16 chiavi per farsi rispettare dai colleghi più giovani

farsi rispettare dai colleghi più giovani

Foto di Keith Johnston da Pixabay

“Rispetta i più anziani.”

È una frase che ci sentiamo ripetere fin da piccoli.

Il rispetto, però, quello vero,
non arriva per diritto anagrafico.

Il rispetto va costruito

Farsi rispettare dai colleghi più giovani
non è molto diverso dal guadagnare il rispetto di un adulto.

I giovani di oggi non danno rispetto solo per l’età

Sono poco inclini a mostrare stima
se non si sentono ricambiati.

Se viene detto loro cosa fare senza spiegare perché.
Se non vengono inclusi nelle conversazioni che contano.

Quando percepiscono distanza,
superiorità,
chiusura.

Spesso i giovani rispecchiano il nostro comportamento.

Se qualcuno non ti rispetta,
prima di giudicare,
osserva anche il tuo atteggiamento.

Ecco alcune chiavi per farsi rispettare dai colleghi più giovani:


Il rispetto dei più giovani non si pretende solo per l’anagrafe e capelli sale-e-pepe.
Va guadagnato!

Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare il rispetto dei più giovani.

Ascolta più di quanto parli.
I giovani hanno idee ed esperienze che desiderano condividere.

Non lasciare che la differenza di età diventi un ostacolo.
Trattali come colleghi, ascolta dicono, dai feedback costruttivi.

Non essere sprezzante o intollerante solo perché sono “diversi” dal tuo stile.

Poni domande.
Fare domande mostra il tuo interesse per ciò che il giovane pensa-e-crede.

Non essere prepotente.
Chiedi, piuttosto che sentenziare o esigere.

Accetta e riconosci le differenze di opinione.
Non negare l’opinione di un giovane pensando che è ingenuo e tra 20 anni la penserà diversamente.

Evita frasi tipo “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Quando ero giovane io…”.

Evita le prediche, oltre a colpevolizzare la persona sono perfettamente inutili.

Non fare il finto-giovane tipo “Bella zio”.
Non sei divertente. Facile diventare patetico.

Vai aldilà delle loro felpe e tatuaggi, scava più in profondità.
Cerca il valore aggiunto che i collaboratori più giovani possono dare.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

con la nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro “Autorevolezza”

e il volume complementare “Prima volta Leader” hai due strumenti pratici per migliorare il tuo impatto, carisma e leadership.

Non agire come se fossero bambini e tu l’adulto che dice cosa-fare.
Li farà risentire e.. avranno ragione!

Sii aperto con consigli, guidando i tuoi colleghi più giovani.
Dai suggerimenti e offri feedback.
Fagli sapere che puoi offrire il tuo aiuto se necessario.

Accetta i loro consigli e pareri.
Anche se hai esperienza, non significa che hai tutte le risposte.

Non giudicare.
Non confrontare i giovani di oggi a quando avevi tu 20 anni.


Il rispetto reciproco è alla base di ogni relazione professionale

Le persone tendono a rispettare
chi riconosce il loro valore
e comunica con chiarezza, non con arroganza.

Ecco perché, nel lavoro con leader e manager,
emerge spesso una sorpresa:

Anche il collega più giovane
vive la differenza d’età come un problema.

Si sente in difetto.
O sotto esame.
Non visto.

Quando questo viene portato alla luce,
la relazione può cambiare — in meglio — per entrambi.

In finale

Comprendere non significa giustificare tutto.
E ascoltare non vuol dire subire.

Puoi essere aperto, curioso, rispettoso…
senza tollerare atteggiamenti spocchiosi o irriverenti.

La vera leadership sta qui:
nel tenere insieme empatia e confini,
dialogo e assertività.

Se senti che la tua leadership sta perdendo impatto,
puoi intervenire subito
con un lavoro di coaching mirato e concreto.

Il tuo capo diretto ha dato le dimissioni. Preoccupazione o opportunità?

capo ha dato le dimissioni

Foto di 李磊瑜伽 da Pixabay

“Il mio capo ha dato le dimissioni.

Un preavviso di 1 mese.

Parte per una posizione che – dice – lo aiuterà a crescere professionalmente.

Così, all’improvviso.
Senza dirmi niente.

Non me lo aspettavo.
Abbiamo lavorato così bene insieme.

E adesso?

