Comunicare in modo efficace: il potere del silenzio strategico

comunicare in modo efficace

Foto di Barbara Olsen

Se desideri comunicare in modo efficace e vedere in azione il potere del silenzio, alla prossima riunione prova a porre una domanda aperta.

Poi aspetta in silenzio e comincia mentalmente a contare:

1… 2… 3… 4…

Un silenzio di circa dieci secondi diventerà già incredibilmente scomodo.

A quel punto ci sarà quasi certamente qualcuno che interverrà per rompere il disagio.

Una pausa imbarazzante può sembrare lunga minuti.

Anche se in realtà dura solo pochi secondi.

Anche se può essere scomodo, se impari ad accogliere il silenzio puoi assumere una posizione di maggiore autorevolezza.

Molti leader non si sentono a proprio agio con il silenzio.

Lo evitano.
Lo riempiono.
Lo interrompono.

Eppure, quando impari a gestirlo, il silenzio diventa una delle capacità comunicative più potenti che puoi utilizzare.

Il silenzio crea fiducia

Se vuoi sviluppare relazioni efficaci, devi creare fiducia.

E per creare fiducia devi ascoltare.

Quando vuoi stabilire una relazione, parla poco.
Fai domande e ascolta.
Impara a conoscere l’altra persona.

Quando si rende conto che la stai ascoltando davvero, sarà molto più predisposta ad ascoltare te.

Comunicare in modo efficace? Il silenzio dà potere alle persone

Molti team leader, davanti alla richiesta di un collaboratore, commettono lo stesso errore: cercano subito una soluzione da offrire.

Non sempre è la scelta migliore.

Spesso la risposta migliore è quella che le persone trovano da sole.

In alcuni casi, mentre parlano, si accorgono che la situazione non è così grave come l’avevano immaginata.

I grandi leader non riempiono ogni spazio.

Lo lasciano esistere.

Raramente dicono alle persone cosa fare.

Piuttosto le aiutano a guidarsi da sole, aumentando autonomia, responsabilità e fiducia.

Anche il loro carisma ne esce rafforzato.

Il silenzio rafforza il messaggio

Come ho scritto nel mio libro Autorevolezza, il silenzio può essere l’elemento più importante di una conversazione.

Quando smetti di parlare, l’attenzione aumenta.

Il silenzio dà alle persone il tempo di pensare.

Aiuta a comprendere.
Aiuta a ricordare.

Se usi troppe parole, il messaggio rischia di perdersi.

Una pausa ben posizionata, invece, mette in evidenza ciò che conta davvero.

Non devi avere un’opinione su tutto.

Le tue parole saranno più memorabili se scegli con attenzione quando parlare.

Comunicare in modo efficace: il silenzio può sbloccare una trattativa

Quando siamo coinvolti in una trattativa, il silenzio può influenzare il risultato molto più di quanto immaginiamo.

Se le posizioni sembrano bloccate e la conversazione è in stallo, una pausa può cambiare l’equilibrio del confronto.

La maggior parte delle persone non sopporta il silenzio.

Per questo parla troppo.

Ed è proprio in quel momento che possono emergere informazioni utili, aperture inattese o concessioni che prima non erano visibili.

Il silenzio ti aiuta a negoziare

Pensa a una negoziazione salariale o alla discussione di un preventivo.

L’altra parte presenta la sua proposta.

Tu non rispondi immediatamente.

Né con un “sì”.
Né con un “no”.

Fai una pausa.

Aspetti.

Il disagio del silenzio porta spesso l’altra persona a riprendere la parola e, talvolta, a rivelare informazioni preziose per la trattativa.

Il silenzio placa la rabbia

La rabbia aumenta notevolmente la probabilità di dire qualcosa che potresti rimpiangere.

Vale nelle conversazioni.
Vale ancora di più nelle e-mail.

Prima di premere “Invia”, dormici sopra.

Potrai sempre spedire il messaggio il giorno successivo.

Molto spesso, però, cambierai il testo.

Perché il tempo modifica la prospettiva.

Il silenzio – compreso quello digitale – ti permette di raccogliere i pensieri e scegliere con maggiore attenzione come rispondere.

Quando vuoi capire davvero una persona, ascolta

Se desideri conoscere meglio un collaboratore, un collega o un cliente, il modo migliore per ottenere informazioni è ascoltare.

L’ascolto attivo fa sentire la persona importante.

Compresa.
Rispettata.

E aumenta la probabilità che condivida aspetti più autentici rispetto a una conversazione piena di interruzioni, commenti e consigli non richiesti.

A volte il silenzio parla più forte delle parole

Viviamo in un’epoca che chiede continuamente attenzione.

Gridiamo sempre più forte nella speranza di essere ascoltati.

Più rumore produciamo, meno ci sentiamo davvero.

Se parli meno, pensi di più.

Quando pensi di più, sei meno portato a reagire impulsivamente.

E la prima reazione, molto spesso, non è la migliore.

A volte il momento più autorevole di una conversazione non è quando parli.

È quando scegli di non farlo.

Vuoi sviluppare una comunicazione più autorevole, incisiva e professionale?

Scopri il percorso di coaching più adatto alla tua situazione.

Riunione nervosa? Il team legge il tuo sguardo prima delle tue parole

riunione nervosaFoto di Kampus Production

Molti leader pensano che autorevolezza significhi (solo) parlare bene, avere le risposte giuste, gestire il discorso.

Sottovalutano il contatto visivo.

Immagina questa scena.

Sei in riunione.
Il progetto è in ritardo.
Le persone iniziano a interrompersi.
Qualcuno sbuffa.
Qualcun altro si irrigidisce sulla sedia.

In pochi minuti la tensione sale nella stanza

E senti quella tentazione che molti leader conoscono bene:

  • alzare la voce
  • diventare freddo
  • interrompere tutti
  • rifugiarti in un atteggiamento rigido

Stai quasi per farlo.
Poi invece ti fermi.

Respiri.

Non abbassi lo sguardo.
Non ti chiudi.
Tanto meno inizi a parlare sopra gli altri.

Resti presente.

Guardi chi sta parlando.
Lasci finire la frase.
Ascolti davvero invece di rispondere immediatamente.

E succede una cosa interessante:

tutto intorno .. inizia lentamente a rallentare insieme a te.

Le persone abbassano il tono.
Le interruzioni diminuiscono.
Qualcuno finalmente spiega davvero il problema invece di difendere la propria posizione.

Non hai “dominato” la riunione.

Hai fatto qualcosa di molto più difficile:

hai impedito che la tensione prendesse il controllo anche su di te.

Quando riesci a restare centrato sotto pressione, spesso anche il gruppo cambia comportamento.

Il contatto visivo non serve a dominare.
Serve a trasmettere presenza.

Potresti confondere il contatto visivo con durezza, intensità o superiorità.

Ma uno sguardo autorevole non è aggressivo.

È presente.

Non fugge continuamente.
Non si abbassa appena arriva tensione.
Ancor meno comunica fretta o disagio.

E no, non significa fissare le persone per intimidirle.

Quello spesso crea solo distanza nella riunione nervosa.

Il punto non è tanto il guardare.
Ma è esserci davvero mentre ascolti.

Molti leader parlano continuamente di presenza… ma appena sentono tensione abbassano lo sguardo.

Questo tema lo approfondisco nel mio libro “Autorevolezza“.

Anche il tuo corpo comunica leadership

Qualcuno sta parlando e intanto tu:

  • guardi il telefono
  • interrompi troppo velocemente
  • sembri già altrove

Magari pensi comunque di stare ascoltando.

Ma il team percepisce subito il contrario.

Postura, ascolto e piccoli segnali di attenzione possono cambiare completamente il clima della riunione.

A volte basta davvero poco.

Lasciare finire una frase.
Annuire leggermente.
Non irrigidirsi immediatamente.

Sembrano dettagli quasi insignificanti.

Nel lavoro, però, l’autorevolezza spesso non si costruisce nei grandi discorsi.

Si costruisce proprio lì: in quei piccoli segnali che fanno sentire le persone ascoltate oppure messe sotto pressione.

Potresti voler controllare la riunione invece di guidarla

E sono due cose molto diverse.

Controllare significa:

  • riempire continuamente il silenzio
  • correggere tutto (e subito9
  • parlare troppo
  • bisogno di mantenere sempre il comando della situazione.

Guidare richiede qualcosa di più difficile:

Saper reggere il momento senza reagire impulsivamente.

Una pausa fatta bene.
Uno sguardo stabile.
Un silenzio non vissuto come minaccia.

Sembrano dettagli secondari.

Nel lavoro, invece, sono spesso questi dettagli a costruire o distruggere autorevolezza.

A volte perdi autorevolezza non per quello che dici… ma per come reagisce il tuo corpo mentre lo dici.

Riunione nervosa? La tensione si vede prima ancora che si senta

Sei preparato tecnicamente ma sotto pressione potresti iniziare a

  • parlare troppo velocemente,
  • irrigidirti,
  • sovrapporre continuamente la tua voce a quella degli altri.

E il gruppo lo percepisce immediatamente.

Se il tuo corpo comunica agitazione, è molto facile che anche il team inizi ad agitarsi.

Vuoi comunicare con presenza e sicurezza,
lasciando davvero il segno in ogni riunione?

Scopri il percorso di coaching miratoCome lasciare il segno in meeting e riunioni”.

Rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

Le persone avvertono molto più di quello che dici

Non serve diventare teatrale.

Anzi.

Spesso funziona molto meglio qualcosa di semplice e naturale.

  • Guardare chi sta parlando.
  • Rallentare leggermente quando senti tensione.
  • Non sembrare distratto.
  • Distribuire lo sguardo durante una riunione senza focalizzarti sempre sulle stesse persone.

Non cercare la frase perfetta.

Chiediti piuttosto cosa stai comunicando mentre ascolti.

La leadership si percepisce molto prima che tu inizi a parlare

Dal modo in cui ascolti.
Da come entri nella stanza.
Da quanto riesci a restare presente quando il clima si fa difficile.

Durante una riunione nervosa puoi anche fare il discorso perfetto.

Ma se il tuo sguardo comunica chiusura, ansia o fretta… le persone lo sentiranno comunque.

Le persone dimenticano molte parole.
Molto meno come le hai fatte sentire mentre parlavi.

Nei colloqui individuali con il team conta come inizi. Più di quanto pensi

colloqui individuali

Foto di Jack Sparrow

Molti leader sottovalutano i primi minuti.
Si siedono.
Partono a parlare.
E pensano che il valore del colloquio stia in quello che diranno dopo.

Non è così.

Il colloquio è già iniziato prima della prima domanda.

Spesso… nei primi minuti succede tutto:

  • si crea apertura
    oppure distanza
  • si costruisce fiducia
    oppure si attiva difesa

E (forse) non te ne accorgi nemmeno.

Prima domanda (scomoda)

Quando inizi i colloqui individuali …

sei davvero presente?
o stai ancora pensando a tutto il resto?

Il punto che non dovresti sottovalutare

Non fare one-to-one se non hai tempo.

O meglio:

non farli se non sei presente.

Perché il messaggio arriva subito.

Non da quello che dici.
Da come-entri nella conversazione.

Essere lì fisicamente non significa esserci davvero.

