12 spunti per ottenere il rispetto che meriti sul tuo luogo di lavoro

rispetto sul lavoro
Tutti desideriamo rispetto sul lavoro.

È un tema che ritorna spesso nel mio libro
Autorevolezza”.

Avere il rispetto degli altri è un bisogno universale.
Ma spesso abbiamo idee sbagliate su come ottenerlo.

Il rispetto è difficile da guadagnare.
Ancora più difficile da mantenere.

Eppure, è indispensabile,
in ogni relazione professionale (e non solo).

Il rispetto è una leva potente

Quando c’è, il rispetto:

  • crea fiducia
  • alimenta la motivazione
  • apre opportunità

Quando manca:

  • genera tensione
  • stress
  • insoddisfazione

E, diciamolo, anche qualche “bruciore di stomaco”.

Fare bene il proprio lavoro è la base.

Ma non basta.

Ci sono comportamenti quotidiani che fanno la differenza.

1. Il rispetto non si pretende, si costruisce

Un cliente mi ha detto:
“Voglio più rispetto al lavoro”.

Quando gli ho chiesto come ottenerlo,
mi ha elencato… cosa gli altri avrebbero dovuto fare per rispettarlo.

Ecco il punto.
Il rispetto non arriva dagli altri.
Parte da te.

Non cade dal cielo.

Si costruisce.

Con le azioni.
La coerenza.
Con il modo in cui ti presenti ogni giorno.

Domanda utile:

“Cosa posso fare io, concretamente, per meritarmelo?”

2. Non cercare approvazione a tutti i costi

Se hai bisogno di piacere a tutti…
perderai rispetto.

Le persone percepiscono quando stai cercando consenso.

Quando ti adatti troppo.
Quando eviti il confronto.
Dici sempre sì.

Piacere non è sinonimo di essere rispettati.

Anzi, spesso è il contrario.

3. Rispetta le scadenze. Sempre

Una scadenza è un impegno.

E un impegno è una promessa.

Se salti le scadenze:
perdi credibilità,
perdi affidabilità,
rispetto.

Se una scadenza è irrealistica, non lamentarti.

Riformula.
“Posso consegnarlo entro fine settimana, se ho supporto su questa parte del progetto.”

Chiaro.
Costruttivo.
Responsabile.

4. La puntualità è comunicazione

Essere in ritardo comunica un messaggio preciso:

“Il mio tempo vale più del tuo.”

Magari non è quello che vuoi dire.
Ma è quello che passa.

Essere puntuali è rispetto.

Prima ancora che organizzazione.

5. Impara a ridere di te stesso

Autoironia non è debolezza.

È sicurezza.

Ammettere un errore.
Sdrammatizzare una gaffe.
Ridere di un lapsus.

Non ti indebolisce.

Ti rende umano.

E le persone si fidano di chi è umano.

6. Evita il gossip (soprattutto quello tossico)

Un po’ di leggerezza tra colleghi è normale.

Ma il gossip continuo…
erode la fiducia.

Se vieni percepito come una persona che parla degli altri,
prima o poi qualcuno penserà:

“Chissà cosa dice di me.”

E il rispetto si sgretola.

7. Difendere gli altri crea rispetto

Se hai mai avuto qualcuno che ti ha difeso ingiustamente attaccato…

lo ricordi ancora.

Difendere un collega, un collaboratore, quando serve,
lascia un segno.

Non serve fare l’eroe.

Ma avere il coraggio di esporsi,
quando è giusto,
costruisce autorevolezza.

8. Cura la tua presenza

Non si tratta di moda.
Si tratta di messaggio.

Come ti presenti comunica:

quanto ti prendi sul serio,
quanto rispetti il contesto,
tieni al tuo ruolo

Non devi esagerare.
Ma nemmeno trascurarti.

Presentati come se ogni giorno potessi fare un passo avanti.

9. Lavora su ciò che puoi controllare

Non puoi cambiare gli altri.
Non puoi controllare tutto.

Puoi però lavorare su di te.

Sul tuo atteggiamento.
Sulla tua comunicazione.
Sulle tue reazioni.

È lì che inizia il rispetto.

Se senti che ti manca sicurezza, chiarezza o autorevolezza, puoi lavorarci in modo concreto:

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10. Saper tacere è una competenza

Non tutto va detto.

Non sempre.

Neanche subito.

A volte, il rispetto si costruisce nel silenzio.

Ascoltare davvero:

senza interrompere,
senza preparare la risposta,
voler avere ragione.

Ti rende più incisivo.

