15 motivi perché non piaci ai colleghi: 9 è colpa tua, 6 no

piacere ai colleghi

Foto di NoName_13 da Pixabay

“Non si può piacere a tutti”
non è solo una bella frase.

È una verità.

Tuttavia, quando il problema diventa una consuetudine
è necessario fermarsi
e fare una riflessione su sé stessi.

Non piacere ai colleghi,
non sentirsi accettati sul luogo di lavoro,
può influenzare profondamente la tua autostima.

Ci sono 15 motivi per cui potresti non piacere ai colleghi

Di questi, 9 dipendono (anche) da te:

dal tuo approccio,
dal tuo stile comunicativo,
dalle aspettative su cosa gli altri devono o non devono fare o dire.

Ecco i 9 motivi per cui non piaci ai colleghi

e la colpa è tutta tua!

1. Sei un menzognero seriale

A nessuno piacciono i bugiardi.
Anche se, sul lavoro, tutti mentiamo.

Sì. Come no!

Se dicessimo sempre quello che pensiamo davvero,
le relazioni professionali sarebbero spesso disastrose.

Le cosiddette bugie bianche
servono a evitare imbarazzi
e a non ferire inutilmente.

Ma se menti di continuo,
ti troverai presto isolato.

Giustamente.

2. Sei presuntuoso e arrogante (ed è difficile piacerti)

  • Vivi il lavoro come una giungla?
  • Pensi che “la miglior difesa sia l’attacco”?

Così, a ogni osservazione,
reagisci contrattaccando.

Ti imponi.
Usi sarcasmo e battute per svalutare gli altri.
Sei critico.
Sempre.

Attenzione:
non stai confondendo arroganza e prepotenza
con grinta e carattere?

Spesso l’aggressività
è solo un tentativo (vano)
di nascondere un profondo senso di inferiorità.

La vera sicurezza
si manifesta con calma,
misura,
presenza.


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3. Sei sempre ipercritico

  • Hai standard altissimi?
  • Pretendi che tutti siano al tuo livello?
  • Devi sempre puntualizzare?
  • Usi sarcasmo o provocazioni?

Forse pensi che la critica
stimoli gli altri a migliorare.

In realtà,
logora le relazioni.

Genera tensione.
Spinge i colleghi a evitarti.

La polemica gratuita
va trasformata.

L’energia critica può diventare
costruttiva.

4. Ricerchi costantemente attenzioni

  • Giochi a fare la vittima?
  • Vuoi essere sempre al centro?
  • Metti in scena comportamenti teatrali?

Esageri storie, gesti, mimica.
Drammatizzi.
Usi toni seduttivi o provocatori.

Vuoi piacere ai colleghi.

Il problema?

Lo fai con persone
che non hanno alcun interesse
nelle tue vicende personali.

Risultato:
nonostante gli sforzi,
fatichi a creare
una vera vicinanza emotiva.



5. Empatia zero

  • Eviti di condividere emozioni?
  • Le vedi come segno di debolezza?

Così facendo
nascondi il tuo lato umano.

Non ti sintonizzi con gli altri.

Prova a condividere un po’ di più
(non dettagli intimi).
Esperienze.
Prospettive.

Gli altri seguiranno.

Senza trasformare l’ufficio
in una seduta terapeutica.

6. Non ti assumi mai responsabilità

  • “Non è colpa mia.”
  • “Io non c’ero.”
  • “Chiedete a Manuel.”

Ne hai sempre una pronta.

Possibile che sbaglino sempre gli altri?

Assumersi responsabilità
crea rispetto e fiducia.

E incoraggia gli altri a fare lo stesso.

7. Sei un ambizioso “tritatutto”

Sminuisci gli altri
per apparire migliore.
Manipoli.
Calcoli.

È un modo sicuro
per farti nemici.

C’è una grande differenza
tra vendere sé stessi
ed essere arroganti.

L’egoismo
non porta successo duraturo.
Solo relazioni povere.