1. Arrivare di corsa è già un errore

“Arrivo subito.”
“Dammi due minuti.”
“Scusa, giornata piena.”

Sembra normale.

Ma dall’altra parte arriva altro:

  • “Non sei una priorità.”

Ti chiedo:

  • la persona davanti a te si sente importante?

Come inizi dice già dove andrà a finire.

2. Prepararti non è opzionale

Bastano pochi minuti.

Rivedi:

  • cosa vi siete detti
  • cosa è rimasto aperto
  • cosa conta per quella persona

Arrivare impreparati è il modo più veloce per perdere credibilità.

3. Le persone capiscono subito se stai ascoltando davvero

Prendere appunti aiuta.

Ma non è il punto.

Il punto è:
stai seguendo… o stai aspettando il tuo turno per parlare?

E sì, si sente.
Sempre.

Non è cosa chiedi.
È come ascolti.

4. Non iniziare parlando

Errore classico.

Apri i colloqui individuali … e parti.

Aggiornamenti.
Direzione.
Priorità.

E il tuo collaboratore si adegua.

Prova a invertire:

  • “Cosa vuoi portare oggi?”

Cambia tutto.

5. Non devi avere subito risposte

Non iniziare i colloqui individuali con un riflesso automatico:

risolvere.

Suggerire.
Correggere.
Indicare la strada.

Un buon one-to-one non è (o non dovrebbe essere) una riparazione.

È uno spazio di pensiero.

Domanda:

  • stai aiutando a pensare… o stai dando soluzioni?

Una domanda che quasi nessuno fa

  • “Cosa posso fare per aiutarti?”

Semplice.

Diretta.

Quasi mai usata.

Eppure cambia la relazione.

Perché sposta il focus: da te… all’altro.

Il primo minuto definisce il tono

Puoi iniziare così:

  • “Come stai?”

Oppure così:

  • “Come stai, davvero?”

Sembra uguale.
Non lo è.

Nel secondo caso, devi essere pronto ad ascoltare la risposta.

Non serve riempire lo spazio

Silenzio.
Pausa.
Un momento in cui l’altro pensa.

Molti lo riempiono subito.

Per disagio.

Ma è spesso lì che emerge qualcosa-di-vero.

Il problema non è cosa dici. È cosa-passa

Durante i colloqui individuali emergono segnali non esplicitati:

esitazioni
frustrazione
dubbi

Puoi ignorarli.
Oppure fermarti lì.

Ti chiedo:

stai ascoltando le parole… o anche quello che c’è sotto?

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team ..

è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Una domanda finale

I tuoi one-to-one servono davvero a qualcuno…

o sono solo una nota in agenda?

Non servono tecniche sofisticate. Serve .. presenza reale.

Essere lì.
Con attenzione.
Senza fretta di chiudere.

Perché le persone non ricordano tutte le parole.

Ma ricordano perfettamente come si sono sentite.

Potresti trovare spunti interessanti dal mio libro sull’autorevolezza per diventare un riferimento carismatico dei tuoi collaboratori.

Quando il tuo team smette di ascoltarti… ma continua ad annuire

team non ascolta
C’è un momento, nella team leadership, di cui pochi parlano.

Non quando il team ti sfida apertamente.
Non quando qualcuno ti contraddice.
Nemmeno quando emergono conflitti.

È quando tutti annuiscono. Ma niente cambia

Le riunioni scorrono lisce.
Nessuna opposizione.
Nessuna tensione visibile.

Eppure, niente cambia. Le cose restano esattamente come prima.

Le decisioni non vengono applicate davvero.
Le indicazioni restano sulla carta.
L’energia è statica.

E lì, se sei onesto con te stesso, inizi a percepire qualcosa. Di più sottile, ma pericoloso per la tua leadership:

la disconnessione con il team.

Annuire può essere una forma di distanza, non di accordo

I leader acerbi interpretano l’assenza di conflitto come un segnale positivo.

Pensano:
“Il team è allineato.”
“Bene! Mi rispettano.”

Ma spesso non è così.

L’annuire è solo una forma educata di protezione.

Le persone annuiscono quando non si sentono davvero coinvolte.
Quando non credono che esprimersi cambierà qualcosa.

Quando percepiscono che la decisione è già stata presa, indipendentemente da ciò che diranno.

O, più semplicemente, quando smettono di investire emotivamente.

È una delle forme più silenziose di disimpegno.

Nessuna opposizione.
Ma nessun seguito.

Il team non ascolta? La leadership diventa una forma senza più sostanza

Da fuori, tutto sembra funzionare.

Le riunioni si tengono.
Le decisioni vengono comunicate.
Le persone sono educate,
rispettose.

Ma “dentro” la relazione
qualcosa si è svuotato.

La tua autorità è rimasta intatta.
La tua influenza, no.

Hai ancora il tuo ruolo di leader,
che però non genera più adesione.
Consenso.

Le persone fanno il minimo necessario.
Non per opposizione.
Ma per distanza.

La domanda scomoda non è:

“Perché il team non ascolta?”

Ma piuttosto:

Quando parlano con me, si sentono liberi di essere sinceri?

Oppure stanno solo gestendo – il meglio possibile – la relazione?

Le persone sono estremamente sensibili al contesto emotivo.

Percepiscono rapidamente se c’è spazio per il confronto reale …
o se è solo formale.

Avvertono se il leader è davvero aperto…
o se ha già deciso.

Percepiscono se il dissenso è tollerato…
o solo teoricamente accettato.

E si adattano di conseguenza.

Questo accade spesso senza che il leader se ne accorga

Non nasce da cattive intenzioni.

Nasce, spesso, da micro-segnali ripetuti nel tempo.

Decisioni prese senza interpellare.
Reazioni difensive, anche sottili.
Impazienza verso punti di vista divergenti.

Episodi per nulla drammatici, se presi singolarmente.

Ma complessivamente, nel tempo, il messaggio che passa è implicito:

“Annuire è più sicuro che esporsi!”

Da quel momento, la verità, il raffronto,
il confronto scompare.

Il team non ascolta? Il punto non è ottenere più consenso

Ma piuttosto recuperare autenticità nella relazione.

E questo richiede una disponibilità vera. Rara.

Il tuo impegno a tollerare il disagio di:

  • non essere sempre approvati
  • sentire opinioni diverse
  • scoprire che alcune persone non sono realmente allineate.

Ma è proprio qui che la tua leadership torna ad essere sostanza.

Poniti alcune domande, con onestà

  • Quando è stata l’ultima volta che qualcuno ti ha contraddetto apertamente?
  • Ha espresso un dubbio reale, non filtrato?
  • Quando è stata l’ultima volta che hai cambiato idea grazie a qualcuno del tuo team?

Se fai fatica a ricordarlo, non è necessariamente un segnale di forza.

Potrebbe essere un segnale di distanza.

La vera autorevolezza non elimina il dissenso

Lo rende possibile.

Perché quando le persone si sentono libere di essere sincere, la relazione diventa viva.

E una relazione viva può sostenere decisioni difficili.
Cambiamenti complessi.
Momenti di tensione reale.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Come dire, senza dirlo, “Il capo sono io!”

il capo sono io
Non si tratta di alzare la voce.
Non serve sventolare il titolo gerarchico.

E non è nemmeno una questione di quante parole — per quanto ricercate — riesci a mettere in fila.

È il modo in cui prendi la parola.
Come fai le domande.
Come orienti le risposte.

È lì che succede qualcosa.

Gli altri iniziano a seguirti

È un modo, quasi invisibile,
di far capire chi tiene il timone.
Chi sta guidando la conversazione.

Senza che nessuno lo dica apertamente,
diventa chiaro a tutti.

Quindi…
come si fa a dire, senza dirlo:
Il capo sono io”?

Autorità dichiarata vs autorevolezza percepita

C’è una differenza enorme tra dire
“Sono io che comando”
e trasmettere autorevolezza senza doverlo dichiarare.

La prima funziona solo se gli altri sono costretti ad accettarla.
La seconda nasce da segnali sottili
che gli altri colgono e rispettano spontaneamente.

È qui che si gioca la leadership vera:
non nel titolo sul biglietto da visita,
ma nella percezione che gli altri hanno di te.

Da qui una riflessione scomoda:

  • Quante volte cerchi di convincere gli altri che sei leader,
    invece di farti riconoscere con il tuo comportamento?

I segnali concreti sono spesso più potenti delle parole.

Come ascolti

Non interrompi.
Non riempi i silenzi.

Dai spazio e poi sintetizzi.
Se sai ascoltare, stai già guidando.

Come decidi

Anche le piccole decisioni,
prese senza troppi giri di parole,
comunicano sicurezza.

Come gestisci il tempo

Non ti perdi nei dettagli inutili.
Porti la conversazione avanti.

Come resti calmo

Mentre altri si agitano o alzano la voce,
tu resti stabile.

È un messaggio chiarissimo:
so cosa fare.

La vera autorevolezza si costruisce così.
Con gesti che parlano al posto tuo.

Approfondisci con questo post.

Quando ti sforzi troppo di dimostrare “il capo sono io”

La tentazione — soprattutto se sei alla prima esperienza
(come evidenzio nel mio libro “Prima volta Leader”) —
è voler dimostrare a tutti i costi di avere lo scettro del potere.

Il controllo.

E allora parli troppo.
Spieghi tutto.
Giustifichi ogni scelta.
Ribadisci il tuo ruolo.

Il risultato?

Invece di sembrare leader,
sembri insicuro.

Ti chiedo:

  • Ti è mai successo di parlare di più
    per paura che, se taci, nessuno ti consideri autorevole?

Per esempio:

presenti un progetto e, invece di andare dritto al punto,
ti perdi in una lunga premessa.

Spieghi ogni passaggio, quasi a giustificarti.

Oppure intervieni su ogni dettaglio,
anche quelli che non ti competono direttamente.

Così non sembri una guida sicura.
Trasmetti solo una cosa:
che non ti fidi né del tuo lavoro né degli altri.

E alla fine, i colleghi non ricordano le tue parole,
ma la tua ansia di dimostrare di aver fatto tutto “per bene”.

Non è una questione di voce alta.

O di titoli sul biglietto da visita.

È una questione di presenza.
Di come ti posizioni.

Dire senza dire: pratiche quotidiane

Alcune mosse semplici,
ma potenti:

Entra nella stanza come se fosse il tuo ufficio

Non è arroganza.

È presenza:
postura dritta,
sguardo diretto,
calma.

Sintetizza

Dopo una discussione confusa, riassumi in due frasi i punti chiave.

Le persone si affidano a chi semplifica.

Usa il silenzio

Riempire ogni spazio con parole trasmette insicurezza.

Una pausa, invece, cattura attenzione.

Difendi il team

Se qualcuno viene interrotto, ridagli la parola.
Se la tensione sale, riporta calma.

Chi protegge diventa riferimento.

Ripetuti nel tempo,
questi gesti costruiscono la tua reputazione.

La domanda resta

Come dirlo, senza dirlo:
“Il capo sono io”?

Non è una strategia di comunicazione.
È una questione di identità.

Se tu per primo non credi di saper gestire le persone,
nessun gesto sarà mai abbastanza.

La vera domanda è:

  • Cosa ti impedisce di vederti leader
    ancora prima che gli altri ti riconoscano come tale?

