Interpretare il movimento degli occhi durante una conversazione

movimento degli occhi

Foto di Anna Shvets da Pexels

“Gli occhi non mentono mai”
“Basta uno sguardo per capire”
“Gli occhi sono lo specchio dell’anima”

Nel lavoro — riunioni, colloqui, negoziazioni — il movimento degli occhi ha un significato profondo.

Uno sguardo può essere denso di informazioni.

E spesso ci fidiamo più della vista che di qualsiasi altra parola.

Siamo convinti che il linguaggio verbale possa ingannare.
Gli occhi, invece, no.

Ma è davvero così?

E soprattutto: come leggere il movimento degli occhi in un contesto professionale?

Questo post non ha la pretesa di essere esaustivo
su un tema complesso come la comunicazione non verbale.

L’obiettivo è offrire spunti pratici per interpretare il movimento degli occhi nelle interazioni lavorative.

Contatto diretto

Uno sguardo diretto, rilassato e stabile durante l’ascolto comunica:
attenzione, onestà, presenza.

È generalmente un segnale positivo.
Indica interesse verso ciò che stai dicendo.

Al contrario, evitare sistematicamente il contatto visivo
può indicare vergogna, senso di colpa o disagio.

Guardare in alto

Spesso guardiamo in alto quando stiamo elaborando informazioni,
collegando il discorso a un’esperienza o a un’emozione.

In alcuni contesti può anche segnalare frustrazione
o una forma di rassegnazione.

Fissare negli occhi

Uno sguardo fisso e prolungato, senza pause,
può essere percepito come una sfida o un tentativo di intimidazione.

Se invece non è accompagnato da tensione,
può indicare interesse autentico e considerazione.

Il contesto fa la differenza.

Socchiudere gli occhi

Socchiudere gli occhi equivale a creare una barriera.

Se accompagnato da un’espressione dura,
è un segnale di ostilità mascherata.

Un avvertimento silenzioso.

Guardare in basso

Nel contesto professionale è un segnale generalmente negativo.

Può indicare:
colpa, imbarazzo, paura,
o il tentativo di sottrarsi alla situazione.

Guardare di lato

Guardare di lato è spesso collegato al recupero di un pensiero
o alla valutazione di ciò che l’altro sta dicendo.

Distogliendo brevemente lo sguardo,
si raccolgono informazioni e si chiariscono le idee.

Se però lo sguardo scivola di lato ripetutamente,
può indicare ansia, impazienza o desiderio di intervenire.

Distogliere lo sguardo

Uno sguardo sfuggente può indicare evasività
o il tentativo di nascondere qualcosa.

L’assenza totale di contatto visivo può essere letta come:
disprezzo, insicurezza o scarsa fiducia in sé.

In situazioni di forte tensione,
distogliere lo sguardo può anche avere una funzione distensiva.

Occhi che vagano

Uno sguardo che vaga comunica insicurezza e smarrimento.

È tipico di chi:
non ha compreso del tutto un concetto,
è sotto pressione,
fatica a mantenere un dialogo lucido e strutturato.

Guardare lontano

Chi guarda oltre, verso l’orizzonte,
sta prendendo distanza dalla situazione.

È un tentativo di non farsi “imbrigliare” dal discorso
o di uscire mentalmente dall’interazione

Sfregarsi gli occhi o un occhio

Può indicare:
stupore, incredulità, turbamento,
ma anche noia o rifiuto di vedere qualcosa di sgradito.

Se avviene subito dopo aver parlato,
può segnalare una menzogna.

Sbattere le ciglia

Indica agitazione o eccitazione.

Chi sbatte spesso le palpebre
sta cercando di “vederci chiaro”.

Movimenti rapidi degli occhi,
accompagnati da attenzione,
sono tipici di persone sveglie, reattive, “smart”.

Sgranare gli occhi

Occhi spalancati indicano:
interesse, sorpresa, coinvolgimento.

È uno dei segnali più chiari di attenzione positiva.

Nel lavoro non serve “indovinare” le persone.
Serve osservarle meglio.

E spesso, la risposta
è già scritta negli occhi.

Dare un feedback: 7 volte quando è meglio tacere e sorvolare

dare un feedback
Dare feedback è una delle responsabilità più importanti di chi guida un team.

Eppure molti manager sono convinti che il problema sia trovare le parole giuste.

Non sempre è così.

Molto più spesso il problema è scegliere il momento sbagliato.

Perché un feedback corretto, dato nel momento sbagliato, può ottenere l’effetto opposto: chiudere il dialogo, creare difese, incrinare la fiducia.

Il punto non è parlare ogni volta che noti qualcosa.

