8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

traditore al lavoro

“Il doppiogiochista pugnala alle spalle,
getta l’arma ma non si avvede, stolto qual è,
che gli rimane insanguinata la mano.

E quel sangue non si lava…mai.”

Giacomo Colosio

Traditore al lavoro.
Doppio-giochista.
Opportunista.
Giuda.
Pugnalatore alle spalle.
Fedifrago.

Chiamalo come preferisci…

hai capito perfettamente di chi sto parlando.

Di quello/a che sembra tuo amico.
Un alleato.
Un fedele collega.

E invece ti ruba l’idea.
Il progetto.

Ti manda avanti al massacro per poi occupare il tuo posto.

È quello/a che si infila — come una serpe — nella piccola apertura che lasciamo nella nostra “corazza”.

Perché crediamo negli altri.

Nella loro buona fede.
La loro correttezza.

Ed è lì che giocano.
E spesso… giocano anche bene.

Perché lo fanno?

Tornaconto, rancore e… piacere.

Rendimento personale.
Vendetta.
Invidia.
Smania di successo.
O semplice godimento.

Il traditore al lavoro è difficile da identificare.

Di solito, quando ci riesci,
ha già affondato la lama.

È troppo tardi.

Il giuda prende il tuo suggerimento, fa sua l’idea, agguanta le informazioni.

Se il progetto ha successo,
si fa avanti per prendersi il merito.

Se fallisce, invece:

era la tua idea.

La colpa è tua.

Ti accusa.
Ti diffama.
Diffonde calunnie.

  • “Lo sapevo.”
  • “Avevo sentore del tracollo.”

Ed è sorprendente come, spesso, direzione, titolari e azienda sembrino “all’oscuro” di comportamenti che in realtà tutti conoscono.

Ma gossip e pugnalate alle spalle non sopravvivono senza un pubblico ricettivo.

Su questo, credo, siamo d’accordo.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

1. Il traditore al lavoro sussurra come un cospiratore

Conosce ogni indiscrezione.

Ogni confidenza.
Ogni malignità.
È il pettegolezzo dell’ufficio.

Colpire alle spalle richiede informazioni privilegiate.
E lui/lei… le ha sempre.

Sussurra.
Osserva questo dettaglio.

Non tutti i sussurratori sono traditori, è vero.

Ma il sussurro è il mezzo più rapido per diffondere informazioni,
raccomandando il segreto
e facendo sentire l’altro “speciale”.

Qui sta la loro forza.

2. Il traditore manipola le informazioni

Distorce.
Drammatizza.
Esagera.

Rende tutto più piccante o più tragico, secondo convenienza.

Finge grande onestà.

Si mostra impegnato.
Spirituale.
Indispensabile.

Si mescola con tutti.

Ha tutte le informazioni perché…
è la fonte del gioco.

Essere una persona forte non significa essere aggressivi o imporsi, ma comunicare con sicurezza e autorevolezza.


Trovi spunti pratici nei miei libri
“Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025)

e “Prima volta Leader”.

3. Si mostra sempre impegnato e sovraccarico

Alla base delle pugnalate ci sono spesso:
invidia, incompetenza, frustrazione.

Sorride sempre.
Sussurra.
Crea fiducia.

Parla soprattutto di cose negative.
Svaluta il lavoro degli altri.

Si dipinge come indispensabile.
Rimane oltre l’orario.
È sempre stanco.

Spesso non è una persona felice.
Serena.
Realizzata.

E difficilmente i traditori si apprezzano tra loro.

4. Ha bisogno di parlare continuamente di sé

Parla ossessivamente di quanto sia bravo, efficiente, produttivo.

Il vanto implicito è quasi sempre segno di insicurezza.

Chi ha vera autostima non ha bisogno di convincere nessuno.

Lo dimostra con i fatti.

5. Ti fa “scattare” l’istinto

La prima volta che l’hai incontrato,
il tuo istinto ha lanciato l’allarme.

L’istinto vede oltre le maschere,
i sorrisi finti,
le frasi di circostanza.

  • “Puoi contare su di me.”
  • “Mi sei piaciuto dal primo momento.”

Quando senti quel brivido…
ascoltalo.

C’è quasi sempre una buona ragione.

6. È un abile adulatore

L’adulazione gonfia l’ego.