Forse aspetti un titolo.
Forse pensi di non avere abbastanza esperienza.
Temi che gli altri non ti seguiranno.

La leadership inizia quando ti prendi lo spazio,
invece di aspettare che ti venga dato.

Sempre con rispetto.
Senza l’arroganza del bullo.

In conclusione

Essere il capo non significa alzare la voce
o ricordare agli altri che sei il capo.

Significa creare fiducia.
Dare direzione.
Ascoltare di più.
Parlare meno.

La prossima volta che sei in riunione,
in una presentazione,
o in un evento, chiediti:

  • Come posso far capire che sono il leader, senza dichiararlo?
  • Quale piccolo gesto oggi può trasmettere la mia sicurezza?
  • Cosa cambierebbe se iniziassi semplicemente a comportarmi da leader?

Perché spesso
non serve dire “il capo sono io”.
Basta esserlo.

L’autorevolezza non si impone.
Si percepisce.

E quando smetti di dimostrarla,
inizia finalmente a funzionare.

Scopri il mio percorso di coaching mirato:
Voce, presenza, attitudine: comunica autorevolezza da Executive”

Il libro Autorevolezza: ecco la NUOVA edizione aggiornata 2025

il libro autorevolezza

Quando ho pubblicato la prima edizione di Autorevolezza, il mio obiettivo era semplice: offrire strumenti pratici per essere ascoltati, rispettati e seguiti senza alzare la voce, senza forzare l’autorità, ma conquistando credibilità giorno dopo giorno.

Il riscontro è stato molto lusinghiero: recensioni positive, messaggi di lettori che mi raccontavano di cambiamenti concreti sul lavoro, testimonianze di team più coesi e leader più sicuri di sé.

Negli ultimi anni, il contesto è cambiato.

Sono cambiate le dinamiche nei luoghi di lavoro, è arrivata la Generazione Z nelle aziende, lo smart working ha modificato i rapporti.

La leadership si esercita sempre più in modalità ibrida, in un equilibrio tra presenza fisica e lavoro da remoto. In questo nuovo scenario, il concetto di autorevolezza è diventato ancora più centrale.

Oggi più che mai, sapersi guadagnare il rispetto, la fiducia e l’ammirazione dei propri collaboratori è la chiave per guidare con efficacia.

Non è una semplice ristampa

Ho mantenuto il titolo e il formato, così chi ancora non conosce il libro possa beneficiare anche delle recensioni e testimonianze della prima edizione.

Ho rivisto e alleggerito alcuni contenuti (gestione delle videoconferenze -che sono diventati parte della quotidianità), ne ho eliminati altri ormai superati (pandemia).

La novità?

Un capitolo completamente nuovo (36 pagine): “Essere autorevole con la Generazione Z”, per capire e gestire al meglio la generazione destinata a diventare la componente più numerosa della forza lavoro.

Non si tratta solo di un cambio generazionale, ma di un vero cambiamento culturale, con aspettative, valori e dinamiche relazionali molto diverse rispetto al passato.

 

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Il libro autorevolezza ti offre strumenti pratici per:

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Il mio obiettivo è aiutarti ad allenare i tuoi “muscoli caratteriali”: fiducia, intraprendenza e determinazione.

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Dal sommario:

Leader autorevole vs. capo autoritario – La tua comunicazione autorevole – Parole che minano la tua autorevolezza – Non scusarti – Alza di una tacca il tono della tua voce – Errori da evitare nella comunicazione non verbale – I pilastri dell’autorevolezza – Gestire una riunione con l’autorevolezza di un executive – Riunioni con il capo, titolare, direzione, CEO – Esprimere il disaccordo (senza fare danni) – Dare feedback in modo efficace e autorevole – Come porre riconoscimenti potenzianti – Gestire un collaboratore difficile con autorevolezza – Il coaching

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Silenzio strategico: 15 volte in cui un leader deve tacere

silenzio strategicoFoto di ZuluZulu su Pixabay

“Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità,
se non provoca male a qualcuno, se è utile,
ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.”
Il Budda

Dovremmo parlare molto meno. Tutti.

Parliamo troppo.
Male.
Più del dovuto.

E, senza volerlo, facciamo danni.

Oggi siamo travolti dalle parole.
Dalle chiacchiere.
Da un cicaleccio continuo.

Le parole perdono senso.
Valore.
Significato.
Vitalità.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” — ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 — la verità è che siamo distratti, poco interessati agli altri, concentrati su noi stessi, prevenuti.
Sempre pronti a giudicare.
A criticare.

Non trasmettiamo empatia.

Siamo poco consapevoli della potenza delle parole.

Eppure basta poco.
Un lapsus.
Una svista.
Una parola di troppo.

Per compromettere un progetto.
Un colloquio.
Un rapporto con un cliente, con un collega, con il capo.

La tua immagine di leader.

I leader parlano per stimolare.
I grandi leader sanno anche tacere.

A volte, la cosa più intelligente da dire… è non dire niente.

C’è un tempo per parlare.
E un tempo per tacere.
E ascoltare.

Il silenzio non è debolezza

Spesso stare zitti vuol dire essere più forti.

Non devi parlare solo perché qualcuno si aspetta una risposta.
O una reazione.

Il silenzio è una parte normale della comunicazione.

Se usato bene, diventa strategia.

Chi sa stare in silenzio e ascoltare:

  • ha più carisma
  • costruisce relazioni più solide
  • comunica più autorevolezza

Il silenzio “parla”.

In un clima di rabbia o insicurezza, spiegare troppo è tempo perso.

Nell’amarezza, le persone hanno più bisogno della tua presenza
che delle tue parole.

Se non sei sicuro di cosa dire… fermati.
Prenditi tempo.

Se sei stressato, distratto, “altrove”…
è facile dire troppo. O dire male.

Quando non riesci a pesare bene le parole,
se rischi di sembrare insensibile, ingrato, permaloso…
meglio tacere.

Se non riesci a immaginare l’effetto delle tue parole…
meglio il silenzio.

La tua immagine professionale include anche ciò che non dici.

Quando parli, porta valore.

Ecco 15 momenti in cui scegliere il silenzio strategico.

1. Quando qualcuno parla

Non interrompere.

Ascolta davvero.
Comprendi prima di rispondere.

Dai spazio al team.
Favorisci la partecipazione.

Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità?

Lavora sulla tua presenza con il percorso di coaching mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”.

2. Quando non hai qualcosa di significativo da aggiungere

Saper comunicare significa, prima di tutto, avere qualcosa da dire.

Se non hai nulla di rilevante… meglio tacere.

Anche i contenuti validi perdono forza se si dilungano troppo.

3. Quando rischi banalità

Frasi fatte.
Giri lunghi.
Dispersione.

Taglia.

Vai dritto al punto.
Chi ascolta vuole chiarezza.

4. Quando non conosci i fatti

Parlare senza sapere espone.

Rischi di dover tornare indietro.
Di correggerti.
Di “ricucire”.

Meglio un silenzio consapevole che parole affrettate.

5. Quando vuoi fare il brillante

Se non lo sei, si vede.

Ironia forzata.
Battute che non fanno ridere.
Divagazioni inutili.

Un leader non deve dimostrare tutto.
Deve sapere quando lasciare spazio.

6. Quando non puoi mantenere ciò che dici

Promesse non mantenute distruggono fiducia.

Se non sei sicuro, non promettere.
Se prometti, mantieni.

Altrimenti, meglio tacere.

7. Quando sei arrabbiato o frustrato

Le emozioni forti deformano le parole.

Quello che dici resta.
Non puoi tornare indietro.

Prenditi tempo.
Ritrova lucidità.

8. Quando sei troppo reattivo

Non tutto è un attacco.

Non ogni osservazione richiede una risposta.

Tacere, in questi casi, è controllo.

9. Quando hai solo critiche da offrire

Un feedback senza direzione non aiuta.

Se non puoi offrire una via,
rimanda.

10. Quando l’altro è in difficoltà

Dietro una performance bassa c’è spesso altro.

Stress. Problemi personali. Sovraccarico.

Prima comprendi.
Poi agisci.

11. Quando la critica è pubblica

Correggere davanti agli altri crea distanza.

Non motivazione.

I feedback difficili vanno gestiti in privato.

12. Quando nasce il pettegolezzo

Il gossip distrugge fiducia.

Se parli degli assenti…
gli altri sanno che potresti farlo anche con loro.

Esci.

13. Quando dai consigli non richiesti

Non tutti vogliono essere guidati.

Parla per essere utile.
Non per dimostrare qualcosa.

14. Quando i risultati non arrivano nonostante l’impegno

Se qualcuno ha dato tutto, non serve demolire.

Prima riconosci.
Poi, a freddo, analizzi.

15. Quando l’errore è occasionale

Non tutto va evidenziato.

Un errore isolato non definisce una persona.

A volte, lasciar correre rafforza la fiducia.

Il silenzio non è assenza di comunicazione

È una scelta.

È controllo.
È leadership.

Tacere nei momenti giusti:
migliora le relazioni,
aumenta la qualità delle decisioni,
rafforza la tua autorevolezza.

La prossima volta che stai per parlare…
chiediti se è davvero necessario.

Perché, spesso,
il vero potere sta in ciò che scegli di non dire.

Parlare al team: 9 suggerimenti per la tua comunicazione efficace

parlare al team

Foto di Pavel Danilyuk

Nel tuo ruolo di manager, imprenditore o team leader
— anche di un piccolo gruppo di collaboratori —

è normale essere chiamati a parlare davanti ad altre persone
(team, capo, clienti…)
anche solo per pochi minuti.

I motivi sono tanti:
una nuova procedura,
una presentazione,
una riunione,
un report,
un aggiornamento.

Parlare davanti agli altri non è facile

Soprattutto se:
sei nuovo,
sei introverso,
lavori con persone di forte personalità.

Se provi timore o imbarazzo,
se ti senti ansioso, nervoso, “non abbastanza” …

sei in ottima compagnia!

Sono in tanti a sentirsi così,
a “annegare” in dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri.

Se ti riconosci,
sai perfettamente di cosa sto parlando.

La tua voce.
Il tuo sguardo.
La tua presenza.

Dicono molto di più delle parole.

9 suggerimenti per superare il disagio di parlare davanti al team:

1. Non essere troppo severo con te stesso

Siamo i nostri peggiori critici.
Perfezionisti, severi, implacabili.

Le tue valutazioni su di te
sono spesso molto più dure
di quelle degli altri.

Stai affrontando qualcosa di difficile
e stai dando il meglio che puoi.

Non chiederti più di quanto puoi (realisticamente) dare.

Sii te stesso.
È così che risulti davvero efficace.

E ricorda:
Churchill, J.F. Kennedy e Margaret Thatcher
ammettevano di temere il parlare in pubblico.

2. Non cercare la perfezione

Dire:
“Ho perso il filo, dove ero rimasto?”
non è un fallimento.

Qualcuno te lo ricorderà con naturalezza.

Un po’ di autoironia crea simpatia.
Quando ridi di te stesso,
le persone non ridono di te,
ma con te.

Nessuno si ricorderà delle tue piccole gaffe.
Rilassati.
Segui il flusso.

3. Preparati una scaletta

Anche per interventi brevi.

Pochi punti chiave.
Un filo logico.