Chi arriverà?
Sarà trasparente e flessibile con me?

Sarà interessato anche lui al mio sviluppo professionale?
Cosa farò se non lavoreremo bene insieme?

Sembrava che tutto andasse liscio.
Ora mi sento spiazzato.
Tradito.

Avevo dei progetti con lui.
Mi ero proposto come coordinatore del mio department.

E sto ricominciando anche a dormire male la notte.”

Marco P. – Finance Manager – Lugano

Il mondo del lavoro oggi è complesso e imprevedibile

 

Da qui la necessità di essere sempre molto flessibili e adattabili.
Resilienti ai cambiamenti.

La flessibilità – come già discusso altre volte – va sviluppata.
Allenata.

La qualità di un lavoro dipende molto dalla qualità del manager.

Un buon capo può trasformare un lavoro noioso
in un progetto entusiasmante.

Ti senti apprezzato,
stimolato,
in crescita.

Un cattivo capo può trasformare un lavoro affascinante in ore di fatica e alienazione mentale.

Bruciore di stomaco incluso.

Il tuo capo ha dato le dimissioni?

Non farti prendere dal panico

Quando il tuo capo annuncia l’imminente partenza, è normale che emergano paure e preoccupazioni.

  • È solo l’inizio di altri problemi?
  • Il lavoro è a rischio?
  • I benefici saranno tagliati?
  • Il nuovo capo sarà trasparente e flessibile?
  • La reputazione dell’azienda sta peggiorando?

Pensieri naturali.
Ma non lasciare che ansia e affanno prendano il sopravvento.

Il timore per ciò che non puoi controllare
non ti aiuterà a gestire bene la situazione.

È fondamentale – in questa fase – mantenere morale e concentrazione.

E non è detto che il cambiamento sia negativo.
A volte apre possibilità inattese.

Il capo ha dato le dimissioni? Non prenderla sul personale

Con il tuo capo potresti aver costruito
un ottimo rapporto professionale.

Ora ti senti deluso.
Amareggiato.
Ansioso.

È normale.

Ma non leggerlo come uno sgarbo personale o un tradimento.

Ricorda:
ogni decisione di cambiare lavoro è complessa
e raramente presa alla leggera.

Il tuo (ormai ex) capo ha fatto ciò che riteneva meglio
per il proprio percorso.

Condividi il tuo supporto

Suggerisci di restare in contatto.

Mantieni un’ultima impressione positiva.
Mostra apprezzamento per la sua leadership.

La relazione professionale potrebbe continuare anche altrove.

Indaga, ma con discrezione

La tua posizione potrebbe cambiare in meglio o in peggio.

Prima di aggiornare il CV, iniziare la ricerca di lavoro o preparare lo scatolone stile Lehman Brothers, cerca di capire cosa succederà.

Quando puoi, vai alla fonte.
Altrimenti chiedi in ufficio,
limitandoti a persone fidate.

Con discrezione.

Anche se non sono certezze,
le informazioni informali possono offrirti spunti utili.

Fai un passo avanti

Perdere un capo è una sfida.
Professionale ed emotiva.

Ma può diventare un’opportunità di crescita.

Puoi mostrare ai vertici la tua disponibilità a metterti in gioco.

Condividi idee.
Proponi soluzioni.
Offri il tuo contributo.

Alcune responsabilità potrebbero essere temporaneamente delegate.
Fatti trovare pronto.

Anche proponendoti come possibile sostituto.
Perché no?.

Durante la transizione: resta professionale

Con le dimissioni arrivano voci e pettegolezzi.

Stanne fuori!

Se aspettavi la sua partenza… tienilo per te.

Concentrati sul lavoro.
Non abbassare le prestazioni.

Potrebbero chiederti più flessibilità,
più ore,
più responsabilità.

È il momento di dimostrare solidità.

Se il tuo capo ha dato le dimissioni,
la tua leadership può emergere.

Incontra il nuovo capo

Quando arriva il nuovo manager:

  • evita confronti
  • chiarisci le tue responsabilità
  • racconta i progetti su cui lavori
  • mostra il valore che porti al team

Comprendi le sue aspettative.
Costruisci la relazione, non la competizione.

Prendi questi spunti non come regole rigide,
ma come chiavi di lettura.