E quando l’ego è gonfio,
diventiamo facili prede.

Complimenti.
Richieste di “consigli”.
Idee che poi diventano sue.

E se non funzionano?
Indovina di chi era l’idea?

7. Ha già colpito altri

Spettegola su chi esce dalla porta ufficio.

Diffonde infamie.
Calunnie.

Se l’ha fatto con altri…
perché non dovrebbe farlo anche con te?

8. Cerca subito di ingraziarsi

Soprattutto se sei nuovo.

Sorrisi.
Accoglienza.
Alleanze lampo.

Ti fa sentire “dentro”
per renderti più facile da inghiottire.

Dà ragione a tutti.
Appoggia ogni idea.

Pronto a cambiare bandiera al primo vento favorevole.

Di solito non si individua un traditore
prima che sia troppo tardi.

Se sospetti qualcuno,
osserva.

Valuta con attenzione

Non reagire di impulso.
Osserva. Annota.
Raccogli fatti.

Proteggi idee, relazioni e reputazione.

Il punto è questo:
la maturità professionale non è fidarsi di tutti,
è scegliere con attenzione di chi fidarsi.

Restare “aperti” senza essere sprovveduti.

14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader

immagine di leader
Quando parli con un collaboratore, partecipi a una riunione o affronti una conversazione difficile, non comunichi soltanto con le parole.

Comunicano anche il tuo sguardo, la postura, i movimenti, le espressioni del viso e il modo in cui occupi lo spazio.

Questo non significa che ogni gesto abbia un significato preciso.

Incrociare le braccia non dimostra automaticamente che sei sulla difensiva. Abbassare lo sguardo non significa necessariamente essere insicuri.

Ma quando alcuni comportamenti si ripetono o sono incoerenti con ciò che dici, possono indebolire la tua presenza e il tuo messaggio.

Ecco 14 comportamenti che minano la tua immagine di leader.

1. Annuire e sorridere continuamente

Annuire mentre qualcuno parla può comunicare attenzione e incoraggiarlo a continuare.

Sorridere rende generalmente più aperta la relazione.

Il problema è l’eccesso.

Se annuisci continuamente, sorridi anche mentre affronti un argomento serio o accompagni quasi ogni frase dell’altro con un segnale di approvazione, puoi trasmettere insicurezza o un eccessivo bisogno di compiacere.

Non devi diventare rigido.

Devi semplicemente lasciare che il tuo comportamento sia coerente con il momento.

2. Stare seduto in modo ciondolante o contratto

La postura contribuisce alla presenza.

Essere completamente abbandonato sulla sedia durante una conversazione importante può trasmettere disinteresse o poca partecipazione.

All’estremo opposto, stare rannicchiato, irrigidito o cercare quasi di scomparire può rendere la tua presenza meno sicura.

Non serve “occupare più spazio possibile” per sembrare autorevoli.

Serve trovare una posizione stabile, naturale e composta.

La presenza non nasce dall’occupare più spazio.
Nasce dal sentirsi sufficientemente a proprio agio nello spazio che si occupa.

3. Incrociare continuamente le braccia

Incrociare le braccia può essere semplicemente comodo.

Non significa automaticamente:

“Sono chiuso.”
“Non sono d’accordo.”
“Non voglio ascoltarti.”

Ma se durante una conversazione mantieni una postura rigida, le braccia serrate, il corpo arretrato e un’espressione tesa, l’insieme può creare distanza.

È questo che conta.

Non il singolo gesto, ma il messaggio complessivo che il corpo sta trasmettendo.

4. Evitare continuamente lo sguardo

Il contatto visivo aiuta a comunicare presenza e attenzione.

Se mentre qualcuno ti parla guardi continuamente il monitor, i documenti o altrove, può avere la sensazione che tu non sia realmente interessato.

Anche mentre parli, evitare sistematicamente lo sguardo può indebolire il messaggio.

Ma vale anche il contrario.

Fissare continuamente una persona non comunica maggiore autorevolezza. Può semplicemente metterla a disagio.

Lo sguardo efficace è presente, naturale e compatibile con la situazione.

5. Muoversi continuamente e in modo frenetico

Quando siamo sotto pressione, il corpo spesso accelera insieme alla mente.