Non imparare il discorso a memoria.
Se dimentichi una frase… vai in tilt.

Meglio concentrarsi su uno o due messaggi centrali.

Se c’è un punto importante o “scottante”,
affrontalo subito.

4. Cura il linguaggio del corpo

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza
— NUOVA edizione aggiornata 2025 —
il volto e lo sguardo parlano più delle parole.

Rilassa corpo e viso.
Evita segnali involontari di chiusura.

  • Sorridi
  • Mantieni il contatto visivo
  • Annuisci per mostrare ascolto
  • Evita braccia incrociate e sguardi vaganti

APPROFONDISCI CON > il post dedicato

5. Usa un linguaggio semplice

Non devi impressionare nessuno.

Parla in modo:
semplice,
diretto,
chiaro.

Se ti perdi in discorsi lunghi e complessi,
il messaggio si perde.

Calibra le parole.
Meno è spesso di più.

6. Non si tratta di te (ma del contenuto)

Non prenderla sul personale.

Le persone ascoltano cosa dici,
non chi sei.

Salvo casi rari,
non sono lì per giudicarti.

Dai loro ciò che cercano:
chiarezza,
senso,
utilità.

7. Impara a esprimere il disaccordo

Affrontare temi delicati davanti ad altri
può creare tensione.

Ma a volte è necessario.

Meglio usare domande, non accuse.

Ad esempio:

  • “Vorrei condividere un’osservazione”
  • “Sono curioso, puoi spiegarmi meglio?”
  • “Aiutami a capire come sei arrivato a questa conclusione”

Questo approccio apre il dialogo
e porta a soluzioni, non scontri.

8. Mostra apprezzamento

Il riconoscimento crea fiducia.

Ringrazia chi contribuisce.
Valorizza idee, impegno, ascolto.

Se le persone si sentono ignorate,
smettono di partecipare.

Dai spazio anche a chi parla meno.
Non tutti entrano in conversazione con la stessa facilità.

9. “Investi” in supporti visivi

Se non ami essere al centro dell’attenzione,
usa slide o materiali visivi.

L’attenzione si sposta dal tuo volto
al contenuto.

Meno pressione per te.
Più chiarezza per il team.

La tua passione è la tua alleata

Se parli davanti a qualcuno
— anche solo due persone —

è perché hai qualcosa di importante da condividere.

Lascia che passione e competenza guidino il messaggio.

Ogni pubblico è un privilegio.
Alla fine, sarà sempre gratificante.

In definitiva

Parlare al team i non è questione di talento naturale.

È una competenza allenabile.

Non serve diventare qualcun altro.

Serve imparare a stare nel ruolo,
con più presenza,
meno giudizio su di sé,
maggiore fiducia nel proprio messaggio.

Ed è lì che l’autorevolezza comincia a farsi sentire.

12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante

videochiamata
Utilizziamo spesso la videochiamata sul posto di lavoro.

La maggior parte delle volte è normale routine: chiarimenti, aggiornamenti, contatti con clienti, confronti operativi.

Altre volte, però, l’asticella si alza.

Una videochiamata può diventare decisiva

Un confronto con il tuo capo o con il CEO.
Il reclamo di un cliente importante.
Un richiamo a un collaboratore.
Una riunione con il team.
Un colloquio di lavoro.
La presentazione di un servizio o di un progetto a un potenziale cliente.

In quei momenti…

le parole diventano rilevanti.

Il tuo approccio ancora di più.

È necessario trasmettere il giusto equilibrio tra garbo e determinazione.

Affrontare la situazione con obiettività, calma e sicurezza.

Leadership.

Come puoi leggere nel mio libro Autorevolezza, l’errore più grande che puoi fare è aspettarti che una videochiamata sia identica a un incontro in presenza, con l’unica differenza di uno schermo in mezzo.

Non lo è.

In video cambiano i tempi, cambia la percezione, cambia il modo in cui trasmetti presenza, attenzione e autorevolezza.

Per questo vale la pena prepararsi.

Ecco 12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante.

La videochiamata richiede preparazione.
La pratica ti rende fiducioso.
Efficace.

La videochiamata non è così facile come sembra.
Sottovalutarlo è un errore che si paga caro.

La sfida più grande degli incontri virtuali è mantenere le persone coinvolte e interessate.

Ricorda che dovrai trasmettere competenza e autorevolezza solo attraverso un’immagine piatta su uno schermo.

POTENZIA LA TUA TEAM LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te

Aggiungi valore, non parole.

Imposta videochiamate brevi.
Immagina che le persone ti dicano:
“Okay. Dimmi cosa vuoi… veloce, però!”

Vestiti e agisci come se fossi nel tuo spazio professionale.
Perché lo sei!

Prima di cominciare voltati.
È quello che gli altri vedranno.


PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata2025, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Se la videochiamata è breve, efficace e produttiva
risulti autorevole.

L’obbiettivo di una fotocamera può essere il più grande critico che tu abbia mai incontrato.
Guardalo direttamente “in faccia”.

Non parlare troppo presto.
Interrompendo il flusso della conversazione sembrerai agitato e ansioso.

Evita tutto ciò che è banale.

Quando non hai qualcosa di significativo da aggiungere, TACI.

 

PER APPROFONDIRE L’ARGOMENTO >
Riunione online: 8 spunti per essere efficaci e autorevoli
La presenza executive al telefono

Parlare da leader: come essere migliore dei tuoi colleghi

parlare da leader

Foto di Henri Mathieu-Saint-Laurent da Pexels

Con una comunicazione adeguata puoi creare una visione del futuro, spiegare con efficacia situazioni delicate e complesse, mostrare soluzioni che altri non vedono.

Puoi suscitare ispirazione.

Ma questo non accade se la tua comunicazione è blanda, casuale o vaga.

Pensa attentamente alle parole che scegli.

Devi essere specifico.
Concreto.
Evocativo.

Il linguaggio della leadership deve essere semplice ma audace. Prima di parlare da leader, in modo formale o informale, chiediti:

“Cosa sta succedendo?”
“Cosa voglio?”

Se non sai cosa vuoi, o peggio ancora stai inseguendo obiettivi solo egocentrici, forse dovresti restare in silenzio finché non sei pronto ad articolare una visione più ampia.

L’importante non è solo quello che dici, ma come lo dici

Probabilmente investi molto tempo nello sviluppo di abilità e competenze.

Molto meno nello sviluppo delle tue abilità personali.

Eppure il modo in cui parli, ti presenti e comunichi è decisivo.

La tua voce è il veicolo che spinge le persone ad ascoltarti.

A prendere sul serio te.
E le tue parole.

Non conta soltanto ciò che dici.
Conta come lo dici.

La correttezza non si proclama

“Fidati.”
“Credimi.”

Sono frasi fatte con cui pensi di trasmettere sincerità, sicurezza e onestà.

Spesso ottieni l’effetto contrario.

L’interlocutore può pensare che tu le utilizzi proprio nei momenti di difficoltà, quando vuoi spingere una richiesta o rendere più credibile ciò che stai dicendo.

Sono affermazioni che indeboliscono la tua professionalità.

Quando sei sicuro della tua proposta, del tuo servizio o della tua offerta, l’ultima cosa che dovresti fare è mettere sul piatto la tua serietà.

La serietà si vede.
Non si annuncia.


La nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro Autorevolezza ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se stai muovendo i primi passi nella gestione di un team.

Due libri complementari per sviluppare assertività, leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

Se vuoi parlare da leader, non dichiarare la tua competenza

Non proclamare la tua correttezza.

Lascia che emerga attraverso i gesti, le parole, la presenza.

Se devi dimostrarla, porta esempi concreti.

Situazioni reali.
Comportamenti osservabili.
Decisioni prese.

Questo significa parlare da leader.

Non usare negazioni

Evita di presentare le tue idee con formule che indeboliscono subito il messaggio.

Per esempio:

* “Non so se questo funzionerà…”
* “Spero che i risultati non saranno…”
* “Ho ragione, vero?”
* “Mi capisci?”

Invece di dare a chi ti ascolta un motivo per dubitare, esponi il tuo pensiero in modo chiaro.

Senza scusarti in anticipo.
Senza chiedere conferme a ogni frase.

Lascia agli altri la libertà di valutare ciò che dici.

Sarai sorpreso da quanto le persone si fidano di te quando inizi a fidarti di te stesso.

Parlare da leader: evita parole dispersive, intercalari e superlativi

“Quindi… quindi…”
“Giusto?”
“Vero?”
“Ehm…”
“Incredibile.”
“Sorprendente.”
“Fantastico.”

Se li usi continuamente, ti indeboliscono.

Nascondono indecisione.

Ti fanno perdere credibilità.

Anche i superlativi esagerati cancellano il vero significato.

Quando tutto è fantastico, alla fine niente lo è davvero.

Evita dichiarazioni banali ed enfatizzate.

Spiega i fatti.

In modo chiaro.
Concreto.
Avvincente.

Non lodare gli altri con parole generiche e scontate.

Non sforzarti di piacere

Evita di addolcire troppo il messaggio.

Il bisogno di essere carino, gradevole o rassicurante ti porta spesso a usare parole deboli.

Parole che tolgono energia.
E incisività.

Non siamo attratti da chi fa di tutto per piacere, colpire, impressionare o conquistare.

Se ti sforzi troppo di piacere, trasmetti insicurezza.

Sembra che tu abbia bisogno di approvazione.

Piacere alle persone non dovrebbe essere una strategia.

Non dovrebbe essere un calcolo.
Dovrebbe semplicemente accadere.

Non utilizzare di continuo intercalari

“Giustappunto.”
“In definitiva.”
“Dico bene?”
“Vi pare?”
“Naturalmente.”
“Sostanzialmente.”

Gli intercalari sono molto diffusi nel parlare quotidiano.

Aumentano quando non sai bene che cosa dire.

Quando sei costretto a riempire il vuoto.

Quando farfugli qualcosa, senza un vero collegamento con la frase.

Vuoi parlare da leader? Non ripeterti

Pensi che più ripeti un concetto, più diventi convincente?

Spesso accade il contrario.

Se ripeti troppo, sembra che non ti fidi di quello che dici.

Diventi dispersivo.
Annoi chi ascolta.

La ripetizione continua crea confusione e ti impedisce di arrivare al punto.
I dettagli inutili allontanano il discorso dalla meta.

E ti fanno perdere incisività.

Parla chiaro

Quando l’argomento diventa importante o difficile, spesso evitiamo di fare il punto.

Ci tiriamo indietro usando frasi generiche:

“Dipende dalla squadra.”
“È una situazione piuttosto difficile.”

Non rifugiarti in un linguaggio fiacco.

Un linguaggio chiaro aumenta il tuo coraggio e ti collega meglio a ciò che vuoi davvero dire.

Usa parole concrete.
Accurate.
Dirette.

La chiarezza arriva anche da lì.

Cogli l’attimo.

Sta a te usare il miglior linguaggio di leadership possibile.

Parla bene.

Se desideri un supporto personalizzato per essere più autorevole e parlare da leader, scopri il mio servizio di personal coaching.

Feedback sul lavoro: il giusto approccio (un estratto dal mio libro)

feedback sul lavoro

Foto di JESHOOTS.com da Pexels

Un feedback sul lavoro può essere valutativo o potenziante.