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e il volume complementare “Prima volta Leader
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8. Parli sempre e solo di te

“So bene cosa provi… infatti
anche a me è successo…”

Parti con buone intenzioni.
Poi prendi la scena.

Viaggi.
Hobby.
Successi.
Sempre tu.

Alla lunga diventi prevedibile.
E vieni evitato.

9. Sei un lecchino

Complimenti strategici.
Accondiscendenza.

Mai un’opinione vera. Sincera.

Credi davvero
che bastino quattro salamelecchi
per manipolare gli altri?

6 motivi per cui non piaci ai colleghi

Ma stavolta non è colpa tua!

1. Fai da “specchio” agli altri

Spesso ricordi, in modo inconsapevole,
proprio quei tratti che l’altro non accetta di sé.

Vediamo negli altri atteggiamenti che ci infastidiscono
perché non li riconosciamo (o non li accettiamo) dentro di noi.

Così li proiettiamo all’esterno.

Risultato:
chi ti ha davanti
reagisce con fastidio o ostilità
senza sapere nemmeno perché.

Cosa puoi fare?
Molto poco.

Non puoi cambiare le dinamiche inconsce degli altri.

2. I tuoi successi suscitano invidia

Ogni successo — anche piccolo —
porta con sé approvazione e riconoscimento.

Ma anche invidia.

Quando possiedi carisma, talento, creatività
(o semplicemente una vita che funziona),
per qualcuno sei una minaccia.

L’invidia è universale.
È fatta di paura, insicurezza, confronto continuo.



3. Il tuo aspetto fisico “disturba”

Potresti non piacere ai colleghi
semplicemente perché sei di bell’aspetto.

La bellezza sul lavoro
è un’arma a doppio taglio.

Porta vantaggi,
ma anche pregiudizi e rivalità.

C’è chi ti vede come una minaccia.
Chi ti svaluta.
Chi ti giudica meno competente
solo per come appari.

Non dipende da te.
Dipende dalle insicurezze altrui.

4. Dici la verità (e hai il coraggio di farlo)

Sei trasparente.
Diretto.
Leale.

Ma la verità, sul lavoro,
non è sempre ben accolta.

Dire ciò che si pensa
può creare attriti,
risentimenti,
chiusure.

Non tutti sono pronti
a ricevere verità scomode.

E molti non amano
chi pensa in modo indipendente.

Perché non è facilmente manipolabile.

5. Sei vittima di pregiudizi

  • “Le donne sono nevrotiche”
  • “I giovani non hanno voglia di lavorare”
  • “I senior sono lenti”

Se qualcuno ha preconcetti su di te,
non è colpa tua.

I pregiudizi nascono da scorciatoie mentali:
età, genere, origine, aspetto, modo di vestire o parlare.

Limitano.
Impoveriscono il pensiero.
Ma sono difficili da scardinare.

Chi li usa
spesso non se ne rende nemmeno conto.

6. Sei bersaglio della frustrazione altrui

Alcune persone hanno bisogno di attenzione.

Pettegolezzi.
Malignità.
Commenti fuori luogo.

Scaricano la loro frustrazione
svalutando gli altri.

Anche qui,
puoi fare ben poco.

Se non mantenere una distanza sana
e condividere solo ciò che è necessario
per il lavoro quotidiano.

Non sempre, quindi, il problema sei tu.

Puoi migliorare comunicazione, atteggiamento e consapevolezza quanto vuoi …

ma se dall’altra parte trovi persone rigide, insicure o invidiose,
la tua responsabilità finisce lì.

La vera competenza sta nel riconoscerlo …

senza rinunciare a essere professionale, autentico e autorevole.

I miei servizi

Percorsi di coaching mirati, brevi e concreti su un tema specifico: autorevolezza, team leadership, carriera.

Un esempio:
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I miei libri

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Scarsa leadership: 11 segnali che non dovresti mai ignorare – parte 2

la scarsa leadership

LEGGI ANCHE > la parte 1.