Cammini avanti e indietro.
Cambi continuamente posizione.
Prendi qualcosa e subito la rimetti giù.
Ti sposti veloce da una persona all’altra.

Probabilmente non te ne accorgi nemmeno.

Ma la tua agitazione può diventare visibile anche agli altri.

Non devi muoverti lentamente per sembrare autorevole.

Devi evitare che la fretta diventi il messaggio principale che il tuo corpo porta nella stanza.

6. Tenere la testa continuamente inclinata

Inclinare leggermente la testa mentre qualcuno parla può accompagnare naturalmente l’ascolto.

Potrebbe non essere un segnale di sottomissione.

Diventa interessante osservare, piuttosto, se durante situazioni nelle quali vorresti essere particolarmente incisivo il tuo corpo tende sistematicamente a ritrarsi, abbassarsi o perdere stabilità.

Non serve correggere artificialmente ogni movimento.

Una postura naturale e stabile comunica molto meglio di una posa costruita per sembrare potente.

7. Giocherellare continuamente con qualcosa

Una penna.
L’orologio.
I capelli.
Un anello.
Le dita.
Il bordo di un foglio.

Sono piccoli gesti che spesso compiamo senza rendercene conto, soprattutto quando siamo tesi.

Non rivelano automaticamente insicurezza.

Ma se diventano continui possono distrarre l’interlocutore e rendere visibile la tua agitazione più delle tue parole.

Il primo passo non è eliminarli.
È accorgerti che li fai.

8. Dire una cosa con le parole e un’altra con il viso

Stai dando un feedback delicato e sorridi nervosamente.

Dici:

“Non c’è nessun problema.”

Ma il viso è teso e il tono lascia intendere tutt’altro.

Quando parole, voce ed espressione non sembrano andare nella stessa direzione, l’interlocutore può non sapere quale messaggio prendere sul serio.

Quando parole e corpo raccontano due storie diverse, la comunicazione perde chiarezza.

Non significa controllare ogni espressione.

Significa diventare più consapevole della coerenza tra ciò che vuoi comunicare e come lo stai comunicando.

9. Dare una stretta di mano incerta o esagerata

Quando la situazione prevede una stretta di mano, anche quel breve contatto contribuisce alla prima impressione.

Non serve dimostrare forza.

Una stretta esageratamente energica può risultare sgradevole quanto una mano offerta distrattamente.

Meglio un gesto semplice, presente e naturale, adattato alla persona e alla situazione.

E senza trasformare una stretta di mano in un test della personalità.

10. Avere sempre un’espressione tesa

Pressione, problemi, scadenze e imprevisti finiscono inevitabilmente anche sul viso.

Il punto non è sorridere continuamente.

Un leader non deve avere un’espressione allegra per obbligo.

Ma se il tuo volto appare costantemente teso o infastidito, le persone possono cominciare a chiedersi:

“Posso parlargli adesso?”
“È arrabbiato?”
“Meglio lasciar perdere?”

Magari non sei arrabbiato affatto.

Ma se le persone hanno continuamente paura di disturbarti, la comunicazione con il team ne risente.

11. Girare continuamente mentre sei al telefono

Per alcune persone camminare mentre telefonano è assolutamente naturale.

Il problema nasce quando, in un ambiente condiviso, il tuo movimento diventa frenetico e invade continuamente lo spazio degli altri.

Se mentre telefoni percorri avanti e indietro l’ufficio, interrompi ciò che stanno facendo gli altri o trasmetti agitazione, vale la pena accorgersene.

Non perché camminare al telefono sia sbagliato.

Ma perché anche le nostre abitudini più innocue hanno un effetto sull’ambiente nel quale lavoriamo.

12. Avvicinarti troppo

Ognuno ha una diversa sensibilità rispetto allo spazio personale.

Dipende dalla persona, dal rapporto, dal contesto e anche dalla cultura.

Per questo eviterei regole rigide sui centimetri o sui metri.

Osserva invece le reazioni.

Se una persona arretra quando ti avvicini, probabilmente ti sta già dando un’informazione utile.

Lo stesso vale per il contatto fisico.

Una mano sulla spalla che per te è spontanea può non esserlo affatto per l’altra persona.