11. Stabilisci confini chiari

Se non metti limiti…
gli altri li supereranno.

Sempre.

I confini non sono muri.
Sono indicazioni.

“Questo mi va bene.”
“Questo no.”

Senza aggressività.
Senza paura.

Solo chiarezza.

12. Sicurezza non è arroganza

È una linea sottile.

La sicurezza attrae.
L’arroganza respinge.

Spesso, dietro l’arroganza, c’è insicurezza.

E si vede.

Il rispetto non nasce dal voler dimostrare.
Nasce dal saper-essere.

Leggi il mio post per approfondire: “La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro”

Una cosa che spesso dimentichiamo

Quando ci sentiamo poco rispettati,
tendiamo a pensare:

  • “Lo fanno apposta.”

Non sempre è così.

A volte è mancanza di chiarezza.
A volte è abitudine.
Distrazione.

Parlare, spiegare, confrontarsi…
è più efficace del chiudersi o reagire.

Il rispetto non è qualcosa che chiedi

È qualcosa che costruisci.

Giorno dopo giorno.
Scelta dopo scelta.

E quando smetti di inseguirlo…
inizia ad arrivare.

Iniziare un nuovo lavoro? 5 frasi mostruosamente limitanti che dici a te stesso

iniziare un nuovo lavoro
Prima di tutto: congratulazioni.

Hai un nuovo lavoro.

Il colloquio è andato bene, hai convinto chi avevi davanti e adesso dovresti essere soltanto contento.

Dovresti.

Perché poi, avvicinandosi il primo giorno, qualcosa cambia.

L’entusiasmo lascia spazio ai dubbi.

Sarò all’altezza?

Capiranno che non so fare abbastanza?

Come mi vedranno?

Come ho scritto più volte nei miei libri, quando entriamo in una situazione nuova perdiamo una parte delle nostre certezze.

E questo può trasformarsi rapidamente in una piccola crisi di fiducia.

Non perché ci sia necessariamente qualcosa che non va.

Ma perché stiamo entrando in un territorio che ancora non conosciamo.

Ecco 5 frasi che rischiano di complicarti inutilmente l’inizio.

1. “Devo essere perfetto”

Vuoi partire bene.

È normale.

Ma da qui a pensare che ogni compito debba essere impeccabile fin dal primo giorno, il passo è breve.

E pesante.

Stai entrando in un ambiente nuovo. Devi capire persone, procedure, priorità, strumenti, aspettative.

Non puoi pretendere di conoscere subito tutto ciò che ancora devi imparare.

Punta a fare bene.

Chiedi.
Osserva.
Correggi.

Impara strada facendo.

All’inizio non devi dimostrare di sapere tutto.
Devi dimostrare di saper imparare.

2. “Non sono un esperto”

Forse no.

E quindi?

Sei appena arrivato.

Ci saranno domande cui non saprai rispondere, procedure che non conosci e situazioni che dovrai capire.

Non è automaticamente un segnale di incompetenza.

È la conseguenza naturale dell’essere nuovo.

Non sapere ancora qualcosa non significa non essere adatto al ruolo.

La vera domanda è:

“Sono disposto a impararlo?”

Continuare a imparare non è un limite professionale.

È parte del lavoro.

3. “Letizia è molto più all’altezza di me”

Qui parte il confronto.

Il collega più brillante.

L’amica che sembra cavarsela sempre.

La persona che, nella tua testa, gestirebbe quella situazione molto meglio di te.

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza”, confrontarsi continuamente con gli altri può diventare un modo molto efficace per ridimensionare le proprie capacità.

Perché scegli sempre la qualità in cui l’altro è più forte.

E ignori tutto il resto.

Letizia può essere più veloce di te.
Tu magari sei più preciso.

Lei più brillante nelle presentazioni.
Tu più efficace nell’ascolto.

Il punto non è stabilire chi vale di più.

Il punto è capire quali risorse puoi mettere in campo tu.

E se Letizia sa qualcosa che può esserti utile, ancora meglio.

Chiedile.

4. “Non posso sbagliare”

Questa è una delle convinzioni più pesanti quando inizi un nuovo lavoro.

Se sbagli, penseranno di aver assunto la persona sbagliata.

Se fai una domanda, scopriranno che non sei competente.

Se dimentichi qualcosa, la tua reputazione è compromessa.

Calma.

Chi entra in un nuovo ruolo può sbagliare.

Naturalmente non significa essere superficiali o prendere gli errori alla leggera.

Significa accettare che imparare comporta anche correzioni, tentativi e qualche passo falso.