Dovrebbe essere specifico e costruttivo.

Focalizzato sul problema e basarsi su osservazioni oggettive, almeno nelle intenzioni.

L’elogio e la critica sono giudizi personali, uno benevolo e l’altro sfavorevole, su un comportamento o un risultato.

Spesso sono vaghi e depotenzianti, incentrati sulla persona e basati su convincimenti, interpretazioni o sentimenti.

Lo scopo di un feedback sul lavoro, se è negativo, non dovrebbe essere quello di incolpare o accusare la persona.

Ma creare piuttosto la giusta consapevolezza che può condurre alla correzione o al miglioramento delle sue prestazioni o atteggiamento.

Le persone che lavorano con te meritano un feedback da parte tua.

Hanno il diritto di sapere cosa-sbagliano e il dovere di provare a sistemare le cose che sbagliano.

Non possono farlo se non sanno cosa o come fare.

Ecco un estratto del capitolo 5 del mio libro “Autorevolezza”, ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025.

Feedback valutativo

Il feedback valutativo (spesso è sotto forma di revisione semestrale o annuale delle prestazioni) è ciò a cui pensa la maggior parte delle persone quando sente la parola “feedback”.

Implica una valutazione, può essere emotivamente carico perché pieno di sorprese o disaccordi.

Spesso è legato alla retribuzione.

Le persone rimangono deluse o turbate oppure sollevate ed euforiche.
Consente confronti su dati e target.

L’obiettivo principale del feedback valutativo è assicurarsi che la persona comprenda chiaramente (senza essere necessariamente d’accordo) quale sia la valutazione ricevuta.

Feedback potenziante

È empowerment.
Crescita.
Sviluppo.
Il piano di crescita.

È centrato sul migliorare e creare un’immagine solida per il futuro.

Dà potere perché aiuta le persone a identificare e rimuovere gli ostacoli che devono affrontare.

  • Cosa possiamo fare di meglio per soddisfare/migliorare il tuo piano d’azione?
  • Come possiamo aumentare/potenziare/sistemare…?

Queste domande potenzianti possono essere poste ogni giorno, attorno al tavolo riunione o in un corridoio per la pausa caffè.

Tale approccio evolutivo toglie agitazione, irritazione e soprattutto…

la sorpresa.

Sia il feedback valutativo sia quello potenziante sono essenziali per lo sviluppo della persona.

Sono collegati ma diversi, per contenuti e per “carico emotivo”, ed è importante separarli.
Tuttavia, se una persona è aperta, la sessione di feedback valutativo può terminare con un ponte verso lo sviluppo.

E viceversa.

La maggior parte delle persone apprezza l’opportunità di una migliore percezione del proprio comportamento, a patto che il tono del discorso non sia ostile o giudicante.

Il giusto approccio dei feedback sul lavoro

Porgere feedback sul lavoro è una questione delicata.
Non utilizzarli con superficialità e leggerezza.

Anche se sono amichevoli e accoglienti, creano pressione. Possono risultare intimidatori e compromettere le relazioni professionali.

Non presentarti con una lunga lista di aspettative, soprattutto se irrealistiche, perché portano delusione e frustrazione.

Sii consapevole dell’ansia o delle preoccupazioni che provochi nella persona.

Giusto o sbagliato, buono o cattivo, qualunque cosa una persona stia facendo o provando, è …

la sua realtà.

È troppo facile concentrarsi su ciò che non va. Potresti essere ingiusto quando non lo consideri.

Avvicina le persone attraverso i loro punti di forza ed esperienza.

“Quando dai un feedback,
l’approccio che userai farà tutta la differenza.”

Michele Ferrarelli

Non dovresti mai essere titubante, ma comprensivo e disponibile.

Come team leader è necessario assumerti la responsabilità di costruire una base solida di fiducia.

Oltremodo è tua responsabilità “riparare” tali dinamiche interpersonali se si incrinano.

Ne hai la facoltà.

Sei tu a determinare il contenuto e la modalità dei tuoi dialoghi. Lavoraci da subito, sin dalle prime conversazioni.

Il tuo collaboratore deve sapere che riconosci i suoi talenti e che credi in lui. Spiega che conosci e apprezzi il suo percorso professionale.

Condividi il tuo obiettivo: massimizzare il suo potenziale.
E mostra quanto sei felice di questa opportunità!

Quando emergono cattive prestazioni e dinamiche, non eludere il tuo ruolo in questa vicenda.

Prova a chiederti:

  • Cosa mi sto perdendo?
  • Cosa non capisco di questa persona?
  • La mia percezione è stata influenzata da un recente evento negativo?
  • Cosa ho fatto di sbagliato?

Feedback sul lavoro? La pratica è fondamentale per affinare il tuo stile

Puoi esercitarti davanti allo specchio, con il tuo partner o un amico.
Provare quello che dirai, ad alta voce, ti permetterà di sentire il tuo tono.

Potresti anche registrare le tue parole per capire come “suoni”.

È anche importante pensare al tuo linguaggio del corpo, che può parlare più forte delle tue parole.

Spesso siamo inconsapevoli di inviare messaggi negativi.

Prova a sintetizzare il tuo intervento, anche se breve, in punti chiave.
Se non ti senti ancora pronto, scrivi cosa devi dire.

Cerca di formulare frasi brevi.

Qual è il messaggio che vuoi far passare.
Chiediti:

  • Qual è il punto?
  • Quale concetto deve passare assolutamente?
  • Che cosa posso evitare?
  • Come preferisce la persona ricevere il feedback?

Modifica il tuo approccio di conseguenza.

Inizia più “leggero” (parlando del più e del meno) se sai che hai davanti una persona che va in confusione con una comunicazione estremamente diretta.

Preparati a una reazione emotiva di rabbia, rifiuto o forse anche lacrime.
Resta comunque sempre calmo e professionale.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Parlare come un leader: l’approccio che fa tutta la differenza

parlare come un leader

Foto di Moose Photos da Pexels

Parlare come un leader.
La mentalità conta.
Fa la differenza.

Le parole sono importanti.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” le parole possono attrarre, ispirare e convincere ma anche allontanare, disorientare o annoiare.

Rendere il lavoro difficile o piacevole.
Elevare il tuo status o
danneggiare la tua reputazione.

Dipende da ciò che dici.
Da come lo dici.

Spesso, le parole che utilizzi o che non utilizzi la dicono lunga su di te. Leggi il post.

A meno che tu non sia un comunicatore particolarmente brillante,
limita la quantità delle tue parole.

Potresti non essere così interessante come pensi

Non appena comprendi il reale potere delle parole, cominci a prestare sempre maggiore attenzione al loro peso.

Poche parole ben indirizzate possono dare speranza dopo una sconfitta.
Alcune parole maldestre possono rovinare una vittoria.

Se dici “Avresti potuto fare di più” dopo che la persona ha dato il massimo, togli forza e causi scoramento.

Non puoi dare energia con parole negative.
Non puoi raggiungere il massimo potenziale se parli di debolezza.

La comunicazione efficace (parlare come un leader) è il primo passo verso il tuo successo.

Ecco alcune frasi che “cambiate” fanno tutta la differenza:

“È difficile”

“È un’opportunità”

“Come hai potuto farlo!”

“Come possiamo farlo meglio?”

“Ignoralo!”

“Affrontiamolo!”

“È difficile, non raggiungeremo mai questo obiettivo”

“È un’opportunità stimolante, chi è con me?”

POTENZIA LA TUA TEAM LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te

“Non lo so”

“Chi lo sa?”

“Non hai ancora finito il progetto?”

“A che punto siamo con il progetto?”

“Hai un problema?”

“Come posso aiutarti?”

“Perché hai fatto quell’errore?”

“Parlami di quell’errore?”

PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO

Trovi spunti interessanti nei miei libri:
“Autorevolezza” , è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

“Perché non hai fatto …?”

“Quali altri approcci potresti prendere la prossima volta?”

“Perché sei sempre così oberato di lavoro?”

“Cosa puoi delegare ai tuoi colleghi?”

“Non possiamo, perché …”

“Che cosa possiamo fare?”

“Abbiamo sempre fatto in questo modo”

“Come possiamo semplificare?”

CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te

“Non ha importanza!”

“Quanto è importante?”

“Abbiamo sempre fatto in questo modo”

“Possiamo affrontarlo da una prospettiva diversa?”

“Mettiamolo nel cassetto”

“I tempi non sono ancora maturi. Mettiamolo in agenda tra un trimestre”

“È contro la nostra politica aziendale.”

“È contro la nostra politica aziendale. Puoi riformularlo in modo diverso?”


“È inutile. Ci abbiamo già provato”

“Ci abbiamo già provato. Come potremo riuscirci questa volta?”

“Non posso farlo”

“Penso che la soluzione migliore sia …”

” Non ti preoccupare” – “Stai tranquillo”

“Ti spiego perché non devi preoccuparti …” (esponendo fatti concreti)


“Non lo so”

“Dammi il tempo di controllare/verificare e ti ricontatto”

“(tu) Non lo hai spiegato bene”

“Faccio fatica (io) a comprendere completamente l’idea che stai condividendo”

“Capisci anche tu, adesso …”

“Mi sono spiegato bene?”

Come diventare un leader: la presenza executive al telefono

come diventare un leader

Foto di Barbara Olsen da Pexels

Riceviamo e facciamo decine di telefonate ogni giorno sul lavoro.

La maggior parte appartiene alla normale routine: chiedere aggiornamenti, rispondere a richieste, contattare clienti, fissare appuntamenti.

Rispondiamo quasi in automatico,
senza prestare particolare attenzione alle parole o al modo in cui le pronunciamo.

Poi, però, arriva quella telefonata.

Il capo diretto.
Il CEO.
Un cliente importante che reclama.
Un colloquio di lavoro.
Un confronto delicato con un collaboratore.

All’improvviso cambia tutto.

Non perché cambino le parole, ma perché cambia il loro peso.

Ed è proprio qui che molti commettono un errore: pensano che una telefonata importante sia semplicemente una conversazione… senza vedersi.

In realtà è molto di più.

Al telefono perdi quasi tutti gli strumenti della comunicazione.

Non puoi contare sul contatto visivo,
sul sorriso,
sulla stretta di mano,
sulla postura,
sul linguaggio del corpo.

Rimane una sola cosa.
La tua voce.

Sarà la tua voce a trasmettere sicurezza oppure incertezza, calma oppure agitazione, competenza oppure improvvisazione.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, la voce non accompagna il messaggio.

È il messaggio.

Ecco alcune strategie che hanno aiutato molti miei clienti a diventare più autorevoli durante le telefonate importanti.

1. Ricorda che il COME conta più del COSA

La voce è il veicolo che convince le persone ad ascoltarti e a prendere sul serio ciò che dici.

Gli studi mostrano che, durante una telefonata, gran parte dell’impressione che trasmetti nasce dal tono della voce, molto più che dalle parole utilizzate.

La prima domanda, quindi, non dovrebbe essere:

“Cosa dirò?”

Ma:

“Come voglio suonare?”

2. Registra la tua voce

Ascoltarti è spesso sorprendente.

