultati immediati.

Sa che servono anni di lavoro,
perseveranza
e sì, anche un pizzico di fortuna.

Tu quando incontri ostacoli,
cosa fai?
Insisti?
O getti subito la spugna?

3. Sicurezza o passione?

“Devi inseguire le tue passioni.”
Lo leggi ovunque.

Ma poi non lo fai.

La passione non è un concetto razionale.
È emozione.
È energia.
Anima.

Ti trovi bloccato tra ragione e sentimento,
tra sicurezza e desiderio,
tra ciò che “si dovrebbe fare”
e ciò che “senti di dover fare”.

Se non scegli fino in fondo,
qualsiasi strada percorrerai
la farai con il freno-a-mano-tirato.

E fallirai.

Se stai pensando di cambiare lavoro ma non sai da dove partire,
potresti trovare interessanti i miei percorsi di coaching mirato,
ti aiuto a fare chiarezza e definire il prossimo passo.

4. Sei paralizzato dalla paura di fallire

Hai paura di provarci.
Di sbagliare.
Di sentirti giudicato.

E allora trovi scuse per non fare.

Il fallimento, gli errori, sono opportunità per crescere,
imparare e correggere la direzione.

Senza errori non impari.
Non cresci.
Resti fermo.

Le persone che fanno una grande carriera (quelle che più ammiri)
hanno sperimentato che non importa
quante volte si cade,
ma quante volte
ci si rialza …

più forti di prima.

5. Pensi di non essere speciale o geniale

“Non sono un genio.”
“Non ho talento.”

Nemmeno io!

Tra una persona talentuosa senza tenacia
e una tenace senza talento,
io punto sulla seconda.

Il talento non è sufficiente,
occorrono duro lavoro e tenacia.
Grinta.

Il talento aiuta.
La tenacia vince.

Se ti sei reso conto che genio,
talento,
bellezza,
fortuna
non sono (o non sono più)
frecce al tuo arco …

prendi forza dal sapere che il talento è utile,
ma il duro lavoro e la tenacia …

sono il fattore X del successo a lungo termine!

Se vuoi approfondire leggi il mio post:
Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!

6. Sei convinto che basti lavorare sodo

Guarda quanta gente è sempre occupata.
Riunioni,
mail,
urgenze.

Il Mondo attuale del Lavoro ti darà l’opportunità di lavorare tanto,
ma proprio tanto,
ma sei sicuro che ti concederà di fare anche una grande carriera?

Quanti producono davvero valore?

Lavorare tanto non è lavorare in modo efficace.
È solo il percorso più lungo verso il successo.

7. Pensi che senza raccomandazioni non arriverai mai

“È inutile … arrivano sempre i soliti raccomandati”
“Non ho le conoscenze giuste”

Clientelismo,
favoritismo e
spintarelle ci sono sempre stati.

E ci saranno sempre.
Sorpreso?
Certo che no!

Ma usarli come alibi,
scusa per non muoversi.
Per non agire.

Ti toglie energia e iniziativa.

Questa credenza limitante
riduce il tuo potenziale
prima ancora di metterti in gioco.

8. Vuoi gestire gli altri ma non sai gestire te stesso

Sei concentrato su cosa fanno gli altri.
Su cosa dovrebbero cambiare.

La volontà di correggere gli altri ti “rende cieco” su te stesso.

La crescita inizia con la consapevolezza che il problema non sono gli altri
ma sei tu!

Gestire sé stessi
è il primo vero atto di leadership.

Sai gestire i tuoi comportamenti?
O vai in tilt non appena si alza la pressione?

Sai gestire le attese,
la frustrazione,
l’insuccesso?

Oppure ti squagli come la neve al sole di aprile?

Pensa più a cambiare te stesso
e meno a cambiare gli altri.

Quello che fai determina il tuo destino

La carriera non è una questione di merito “automatico”.

È una combinazione di consapevolezza,
strategia,
azione.

Quando smetti di aspettare
e inizi a decidere,
qualcosa finalmente si muove!

Sei il nuovo team leader? 20 regole per sopravvivere i primi mesi (e non solo)

nuovo lavoro di team leader

Nuovo lavoro di team leader?
Complimenti!

Il tuo curriculum è stato il primo della pila,
hai superato la prova di colloquio, hai ottenuto l’offerta,
hai accettato i termini e ora sei pronto per il nuovo lavoro!

Nuovo lavoro di team leader? I primi 3 mesi sono fondamentali

Appena si “entra” in un nuovo team o organizzazione,
è difficile capire “come” fare le cose
(non importa quanto sei competente, bravo, esperto o alla prima esperienza) …

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ci sono nuove regole da assimilare,
nuove persone da conoscere e una nuova cultura da comprendere.

Questa fase iniziale può essere sia stimolante che sfidante. Ma è anche una straordinaria opportunità per crescere, imparare e dimostrare la tua capacità di adattamento.

Per navigare con successo in questa transizione…

ci sono alcune strategie che possono aiutarti a costruire rapidamente fiducia, stabilire relazioni e inserirti nella nuova dinamica del team.

Il malinteso è sempre in agguato, un approccio sbagliato diventa un autogol,
un atteggiamento frainteso, una trappola.

Ora che si sta avvicinando il gran giorno,
i dubbi sulla tua leadership e le perplessità sui possibili ostacoli ti stanno tenendo sveglio la notte,
ti invito a fare tue queste regole come se fossero dei “comandamenti”.

Così quando la tua mente vaga intimorita senza meta,
rileggere queste “regole”, ti aiuterà a ritornare sulla giusta strada.

Tieni a portata di mano o di smartphone queste 20 regole per trovare forza nella tua leadership,
partire con sicurezza ed entusiasmo verso il tuo nuovo lavoro di team leader.

Puoi prendere qualche spunto interessante dal mio libro “Prima volta Leader”.

20 regole per sopravvivere i primi mesi nel tuo nuovo lavoro di team leader:

 

1.L’ansia che senti per il tuo inizio – la sentono anche gli altri (anche di più).

2. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

3. Non devi dimostrare subito quello che sai. Lo hai già fatto in fase di selezione.

4. Una parola è poco, due sono troppe. Ascolta di più, parla di meno.

5. Non credere a tutto quello che ti verrà detto.

 


 

6. Chiediti “Se faccio questo, chi ne subirà le conseguenze?

7. Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

8. Devi essere consapevole che la motivazione dello staff passa inevitabilmente da te

9. Senza il tuo team … non vai da nessuna parte!

10. Se senti il bisogno di sentirti superiore vuol dire che non lo sei.

11. Concentrati sull’unica persona che puoi controllare .. te stesso.

12. Per iniziare bene sono sufficienti 3 cose: Presentarsi – Ascoltare – Creare relazioni.

13. Non fare il brillante … soprattutto se non lo sei!

14. Se senti la necessità di parlare delle tue capacità, del tuo successo, di quanto sei bravo … non farlo. Fai parlare i fatti.

 


 

15. Se ti assalgono i dubbi sulla tua leadership .. ferma i pensieri, blocca le fantasie, concentrati sui fatti. “Dialoga” con le tue paure.

16. Ricorda che … l’autocontrollo è forza, il (giusto) pensiero è padronanza, la calma è potere.

17. Non preoccuparti troppo degli altri. La persona più difficile da gestire … sarai tu!

18. Ricorda le parole di Wolf RinkeDire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”

19. Lavora su te stesso … se non vuoi entrare nella statistica dei fallimenti da leadership.

20. Se non prendi sonno, ricorda che … i grandi leader non lottano con la paura. La guardano in faccia. L’ascoltano. L’accettano.