Se vuoi approfondire proprio questo aspetto, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

L’obiettivo non è non sbagliare mai.
È accorgersi, correggere e non ripetere sempre lo stesso errore.

5. “E se non piaccio?”

Nuovi colleghi.
Nuovo capo.
Nuovo team.

È naturale desiderare di essere accolti bene.

Il problema nasce quando trasformi il bisogno di integrazione in un progetto per piacere a tutti.

Allora inizi a trattenerti.
Dici sempre sì.
Eviti di esprimere un’opinione diversa.
Cerchi continuamente conferme.

Voler essere apprezzato è umano. Averne bisogno per sentirti al sicuro è molto più rischioso.

Non devi conquistare tutti.

Devi essere corretto, disponibile, professionale.

Il resto verrà — oppure no.

Piacere non dovrebbe essere il tuo primo obiettivo.
Essere credibile, sì.

Iniziare un nuovo lavoro significa accettare un po’ di incertezza

Il primo giorno non saprai ancora come andrà.

Non conoscerai bene le persone.
Non avrai tutte le risposte.
Non saprai ancora quale sarà il tuo posto nel gruppo.

Ed è proprio questo che rende il passaggio destabilizzante.

Hai già superato una selezione.

Qualcuno ha visto nelle tue competenze qualcosa di sufficiente per affidarti quel ruolo.

Adesso arriva la parte che nessun colloquio può fare al posto tuo:

entrare, osservare, imparare e costruire poco alla volta il tuo spazio.

Non devi sentirti pronto al 100%.

Devi soltanto essere abbastanza pronto per cominciare.

6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone

ricordare il nome
Può succedere durante una riunione, un colloquio, il primo giorno di lavoro, una formazione o un incontro informale.

Qualcuno si presenta.

Passano trenta secondi e hai già dimenticato il suo nome.

Succede più spesso di quanto pensiamo.

Eppure ricordare e utilizzare il nome di una persona non è soltanto una questione di buona educazione.

Significa dimostrare attenzione.

Ricordare il nome del tuo interlocutore, comunica che non è semplicemente “uno dei tanti” che hai incontrato durante la giornata.

Lo hai ascoltato.
Lo hai riconosciuto.

E questo contribuisce a creare relazione.

Ricordare il nome di una persona è una piccola forma di attenzione che può avere un grande effetto sulla relazione.

Ecco 6 accorgimenti molto semplici che possono aiutarti.

1. Presta davvero attenzione quando la persona si presenta

Il primo problema non è la memoria.

Spesso è l’attenzione.

Mentre l’altra persona dice il proprio nome, tu magari stai già pensando a cosa dire, a come presentarti o alla domanda successiva.

Il nome entra.
E immediatamente esce.

Per questo la prima tecnica è anche la più semplice: quando qualcuno si presenta, concentrati per un attimo soltanto sul suo nome.

Guardalo.
Ascoltalo.
Non preparare contemporaneamente la tua risposta.

È lo stesso principio che vale nell’ascolto vero: se la tua attenzione è già altrove, difficilmente riuscirai a trattenere ciò che stai ascoltando.

2. Ripeti subito il nome

Una volta ascoltato, utilizzalo.

“Piacere, Michele.”

Oppure:

“Buongiorno signor Ferrarelli, piacere di conoscerla.”

Ripetere immediatamente il nome ti obbliga a registrarlo consapevolmente invece di lasciarlo passare come un’informazione qualsiasi.

Durante la conversazione puoi utilizzarlo ancora una volta, se viene naturale.

Non serve però ripeterlo continuamente.

Dire il nome dell’altro ogni due frasi può ottenere l’effetto contrario e sembrare artificiale.

3. Ripetilo mentalmente

Se il nome è nuovo o insolito, ripetilo mentalmente un paio di volte.

Michele, Michele.

Può sembrare banale, ma aiuta a mantenerlo attivo nella memoria mentre la conversazione prosegue.

Un altro momento utile è il saluto.

“Arrivederci, Michele.”

Utilizzare nuovamente il nome alla fine dell’incontro ti permette di rafforzare l’associazione tra quel nome e quella persona.

4. Crea un’associazione

Se un nome continua a sfuggirti, collegalo mentalmente a qualcosa che conosci già.

Può essere:

  • una persona che conosci con lo stesso nome;
  • un personaggio conosciuto;
  • il ruolo o la professione della persona;
  • una caratteristica che ti aiuta a distinguerla;
  • una parola o un’immagine che richiama quel nome.