7. Puntare solo sui risultati

Gestire le persone può essere appagante ma anche sfiancante.

Richiede tempo e applicazione. Energia.
I collaboratori impegnano. Stancano. Fiaccano.
Prosciugano.

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La gestione delle persone è un tema ricorrente nelle mie sessioni di coaching;
i team leader lamentano problemi di rapporti con i collaboratori, con tutto il seguito di conflitti,
scarsi risultati, bruciori di stomaco e… notti insonni.

Non concentrarti solo sui risultati, sulla prestazione,
sui punti deboli dei tuoi collaboratori.

Non ricordarti dei tuoi dipendenti solo quando ci sono problemi,
quando si tratta di valutare o criticare.

Esprimi il tuo lato più umano e sarai apprezzato anche sul lato personale.
A volte, basta un pizzico di disponibilità in più.



Non devi essere “amico” dei tuoi collaboratori, ma anche le piccole attenzioni significano molto per le persone che lavorano con te: i loro compleanni, i nomi dei figli, dire ‘Ciao, come va?” con sincerità.

La scarsa leadership è concentrata solo sul successo personale.

Prima di intraprendere qualsiasi azione sul posto di lavoro,
chiediti quale sarà il beneficio per tutto il team.

8. Mancanza di fiducia in sé stesso

I dipendenti si nutrono della fiducia dei loro leader.

Quando il leader non è proattivo o fiducioso nel prendere decisioni,
lascia un’impressione sbagliata.

Il team leader che non ha fiducia in sé stesso crea frustrazione (poiché è indeciso),
oppure fornisce feedback di scarso valore (dice solo cosa non va).

Dovresti fornire feedback attraverso il coinvolgimento e la pianificazione.
Creare una visione, avere passione.

La scarsa leadership porterà perdita di informazioni strategiche, scadenze non rispettate,
efficienza mancata e conseguenze rovinose.

9. Non essere in contatto con il lavoro quotidiano

L’efficacia di un leader si basa sulle informazioni che riceve dai suoi dipendenti.

Alcuni team leader per evitare l’etichetta (non proprio lusinghiera) di micro-manager,
cercano di coinvolgere meno i propri dipendenti.

Elargendo a “piene mani” fiducia e libertà (che detto-fra-noi è una bella cosa!).

L’intento è nobile, ma quando “indietreggiano” troppo, il risultato è inefficace perché perdono la prospettiva sul lavoro. Diventano improduttivi nella gestione del team.

I dipendenti iniziano a risentirsi per la mancanza di coinvolgimento del loro manager,
iniziando così a coinvolgerlo sempre meno.

Portando a più risentimento e ancor meno coinvolgimento.

Se ti trovi in questa situazione, prima che si trasformi in un ciclo fatale,
puoi interrompere la sequenza e trovare il giusto bilanciamento tra essere abbastanza “vicino” da relazionarti con il team senza essere oppressivo e invadente.


Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

10. Giudicare le persone sulla base delle ore lavorative

È importante assegnare il lavoro in base alle competenze e alle personalità dei vari membri del team.

Diversi team leader sono impressionati solo da chi-lavora-tanto,
dai grandi-lavoratori, i “drogati” degli straordinari.

Ma non è detto!
I grandi-lavoratori possono impiegare il doppio del tempo per svolgere il lavoro.
Hanno perso ogni prospettiva di un sano bilanciamento lavoro-privato.

I dipendenti Smart comprendono meglio il concetto di gestione del tempo e multitasking.

Sono metodici nel pensiero e generalmente raggiungono il successo grazie alle loro capacità di gestione delle competenze e del tempo.

11. Agire in modo diverso di fronte ai propri leader

I leader deboli hanno dubbi sulla propria capacità di guidare,
e si comportano come bambini quando è presente l’autorità (titolare, CEO ecc.).

Mostrano un atteggiamento sottomesso e compiacente di fronte a chi viene considerato superiore.