Autorevolezza significa anche rispettare lo spazio altrui senza presumere troppa confidenza.

13. Gesticolare troppo

I gesti possono dare energia e chiarezza alle parole alla tua immagine di leader.

Possono sottolineare un passaggio importante e rendere più viva la comunicazione.

Ma quando diventano continui, molto ampi o frenetici, rischiano di attirare più attenzione del messaggio.

Non devi tenere le mani immobili.
E neppure ridurre artificialmente ogni movimento.

L’obiettivo è più semplice: fare in modo che i gesti accompagnino le parole invece di competere con loro.


Vuoi potenziare la tua immagine di leader?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

14. Guardare continuamente il cellulare

“Parla pure, ti ascolto.”

E intanto guardi lo schermo.
Scrivi.
Controlli una notifica.
Annuisci senza alzare la testa.

Probabilmente è uno dei comportamenti più semplici da correggere e uno di quelli che comunicano più chiaramente disattenzione.

Se hai davanti una persona, soprattutto durante una conversazione importante, esserci significa anche togliere per qualche minuto lo sguardo dal telefono.

Non servono tecniche sofisticate di linguaggio del corpo.

Serve attenzione.

Il corpo non deve recitare la parte del leader

Il punto non è imparare una serie di pose per la tua immagine di leader.

Petto in fuori.
Mento alto.
Stretta forte.
Sguardo fisso.
Gesti controllati.

Rischieresti soltanto di apparire costruito.

L’obiettivo è un altro: diventare consapevole di ciò che il tuo corpo aggiunge — oppure sottrae — alle tue parole.

Se vuoi essere più autorevole nel lavoro, osserva soprattutto la coerenza tra ciò che dici, il modo in cui lo dici e la presenza che porti nella relazione.

Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità? Lavora sulla tua immagine di leader con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”.

Non devi usare il corpo solo per sembrare più autorevole.
Devi evitare che il corpo indebolisca l’autorevolezza delle tue parole.

Che cosa si fa davvero in una sessione di coaching? Un esempio reale


Una domanda che mi viene fatta spesso è:

“Michele, ma che cosa si fa concretamente durante una sessione di coaching?”

E subito dopo:

“Che cosa devo dire?”
“Devo prepararmi?”
“Di che cosa parleremo?”

La risposta più semplice è questa: una sessione di coaching è una conversazione, ma non una semplice chiacchierata.

Si parte da una situazione concreta, si mette a fuoco ciò che la persona vuole ottenere, si esplorano possibilità e ostacoli e, quando è utile, si arriva a qualcosa da sperimentare nella realtà.

Una sessione di coaching non è una chiacchierata

Il dialogo ha una direzione.

Non significa seguire rigidamente uno schema o una serie di domande prestabilite.

Significa evitare di parlare per un’ora senza sapere, alla fine, che cosa sia diventato più chiaro.

In genere il lavoro porta a:

  • mettere a fuoco la situazione e l’obiettivo;
  • esplorare ciò che sta accadendo e possibili alternative;
  • individuare eventuali ostacoli;
  • decidere un passo concreto, quando serve;
  • verificare successivamente che cosa è successo.

Domande, ascolto, silenzi, osservazioni e feedback servono a questo.

Una buona sessione non deve semplicemente farti parlare.
Deve aiutarti a vedere qualcosa che prima vedevi meno chiaramente.

Ma forse il modo migliore per spiegare che cosa succede è mostrarlo.

Un esempio reale di sessione di coaching

Quella che segue è la versione sintetizzata di una sessione reale.

Ho ridotto e adattato il dialogo per renderlo leggibile, mantenendo però il passaggio fondamentale: Roberta arriva pensando di avere un problema con un collaboratore e, attraverso il confronto, comincia a vedere la situazione in modo diverso.

Michele: “Bentornata, Roberta. Prima di cominciare: che cosa è successo dall’ultima volta?”

Roberta: “Bene. Ci sono stati alcuni sviluppi rispetto a quello di cui avevamo parlato…”

Dopo l’aggiornamento, entriamo nel tema della sessione.

Michele: “Su che cosa vorresti lavorare oggi?”

Roberta: “Sul mio nuovo collaboratore. Ha iniziato la settimana scorsa e vorrei trovare un modo per andare maggiormente d’accordo con lui. Non siamo partiti benissimo.”