Il punto è capire quando parlare… e quando aspettare.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza“, il valore di un feedback non dipende soltanto dal contenuto. Dipende dal contesto, dal momento e dallo stato emotivo delle persone coinvolte.

A volte la leadership si vede proprio nella capacità di rimandare una conversazione.

Non per evitarla.
Per renderla davvero utile.

Ecco alcune situazioni in cui aspettare può essere una scelta più autorevole che intervenire subito.

1. Quando stai ancora reagendo con la pancia

È appena successo qualcosa.

Sei irritato.
Deluso.
Arrabbiato.

In quei momenti hai l’impressione di essere molto lucido.

Spesso non lo sei.

L’emozione restringe il campo visivo. Ti fa vedere soprattutto l’errore, molto meno la persona.

Un feedback dato per scaricare la tensione raramente migliora il comportamento di chi lo riceve.

Prima recupera calma e prospettiva.

Poi affronta la conversazione.

2. Quando non sei realmente preparato

Entrare in ufficio e dire:

  • “Facciamo due parole.”

non significa essere pronti.

Chiediti prima:

  • Qual è il vero problema?
  • Che cosa voglio ottenere?
  • Quale cambiamento mi aspetto?

Se non hai ancora una risposta chiara, probabilmente non è il momento di iniziare quella conversazione.

Meglio rimandarla di qualche ora.

Non evitarla.

3. Quando hai solo una critica da fare

Dire che qualcosa non funziona è facile.

Molto più difficile è aiutare la persona a capire come migliorare.

Se il tuo feedback si limita a sottolineare ciò che non va, rischia di diventare un semplice giudizio.

Un feedback autorevole contiene sempre una direzione.

Non solo una valutazione.

4. Quando ci sono altre persone presenti

L’elogio può essere pubblico.

La correzione, quasi sempre, dovrebbe essere privata.

Davanti ai colleghi, il collaboratore difficilmente ascolterà davvero.

Più probabilmente penserà a difendersi.

Oppure a salvare la faccia.

Nel faccia a faccia, invece, aumentano le possibilità che ascolti, faccia domande e rifletta davvero.

5. Quando la persona sta attraversando un periodo difficile

Prestazioni in calo.
Errori insoliti.
Scarsa concentrazione.

La tentazione è attribuire tutto a poca motivazione.

Ma non sempre è così.

Dietro un cambiamento improvviso possono esserci:

  • un problema familiare;
  • una malattia;
  • uno stress importante;
  • un sovraccarico di lavoro.

Prima di correggere il comportamento, cerca di capire la situazione.

In alcuni momenti le persone hanno bisogno prima di essere comprese.

Solo dopo corrette.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione

6. Quando il risultato non è arrivato, ma l’impegno sì

Ci sono collaboratori che falliscono perché si impegnano poco.

Altri falliscono nonostante abbiano dato tutto.

Le due situazioni non meritano lo stesso feedback.

Dire:

  • “Avresti potuto fare di più.”

a chi ha già dato il massimo rischia solo di spegnere la motivazione.

Prima riconosci l’impegno.

L’analisi degli errori potrà arrivare dopo, quando le emozioni si saranno raffreddate.

7. Quando si tratta di un errore occasionale

Non ogni errore richiede una conversazione formale.

Se una persona affidabile commette uno sbaglio isolato, chiediti:

  • È davvero necessario trasformarlo in un feedback?
  • Oppure basta correggere l’errore e andare avanti?

Ogni osservazione lascia una traccia.

Se intervieni continuamente anche per dettagli marginali, il rischio è che le persone smettano di distinguere ciò che è davvero importante.

Il silenzio, a volte, è una scelta di leadership

Tacere non significa evitare.

Significa scegliere il momento migliore.

Un leader autorevole non sente il bisogno di commentare ogni errore, ogni comportamento, ogni situazione.

Sa distinguere ciò che richiede un intervento immediato da ciò che produrrà risultati migliori qualche ora, o qualche giorno, più tardi.

Perché dare un feedback non serve a dimostrare che hai ragione.

Serve ad aiutare l’altra persona a lavorare meglio.

Ed è questa la differenza tra correggere qualcuno… e farlo crescere.

Riunioni con il capo, direzione, CEO: un estratto dal mio libro “Autorevolezza”

libro michele ferrarelli

  • Vorresti essere più carismatico e meno impacciato?
  • Emanare più rigore e autorevolezza?
  • Hai bisogno di raccogliere più credito e considerazione con i capi, il board, il CEO?
  • I feedback e le riunioni ti agitano il sonno?
  • Mostri buone maniere e toni pacati ma anche nessun contraddittorio?
  • Ti senti continuamente sotto esame?