Se hai appena conosciuto Marco dell’amministrazione, per esempio, puoi pensare semplicemente:

“Marco – amministrazione.”

Non serve costruire complicati giochi di memoria.

L’associazione funziona quando è semplice e immediata per te.

5. Se il nome è difficile, chiedi come si pronuncia

Un nome che non conosci può essere più difficile da memorizzare perché non sai bene come pronunciarlo.

Chiedi.

“Mi aiuta a pronunciarlo correttamente?”

Oppure:

“Potrebbe ripetermelo un po’ più lentamente?”

Se necessario, puoi anche chiedere come si scrive.

Mostrare interesse nel pronunciare correttamente il nome di qualcuno non è imbarazzante.

Al contrario, comunica rispetto per la sua identità.

Evita invece commenti come:

“È impossibile da pronunciare!”

oppure:

“Non riuscirò mai a ricordarlo.”

Non è il nome dell’altro a essere “troppo difficile”.

Sei semplicemente tu che hai bisogno di sentirlo ancora una volta.

6. Scrivilo

Se hai incontrato diverse persone insieme, affidarsi soltanto alla memoria può essere difficile.

Appena possibile, prenditi un minuto per annotare i nomi.

Puoi aggiungere una piccola informazione che ti aiuti a ricordare il contesto:

“Laura – marketing – incontrata alla riunione di martedì.”

oppure:

“Stefano – nuovo responsabile logistica.”

Non serve creare una scheda personale dettagliata.

Bastano due o tre elementi utili per ricostruire l’incontro.

E se hai dimenticato il nome?

Chiedilo di nuovo.

Semplice.

Molte persone fanno di tutto per evitarlo.

Aspettano che qualcun altro pronunci il nome.

Cercano disperatamente un indizio.

Oppure continuano tutta la conversazione sperando di cavarsela.

È molto più naturale dire:

“Mi scusi, mi è sfuggito il suo nome. Me lo ripete?”

Oppure:

“Abbiamo iniziato subito a parlare e ho perso il suo nome. Me lo ricorda?”

Meglio chiedere una seconda volta che continuare a fingere di ricordare.

Non servono lunghe spiegazioni né giustificazioni.

Chiedi, ascolta e questa volta presta davvero attenzione.

Ricordare il nome parte dall’interesse

Non esiste un trucco magico che ti permetta di ricordare automaticamente tutte le persone che incontri.

Le tecniche aiutano.

Ma prima delle tecniche viene una cosa molto più semplice:

decidere che il nome dell’altra persona merita la tua attenzione.

Perché quando qualcuno si accorge che ricordi il suo nome, difficilmente pensa:

“Che memoria eccezionale.”

Più probabilmente percepisce qualcosa di molto più importante:

“Si è ricordato di me.”

Un must di successo da applicare subito nel tuo nuovo posto di lavoro

nuovo posto di lavoro
Il giorno si sta avvicinando.
Tra poco inizierai un nuovo lavoro.

Sei contento, naturalmente. Ma forse anche agitato, curioso, preoccupato.

Nei primi giorni avrai tante cose da capire: persone, ruoli, abitudini, procedure, regole scritte e non scritte.

E proprio perché avrai la testa piena di informazioni, c’è una piccola cosa che rischia di passare in secondo piano.

Imparare i nomi delle persone.

Può sembrare un dettaglio.

Non lo è.

Un must da applicare subito nel nuovo posto di lavoro?

Il mio cognome è Ferrarelli.

Ma negli anni mi hanno chiamato Ferrarelle, Peverelli, Ferareli.

Una volta mi hanno cercato dicendo:

“Non ricordo il nome… ma si chiama come quell’acqua famosa.”

Non mi scandalizzo.

Anch’io ho dimenticato, confuso e qualche volta storpiato il nome di qualcuno.

Per molto tempo ho pensato semplicemente:

“I nomi non sono il mio forte.”

Poi ho cambiato prospettiva.

Ho capito che imparare, ricordare e pronunciare correttamente il nome di una persona — soprattutto nel mio lavoro — non è soltanto una questione di educazione. È una questione di attenzione e professionalità.

Ricordare il nome di qualcuno significa comunicargli: ti ho visto, ti ho ascoltato, mi sono ricordato di te.

Ricordare il nome di una persona non è solo educazione

Nessuno si aspetta che alla fine del primo giorno tu conosca già il nome di tutti.

Ma vale la pena impararli il prima possibile.

Colleghi.
Collaboratori.
Clienti.
Fornitori.

Persone con cui avrai contatti frequenti.