I rapporti professionali vanno sempre contestualizzati:
all’azienda, alla situazione,
alla tua personalità e a quella di chi ti sta di fronte.

In definitiva

Capire cosa sta succedendo non significa subire.

Significa scegliere come-muoverti:
con lucidità,
rispetto
e assertività.

Perché adattarsi non vuol dire annullarsi.

Se anche tu hai un rapporto complesso con il tuo capo
e non sai più come muoverti?

Scopri il servizio di coaching.

Mancanza di rispetto al lavoro? Cosa è reale e cosa è solo una tua paranoia

mancanza di rispetto al lavoro

Foto di Quim Muns da Pixabay

Poca attenzione.
Risposte di circostanza.
Risatine.
Occhi al cielo (traduzione: “che palle”).

Segnali tutt’altro che positivi.

Non sono poche le persone che avvertono mancanza di rispetto sul luogo di lavoro.

Se qualcuno ti mette a disagio,
il primo passo è:
non interiorizzare gli sgarbi ricevuti.

Se i colleghi ti mancano di rispetto, devi prima riconoscerlo come vero. Reale.

Poi distinguere ciò che è oggettivo da ciò che è il prodotto di una mente tesa e intimorita.

“Tutti parlano alle mie spalle” – Paranoia

Il pettegolezzo esiste in quasi ogni luogo di lavoro.

Prima o poi, tutti finiscono sotto i riflettori della pausa-caffè.

Se pensi di essere costantemente sulla bocca di tutti (tutti-tutti?)
probabilmente stai esagerando.

Se invece fosse vero, fermati un attimo:
forse hai fatto — o stai facendo — qualcosa (al lavoro o nella vita privata)
che ha acceso il treno infinito dei gossip.

“Nessuno mi considera” – Paranoia

Ti senti invisibile?
Nessuno ascolta le tue proposte?
Le tue e-mail restano senza risposta?
Avverti mancanza di rispetto al lavoro?

Chiediti onestamente:

  • aggiungi valore alle conversazioni?
  • sei chiaro o rendi tutto imbarazzante e pesante?

Le generalizzazioni non funzionano:
TUTTI – NESSUNO – MAI.

Davvero nessuno ti considera?
O il tuo approccio è chiuso, schivo, sdegnoso?

Qui sento odore di paranoia.

“I colleghi mi criticano di continuo” – Reale. Fai attenzione

Se commetti un errore, è giusto ricevere un feedback dal capo.
Ma critiche continue da colleghi o pari grado sono un’altra cosa.

Minano la tua credibilità.
Intaccano la sicurezza.
Mettono in discussione la tua autorità.

Se succede, non ignorarlo.
Chiedi un incontro privato.
Quel comportamento è sminuente e non va accettato.

“Non sono incluso in conversazioni, meeting, aperitivi”

Paranoia… ma potrebbe essere reale

Una e-mail mancata può essere una svista.
Capita.

Ma se l’esclusione è costante e riguarda decisioni importanti,
allora sì: è un problema.

“Mi rubano sempre le idee” – Reale. Fai attenzione

Succede.
In ambienti frenetici può capitare.

Ma se diventa uno schema ripetitivo,
è una chiara mancanza di rispetto.

Qui devi difenderti.
Non farlo significa legittimare il comportamento.

“Faccio il lavoro di tutti” – Reale

Hai difficoltà a dire NO?
Cerchi sempre di essere gentile?

I colleghi se ne approfittano perché hanno capito come prenderti?

NO è una parola potente.
Dire sempre sì ti logora nel lungo periodo.

Impara a dire NO.

No perché sei già carico.
No perché non vuoi lavorare fino a sera.
Perché non ti interessa.
Semplicemente.

“Mi guardano tutti strano” – Paranoia

Una mente sospettosa cerca significati nascosti ovunque.

Così sprechi energie mentali
e diventi guardingo, nervoso, talvolta ostile.

E questo, paradossalmente, allontana gli altri.

“Mi hanno assunto per fare X ma faccio Y” – Reale

È il momento delle domande scomode:

  • Stai esagerando?
  • È solo un problema di comunicazione?
  • Hai sottovalutato il ruolo?
  • Era tutto un fake ben confezionato?

Se il lavoro non è quello promesso,
ora la domanda è una sola:

Lasciare o resistere?

Mollare con il rischio di non trovare nulla?
Restare con l’ulcera in agguato?