Scoprirai se parli troppo velocemente, troppo piano oppure se riempi continuamente il discorso con:

  • “Ehm mm”
  • “Vero?”
  • “Effettivamente…”
  • “Praticamente…”
  • “Sicuramente…”

Sono dettagli che raramente notiamo mentre parliamo.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
e rafforza la tua leadership comunicativa

3. Prepara la voce prima della telefonata

Se ti aspetta una chiamata importante, prepara anche la voce.

Bevi qualche sorso d’acqua.

Evita di mangiare subito prima.

Fai qualche semplice esercizio vocale.

Può sembrare un dettaglio, ma una voce rilassata comunica molta più sicurezza di una gola secca o affaticata.

4. Sorridi prima di rispondere

Un sorriso sincero si sente.

Anche se l’altra persona non può vederti.

I muscoli del viso si rilassano, la voce diventa più aperta e naturale, il tono più caldo.

Sorridere non migliora soltanto ciò che trasmetti.

Migliora anche come ti senti.

5. Cura la postura

È curioso.

Anche quando nessuno ti vede, il corpo continua a influenzare la voce.

Se puoi, alzati in piedi.

Oppure siediti con la schiena dritta.

Respirerai meglio, la voce sarà più piena e darai naturalmente maggiore energia alle parole.

Non accasciarti sulla sedia e non telefonare sdraiato sul divano.

L’interlocutore non vedrà la postura.
La sentirà
.

6. L’autorevolezza comincia dal “Pronto”

Evita risposte come:

“Sì?”

oppure

“Siiii … pronto?”

Rispondi con il tuo nome, pronunciato con tono chiaro e deciso.

Fin dai primi secondi comunichi ordine, presenza e professionalità.

7. Dedica tutta l’attenzione alla telefonata

Metti in silenzioso gli altri dispositivi.

Non leggere WhatsApp.
Non rispondere alle e-mail.

Evita il vivavoce quando possibile.

Chi è dall’altra parte percepisce immediatamente quando la sua telefonata compete con altre dieci cose.

Usa invece un buon auricolare o un microfono di qualità.

Anche piccoli rumori di fondo possono compromettere la qualità della conversazione.

8. Mostra che stai ascoltando

Piccoli segnali come:

  • “Sì.”
  • “Capisco.”
  • “Certo.”

aiutano l’altra persona a capire che sei presente senza interrompere il suo ragionamento.

Se temi di dimenticare qualcosa, annotala.

Non interrompere.

9. Come diventare un leader: varia il ritmo della voce

Una voce monotona spegne l’attenzione.
Una voce troppo veloce comunica ansia.

Quando arrivi a un concetto importante rallenta.

Fai respirare le parole.

Cambia leggermente ritmo e intensità.

Sono queste variazioni che aiutano il tuo interlocutore a ricordare ciò che conta davvero.

10. Prenditi il tempo per rispondere

Molti credono che rispondere subito sia segno di sicurezza.

Spesso è vero il contrario.

Una persona autorevole non teme qualche secondo di silenzio.

Se la domanda è delicata puoi dire tranquillamente:

“Mi dia un momento per riflettere.”

Raccogli prima i pensieri.

Poi parla.

11. Come diventare un leader: elimina gli “Ehmmm”

Gli intercalari continui trasmettono esitazione.

Se non riesci ancora a eliminarli, sostituiscili con pause oppure con parole più intenzionali come:

  • “Vediamo…”
  • “Ora…”
  • “Dunque…”

Sembrerai molto più sicuro.

12. Come diventare un leader? Impara a usare il silenzio

I migliori comunicatori non parlano continuamente.

Usano le pause.

Prima di un concetto importante.
Dopo un’affermazione significativa.

Il silenzio dà peso alle parole.

Permette all’altra persona di elaborarle.

E comunica sicurezza molto più di una risposta precipitosa.

Una telefonata importante non si gioca (solo) sulle parole.

Si gioca soprattutto sulla qualità della tua presenza.

Quando l’altra persona non può vederti, ascolta tutto quello che sei attraverso la tua voce.

Se impari a gestirla con calma, chiarezza e intenzionalità, non migliorerai soltanto le tue telefonate.

Rafforzerai la tua autorevolezza.

Ed è questo, molto spesso, che le persone ricordano di più.

10 modi in cui bravi manager dicono cose giuste nel modo sbagliato

comunicare da leader

Foto di Skyler Ewing da Pexels

Dire cose giuste non basta: se sbagli il modo, il messaggio cambia.

“Non è importante quello che dici, ma come lo dici.”

Probabilmente hai sentito questa frase decine di volte.

Eppure, sul lavoro, continuiamo a comportarci come se contassero soprattutto i contenuti.

Prepariamo argomentazioni impeccabili.
Cerchiamo le parole giuste.
Costruiamo ragionamenti logici.

Poi succede qualcosa di curioso.

L’altra persona si irrigidisce.
Si offende.
Va sulla difensiva.
Oppure interpreta il nostro intervento come un attacco.

E ci ritroviamo a pensare:

“Ma io avevo ragione.”

Probabilmente è vero.

Il problema è che, nelle relazioni professionali, avere ragione non significa necessariamente essere ascoltati.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” il modo in cui comunichi modifica il significato delle tue stesse parole.

Pensa a una canzone rap cantata nello slang di una grande metropoli americana.

Magari non comprendi quasi nulla del testo.

Eppure percepisci rabbia.
Riscatto.
Frustrazione.

Lo stesso accade con un’opera lirica.

Molte persone si emozionano profondamente senza comprenderne il significato letterale.

Il cervello interpreta molto più delle parole

Interpreta il tono.
Il ritmo.
L’intenzione.
L’energia.

Ed è esattamente ciò che succede anche in ufficio.

Puoi dire una cosa giusta e ottenere un effetto sbagliato.

Non perché il contenuto sia errato.

Ma perché il modo in cui arriva modifica completamente ciò che l’altra persona sente.

Ecco alcune situazioni nelle quali potresti perdere autorevolezza senza rendertene conto.

1. Le parole sono giuste, ma il linguaggio è sbagliato

Le parole possono costruire oppure chiudere una conversazione.

Per esempio:

  • “È un’idea pessima.”
  • “Non sono sicuro sia la soluzione migliore.”

Oppure:

  • “Non sono d’accordo.”
  • “La vedo in modo diverso.”

La differenza non è soltanto nella cortesia.

È nella disponibilità che lasci all’altro di continuare a pensare insieme a te.

Anche un feedback può cambiare completamente tono.

Piuttosto che dire:

  • “Ci sono errori nel report.”

prova:

  • “Possiamo guardare insieme questa parte? Ho notato qualcosa che merita un controllo.”

2. Il corpo smentisce la voce

La comunicazione non verbale arriva prima delle parole.

Braccia incrociate.
Sopracciglia aggrottate.
Occhi al cielo.
Testa che scuote continuamente.

Anche se stai dicendo qualcosa di sensato, il tuo corpo potrebbe comunicare:

  • “Sono qui per darti torto.”

3. Hai ragione, ma sembri aggressivo

Interrompi.
Parli sopra gli altri.
Punti il dito.
Mantieni uno sguardo inquisitore.

Il risultato?

Le persone smettono di ascoltare il contenuto e iniziano a difendersi dal tuo atteggiamento.

Se vuoi comunicare da leader non rinunciare alla fermezza.

Esprimila con calma.

4. Hai ragione, ma sembri sapere sempre tutto

Ci sono frasi che chiudono qualsiasi confronto.

Per esempio:

  • “Fossi in te…”
  • “Al tuo posto…”
  • “Devi capire che…”

Magari il consiglio è corretto.

Ma il modo in cui arriva comunica superiorità.

L’autorevolezza non ha bisogno di mettersi sopra.

5. Hai scelto la persona sbagliata

Esistono organizzazioni dove il dissenso viene accolto.

Altre nelle quali viene vissuto come un attacco personale.

Prima di parlare chiediti:

  • Chi ho davanti?
  • Il mio interlocutore desidera davvero confrontarsi oppure vuole soltanto conferme?

La diplomazia non consiste nel tacere.

Consiste nel capire come e quando dire la stessa cosa.

6. Sei troppo morbido… oppure troppo duro

Quando devi dire “no”, evita lunghi giri di parole.

Se ti giustifichi troppo, sembri insicuro.

Quando invece devi correggere qualcuno, evita l’effetto opposto.

Se vuoi comunicare da leader non serve affondare il coltello.

Parla del comportamento.
Non demolire la persona.

L’obiettivo non è avere l’ultima parola.

È migliorare la situazione.

7. Il tono cambia il significato

Puoi usare le parole perfette.

Se però il tono è:

  • stanco,
  • rumoroso,
  • monotono,
  • impaziente,

le persone ricorderanno quello.

Non il contenuto.

Ancora una volta la differenza la fa il come, non il cosa.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

8. Hai parlato nel momento sbagliato

Anche una frase corretta può fare danni.

Dire:

  • “Avresti potuto fare di più.”

a una persona che ha appena dato tutto se stessa produce scoraggiamento, non crescita.

Prima di parlare chiediti:

  • È questo il momento giusto?
  • Oppure la persona, prima di tutto, ha bisogno di ritrovare equilibrio?

9. Correggi davanti agli altri

Quasi sempre è un errore.

Anche quando hai ragione.

Un feedback dato davanti al team rischia di trasformarsi in umiliazione.

Meglio un confronto privato.

L’unica eccezione è quando intervenire subito evita conseguenze importanti per tutto il gruppo.

10. Ti concentri solo sul contenuto

Molti cercano le parole giuste.

Pochi preparano il modo in cui le diranno.

Eppure è proprio lì che si gioca gran parte dell’autorevolezza.

Il tono.
La postura.
Le pause.
Il momento.
La relazione.

Tutto questo modifica il significato delle stesse identiche parole.

In conclusione… per comunicare da leader

Quando una conversazione va male, siamo portati a pensare:

  • “Forse ho detto la cosa sbagliata.”

A volte è vero.

Molto più spesso, però, hai detto la cosa giusta nel modo sbagliato.

Oppure alla persona sbagliata.
Oppure nel momento sbagliato.

Ricorda: l’autorevolezza non nasce soltanto da ciò che sai.

Come diventare leader: mostrare la presenza di un executive, anche se non lo sei

come diventare leader

Foto di The Lazy Artist Gallery da Pexels

Viviamo in un mondo del lavoro che non si ferma mai.

Telefonate.
Riunioni.
E-mail.
Chat.
Decisioni continue.

È diventato difficile trovare anche solo pochi minuti per raccogliere i pensieri, osservare con lucidità quello che sta accadendo e scegliere con calma la risposta migliore.

Eppure è proprio qui che potresti perdere autorevolezza.

Non perché manchi di competenza.

Perché reagisci troppo in fretta.

La fretta viene spesso confusa con efficienza.

In realtà, molto spesso, comunica il contrario: agitazione, pressione, bisogno di controllo.

La calma, invece, non rallenta il lavoro.

Rallenta solo ciò che rischia di farti sbagliare.

La calma è una forma di presenza

Se vuoi trasmettere autorevolezza, dovresti imparare a portare più calma nella tua vita quotidiana. Non soltanto al lavoro.

La presenza di un leader nasce da qui.

Non dalla voce più forte.
Non dal titolo.
Non dalla capacità di avere sempre una risposta.

Nasce dalla capacità di restare centrato mentre intorno tutto accelera.

Una persona calma comunica equilibrio.