Michele: “Che cosa non sta funzionando?”

Roberta: “Niente di grave. È competente, però ogni volta che parlo, alla prima pausa entra e finisce le mie frasi. Come se non vedesse l’ora di dire la sua.”

Michele: “Che effetto ti fa?”

Roberta: “Mi irrita. Mi sembra una mancanza di rispetto… anche se, pensandoci, non credo che voglia mancarmi di rispetto.”

Qui potrei fermarmi sul comportamento del collaboratore.

Invece continuiamo a esplorare.

Michele: “Che cos’altro succede in quei momenti?”

Roberta: “Comincio a chiedermi se sono io. Forse faccio troppe pause quando parlo. Ho bisogno di pensare prima di continuare.”

Lascio qualche secondo di silenzio.

Roberta: “Forse dall’esterno posso sembrare lenta. O insicura.”

Michele: “Succede soltanto con questo collaboratore?”

Roberta ci pensa.

Roberta: “No. Adesso che me lo chiedi, lo fa anche un’altra collaboratrice. E qualche volta mio marito.”

La situazione comincia a cambiare.

Il punto di partenza era:

“Il mio nuovo collaboratore mi interrompe.”

Adesso compare una domanda diversa:

“C’è qualcosa nel mio modo di comunicare che facilita queste interruzioni?”

È spesso questo uno dei passaggi più interessanti del coaching: il problema iniziale rimane, ma cambia il modo in cui lo stiamo guardando.

Dal problema all’obiettivo

A questo punto possiamo mettere meglio a fuoco ciò che Roberta vuole ottenere.

Michele: “Che cosa vorresti che succedesse, invece?”

Roberta: “Vorrei riuscire a esporre i miei pensieri in modo più diretto. Soprattutto quando do indicazioni al team. Senza avere la sensazione che qualcuno debba completare le mie frasi.”

Ora abbiamo un obiettivo molto più concreto rispetto a:

“Voglio andare d’accordo con il nuovo collaboratore.”

Non stiamo più cercando di cambiare lui.

Stiamo lavorando su qualcosa su cui Roberta può intervenire direttamente.

Dall’obiettivo a qualcosa da provare

Esploriamo quindi che cosa potrebbe aiutarla.

Una possibilità è preparare meglio le comunicazioni nelle quali deve dare indicazioni precise al team.

Prima di una conversazione importante, Roberta decide di fermarsi qualche minuto e chiedersi:

  • Qual è il punto principale che voglio comunicare?
  • Che cosa deve essere assolutamente chiaro?
  • Che cosa posso evitare?
  • Posso dirlo con una frase più semplice e diretta?

Decide inoltre di osservare ciò che accade nelle due settimane successive.

Quando qualcuno la interrompe, annoterà brevemente la situazione e ciò che stava cercando di comunicare.

Non per controllare ossessivamente ogni parola.

Ma per raccogliere elementi concreti sui quali lavorare nella sessione successiva.

Prima di chiudere la sessione

Verso la fine torniamo a ciò che Roberta ha deciso.

Michele: “Che cosa porti via da questa sessione?”

Roberta: “Sono partita pensando soprattutto al comportamento del mio nuovo collaboratore. Adesso mi interessa capire meglio anche il mio modo di comunicare.”

Michele: “E che cosa farai prima del prossimo incontro?”

Roberta: “Proverò a preparare in modo più sintetico le indicazioni importanti e annoterò le situazioni nelle quali vengo interrotta. Poi vediamo che cosa emerge.”

Questo è sufficiente.

Non serve uscire da ogni sessione con dieci azioni da compiere.

Serve che ciò che abbiamo capito possa incontrare la realtà.

Ecco che cosa può succedere in una sessione di coaching

Naturalmente non tutte le sessioni seguono esattamente questo percorso.

A volte si lavora su una decisione.
Altre su una difficoltà relazionale, un nuovo ruolo, un conflitto, un momento di blocco o una scelta professionale.

Il principio rimane simile: partire da ciò che sta accadendo, guardarlo con maggiore lucidità e capire che cosa farne.

Se ti stai chiedendo se il coaching possa essere utile per una situazione professionale che stai vivendo, contattarmi.