Leggi il post dedicato per approfondire.

“Tutti trovano sempre il modo di evitarmi” – Paranoia

Immaginare che tutti facciano lo slalom per evitarti
è poco realistico.

Attenzione a non creare legami attraverso il gossip:
ti danneggerà, sempre.

“Non sono mai ascoltato” – Reale. Fai attenzione

Le persone ti valutano su ciò che dici.

Forse parli troppo.
Sei dispersivo.
Non arrivi mai al punto.

Più prolunghi, più perdi attenzione.
Taglia. Sintetizza.
Arriva al nocciolo.

“Non rispettano il mio tempo” – Reale

Chi ti rispetta, rispetta il tuo tempo.

Chi interrompe continuamente
o tenta di scaricarti il suo lavoro “per pochi secondi”
è semplicemente irrispettoso.

In conclusione

Se senti mancanza di rispetto sul lavoro, non minimizzare.

Ma nemmeno reagire d’istinto.

Valuta con lucidità:

  • stai esagerando?
  • è un episodio isolato?
  • il tuo approccio contribuisce al problema?

Il rispetto non si pretende.

Si costruisce, si protegge,
e quando serve…
si difende
.

Trovi spunti sul tema rispetto e autorevolezza nei miei libri:

Due strumenti complementari per sviluppare la tua assertività e leadership
sul lavoro.

Un percorso di coaching individuale: 8 motivi perché ancora non ti decidi

un percorso di coaching
Ci pensi da tempo.

C’è una situazione professionale che vorresti affrontare diversamente. Un cambiamento che continui a rimandare. Un problema con il capo, il team, la carriera o semplicemente con il modo in cui stai vivendo il tuo lavoro.

Hai pensato anche al coaching.
Poi però non fai il passo.

Non necessariamente perché non ti interessa.

A volte ciò che ci trattiene non è la mancanza di interesse, ma qualcosa che facciamo fatica a riconoscere.

Ecco 8 motivi che, nella mia esperienza, possono rendere difficile decidere di iniziare un percorso di coaching individuale.

1. “Mi piacerebbe, ma non ho tempo”

Sei sempre di corsa.

Lavoro, famiglia, impegni, problemi da risolvere. E il tempo per fermarti a lavorare su una questione professionale importante sembra non esserci mai.

Può essere vero.

Ma qualche volta il “non ho tempo” significa anche altro.

Non tutto ciò per cui non troviamo tempo ci manca davvero il tempo di fare.

Alcune cose continuiamo a rimandarle perché richiedono di fermarci, prendere una posizione, affrontare una situazione che preferiremmo lasciare com’è.

La domanda allora cambia.

Non è soltanto: “Ho tempo per farlo?”

Ma: “Quanto è importante per me affrontare questa situazione?”

2. “Lo farò quando sarà il momento giusto”

Dopo questo periodo.
Dopo le vacanze.
Quando avrò meno lavoro.
Quando sarò più tranquillo.

Aspettare può essere una scelta sensata. Non tutto deve essere affrontato immediatamente.

Il problema nasce quando il momento giusto continua a spostarsi.

Mese dopo mese.

A volte aspettiamo di sentirci pronti per fare qualcosa che, proprio perché ci mette in discussione, difficilmente ci farà sentire completamente pronti.

Puoi leggere libri, seguire corsi, ascoltare podcast e raccogliere informazioni.

Sono strumenti utili.

Ma arriva un momento in cui conoscere di più non cambia più nulla.

Serve cominciare a lavorare su ciò che sta succedendo a te.

3. “Coaching? Non ne ho bisogno”

Iniziare un percorso di coaching non significa ammettere di essere incapaci.

E nemmeno avere necessariamente un problema.

Puoi essere competente, esperto e perfettamente in grado di gestire il tuo lavoro, ma trovarti davanti a una situazione che non riesci più a leggere con sufficiente distacco.

È normale.

Quando siamo dentro un problema, vediamo inevitabilmente la situazione dalla nostra prospettiva.

Un confronto esterno può aiutare proprio qui.

Non perché qualcuno debba dirti cosa fare, ma perché può aiutarti a vedere meglio ciò che da solo continui a guardare nello stesso modo.

Chiedere un confronto non significa avere meno risorse. Può significare volerle utilizzare meglio.