L’autorevolezza non è solo una questione pratica

È quella particolare abilità che motiva e coinvolge gli altri a “fare alcune cose” perché lo vogliono e non perché si sentono obbligate.

Autorevolezza come riconoscimento della tua influenza e del ruolo di guida, di leader; chiedere piuttosto che ordinare, senza dover dire “Si fa così e basta!”.

Trasporre il tuo pensiero in parola con la massima chiarezza ed equilibrio, con una comunicazione chiara e diretta, sia quando ti rapporti faccia a faccia con una singola persona sia quando si tratta di parlare davanti a un “pubblico” (anche se di poche persone: i capi, il team, i clienti, i colleghi ecc.).
 


 

Un estratto del capitolo 5 del mio libro (riunioni con il capo, direzione, CEO – e uscirne bene):

“Capita a molti di vivere con forte disagio la presenza di una o più figure autorevoli (e spesso anche autoritarie) che vengono considerate “superiori”.

Questa soggezione ci toglie spontaneità, ci limita nell’esprimere le nostre idee e capacità.

Ci boicotta proprio quando dovremmo rendere al meglio. Infatti, nell’occasione di presenziare e conoscere la “gente che conta” della sua azienda,
Agnese si sta sempre più focalizzando sugli aspetti negativi e ansiogeni (l’AD è descritto come uno sempre serio, che parla poco e guarda dritto negli occhi) perdendo di vista opportunità e vantaggi di una chance (imperdibile) che le si sta presentando. Ha paura di sbagliare completamente la prima impressione.

E fa bene… come ci ricorda Oscar Wilde:

“Non c’è una seconda occasione
per fare una buona prima impressione.”

Siamo esseri umani sociali, influenziamo e siamo influenzati. Quando interagiamo, reagiamo anche al successo, allo status o al potere dell’altra persona.

Infatti, molti dipendenti sono intimiditi dai loro manager, gli studenti dai loro professori.

Qualcuno si sente a disagio nei confronti di buttafuori, poliziotti e soldati in divisa oppure professionisti come medici e avvocati, autorità politiche e religiose ma anche al superiore, il datore di lavoro, tutte le persone molto sicure di sé che si esprimono con toni decisi.

Anche quando siamo confrontati a individui ritenuti intelligenti e competenti o VIP possiamo sentirci timorosi e impacciati. Siamo preoccupati di fare/dire qualcosa di stupido. Non essere all’altezza.

Per di più ci sono persone insicure e arroganti che usano deliberatamente la loro personalità, posizione, fisicità o potere per intimidire e approfittare degli altri. Fanno i prepotenti per sostenere il loro (fragile) ego. Ne abbiamo già parlato in merito all’essere autoritari, nel Capitolo 1.

In primo luogo, Agnese deve comprendere che non sta scegliendo questo comportamento in modo consapevole.

Le sue esperienze passate (prima di ogni cosa l’imprinting familiare) la stanno facendo reagire con timore.
Il primo passo è riconoscere consapevolmente quanto sta accadendo.

È perfettamente normale provare una fitta d’ansia all’idea di interagire con persone importanti.
Immagino anche che la prima volta potrai sentirti un po’ intimorito ma dopo venti volte, gran parte della paura sarà svanita.

Il timore che senti non ha nulla a che fare con gli altri: riguarda te.

Continuando a osservare e dare importanza agli altri, la tua vita perde consistenza e i tuoi gesti assumono meno forza e meno valore.

Non sono gli altri a pensare che tu non sia abbastanza bravo, la verità è che sei tu a credere di non essere abbastanza “capace”.

La maggioranza delle persone sperimenta qualche insicurezza quando affronta nuove sfide. Agnese non è in grado di interiorizzare e accettare il suo successo, accusando un vero e proprio sentimento di paura e di inadeguatezza. Ha difficoltà a credere di esserne degna, attribuendo il successo alla fortuna piuttosto che alla sua capacità.

Teme che, prima o poi, il capo e i colleghi smascherino la sua incapacità, il suo inganno (ecco perché questa particolare condizione psicologica è denominata “sindrome dell’impostore”).”

Il libro Michele Ferrarelli è in versione cartacea e digitale

Una buona parte di ciò che leggerai sono riflessioni e considerazioni sulla base delle esperienze dei percorsi di coaching che ho vissuto con i miei clienti.

Il libro contiene strumenti, strategie pratiche e concrete che ti permetteranno di “costruire” la tua reputazione, evitare di “nasconderti” dietro atteggiamenti arroganti e posture autoritarie, potenziare i tuoi talenti, il tuo carisma, le tue abilità comunicative per creare forti relazioni con le persone che ti circondano.

Diventa il punto di riferimento carismatico del tuo team.
Buona lettura!