Un primo confronto serve anche a capire se questo tipo di lavoro è adatto a ciò di cui hai bisogno.

Una sessione di coaching non dovrebbe dirti come vivere o lavorare.
Dovrebbe aiutarti a vedere meglio ciò che stai vivendo e decidere che cosa vuoi farne.

Cosa rispondono i leader quando non conoscono la risposta

cosa rispondere

Tutto stava andando bene.

Poi, proprio mentre tutti stanno chiudendo il laptop, qualcuno chiede:
“Quindi… cosa pensi di fare adesso?”

La stanza si ferma.
Gli sguardi tornano su di te.

Apri bocca.

E tutto quello che esce è un farfugliante, tremolante:
“Non lo so.”

Dire spesso “non lo so” ti costa credibilità e influenza

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader“,
dire di non conoscere una risposta non è una tragedia.

Non è un errore.
E nemmeno un segno di incompetenza.

Anzi, a volte è una dimostrazione di forza.

Ma usarlo come risposta automatica, ripetuta,
ti costa credibilità.

Se vuoi essere preso sul serio come leader, questa è una frase da ridimensionare e sostituire con risposte più mature.

Autorevoli.

Quando il “non lo so” ti taglia fuori

Molti professionisti — anche competenti, preparati, esperti — di fronte a una domanda inattesa non riescono ad andare oltre:

  • spalle alzate
  • testa che oscilla
  • un arrendevole “non lo so”

Una risposta che starebbe meglio in bocca a un apprendista alle prime armi.

Risultato?

Fuori, in un attimo,
dalla lista degli “esperti affidabili”.

L’altra trappola: parlare senza sapere

Esiste anche l’estremo opposto.

Quando un capo, un cliente o un collaboratore ti chiede un parere fuori dal tuo ambito, la tentazione è forte:

  • parlare comunque
  • improvvisare
  • riempire il silenzio

Per piacere.
Per sembrare veloce.
Apparire smart.

Peccato che risposte imprecise, errate o incomplete erodano la tua reputazione molto più di un silenzio gestito bene.

“Non lo so” non è una risposta da leader

Quando non sappiamo cosa fare,
spesso rinunciamo del tutto.

Ma sul lavoro vale una regola semplice:
insegniamo agli altri come trattarci.

Ogni “non lo so” detto senza costrutto spinge le persone ad andare da qualcun altro.

Se questo è il tuo obiettivo, va bene.

Altrimenti, serve prepararsi.

Cosa dire al posto di “non lo so”

Non frasi da imparare a memoria.

Ma strutture da adattare alla situazione
e alla tua personalità:

“Al momento non ho informazioni sufficienti per rispondere alla tua domanda.”

“Buona domanda. Lo scoprirò.”

“Sulla base di quello che conosco oggi, penso che …”

“Non ho ancora a portata di mano tutti i dati, li sto recuperando …”

“Al momento la mia migliore stima/previsione è la seguente …”

“Non posso rispondere che, in parte, ma vorrei considerare ulteriormente …”

“Permettetemi di essere sicuro di capire quali informazioni state cercando … “

“Ci sono diverse possibilità, ho bisogno di altri/maggiori informazioni/dati … ”

“Non ho abbastanza famigliarità con XYZ e non mi piace tentare di indovinare. Lasciatemi approfondire …

Perché funzionano

Queste risposte ti permettono di:

  • prendere tempo senza perdere autorevolezza
  • impostare una linea temporale chiara
  • dimostrare iniziativa e metodo
  • spostare l’attenzione su ciò che sai, non su ciò che manca
  • ascoltare meglio una richiesta spesso confusa

Paradossalmente,
posticipare una risposta aumenta la credibilità
se lo fai con struttura.

Conta cosa dici. Ma anche come lo dici.
Guarda negli occhi.

Postura stabile.
Tono fermo.

Ogni risposta è un’occasione

Per costruire — o erodere — la tua presenza da leader.

Se vuoi essere percepito come affidabile, autorevole,
“aggiorna” il tuo vocabolario.

Meno “non lo so” automatici.

Più risposte consapevoli, pertinenti, influenti.

È così che si cresce.
Ed è così che si viene ascoltati.

Con il mio percorso di coaching mirato:
“Sviluppare assertività senza perdere empatia“ trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.