Le persone percepiscono che sai governare prima di tutto te stesso.
Per questo tendono a fidarsi di te.

La calma diventa influenza

Questo è potere.

Non il potere dell’autorità.
Il potere della presenza.

Più impari a rallentare il modo in cui cammini, parli e pensi, maggiore sarà la sensazione di controllo che trasmetterai.

E prima ancora… che sentirai.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, la presenza da executive nasce molto prima delle parole.

Nasce da come entri in una stanza.

Da come occupi lo spazio.
Da come riesci a restare saldo quando gli altri perdono equilibrio.

Come diventare leader? Comincia dal tuo corpo

Il linguaggio del corpo influenza profondamente la tua presenza.

Molte persone lavorano sui contenuti.
Pochissime lavorano sul modo in cui li incarnano.

Prova a osservarti.

  • Hai spesso le braccia conserte?
  • Cammini troppo velocemente?
  • Ti muovi in modo nervoso?
  • Giocherelli continuamente con le mani?

Sono piccoli dettagli.
Ma comunicano moltissimo.

Una postura stabile, le spalle aperte, movimenti lenti e intenzionali trasmettono sicurezza prima ancora che tu inizi a parlare.

Mostrare i palmi delle tue mani comunica apertura.

Camminare con passi regolari comunica controllo.

Non avere fretta comunica fiducia.

Pensa a una pantera prima della caccia.

Non corre ovunque.

Si muove lentamente.
Con precisione.
Con assoluta consapevolezza della propria forza.

Il contatto visivo racconta chi sei

Guardare negli occhi le persone comunica fiducia.

Dice che sei presente.
Che stai ascoltando.
Che non hai bisogno di nasconderti.

Al contrario, evitare continuamente lo sguardo può farti apparire distratto, insicuro oppure poco trasparente.

Attenzione però anche all’eccesso.

Uno sguardo troppo intenso può trasformarsi facilmente in pressione o aggressività.

Come spesso accade nella leadership, non è questione di fare di più.

È questione di trovare la giusta misura.

Anche il tuo volto comunica prima delle parole

Stress.
Scadenze.
Imprevisti.
Pressione.

Tutto questo lascia tracce sul tuo viso.

A volte entri in ufficio senza essere arrabbiato.

Eppure il tuo volto racconta esattamente il contrario.

Un’espressione costantemente corrucciata allontana.
Un sorriso autentico, invece, suggerisce disponibilità, sicurezza e apertura.

Le persone non si fidano soltanto di ciò che dici.

Si fidano anche di ciò che vedono.

Mostrare le tue emozioni non significa perdere autorevolezza.

Significa risultare umano.

Naturalmente anche qui serve equilibrio.

Espressioni troppo teatrali rischiano di sembrare costruite.

L’obiettivo non è recitare.
È essere coerente.

La presenza comincia dal dialogo che hai con te stesso

La presenza da leader non riguarda soltanto il modo in cui gli altri ti percepiscono.

Comincia dal modo in cui tu percepisci te stesso.

Se pensi continuamente di non essere all’altezza, di dover dimostrare qualcosa oppure di non meritare quel posto al tavolo, il tuo corpo finirà per raccontarlo.

Prima ancora della tua voce.

Il dialogo interiore influenza profondamente il modo in cui lavori, comunichi e prendi decisioni.

Anche il respiro diventa un indicatore prezioso.

Quando accelera senza motivo, spesso è l’ansia che ha preso il comando.

E recuperare lucidità significa tornare a scegliere.

Non semplicemente reagire.

La presenza autorevole non consiste nel diventare qualcun altro

Questo è forse il fraintendimento più diffuso.

Molti pensano che avere presenza significhi imitare il dirigente carismatico, parlare con una voce più profonda o assumere atteggiamenti costruiti.

Non è così.

La presenza autorevole nasce quando smetti di recitare.

Quando diventi una versione più stabile, più consapevole e più intenzionale di te stesso.

Richiede allenamento.
Richiede pratica.
Il desiderio di migliorare continuamente.

Non di trasformarti in qualcun altro.

Se vuoi approfondire il tema della presenza autorevole puoi leggere il mio libro “Autorevolezza“.

Oppure scoprire come posso aiutarti attraverso un percorso di coaching dedicato a rafforzare il tuo carisma e la tua leadership con collaboratori e colleghi.

Riunione online: 8 spunti per essere efficaci e autorevoli

riunione online

Foto di Anna Shvets da Pexels

Le riunioni online sono ormai diventate parte della nostra quotidianità.

All’inizio sembravano una semplice alternativa agli incontri in presenza.

In realtà non lo sono mai state.

Una riunione online non è una riunione tradizionale trasferita su uno schermo.

È un ambiente completamente diverso.

Cambiano le distanze.
Cambiano i tempi.
Cambia il modo in cui gli altri percepiscono la tua presenza.

Ed è qui che molti professionisti perdono autorevolezza.

Non perché siano meno preparati.

Perché continuano a comunicare come se fossero seduti nella stessa stanza.

Come ho scritto nel capitolo dedicato alle riunioni del mio libro “Autorevolezza“, parlare in videoconferenza richiede competenze leggermente diverse.

La videocamera amplifica alcuni difetti e ne nasconde altri.

Può rendere piatta una persona brillante oppure dare forza a chi ha imparato a utilizzarla bene.

Ecco gli aspetti sui quali vale davvero la pena lavorare.

1. Preparati come faresti per un incontro importante

Molti entrano in una riunione online con l’idea che basti accendere il computer.

È il modo migliore per sembrare improvvisati.

Davanti alla videocamera dovrai trasmettere competenza e autorevolezza con molti meno strumenti rispetto a una riunione in presenza.

Non puoi stringere una mano.
Non puoi utilizzare pienamente il linguaggio del corpo.

La tua presenza passa quasi esclusivamente attraverso:

  • voce;
  • volto;
  • sguardo;
  • ritmo;
  • capacità di coinvolgere.

La preparazione fa la differenza.

2. Registrati: scoprirai cose che non immagini

Molti evitano di rivedersi.

Capisco il motivo.

La prima registrazione può essere quasi scioccante.

Quella voce monotona.
Quegli “ehm…” continui.
Lo sguardo perso sul monitor.

Eppure è uno degli strumenti più efficaci per migliorare.

Quando rivedi una registrazione chiediti:

  • parlo troppo velocemente?
  • la mia voce è coinvolgente?
  • gesticolo troppo o troppo poco?
  • guardo davvero la videocamera?
  • risulto naturale?
  • l’inquadratura è equilibrata?
  • ci sono problemi tecnici o rumori di fondo?

Pochi minuti di osservazione possono migliorare moltissimo la tua presenza.

3. Cura l’ambiente

Lo sfondo comunica.
La luce comunica.

Anche i piccoli dettagli comunicano.

Se hai una finestra alle spalle il tuo volto diventa scuro.
Se la luce arriva frontalmente il viso appare più naturale.

Prima di iniziare verifica:

  • illuminazione;
  • qualità dell’audio;
  • sfondo;
  • possibili interruzioni;
  • notifiche e telefono.

Sono dettagli.

Ma spesso fanno la differenza tra un professionista preparato e uno improvvisato.

4. Il corpo continua a parlare

Anche se gli altri vedono solo una parte di te.

Una postura chiusa comunica chiusura.
Una postura stabile comunica sicurezza.

Durante la videoriunione:

  • mantieni la schiena dritta;
  • rilassa le spalle;
  • lascia visibili le mani quando possibile;
  • annuisci mentre ascolti;
  • evita movimenti nervosi;
  • guarda la videocamera quando parli.

Non serve recitare.

Serve essere intenzionali.

Vuoi comunicare con presenza e sicurezza, lasciando davvero il segno in ogni riunione?

Scopri il percorso di coaching miratoCome lasciare il segno in meeting e riunioni e rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

5. Vestiti come se fossi davvero in ufficio

Può sembrare banale.

Non lo è.

Il modo in cui ti presenti influenza anche il modo in cui ti senti.

Vestirti con la stessa cura che avresti in presenza ti aiuta a mantenere il giusto livello di attenzione e professionalità.

E gli altri continueranno a vederti come il professionista che sei.

6. Le riunioni brevi funzionano meglio

Dopo un certo tempo lo schermo stanca.

L’attenzione cala.
L’energia diminuisce.

Quando possibile cerca di mantenere gli incontri entro i 30-45 minuti.

Vai rapidamente al punto.

Meglio una riunione breve e produttiva che una lunga e dispersiva.

7. Porta più energia di quella che credi necessaria

La videocamera tende a “spegnere” parte della tua energia.

Se in presenza sembri coinvolto, in una riunione online potresti apparire semplicemente normale.

Per questo conviene aumentare leggermente intensità e presenza.

Ad esempio:

  • parla con una voce più piena;
  • articola bene le parole;
  • varia ritmo e intonazione;
  • sorridi quando è naturale;
  • usa le mani senza esagerare.

L’obiettivo non è diventare teatrale.

È evitare di sembrare spento.

Come ripeto spesso ai miei clienti, la videocamera è un critico severissimo.

Rende immediatamente visibile quando il tuo entusiasmo cala.

8. Non interrompere il flusso della conversazione

In una riunione online è più difficile capire quando qualcuno ha davvero terminato di parlare.

Per questo è utile attendere una frazione di secondo prima di intervenire.

Se sei tu a guidare l’incontro, stabilisci regole semplici fin dall’inizio.

Per esempio:

  • microfoni spenti quando non si interviene;
  • funzione “alza la mano”;
  • tempi chiari per domande e confronti.

Se durante la riunione devi cercare un documento o prendere appunti, dichiaralo.

In presenza gli altri vedrebbero cosa stai facendo.

Online no.

Quel breve chiarimento evita che qualcuno interpreti il tuo silenzio come disinteresse.

Una riunione online efficace non dipende soltanto dalla piattaforma o dalla connessione.

Dipende soprattutto dalla consapevolezza di chi la conduce.

Molti cercano di migliorare i contenuti.

Pochi migliorano il modo in cui quei contenuti arrivano agli altri.

Ed è proprio lì che si costruisce la tua autorevolezza.

Leadership femminile: 9 spunti per guadagnare rispetto sul lavoro

leadership femminile

Foto di RAEng_Publications da Pixabay

Se vuoi che i tuoi collaboratori o colleghi ti trattino come una professionista,
devi comportanti come tale.

Trova l’equilibrio tra business e femminilità.
Soprattutto lascia che, non solo i tuoi vestiti e il tuo trucco, la tua personalità ed etica del lavoro parlino per te.

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Ecco 9 suggerimenti per le donne (e non solo) su come guadagnare il rispetto sul posto di lavoro:

1. Non “scusarti” così tanto

Come ho scritto nel capitolo 2 del mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 – , molte persone utilizzano come riempitivo inconsciamente parole tipo “Mi dispiace” oppure “Scusa”.

  • “Mi dispiace, vorrei semplicemente aggiungere qualcosa?”
  • “Mi scusi, vorrei parlare del punto iniziale”
  • “Scusa ma … non avevo ancora finito”.

Sei veramente dispiaciuta?
Hai fatto qualcosa di sbagliato?
Nella maggior parte dei casi, no, non l’hai fatto.