Perché quando chiami qualcuno per nome, gli fai capire che non lo consideri semplicemente una funzione o un ruolo.

Non è “quello dell’amministrazione”.
Non è “la ragazza della reception”.
Non è “il nuovo collega”.

È una persona.

E il nome è una parte importante della sua identità.

Il nome è una piccola forma di riconoscimento

Quando utilizzi correttamente il nome di qualcuno, non stai facendo qualcosa di straordinario.

Stai facendo qualcosa di semplice.

Ma proprio per questo significativo.

In un nuovo ambiente di lavoro vuoi naturalmente costruire buoni rapporti.

Vuoi capire chi fa cosa.
Vuoi inserirti.
Iniziare a creare fiducia.

Ricordare i nomi è uno dei primi segnali concreti del fatto che stai prestando attenzione alle persone.

Perché allora facciamo così fatica?

1. Non gli diamo abbastanza importanza

A volte il motivo è molto semplice.

Non consideriamo il nome un’informazione importante.

Lo sentiamo durante una presentazione e, pochi secondi dopo, lo abbiamo già perso.

Non perché abbiamo necessariamente una cattiva memoria.

Semplicemente, non abbiamo deciso che valeva la pena ricordarlo.

2. Non stiamo davvero ascoltando

Qualcuno si presenta:

“Piacere, Andrea.”

Ma mentre lo dice tu stai già pensando:

“Adesso cosa rispondo?”
“Come mi presento?”
“Spero di fare una buona impressione.”

Il nome passa mentre la tua attenzione è da un’altra parte.

Quando incontri una persona nuova, prova per qualche secondo a concentrarti soltanto su di lei.

Ascolta il nome.
Guardala.
Ripetilo mentalmente.

La memoria comincia dall’attenzione.

3. Non abbiamo mai allenato questa capacità

Molti dicono:

“Io con i nomi sono negato.”

Forse.

Oppure semplicemente non hanno mai provato a sviluppare un metodo.

Ricordare i nomi diventa più facile quando inizi intenzionalmente a farlo.

Puoi ripetere il nome durante la conversazione, associarlo al ruolo della persona oppure annotarlo subito dopo l’incontro.

Sono piccoli accorgimenti che, con il tempo, diventano naturali.

Se vuoi approfondire proprio questo aspetto, puoi leggere anche “6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone”.

4. Siamo troppo concentrati su noi stessi

È particolarmente facile quando iniziamo un nuovo lavoro.

Siamo agitati.
Pensiamo a come appariremo.
A cosa diremo.
A cosa penseranno gli altri di noi.

In altre parole, siamo completamente concentrati su noi stessi.

E più siamo occupati a controllare la nostra performance, meno attenzione rimane per chi abbiamo davanti.

Prova a ribaltare per un momento la prospettiva.

Invece di chiederti:

“Che impressione sto facendo?”

prova a chiederti:

“Chi è questa persona che sto incontrando?”

Il nome sarà già più facile da ricordare.

A nessuno piace essere quello di cui nessuno ricorda il nome

Pensa a quando succede a te.

Una persona incontrata una sola volta ti saluta dopo qualche settimana utilizzando il tuo nome.

Probabilmente ti sorprende piacevolmente.

Non perché abbia compiuto un gesto eccezionale.

Ma perché ti comunica implicitamente:

“Mi sono ricordato di te.”

Ora pensa all’effetto contrario.

Hai incontrato quella persona diverse volte e continua a chiamarti con un altro nome.

Oppure non lo ricorda mai.

La sensazione cambia.

Per questo, quando inizi un nuovo lavoro, prova a darti un obiettivo molto semplice:

impara un nome alla volta.

Non devi conoscere tutti entro domani.
Devi soltanto cominciare a prestare attenzione.

Perché inserirsi bene in un nuovo ambiente non dipende soltanto da quello che sai fare.

Dipende anche da come fai sentire le persone mentre lavori con loro.

Un nome è una piccola informazione. Ricordarlo può essere un grande segnale di attenzione.

 

Discussione difficile con un collaboratore: 12 errori da evitare

discussione con un collaboratore
Nel mio secondo libro “Prima volta Leader” sottolineo come le conversazioni difficili siano una parte inevitabile della gestione di un team.

Un errore ripetuto.
Una prestazione insufficiente.
Un comportamento che crea problemi.
Una decisione che il collaboratore non accetterà volentieri.

Sono conversazioni che possono mettere a disagio entrambi.

Proprio per questo la tentazione è spesso quella di rimandarle, accorciarle il più possibile oppure affrontarle quando siamo già irritati.