Una persona sicura di sé si comporta con tutti allo stesso modo.
Porta rispetto per tutti, ma soprattutto per se stesso.

Il tuo valore non dipende da quello che pensano gli altri,
dall’approvazione che riceverai da chi occupa una posizione gerarchicamente superiore.

La scarsa leadership può influire l’organizzazione

Provocare la perdita delle figure più qualificate del team.

Per rendere le aziende più efficienti è necessaria una leadership consapevole e comunicativa,
creare un ambiente in cui le persone siano incentivate al lavoro,
portando il loro valore aggiunto.

11 segnali di scarsa leadership che non dovresti mai ignorare – parte 1

scarsa leadership

Foto di Pixabay

La scarsa leadership può distruggere il clima di lavoro,
provocare la fuga dei migliori dipendenti.

I restanti collaboratori diventano ansiosi e alienati, scarsamente motivanti,
diffondono tossicità nell’ambiente, degradando ulteriormente la produttività di tutta l’organizzazione.

Molti team leader hanno difficoltà a potenziare i propri collaboratori perché non hanno le giuste qualità innate,
oppure non conoscono le tecniche di gestione adeguate per farlo.

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La leadership è un’abilità che dovrebbe essere sviluppata, ridefinendo e attuando le giuste strategie.

La leadership riguarda l’azione, non lo status. Ha il potere di cambiare, innovare e costruire la strada per il successo.

Vediamo insieme 11 segnali di scarsa leadership che non dovresti mai ignorare o sottovalutare:

1. Sì o no! Nessuna spiegazione!

Ridurre tutte le risposte a un semplice e assoluto sì/no,
senza spiegare la motivazione del caso e senza dare spiegazioni,
a lungo andare (questo comportamento autoritario),
causerà malumore e demotivazione in tutto il team.

Piuttosto, condividi le ragioni delle tue scelte, confrontati per ricercare una soluzione comune,
senza prevaricare il pensiero dei tuoi collaboratori,
mostrando sicurezza e infondendo fiducia.

2. Confondere arroganza con fiducia in sé stessi

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” il leader arrogante comunica a tutti i suoi successi, non importa quanto piccoli siano, dà una visione eccessivamente positiva,
mascherando la realtà che (spesso) non è così ideale.

Il più delle volte, vuole nascondere un’autostima bassa.
Vuole apparire più competente e più bravo degli altri.

Si comporta con arroganza semplicemente perché non ha ancora capito cos’è in realtà la fiducia in sè stessi. Essere arroganti, strafottenti e stronzi non vuol dire “essere sicuri di sé”.

Anche se spesso, quelli che lo sono, sono messi su un piedistallo e osannati perché sono riusciti a diventare qualcuno. Chiediti:

  • Cosa vuol dire essere sicuro?
  • Come posso essere fiducioso senza cadere nella trappola dell’arroganza?

3. Essere inflessibile

Una buona leadership richiede molta flessibilità mentale per rispondere alle dinamiche dell’azienda e al Mercato del lavoro così fluttuante.

Una leadership rigorosa può portare a un ostinato rifiuto di tutti i nuovi concetti o processi,
una rigida aderenza alle tempistiche,
un’organizzazione non produttiva.

Dovresti essere un leader risoluto dove conta,
ma non inflessibile e intransigente (su questioni di poca importanza),
per il bene del team e del raggiungimento degli obiettivi.

In qualità di leader, dovresti migliorare la flessibilità, ascoltando le critiche (costruttive) dei dipendenti,
per creare una cultura positiva del lavoro.



4. Essere troppo sensibile con i collaboratori

Alcuni team leader hanno un approccio troppo indiretto con i loro collaboratori.

Sono in soggezione (o al contrario boicottano) il collaboratore competente e preparato.
Sono ancora insicuri e dovrebbero lavorare sulla loro scarsa leadership!

Non temere la concorrenza e non sabotare il talento, anzi guidalo, incoraggialo e diventane il più grande alleato.