C’è bisogno di chiedere così tanto scusa per condividere i tuoi pensieri?

Le persone forti e fiduciose,
sono disposte ad ammettere l’errore ma dire sempre “scusa” è fuori luogo.

Non è necessario continuare a scusarsi.
Costantemente. Tutto il giorno.
Per tante piccole cose che non hai fatto.

2. Non cadere nella trappola del perfezionismo

L’errore più grande che commettono molte donne è cercare di … essere perfetta come collega e team leader (ma anche come … moglie, madre, amante).

Si abbandona al confronto e alla “disperazione” quando si compara con altre donne.
L’asticella è sempre più alta.
Si sentono sfiduciate e fallite per non aver raggiunto l’obiettivo.
Irrealistico e inarrivabile.
 


 

Non restare bloccata nel tentativo di voler fare tutto.
Perfettamente.

Non fare tutto da sola.
Non cadere nella trappola di pensare che gli altri (colleghi, collaboratori, partner, figli, ecc..) non fanno mai le cose come le faresti tu.

Decidi cosa è “necessario”. Accontentati di “buono” e “abbastanza”.
Non annegare nella perfezione.

Leggi il post.

3. Leadership femminile? Evita i pettegolezzi

Per quanto possa essere divertente, a volte anche “distensivo”,
sparlare dei tuoi colleghi di lavoro ti darà un’immagine di persona poco affidabile.

Invece di spettegolare,
tieni gli occhi e le orecchie aperti su ciò che sta accadendo intorno a te.

Quando gli altri cercano di coinvolgerti, cambia argomento così i tuoi colleghi e collaboratori si renderanno conto che non sei interessata.

4. Sii professionale … sempre

Semplice. Lineare. Ovvio.

Il modo migliore per ottenere leadership femminile e rispetto sul posto di lavoro è fare il tuo lavoro.
E farlo bene!

Quando vuoi ottenere guadagnare rispetto e influenza,
devi dimostrare di essere degna e capace di tali responsabilità.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua leadership al femminile
 

Una professionista di successo rispetta sé stessa e rispetta il tempo degli altri.

Quando scrivi una mail,
ricorda che potrebbe essere inoltrato a qualsiasi persona nel tuo ufficio.
Evita mail frivole.

Ogni e-mail, dovrebbe includere un saluto e una firma appropriata.
Quanto più formale sei,
tanto più seriamente (e chiunque stia potenzialmente leggendo le tue e-mail) ti stimerà.

Non essere una dilettante.
Se vuoi diventare leader, sii professionale. Sempre.

5. Osa un po’ di più

Durante le sessioni coaching,
molte delle mie clienti-donne (anche se molto competenti) “spiccano” per la loro mancanza di fiducia.

Dichiarano che si “trattengono” (invase dal dubbio e dalla poca fiducia).
Perdono le opportunità che invece i loro colleghi-maschi, anche se non hanno idea di cosa stanno facendo, riescono a cogliere.

La paura di fallire ti impedirà di avanzare.
Se ti angosci di ciò che può andare storto, non progredisci.

Vale la pena investire tempo ed energia.
Sii entusiasta di una nuova sfida. Sii coraggiosa.
Almeno un po’.

Prenditi qualche rischio.
Decidi di essere più visibile al lavoro.
Preparati domande durante le riunioni. Sii più audace nella tua rete pianificata e parla con le persone che sanno come andare avanti.

Usa i tuoi punti di forza.
In ogni situazione.
Sempre.

6. Trasmetti fiducia attraverso il tuo linguaggio del corpo

Se vuoi guadagnare leadership femminile, essere percepita come credibile e sicura di sé,
devi essere consapevole dei segnali (soprattutto quelli non verbali) che stai inviando.

Spesso le donne al lavoro sono inconsapevoli dei loro messaggi non-verbali che riducono la loro autorità.
Esprimono vulnerabilità, soggezione o asservimento.

Il tuo atteggiamento, i tuoi occhi, la tua voce devono trasmettere forza e sicurezza.
Parla con fermezza, chiarezza e sicurezza nelle tue opinioni.
 


 
Leggi il post.

7. Non avere paura di prenditi il merito

Troppe donne odiano dover parlare di sé stesse, perché si vedono “vantarsi”.
Arroganti.

Ma finiscono con auto sabotarsi.
Ricorda che … parlare dei tuoi successi e realizzazioni, non è boria.
Arroganza o presunzione.

Quando si parla di un risultato, è un dato di fatto!

Non aver paura di affermare che … sei la persona di riferimento perché sei ben informata, disponibile e amichevole.
Hai risolto un problema, hai imparato una nuova abilità o hai collaborato con il team.

Concentrati sull’obiettivo del progetto e prenditi il merito di quello che fai bene
ecco la leadership femminile!

8. Non farti schiacciare dalle emozioni

Al lavoro,
devi lasciare i tuoi problemi personali fuori dalla porta.

Se coinvolgi gli altri sfogandoti della tua vita amorosa, se trascini le persone nelle tue diatribe familiari, perderai il rispetto di colleghi e collaboratori.

Diventare emotiva ti farà sembrare instabile e inaffidabile.
Non essere lamentevole e piagnucolosa.
Soprattutto sul tuo luogo di lavoro.

9. Impara a dire di no

Molte donne hanno l’idea sbagliata che per ottenere rispetto sul posto di lavoro devono essere educate e fare tutto ciò che le viene chiesto.
Per paura di dire NO, dicono SI.

SI a quel nuovo impegno, SI a più lavoro, SI a quel progetto che le farà tornare a casa alle 9.00 di sera.
Dire sempre SI dimostrerà la tua gratitudine e il tuo valore per la tua azienda, ma non ti farà sentire apprezzata o rispettata.

  • Hai difficoltà dire no?
  • Cerchi sempre di essere gentile con gli altri?
  • I colleghi se ne approfittano?
  • I collaboratori l’hanno capito e sanno come prenderti?

Spesso ci sentiamo in dovere di acconsentire a tutte le richieste, per paura di sembrare poco collaborativi.

Dicendo no,
stai rispettando e valorizzando il tuo tempo e il tuo spazio.
Dire no è una tua prerogativa.

Se vuoi approfondire scopri il mio servizio di coaching per la team leadership

Riunioni con il capo, direzione, CEO: un estratto dal mio libro “Autorevolezza”

libro michele ferrarelli

  • Vorresti essere più carismatico e meno impacciato?
  • Emanare più rigore e autorevolezza?
  • Hai bisogno di raccogliere più credito e considerazione con i capi, il board, il CEO?
  • I feedback e le riunioni ti agitano il sonno?
  • Mostri buone maniere e toni pacati ma anche nessun contraddittorio?
  • Ti senti continuamente sotto esame?

L’autorevolezza non è solo una questione pratica

È quella particolare abilità che motiva e coinvolge gli altri a “fare alcune cose” perché lo vogliono e non perché si sentono obbligate.

Autorevolezza come riconoscimento della tua influenza e del ruolo di guida, di leader; chiedere piuttosto che ordinare, senza dover dire “Si fa così e basta!”.

Trasporre il tuo pensiero in parola con la massima chiarezza ed equilibrio, con una comunicazione chiara e diretta, sia quando ti rapporti faccia a faccia con una singola persona sia quando si tratta di parlare davanti a un “pubblico” (anche se di poche persone: i capi, il team, i clienti, i colleghi ecc.).
 


 

Un estratto del capitolo 5 del mio libro (riunioni con il capo, direzione, CEO – e uscirne bene):

“Capita a molti di vivere con forte disagio la presenza di una o più figure autorevoli (e spesso anche autoritarie) che vengono considerate “superiori”.

Questa soggezione ci toglie spontaneità, ci limita nell’esprimere le nostre idee e capacità.

Ci boicotta proprio quando dovremmo rendere al meglio. Infatti, nell’occasione di presenziare e conoscere la “gente che conta” della sua azienda,
Agnese si sta sempre più focalizzando sugli aspetti negativi e ansiogeni (l’AD è descritto come uno sempre serio, che parla poco e guarda dritto negli occhi) perdendo di vista opportunità e vantaggi di una chance (imperdibile) che le si sta presentando. Ha paura di sbagliare completamente la prima impressione.

E fa bene… come ci ricorda Oscar Wilde:

“Non c’è una seconda occasione
per fare una buona prima impressione.”

Siamo esseri umani sociali, influenziamo e siamo influenzati. Quando interagiamo, reagiamo anche al successo, allo status o al potere dell’altra persona.

Infatti, molti dipendenti sono intimiditi dai loro manager, gli studenti dai loro professori.

Qualcuno si sente a disagio nei confronti di buttafuori, poliziotti e soldati in divisa oppure professionisti come medici e avvocati, autorità politiche e religiose ma anche al superiore, il datore di lavoro, tutte le persone molto sicure di sé che si esprimono con toni decisi.

Anche quando siamo confrontati a individui ritenuti intelligenti e competenti o VIP possiamo sentirci timorosi e impacciati. Siamo preoccupati di fare/dire qualcosa di stupido. Non essere all’altezza.

Per di più ci sono persone insicure e arroganti che usano deliberatamente la loro personalità, posizione, fisicità o potere per intimidire e approfittare degli altri. Fanno i prepotenti per sostenere il loro (fragile) ego. Ne abbiamo già parlato in merito all’essere autoritari, nel Capitolo 1.

In primo luogo, Agnese deve comprendere che non sta scegliendo questo comportamento in modo consapevole.

Le sue esperienze passate (prima di ogni cosa l’imprinting familiare) la stanno facendo reagire con timore.
Il primo passo è riconoscere consapevolmente quanto sta accadendo.

È perfettamente normale provare una fitta d’ansia all’idea di interagire con persone importanti.
Immagino anche che la prima volta potrai sentirti un po’ intimorito ma dopo venti volte, gran parte della paura sarà svanita.

Il timore che senti non ha nulla a che fare con gli altri: riguarda te.

Continuando a osservare e dare importanza agli altri, la tua vita perde consistenza e i tuoi gesti assumono meno forza e meno valore.

Non sono gli altri a pensare che tu non sia abbastanza bravo, la verità è che sei tu a credere di non essere abbastanza “capace”.

La maggioranza delle persone sperimenta qualche insicurezza quando affronta nuove sfide. Agnese non è in grado di interiorizzare e accettare il suo successo, accusando un vero e proprio sentimento di paura e di inadeguatezza. Ha difficoltà a credere di esserne degna, attribuendo il successo alla fortuna piuttosto che alla sua capacità.

Teme che, prima o poi, il capo e i colleghi smascherino la sua incapacità, il suo inganno (ecco perché questa particolare condizione psicologica è denominata “sindrome dell’impostore”).”

Il libro Michele Ferrarelli è in versione cartacea e digitale

Una buona parte di ciò che leggerai sono riflessioni e considerazioni sulla base delle esperienze dei percorsi di coaching che ho vissuto con i miei clienti.

Il libro contiene strumenti, strategie pratiche e concrete che ti permetteranno di “costruire” la tua reputazione, evitare di “nasconderti” dietro atteggiamenti arroganti e posture autoritarie, potenziare i tuoi talenti, il tuo carisma, le tue abilità comunicative per creare forti relazioni con le persone che ti circondano.

Diventa il punto di riferimento carismatico del tuo team.
Buona lettura!