4. “Ci sto pensando…” ma temi di non riuscire

Qualche volta non è il coaching a spaventare.

È quello che potrebbe succedere dopo.

Se metti davvero a fuoco ciò che vuoi, potresti dover prendere una decisione.

Affrontare una conversazione.
Cambiare comportamento.
Fare qualcosa che hai sempre evitato.

E potresti anche scoprire che non tutto funzionerà come speravi.

Finché rimani nel “ci sto pensando”, invece, nulla cambia e nulla rischia di fallire.

Ma restare fermi è comunque una scelta.

La domanda non è se riuscirai sicuramente.

È se vuoi continuare a lasciare che sia la paura di non riuscire a decidere per te.

5. “Quanto dura? Quanto costa? Dove mi porta?”

È una resistenza che comprendo bene.

Un percorso di coaching non dovrebbe essere qualcosa di indefinito, in cui entri senza sapere quanto durerà, cosa farai e quale impegno richiederà.

Prima di iniziare dovresti poter capire almeno:

  • su quale obiettivo lavorerai;
  • quale approccio verrà utilizzato;
  • quale impegno sarà richiesto;
  • quali sono costi e modalità;
  • come valuterete l’utilità del percorso.

Non tutto può essere previsto in anticipo.
Ma questo non significa partire alla cieca.

Un buon percorso non dovrebbe creare dipendenza dal coach, ma aumentare progressivamente la tua autonomia.

6. “Il problema non sono io. È il capo”

Può essere.

A volte il problema è davvero un capo difficile, un ambiente poco sano, un collega scorretto o un’organizzazione che non riconosce il tuo valore.

Il coaching non serve a convincerti che sia sempre colpa tua.
Ma neppure a stabilire chi abbia ragione.

Serve a capire cosa puoi fare tu dentro quella situazione.

Perché il comportamento degli altri potrebbe non cambiare.
Il tuo margine di azione, invece, può cambiare molto.

Puoi decidere come comunicare, quali confini mettere, cosa accettare, quale strategia adottare e, in alcuni casi, se sia arrivato il momento di andare altrove.

Non puoi controllare tutto ciò che accade nel lavoro. Puoi però lavorare sul modo in cui scegli di affrontarlo.

7. “Non so quanto fidarmi del coaching”

È una perplessità legittima.

Sotto la parola coaching trovi approcci, percorsi e professionalità molto diversi.

Per questo non dovresti scegliere soltanto sulla base di una promessa, di una frase motivazionale o di una bella presenza online.

Informati.

Chiedi quale formazione possiede il coach, quale esperienza ha, come lavora e quali sono i confini del suo intervento.

E fai domande.
Anche quelle scomode.

Prima di iniziare un percorso dovresti capire se quella persona e quel modo di lavorare sono adatti a te.

La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe costruirsi.

8. “E il costo?”

Il costo conta.

Non ha senso fingere il contrario.

Un percorso di coaching richiede denaro, ma anche tempo, attenzione e disponibilità a lavorare su di sé.

Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“Quanto costa?”

Ma nemmeno cadere nell’eccesso opposto e convincerti che qualsiasi cifra sia giustificata perché “stai investendo su te stesso”.

La domanda più utile è:

“Questa situazione è abbastanza importante da giustificare questo investimento?”

Se la risposta è no, probabilmente non è il momento.

Se la risposta è sì, allora puoi valutare se quel percorso, quel professionista e quell’investimento abbiano senso per te.

Forse il punto non è deciderti a fare coaching

Non credo che tutti abbiano bisogno di un coach.

E non penso che ogni difficoltà professionale richieda un percorso di coaching.

Ci sono problemi che puoi affrontare da solo.

Altri che si risolvono con una conversazione, una decisione o semplicemente con il tempo.

Il coaching diventa interessante quando continui a girare intorno alla stessa situazione senza riuscire a trovare una lettura diversa.

Quando sai che qualcosa dovrebbe cambiare, ma non capisci ancora cosa.

Oppure quando sai perfettamente cosa dovresti fare, ma continui a non farlo.

A quel punto la domanda non è più:

  • “Ho bisogno di un coach?”

Potrebbe essere:

  • “Questa situazione merita ancora di essere rimandata?”

Se la risposta è sì, aspetta.

Se la risposta è no, forse non devi essere completamente pronto.

Devi soltanto decidere di cominciare a guardarla davvero.