Inoltre, non lasciarti condizionare dal desiderio di “essere amato” e non tralasciare gli obblighi fondamentali come manager (feedback negativi, richiami ecc.).

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità e cerchi di essere amato, ricorda che …
i problemi non si risolvono, ma crescono, i collaboratori sono frustrati,
e si lamentano … con tanti saluti … all’amore verso il loro leader.

5. Segnale di scarsa leadership? Non ascoltare

Alcuni leader faticano a parlare, altri quando lo fanno creano una discrepanza tra ciò che dicono e ciò che i dipendenti “sentono” (presumono che tutti conoscano le loro intenzioni).

Molti non riescono ad ascoltare. Peccato! La comunicazione efficace è sinonimo di buona gestione.

Non farti fregare dal presupposto che tutti ti capiscano.
Fai domande chiarificatrici (anche quando le cose ti sembrano chiare).

L’ascolto attivo è una capacità che dovresti sviluppare per la tua crescita di team leader.

I leader che ascoltano in modo efficace hanno il “polso” dei dipendenti,
ma è fondamentale ascoltare senza giudicare e con una mentalità aperta.

Quando presti tutta la tua attenzione a chi parla, inconsciamente rispetti anche il suo tempo e la sua persona.


Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità?

Lavora sulla tua presenza con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” — per comunicare da vero leader.

6. Gestire le persone con regole e procedure

Il leader insicuro ha dimenticato che regole e procedure esistono per accelerare e disciplinare l’organizzazione, non per ritualizzarla o santificarla.

Alcune regole e politiche sono necessarie, ma non puoi usare regole e procedure per risolvere i problemi delle persone.

L’amore ossessivo per la procedura (spesso) maschera un’incapacità,
che può diventare letale.

Una tendenza che porta a perdersi e smarrirsi (consciamente o inconsciamente) in lungaggini concettuali, complesse teorie e procedure prolisse anziché “calarsi” su priorità vitali sono in spasmodica (e pericolosa) attesa. CONTINUA

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2.

Lasciare attuale lavoro? I dubbi di Manuel – parte 2

lasciare il lavoro

LEGGI ANCHE > la parte 1

Lasciare il lavoro? Non ci sarà mai un momento perfetto

Vedi Manuel, a volte è solo sfortuna, troppa concorrenza, crisi del settore, altre volte si tratta di un problema di approccio, di mentalità, di pensieri negativi e credenze depotenzianti che compromettono (pesantemente) la ricerca impiego.

Se sei focalizzato sul negativo, ogni porta si chiude e l’unica possibilità che hai è quella di stare fermo e sentirti in trappola nel tuo attuale lavoro.

Ma, se credi che avere una possibilità “là fuori”, puoi prepararti, lavorare sodo per riuscirci.
Per tirarti fuori da un lavoro che non ti piace!
Se insisti, alla fine ce la fai.

Cerca di concentrarti sui risultati probabili.
Evita di speculare (quando pensi di lasciare il lavoro) su cose che non puoi assolutamente prevedere.

Quello che più conta è il tuo atteggiamento

Manuel, quanto riesci a perseverare di fronte gli ostacoli?
Hai mai allenato i “muscoli” della perseveranza, necessari quando la strada va in salita?

  • Sei disposto a non cedere alle difficoltà?
  • Sei disposto a cadere e rialzarti? Sempre ogni volta?
  • Dove trovare la forza per andare avanti?
  • Mettere in discussione le tue credenze e le tue certezze?

Purtroppo, la maggior parte delle persone si arrende al primo ostacolo o difficoltà,
gettando sogni e obiettivi.

Invece di mettere energia e tempo per superare difficoltà e impedimenti … potresti prendere l’ostacolo come un segnale che non sei “capace”, che non sei “tagliato” e …
mollare di schianto.

La perseveranza è quella dote che ti permette di andare oltre la fatica e le circostanze.