Ed è qui che iniziano i problemi.

L’obiettivo non dovrebbe essere “vincere” la discussione con un collaboratore, ma affrontare il problema senza trasformare il collaboratore nel problema.

Una discussione difficile deve portare da qualche parte

Non sempre riuscirai a trovare una soluzione che soddisfi tutti.

A volte dovrai essere molto chiaro.
Altre volte dovrai ascoltare qualcosa che non ti aspettavi.

In ogni caso, una buona conversazione dovrebbe permettere almeno di:

  • chiarire il problema;
  • ascoltare le diverse posizioni;
  • definire ciò che deve cambiare;
  • stabilire che cosa succederà dopo.

Per riuscirci, ci sono 12 errori che vale la pena evitare.

1. Rimandare continuamente la discussione con un collaboratore

Speri che il problema si risolva da solo.

A volte succede.

Molto più spesso, però, il problema rimane e nel frattempo cresce anche il tuo fastidio.

Quando finalmente affronti la questione, non stai più parlando soltanto dell’ultimo episodio.

Ti porti dietro settimane di irritazione.

Rimandare troppo a lungo rende spesso più difficile una conversazione che era già scomoda.

Non significa intervenire impulsivamente.
Significa non utilizzare l’attesa come strategia permanente.

2. Affrontarla quando sei ancora arrabbiato

Se sei furioso, ferito o molto agitato, difficilmente riuscirai ad avere una conversazione lucida.

Il rischio è che il problema professionale diventi personale.

Alzi il tono.
Generalizzi.
Dici qualcosa che non avresti voluto dire.

Se puoi, prenditi il tempo necessario per ricostruire i fatti e capire quale risultato vuoi ottenere.

Prima di affrontare una conversazione difficile, chiediti se vuoi risolvere il problema o soltanto scaricare la tua rabbia.

Sono due cose molto diverse.

3. Avere fretta di chiudere

La discussione con un collaboratore ti mette a disagio.

Vorresti arrivare al punto, dire quello che devi dire e uscire il prima possibile.

Comprensibile.

Ma il tuo collaboratore potrebbe avere bisogno di capire, spiegare o fare domande.

Se trasmetti impazienza, rischi di comunicare che hai già deciso tutto e che quello che lui/lei dirà non cambierà nulla.

Non significa trascinare il colloquio all’infinito.
Significa lasciare il tempo necessario perché ci sia davvero una conversazione.

4. Attaccare la persona invece del comportamento

“Sei inaffidabile.”
“Sei sempre superficiale.”
“Sei un ritardatario.”

Frasi del genere non descrivono un problema.

Descrivono una persona.

E quando una persona si sente etichettata, la reazione naturale è difendersi.

Molto meglio concentrarsi su ciò che è osservabile:

“Nelle ultime tre consegne non abbiamo rispettato la scadenza concordata.”

oppure:

“Quando il cliente ti ha fatto quella domanda, hai risposto interrompendolo più volte.”

Parla del comportamento che deve cambiare, non dell’identità della persona.

È lo stesso principio che vale quando devi dare un feedback efficace a un collaboratore.

5. Arrivare con la sentenza già pronta

Hai visto qualcosa.
Hai sentito una versione.
Hai tratto una conclusione.

Ma sai davvero che cosa è successo?

Prima di accusare, verifica.

Può esserci un’informazione che non conosci.

Un problema organizzativo.
Una richiesta poco chiara.
Una responsabilità diversa da quella che avevi immaginato.

Questo non significa cercare giustificazioni a ogni costo.

Significa separare ciò che sai da ciò che stai supponendo.

I fatti aiutano la conversazione.
Le supposizioni la incendiano.

6. Dire qualcosa di discriminatorio o poco professionale

“Voi giovani siete tutti così.”
“Alla tua età dovresti essere più veloce.”
“Le donne reagiscono sempre in questo modo.”

Qui non siamo più nel campo del feedback.

Siamo entrati in quello dei pregiudizi.

Età, genere, origine, religione, orientamento sessuale o altre caratteristiche personali non devono diventare spiegazioni improvvisate di una prestazione o di un comportamento.

Rimani sul problema concreto.

È più professionale, più corretto e molto più utile.

7. Non ascoltare la risposta

Hai preparato quello che vuoi dire.

Bene.

Ma hai preparato anche la disponibilità ad ascoltare?

Una discussione con un collaboratore non è un monologo.

Se mentre il collaboratore parla stai soltanto preparando la tua prossima risposta, non stai realmente ascoltando.