Ti permette di andare oltre i “No grazie” e “Le faremo sapere” che troverai (di sicuro) sulla tua strada di ricerca di un nuovo lavoro.

Lasciare il lavoro: la perseveranza ti porterà al successo

Non puoi raggiungere il traguardo senza fatica, senza un impegno straordinario.

All’inizio – se non sei abituato – troverai difficoltà.
Dopo varie volte – tale sforzo – diventa naturale e istintivo.

Quando la salita si fa dura, quando (sembra) che non c’è alcuna ragione di continuare, quando tutto intorno a te invita a mollare, arrendersi, rinunciare, a non continuare.

Proprio a quel punto che se vuoi ottenere qualcosa dalla vita,
devi perseverare.

La chiave è COME affronti la situazione

Una forte motivazione aiuta a vincere molte difficoltà.
Uno sforzo affannoso o occasionale sarà di poco valore (perché una volta esaurito si spegne).

Per ottenere risultati devi applicarti tutti i giorni, fino a quando diventerà un’abitudine.
Perseveranza vuol dire “attaccare” giorno dopo giorno.

Non puntare solo sulla competenza e gli studi

Vedi Manuel … sei bravo e competente ma il solo talento non è sufficiente.
Occorre duro lavoro e tenacia.

Perseveranza.

“Arrivare da qualche parte nella vita” non è solo questione di talento, intelligenza, bellezza.

Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra perseverante ma senza talento, probabilmente sarà quest’ultima a ottenere i risultati migliori. Leggi post.

Davanti al prossimo ostacolo non paralizzarti … pazienza e perseveranza.

Riprova.

E Manuel?

Dopo il colloquio conoscitivo, in cui mi ha illustrato i suoi obiettivi e i suoi desideri, ma anche le sue paure e i suoi dubbi.

Ha capito che non era ancora pronto a cominciare il percorso di coaching.
Ha passato alcuni mesi nel dubbio e nelle riflessioni per capire quando fosse il momento giusto per cominciare.

A un certo punto (stufo della situazione di stallo) si è deciso e mi ha contattato per dare inizio al percorso.

In questo periodo il percorso di coaching è stato focalizzato sul mantenimento della direzione.
Non perdersi nella giungla dei dubbi e delle difficoltà.

In realtà Manuel era spaventato dall’idea di lasciare la ditta in cui è cresciuto professionalmente

Li sembrava di lasciare il “nido” che lo aveva accudito e custodito.

Anche se il contesto attuale era completamente diverso e adesso Manuel doveva affrontare l’uscita dalla zona di confort.

In effetti, la ricerca del lavoro è stata la parte più “facile” del processo.

Manuel ha un solido background di studi e di esperienza (anche con una sola esperienza alle spalle) ed ero sicuro che avrebbe avuto “successo”.

Tuttavia, l’idea del cambiamento lo eccitava e attraeva tanto quanto lo spaventava.

Dopo aver un sistemato creato in dossier di candidatura (curriculum vitae e la lettera di presentazione) ci siamo focalizzati sul settore dove incominciare la sua ricerca di lavoro.

Manuel ha effettuato diversi colloqui di lavoro che non sono andati a buon fine ma poi dopo circa tre mesi è stato assunto da una ditta concorrente alla sua (sempre dell’hinterland milanese).

Per superare la paralisi dell’analisi di lasciare il lavoro …

Potrebbe essere efficace confrontarti con un professionista (coach o consulente di carriera) o qualcuno di cui ti fidi.

Il professionista è da preferire perché ti darà feedback più oggettivi e concreti rispetto al familiare o all’amico/a, che (forse) non vuole essere diretto o passare per insensibile.

Il coach ti può far riflettere in maniera diversa da quella abituale, affrontando la questione da un’ottica differente.

A volte è sufficiente un semplice input, per uscire dallo stallo in cui ti sei arenato, per trovare la strada, e poter proseguire da solo.

Guarda il coaching per fare carriera.