Potresti perdere informazioni importanti.
Potresti scoprire che avevi capito male una parte della situazione.

Oppure potresti semplicemente permettere alla persona di sentirsi ascoltata senza per questo darle automaticamente ragione.

Ascoltare non significa rinunciare alla tua posizione. Significa capire meglio prima di decidere.

8. Ripetere sempre la stessa conversazione senza cambiare nulla

Ne avete già parlato.

Poi di nuovo.
E ancora.

Il problema però continua.

A questo punto non basta ripetere le stesse frasi con maggiore intensità.

Devi chiederti:

  • il problema è stato definito con chiarezza?
  • il collaboratore ha capito cosa deve cambiare?
  • sono state concordate azioni precise?
  • sono state chiarite le conseguenze se il comportamento continua?

Se una conversazione ritorna continuamente identica, forse non manca un’altra conversazione: manca una decisione.

9. Lasciare che la discussione degeneri

Accuse.
Interruzioni.
Vecchi rancori.
Battute sarcastiche.

“E allora tu quella volta…”

A quel punto non state più affrontando il problema iniziale.

State combattendo.

Il tuo ruolo è riportare la conversazione sul punto.

Puoi dire:

“Torniamo alla questione che dobbiamo risolvere oggi.”

Oppure:

“Capisco che ci siano altri aspetti, ma vorrei prima chiarire questo.”

Guidare una discussione con un collaboratore significa anche impedirle di diventare una resa dei conti.

10. Affrontare una questione delicata con una mail

Una mail può essere utile per comunicare informazioni.

Molto meno per gestire tensioni, critiche importanti o problemi relazionali.

Per iscritto perdi tono, reazioni immediate, domande e possibilità di correggere un’interpretazione.

Quando il tema è delicato, il confronto diretto permette di vedere come l’altra persona reagisce e di adattare la conversazione.

Non significa che qualsiasi questione debba essere affrontata fisicamente nella stessa stanza.

Una videochiamata può essere sufficiente.

Il principio rimane:

più il tema è delicato, meno conviene affidarlo soltanto alla comunicazione scritta.

11. Confondere fermezza ed empatia

Puoi essere chiaro senza essere freddo.

Puoi riconoscere che una persona è delusa, preoccupata o in difficoltà senza trasformare il colloquio in una seduta terapeutica.

“Capisco che questa cosa possa essere difficile da sentire.”

È una frase molto diversa da:

“Va bene, allora lasciamo perdere.”

L’empatia non cancella il problema.

Ti permette semplicemente di riconoscere la persona mentre affronti il problema.

Essere empatici non significa abbassare le aspettative.
Significa non dimenticare chi hai davanti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

12. Chiudere la porta e dimenticare tutto

La conversazione è finita.

Finalmente.

Ma il lavoro non è necessariamente concluso.

Se avete concordato un cambiamento, una scadenza o un’azione, dovrai verificare che ciò che avete deciso stia realmente accadendo.

Il follow-up può essere molto semplice:

“Come sta andando rispetto a quello che abbiamo concordato?”

Oppure:

“Ho visto un miglioramento su questo aspetto. Continuiamo così.”

Il punto non è controllare ossessivamente.

È dare continuità alla conversazione.

E quando il problema è risolto, chiudilo davvero.

Non continuare a utilizzare un vecchio errore come arma nelle discussioni future.

Una discussione difficile non deve diventare uno scontro

Non esiste una formula che renda piacevole qualsiasi confronto.

Ci saranno collaboratori che reagiranno male.
Altri che non saranno d’accordo.
Altri ancora che ti metteranno in difficoltà.

Ma puoi prepararti meglio.

Puoi arrivare con fatti anziché supposizioni.
Puoi essere diretto senza attaccare.
Puoi ascoltare senza perdere autorevolezza.

Mostrare empatia senza rinunciare alle aspettative.

E soprattutto puoi entrare nella conversazione sapendo che cosa vuoi chiarire e che cosa dovrebbe succedere dopo.

Una discussione difficile ben gestita non elimina necessariamente il problema in un colpo solo.

Ma può evitare di crearne altri.

Il successo di una conversazione difficile non si misura dal fatto che nessuno si sia irritato.
Si misura dalla chiarezza con cui, alla fine, entrambi sapete cosa succederà dopo.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Ti senti più competente e smart del tuo capo … e adesso?

capo incompetente

Foto di qimono

Mettiamola così.

Il capo ti assegna A, B e C.
Tu torni con A, B, C… più X, Y e Z.

Aspetti un cenno.
Un apprezzamento.
Magari un “bravo”.

Non arriva nulla.
Solo un rimbrotto su un dettaglio insignificante.

E ti senti incompreso.
Depotenziato.
Un’altra volta.

Dentro di te pensi:
“Se fossi io il responsabile…”

Un capo incapace? Può essere frustrante

Lavorare sotto qualcuno che ritieni meno competente è logorante.

Hai più competenze tecniche.
Sai definire meglio le priorità.
Conosci clienti,
operazioni,
personale.

Eppure, non sei tu al comando.

Probabilmente hai ragione.
Ma avere ragione non significa vedere l’intero quadro.

E allora?

Aspettare che passi?
Fare guerra fredda?
Sopportare (rischiando l’ulcera)?
Iniziare a cercare un nuovo lavoro e un nuovo capo?
Aprire la tua start-up?

Ne parlo nel mio libro “Autorevolezza”.
Ma prima serve un passaggio fondamentale.

Primo passo: cosa significa davvero “più intelligente”?

Prima di dichiarare al mondo che il tuo capo è incompetente, fermati.

  • La tua valutazione è basata su fatti solidi?
  • Hai davvero una visione più strategica?
  • Sai leggere meglio il Mercato?
  • Cogli più velocemente il nocciolo della questione?

Oppure hai visto un suo errore…
e hai concluso troppo in fretta?

Spietata onestà

Forse sei più competente in alcune aree.

Ma sei pronto a guidare un team?
Un intero reparto?

Sai:

  • stabilire priorità sotto pressione?
  • centrare i target?
  • gestire clienti difficili?
  • assumere, far crescere (e talvolta licenziare) persone?
  • reggere aspettative e insuccessi?

Il tuo capo può avere lacune tecniche.
Ma magari è forte nella gestione delle persone o nelle relazioni esterne.

Quindi:

Sai riconoscere ciò che sbaglia.
Ma riesci ad ammettere ciò che fa bene?

Capo incompetente? Evita errori strategici

Non dire in giro quanto sia incompetente.
Neppure ai colleghi “fidati”.
Niente ironie.
Niente battute davanti agli altri.

Se non sei d’accordo, parlane in privato.
Con rispetto.

E attenzione a “scavalcare” il capo andando dal numero uno, il titolare, il management:
può danneggiare più te che lui/lei.

Unica eccezione: questioni legali, etiche o di sicurezza.

Focus sul tuo lavoro

Evita di perdere la tua energia nel lamento e nell’auto commiserazione,
su come sia possibile che questa persona sia diventata capo.

Tirati fuori dalla lotta personale.
Concentrati sulle tue responsabilità.

Chiediti:

  • Qual è il mio scopo più grande qui?
  • Cosa posso imparare?
  • Quali opportunità di visibilità sto guadagnando?

Cerca di imparare quanto più puoi dall’esperienza.
Pensa alle opportunità di crescita e di visibilità.

Cerca di essere positivo,
non risentito.

Lavora con lui, non contro di lui

È facile concentrarsi su mancanze ed errori,
Più difficile è collaborare con intelligenza.
E strategia.

Anche il capo incompetente e non qualificato ha qualcosa da insegnare,
e da prendere come esempio.

Mostra rispetto.
Evita toni sarcastici o superiori.

Le cose diventano più semplici quando smetti di combattere
e inizi a capire come-muoverti.

Focus sul tuo avanzamento, non sul suo fallimento

Uno dei punti più importanti.

Non investire energie nel dimostrare quanto non sia all’altezza.
Investile nel dimostrare che tu lo sei.

Non prenderla sul personale.
Lascia scivolare ciò che non puoi controllare.

Quando è il momento di andarsene

Se lavorare con questa persona ti consuma.
Se non la rispetti e non riesci a collaborare.

Allora sì, forse è tempo di guardarti intorno.

Qualcun altro apprezzerà i tuoi talenti.
Qualcun altro sta cercando proprio te.

Per approfondire leggi il mio post
Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto”

Una verità scomoda

“Sono più intelligente del mio capo”
sono solo parole.

Essere più intelligente non significa essere più efficace.

Per eccellere servono:

  • competenze solide
  • relazioni forti
  • intelligenza emotiva

Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress costante, serve lucidità.

Con il mio percorso “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a comunicare con più calma e autorevolezza, senza compromettere il tuo benessere.

Il vero salto di qualità non avviene quando dimostri che il tuo capo è incompetente.

Avviene quando impari a diventare più strategico di lui.